BRANDICI – Una rarissima veduta cinquecentesca di Brindisi

BRANDICI – Una rarissima veduta cinquecentesca di Brindisi.

Il ritrovamento della xilografia di ambiente veneziano, già in una sconosciuta raccolta di mappe coeve apparsa recentemente sul mercato antiquario.

 

di Vito Ruggiero

 

Da qualche anno, con interesse via via crescente, ho iniziato ad appassionarmi alla cartografia storica di Brindisi, con particolare attenzione al suo magnifico porto, le cui vicissitudini nei secoli sono indissolubilmente legate alla storia della città. Brindisi da sempre si identifica nel suo porto. Ed è con questa passione che mi sono avventurato quasi per caso in una personale, complessa indagine, conclusasi con una scoperta che ho trovato sorprendente e che mi ha emozionato per il suo alto valore storico-documentale, quando ho individuato la più antica rappresentazione topografica della città pugliese e del suo porto incisa in una xilografia intitolata Brandici, risalente alla prima metà del XVI secolo.  Un documento topografico davvero molto particolare, non solo perché si tratta della più antica veduta di Brindisi, ma anche perché noto in un solo esemplare, peraltro fino ad allora sconosciuto alla città stessa. Oggi quest’opera è finalmente a disposizione di studiosi e collezionisti.

Fino a poco più di un anno fa la stampa era infatti del tutto ignota, sia alla stragrande maggioranza dei brindisini e degli appassionati di storia locale, sia ai cultori della cartografia del XVI secolo, pertanto non ho potuto sottrarmi all’impegno di studiarla approfonditamente e poi di descriverla in una pubblicazione intitolata come la rarissima opera, Brandici. Tengo a precisare che, fino all’uscita del mio libro nel 2024, seguito da comunicato stampa e diversi articoli, questa veduta non era mai apparsa né era mai stata citata in nessun testo di storia brindisina o pugliese.

Osservando l’importante documento iconografico, si nota il titolo inserito in un cartiglio in alto a sinistra: EL VER SITO DI BRANDICI IM PUGLIA, stampato in Venetia per Francesco Librar Dala Speranza, a.d. MDXXXVIII. Sappiamo che l’autore ed editore, al secolo Francesco di Tommaso di Salò, solitamente si firmava Francesco Librar Dala Speranza; mentre la datazione al 1538 e lo studio della carta attestano come sia questa la prima iconografia edita a stampa della città di Brindisi, le assidue ricerche effettuate da me e da più autorevoli studiosi confermano, come già ricordato, la sopravvivenza di un unico esemplare, non avendo individuato né l’esistenza, né la citazione di altri.

Non mi dilungo qui a ripetere quanto già raccontato nel libro e nei diversi articoli in merito alla topografia e ai toponimi che caratterizzano questa carta. E neanche mi soffermo troppo riguardo ai riferimenti storici ed all’affascinante toponimo “Brandici” già ampiamente discussi e commentati con notevole interesse. A tal proposito invito alla lettura degli articoli indicati nei riferimenti bibliografici.

Mi voglio invece soffermare sull’alone di mistero in riferimento all’origine dell’incisione, nonostante la scarsissima bibliografia esistente, che andrò ad approfondire in questo mio articolo. Sono certo che la curiosità del lettore non potrà non essere sollecitata dall’incredibile, quasi fiabesca, vicenda di quest’opera, che, uscita dai torchi di una calcografia veneziana nel XVI secolo e poi inserita in una strana e apparentemente frammentaria raccolta di mappe, riappare solo dopo un inopinato oblio, lungo molto probabilmente alcuni secoli.

Quindi, senza aggiungere nulla ai contenuti storici e topografici del rilievo, nel mio personale contributo di ricerca in questo articolo tenterò di chiarire come e dove avvenne il ritrovamento della “misteriosa” stampa, nonché indagare sulle motivazioni e sulle tappe del lungo viaggio che essa ha compiuto in compagnia di almeno altre undici tavole.

Ho adesso l’opportunità di descrivere l’incredibile vicenda che queste tavole hanno condiviso fino al loro ritrovamento, quando, negli ultimi anni del secolo scorso, sono apparse sul mercato antiquario.

La carta di Brindisi compare all’interno della monumentale opera di catalogazione Cartografia e topografia italiana del XVI secolo, prodotta da Edizioni Antiquarius nel 2018, a cura di due tra i più noti studiosi e massimi esperti internazionali di cartografia storica cinquecentesca, Stefano Bifolco e Fabrizio Ronca. È a loro che si deve l’introduzione della carta nella bibliografia specifica italiana. Ma la carta di Brindisi può vantare anche precedenti annotazioni bibliografiche apparse oltre i confini nazionali, a loro volta citate nel catalogo Bifolco/Ronca, dalle quali è partito il mio studio: quelle di Tibor Szathmáry e di Rodney Shirley, molto meno conosciute in ambito italiano.

Szathmáry, in particolare, è lo studioso e antiquario ungherese al quale dobbiamo il fortunato ritrovamento delle stampe, nonché la diffusione della prima notizia al riguardo in una rivista del 1992. Colto collezionista di cartografia storica con particolare attenzione a quella ungherese, nel 1971 Tibor gestiva un negozio di antiquario nel suo paese ma, dopo alcuni anni di prosperosa attività, decise di trasferirsi in Italia dove consolidò il suo interesse per le antiche mappe e dette inizio a un intenso lavoro di catalogazione scientifica dei relativi soggetti, che avrebbe poi censito e descritto nella sua importante storia della cartografia ungherese: Descriptio Hungariae.

In questo ambito di ricerca avvenne l’incredibile ritrovamento da parte di Szathmáry di alcune rarissime carte del Cinquecento, tra cui quelle di Brindisi. Lui stesso descrive dettagliatamente la fortunata circostanza nelle sue pubblicazioni: era il 1987 e stava completando la preparazione della Descriptio Hungariae, quando si imbatté, alla fiera antiquaria di Arezzo, in una raccolta di mappe e vedute incise nel XVI secolo: un atlantino chiaramente promiscuo, in realtà un vero e proprio tesoro cartografico! Un ritrovamento fantastico che qualunque appassionato ricercatore di carte antiche si augura di vivere prima o poi, ma che di fatto non succede mai a nessuno… quasi mai, perché Tibor Szathmáry fu invece davvero fortunato.

Tra queste stampe la sua attenzione fu rivolta immediatamente da una in particolare di cui Tibor già conosceva l’esistenza: Ungaria, la più antica carta di guerra dell’Ungheria prodotta per la prima volta intorno al 1522, la cui unica copia censita era purtroppo andata persa, bruciata nella Biblioteca Universitaria di Monaco durante la Seconda Guerra Mondiale. Il ritrovamento di una seconda copia della tavola ad Arezzo fu quindi di notevole importanza per l’arricchimento della sua collezione ma, soprattutto, fu fondamentale per il perfezionamento delle conoscenze di storia della cartografia ungherese.

Tibor Szathmáry, dopo aver ulteriormente ingrandito il suo ormai prestigioso corpus di antiche stampe topografiche, volle infine di liquidare quelle ungheresi raccolte in Italia e nel mondo nell’impossibilità di ulteriori significativi ampliamenti e affinché il suo Paese non perdesse un patrimonio documentale unico e così culturalmente importante, decise allora di consegnare alla Biblioteca Nazionale di Budapest le opere più rare al prezzo di costo.

Dunque la carta di Brindisi faceva parte di quella raccolta di incisioni xilografiche che lo studioso ungherese acquistò sul mercato antiquario di Arezzo nel 1987. Si trattava di dodici vedute e mappe di città, tutte riferibili per firma o attribuzione a incisori che operavano a Venezia nel Cinquecento: Matteo Pagano, Giovanni Andrea Vavassore e Francesco di Tommaso di Salò.

Ricordo che ai tempi del ritrovamento, come afferma lo stesso Szathmáry, i vecchi atlanti venivano frequentemente tagliati, perché potevano essere venduti più facilmente per singolo foglio, anziché per intero. Una pessima abitudine che avrebbe causato gravi danni all’universo dei libri antichi e favorito l’iniqua dispersione di numerose tavole. Pertanto è molto probabile che le carte ritrovate ad Arezzo fossero solo una parte della raccolta originale.  Detto di Ungaria, ho potuto appurare che gli altri undici fogli della raccolta furono recensiti con molta cura da Tibor per il primo numero di Cartographica Hungarica (del gennaio 1992) e che furono quindi venduti separatamente o dispersi in varie aste.

La tavola di Brindisi subì la stessa sorte: dopo il primo annuncio della sua esistenza nel citato articolo di Szathmáry sarebbe andata a far parte della collezione del noto collezionista e politico tedesco Fritz Hellwig, noto principalmente per la lunghissima carriera politica in Germania, già membro della Commissione delle Comunità Europee fino al 1970, ma ben conosciuto anche per essere stato uno dei più grandi collezionisti, nonché appassionato ed esperto studioso, di cartografia storica. Nel 2008 donò 800 carte della sua collezione agli archivi del Saarland.

Con meraviglia ritroverò in seguito che la tavola di Brindisi, insieme a quella di Algeri, vivranno vicissitudini recenti molto simili, proprio a conferma che effettivamente erano entrambe parte della collezione del politico tedesco Fritz Hellwig che le ha custodite dai primi anni Novanta fino alla sua morte nel 2017. Ho potuto infatti riscontrare che entrambe sono state messe in vendita tramite la famosa casa d’asta Reiss & Sohn nel maggio 2019 in seguito alla sua morte, e quindi acquisite dal mercato antiquario e comparse all’interno di due cataloghi di vendita di cartografia rara pubblicati in rete, le cui schede descrittive hanno potuto fornirmi le prime informazioni.

Tornando alla rivista ungherese, di cui Szathmáry era redattore, ho potuto appurare che per alcuni anni sarebbe stata riconosciuta tra le più importanti pubblicazioni internazionali di storia della cartografia antica proprio per aver diffuso proficue informazioni sul ritrovamento ad Arezzo del prezioso atlantino. Una scoperta destinata a suscitare enorme interesse tra i collezionisti e i bibliofili di tutto il mondo, nonché tra gli studiosi capaci di comprenderne l’alto pregio documentale e critico.

Infatti, sempre grazie alle annotazioni bibliografiche di Bifolco-Ronca, devo segnalare che nel 1994, trascorsi quasi tre anni da quando Szathmáry aveva reso nota la sua scoperta, un illustre cultore della materia, Rodney Shirley, pubblica l’articolo Rare Italian Woodcut Maps of the Sixteenth Century sul n. 58 della rivista specialistica “IMCoS – Journal of the International Map Collectors Society”, dove fornisce significativi dettagli sulle dodici tavole stampate a Venezia verso la metà del XVI secolo. In particolare deve ammettere che nessuna di queste stampe era stata descritta da Ronald V. Tooley nel suo fondamentale repertorio del 1939: “Maps in Italian Atlases of the Sixteenth Century”. Una lacuna che, senza minare la solida credibilità dell’Autore, conferma indiscutibilmente l’assoluta rarità di queste opere, in quanto rimaste sconosciute all’accuratissimo indice ragionato redatto da Tooley: il maggiore e il più autorevole catalogo della cartografia italiana del Cinquecento prima della citata gigantesca impresa di Bifolco- Ronca, che proprio per questo motivo è stata definita “Il nuovo Tooley”.

Lo stesso Shirley racconta della dettagliata descrizione di Tibor Szathmáry nel periodico Cartographica Hungarica del 1992 ed elenca le dodici tavole, tra cui quella di Brindisi firmata da Francesco Tommaso di Salò, che si firma “Per Francesco Librar de la Speranza”. In particolare, in corrispondenza di quella di Brindisi, Shirley racconta anche che esistevano due ulteriori carte del poco conosciuto Francesco “Speranza”, quelle di Antivari in Dalmazia e di Creta, rispettivamente del 1543 e 1539, precedentemente annotate anche dallo Szathmáry ed oggi conservate nella Biblioteca Municipale di Lione. L’autore delle carte si firma “Per Francesco Librar de la Speranza” e fu identificato come Francesco Tommaso di Salò, un contemporaneo di Matteo Pagano come vedremo meglio in seguito.

Diversi anni dopo anche io mi sono reso conto di quanto fosse importante la relazione di Szathmáry quale fondamento di un cospicuo e complesso apparato critico, comunque imprescindibile nell’intento di soddisfare il mio personale interesse per la veduta brindisina.

Ho quindi iniziato una ingarbugliata quanto indefessa ricerca del numero di Cartographica Hungarica sul quale era apparso l’articolo dello studioso, pur consapevole della difficoltà di reperire una pubblicazione ormai esaurita. Infatti ci volle del tempo ma, sostenuto dalla voglia di leggere notizie di prima mano e di conoscere maggiori dettagli possibile su quella fantastica scoperta al Mercato di Arezzo, riuscii ad acquistarne una copia da una libreria antiquaria di Budapest e a tradurre, con non poca fatica e non poca emozione, l’articolo di Tibor. È stata una grande soddisfazione poter vedere l’immagine dell’opera Brandici direttamente sulla rivista originale di Tibor Szathmáry acquistata in Ungheria, così come era apparsa pubblicamente per la prima volta nel 1992, cinque anni dopo il suo ritrovamento.

Fig. 2 – Cartographica Hungarica – n° 1 Anno 1992

 

Finalmente mi fu possibile consultare un ampio resoconto di quel fortunato evento e la capillare descrizione delle tavole rilegate nel prezioso atlantino: chiaro e indiscutibile attestato della loro rilevanza storica e del loro valore documentale, come si evince dalla tabella seguente che traduce il quadro di sintesi delle carte apparso sulla pubblicazione ungherese, aggiornata per quel che riguarda l’attuale collocazione in base alle mie ricerche effettuate su tutte altre tavole.

Fig. 3 – Nella traduzione dell’autore, indice sintetico delle 13 mappe realizzate da Szathmáry non senza errori e approssimazioni al momento del felice ritrovamento

 

Inoltre nel suo articolo Szathmáry individua quella che non è azzardato ritenere la logica di collegamento tra le tavole, selezionate in funzione dei principali eventi storici avvenuti dopo il 1534 e focalizzati su Khayr al-Din Barbarossa, Andrea Doria ed il contesto strategico in cui si inquadrano le loro battaglie navali, nonché sulle imprese della Lega Santa contro i corsari ottomani, che hanno per teatro alcune fortezze costiere tra Tirreno ed Adriatico, Jonio ed Egeo. Fanno eccezione le regioni interne, come l’Ungheria, il Piemonte e lo stato senese, comunque ben presenti nei piani di potere di Carlo V, non diversamente dai rapporti di forze tra le marinerie che si contendevano il controllo del Mediterraneo.

Nel 1534, il Barbarossa saccheggia la costa tirrenica italiana con 61 galee. In uno di questi attacchi una notte sorprende e devasta l’Isola d’Elba (n°1) nei pressi di Rio Marina. Poco tempo dopo invade Tunisi e questa mossa minacciosa spinge Carlo V a guidare personalmente una spedizione per riconquistare la città; la flotta composta da navi spagnole, italiane e tedesche lascia il porto di Civitavecchia il 10 giugno 1535 e giunta a destinazione quattro giorni dopo, termina con successo la sua missione (n°2).

Successivamente in Italia scoppia il panico per le continue minacce del sultano Solimano, che arrivano a sconvolgere perfino Roma ed anche i rapporti tra i turchi e la Repubblica di Venezia, fino ad allora neutrali, si deteriorano. Barbarossa deve affrontare le forze imperiali guidate da Andrea Doria, una parte significativa della quale è costituita dalla flotta veneziana. Secondo Szathmáry questo è il motivo principale della creazione del corpus cartografico da lui analizzato, che deriverebbe proprio dall’evolversi dello scontro tra la cristianità e l’invadenza ottomana e dall’acuirsi delle conseguenti campagne belliche. Nel 1537 il sultano Solimano ordina a Barbarossa di conquistare Corfù, che, ben difesa dai veneziani, è in grado di resistere (n°3); allora la flotta ottomana si rivolge contro Creta, ma le galee della Serenissima, ben equipaggiate, contrastano efficacemente la minaccia e costringono i turchi al ritiro (n°4).

A quel tempo la flotta guidata da Andrea Doria, Francesco Pasqualigo, Alessandro Contarini e Marco Grimani passa anche da Brindisi: un luogo sicuro e difficilmente attaccabile dove le loro navi fanno sosta per rifornirsi (n°5). Intanto anche Barbarossa continua a veleggiare tra Jonio ed Adriatico minacciando i centri costieri cristiani; il 25 settembre 1538, presso la penisola di Prevesa sulle coste dell’Epiro, viene a contatto con la flotta della Lega Santa, composta da 80 galee veneziane, 36 papali, 30 spagnole e 50 navi più piccole, che, armate con più di 2.500 cannoni e con 59.000 uomini d’equipaggio, fronteggiano le 150 galee della flotta turca (n°6); nonostante la superiorità l’armata cristiana non riesce ad avere il sopravvento sulla squadra nemica e anche per le inspiegabili esitazioni di Andrea Doria deve ritirarsi. A Prevesa la Lega Santa non subisce una sconfitta clamorosa, che comunque serve a scoraggiare le forze cristiane e a sconsigliare ulteriori tentativi su larga scala; dopodiché saranno effettuate solo azioni minori come l’attacco a Durazzo, allora occupata dai Turchi (n°7).

La guerra contro l’invadenza musulmana causerà gravi perdite anche a Venezia: tra queste il porto di Malvasia, posizione chiave sulla costa sud-orientale del Peloponneso, che la Serenissima aveva conquistato nel 1463 impegnando un potente esercito (n°8). Lo scontro successivo indicato da Szathmáry ha luogo nel 1541, quando la flotta imperiale condotta da Andrea Doria attacca la piazzaforte ottomana di Algeri. Anche Carlo V partecipa alla spedizione e osserva le operazioni d’assedio dalla nave dell’ammiraglio; la vittoria sembra ormai certa, ma una tempesta disperde le navi del Doria e l’assedio si conclude con la fuga dell’armata asburgica che rischia una clamorosa debacle (n°9).

Nelle successive campagne nordafricane si segnala l’eroismo della marineria cristiana, alla quale si uniscono contingenti siciliani (n°10). La flotta turca, sempre al comando del Barbarossa, nel 1543 si spinge nel mare Tirreno per poi unirsi alla flotta dell’alleato regno di Francia e trascorrere l’inverno a Tolone. Nelle sue scorribande lungo la costa toscana saccheggia Talamone e altri centri senesi della Maremma (n°11), per poi raggiungere le Isole Eolie.

Barbarossa muore ultraottantenne, il 5 luglio 1546, Andrea Doria, novantaquattrenne, il 25 novembre 1560.

Le ultime due carte (Piemonte e Ungheria: n°12 e n°13) s’inseriscono nello scenario delle guerre combattute in Italia da Carlo V, che non rinuncia alla propria concezione dell’impero universale guidato dalla dinastia degli Asburgo, contro Francesco I di Francia che pure nutre precise mire espansionistiche su Milano e su Napoli, mentre il papato effettua evanescenti tentativi di mediazione.

L’acuirsi di questo contrasto per il controllo dell’Italia raggiungerà il culmine nella Guerra di Siena, che infiammerà la Toscana dal 1552 al 1559 e che troverà un interessante saggio di cronaca figurata proprio nella carta di Francesco di Tommaso di Salò (n°11): ulteriore motivazione, dopo quella delle incursioni del Barbarossa nell’arcipelago toscano e nella Maremma senese, della congruità di questa tavola tra quelle ritrovate ad Arezzo.

L’ultima mappa (n°13) relativa alla carta militare dell’Ungheria, non viene commentata da Szathmáry nel suo articolo, in quanto ad essa l’autore darà poi ampio spazio nel successivo catalogo generale Descriptio Hungariae, ma non manca di segnalarla come “la più grande scoperta della cartografia storica” del suo paese.

Fig. 4 – Cartographica Hungarica n° 1, gennaio 1992 pag. 6. Aree costiere e centri marittimi relativi ai documenti cartografici acquisiti da Szathmary. In questo grafico le linee tratteggiate segnano le rotte seguite dalle flotte ottomane tra il 1534 e 1538. Secondo studi recenti proprio il conflitto tra le flotte cristiane che cercavano allora di contrastare le incursioni turche lungo le coste tirreniche ed adriatiche avrebbero rappresentato l’elemento di connessione delle carte contenute nel misterioso atlantino

 

5. Elba

 

6. Tunisi

 

7. Corfù

8. Creta

 

9. Prevesa

 

10. Durazzo

 

11. Malvasia

 

12. Algeri

 

13. Africa

 

14. Siena

 

15. Piemonte

 

16. Ungheria

 

In estrema sintesi ho riproposto l’affascinante percorso di collegamento tra le varie tavole delineato da Szathmáry, una ricostruzione attendibile e comunque utile per inquadrare i citati soggetti iconografici in un preciso contesto storico, anche se non mancano approssimazioni ed inesattezze da sottoporre ad un’inevitabile revisione critica. Una rilettura che oggi può avvalersi del notevole bagaglio di informazioni offerto dal citato catalogo descrittivo di Bifolco-Ronca e da nuove fonti critiche, specialmente in merito all’attuale collocazione di alcune tavole una volta alienate sul mercato antiquario, oppure ad errori di cronologia talvolta riscontrabili nei commenti di Tibor.

Faccio subito notare che la doverosa correzione di alcune date male interpretate dall’ungherese determina il prolungamento del periodo di produzione delle stampe da lui suggerito tra il 1538 e il 1541 almeno fino al decennio centrale del XVI secolo.

Più in particolare devo segnalare che Szathmáry considera la carta di Brindisi cronologicamente precedente quella di Prevesa, affermando che l’armata di Andrea Doria passò da Brindisi prima dello scontro navale presso la penisola dell’Epiro, mentre non abbiamo riscontri documentali su questo passaggio, che invece dovrebbe essere avvenuto all’inizio di novembre del 1538; quindi successivamente ai fatti di Prevesa.

Inoltre, riguardo a questa battaglia, ricordo che la tavola censita da Szathmáry non rientrava nella raccolta di stampe ritrovata ad Arezzo, ma venne presa in considerazione perché perfettamente attinente al filo logico e storico che collegava le altre in una collezione omogenea. In base a questo ragionamento lo studioso formulò anche la plausibile ipotesi che un tempo l’esemplare di Prevesa avesse fatto parte di quel nucleo di carte.

Altri dubbi vanno poi sollevati sia in merito alla carta di Corfù, che, se pur ipoteticamente, Szathmáry attribuisce a Andrea Vavassore, mentre Bifolco-Ronca sostengono che la marca tipografica indicata sulla stampa certamente non appartenga a questo editore; sia per quella intitolata Africa e firmata da Giovanni Britto – intagliatore attivo per Matteo Pagano – che raffigura la battaglia di Mahdia avvenuta sulle coste della Tunisia nel 1551 e non dieci anni prima come segnalato da Tibor.

Della carta di Siena è importante annotare che Bifolco-Ronca se da un lato concordano con Szathmáry sull’autore, Francesco di Tommaso di Salò, in base alla somiglianza della grafica e dei caratteri, dall’altro non possono non confermare che la carta fosse stata prodotta dopo il 1553 e non nel 1538, come aveva scritto l’ungherese. Vale altresì evidenziare che la carta di Siena è stata ampiamente studiata e raccontata da Ettore Pellegrini, bibliofilo e studioso di cartografia dell’antico territorio senese che l’ha mostrata per la prima volta in Italia nel n. 39 di “Accademia dei Rozzi”, ne ha tracciato una breve descrizione in Honos alit artes: raccolta antologica per i 70 anni di Mario Ascheri pubblicata nel 2014 e ne ha poi riparlato in Collezionare per Conoscere: saggio per il catalogo della mostra “Sguardi sulla città – Siena tra immaginazione e rappresentazione” allestita nel 2022 dalla Nobile Contrada del Bruco. A buona ragione Pellegrini aveva definito questa stampa “misteriosa”, in quanto priva di dati editoriali e poi “indecifrabile”, ma, in questo caso, sbagliando perché lui stesso, dopo attenta osservazione dei particolari raffigurati, avrebbe indicato con sicurezza nel 1553 il dies a quo della sua realizzazione. Resta semmai da capire come Francesco di Tommaso avesse potuto mostrare una rappresentazione “tendenzialmente realistica” di Siena, perché, se già si conoscevano rilevazioni topografiche del Dominio senese, manoscritte e a stampa, ancora non erano apparse vedute generali della città assimilabili a quella delineata dall’autore di Salò. Forse non è azzardato ipotizzare che egli disponesse di un disegno preliminare fedele al vero.

Purtroppo su questo incisore-editore non si hanno molte notizie. Sappiamo che era originario di Salò, figlio di Tommaso e fratello di Alessandro, che aveva bottega nel quartiere veneziano dei tipografi in Frezzaria ed era solito firmare le sue produzioni: in Venetia – per Francesco de Tommaso di Salo e compagni, in Frezzaria, al segno della Fede. Da questa indicazione derivava anche la sua marca tipografica: una rappresentazione della Fede con una figura femminile seduta che tiene nella mano destra un calice e con la sinistra regge una croce, utilizzata in diverse edizioni anche da Matteo Pagano; un altro editore veneziano col quale Francesco ebbe rapporti di collaborazione, anche se operò quasi sempre con soci non identificati. Secondo alcuni studiosi la sua officina tipografica sarebbe stata aperta solo dopo il 1550, mentre altri limitano il periodo di attività al 1564-74. Affermazioni che, come abbiamo visto, sono in netto contrasto sia con le date proposte da altre fonti critiche, sia con quelle che intendo suggerire al termine della mia ricerca e che coprono un più lungo periodo tra il 1538 e il 1573.

Recentemente, avendo avuto la possibilità di intrattenere contatti diretti con Szathmáry, che parla discretamente italiano, ho raccolto ulteriori notizie sulle stampe che aveva acquistato ad Arezzo. In particolare Tibor mi ha riferito che, dopo un’attenta analisi delle componenti grafiche di ciascun soggetto, riteneva che almeno dieci delle tredici tavole eseguite da tre diversi incisori, Francesco di Tommaso di Salò, Andrea Vavassore e Matteo Pagano, fossero state prodotte nell’ambito di una stessa bottega. Un’ipotesi suffragata dalle caratteristiche operative dell’editoria cartografica veneziana del Cinquecento e, a suo parere, capace di suggerire come la produzione di queste dieci stampe nascesse da un’unica commissione affidata a Matteo Pagano. Sappiamo infatti che questo incisore-editore era la figura chiave di un’impresa calcografica importante, con la quale collaboravano diversi intagliatori veneti, tra i quali, non casualmente, sono attestati pure Francesco di Tommaso e Vavassore.

Tibor mi ha poi raccontato come era avvenuto il ritrovamento e l’acquisto dell’atlantino presso la bancarella di un antiquario che frequentava la fiera aretina; un istriano già in quegli anni piuttosto anziano e certamente non più in vita oggi. Non ricordava il suo nome, ricordava però che le tavole erano legate all’interno di una “Geografia” di Tolomeo in versione tedesca e senza illustrazioni, comunque molto antica ma della quale certamente non facevano parte. Le tavole erano state infatti legate al volume con l’ausilio di strisce ritagliate da fogli manoscritti usati e non pertinenti. Pur non potendo escludere che le incisioni fossero state realizzate come illustrazioni di libri poi andati perduti, lo studioso riteneva che si trattasse invece di fogli separati, impressi singolarmente, perché il loro supporto cartaceo appariva non uniforme e le differenze di filigrana lasciavano supporre l’uscita da almeno sei cartiere diverse; per questo motivo, probabilmente gran parte delle carte prodotte era andata dispersa e il ritrovamento ad Arezzo di quella raccolta doveva essere considerato un eccezionale colpo di fortuna!

Infine Tibor mi disse che aveva comprato dal commerciante istriano anche un’edizione dei viaggi di Montalboddo e che aveva appurato come questi due volumi, insieme ad altre tre pubblicazioni in cattive condizioni di conservazione, provenissero da una libreria che l’antiquario aveva acquistato in blocco trovata nella soffitta in una vecchia casa istriana.

Ecco che qui si fermano definitivamente le tracce della incredibile vicenda di queste opere che forse oggi sono un po’ meno misteriose, ma sempre ricche di fascino. Il nostro viaggio si ferma in questa soffitta istriana, per il resto possiamo solo immaginare quanti anni o forse secoli ci siano rimaste, a chi fossero appartenute e soprattutto perché e quando fossero state raccolte in quell’altrettanto misterioso atlantino! Di sicuro Tibor fece bene ad acquistarle e soprattutto a descriverle in Cartographica Ungarica prima di metterle in vendita, perché altrimenti di molti esemplari nessuno avrebbe mai più saputo nulla, essendo oggi dispersi in collezioni ignote. Per fortuna quella di Brindisi, così come quella di Siena e poche altre, sono sfuggite a questo triste destino, in quanto finite nelle mani di chi ama indagare, raccogliere e conservare le antiche carte, ma soprattutto di chi “Colleziona per Conoscere”, come afferma Pellegrini e, lasciatemi aggiungere, colleziona per condividere il messaggio della storia, i valori culturali ed estetici che queste opere riescono ancora a trasmettere.

 

 

BIBLIOGRAFIA e ARTICOLI su BRANDICI

 

  • Carthographica Hungarica, Szathmáry Tibor, n° 1 januar 1992, pag. 6-21
  • Rare Italian Maps of the 16th Century, Journal of the International Map Collectors Society, R.W. Shirley, Autumn 1994, Issue n° 58, pag 29-32
  • Cartografia e topografia italiana del XVI secolo, Stefano Bifolco e Fabrizio Ronca, edito nel 2018 da Edizioni Antiquarius
  • Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce, Vito Ruggiero edito da Youcanprint nel marzo 2024
  • Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce, Vito Ruggiero pubblicato il 3 maggio 2024 da fondazioneterradotranto.it

BRANDICI. La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce. Gli aspetti topografici della carta – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Brandici – La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conoscegli aspetti topografici della carta, Vito Ruggiero pubblicato il 14 maggio 2024 da fondazioneterradotranto.it

BRANDICI. La più antica e rara mappa di Brindisi che Brindisi non conosce. Gli aspetti topografici della carta – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Brandici II e il Molino Atlas – Un secondo inedito documento cartografico di Brindisi dal titolo “Brandici”, Vito Ruggiero pubblicato il 28 maggio 2024 da fondazioneterradotranto.it

BRANDICI II e il Molino Atlas – Un secondo inedito documento cartografico di Brindisi dal titolo “Brandici” – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • A proposito di Brandici, Armando Polito pubblicato il 04 giugno 2024 da fondazioneterradotranto.it

A proposito di BRANDICI – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Bràndici, o Brandìci? Questo è il problema! Armando Polito pubblicato il 27 giugno 2024 da fondazioneterradotranto.it

BRÀNDICI o BRANDÌCI? Questo è il problema! – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Tracce di Brandici nelle fonti letterarie, Vito Ruggiero pubblicato il 03 luglio 2024 da fondazioneterradotranto.it

Tracce di “Brandici” nelle fonti letterarie – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Brindisi quando era Brandicio, col suo porto celebrato in una poesia del XIV secolo, Armando Polito pubblicato il 16 luglio 2024 da fondazioneterradotranto.it

Brindisi quando era Brandicio, col suo porto celebrato in una poesia del XIV secolo – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

  • Tutte le volte di Andrea Doria a Brindisi, Gianfranco Perri pubblicato su Il7 magazine il 22 novembre 2024
  • Due preziose carte sulla Brindisi in Declino, Nazareno Valente pubblicato il 24 dicembre 2024 da fondazioneterradotranto.it e da ilgrandesalento.it

Due preziose carte sulla Brindisi in declino – Il Delfino e la Mezzaluna – Fondazione Terra D’Otranto

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