di Marcello Gaballo
Nel cuore del Seicento, il convento di Sant’Antonio a Nardò fu teatro di un episodio drammatico e sconvolgente, rimasto per secoli ignorato dalla storiografia ufficiale e oggi tornato alla luce grazie a una corrispondenza privata custodita nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Si tratta di una poderosa raccolta di oltre 800 carte manoscritte contenente le lettere inviate al vescovo di Nardò Fabio Chigi – futuro papa Alessandro VII – dal suo vicario generale Giovanni Granafei, tra gli anni 1635 e 1639.
In una di queste lettere, datata 1637, il vicario riferisce un fatto tanto inquietante quanto delicato: il suicidio di un frate riformato, avvenuto all’interno del convento di Sant’Antonio. Scrive Granafei: «alcuni dicevano fusse spiritato et altri che fusse impazzito per una malia fattali, e dicendo lui medesimo molte parole d’heresia che finalmente di mezza notte si buttò dentro una cisterna, dove s’affogò».
Le parole del vicario disegnano un quadro complesso, in cui si intrecciano psicosi, sospetti di possessione, eresia e superstizione. L’uomo, un frate riformato di circa trent’anni, secondo alcuni “spiritato”, secondo altri vittima di una “malia” — forse una fattura, un maleficio —, avrebbe pronunciato frasi eretiche, culminando poi in un gesto estremo e tragico: “di mezza notte si buttò dentro una cisterna”.
Il suicidio, già in sé gravissimo per un religioso, è aggravato dal sospetto che il frate fosse in preda a idee eterodosse, un’accusa che, in pieno clima post-tridentino, poteva implicare conseguenze ben più gravi della morte stessa.
La reazione della comunità religiosa fu improntata al silenzio e alla dissimulazione. Prosegue infatti la lettera: «la matina li frati s’accorsero che il Padre non era nella cella, cercorno per tutto il monasterio e non potendolo trovare poi avanti la bocca della detta cisterna trovarono la […] et il laccio […] che s’havea buttato e cavatolo fuori di notte lo sepelirono e finsero di haverlo mandato ad un altro monastero».
I confratelli, temendo lo scandalo e forse le indagini inquisitoriali, decisero di occultare l’accaduto: recuperarono il corpo nottetempo, lo seppellirono in segreto e diffusero la versione ufficiale secondo cui il frate era stato trasferito in altro convento.
Ma la notizia trapelò, e ben presto “i Parenti del frate morto fanno fiera che vogliono vedere il cadavero, e per la Città vi è un gran sussurro, non senza un grave scandalo e vi sono molte cantilene, che ho procurato di sedare questo fatto”. Le pressioni dei familiari per visionare il corpo, le voci insistenti, il diffondersi di cantilene — probabilmente canti satirici o popolari — evidenziano quanto l’evento avesse turbato profondamente la comunità cittadina.
Il vicario Granafei si attivò per calmare gli animi, probabilmente anche per tutelare la reputazione del clero locale e del convento stesso, in un periodo in cui l’autorità ecclesiastica era sotto stretta vigilanza da parte della Santa Sede.
L’episodio resta emblematico di un clima spirituale e sociale teso, in cui il confine tra malattia mentale, eresia e possessione era sfumato e pericoloso. La figura del frate suicida si inserisce nella lunga e poco indagata vicenda della malattia religiosa, di cui altri esempi si riscontrano nella corrispondenza del tempo.
Eppure, nonostante la gravità del fatto e le sue ripercussioni pubbliche, nessuna memoria sembra essere rimasta nella tradizione storiografica o agiografica locale. Nessun cronista, nessuna cronaca conventuale, nessuna iscrizione lo ricorda.
Solo grazie alla minuziosa corrispondenza tra il vescovo Chigi e il suo vicario, possiamo riportare alla luce un frammento oscuro e scomodo del Seicento salentino: la vicenda dimenticata di un giovane frate, forse malato, forse travolto da visioni e tormenti interiori, che trovò nella cisterna del convento l’unica via di fuga da un mondo che non seppe o non volle comprenderlo. E dietro di lui, il velo del silenzio calato da una Chiesa preoccupata più dello scandalo che della verità.
