Regione Salento: la notte delle convergenze parallele

di Nazareno Valente

 

Come visto, a conclusione dell’animata discussione del 18 dicembre 1946, la seconda Sottocommissione aveva deciso l’avvio d’una consultazione delle regioni interessate alle cosiddette nuove proposte. A tale scopo, il 1° gennaio 1947 Saragat, presidente dell’Assemblea Costituente, trasmette una circolare ai Comuni, alle Provincie ed alle Camere di Commercio chiedendo il loro parere ed i loro desiderata sulla costituzione delle nuove regioni del Friuli, Molise, Emilia-Appenninica o Emilia-Lunense, come più spesso veniva chiamata, (comprendente le province di Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e La Spezia), Emilia e Romagna (comprendente le province di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), Salento.

Quasi contestualmente ci fu un avvenimento politico di grande portata che avrebbe modificato i rapporti di forza nell’ambito della Costituente e le relative alleanze. Il 9 gennaio 1947 avviene infatti la scissione dei socialisti democratici dal PSIUP, e quindi dagli esponenti socialisti più favorevoli ad un’azione comune con i comunisti. Questo rese ancor più isolato il deputato Stampacchia, firmatario della proposta del Salento, all’interno del proprio gruppo e ne limitò ancor più gli spazi di manovra.

Il 1° febbraio 1947 la Commissione dei 75, in seduta plenaria, prese di nuovo in esame la questione delle nuove regioni.

Non erano ancora pervenute molte risposte alla nota di Saragat che ne giustificassero l’analisi, tuttavia la questione era stata sollevata  dal deputato Grieco il quale aveva presentato un emendamento che stabiliva il riconoscimento unicamente delle regioni «secondo la tradizionale ripartizione geografica dell’Italia». Il che, in altri termine, era chiedere che il Friuli, il Molise, il Salento e l’Emilia-Lunense fossero depennate dall’elenco delle regioni da costituire.

Ora va ricordato che Grieco era stato eletto nelle liste del PCI nella circoscrizione salentina, grazie ad i voti ottenuti soprattutto a Brindisi e Taranto e che, oltre a non essere salentino, non s’era mai interessato più di tanto dei problemi del Salento.

Era evidente che il deputato si attenesse alla strategia imposta dal PCI, partito in linea di principio sinceramente preoccupato che si costituissero troppe regioni, ma, nel concreto, ben più angosciato che l’istituzione dell’Emilia-Lunense finisse per creare un forte dissenso nel resto della regione che, in quel periodo, costituiva il suo principale bacino di voti. Lo si capisce dal successivo intervento di Nilde Iotti (PCI) la quale, premesso che «non vuole neppure esaminare i casi delle Regioni del Friuli e del Salento che non conosce», si sofferma ad evidenziare la scarsa validità del progetto riguardante l’Emilia-Lunense..

Certo non esiste controprova, ma la sensazione è che, se la Commissione avesse respinto l’inserimento dell’Emilia-Lunense, probabilmente le altre proposte non avrebbero sollevato grossi brontolii. E, quindi, per il Salento sarebbe stata cosa fatta.

I firmatari della proposta salentina probabilmente non ebbero la stessa percezione, oppure pensarono che il tenere uniti gli interessi di tutti i proponenti le diverse nuove regione fosse la migliore garanzia per far giungere in porto la loro proposta. E a conforto di questa loro strategia, va sottolineato che gli esponenti della DC erano in genere desiderosi di mantenersi equidistati da tutte le richieste, nel senso che erano propensi ad accettarle oppure a cassarle tutte. Lo si comprende dall’intervento di Aldo Moro (DC) il quale, per non «dar motivo  a sospetti di simpatie per una Regione o per l’altra» propone di rinviare ogni decisione a quando si sarebbero acquisite le risultanze dell’indagine in corso presso le comunità interessate alle nuove istituzioni.

Naturalmente Moro, con questa sua proposta, intendeva implicitamente salvaguardare gli interessi di Bari — città designata quale capoluogo della Puglia e poco propensa a perder il controllo del Salento — e prendere tempo in modo da verificare se c’era la possibilità di trovare un accordo con i comunisti. Comunque sia, il suo intervento portò ad approvare il seguente ordine del giorno firmato, oltre che dallo stesso Moro, da Molè (democrazia del Lavoro), Targetti (Psiup) e — guarda il caso —  Nilde Iotti (PCI): «La Commissione dei 75, preso in esame il problema della istituzione delle nuove Regioni già approvate dalla seconda Sottocommissione, considerato che sono in corso accertamenti presso gli organi locali delle popolazioni interessate, sospende ogni decisione in merito, riservandosi di riprendere in esame il problema non appena in possesso degli ulteriori necessari elementi di giudizio».

Il rinvio sembrava ininfluente, eppure ebbe una conseguenza per nulla banale: la Commissione dei 75, conclusa la riunione del 31 gennaio, presentò il progetto di Costituzione all’Assemblea Costituente, la quale ne ritenne questo l’atto conclusivo. Considerò così esaurito il compito assegnato alla Commissione dei 75 e stabilì che le sue prerogative fossero assunte dal Comitato dei 18 che, avendo concretamente redatto il progetto, avrebbe potuto interloquire con maggior profitto con l’Assemblea Costituente.

Quindi fu il Comitato dei 18 ad essere incaricato di esaminare la documentazione che sarebbe giunta dagli organi locali delle zone interessate alle nuove regioni e, soprattutto, di decidere in merito. Considerato che in questo Comitato, c’erano Grieco, Togliatti e Moro, tutti potenzialmente ostili alla costituzione del Salento, c’era di che mettersi in apprensione. Tuttavia Codacci Pisanelli e Stampacchia, principali sostenitori del Salento, avevano validi motivi per non preoccuparsi: nel Comitato di redazione c’era Giuseppe Grassi, anch’egli firmatario della proposta e personaggio di tale spessore da dare le più ampie assicurazioni che nessuno avrebbe osato tentare dei colpi di mano, lui presente.

Le cose, però, presero una piega diversa e questa decisione si tramutò in un vero e proprio de profundis per le aspirazioni salentine. Il 31 maggio dello stesso anno Giuseppe Grassi dovette infatti dimettersi da componente del Comitato di redazione, in quanto chiamato a svolgere l’incarico di Guardasigilli nel IV governo De Gasperi, e così il Salento rimase senza difesa, in balia dei componenti contrari presenti nel Comitato.

Intanto, pochi giorni prima, il 27 maggio 1947, l’Assemblea Costituente aveva iniziato l’esame del Titolo V riguardante le autonomie locali. Sin dalle prime battute si ebbe la sensazione che le tendenze si fossero del tutto modificate e le province, sino ad allora ritenute inutili, tornarono a divenire all’improvviso necessarie. Il perché lo spiega il deputato Grieco: era una mossa strategica, il mantenere «in vita la Provincia farà cadere molte richieste giunteci da varie parti, per mettere in piedi le piccole Regioni».

In pratica, un primo passo per indebolire le proposte delle nuove regioni. Passo che si completò qualche giorno dopo (27 giugno), quando il comma già in precedenza approvato con la ripartizione della Repubblica «in Regioni e Comuni» venne così riformulato: «La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni».

Le province ritornano a far quindi parte dell’ordinamento.

Questa decisione fa perdere al Salento uno dei suoi sostenitori: il deputato leccese Cicerone il quale, contrario alle regioni e favorevole alle province, aveva inizialmente appoggiato il progetto della regione Salento solo perché le province erano state ridimensionate. Ora, il riportarle al loro ruolo originario, aveva fatto venir meno il motivo del suo appoggio.

A depotenziare ulteriormente le nuove proposte, fu presa, sempre nella stessa giornata del 27 giugno, la decisione di approvare l’autonomia speciale per il Friuli Venezia Giulia, che viveva momenti di particolare difficoltà, visti gli attriti con il governo jugoslavo.

In pratica il Molise, il Salento e L’Emilia-Lunense finirono per rimanere sempre più sole.

Pur tuttavia è quest’ultima regione ad essere il vero pomo della discordia. I comunisti non possono accettare che sia costituita: rappresenterebbe una sconfitta politica troppo cocente e dolorosa. I democristiani tuttavia la tengono in vita, almeno sino a quando non si voglia far decadere anche le altre nuove proposte. Come riferito, il loro obiettivo era di farle passano tutte o di non farne passare nessuna.

Quando l’Assemblea arriva a discutere finalmente sull’autonomia regionale è ormai estate avanzata e il deputato Fuschini, democristiano componente del Comitato dei 18, chiede il rinvio della discussione: «l’Assemblea è stanca del lungo lavoro fatto — credo che questa discussione, la quale riscalderà gli animi — perché si difendono interessi ritenuti legittimi per molti sensi — debba essere fatta in una situazione di quiete spirituale ed anche fisica». Il Comitato stesso aderisce compatto alla proposta Fuschini «allo scopo di evitare, in questo scorcio di lavori, una affrettata e non completa disamina del problema».

Se ne ritorna così a discutere il 29 ottobre 1947, quando il presidente Terracini, ricordato il rinvio deciso in luglio, fa leggere l’elenco delle regioni da costituirsi. Sorprendentemente, però, la lista risulta modificata rispetto a quella approntata dalla Commissione dei 75. Non compaiono infatti più il Salento e L’Emilia-Lunense mentre il Molise, la cui proposta nessuno osteggiava, viene inserita nella regione Abruzzi e Molise.

Cos’era successo?

Difficile dirlo con sicurezza: il Comitato dei 18 non verbalizzava le proprie sedute, affermando che lo faceva per garantire maggiore sollecitudine, a somiglianza dei padri fondatori degli Stati Uniti. Non risultano pertanto documentati i motivi che indussero il Comitato a depennare tutte le nuove regioni proposte.

Tuttavia essi sono facilmente desumibili, soprattutto leggendo gli interventi di chi, nella seduta pubblica della Costituente, difese a spada tratta questa poco democratica cancellazione.

Codacci Pisanelli, nel tentativo di non fare approvare l’elenco proposto dal Comitato, presentò insieme ad altri deputati un ordine del giorno – con primo firmatario De Martino – in cui si chiedeva di rinviare alla legge ordinaria (quindi in tempi successivi alla fase costituzionale) «il compito di determinare il numero delle Regioni, il loro nome, le rispettive delimitazioni territoriali ed i capoluoghi».

Come contromossa cinque componenti del comitato, tra i quali Grieco ed un altro esponente del PCI, proposero, con il pretesto che non si perdesse tempo a discutere sull’elenco nominale, che fossero costituite le sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche». Il che comportava l’automatica cancellazione del Salento mai contemplato nelle Pubblicazioni statistiche ufficiali, come per altro il Molise e l’Emilia-Lunense.

Codacci Pisanelli pose a questo punto una questione di carattere pregiudiziale in quanto, a giusta ragione, riteneva che non rientrava nei poteri del Comitato dei 18 di modificare l’elenco già approvato dalla Commissione dei 75. Tuttavia, malgrado altri deputati appoggiassero la sua richiesta, il presidente Terracini (PCI) non ritenne di prenderla in considerazione. Non la pose pertanto in esame e tantomeno in votazione, lasciando che si discutessero unicamente i due ordini del giorno presentati da De Martino e Grieco.

Intervenne a questo punto Moro che preannunciò il suo e l’appoggio del gruppo democristiano all’ordine del giorno Grieco.

La discussione a questo punto si infiammò e si protrasse sino all’ora di cena, senza che si trovasse un accordo. Fu richiesto un rinvio ma la DC ed il PCI si dichiararono contrari, perché, a loro dire, il momento politico imponeva che si giungesse con urgenza ad una decisione. In definitiva, dopo aver rimandato per mesi la questione, la consideravano all’improvviso talmente urgente da non accettare neppure un differimento di pochi giorni. Così riuscirono a far riprendere la seduta la sera stessa alle ore 21.35.

Alla ripresa dei lavori, gli esponenti della DC e del PCI, richiamando i motivi d’urgenza che rendevano improcrastinabile l’adozione dell’ordinamento regionale, posero la pregiudiziale sulla proposta De Martino. Infatti, a loro dire, questo ordine del giorno, differendo l’adozione delle regioni ad un momento successivo a quello costituzionale, rendeva di fatto inutili le decisioni già assunte in merito dall’Assemblea. In tal senso si espresse Piccioni, segretario politico della DC, il quale chiese espressamente che fosse posta ai voti la pregiudiziale sull’ordine del giorno De Martino.

A nulla servirono le proteste di chi sottolineava che non potevano esserci regioni “storico-tradizionali”, per il semplice motivo che esse non avevano mai fatto parte dell’ordinamento statale, e che erano la semplice espressione burocratica adottata a fini statistici. Né approdò a nulla l’intervento molto critico di Stampacchia il quale fece notare che quella «delle Regioni tradizionali e storiche, è una bella trovata, una fantasia di quanti vogliono soffocare» le aspirazioni popolari. Stampacchia fece pure presente che la cancellazione dall’elenco del Salento, del Molise e dell’Emilia-Lunense era stata compiuta «motu proprio» dal Comitato dei 18, neppure in una seduta ufficiale appositamente convocata ma «ad opera di quattro o cinque che si sono visti nel pomeriggio del 27 luglio di quest’anno».

A Stampacchia replicò con fermezza Togliatti il quale concluse il suo intervento dichiarando in maniera perentoria: «Vogliamo avere le Regioni costituite sulla base delle nostre decisioni nel più breve termine possibile: questa è la nostra aspirazione». Schierandosi così a favore della pregiudiziale Piccioni, che di fatto fu in definitiva sostenuta dalla DC, dal PCI e dai socialisti riformisti.

Posta in votazione a scrutinio segreto, la pregiudiziale fu approvata con 221 voti favorevoli ed 88 contrari. Saltava così l’ordine del giorno che avrebbe consentito di ridiscutere l’istituzione del Salento in una sede diversa da quella costituzionale, e rimaneva da votare solo quello proposto da Grieco che toglieva, invece, ogni speranza alla costituzione della regione salentina.

In conclusione, dopo un vano tentativo di Grassi di far rinviare la decisione ad altro momento, quand’era ormai notte fonda, l’ordine del giorno Grieco fu anch’esso posto in votazione a scrutinio segreto ed approvato con 203 voti favorevoli e 83 contrari.

Si approvò così la costituzione delle sole «Regioni storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni ufficiali statistiche» ed il Salento rimase escluso in maniera definitiva.

Detto che, dei 556 componenti della Costituente, solo 286 avevano resistito sino alle prime luci dell’alba per decidere in merito, va anche sottolineato che, ironia della sorte, tanta fretta servì a nulla: le regioni rimasero bloccate per più di vent’anni e solo negli anni settanta riuscirono a vedere la luce. La fretta si dimostrò invece funzionale all’accordo tra democristiani e comunisti, che, visti i tanti disaccordi esistenti su altri aspetti costituzionali, non avrebbe potuto reggere per troppo tempo. Evidente, inoltre, che fosse passata la linea democristiana del tutti o nessuno, alla quale i comunisti s’erano dovuti adeguare, pur di non vedere costituita l’osteggiata Emilia Lunense. E non fu questa una scelta indolore perché la stragrande parte dei costituenti riconosceva le buone ragione sia storiche, sia tradizionali del Molise a non essere inserito con gli Abruzzi. Non a caso, per tacitare anche chi all’interno della DC e del PCI trovava assurda la bocciatura della proposta molisana, fu prevista una corsia preferenziale che avrebbe consentito il futuro distacco del Molise dagli Abruzzi. Possibilità che appunto si concretizzò qualche anno dopo (1963).

Nessuna ciambella di salvataggio fu invece prevista per il Salento che, quindi, finì per essere l’unica vittima dell’accordo che rappresentò il primo esempio tangibile della politica delle “convergenze parallele” tanto cara agli esponenti della sinistra DC. Ciò detto, non si può  tuttavia tacere che la proposta era di per sé debole, non godendo dell’unanime consenso delle cittadinanze coinvolte.

Codacci Pisanelli, nel presentarla, si dimostrò lungimirante nel prevedere che le aspirazioni di sviluppo del porto di Brindisi sarebbero state mortificate dalle esigenze del porto di Bari che, inevitabilmente, avrebbe fatto sempre la parte del leone nella destinazione di fondi e di risorse. Lo sottolineò più volte, nella speranza di coinvolgere i deputati eletti grazie ai voti dei Brindisini, vale a dire Caiati, Lagravinese e Ayroldi.

I suoi tentativi si dimostrarono vani.

I tre politici “brindisini” si guardarono bene dal farsi coinvolgere e rimasero alla finestra, senza mai intervenire, in un senso o nell’altro, nel corso del lungo dibattito. Per cui il sospetto che il loro elettorato, e quindi i Brindisini che li sostenevano, non dovessero nutrire particolare interesse per la questione, è più che legittimo. D’altra parte quale fosse la predisposizione delle autorità cittadine per la proposta, la si può desumere dai risultati del sondaggio effettuato dalla Commissione dei 75.

Il Salento ottenne il plebiscito delle comunità leccesi (73 voti favorevoli ed 1 voto contrario) mentre tiepide si mostrarono quelle brindisine (7 voti a favore, 7 contrari e 6 Comuni che non risposero nemmeno) e le Tarantine (8 a favore, 8 contrari e 3 mancate risposte).

C’è infine da ricordare che la Deputazione provinciale brindisina dapprima espressasi a favore della regione Salento, dopo poco, al termine d’un convegno sul tema “Ente Provincia ed Ente Regione”, si pronunciò contro l’istituzione dell’ente regione, perché favorevole al potenziamento dell’ente provincia.

In definitiva, le autorità brindisine e tarantine non seppero con chi schierarsi, temendo forse ancor più il predominio di Lecce che quello di Bari.

Queste prese di posizione non certo favorevoli andrebbero magari ricordate, quando periodicamente si torna a discutere del Salento o del Grande Salento, ripercorrendo quei giorni in cui non si seppe sfruttare una situazione davvero propizia.

Certo l’accordo tra democristiani e comunisti pesò molto sul fallimento del progetto ma ci sono buoni motivi per credere che tale intesa non si sarebbe neppure realizzata, se le autorità ed i politici salentini avessero manifestato un appoggio appena solidale all’iniziativa.

(2 – fine)

Perla prima parte clicca qui:
https://www.fondazioneterradotranto.it/2021/03/20/regione-salento-un-sogno-durato-lo-spazio-duna-sera/

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2 Commenti a Regione Salento: la notte delle convergenze parallele

  1. Ringraziamenti all’Autore non solo per doverosa educazione, attesa la qualità e completezza dell’informazione, ma per civica riconoscenza avendo Egli riconfigurato uno degli aspetti fondamentali della storia ancora recente del Salento, i cui effetti negativi (per non dire nefasti) sono sotto gli occhi di tutti gli italiani che tramite i salentini “doc” sparsi ma non dispersi nel mondo testimoniano la diversità che avrebbe contribuito alla creazione di reciproco valore aggiunto alle due regioni politiche marginali rispetto al compromissorio potere pseudo centrale. Il ricordo della irresponsabile mancata creazione della regione, proprio perché agevolata da una visione non visione di capacità politica, oltre il “particulare”, dovrebbe essere il motivo conduttore per riprendere il filo della grande Storia del Salento!

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