di Marcello Gaballo
La figura del pittore salentino Donato Antonio D’Orlando (Nardò, 1562 – Racale, 1636) si arricchisce di un nuovo e rilevante capitolo, che amplia il profilo artistico di uno dei protagonisti del manierismo meridionale post-tridentino. Se già il ritrovamento umbro di una sua pala nella chiesa di San Gregorio di Atri, vicino Cascia, attribuitagli da Gian Paolo Papi, aveva aperto prospettive inedite sul suo raggio d’azione, il saggio dello storico croato Vinicije B. Lupis pubblicato nel 2018 (Due pale d’altare manieriste della Madonna del Carmine: Cesare Calise da Brsečine e Donato Antonio D’Orlando a Luka Šipanska, in DOMETI. Rivista scientifico-culturale della Sezione della Matica hrvatska di Fiume, IV [2018], pp. 159–180) consente di collocare l’attività di D’Orlando ben oltre i confini del Salento, fino all’area adriatica della Croazia meridionale. Devo questa importante segnalazione all’amico Giovanni Boraccesi, da sempre attento alle vicende storico-artistiche della nostra Diocesi.

Lupis, profondo conoscitore del patrimonio artistico della Dalmazia, ha attribuito a D’Orlando una pala d’altare raffigurante la Madonna del Carmine con san Biagio e san Francesco di Paola, oggi conservata nella chiesa parrocchiale di San Stefano a Luka Šipanska, sull’isola di Šipan (arcipelago delle Elafiti, nei pressi di Dubrovnik). L’opera ripropone lo schema iconografico tipico della devozione carmelitana diffusasi dopo il Concilio di Trento: al centro la Vergine del Carmelo, incoronata da angeli e sovrastante le Anime purganti, ai lati i santi protettori della comunità. La composizione, la rigidità delle figure, i panneggi appena flessuosi e soprattutto la tipica decorazione di matrice manierista riconducono, secondo Lupis, con fondatezza alla mano del pittore neritino.

pala d’altare della Madonna del Carmine, con san Biagio e san Francesco di Paola, (foto: Živko Šikić), chiesa parrocchiale di San Stefano, Luka Šipanska (tratto dalla citata rivista croata)
Elementi stilistici e formali rafforzano questa attribuzione. Oltre alla tipica fisionomia dei santi, simile a quella osservabile in numerose pale salentine del D’Orlando (come le figure presenti in opere conservate a Casarano, Galatone, Martina Franca, Miggiano, Muro Leccese, Nardò, Racale, Soleto, Ugento, Uggiano la Chiesa e Seclì), colpisce soprattutto il trattamento degli ornamenti decorativi. Particolarmente significativi sono gli arabeschi dorati, i profili e le vesti della Vergine e dei santi, purtroppo non ben visibili nella foto, eseguiti con una maestria che trova pieno riscontro nelle opere documentate del pittore salentino.
Un confronto particolarmente illuminante si può stabilire con la tela di Sant’Eligio, conservata nella chiesa del Carmine a Nardò. In quest’opera, eseguita probabilmente intorno al secondo decennio del Seicento e restaurata nel 1997, gli arabeschi si distendono lungo il bordo del baldacchino che sovrasta il santo e decorano finemente l’abito liturgico di Sant’Eligio, patrono degli orefici e dei fabbri. La qualità della doratura, il disegno preciso e regolare degli arabeschi, la brillantezza della foglia oro applicata a guisa di ricamo fastoso, sono elementi pienamente analoghi a quelli che Lupis descrive nella pala croata.

Non si tratta di semplici ornamenti accessori, ma di veri e propri elementi strutturali del linguaggio pittorico di D’Orlando, attraverso i quali il pittore conferisce solennità liturgica e ricchezza visiva alla scena sacra. A Luka Šipanska, come a Nardò, tali decorazioni non risultano eccessive o baroccheggianti, ma inserite con misura e sapienza nel contesto compositivo, a sottolineare la regalità spirituale dei personaggi rappresentati. L’ornamentazione del baldacchino carmelitano e quella della tela neritina si pongono dunque come due manifestazioni di una stessa sensibilità artistica, capace di adattarsi a contesti diversi senza snaturarsi.
La pala croata, inoltre, conferma l’adesione di D’Orlando ai modelli controriformati, diffusi nel Salento grazie all’azione degli ordini religiosi e dei vescovi riformatori. La presenza dei santi Biagio e Francesco di Paola risponde a esigenze devozionali locali (san Biagio è particolarmente venerato a Nardò, come nell’area di Ragusa) ma rientra in un’iconografia già ben sperimentata dal pittore. Anche la composizione delle Anime purganti, poste nella parte inferiore del dipinto, riprende motivi diffusi nelle sue opere salentine, dove il tema della salvezza e della mediazione mariana rappresentava un caposaldo teologico e catechetico.
Questa scoperta getta nuova luce sulla portata geografica dell’attività di D’Orlando. Non più confinato al Salento, ma attivo in un contesto mediterraneo più ampio, probabilmente grazie a reti di committenze legate agli ordini mendicanti (in questo caso i Carmelitani) o ai traffici mercantili che collegavano il Regno di Napoli con la Repubblica di Ragusa. La committenza della pala croata resta ancora ignota, ma non si può escludere che essa sia giunta a Šipan attraverso canali legati a famiglie ragusee in contatto con il Mezzogiorno italiano o grazie alla presenza di religiosi carmelitani salentini in Dalmazia.
L’attribuzione avanzata da Lupis, basata su confronti stilistici puntuali e su un’attenta analisi iconografica e formale, appare dunque solida e credibile. Il pittore neritino si rivela così figura di spicco non solo nel panorama salentino, ma anche tra quegli artisti meridionali capaci di esportare i modelli figurativi post-tridentini in ambiti culturali affini, favorendo la diffusione di uno stile devozionale riconoscibile e apprezzato in tutto il bacino adriatico.

Complimenti Marcello un contributo che amplia la conoscenza del nostro D’Orlando