Truppe russe a Lecce. Correva l’anno 1799… (III ed ultima parte)

di Davide Elia

Lo sbarco in Salento

Almeno inizialmente, quindi, la flottiglia russo-turca dovette cambiare il piano di sbarco: anziché alla costa di Brindisi, si avvicinò a quella di Lecce, città ormai ritornata saldamente all’obbedienza ai Borbone. Emanuele Buccarelli, reazionario leccese autore di una cronaca di quegli anni, riferisce di una delegazione composta da “due ufficiali moscoviti”, scesi a terra per portare alla città un proclama di re Ferdinando (naturalmente redatto da Micheroux). Essi si intrattennero fino a sera in casa del sindaco e furono informati che dopo soli sei giorni di occupazione Brindisi era stata frettolosamente evacuata dal contingente francese, probabilmente richiamato in Italia settentrionale per essere impiegato in altri scenari bellici. I due russi tornarono per imbarcarsi “al porto di San Cataldo nel quale v’erano quattro grossissime navi di guerra moscovite e turche e queste stavano sette miglie dentro il mare”. Il 18 aprile la spedizione alleata entrò nel porto di Brindisi.

Tuttavia, non tutte le notizie di quel giorno risultarono gradite a Micheroux: l’imbarcazione tripolina, che già poco dopo la partenza da Corfù si era distaccata dal resto della squadra, l’aveva preceduta a Brindisi di un giorno. Trovatala abbandonata dai francesi, aveva saccheggiato la fortezza cittadina e vi aveva issato la bandiera ottomana, confermando le preoccupazioni iniziali per la possibile condotta di quell’equipaggio e per le conseguenze sul morale delle popolazioni pugliesi.

Ad ogni modo, vennero sbarcati 40 russi, 20 napoletani e 10 turchi, che presero possesso del forte. Ben magra guarnigione rispetto alle mirabolanti promesse dei comandanti russo e turco e delle rispettive diplomazie!

Addirittura Sorokin si affrettò tornare subito indietro a Corfù con il pretesto di voler organizzare l’invio di nuovi e più consistenti rinforzi. Micheroux acconsentì a seguirlo solo a patto che anche i tripolini lasciassero la città insieme a loro, per scongiurare l’eventualità di ulteriori spoliazioni.

Non sapevano, Micheroux e Sorokin, che da Corfù era nel frattempo partita un’altra squadra di sei imbarcazioni che condizioni di tempo avverso avevano però costretto a ripararsi a Otranto.

Probabilmente fu da queste navi che sbarcarono i 150 turchi che il 22 aprile giunsero a Lecce. Narra Buccarelli: “Il corpo tutto della nostra città cioè il Sig. Sindaco e tutti li signori deputati per riceverli l’uscirono avanti colle carrozze infino alla Terra di Caballino, d’unita con più soldati a cavallo, portando anche con loro una scelta e sontuosa banda composta di trombe, grancascia, tamburri, fischietti, piattini ed acciarini, quale era cosa bellissima a sentirla. Furono onorevolmente e con amore grande ricevuti da tutto il popolo leccese, che loro ne rimasero confusi. Li fecero poi entrare dalla porta di Rugge e camminare per una buona porzione della città per essere quelli da tutto il popolo veduti e passando dalla Piazza della città nostra si fece fare un lunghissimo sparo di mortari e nell’entrare che fecero nel castello dove s’era situata la di loro residenza, anche si fece lo stesso”. In sostanza, i turchi nemici della fede e secolare minaccia delle popolazioni salentine venivano ora accolti in città tra i festeggiamenti come salvatori della causa del re e della religione cristiana!

Si fece poi un bando perché nessuno dei negozianti locali vendesse sostanze alcoliche ai turchi, i cui comandanti temevano che la propria truppa trasgredisse la relativa prescrizione dell’islam. Timori fondati, peraltro: già il giorno seguente, mentre i due ufficiali turchi più alti in grado facevano insieme al sindaco il giro della città in carrozza gettando monete di rame al popolino, una parte della truppa si disperdeva nelle taverne ad ubriacarsi. I colpevoli, che pare fossero una ventina, vennero condotti al castello e lì incatenati e “bacchettati sotto i piedi” per punizione. L’indomani la stessa delegazione, ancora tra carrozze, fanfare e distribuzione di monetine, venne ricevuta dai canonici del seminario. “Le battuglie di turchi continuamente si vedono camminare per la città, l’istessi sono uomini umani e aggarbati con tutta la gente, innamorati e amantissimi assai dei fiori, che sempre ne vanno pieni”, riferisce il Buccarelli, ancora grato agli occupanti che stavano garantendo l’ordine realista.

Divisa di fante ottomano dei primi dell’800.

 

Da Corfù, dopo essersi abboccato con i due comandanti russo e turco e averne ricevuto le solite strabilianti promesse di rinforzi per il futuro prossimo, Micheroux tornò a Brindisi praticamente con la stessa squadra navale della prima volta, arricchita di un solo ulteriore vascello russo. La flotta, giunta a Brindisi il 31 aprile, si ricongiunse con quella che inizialmente si era riparata a Otranto. Il capitano del presidio lasciato precedentemente in città aveva spedito 30 dei suoi uomini a Lecce “per rallegrare colla loro vista quegli abitanti”.

A Brindisi Micheroux ricevette la visita di Tommaso Luperto, il preside (oggi diremmo prefetto) della provincia di Terra d’Otranto, nominato l’8 marzo precedente da Boccheciampe e De Cesari. Luperto aveva fama di persecutore di giacobini tanto implacabile quanto ottuso. Il preside richiedeva truppe russe da destinare a Lecce, ma Micheroux, che non nutriva né stima né fiducia in questo individuo, si limitò a raccomandargli moderazione nella sua opera di repressione. A Lecce giunsero invece alcune ulteriori decine di turchi, sbarcati in precedenza a Taranto. Giunsero poi anche ambasciatori russi per conferire con Luperto, seguiti, l’indomani, 3 maggio, da 35 soldati di truppa. Fu questo il primo contingente russo a fare ingresso a Lecce: incontro a loro uscì “tutto il corpo dei nostri soldati […] con una bella e soave banda composta di grancassa, tamburri, fischietti, piattini, acciarini e trombe, che facevano una grata melodia; così accompagnati entrarono e camminarono una buona parte della nostra città con un infinito concorso di popolo leccese”. Il 13 maggio giunsero in città alcuni alti ufficiali russi che, ricevuti dal Luperto, furono poi alloggiati nel seminario, dove erano già acquartierati i loro soldati. Il 16 fu la volta di una delegazione di ufficiali turchi, al solito ricevuti con fanfare e grande partecipazione di popolo.

Al di là delle apparenze, è lecito immaginare che fu diverso lo stato d’animo con cui i due contingenti vennero accolti: i russi erano mediamente più disciplinati e risultavano sicuramente più rassicuranti agli occhi delle popolazioni nostrane, se non altro per l’affinità esistente dal punto di vista religioso. Così Micheroux descrisse i soldati moscoviti: “Stature gigantesche, bel disegno di membra, spalle vastissime, fisonomie virili non senza dolcezza. Questi bellissimi uomini sono estremamente sobri, ubbidienti, disciplinati, imperterriti nel combattere, senza la menoma alterazione di animo nel maggior calore dell’azione. Gli ho veduti servire i cannoni; gli ho veduti imbarcarsi per andare all’assalto con quell’istessa pace e serenità di volto che loro è propria. Sembra che possa farsi di loro ciò che si voglia, e basta vederli per accertarsi che non può darsi caso in cui sapessero retrocedere. La loro ubbidienza verso chi li comanda è senza esame. […]. In quanto alla robustezza è tale che sgomenta. […] Dicesi che i soldati russi, lontani dagli occhi dei loro ufficiali, si permettono non già di rubare, ma di chiedere ai cittadini ciò di cui si sentono voglia e bisogno. Ma non ho potuto aver di ciò la pruova, e d’altronde fui assicurato che essendo accusati ai capi, vengon severamente puniti. Il vero si è che in tutte le isole del Levante sono adorati, e che hanno il doppio merito di aver liberati gli abitanti dalla tirannia dei francesi, e di esser loro uno scudo contro la licenza degli albanesi e dei turchi loro alleati”.

 

 

Il 23 maggio, invece, Buccarelli scriveva di continue intemperanze da parte turca: molti soldati circolavano in preda all’ubriachezza, attentando all’onore delle donne in città e all’incolumità degli abitanti delle masserie circostanti. Cinque prostitute locali vennero arrestate per essersi intrattenute con militi turchi ed aver trasmesso loro il “morbo gallico”, ossia la sifilide. La coesistenza dei due contingenti alleati non era sempre pacifica: “Per esser queste due Nazioni moscovita e turca anticoniste tra loro, in ogni poco tempo sortisce qualche piccola briga tanto nella piazza quanto nelle pubbliche strade di questa città”.

Uniformi dell’esercito russo intorno al 1790.

 

Il 26 maggio giunsero in città di altri 40 turchi provenienti da Otranto. Il 30 maggio i soldati russi scortarono la tradizionale processione del Corpus Domini.

Più a nord, l’armata del cardinale Ruffo faceva grandi progressi e, dopo aver risalito la Calabria, dilagava in Lucania. De Cesari raggiunse il cardinale a Matera il 7 maggio e da lì concertarono l’assalto ad Altamura, roccaforte della causa repubblicana. Sulla città sconfitta si scatenò la violenza sanfedista: Altamura venisse barbaramente saccheggiata senza che il cardinale facesse molto per porre un freno alle sue truppe. La coppia reale, da Palermo, si rallegrò e complimentò con Ruffo per l’efferata impresa compiuta. La morsa intorno alla capitale andava stringendosi di giorno in giorno. Il 1° giugno 90 turchi partirono da Lecce alla volta di San Vito degli Schiavi (oggi dei Normanni); in città ne restarono altri 80 circa. Il 3 partirono tutti i russi, diretti a ingrossare le file di un contingente di 450 uomini complessivi da radunare a Manfredonia (al loro seguito era anche Micheroux). Il 16 fu la volta di oltre 100 veterani leccesi, diretti a prendere parte alla presa di Napoli. Non sapevano che questa era già stata riconquistata dai sanfedisti il 13 giugno, poiché la notizia giunse a Lecce solo il 26.

Tela raffigurante l’abbattimento dell’albero della libertà a Napoli in occasione della caduta della Repubblica Napoletana. Si notino le bandiere tricolori blu-rosso-gialle, vessillo della repubblica.

 

Terminò così quel periodo di presenza russa a Lecce (che però, come vedremo, non fu l’ultimo), mentre un contingente di turchi restò a dare man forte a Luperto nella sua caccia senza quartiere ai giacobini. In alcuni frangenti i soldati turchi, anziché garantire l’ordine pubblico, sembrarono fare causa comune con la folla inferocita che, all’occasione, cercava di fare giustizia sommaria di alcuni giacobini arrestati, a stento trattenuta dall’intervento delle milizie locali.

In quell’estate del 1799 continuarono a transitare da Lecce alti ufficiali e diplomatici ottomani: sbarcavano a Otranto e, diretti a Napoli, facevano tappa in città risiedendo nel castello che già ospitava le truppe dei loro connazionali. In occasione dei festeggiamenti per Sant’Oronzo, all’interno del castello vennero allestite delle luminarie sulle quali campeggiavano lo stendardo borbonico e quello ottomano. Il giorno dopo, sempre all’interno del castello, i soldati turchi si cimentarono in una sorta di gioco della cuccagna.

La partenza dei turchi ebbe infine luogo il 16 ottobre: le truppe lasciarono Lecce alla volta di Brindisi, dove si imbarcarono per l’Oriente. Sorprende come il giudizio dell’opinione pubblica nei loro confronti fosse radicalmente mutato rispetto all’epoca del loro arrivo: salutati sulle prime come salvatori dell’ordine sociale e della dinastia, ora nel diario di Buccarelli venivano definiti “bestie”, “inzolenti, senza disciplina, senza cervello e senza raggione”, violentatori di “moltissime oneste donne”, ladri di frutta e di “fronde di tabacco secche per fumare”, sia in città sia nelle campagne circostanti. Oltre a queste ruberie extra, il loro mantenimento ordinario aveva rappresentato già di per sé un notevole carico per la popolazione locale, pare intorno ai 50 ducati al giorno. Buccarelli conclude però che, pur avendo cagionato così terribili disagi, quelle truppe avevano garantito al Salento protezione da “moltissimi mali e guai” ulteriori.

Curiosamente, pare che due “turchi” riuscissero a disertare e a sottrarsi al rimpatrio, poiché in realtà si trattava di due salentini che erano stati rapiti in tenera età e convertiti a forza all’islam. Sfruttarono la ghiotta occasione di essere stati destinati al servizio proprio in Terra d’Otranto per tornare a casa e riacquistare finalmente la libertà. Pare che uno dei due, in particolare, fosse originario di Monteroni e venisse infine battezzato nella Cattedrale di Lecce il 7 giugno 1800.

I mesi invernali a cavallo tra il 1799 e il 1800 furono contraddistinti dalla feroce repressione verso gli esponenti di parte repubblicana e da una situazione di generale miseria: “Li furti si sentono spesso finanche vicino alle porte della città. Il denaro è scarsissimo e la fadica manca”.

 

Ancora truppe russe in città

Il 19 marzo 1800 sbarcarono a Otranto altri 2000 soldati russi. Ancora una volta, i venti non avevano consentito loro lo sbarco a Brindisi. Il 23 marzo fecero il loro ingresso a Lecce, alloggiati tra il castello e diversi monasteri della città. Il quartier generale venne posto presso il convento dei Teresiani Scalzi, edificio che fa ancora bella mostra di sé lungo via Libertini. Il comandante del contingente fu ospite del preside Luperto, mentre Micheroux, che da Napoli era tornato a Brindisi, venne anch’egli a Lecce e fu ospitato dal marchese Palmieri.

Da parte di molti cittadini illustri fu richiesto alle truppe russe di “esibirsi” in esercitazioni militari fuori le mura e questo avvenne il 28 nello “spazio di Santa Maria di Ogni Bene” (quindi nei pressi del convento degli Agostiniani). Per tre ore e mezzo seicento soldati eseguirono le manovre sotto gli sguardi curiosi ed entusiasti di nobili e popolo.

In quegli stessi giorni apparve evidente che tra le truppe russe serpeggiava un’epidemia: da Otranto giunsero una novantina di infermi che, sommati a quanti già si trovavano a Lecce, fecero ascendere a 128 il numero dei soldati moscoviti ricoverati nell’ospedale cittadino. Si cominciarono a contare anche i morti, che furono quattro tra il 29 marzo e il 17 aprile. I funerali venivano officiati nella Chiesa Greca, seguendo un suggestivo rituale descritto nei dettagli da Buccarelli: “La processione era questa. Prima un soldato Moscovita andava avanti, e portava la croce, dopo veniva un chierico che portava l’incenziero in mano; di poi seguivano pontificalmente vestiti il parroco greco ed il loro cappellano, con un altro di loro soldato veterano, il quale portando un libro in mano andava cantando ad alta voce col di loro cappellano, ed il prete greco. Dopo di questi veniva il defonto in una cassa condotta da quattro soldati della sua Nazione, e dopo di questi venivano ad accompagnarlo da circa venti soldati a due a due portando tutti l’armi al funerale, col tamburro e clarinetta tutti scordati. Arrivato in chiesa il cadavere si fecero dalli due sacerdoti greci d’unita col sopraddetto soldato veterano li funerali, e pria di inchiodare la sopra detta cassa del defunto tutti quelli soldati li baggiarono la bocca del defonto; di poi dal cappellano loro li fu sparsa una branca di ferro al defonto, fu inchiodata la cassa, e fu sepolto; in questo atto tutti quanti i soldati fecero la di loro scarica dell’armi e se ne andietero”. Per tutti e quattro i militi morti la sepoltura venne effettuata nella Chiesa Greca di Lecce.

Scena di funerale russo del XIX secolo.

 

Gli sbarchi di russi a Otranto non si fermavano: il 31 marzo giunse a Lecce un altro contingente. A Buccarelli la truppa parve “onorata”, temprata da ferrea disciplina: “l’officiali di essa sono troppo riggidi, e crudeli; anzi barbari ed inumani inclinati troppo alla ferocità; che a ogni frivolissima mancanza di un povero soldato li fanno consegnare 300, ed 800 lignate a spalle ignute, e senza pietà, e carità […]”.

Al tempo stesso le truppe, riunite e riorganizzate, riprendevano velocemente la marcia verso altre mete: il 3 aprile la quasi totalità dei russi lasciò Lecce, chi disse che fossero diretti a Napoli, chi a Palermo. Non si mossero però i 40 infermi ancora ricoverati presso l’ospedale e per assisterli restarono anche un ufficiale, un chirurgo e alcuni uomini di truppa. Una volta ristabilitisi, il 21 luglio quasi tutti ripartirono per Napoli; restarono ancora a Lecce un ufficiale affetto da idropisia e un soldato non ancora guarito, e inoltre il chirurgo e un altro militare addetti alle loro cure. L’ufficiale sarebbe infine morto l’8 agosto.

Furono questi gli ultimi russi ad abbandonare, in un modo o nell’altro, la città. Una presenza che non lasciò ricordi profondi per la sua breve durata e che, in ogni caso, per le popolazioni risultò molto più sopportabile di quella ottomana. Sicuramente suscitarono ammirazione e curiosità l’aspetto di quei militi venuti dal freddo, la loro rigida disciplina e i loro peculiari cerimoniali religiosi.

 

Le occupazioni militari non si fermano…

In quel periodo di guerre e rivoluzioni, non fu quella l’ultima presenza di truppe straniere in Salento. Presto sarebbero tornati i francesi. Potremmo anche concludere qui, dicendo che questa è un’altra storia, ma sarà bene riassumerne anche solo sommariamente gli aspetti principali, per coglierne analogie e differenze con la precedente occupazione russo-turca.

Già alla fine dell’aprile 1801, in seguito alla pace di Firenze tra il re di Napoli e Bonaparte che prevedeva lo stanziamento di truppe francesi a Pescara e in Terra d’Otranto per un anno a spese dei Borboni e l’amnistia per i “rei di Stato” del 1799, sbarcarono a Taranto le prime truppe francesi. L’occupazione francese di Lecce e della sua provincia si protrasse fino a giugno 1802: “L’estorsioni, sevizie, ed oppressioni fatte […] a questa nostra città sono state grandissime e moltissime”, scrive Buccarelli. Ritornarono nuovamente nel luglio 1803, seguiti nel dicembre da “truppa gesarpina e polacca”. “Gesarpina”, ossia cisalpina, designava una milizia proveniente dall’omonima repubblica dell’Italia settentrionale: Buccarelli, con un certo disprezzo, la dice composta da “veneziani, genovesi, romani, siciliani, napoletani, leccesi e di molte altre nazioni, quali nel tempo delle rivoluzioni si son ribellati, quali poi scappati dalla galera, quali dalle carceri, chi per omicidi, chi per furti, ed altri delitti commessi si sono poi rifuggiati per sfuggire il castigo dei loro rispettivi Sovrani sotto la bandiera francese”. Numerosi (svariate centinaia) al seguito dei francesi furono anche i polacchi, che ai cittadini leccesi in quel momento sicuramente ricordarono nell’aspetto gli occupanti russi di pochi anni prima.

Uniformi della Repubblica Cisalpina.

 

Quella seconda occupazione si concluse nell’autunno del 1804, in seguito a un nuovo accordo tra Bonaparte e Ferdinando IV. Presto i francesi sarebbero tornati ancora, questa volta più stabilmente, spodestando il Borbone e governando il Regno di Napoli per dieci anni.

Tornando al presente, e guardando alla nostra regione oggi così pacifica e accogliente, non possiamo non leggere con un certo sollievo e distacco quei fatti, ormai sepolti sotto la polvere dei secoli. Eventi che dipingono un Salento sotto il flagello di divisioni violente, di occupazioni straniere, di saccheggi, di governanti dispotici e di oppressione e miseria. Un quadro desolante che non ci appartiene più, ma che continua ad essere lo scenario quotidiano per le popolazioni inermi travolte dai tanti conflitti che ancora oggi scoppiano in angolo del mondo. Nulla ha imparato l’umanità dalle tragedie del passato e in particolare da quel “Secolo dei Lumi” di cui abbiamo parlato, il secolo in cui Voltaire condannava la guerra come un mostro voluto da “tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi e ministri, il suo scopo principale è “fare tutto il male possibile”.

 

Lecce, Piazza Sant’Oronzo nel 1700

 

Bibliografia essenziale

E. Buccarelli, “Cronache leccesi ossia libro di memorie (1711-1807)” (a cura di N. Vacca), Lecce, 1933

A. Dumas, “I Borboni di Napoli”, Napoli, 1862

B. Maresca, “Il cavaliere Antonio Micheroux nella reazione napoletana del 1799”, Napoli, 1895

P. Palumbo, “Risorgimento Salentino”, Lecce, 1911

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