Intervista a Mariangela Ta’: cronaca di una rigenerazione

a cura di Alessio Palumbo

Mariangela Ta’ è una giovane artista galatinese, ritornata da poco tempo nella sua città natia, dopo una lunga esperienza romana ed alcune importanti attività internazionali. Iniziata la sua attività da autodidatta, ha improntato stile e tecnica, fatto di colori puri in cui le superfici sono separate da pennellate più o meno nette, poco sfumate, sul modello di pittori quali Frida Kahlo, Paul Gauguin ed Henri Rousseau.

 

Nel 2018 ha partecipato al simposio artistico, Dunart, tenutosi a Bratislava, un’esperienza che le ha permesso di studiare l’approccio di alcuni artisti ungheresi e slovacchi. Da allora, quella che l’artista ha definito una vera e propria “rigenerazione”, ha subito un’accelerazione, portandola a produrre nuovi lavori esposti presso alcune piccole gallerie del centro di Roma, a partecipare ad alcune mostre collettive fino alla sua prima personale nel 2018.

Pur nelle diverse latitudini, il Salento, riprodotto in una dimensione onirica, surreale e quasi magica, costituisce il soggetto principale delle sue opere. Tipicamente salentini sono gli stessi colori dei suoi quadri: cromie  accese e brillanti, come quelle dell’opera Metamorfosi, il cui soggetto è Aracne, una donna che si trasforma in ragno in mezzo ai campi, immersa in una natura dai colori impazziti.

Ecco la nostra intervista:

Le sue opere hanno chiari legami, nella tecnica e nei cromatismi, con i quadri di Frida Kahlo e Paul Gauguin, tuttavia è l’esperienza di Bratislava ad aver costituito, a suo dire, una “rigenerazione”. Ci descriva in cosa si è concretizzato, dal punto di vista artistico, questo passaggio dal Messico e dai Mari del Sud, alla fredda Europa centro-orientale.

Quando parlo di rigenerazione mi riferisco a un mio momento spirituale di rinascita avvenuto tramite l’arte e ancora in fase di evoluzione, il tutto reso possibile dalla pittura e non dal vissuto in una nazione. Posso affermare di essere una grande amante dei viaggi e, in quanto tale, cerco di trarre il più possibile energie positive e familiari ogni volta che viaggio all’estero.

Sicuramente mi sento più vicina ai paesi caldi ed esotici, ma il ricordo delle persone incontrate in Slovacchia non suscita in me alcuna sensazione di freddezza, essendo stata accolta come una di famiglia. La partecipazione al simposio Dunart è stata per me di particolare rilevanza perché mi ha permesso di osservare, per la prima volta, un gruppo di artisti all’opera con i loro lavori, confrontandomi con diversi punti di vista.

 

 

Il Salento, terra del rimorso, con i paesaggi assolati, i miti ancestrali, è tra i suoi soggetti preferiti: sono suggestioni nate sin da subito nella sua opera o si tratta del prodotto di un’evoluzione nella ricerca?

 Le prime opere da me realizzate non credo siano di ispirazione puramente salentina, piuttosto un incontro tra gusto spagnolo e ispirazione salentina. Sicuramente il fascino per l’aspetto magico e la luminosità dei colori sono strettamente legati alle mie origini; proprio ora ho in progetto una collezione ispirata al tema del ritorno alle origini, qualcosa che rappresenti il mio paese, Galatina. Mi piacerebbe fosse un modo per ricordare il Salento di una volta, alcuni miei familiari che purtroppo non ci sono più, un modo per tornare e apprezzare la semplicità della vita.

 

Soffermiamoci su questo ritorno a Galatina: dopo l’esperienza romana e all’estero, è per lei la chiusura di un cerchio o una semplice pausa prima di nuove esperienze artistiche?

Parlando di un cerchio, altro non può venirmi in mente che l’immagine di un ciclo che si chiude solo apparentemente: in realtà gira all’infinito. Una volta il concetto del tempo, il cerchio di cui parliamo, mi preoccupava spesso, ora posso dire che ogni chiusura può essere considerata una tappa, la vita un viaggio che si rigenera e ci mette di fronte a prospettive sempre nuove. Galatina rappresenta un punto fermo nella mia vita, insieme ad alcune persone che resteranno sempre tali e hanno scelto di camminare insieme a me a prescindere dagli spazi.

 

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Un commento a Intervista a Mariangela Ta’: cronaca di una rigenerazione

  1. Al di là della tecnica, queste “opere” creano emozioni non superficiali; cosa divenuta assenteista nel pandemico mondo ancor prima del mortal virus!
    Grazie

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