Arturo Santo (1921-1989), il pittore amato dalla gente

 

di Pietro De Florio

Arturo Santo era considerato a Nardò il pittore per antonomasia, per la sua capacità di dipingere la natura, le persone, gli oggetti quotidiani, i momenti di vita, gli scorci urbani, in maniera  mite, diretta ed empatica. In altre parole, tutto ciò che veniva impregnato dalla luce, dal colore e dall’energia della materia, diventava sostanza vibrante sulla tela.

Un pittore amato dalla gente (assai meno dalla critica e dagli intellettuali concettualisti paesani), perché faceva una pittura era senza orpelli, mai saccente, in comunanza al sentire di tutti, qui, sta la stra – ordinarietà dell’artista, infatti in molte case di Nardò non è raro trovare sue opere appese alle pareti.

Arturo Santo nacque a Nardò il 4 gennaio 1921 da Ettore Santo detto “Lu Paratore” e da Maria Addolorata Longino, una famiglia numerosa composta da tredici figli e, giovanissimo si trasferì a Torino per cercare lavoro. Allo scoppio del conflitto fu chiamato alle armi e dopo l’armistizio nel 43’passò in una brigata partigiana, stando alla testimonianza del figlio dell’artista, Raffaello e ai documenti dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea “Giorgio Agosti”, in cui compare il nome dell’artista, come riporta un articolo a firma di Antonio Falconieri Resistenza, Nardò scopre nove partigiani sconosciuti, “Quotidiano di Puglia” del 25.04.2020.

Fatto prigioniero dai fascisti riuscì a fuggire, ritornando a Nardò nel 46’, ma ripartì per Torino nello stesso anno per continuare lavorare come metalmeccanico e a frequentare l’Accademia Albertina di Belle Arti, legandosi ai propri maestri accademici Cesare Maggi e Giuseppe Leoni, mantenendo nel tempo ottimi rapporti di cordiale amicizia e fecondi scambi di idee.

Nei primi anni ’50 fece ritorno definitivamente a Nardò e sposò Jolanda Margherita Napoli (morta il 15.03.2020), avendo da lei Eleonora e Raffaello e, si ringrazia quest’ultimo, per le essenziali informazioni biografiche del padre e la disponibilità per le riprese fotografiche delle opere.

Nel 1970 l’artista aprì un laboratorio di pittura e galleria permanente delle proprie opere in via San Giovanni, di fronte alla sagrestia di S. Antonio, per chi volesse acquistare o semplicemente vedere i dipinti del maestro e scambiare qualche parola con lui.

Arturo Santo preferiva dipingere prevalentemente a olio su supporti di tela, compensato o faesite e, la sua opera, non si esauriva nella pittura di cavalletto, talvolta veniva chiamato per riprendere e rifare decorazioni pittoriche parietali in palazzi nobiliari, oppure per lavorare semplicemente in qualità di tinteggiatore.

Un artista versatile, un po’ alla rinascimentale, non disdegnava ridipingere o integrare le decorazioni agiografiche nelle edicolette storiche votive sparse nel contado neretino o in quelle nel centro storico di Nardò dove è facile riconoscere la mano del maestro e, talora, scorgerne la firma e la data.  Insomma, per il lavoro Arturo Santo non si tirava indietro, aveva conosciuto l’emigrazione, le penurie materiali della guerra, il lavoro in fabbrica e queste vicissitudini non faceva altro che confermare i propri principi etici.

Il suo essere discreto e riservato lo induceva a sottovalutare o a non parlarne affatto delle mostre e dei vari riconoscimenti ricevuti, comunque almeno si sa che dal 1970 ai primi anni ’80 ha partecipato a mostre in Lombardia, presso la Galleria d’Arte “Manzoni” di Cormano (Mi), nel 1973; nel Centro Artistico “Il Pavone” di Monza nel 1978; presso il Centro “San Magno” di Legnano nel 1981, secondo quanto riporta l’articolo di Riccardo Leuzzi Profilo d’Artista sul “Quotidiano di Lecce”(?) del 30.11.1983 (1). Nel Salento ha effettuato ad altre mostre, soprattutto a Gallipoli, ottenendo importanti riconoscimenti, come ricorda il figlio Raffaello.

Il pittore, come amava definirsi (e non artista, per la sua disarmante umiltà), muore l’otto ottobre 1989, già sofferente da tempo e afflitto da un indebolimento della vista, da qualche anno ormai  non lavorava più. Nemo propheta in patria, comunque meglio tardi che mai, nel 2004 il Comune di Nardò gli dedicava una via in contrada Torremozza.

Per quanto riguarda la formazione, tra il 1946 e il 1950, frequentava l’Accademia torinese, qui ha modo di assimilare le tecniche pittoriche impressionistiche e divisionistiche, probabilmente la pittura di Giovanni Segantini e, magari, anche il formalismo plastico di ascendenza classico – rinascimentale derivante dal movimento “Novecento”, se si tien conto delle inclinazioni culturali dei propri maestri Maggi e Leoni. L’articolo anzidetto definisce la pittura del maestro delicata, ingenua o romantica (termine quest’ultimo dal significato estetico assai complesso, non certamente e banalmente traducibile nel sinonimo di sentimentale sognatore), o contemplativa, ma è difficile accettare che la sua fosse una pittura disimpegnata e avulsa dalle correnti avanguardiste, fatta di idilli naturalistici, immagini georgiche (secondo l’articolo anzidetto), di felicità campestri da età dell’oro, lontana dai frastuoni del mondo.

Afferma l’artista: “esprimo quello che vedo e che sento, con semplicità e passione. Mi sono ispirato ai grandi personaggi dell’800 italiano e francese”.

In questa breve intervista tratta dall’articolo menzionato, sta il testamento estetico di Arturo Santo: dalla scuola di Barbizon al realismo, dall’Impressionismo al post Impressionismo francese, fino ai Macchiaioli toscani e alla scuola di Posillipo, l’artista si pone alle origini della pittura moderna, alla fonte della sensazione visiva dove ogni nota coloristica si condensa in configurazione formale, attuando così il congedo dalla pittura tradizionale. Le impressioni vengono recepite dalla coscienza e si consolidano nella materia – memoria pittorica, come in San Domenico (anni ’70) che evoca il ricordo tutti i momenti emozionali e affettivi vissuti in consonanza con questo monumento.

Oppure nella ritrattistica, nel caso di una donna anziana, la Nana degli anni ’80. Ora le macchie si ricompongono in termini di sintesi e risultante spaziale (in San Domenico lo spazio era dato a priori), nasce un’immagine spontanea (fatta di sovrapposizioni di pigmenti) di un modo di essere o anima di Nana, con tutte le sue trepidazioni o insofferenze stratificate nel colore e disvelate dall’artista.

“Nana”, olio su tela (anni ’80) dimensione 27 x 22 (coll. privata Giuseppe Rizzo che qui si ringrazia per la riproduzione fotografica)

 

Si direbbe una posizione artistica classica, perchè l’arte di Arturo Santo produce estetica in sé, indaga le sembianze della luce e del colore, facendole diventare sostanza nella coscienza, in altre parole la sua pittura non trasmette alcun contenuto trascendentale, se non quello semplice del proprio farsi, nell’esistenza del qui ed ora. Tutto ciò in alternativa alla correnti figurative della contemporaneità, militanti in ambito politico sociale (anni 60’ e 70’) e impegnate negli spazialismi epistemologici, in semantiche del gesto pittorico ecc.,

In una terra impregnata di luce oro e colore dai Bizantini al Barocco, sorda allo spazio albertiano, ci si chiede quanto ciò abbia influito nella poetica del colore – luce di Arturo Santo.

 

1) L’articolo di Riccardo Leuzzi mi è stato messo a disposizione da Giuseppe Rizzo.

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Un commento a Arturo Santo (1921-1989), il pittore amato dalla gente

  1. Negli anni 50/60, è stato mio maestro di disegno “ornato” insieme all’indimenticabile “mesciu Totò formoso” in quel della Società operaia, tutti e due insegnavano disegno ai figli dei soci, indimenticabili.

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