Medicina e salvezza dell’anima: quando il vicario di Nardò impose ai medici come agire di fronte ai loro pazienti (1637)
di Marcello Gaballo
Nel 1637, a Nardò, in pieno territorio della Terra d’Otranto, il vicario generale Giovanni Granafei, con un atto risoluto e poco conosciuto dalla storiografia medica ed ecclesiastica locale, decise di richiamare severamente i medici all’osservanza di una bolla pontificia emanata oltre settant’anni prima, stabilendo un ordine che fondeva medicina del corpo e salvezza dell’anima.
La sua comunicazione fu inviata, come consuetudine, al vescovo Fabio Chigi — futuro papa Alessandro VII — e oggi è conservata all’interno di una poderosa raccolta manoscritta di oltre 800 carte nella Biblioteca Apostolica Vaticana, preziosa testimonianza della vita ecclesiastica del Salento tra il 1635 e il 1639.
Con linguaggio chiaro e autoritario, Granafei scrive: “A tutti magnifici medici di Nardò ho fatto un ordine generale conforme la Bolla di Pio V che fatte le tre visite ad un infermo subito lo facciano confessare e comunicare e recusando diano aviso per provvedere e tutto ciò per levare il […] abuso che è qui, che molti si riducono all’ultimo punto di morte”.
L’abuso a cui il vicario fa riferimento era la consuetudine, divenuta ormai prassi, di rimandare i sacramenti fino agli ultimi istanti di vita, con il rischio che molti morissero senza aver ricevuto né la confessione né la comunione, con conseguente “pericolo per l’anima” e, sotto il profilo ecclesiastico, uno scandalo grave per l’ordine morale e dottrinale della comunità cristiana.
Il provvedimento del vicario si rifaceva direttamente alla bolla “Supra gregem Dominicum” promulgata da Papa Pio V (Antonio Ghislieri) l’8 marzo 1566, uno dei primi atti del suo pontificato.
Con questo documento, il pontefice stabiliva che nessun medico avrebbe potuto continuare le cure di un ammalato che, entro tre giorni dalla prima visita, non si fosse confessato. Trascorso tale termine, il medico era tenuto a sospendere ogni intervento, salvo presentazione di una dichiarazione scritta, firmata dal confessore, che attestasse l’avvenuta amministrazione del sacramento.
La sanzione per chi trasgrediva non era lieve: veniva interdetto dalle chiese, privato del titolo, espulso dai collegi e soggetto a multe determinate dal vescovo del luogo. Inoltre, nessun collegio universitario poteva più conferire il titolo di dottore in medicina a chi non avesse giurato, in atto pubblico, di osservare rigorosamente tali prescrizioni.
La misura imposta da Granafei ai medici neretini nel 1637 fu quindi l’applicazione locale di un provvedimento romano che, pur pensato per un contesto di rigido controllo post-tridentino, aveva trovato in molte realtà periferiche una scarsa osservanza o addirittura era caduto nel dimenticatoio.
La preoccupazione del vicario era concreta e pastorale: impedire che la morte cogliesse i fedeli senza i sacramenti, rafforzando il presidio spirituale in un’epoca in cui malattie e pestilenze rendevano la fine della vita improvvisa e spesso senza accompagnamento ecclesiale.
Va notato come queste misure riflettano una visione della medicina profondamente subordinata alla teologia morale e al diritto canonico. Il medico, in quanto professionista, era anche e soprattutto un garante della salute eterna dell’anima del paziente, e il suo operato doveva essere conforme non solo alle leggi della natura, ma anche a quelle della Chiesa. L’esistenza stessa del medico, il suo diritto a esercitare, la sua reputazione pubblica, erano legati al rispetto delle norme spirituali.
Tuttavia, si deve constatare che questa normativa fu raramente applicata con rigore e che, nel corso del tempo, venne spesso ridimensionata, soprattutto nelle città più grandi dove il pluralismo medico (e spesso la presenza di ebrei e non cristiani in ambito sanitario) rendeva tali imposizioni impraticabili.
Proprio per questo il gesto di Granafei nel contesto di Nardò, diocesi medio-piccola ma importante del Regno di Napoli, acquista un valore eccezionale. Esso rappresenta un tentativo locale di ripristinare la disciplina tridentina, richiamando la medicina a un vincolo religioso in un momento in cui, evidentemente, tale vincolo si stava allentando.
Ad oggi, non risulta che questo ordine sia mai stato trascritto o commentato nelle fonti locali; nessuna cronaca medica o ecclesiastica ha riportato l’eco del decreto, né se ne ha memoria negli archivi notarili della città. Solo la lettera inviata al vescovo Chigi, e conservata in Vaticano, ne tramanda l’esistenza, consentendo di restituire alla luce un episodio emblematico dell’intersezione tra medicina, diritto canonico e prassi pastorale in un’epoca in cui la cura del corpo e quella dell’anima erano tutt’uno.
