di Marcello Gaballo
Una delle più drammatiche e misconosciute pagine della storia moderna di Nardò si consuma il 20 agosto 1647, nel pieno dei moti popolari che sconvolsero il Regno di Napoli sulla scia della rivolta di Masaniello.
A distanza di un solo giorno dai fatti, il vicario generale della diocesi, Giovanni Granafei, scrive al vescovo Fabio Chigi – futuro papa Alessandro VII – una lettera conservata nella sua corrispondenza privata oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana.
L’epistola, datata 21 agosto 1647, riferisce con tono apparentemente distaccato l’orribile uccisione pubblica di sei sacerdoti neretini: “Con due altre mie ho accennato a V. S. Ill.ma le grandi calamità nelle quali si trova hoggi di questa povera Città coll’occupazione delle revolutioni de’ popoli, et mi pesa che seguitano maggiori; hieri a pranzo furo fatti morire et decollati sei preti cioè Ab. Benedetto Trono, Ab. Gio. Carlo Collucci, Ab. Donato Antonio Roccamora, Ab. Gio. Filippo De Nuccio, Canonici, D. Francesco Maria Gaballone, oltre dui altri laici, et dui altri che furo decollati quattro giorni sono et da sei altri laici stanno carcerati con intenzione di farli morire, et tutto questo si fa con ordine de superiori sotto pretesto che fussero incorsi in crimine lease maiestatis in primo capite per causa di congiura et rebellione”.
Parole che fanno tremare, riferite con apparente freddezza, come se il vicario – testimone diretto dell’eccidio – tentasse di contenere, mascherare o almeno moderare l’orrore della strage. A colpire è l’assenza di un giudizio netto sui carnefici, la rapidità con cui passa dalla menzione dei morti al computo dei benefici vacanti, come se la tragedia si fosse già trasformata in contabilità ecclesiastica: “Morì anco ieri D. Marco Ant.o Petrarca, pure Canonico per infermità, di modo che vacano cinque canonicati; quel che possedeva l’Abbate Trono sotto il titulo di S. Pietro Apost.o frutta da ottanta ducati, quel dell’Abbate Collucci sotto il titulo di S. Theodoro frutta da trenta ducati, quel dell’Abbate Roccamora sotto il titulo di S. Ger(onim)o frutta pure da ottanta ducati; li dui altri sono tenuissimi, uno non arriva a diece ducati, et l’altro è gravato di porzione”.
La freddezza contabile di fronte ai cadaveri ancora caldi si colora appena di cordoglio quando Granafei aggiunge: “Lo scrivo a V. S. Ill.ma con cordoglio sapendo il disgusto ne sentità”, ma subito dopo riprende la cronaca, quasi a rifugiarsi nell’elenco degli eventi, per non lasciarsi travolgere dalle emozioni.
Il momento è in effetti gravissimo. L’intera città è nel caos, e l’arrivo del Conte di Conversano, la sera stessa del massacro, è un fatto cruciale, ignorato finora dalle ricostruzioni storiografiche. Scrive infatti il vicario: “similmente arrivò qua hier sera il S. Conte di Conversano con il S. Duca e dui altri suoi figli et porta con esso da quattrocento persone, e si stà in arme”. L’evidente speranza di una restaurazione dell’ordine si riflette nella chiosa: “Qua si spera che con questa venuta del S. Conte si terminaranno questi tumulti, et turbolenze, che quando altro succedesse questa città sarà persa à fatto”.
Eppure nulla viene detto della reazione popolare alla sua entrata, né di eventuali tentativi di giustizia o pacificazione. Il tono resta misurato, distante, come se Granafei non volesse esporsi troppo, né nei confronti degli insorti né delle autorità.
A rendere ancora più cupo il quadro è il blocco dell’economia locale: “Li mercanti non fanno nessuna sorte di negotio né cambi, come conforme avvisai con il passato”, segno che la città è stretta da una paralisi totale, non solo religiosa e istituzionale, ma anche commerciale. Persino la Mensa vescovile, cioè la proprietà fondiaria della diocesi, viene abbandonata dagli affittuari e giardinieri, “che hanno lasciato ogni cosa, et se ne son fuggiti”.
Infine, in una confessione che squarcia per un attimo il velo dell’apparente impassibilità, il vicario ammette: “Mi perdoni la S. V. Ill.ma se non scrivo di pugno proprio stante che li correnti travagli tengo la testa smarrita”.
È in questa frase, forse più che altrove, che si coglie la profondità della crisi interiore di un uomo di Chiesa che ha visto sgozzare i propri confratelli, che è rimasto impotente davanti alla furia popolare, che ora scrive sotto dettatura perché la mano non riesce a seguire il pensiero.
Questa lettera, sconosciuta agli storici e rimasta sepolta per secoli nell’archivio vaticano, getta nuova luce non solo sull’eccidio del 1647, ma anche sulla complessa psicologia di un clero di frontiera, sospeso tra doveri istituzionali, paura fisica e muta adesione alla forza dei fatti. Giovanni Granafei fu testimone silenzioso e smarrito di un evento troppo grande per essere giudicato, troppo atroce per essere narrato senza spezzare la voce.
*Fonti principali:
- Biblioteca Apostolica Vaticana, Carteggio Granafei–Chigi, lettera del 21 agosto 1647
- Archivio Storico Diocesano di Nardò, Fondo Capitolo Cattedrale
- Galasso, L’Italia nel Seicento, Laterza
- Musi, Il Regno di Napoli nell’età moderna, Morano
- Rosario Villari, La rivolta di Masaniello, Einaudi.
Per approfondire vedi anche:
20 agosto 1647. Per non dimenticare mai – Fondazione Terra D’Otranto (fondazioneterradotranto.it)
