di Marcello Gaballo
Nel cuore di settembre, quando i lavori agricoli dell’estate andavano concludendosi, Leverano si animava per la fiera del Crocifisso, che si teneva il 17 settembre, come attesta un atto notarile del 1752: “la fiera del Crocifisso a Leverano che si tiene il 17 settembre”.
Si trattava di un evento commerciale di rilievo nel panorama salentino, che rientrava nel più ampio circuito delle fiere rurali del Regno di Napoli, le quali avevano un’importanza strategica sia economica sia sociale. Le fiere erano infatti istituzioni riconosciute, spesso franche, ovvero esentasse, concesse dal sovrano a università o feudatari, e si tenevano in date fisse in località accessibili; erano occasioni in cui la popolazione locale e forestiera si incontrava per vendere, acquistare, scambiare, spesso con la garanzia di libertà di commercio temporanea. Gli animali costituivano il cuore pulsante di queste fiere, e la fiera di Leverano era ben nota per il commercio di bovini.
Già nel 1710 si ha notizia, da un atto notarile, di una compravendita di “buoi alla fiera di Leverano”, chiaro segnale che la manifestazione era ben radicata almeno dai primi anni del Settecento, con un peso non secondario nell’economia zootecnica del territorio. Ne è ulteriore prova concreta una testimonianza contenuta in un atto notarile del 1735, in cui il sacerdote Giacomo Marrello di Copertino riferisce di essersi recato “alla fiera di Leverano, che si teneva in settembre, per acquistare due vacche”. Lì incontrò Luca Giovanni Verdesca, “massaro della masseria Annibale, che vendeva numerosi capi di bestiame”.
La trattativa però non andò a buon fine: “non fu accordato l’acquisto di una vacca per 38 ducati”, prezzo tutt’altro che modesto, a dimostrazione del valore economico di questi animali in un’economia fondata sulla zootecnia e sull’uso agricolo della forza bovina. Marrello aggiunge che lo stesso Verdesca “pochi giorni dopo era stato anche alla fiera di Mesagne, dove aveva venduto gran parte dei capi, tornandosene con soli 10 capi”.
Questo passaggio evidenzia quanto le fiere costituissero un circuito stagionale per i massari, che le percorrevano per vendere il bestiame eccedente o inadatto alla stagione successiva.
Leverano, dunque, rientrava pienamente in questo itinerario commerciale, e la sua fiera rappresentava un nodo rilevante per chi gestiva mandrie e armenti. Le fiere erano anche momenti in cui si concludevano contratti, si scambiavano denari, si raccoglievano crediti, si regolavano conti, si prendevano accordi matrimoniali o agrari; la loro funzione, quindi, andava ben oltre la compravendita di beni, configurandosi come una sorta di “centro economico provvisorio” della campagna.
Il legame tra fiera e religione, testimoniato dalla dedica al Crocifisso, non era affatto secondario: le fiere si tenevano spesso in occasione di feste religiose, rafforzandone la legittimità popolare e garantendo l’afflusso di visitatori. A Leverano, come altrove, la fiera costituiva un momento di intensa partecipazione sociale: vi prendevano parte contadini, mercanti, osti, calzolai, speziali, fabbri, monaci, artigiani, soldati in licenza e intere famiglie rurali.
La fiera del Crocifisso, oggi dimenticata, sopravvive nei rogiti notarili e nella memoria documentaria di chi ne ha testimoniato indirettamente l’attività: eppure, attraverso la voce scritta di un sacerdote in cerca di vacche, quella di un massaro itinerante, e persino di un anonimo acquirente di buoi nel 1710, possiamo restituire corpo e voce a uno dei tanti momenti in cui il Salento contadino sapeva trasformarsi in terra di scambi, incontri e opportunità.
