
di Saverio De Marinis
Perseguendo, ben oltre le ricerche genealogiche, lo studio dei documenti anagrafici è possibile guadagnare informazioni utili ai fini della descrizione e della comprensione della vita nelle singole comunità e quindi di intere regioni, secondo classi sociali, settori d’attività e loro interazioni e sviluppi tanto da potersi intendere come fonte irrinunciabile per la ricerca storiografica moderna.
Un primo, per così dire immediato, quasi spontaneo campo di indagine che si propone quasi da sé è certamente quello inerente la frequentazione degli antroponimi che va ben oltre la semplice, generale constatazione della riproposizione del nome dell’avo maschile, nel Meridione per lo più a generazioni alternate.
In questo ambito un marcante fenomeno “anomalo” si può riscontrare, per quanto mi permette di affermare la mia ricerca sicuramente non esaustiva, almeno in estese aree dello Stato delle Due Sicilie, tra il quarto e il quinto, sin’anche al sesto decennio del XIX secolo, riproducendosi, affievolendosi, poi secondo la tradizione commemorativa familiare, nella seguente generazione, esso riguarda l’estemporaneo e numericamente considerevole ricorso all’antroponimico femminile Filomena, tanto da mostrarsi come una vera e propria moda che interessò in modo particolare le classi popolari, contadine ed artigiane.
Questo fenomeno si deve ad una narrazione religiosa che se ebbe origine in una scoperta archeologica, che solo qualche decennio più tardi si dispiegò in tutta la sua carica propagandistica facendo trasmigrare l’”invenzione” originariamente intesa nel suo senso ecclesiastico, all’accezione retorica che ne determinò il successo, per finire col ridursi, smascherandosi, al suo significato più corrente.
La scoperta che avvenne a Roma, nelle Catacombe di Santa Priscilla sulla via Salaria, il 25 maggio 1802, portò alla luce i resti di una giovane donna, accompagnati dal corredo di una ampolla contenente un essiccato, coperti da tre lastre in terracotta esibenti le scritte in caratteri latini LUMENA / PAX TE / CUM FI ed alcune figure simboliche (due ancore, tre frecce, un fiore e una palma) datate al III – IV secolo. Si credette allora ad un accidentale inversione delle tegole che riordinate dettero l’iscrizione epigrafica PAX TECUM FILUMENA; i simboli, in particolare la palma e le armi d’offesa furono velocemente interpretati come simboli di martirio, il fiore di castità dando lato all’identificazione della sepoltura col sacro deposito di una martire coeva alle persecuzioni dioclezianee, epoca in cui allora si riteneva di poter datare l’insieme delle sepolture priscillanee, l’essiccato si volle essere il suo sangue.
L’iniziale interesse religioso, siamo nell’epoca degli stati napoleonidi, si mantenne relativamente circoscritto, ciò rese dapprima facile la realizzazione dell’iniziativa promossa dal parroco del paese avellinese Mugnano del Cardinale, Francesco De Lucia, il quale ottenne nel 1805 d’ospitare le sacre reliquie nella Chiesa della Madonna delle Grazie, ove, in breve, si succedettero le prime denunce di eventi miracolosi, a ragione dei quali, Papa Leone XII concesse all’oramai divenuto santuario anche il corredo lapideo.
Già allora l’interpretazione e l’identificazione con una martire erano alquanto controverse, era soprattutto l’assenza della altrimenti ritenuta attendibile indicazione “martyr” a far dubitare.
Negli anni della Dominazione Francese la devozione rimase tuttavia piuttosto sottotono, circoscritta all’ambito locale, inevitabilmente per una figura sprovvista di una propria agiografia, gli stessi ambiti di intervento devozionale erano piuttosto generali, guarigioni, nemmeno riconducibili ad una sfera prettamente femminile.
La venerazione si ripropose con forza negli anni della Restaurazione, tra un moto rivoluzionario e l’altro; il rilancio che promosse la vasta diffusione del culto ebbe inizio nel 1833 con la “Rivelazione” a suor Maria Luisa di Gesù, 1799 – 1875, una religiosa, serva di Maria Addolorata, mistica ed esegeta, secondo la quale la santa stessa, apparsa le avrebbe rivelato la sua storia di principessa (!?) greca, corcirese, cristiana, trasferitasi tredicenne nella capitale, decisa di darsi tutta a dio, si era rifiutata a Diocleziano e da questi martirizzata.
L’agiografia della santa ricalca con sospetto quella di Santa Caterina di Alessandria, culto ancora vivo nel Meridione ex bizantino (penso non sia qui necessario elencare le innumerevoli testimonianze in Terra d’Otranto di una devozione perdurante nei secoli), vittima delle brame e dell’imperatore Massenzio (o Massiminio), chiamata a redimere col suo esempio. A ragione di ciò propendo a sottintendere alla promozione filomenea, almeno in certi singoli ambiti locali, l’intento di scalzare con la figura che scelse Roma, il culto bizantineggiante di Margherita che viveva già dalla Metà del Settecento una sua riattualizzazione.
La “Rivelazione” agiografica in se, probabilmente non sarebbe giunta a quel grande successo se non fosse stata accompagnata e sorretta dal mirato intervento operato da Pauline Marie Jaricot, 1799 – 1862, fondatrice dell’Opera Propaganda Fede e del Rosario Vivente, la quale paralizzata da anni, recatasi in pellegrinaggio a Mugnano ne ritornò guarita; il miracolo gli valse l’anno stesso l’autorizzazione pontificia della sua iniziativa, 10 agosto 1833, che naturalmente si fece mezzo fondamentale per la diffusione del culto di Filomena.
Con la pubblicazione dell’agiografia si specificarono anche gli ambiti d’intervento della devozione ma fu soltanto l’intervento, anch’esso contemporaneo, di Jean Marie Baptiste Vianney, 1786 – 1856, meglio noto con la qualifica di “Curato d’Ars” che ne precisarono e contestualizzarono l’ambito di competenza.
Armato dell’esempio della neo-rivelata giovane martire il sacerdote si fece fautore di una vera e propria crociata reazionaria contro la depravazione dei costumi e della morale che egli imputava essere prodotto della Rivoluzione Francese e dell’esportazione napoleonica. Le sue veementi campagne, coronate da successo, promulgarono la chiusura delle osterie ed il divieto di tenere balli, viaggiarono attraverso la diffusione delle sue prediche che rispecchiano per il tono gli aspetti più bui della Restaurazione, tra revanscismo e necessità di riaffermazione ecclesiastica, moralistiche e reazionarie, erano contrassegnate dal più marcato misoginismo ed esaltavano il sacramento della confessione.
Si fa qui opportuno introdurre alcune annotazioni storiche. Sarà pur vero che l’°Epoca Francese” con la soppressione degli Ordini religiosi e delle Confraternite e il programma di laicizzazione della cultura e dei costumi furono in grado di modificare, in parte e temporariamente, le abitudini delle società italiane in senso liberale, liberalità peraltro non sconosciute almeno nei grossi centri cittadini prerivoluzionari, anche meridionali ma è indiscutibile, storiograficamente documentato, che i comportamenti messi all’indice come depravazioni morali erano fenomeni sociali che avevano origine e causa piuttosto nella ristrutturazione delle compagini sociali continentali riconducibili ai processi di industrializzazione in atto oltre le Alpi e che, per la sostanziale liberalizzazione dei mercati, si riflettevano con le loro ciclicità inevitabilmente anche in realtà “provinciali”, ancora prettamente agrarie, del Continente, ancora molto lontane dall’introduzione della macchina come la salentina, la quale, proprio per la peculiarità di un’agricoltura prevalentemente di esportazione si trovò maggiormente esposta.
Si pensi, a proposito, ai drammatici effetti delle carestie degli anni 1845 e ‘46 e la crisi generale che ne seguì la quale significò, a causa della caduta della domanda dei prodotti tessili, l’interruzione del lavoro domiciliare prestato dalle filatrici e tessitrici salentine, indispensabile per le economie domestiche, il quale riprese, una volta passata la crisi, a livelli nettamente inferiori per cedere completamente alla concorrenza delle filande nordeuropee entro il decennio seguente.
Sotto la pressione del mercato allora relativamente globalizzato (leggi dominato dagli interessi inglesi), già ben prima si andarono aggravando le condizioni di vita della maggior parte dei contadini e degli artieri che vivevano nelle economie comunali al traino dei primi; miseria ed insicurezza caratterizzarono le loro quotidianità continuando a peggiorare almeno per tutto il corso del secolo.
Conseguenze ne furono fenomeni prettamente sociali, e non morali, tra cui l’innalzamento dell’età matrimoniale dovuto alle crescenti difficoltà di metter su casa, quello degli indici delle nascite “illegittime” e del ricorso alle esposizioni della prole naturale come anche della legittima. Gli anni della grande crisi della seconda metà degli anni Quaranta del secolo furono anche quelli in cui si registrarono i picchi delle esposizioni e in correlazione, quelli negativi dei riconoscimenti dei figli naturali.
Su questo terreno agì ed ebbe presa, grazie al forte supporto garantito dalla copertura territoriale data dal clero secolare, la campagna moralizzatrice e colpevolizzatrice del curato francese che non casualmente colse l’invenzione di santa Filomena come modello da additare al mondo femminile.
Così avveniva che nel grave momento, tra i dolori delle doglie e le paure avvertite nel corso del parto e nel puerperio, la donna, ammettendo di fronte alla santa invocata la propria colpa, perché in ogni caso colpa c’era, faceva voto espiatorio promettendo di imporre il nome della vergine alla figlia, frutto del peccato, promettendo con ciò di avviarla al suo santo esempio. Il nome Filomena è riscontrabile particolarmente tra le nascite “naturali” – riconosciute dalla sola madre – e, nella misura che era realizzabile l’intervento, tra quelle pseudo esposte (registrate come di genitori ignoti, venivano consegnate dall’autorità comunale per il baliatico alla effettiva madre dandogli così modo di assicurarsi con la “mesata”, lo stipendio per il servizio di allattamento, una misera entrata resasi in particolari frangenti assolutamente indispensabile per sopravvivere).
L’ampolla che si voleva credere contenesse il sangue della martire rivelò contenere profumi, usuale corredo del tempo anche per sepolture cristiane; le tegole di copertura poterono essere indentificate come materiale di reimpiego provenienti da differenti precedenti sepolture, tanto che negli anni Sessanta del secolo passato la Sacra Compagnia dei Riti e della Riforma Liturgica tolse la santa dal calendario liturgico e dal martirologio romano, per i misteri propri della Chiesa di Roma nel medesimo giro d’anni Pauline Jaricot venne beatificata proprio a ragione del miracolo ricevuto, il curato fatto precedentemente santo fu additato da Giovanni XXIII come modello per i sacerdoti.

A Lecce nel 1836 è istituito l’orfanotrofio femminile di S. Filomena affidato alle suore della Carità, inaugurato nel soppresso monastero dei Cappuccini della Madonna dell’Alto. Successivamente vi si annette un “educandato per fanciulle di civile condizione (M. Paone)”