Mecenatismo letterario. Scipione Ammirato e i Commentarii di Ferrante Caracciolo sulla Battaglia di Lepanto

La Battaglia di Lepanto in una sconosciuta incisione dei primi del 1600 (da T. PORCACCHI, L’Isole più famose del mondo, Venezia 1604 – Biblioteca Nazionale di Firenze)

 

di Gilberto Spagnolo 

La Battaglia di Lepanto è stata consacrata nei secoli come uno dei più grandi e memorabili scontri navali mai combattuti. Pur avendo questa denominazione, in realtà essa avvenne in un luogo ben diverso e precisamente a circa 36,6 miglia ad Occidente di Lepanto, all’ingresso del golfo di Patrasso, vicino al gruppo delle isole chiamate Echinadi dai Greci, Curzolari dai Veneziani. Due sono le cause della non precisa denominazione:

1) Lepanto era un’antichissima città fortificata. Conosciuta sin dalla discesa dei Dori, era stata la capitale dell’antica Etolia nonché sede, in seguito, del governatore romano, bizantino, veneziano, turco. All’epoca in cui si svolse la battaglia, tutta la regione occidentale della Grecia continentale e anche tutta l’area di Corinto venivano appunto denominate Lepanto;

2) Don Giovanni d’Austria, mentre con la sua flotta, all’alba del 3 ottobre del 1571 navigava verso Cefalonia e si trovava all’altezza di Paxo, fu informato da una fregata inviata dal governatore di Zacinto, che la flotta turca, proveniente dall’Adriatico e dallo Ionio, aveva approdato per riposo, riparazioni e rifornimenti a Lepanto. L’informazione era stata fornita da un cavaliere inviato in osservazione e cioè Gilles d’Andrade, che l’anno seguente diverrà poi ammiraglio della flotta di Napoli. Di conseguenza, da quel momento, Lepanto fu identificata come il luogo della grande battaglia.

Ritratto di don Giovanni d’Austria (Madrid, Monastero de las Descalzas Reales)

 

Secondo le fonti storiche ufficiali, in seguito all’attacco ordinato dal Sultano Solim II di Costantinopoli figlio di Solimano il Magnifico a Pialì Pascià e a Mustafà-Pascià rispettivamente comandanti della flotta e dell’esercito turco, contro il possedimento veneziano di Cipro (furono conquistate le fortezze di Nicosia e di Famagosta), il Papa Pio V formò una lega contro i Turchi, con la partecipazione della Spagna, di Venezia, della Santa Sede.

Ritratto di Papa Pio V (A. GABUZIO, De Vita et rebus gestis Pii V. Pont. Max., Zannetti, Roma 1605)

 

Dopo la conclusione dell’accordo, che avvenne nel maggio del 157l, una grande flotta sotto il comando del fratello naturale di Filippo II, re di Spagna, Don Giovanni d’Austria, si concentrò a Messina nel corso dell’estate.

Da qui, il 16 settembre, mosse ad affrontare la flotta turca appunto nel Golfo di Lepanto, nel cuore dell’Impero Ottomano. La vittoria cristiana fu incontestata, nonostante le pesanti perdite. Furono catturate ben 190 galee turche mentre altre quindici furono affondate o incendiate sul posto, 30.000 Turchi furono uccisi e 8.000 furono catturati.

Ad eccezione di Uluch-Alì, morirono quasi tutti i capi turchi di maggiore importanza fra i quali il comandante in capo Ali-Pascià, il comandante l’ala destra della flotta Sciauru K Bey, il governatore di Rodi, il figlio di Uluch Ali, e tanti altri. Furono inoltre liberati ben 12.000 cristiani. schiavi al remo delle galee turche.

Le perdite subite furono valutate per la flotta cristiana a circa 7.500 morti e 7.800 feriti, per la maggior parte Veneziani. La battaglia, cominciata a mezzogiorno, finì al tramonto con cielo coperto e mare mosso. Il fiore dell’aristocrazia italiana (particolarmente romana), nonché il meglio dei combattenti ottomani vi partecipò.

Lo schieramento a Lepanto in un’incisione di G. CAMOCIO, 1571 (Museo Civico Correr, Venezia (da A. Quarti)

 

La flotta della Lega cristiana era composta (secondo uno studio di L. Carrero Blanco citato da A. Jachino) da

208 galee, 6 galeazze, una trentina di unità da carico e 76 unità minori. Il nucleo più grosso della flotta era quello veneto, costituito da 106 galee, 6 galeazze e 20 fregate. Veniva subito dopo, come importanza, il gruppo che batteva bandiera spagnola ed era costituito da 90 galee, 24 navi onerarie e 50 fra brigantini e fregate. Tuttavia, di questo gruppo, le galee che erano state costruite in Spagna ed erano armate da equipaggi spagnoli erano solo 14, mentre il Vicereame di Napoli ne aveva fornite 30, la Sicilia 10, Malta 3, Genova 3, e la Savoia 6. Ventiquattro galee erano poi state affittate alla Spagna da privati assenteisti: di esse, undici appartenevano a Gian Andrea Doria e tre a gentiluomini genovesi. La squadra pontificia era composta da 2 galee e 6 fregate”.

Per quanto riguarda la flotta turca riunita da Alì Pascià a Lepanto, lo stesso Jachino ci dice che essa era composta da

“208 galee e 66 galeotte, sulle quali erano complessivamente imbarcati circa 25.000 soldati, di cui almeno 3.000 giannizzeri”.

Il comando delle navi veneziane venne affidato a Sebastiano Venier; quello delle galere spagnole a Gian Andrea Doria; quello delle scarse unità pontificie e dei Cavalieri di Malta a Marcantonio Colonna e Onofrè Giustiniani. Comandante supremo della spedizione, fu come già detto il ventiduenne don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, “audace e esibizionista, concentrato degli irritanti valori di una Spagna cavalleresca e militante”.

A questi si associarono subito il Duca di Savoia, il Duca di Urbino, Genova e Parma, il Re di Napoli e anche l’insigne Ordine equestre dei Cavalieri di Malta. Vi era inoltre una “eletta schiera” di giovani appartenenti a nobili famiglie italiane come quelle ad esempio dei Gaetani, Bonelli, della Rovere, Farnese, Orsini, Gonzaga, Carafa, Sforza, Spinola, Grimaldi, Doria, Castriota, Imperiali. Molti anche gli uomini di Terra d’Otranto, che vi parteciparono desiderosi di lottare per l’indipendenza e per la libertà della patria. Dal Palumbo e, soprattutto, dal De Simone, sappiamo che vi accorsero in particolare:

“Ottavio e Fabio Castromediano, Pirro, Antonio e Achille Viglio Carascini di Lecce, Francesco Perez, Giacomo Boccarelli e Gio. Vincenzo Macedonio di Taranto, Gio. Battista Monticelli dì Brindisi, Matteo Calò di Gallipoli, Alessandro Serafini di Otranto, Bartolo Mongiò de Gigli di Galatina, Valeriano Capodieci di Mesagne, Evangelista da Massafra, Nicola Basta di Rocca Forzata e Ruggiero Danuscio di S. Vito de’ Normanni. Il De Simone aggiunge ancora che “anche da noi la Lega cercò soldati e il Marchese Santa Croce e Ottavio Canale scesero nel Capo per raccogliere la fanteria spagnuola e tremila soldati della battaglia. Il Monticelli a Cotrone imbarcò sulle navi di Don Giovanni la compagnia di Brindisi, altre ne mandò il Brancaccio ed altre il Danuscio da S. Vito.

Ritratto di Don Giovanni Zunica (da D.A. PARRINO, Teatro eroico e politico De’ Go-verni De’ vicerè del Regno di Napoli dal tempo del Re Ferdinando il Cattolico fino al presente, Napoli Parrino e Mutii 1642, Tomo I)

 

Di Matteo Calò, soprattutto, s’interessò in maniera più particolareggiata lo studioso gallipolino Carlo Massa ricavando notizie dalle memorie manoscritte e inedite che lui possedeva di Leonardo Antonio Micetti (attualmente conservate nella Biblioteca Provinciale di Lecce). Sappiamo pure, dal Massa (che fa riferimento sempre al Micetti) che

l’Armata della Lega Cattolica contro il Turco quando da Messina sciolse le vele per l’Oriente approdò in Gallipoli ove si rifornì di acqua e di viveri, e lo stesso fece nel ritorno, dopo la Battaglia di Lepanto. Don Giovanni d’Austria, che la comandava, non scese a terra ma (scrive testualmente il Micetti) ‘non perciò la città lasciò di fare il suo debito in complimentare come doveva un personaggio… con haverli mandato molti rinfreschi di vitelle, castrati, pollami, vini, panfresco, et frutti d’ogni sorte, che ne rimase non poco soddisfatto, et accarezzò molto il sindico della città, che con molti gentil’huomini andò a baciarli li piedi”.

Secondo ancora lo studioso gallipolino, alla battaglia di Lepanto,

D. Giovanni avea condotto come suo confessore lo spagnolo D. Alfonso Errera, canonico regolare di S. Agostino, che poi, il 1576, fu nominato vescovo di Gallipoli e ne resse la chiesa sino al 1585 quando fu trasferito a quella di Ariano.

Le Memorie del Micetti contrasterebbero comunque con quanto si legge in una nota posta a margine di un articolo (poco conosciuto) di Ernesto Alvino sui Salentini a Lepanto secondo cui

il Chioccarelli, scrittore cinquecentista, nel secondo volume manoscritto che si conserva all’Accademia dei Linceie di cui ne parlò a suo tempo Pietro Marti – ricorda che Don Giovanni d’Austria, di ritorno della trionfale vittoria di Lepanto – forse per omaggio alla Terra d’Otranto che tanti illustri guerrieri aveva dati alla riscossa della cristianità contro il Musulmano – si recò a visitare in Soleto il grande filosofo e medico Matteo Tafuri – il mago di Soleto”.

La vittoria di Lepanto segnò anzitutto il trionfo della Cristianità e il crollo dell’Impero Ottomano che tanto l’aveva minacciata, “sfatando la leggenda dell’invincibilità dei Turchi sul mare e respingendo le loro pretese al dominio del Mediterraneo”. A Barcellona, nella splendida cattedrale gotica, si venera tuttora il Santo Cristo di Lepanto, un’immagine del sec. XVI che secondo la tradizione orale presiedette la nave capitana della flotta cristiana, guidata da D. Giovanni d’Austria. Questa battaglia, dal significato escatologico (secondo un saggio dell’Olivieri), pietra miliare nella storia religiosa del Mediterraneo del Cinquecento, ebbe immensa e universale risonanza, nonché molteplici celebrazioni letterarie e artistiche quantitativamente superiori a quelle di ogni altro evento della storia d’Italia prima e poi, perché essa “si svolse con sincera solidarietà, con incrollabile disciplina, con un’esaltazione collettiva di coraggio, con un comune spirito di sacrificio”.

La storica e miracolosa immagine del “Santo Cristo di Lepanto” che si venera nella cattedrale di Barcellona

 

Tra i testi che invece narrarono “storicamente” delle vicende sulla battaglia, uno dei più importanti e attendibili (perché l’autore stesso vi partecipò) sono I Commentarii delle guerre, fatte co’ Turchi da D. Giovanni d’Austria, dopo che venne in Italia, scritti da Ferrante Caracciolo conte di Biccari. Uomo d’indubbio valore, figlio di Marcello conte di Biccari, e di Emilia Carafa, cugino del celebre Galeazzo Caracciolo (che cercò di distogliere dalle sue convinzioni religiose incontrandolo personalmente a Ginevra), Ferrante apparteneva ad una famiglia che fu tra le più rinomate, ebbe numerosi e ricchi feudi e si distinse in Terra d’Otranto e oltre i suoi confini.

Dal profilo delineato da Miglio L. nel Dizionario Biografico degli Italiani (a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti) sappiamo che dal 1566 al 1568 provvide a difendere con 2.000 fanti, le coste della Capitanata dalle incursioni dei Turchi, secondo l’ordine ricevuto (il 25 luglio) dal viceré duca di Alcalà. Nello stesso anno l568 passò a governare la città di Barletta “con tanto senno prudenza”, meritandosi la stima e l’amore di tutto quel popolo che per riconoscenza gli diede in dono una collana d’oro con medaglione pendente, in cui da una parte era scolpita l’effigie del Re, e dall’altra le seguenti parole: Ferdinando Caraccciolo ob Prudentiam Et Benignitatem In Tuenda Bis Urbe S.P.Q. Barolitanus.

Il castello di Barletta era stato concesso al padre Marcello da Carlo V nel 1505 in sostituzione di altre terre che aveva dovuto restituire. Lo tesso Marcello conservò tutte le rendite e i possessi già ottenuti da Ferdinando il Cattolico; fra questi anche la baronia di Valle Maggiore in Abruzzo che Ferrante erediterà poi dalla madre nel 1570.

La città di Barletta, ricorderà ancora il Caracciolo (particolare questo poco conosciuto) come “uomo generoso e di cuore veramente italiano” per il grande monumento che nel 1583, a ricordo della famosa Disfida, fece erigere sui campi di Quarato, cioè sullo stesso sito dove, ottant’anni prima, era avvenuto il nobilissimo fatto. Sul monumento in pietra (metri 2 di spessore, metri 7 di altezza e 4 di larghezza) fu messa una lapide con una lunga epigrafe commemorativa; questo monumento fu distrutto nel 1805 dai soldati francesi del 42° Reggimento ch’era in Andria e fu poi ricostruito a proprie spese, nell’anno 1846, dal Capitolo Metropolitano di Trani.

Nel 1582 era già governatore delle province di Otranto e di Bari, quando fu eletto deputato di Matera al Parlamento di quell’anno. Fu certamente in questo periodo, che fece “acconciare” Porta San Biagio a Lecce, come si legge nel Discorso intorno la città di Lecce di Peregrino Scardino che lo ricorda come “‘grandemente riguardevole cavaliere”. E proprio al “General Governator et Capitano a Guerra nelle Provintie di Terra d’Otranto et Bari”, l’Abate Giovanni Michele Martiano dedicava in Otranto in data 15 luglio 1583 la sua rarissima operetta Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno MCCCCLXXX apparsi a stampa per i tipi di Giovanni Bernardino Desa a Copertino, appunto nel 1583. Sempre in quell’anno, lo stesso Ferrante, volle fare offerta alla Madre di Dio, decorandone quindi il tempio di Santa Maria della Croce in Barletta, delle numerose bandiere e stendardi (di ciò ne fa menzione egli stesso nei Commentarii, Lib. I, pp. 15, 34, 44, 53) che nella grande battaglia navale, il coraggioso “maestro di campo” aveva tolto al nemico sconfitto. Infine, è opportuno ricordare che, sempre a Lepanto, Ferrante Caracciolo si segnalò per un tempestivo avviso da lui inviato ad Agostino Barbarigo di un’errata posizione assunta da alcune navi cristiane che, schierate di nuovo in ordine, permisero lo svolgimento preordinato della battaglia. Il prezioso consiglio di manovre dato dal Caracciolo all’Ammiraglio Veneziano Barbarigo, fu segnalato successivamente da Don Giovanni d’Austria a suo fratello Re di Spagna con una lettera del 3 novembre 1575.

Vero retratto dell’armata Christiana et Turchesca in ordinanza, Kupferstich 1571 (Universitäsbibliothek Salzburg, G, 144 III)

 

Il Caracciolo morì il 20 gennaio del 1596 (era nato probabilmente nella prima metà del sec. XVI) dopo aver contribuito largamente all’erezione e alla dotazione della chiesa di Gesù e Maria in Napoli. Oltre alle indubbie doti umane e morali, il Caracciolo in vita manifesto anche buone doti di letterato. Fu infatti autore, oltre che dei già citati Commentarii, di diverse altre opere (ricordate dal Tafuri) di cui solo alcune sono giunte e si conservano manoscritte nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

I Commentarti restano però la sua opera fondamentale e contribuirono sicuramente a dargli ulteriore fama e successo.

Unica opera a stampa del Caracciolo, i Commentarii hanno indubbiamente un buon valore documentario in quanto sono un raro resoconto di prima mano della Battaglia di Lepanto e delle vicende ad essa collegate, una cronaca minuziosa e fedele di quegli avvenimenti a partire dalla dolorosa perdita di Cipro fino ad arrivare alla grande sconfitta dei Turchi. L’opera fu stampata a Firenze nel 1581 da Giorgio Marescotti in tre libri, con una bella impresa tipografica al frontespizio, in 4° piccolo (pp. 8, 137, 9) con legatura in pergamena e con una prefazione di Scipione Ammirato che aveva curato, personalmente, la stampa del libro.

Ritratto di Scipione Ammirato, nelle Istorie Fiorentine, ed. Amador Massi 1641-1647, parte seconda (coll. privata)

 

In alcuni studi già pubblicati sull’Ammirato, si è già dato breve e fugace notizia di questa lettera proemiale (come ad esempio in quello di U. Congedo che, in questo caso, faceva certamente riferimento alle note biografiche del Tafuri sul Caracciolo); ma la fortunata consultazione, in una biblioteca privata, di una copia in ottime condizioni di questa rara opera cinquecentesca, mi hanno convinto dell’opportunità di parlarne più dettagliatamente, in quanto rappresenta, a mio avviso, un’utile testimonianza, non meno interessante, per ribadire i grandi meriti di questo Salentino (che fu letterato, storico, poeta, uomo di grande cultura tenuto in notevole considerazione dai contemporanei) consentendo, nel contempo, di delineare con maggiore efficacia un aspetto forse non adeguatamente valorizzato della sua intensa attività culturale: quello cioè di favorire numerosi letterati del tempo, attendendo (e dando loro, forse, anche un appoggio economico) oltre ai suoi lavori, anche alla stampa dei loro scritti. Testimonianze non certamente sporadiche di questa sua “vocazione mecenatica” che, come scrive il De Angelis, fece arricchire la Repubblica Letteraria, sono oltre i Commentarii del Caracciolo, i vari testi ricordati ne Le vite de’ Letterati Salentini, come il

“Carrafa, ovvero dell’Epica Poesia, Dialogo di Camilla Pellegrino, Primicerio di Capoa, insieme con parte delle Rime di D. Benedetto dell’Uva, Monaco Cassinese, e di Gio:Battista Attendalo”,

di cui si prese cura e fece pubblicare a Firenze nel 1584 presso il Sermatelli; Il pensier della Morte dell’Abate D. Benedetto dell’Uva, le Rime italiane del Rota stampate in Napoli presso Giuseppe Cacci dell’Aquila nel 1572 insieme alle Egloghe Piscatorie; le Lagrime di S. Pietro, di Luigi Tansillo.

La Lettera Proemiale dell’Ammirato è dedicata a un personaggio di rilievo dell’epoca, ovvero

all’Illustrissimo, et eccellentissimo Signore, il Sig. Don Giovanni di Zuniga, Principe di Pietrapertia, Commendator Maggiore di Castiglia; e viceré del Regno di Napoli, Suo Signor”.

Don Giovanni di Zunica, scrive il Parrino, era il secondogenito della Casa dei Conti di Miranda. “Commendator” maggiore dell’ordine di S. Giacomo in Castiglia, luogotenente e capitan generale nel 1579, esercitò per molti anni anche la carica d’ambasciatore al pontefice, fondò a Napoli nelle carceri della Corte della Vicaria, sotto il tribunale della camera, l’infermeria per gli ammalati prigionieri e abbellì la cappella del Palazzo Reale.

La prefazione si apre con un elogio dell’opera definita “esempio vivo, ritratto immortale di tutti quegli avvenimenti” e con un’esplicazione del fine che con la sua pubblicazione s’intendeva raggiungere, quella cioè di servire

in somma non solo per uno stimolo ardentissimo à figliuoli, & successori del nostro Re à pigliare un dì l’arme contra sì potente nimico, ma per un ricordo, & per un’ammonimento securissimo di in che via, & con quali arti si possa cotanta grandezza, & potenza calcare”.

Al di là del suo puro significato storico e letterario e dei rapporti che legavano l’Ammirato alla famiglia del Caracciolo (era segretario di Colantonio Caracciolo, marchese di Vico e zio di Ferrante), quest’opera destò, probabilmente, in lui grande entusiasmo forse più di tante altre, soprattutto per l’argomento trattato, ossia quella lotta contro l’Impero Ottomano per il trionfo della fede cristiana che egli aveva sempre proclamato. Come sacerdote e, appunto, come cristiano, com’è noto, egli infatti scriverà una serie di Orazioni (per la crociata contro i Turchi che allora minacciavano al sud l’Ungheria, dove i Cristiani cadevano a centinaia sotto la scimitarra ottomana) al Papa Clemente VIII (le cosiddette Clementine) in cui, al grido di Dio lo vuole, tentò di accendere nel Pontefice l’ardore della lotta contro i nemici della fede cristiana.

Questo suo spirito, particolarmente sensibile agli avvenimenti politici del tempo (ovvero la minaccia musulmana incombente sulla frontiera orientale dell’Europa) si manifesta chiaramente sempre in apertura quando dichiara con enfasi di essere sempre stato d’opinione

“che non si possa scrivere, né per conseguente legger cosa di maggior utilità, & di maggior beneficio à tutto il Christianesimo; che quella, onde si possa ne petti nostri destar alcun desiderio, ò trovar modo, via, ò arte alcuna, come possa l’orgoglio degli Ottomani dalla virtù della Casa d’Austria essere abbattuto”.

Medaglia commemorativa di Ferrante Caracciolo con la flotta cristiana nel porto di Messina (recensita all’indirizzo web www.christophereimer.co.uk)

 

Tenendo presente che la lettera proemiale ha la data “Il primo dì di Marzo dell’anno 1581. Dalla mia piccola villa, di Fiesole”, certamente l’Ammirato lesse per la prima volta i Commentarii quando si recò a Napoli nel 1580. In quell’anno pubblicava anche a Firenze, sempre presso Giorgio Marescotti, la prima parte Delle famiglie nobili napoletane, opera notevole in cui, allo stesso Caracciolo, dedicava la storia della casa dei principi di Salerno (pp. 57-58), ricordandone le imprese contro i Turchi sia in Puglia, durante il governo di Terra d’Otranto e di Bari, che sul mare a Lepanto, e lodandone altresì il bellissimo torneo che organizzò

“non per donneschi amori, ne per far mostra, & ostentazione dell’attitudine sua nel simulacro dell’opere militari, poiché più volte l’havea fatta vedere nelle vere, ma per significare la sua ottima disposizione verso il suo Principe, de suoi lieti successi rallegrandosi”.

Di questa lettura ce ne dà conferma lui stesso quando, discorrendo nella prefazione ai Commentarii dei pregi dell’opera, dichiara testualmente:

piacque à Dio d’incontrarmi à questi mesi à dietro, che io venni à Napoli, in un libro sottotitolato di Commentarii delle cose fatte da Don Giovanni d’Austria Capitan della Lega contra del Turco, scritto dal Sig. Ferrante Caracciolo Conte di Biccari; dalla cui lettura secondo il mio avviso giudico, che meglio che da ciascuna altra si possa tra così ampio & gran beneficio, s’io non m’inganno”.

Particolare curioso (e questo lo si apprende sempre dalla Lettera) è che l’entusiasmo dell’Ammirato per l’opera del Caracciolo, arrivò fino al punto di mandarla alle stampe all’insaputa e senza l’autorizzazione del Conte, sperando poi in un suo perdono grazie alla dedica al Principe di Pietrapertia, Don Giovanni di Zuniga. Dice infatti testualmente riferendosi al libro:

“Il qual tesoro, che per tal nome non ho rossor di chiamarlo, estimando io, che non dovesse in conto alcuno star sepolto, presi partito di doverne far altri partecipe, & per conseguente di mandarlo alla stampa, come ho fatto; non temendo, che il Conte, il qual dona altrui volentieri delle sue cose, s’habbia à dolere, ch’io mi sia di mio arbitrio fatto delle sue fatiche, & de suoi studi in tal guisa dispensatore. Alla qual cosa, quando pure avvenisse, ho creduto trovar riparo dedicando questa opera a V. Eccellenza a cui sono io certissimo essere il Conte al par di ciascuno altro pieno di desiderio, & di voglia ardentissima di servire”.

Cappella dei Caraccioli in S. Giovanni a Carbonara a Napoli (Incisione di A. Verico – Coll. privata)

 

Un anno dopo la stampa dei Commentarii, ne mandò un esemplare con lettera del 4 marzo conservata nell’Archivio Fiorentino, al Duca d’Urbino sperando “di guadagnarsi con ogni modesto modo qualche piccola parte della grazia di Vostra Eccellenza” e di mettersi al suo servizio. Allo stesso Duca, che aveva partecipato alla battaglia di Lepanto, inviò anche una copia degli Opuscoli, dichiarandosi disposto anche a fare l’albero della famiglia e a recarsi per tale scopo a Pesaro e a Urbino (dal Duca ricevette invece solo ringraziamenti e promesse di aiuto).

La lettera proemiale si chiude infine con un ulteriore elogio dello Zuniga, da cui, probabilmente, come per il Duca di Urbino, sperava di ottenere (anche se non apertamente) protezione e di entrare nelle grazie “non per alcuno (suo) privato interesse” ma come umile “servidore”.

In conclusione, dei successivi rapporti tra l’Ammirato e il Caracciolo sappiamo poco o nulla ma, certamente, non vennero mai meno l’ammirazione e la grande stima per il coraggioso cavaliere napolitano a cui lo legavano, tra l’altro anche vincoli di sangue (la madre dell’Ammirato fu, infatti, anche una Caracciolo e cioè Angiola della Famiglia Caracciolo di Brindisi, pronipote del celebre frate e oratore leccese Roberto Caracciolo). Pensando infatti di comporre una serie di ritratti di cavalieri napolitani e volendo includere fra questi quello del Duca di Airola e di Biccari, con lettera del 22 giugno 1585 conservata presso la Biblioteca Nazionale di Firenze (Ms. VIII di S. Maria Nuova), l’uomo “di grandissime et belle lettere” così gli scriveva per ringraziarlo di un ritratto inviatogli:

“Piaccia a Dio che sia principio di quello che più tempo è che io ho desiderato, cioè di mettere insieme alcuni ritratti di cavalieri napolitani degni per merito o per via d’arme o di lettere, che io lo riputerei a singolar ventura et alla fama et gloria di coloro di cui forse non nuocerebbe”.

 

In “Rassegna Storica del Mezzogiorno”, n. 3/2019, organo della “Società Storica di Terra d’Otranto”, 2019, pp. 89-112.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Sulla Battaglia di Lepanto esiste una vastissima bibliografia. Per questo lavoro si è fatto riferimento, in particolare, a G. A. Athanasiadis-Novas, Discorso Introduttivo, in Il Mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, “Atti del Convegno di studi promosso e organizzato dalla fondazione Giorgio Cini a Venezia, 8-10 ottobre 1971”, a cura di G. Benzoni, Firenze 1974, pp. 3-4; G. A. Quarti, Lepanto: La Battaglia di Lepanto nei canti popolari dell’epoca, Milano 1930, pp. 5-45 (in particolare il capitolo dei “cenni storici” che è corredato da una vasta e preziosa bibliografia sull’argomento); A. Jachino, Le marine Italiane nella Battaglia di Lepanto, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1971, p. 5, 25, 44-45; L. Carrero Blanco, La victoria del Cristo de Lepanto, Editoria Nacional, Madrid 1947, p. 137; A. Wandruszka, L’impero, La casa d’Austria e la Sacra Lega, in Il Mediterraneo, cit., pp. 435-43; S. Andretta, Lepanto, si spezza l’incanto, in “Storia e Dossier”, a. I, n. I, Firenze I novembre 1986, pp. 12-17; A. Olivieri, Il significato escatologico di Lepanto nella storia religiosa del Mediterraneo del Cinquecento, in Aa. Vv., Il Mediterraneo etc., op. cit., p. 264; C. Dionisotti, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del cinquecento, in “Lettere Italiane”, n. 16, 1964, pp. 163-82; G. Gorinì, Lepanto nelle medaglie, in Aa. Vv., Il Mediterraneo etc., op. cit., pp. 153-62; A. Pallucchini, Echi della Battaglia di Lepanto nella pittura veneziana del 500, ivi, pp. 279-87; D. Cantimori, Note su alcuni aspetti della propaganda religiosa nell’Europa del Cinquecento, in “Aspects de la propagande religieuse”, Genova, 1965, pp. 340-51.

Colgo l’occasione per segnalare due rarissimi opuscoli sulla Battaglia di Lepanto descritti nei cataloghi n. 25 del 1984 e nel listino n. 3 degli Autografi della Libreria Antiquaria Grifoni dì Bologna. I testi, sconosciuti agli usuali repertori bibliografici sono: 1) Gio. Battista Nazzari, Discorso della futura et sperata Vittoria contro il Turco; estratto da ì sacri Profeti, e da altre Profetie, Prodigi e Pronostici; per il Bresciano (senza dati tipografici ma, probabilmente 1570. L’autore, un anno prima, interpretando varie profezie, predisse la vittoria di Lepanto). 2) Raccolto (sic) / di tutto il successo seguito da che si fermo (sic) La Santa Lega de / Christiani per N. S. Pio Quinto a / questo giorno. / Nel quale si contiene ogni particolar / avviso della Battaglia et Rotta Navale data all’Armata Turchesca / per il Sereniss. Don Giovanni d’Austria Generale del / l’Armata di detta Santa Lega. / Per avvisi havuti da sua Serenità e da altri / Signori ritrovatisi presenti in detto conflitto. Senza dati tip. (ma Venezia 1571-72). La relazione contiene in dettaglio la composizione dell’Armata della Santa Lega, comandata dall’Imperatore d’Austria, con la dislocazione di tutte le squadre, i nomi delle Galere e rispettivi Comandanti, l’ordine da tenersi in battaglia. Una delle due xilografie a mezza pagina probabilmente riproduce l’immagine del Cristo di cui era munita la nave di Don Giovanni d’Austria.

Per i Salentini a Lepanto cfr., P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, “Bibl. Istorica dell’antica e nuova Italia 89”, Lecce, 1869, vol. II, L. IV, p. 127; L. G. De Simone, De’ Paladini e d’altri Leccesi alla Battaglia di Lepanto, estratto dalla “Rassegna Pugliese”, a. VIII, n. 3-4, Tram, 1891; ma si veda anche C. De Giorgi, La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Galatina, 1975 (rist. fot. dell’ed. di Lecce 1882-1888 con intr. di Michele Paone), vol. II, p. 163; G. Arditi, La Leuca Salentina, Bari, 1906, cap. XX, pp. 92-97; L. Tasselli, Antichità di Leuca, in Lecce appresso gli eredi di Pietro Micheli, 1693, L. III, cap. XII, pp. 384-408; A. Primaldo Coco, La Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) in un documento inedita, Taranto, 1916. Per le notizie su Matteo Calò che durante la battaglia fu anche ferito, cfr. C. Massa, Venezia e Gallipoli, ed altri scritti, (con introduzione, appendice e indici a cura di M. Paone), Galatina, 1984, pp. 32-34. Per la nota su Don Giovanni d’Austria a Soleto cfr. E. Alvino, Salentini a Lepanto, in “Vecchio e Nuovo”, vol. I, n. 2, Lecce, ottobre 1930, pp. 41-43.

Frontespizio della seconda edizione dei Successi stampata a Napoli da Lazzaro Scoriggio nel 1612 (coll. privata)

 

La Biblioteca Provinciale di Lecce possiede, su Lepanto, un testo di notevole interesse letterario. Si tratta del poema in tre canti in ottave, di impianto classico, composto probabilmente nel secolo XVI dall’ignorato scrittore tarantino Scipione Carignano. Il manoscritto è catalogato con il n. 5 e consta di 42 carte. Musa ispiratrice di tutti e tre i canti del poema è Camilla Alagna moglie di Diego Vargas. L’opera del Carignano è stata segnalata e pubblicata da Antonio Edoardo Foscarini su Escamotage, a. I, n. 3, Bari, dic./gennaio 1988, con appunto il saggio Un poema del secolo XVI sulla battaglia di Lepanto.

Il profilo biografico di Ferrante Caracciolo di L. Miglio è nel volume XIX, pp. 352-53 del Dizionario Biografico degli italiani. Possono essere utili, a completamento della scheda biografica, anche il repertorio di Gio. B. Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli (rist. anastatica dell’ed. di Napoli 1754), Forni, Sala Bolognese, Tomo III, pp. 50-53 e l’opera di S. Ammirato, Delle famiglie nobili e notabili napoletane, Parte Prima, le quali per Levar ‘ogni gara di precedenza sono state poste in confuso, in Fiorenza, appresso Giorgio Marescotti, 1580, vol. II, pp. 105-126. Per il periodo trascorso dal Caracciolo in Terra d’Otranto. Cfr. P. Scardino, Discorso intorno la città di Lecce, a cura di Mario De Marco, Cavallino, 1978, p. 31. Di quegli anni sappiamo anche, attraverso l’Infantino, che nel 1582 incaricò il Barone Girolamo Personè “di Pullano, e di Sternatia, dignissimo Padre dell’Abbate Gio: Battista, e di Gio: Paolo Personè gentil’huomini di molto merito, del “ripartimento delle Marine di Pulsano, e Leporano, il quale caricò esercitò egli sempre con ogni puntualità, non solo per quel tempo, che governò la Provincia detto Duca, ma per molt’anni appresso, come appare da diversi ordini datigli in questa materia con tutta l’autorità necessaria” (cfr., G. C. Infantino, Lecce Sacra, a cura di Pietro De Leo, Forni, Bologna, 1973 (rist. anast. dell’ed. di Lecce 1634), pp. 312-313. Per gli anni trascorsi nella provincia di Capitanata e nel governo della città di Barletta, cfr. in particolare S. Loffredo, Storia della Città di Barletta, “Biblioteca istorica della antica e nuova Italia n. 31” (rist. anastatica dell’ed. di Trani 1893), Forni, Bologna 1970, vol. II, L. III, capo II, pp. 99-100; F. S. Vista, Note storiche sulla città di Barletta, Barletta, 1907, pp. 10-14. Per le vicende del monumento fatto erigere dal Caracciolo sui campi di Quarato cfr. invece D. Maselli, Le strane vicende del monumento che ricorda fra Andria e Corato la Disfida di Barletta, in “La Gazzetta di Puglia”, Bari 22.9.1927, articolo riportato da N. U. Gallo in La Disfida di Barletta attraverso la stampa, vol. I, Foggia, 1968, pp. 17-19, con una libera versione in terzine italiane fatte da M. G. Guacci dei versi latini incisi sul monumento. Questi sono stati trascritti dal Loffredo assieme all’iscrizione, scolpita sullo zoccolo della loggia sul portico del tempio di Santa Maria della Croce in Barletta, a ricordo dell’offerta delle bandiere e stendardi strappate ai Turchi. Per la dedicatoria del canonico otrantino Michele Marziano cfr., la nota introduttiva (alla ristampa della rarissima operetta dei Successi dell’armata turchesca nella sua redazione originaria dell’editio princeps fatta a Copertino nel 1583 e di cui si conserva una copia nella Biblioteca Vaticana) di D. Defilippis in Aa. Vv., Gli Umanisti e la Guerra Otrantina. Testi dei secoli XV e XVI, (introduzione di Francesco Tateo), Bari, 1980, pp. 103-113 e anche p. 175 per alcune notizie sul Caracciolo. Nella nota al testo dello stesso Defilippis, si rileva che nel ms. Barber. lat. 4795 della Biblioteca Apostolica Vaticana, sommariamente descritto da Luigi Giuseppe De Simone che lo studiò nell’agosto del 1865, oltre al testo dei Successi, a un epigramma greco di Francesco Arcudi e alla dedicatoria del Marziano, sono riportati anche due brevi componimenti latini in versi di Giovanni Antonio Tumulo, giureconsulto copertinese, dedicati appunto a Ferrante Caracciolo e all’autore (cfr. p. 205). Al Caracciolo furono dedicati anche il Delle Rime di diversi illustri signori napoletani e d’altri nobilissimi ingegni, in Venezia appresso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli 1555, La Moral Filosofia di Anton Francesco Doni tratta dagli antichi scrittori, in Venezia per Francesco Marcolini 1552, l’Historia del Regno di Napoli di A. Di Costanzo, ed. dell’Aquila del 1581, La storia della casa dei principi di Salerno dell’Ammirato contenuta nella I parte delle Famiglie Nobili Napoletane. Le altre sue opere che, a differenza dei Commentarii, rimasero manoscritte, sono: Vita di don Giovanni d’Austria figlio dell’imperatore Carlo V; Dell’origine de’ Caraccioli et de’ Carafi; Nota di 41 famiglie illustri e nobili fuori di seggio et apparentano con quelle di seggio; Discorso del duello intorno al decreto del concilio di Trento dato a Monsignor ill.mo Caraffa a requesta de sua Santità. Della Vìta di don Giovanni d’Austria, si conservano due copie nei manoscritti XVE 35 e XF 31 della Biblioteca Nazionale di Napoli, l’ultimo dei quali, miscellaneo del sec. XVII, contiene anche un elenco delle opere del Caracciolo (cfr., Dizionario Biografico degli Italiani, cit.; Gio. Tafuri, op. cit., pp. 52-53; U. Congedo, La vita e le opere di Scipione Ammirato (Notizie e ricerche), Trani, 1904, p. 76, nota n. 2; S. Ammirato, Delle Famiglie etc., op. cit., p. 108). Girolamo Ruscelli pone il Caracciolo fra i lodatori della Signora Marchesa Del Vasto nella parte II, p. 62 e p. 64 del suo libro Lettura sopra un Sonetto del Marchese della Terza in lode della Signora Marchesa del Vasto (cfr. Gio. B. Tafuri, op. cit., p. 52). Ferrante Caracciolo viene inoltre ricordato da: N. Toppi, Biblioteca napoletana et apparato a gli huomini illustri…, Napoli, appresso Antonio Bulifon, 1678, p. 84; C. Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nel Regno di Napoli, Forni, Bologna, 1967 (rist. an. dell’ed. di Napoli 1844), p. 80 che lo indica come un personaggio che “si distinse nelle lettere e nelle arti”; B. Chioccarelli, De illustribus scriptoribus qui in civitate et regno neapolis ab urbe condita ad annum usque MDCXXXXVI floruerunt, Tomo I, Neapoli, ex officina Vincenzo Ursini 1780, p.165.

Albero genealogico della stirpe di Ferrante Caracciolo (Caraccioli Rossi) fatto da S. Ammirato (dalle Famiglie Nobili Napoletane, Biblioteca Provinciale – Lecce)

 

Frontespizio dei Commentarii di Ferrante Caracciolo stampati a Firenze nel 1581 da Giorgio Marescotti (coll. privata)

 

Per il prezioso consiglio di manovre dato dal Caracciolo all’Ammiraglio Veneziano Barbarigo, si può leggere la lettera di segnalazione di Don Giovanni d’Austria al fratello Re di Spagna, in F. Caracciolo, Memorie della Famiglia Caracciolo, Napoli, 1893-97, vol. II, p. 149 (“…El Conde de Vicari es uno, de los que han asistido en essa jornada mas particularmente por cuya causa suplico à V. Majestad mande tener memoria de èl”). Per il viaggio compiuto a Ginevra per cercare di convincere il cugino eretico Galeazzo Caracciolo, cfr. B. Croce, Una famiglia baronale napoletana del Cinquecento. La conversione di Galeazzo Caracciolo e il distacco da Napoli, in Vita di avventure, di fede e di passione, Milano, 1989, pp. 233-34. Il Croce così narra puntualmente quell’incontro: “Ferrante trovò Galeazzo, il fratel suo (lo chiama così perché erano stati allevati insieme ed erano legati tra loro da una stretta amicizia) in una assai semplice casetta che aveva acquistato in Ginevra e con due soli servitori, lui che soleva avere in Napoli un popolo di staffieri. Passarono alcune ore a guardarsi l’un l’altro con gli occhi pieni di lacrime senza aver forza di dirsi nulla. Finalmente, il cugino, che apportava lettere e commissioni, cominciò a parlargli, mettendogli innanzi agli occhi l’irreparabile rovina della sua casa, la disperazione in cui gettava suo padre e sua moglie, e l’immenso dolore che recava ai parenti, agli amici e all’intera nobiltà napoletana. Galeazzo rispose che a tutto questo aveva pensato, che tutto questo strazio lo aveva sentito, ma che tutto aveva affrontato e tutto avrebbe ancora sostenuto per il suo dovere di coscienza. Il cugino lo conosceva, lo sapeva sennato, prudente e risoluto, e perciò non replicò, non insistè, e si dispose a ripartire senz’altro. Prese, dunque, congedo da Galeazzo, e si dissero addio con nuovo e molto pianto, sapendo tutti e due che in quel momento si rompeva per sempre l’antico nodo di affetto e di familiarità”.

Barletta, Monumento commemorativo della Disfida di Barletta fatto erigere da Fer-rante Caracciolo nel 1583

 

Notizie su Don Giovanni Zunica sono in D. A. Parrino, Teatro eroico, e politico De’ Governi De’ viceré del Regno di Napoli dal tempo del Re Ferdinando il Cattolico fino al presente, in Napoli nella nuova stampa del Parrino, e del Mutii, 1642, tomo I, pp. 319-32, con un ritratto dello stesso Zuniga.

Le fonti sull’Ammirato sono riconducibili, essenzialmente, a U. Congedo, La vita e le opere di Scipione Ammirato (Notizie e ricerche), cit.; D. De Angelis, Le vite de’ Letterati Salentini, Parte Prima, Firenze, 1710; Idem, Della vita di Scipione Ammirato Patrizio Leccese, Lecce, 1706; R. De Mattei, Il pensiero politico di Scipione Ammirato, Lecce, 1959; Scipione Ammirato fra politica e storia, con testi di G. Vese, A. Laporta, M. Proto, R. De Mattei, Lecce, 1986 (quella del Congedo documenta ampliamente sull’Ammirato, fornendo numerose notizie inedite, grazie alla consultazione di numerosi manoscritti e in particolare del Mgb VIII-1481, una specie di copialettere, e il carteggio mediceo dell’Archivio di Stato di Firenze). La piccola villa, di Fiesole a poca distanza da Firenze dove l’Ammirato scrisse la prefazione ai Commentarii era di sua proprietà e per essa pagava una tassa annua di F. 10 all’Estimo di Fiesole. Sull’architrave di questa casa (dove si stabilì definitivamente) si poteva leggere: “Scipio admiratus Reip. Flor. Scriptor” (cfr., U. Congedo, op. cit., pp. 167, 171, 179).

Orazione di Scipione Ammirato dedicata a Clemente VIII e stampata a Firenze dagli “Heredi di Iacopo Guinti” nel 1594

 

La copia dei Commentarii da me consultata è dotata anche di due, ex-libris nobiliari. Attraverso di essi si è potuto accertare a chi era appartenuto il libro. L’ex-libris “Marchionis Salsae” era di Francesco Berio, figlio del patrizio genovese Giovan Domenico Berio, marchese di Salza. Domenico Berio, fece trasformare da Luigi Vanvitelli, a Napoli, nel 1772, il palazzo omonimo, con fronte a Toledo, edificato nel secolo XVII per conto del ricchissimo finanziere portoghese Simone Vaez. Francesco fu invece mecenate di artisti e letterati, e letterato egli stesso. Egli raccolse nei magnifici saloni del palazzo una ricca biblioteca e insigni opere d’arte, fra cui Adone e Venere del Canova. Nel “salotto Berio” che divenne uno tra i più celebri del tempo si riunirono il Canova stesso, il Rossini, lo Scarpa, il Ricci, il Lampredi. Francesco Berio, ultimo maschio della famiglia, morì il 26 dicembre 1820.

La pinacoteca venne divisa fra le quattro figlie, duchessa di Ascoli, contessa Statella, duchessa di San Cesareo e marchesa Imperiali. La biblioteca fu poi inviata e venduta in Inghilterra (il secondo ex-libris ne è infatti una testimonianza ma non ho potuto appurare a quale famiglia, appartenesse), e il gruppo del Canova, che era costato al Berio 6000 ducati, fu venduto per 2000 Luigi al negoziante Favre, che se lo portò a Ginevra (cfr., G. Doria, Le strade di Napoli saggio di toponomastica storica, Milano-Napoli 1971. Devo, la segnalazione di questo testo all’amico Alessandro Laporta che colgo l’occasione per ringraziare).

Dedicatoria di Scipione Ammirato posta innanzi alla storia della casa dei principi di Salerno in “Delle Famiglie nobili napoletane”, nell’edizione fiorentina del 1580 di Giorgio Marescotti

 

I Successi dell’Armata Turchesca di Giovanni Michele Martiano, sono stati ristampati grazie alla disponibilità di Enzo Carlino “appassionato bibliofilo” che nella sua scelta collezione libraria possiede l’unica altra copia al mondo conosciuta dagli studiosi oltre quella posseduta dalla Biblioteca Vaticana a Roma. La ristampa dell’editio princeps, primo libro messo a stampa dal primo tipografo di Terra d’Otranto, è a corredo dell’importante studio di A. Laporta, Due libri importanti della biblioteca di Enzo Carlino. Martiano e Marciano, in Libri parole biblioteche. Studi in onore di Lorenzo Carlino, a cura di Rosario Jurlaro e Alessandro Laporta, presentazione di Mario Spedicato, Lecce 2016, pp. 256-272. Si vedano infine su Lepanto i recenti studi di M. Capotorti, Lepanto tra storia e mito, Arte e cultura visiva della controriforma, Galatina 2011 e, soprattutto, In nomine Domini canis. I Domenicani nel Salento e a Copertino tra espansione e declino, a cura di Eugenio Bruno e Mario Spedicato, Trepuzzi 2014; Il Rosario della gloriosa Vergine. Iconografia e Iconologia Mariana in Terra d’Otranto (secc. XV-XVIII), a cura di Eugenio Bruno e Mario Spedicato, Lecce 2016.

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