UNA PAGINA DI STORIA DI LECCE: LA FAMIGLIA VITERBI SALVATA DALLA SHOAH

Grazia Viterbi

 

di Francesco Frisullo – Paolo Vincenti

 

In occasione del giorno della memoria, ci è gradito ricordare una storia che unisce Lecce alla città di Assisi e alla comunità ebraica durante l’ultimo periodo delle persecuzioni naziste, prima della conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Questo episodio rientra in quel genere che in passato veniva definito “aneddotica”, quello della storia minore, se non fosse che questi episodi vanno poi a comporre come tanti tasselli il grande mosaico della storia con la esse maiuscola. Protagonista del nostro intervento è la famiglia Viterbi, di origine ebraica, che singolarmente riuscì a salvarsi dallo sterminio proprio grazie a Lecce. La famiglia viveva ad Assisi ma poté scampare all’arresto perché attraverso una rete di appoggi locali i Viterbi si spacciarono per leccesi grazie a falsi documenti. Nelle carte contraffatte, essi erano registrati come “Vitelli”, residenti nel comune di Lecce, poiché la città all’epoca era già liberata dagli americani, ed era quindi impossibile verificare la validità dei documenti stessi, come viene riportato dal sito dello Yad Vashem:

I Viterbi furono una delle famiglie che riuscirono a vivere all’aperto a causa delle carte false preparate per loro dal Brizi. Nelle carte contraffatte risultavano iscritti come residenti nel comune di Lecce. Il falsario aveva scelto quel paese perché era già stato liberato dagli americani, impedendo così ogni possibilità di verificare la validità dei documenti. Nonostante la famiglia fosse arrivata in un luogo dove era assistita e protetta, e nonostante i documenti falsi in loro possesso, la paura di essere braccati e catturati non li ha mai abbandonati. Grazia Viterbi – o Graziella Vitelli come veniva chiamata nelle sue carte false – voleva assicurarsi che, se scoperti, passassero l’interrogatorio. Andava alla biblioteca di Assisi e prendeva appunti su Lecce per familiarizzarsi con il luogo, in modo che, nell’eventualità di incontrare per caso qualcuno di quella città, potesse parlare del luogo[1].

Approfondiamo la vicenda.

Emilio Viterbi, docente di Chimica all’Università di Padova, nell’ottobre 1943, per sfuggire alla persecuzione razziale si rifugiò ad Assisi con la sua famiglia, la moglie Margherita, le figlie Graziella e Myriam, godendo della protezione del Sacro Convento. Dal 1938 in poi le leggi razziali lo avevano spogliato di quasi tutto, privandolo anche della cattedra universitaria. Tra il ’43 e il ’44 la famiglia ha vissuto ad Assisi da clandestina ed è riuscita a sfuggire alle persecuzioni nazifasciste grazie all’aiuto della chiesa, come racconta Graziella Viterbi in un’intervista pubblicata sul sito www.sanfrancescopatronoditalia.it/[2].

I Viterbi arrivati ad Assisi trovarono nel Vescovo Nicolini un formidabile patrono della causa ebraica. Il Vescovo indicò loro una persona che gli avrebbe fornito i documenti falsi e li aiutò a trovare un appartamento in via Borgo Aretino, dove poi si sarebbero stabiliti definitivamente. Non si può non rendere merito a questo coraggioso prelato, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, che riuscì a creare ad Assisi dall’8 settembre del 1943 al 17 giugno 1944 (giorno della liberazione da parte delle truppe alleate), una vasta rete di aiuti coinvolgendo nella sua impresa tanti protagonisti della vita sociale assisiate del tempo, tutti riconosciuti “Giusti tra le nazioni” e oggi insigniti e commemorati con i loro nomi al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Quella di Graziella Viterbi è solo una delle storie di “sommersi e salvati”, come li definisce in rete Avvenire.it[3].

I salvataggi venivano compiuti nel monastero di clausura delle Sorelle Povere di Santa Chiara, di cui era badessa madre Maria Giuseppina Biviglia.

Ai rifugiati, come nel caso della Viterbi, venivano appunto forniti falsi documenti che erano stampati dalla macchina “Felix” della tipografia (vicina alla cattedrale di Santa Chiara) di Luigi Brizi che, col figlio Trento, dava nuova identità ai clandestini. Il trasporto spettava all’insospettabile campione di ciclismo, Gino Bartali, il quale nascondeva i documenti nella canna o sotto il sellino della sua bici «color ramarro» e al traguardo finale del monastero veniva accolto e rifocillato da tre suorine, Amata, Alfonsina e Candida”[4].

Come si può vedere, nella rete di aiuti compare anche il grande campione di ciclismo Bartali. Continuiamo a leggere l’interessante narrazione:

La paura iniziale, con il passare delle settimane divenne puro spirito di missione. «Si obbediva solo a un sentimento che sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati… La pietà avrebbe trionfato come trionfò. E trionfò per amor di Dio e del prossimo…», scrive madre Maria Giuseppina. Ma il trionfo quotidiano, a rischio della vita di tutti gli abitanti di quella casa salvifica che, non a caso, la madre badessa aveva ribattezzato “l’arca di Noè”, subì un brusco arresto il 26 febbraio del ’44. «La macchina dell’assistenza ai rifugiati funzionò senza problemi sino a quella data – scrive Barbara Garavaglia nel suo saggio “L’arca di Noè a San Quirico” – A seguito di un controllo, venne scoperto un giovane con documenti contraffatti, il quale rivelò di essere alloggiato al monastero». Si trattava del croato Paolo Josza, alias Paolo Macrì, già evaso da un campo di concentramento nella ex Jugoslavia e del tenente dell’aeronautica Antonio Podda, che in clandestinità era diventato Giorgio Cianura. Alla loro cattura seguì l’ispezione a San Quirico dei funzionari della Repubblica Sociale ai quali madre Maria Giuseppina Biviglia, pur sotto la minaccia d’arresto, oppose strenua e disperata resistenza: «Eccomi pronta; munitevi del permesso, perché son monaca di clausura e non posso abbandonarla senza autorizzazione. Per grazia di Dio non ne fu nulla…». Quell’episodio a San Quirico fu l’apice del terrore provato in quel tempo temerario in cui la presenza di cunicoli medioevali e della botola che collegava la clausura ai sotterranei e alla «grotta» era pienamente servita allo scopo: mettere in salvo tante anime ingiustamente destinate ai campi di sterminio[5].

Carta d’Identità di Graziella Vitelli

 

In rete, è presente svariato materiale sulla famiglia Viterbi fra cui un’altra intervista fatta a Graziella nel 2011 nella quale la donna ripercorre la sua esperienza durante quella drammatica vicenda[6].  Curioso il legame che si venne a creare pur da lontano con la città di Lecce e il fatto che Graziella si documentasse sulle bellezze storico artistiche della capitale del barocco meridionale prendendo degli appunti su Lecce per essere credibile in caso di interrogatorio ed affrontare così con sicurezza un paventato test di “salentinità”.

“Così Graziella studia Lecce in biblioteca su di una Guida e con i genitori riscrive la storia della famiglia, che, ogni sera, legge alla sorellina, perché le sia bene impressa per non incorrere in errore in qualche conversazione. Un allenamento quotidiano ad essere un’altra persona, con il terrore di essere sempre scoperti. Uno sdoppiamento con una capacità di controllo che neanche lontanamente riesco ad immaginare”. Così scrive Fulvia Alidori in un bellissimo articolo sulla storia di Graziella in cui riporta anche una foto degli appunti manoscritti dell’allora ragazzina ebrea e una foto della sua carta d’identità con le generalità alterate[7].

Graziella, operatrice culturale e scrittrice, è la madre del rabbino prof. Benedetto Carucci Viterbi, biblista, Preside delle scuole della comunità ebraica romana e docente alla Pontificia Università Gregoriana, e di Emanuele Carucci, affermato attore. Ma è anche la moglie dell’editore Beniamino Carucci (1922-1992), appassionato diffusore della cultura ebraica in Italia, a cui si devono preziose pubblicazioni di saggistica, narrativa e architettura[8]. Nel 2013 incontrò anche Papa Francesco.

Racconta Mirjam Viterbi Ben Horin:

Nel 1943, per salvarsi dalle persecuzioni naziste, la mia famiglia trovò rifugio ad Assisi, dove ricevette un aiuto meraviglioso da parte del vescovo Nicolini e di tutto il clero locale. Ci fornirono anche di carte d’identità false, dove risultavamo originari di Lecce. All’inizio, ancora con i documenti veri, si alloggiò per un mese in un piccolo albergo, l’Albergo del Sole, e successivamente in una casa privata; qui avevamo due camere, di cui una era la stanza da pranzo, il luogo dove praticamente si viveva gran parte della giornata. Al centro c’era un grande tavolo rettangolare, di legno scuro[9].

L’attività della rete di salvataggio è stata anche il tema di un film del 1985, Assisi Underground, diretto da Alexander Ramati con Ben Cross e James Mason nella parte del vescovo Nicolini.

Nel 2019 è scomparsa Graziella Viterbi.“Fondamentale il suo apporto alla ricostruzione delle vicende che videro per protagonista la città di Assisi al tempo delle persecuzioni antiebraiche, cui si sottrasse grazie all’aiuto della rete di assistenza clandestina che lì operò e che vide in prima linea esponenti del clero locale”: così scrive il sito Moked.it in occasione della morte, che ha avuto vasta eco non solo nella comunità ebraica. “Dopo la guerra fu instancabile animatrice nel mondo della cultura e dell’azione di assistenza nel corso delle drammatiche migrazioni ebraiche che contrassegnarono il secondo Novecento”[10].

Il 22 novembre 2022 è morta anche Mirjam.[11]

Ma se oggi sono scomparsi i protagonisti diretti di questa vicenda, non sia spenta la memoria su un episodio drammatico della storia del Novecento, che può essere tramandato e conservato dagli illustri successori della famiglia Viterbi “Vitelli”.

 

Note

[1] Monsignor Giuseppe Placido Nicolini, Father Aldo Brunacci, Father Rufino Niccacci, Luigi Brizi and his son Trento. https://www.yadvashem.org/righteous/stories/assisi.html

[2] È morta Grazia Viterbi, le condoglianze del Vescovo di Assisi.
http://www.diocesiassisi.it/e-morta-grazia-viterbi-le-condoglianze-del-vescovo-di-assisi/

[3] Suor Biviglia, la Giusta di Assisi, in Avvenire.it. https://www.avvenire.it/agora/pagine/suor-biviglia-la-giusta-di-assisi

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Assisi clandestina, Graziella Viterbi ricorda, in Terra Santa.net. https://www.terrasanta.net/2011/11/assisi-clandestina-graziella-viterbi-ricorda/

[7] Fulvia Alidori, Sacerdoti e suore di Assisi salvarono Graziella Viterbi. https://anpi.it/media/uploads/patria/2010/9/18-20…

Si veda anche “Alunni di razza ebraica”. Studenti del Liceo-Ginnasio “Tito Livio”, sotto le leggi razziali, a cura di Mariarosa Davi, Padova, 2010, con l’intervista a Graziella che parla della storia della propria famiglia, alle pp. 39-54.

[8] Su di lui si legga Fausto Parente, Beniamino Carucci: ricordo di un amico, in Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, «La Rassegna Mensile di Israel», Vol. 58, No. 1/2, Gennaio – Agosto 1992, pp. V-VII. https://www.jstor.org/stable/i40058099

[9] Assisi, la guerra e la fantasia che salva. https://www.wikiwand.com/it/Rete_clandestina_di_Assisi.  Su quella drammatica circostanza, Mirjam scrisse anche un libriccino: Mirjam Viterbi Ben Horin Gli abitanti del Castelletto Una luce nel buio della shoah, Assisi, Edizioni francescane italiane, 2020. Altre sue pubblicazioni sono: Il sogno di Giacobbe, Roma, Borla, 1988; Verso l’Uno. Una lettura ebraica della fede, Bologna, EDB, 2005; Con gli occhi di allora. Una bambina ebrea e le leggi razziali, Brescia, Morcelliana, 2008. Mirjam era sposata con Nathan Ben Horin (1921-2017), diplomatico, fine studioso e membro della commissione dei Giusti allo Yad Vashem, fattivo collaboratore nel dialogo ecumenico tra cattolici e  ebrei. Un’antologia di suoi interventi e contributi storico-teologici è stata pubblicata nel 2011 con il titolo Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, a cura di Piero Stefani, Edizioni Messaggero, Padova.  https://moked.it/blog/2017/10/15/nathan-ben-horin-1921-2017/

[10] Graziella Viterbi (1926-2019).

https://moked.it/blog/2019/03/10/graziella-viterbi-1926-2019/

[11] Morta Mirjam Viterbi Ben Horin, ebrea salvata in Assisi.
 http://www.diocesiassisi.it/morta-mirjam-viterbi-ben-horin-ebrea-salvata-in-assisi/

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