Libri| Mesagne e la sua storia di Diego Ferdinando (I parte)

Mesagne

Dall’edizione critica della Messapographia sive Historia Messapiae, ms. databile al 1655, recentemente pubblicata da Domenico Urgesi, con la collaborazione di Francesco Scalera, si riportano ampi stralci dell’introduzione.

 

L’inedito codice 1655 della Messapographia sive Historia Messapiae

di Diego Ferdinando: note introduttive 

di Domenico Urgesi

 

Nel panorama storiografico salentino, la storia di Mesagne acquista rilevanza pubblica negli anni ‘40 e ’50 dell’800, con vari articoli pubblicati su «Poliorama pittoresco» da F. D. P. Demitri[1], che vi pubblicò:

  1. Illustri salentini: Epifanio Ferdinando il Vecchio, («Poliorama pittoresco», 1844, pp. 269-70), corredato da una litografia del medico-filosofo;
  2. Mesagne (Ibidem, pp. 355-56 e pp. 371 sgg.), in cui furono anche pubblicate le famose litografie Veduta di Mesagne dalla parte di Occidente e Veduta di Mesagne dalla parte di Oriente, realizzate dal pittore mesagnese Antonio Criscuolo;
  3. Cenno biografico di Giovan Francesco Maya Materdona, (Ivi, 1850, pp. 269-70), corredato da un ritratto del poeta.

Sullo stesso periodico, nel 1858, al tramonto dell’età borbonica, pubblicò Antonio Profilo fu Tommaso[2]:

  1. Teresa dello Diago (Ivi, 1858, pp. 117-18);
  2. Sull’Accademia degli Affumicati di Mesagne, ai miei giovinetti concittadini (Ibidem, pp. 213 sgg.);
  3. La chiesa di Mater Domini in Mesagne (Ibidem, pp. 409-10).

La storiografia mesagnese ebbe un nuovo impulso negli anni ’70, successivi all’unificazione dell’Italia, quando Antonio Profilo[3], giovane e promettente esponente della destra storica locale, fu chiamato da Salvatore Grande a contribuire alla “Collana degli scrittori di Terra d’Otranto”. Fu un’impresa che vide la partecipazione dei più grandi intellettuali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano, Francesco Casotti, Luigi Maggiulli, Pietro Palumbo, Cosimo De Giorgi, Luigi Giuseppe De Simone, e molti altri, con lo scopo di portare alla ribalta della nazione italiana la cultura salentina, nel timore che l’unificazione appena compiuta avrebbe ridotto l’importanza di Lecce e della sua Provincia. In quell’ambito, che è stato definito “ideologia della salentinità”[4], la destra storica salentina ritenne necessario rivendicare l’alto valore della cultura di questo territorio, sia per sventare il pericolo di emarginazione culturale, quanto per limitare gli effetti della subordinazione al nuovo regime.

In quella temperie vide, così, la luce l’opera La Messapografia ovvero Memorie istoriche di Mesagne in Provincia di Lecce per l’avvocato Antonio Profilo fu Tommaso,

[…]

coerentemente all’impostazione del cenacolo culturale succitato, il Profilo dedica una particolare attenzione al ruolo dei Normanni nel territorio salentino e, in esso, di quello mesagnese (non dimenticando – però – i benefici ricevuti da angioini e aragonesi). All’interno del progetto cultural-politico del Grande, teso a rivendicare la dignità storica del tacco d’Italia, dunque, ebbe pubblica dignità la storiografia mesagnese messapografica, che fino ad allora era stata sotterranea, perlopiù inedita.

Infatti, le fonti più note della letteratura storiografica mesagnese sono quelle dovute alla famiglia dei Ferdinando, che si richiamano alla storia dei Messapi e ne adoperano il nome per dare il titolo alle loro opere: […]

La Messapographia di Epifanio Ferdinando

[…]

Nel contenuto, diversamente dalle opere scientifiche, l’Antiqua Messapographia di Epifanio appare soltanto un insieme di brevi trattazioni, benché la materia sia ben strutturata in capitoli concepiti in una sequenza cronologica che abbraccia la colonizzazione della Puglia da parte dei suoi mitici fondatori. La cronologia generale è esplicitamente ecclesiastica, anzi biblica. Epifanio, richiamando esplicitamente i calcoli eseguiti da Eusebio di Cesarea, ma anche Isidoro, Origene, Lattanzio, S. Agostino, etc. (e tuttavia non tutti concordi), stabilisce la creazione del mondo nell’anno 5199 prima della nascita di Cristo; e quest’ultima dopo 2957 anni dal Diluvio Universale, 2015 da Abramo, 1510 da Mosè, 752 dalla fondazione di Roma. Notevoli riflessioni si possono fare su codesto interessante aspetto, ma non è questa la sede opportuna; basti osservare che è la stessa cronologia accettata implicitamente dal figlio Diego che, in merito, nella sua Historia Messapiae, fa riferimento soprattutto al monaco agostiniano Eremitano.

Sembra opportuno, invece, sottolineare che Epifanio nei primi 15 capitoli (circa 114 pagine mss. su 166) si sofferma ad esaminare le vicende mitiche della regione Messapia e delle sue principali città, tra cui Brindisi, Oria, Taranto, Otranto, Lupiae e Rudiae, soprattutto in relazione a Mesagne e al suo presunto fondatore Messapo. […] il suo schema sembra quello già codificato da Biondo Flavio, poi seguito dal Galateo, e da molti altri corografi, come è stato rilevato da illustri studiosi quali Francesco Tateo e Domenico Defilippis[5].

[…]

Esula dal presente lavoro una puntuale comparazione tra le due opere; che sarà utile, comunque, e auspicabile; dal confronto, ne potrebbe venire meglio illuminata l’opera dei due Ferdinando. Intanto, possiamo dire che Diego trae sicuramente spunto dalla Messapographia del padre Epifanio, ma molto se ne distacca.

 

Breve biografia di Diego Ferdinando

Volgiamoci allora alla ms. Historia Messapiae di Diego Ferdinando, non senza aver fatto qualche accenno alla sua vita.

Diego nacque nel 1611, morì (giusto il liber mortuorum) il 14 maggio 1662[6]. Come il padre, studiò medicina. Il Profilo[7] ci dice che:

“Diego, chiamato anche Carlo Luigi, nato a 16 novembre 1611, fece i primi studi in patria sotto la direzione del sacerdote mesagnese Giacinto Monaco dottore di leggi ed egregio predicatore e filosofo […]

Fu dottore medico non inferiore al padre, storico, poeta ed ottimo teologo. Mortagli Margherita Geofilo sua moglie, indossò l’abito talare, addivenne prete e fu accettato nel 1648 nel grembo di questo Capitolo […] tutta volta continuò ad esercitare la sua professione sino ai 13 maggio 1662, giorno di sua morte.

[…] Oltre non pochi lavori in medicina, rimasti inediti ed ora dispersi, scrisse più ampiamente del padre la sua Historia Messapiae che divise in sei libri compresi in due tomi. Meritò gli elogi di non pochi letterati suoi coetanei per questo libro che a parere dei medesimi avrebbe desiderato la pubblica luce […]”

Diego raccolse, quindi, l’eredità storiografica della paterna Antiqua Messapographia, la sviluppò ed elaborò un’opera molto più corposa e approfondita, pur conservando – sostanzialmente – l’impianto “messapografico” paterno. Il Profilo la accredita semplicemente del titolo Historia Messapiae. La Bib. “De Leo” ne possiede una trascrizione eseguita in data imprecisata (ma, presumibilmente, non molto dopo quella di Epifanio) da Ortensio De Leo[8], con il titolo MESSAPOGRAPHIA / SIVE / HISTORIA / MESSAPIAE / Auctore / DIDACO FERDINANDO / Medico et Philosopho / Messapiensi; essa risulta costituita da 4 libri, non 6 come dice il Profilo.

Il titolo Historia Messapiae è accennato anche dal figlio di Diego, Epifanio il giovane, nei succinti cenni biografici che ne tracciò, unitamente a molti altri personaggi mesagnesi, in un’inedita opera in più volumi, databile al 1702, laddove scrive[9]:

“Carlo Afrodisio, per divozione detto Diego, fù D. Medico, e marito di Margarita Gionfalo, doppo la morte della quale, divenuto sacerdote, morì nel 1662 in concetto di huomo pio […].

Fù Diego Medico famoso a suo tempo, ed [vari puntini di sospensione] per lo suo sapere, ché per la bontà di vita. Fù egli Poeta ed Istorico; e lasciò molti manuscritti di Medicina, ed un libro della Storia della sua Padria, che da me si conservano. […]”

Pertanto, è plausibile che il titolo che accennò il figlio Epifanio (Storia della sua Padria), non corrisponda ad altro che alla Historia Messapiae. Codesto stesso titolo è riferito anche nelle annotazioni (non autografe) all’opera di G. B. Lezzi[10] – ms. D/5 della citata Bib. “De Leo” databile all’ultimo quarto del secolo XVIII – dalle quali apprendiamo, fra l’altro, che[11]:

“Ferdinando Diego, detto anche Carlo per sua devozione, nato in Mesagne 16 Nov. 1611. […] Fu, dice il di lui figlio, Diego medico famoso a suo tempo, e per il suo sapere, che per la bontà di vita. Fu egli Poeta ed Istorico, e copiò molti mss. di Medicina, ed un libro dell’istoria della sua Patria, che da me si conservano. Questa storia della sua Patria ha per titolo: Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiense. È divisa in 4 libri, ed è scritta con maggior eleganza ma anche con maggior prolissità che quella di Suo Padre, i quali ci han conservate molte buone notizie, ma molte favole anche adottano che non trovano così facile lo smaltimento. Non vi sono di lui alcune opere alla stampa, se non un’Ode in versi toscani con una breve Orazione agli Accademici di Mesagne in morte di Caterina sua figlia nelle composizioni funebri per essa Caterina pubblicate in Lecce nel 1659 […]. Di costui parla con lode il De Angelis nella vita di Epifanio suo Padre c. 220 e c. 230 […].”

Anche qui, dunque, leggiamo che l’opera di Diego è costituita da 4 libri, non 6. Vedremo, tuttavia, che l’inizio di un quinto libro fu effettivamente elaborato da Diego.

[…]

 

La Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando

Questa premessa è stata necessaria per stabilire il titolo; e poi per affrontare la descrizione di un corposo esemplare manoscritto della Messapographia sive Historia Messapiae di Diego Ferdinando, finora poco noto. È scritto interamente in latino, con alcune espressioni in greco, qualche termine vernacolare che emerge di tanto in tanto (di alcuni dei quali viene spiegata l’etimologia; ad es. vuttisciana), qualche brano in volgare.

E sulla scelta linguistica del Ferdinando, bisognerà considerarne le cause sia nel clima post-tridentino teso a ripristinare la supremazia morale della cristianità anche mediante il latino[12], quanto nella ricezione e nella persistenza di tali dettami in «…una regione il cui volgare non ha alcuna tradizione letteraria, dove il latino rappresenta per tradizione l’unica lingua colta…»[13]. Infine, non bisognerà tacere della indole personale di Diego, fattosi sacerdote nel 1648, profondo estimatore di S. Eleuterio e ardente partigiano del suo martirio nel territorio mesagnese, agguerrito sostenitore della indipendenza dei Messapi e della superiorità – tra di essi – della città di Mesagne-Messapia. Il latino era, perciò, la lingua necessaria per un’impresa così ambiziosa, probabilmente anche sulla scia del Galateo, verso il quale dimostra una riverenza assoluta. Tanto è per lui evidente l’equiparazione Mesagne-Messapia, che Diego, riferendosi ad un passo del Galateo in cui si fa menzione delle scaramucce franco-spagnole nei pressi di Mesania[14], non si fa scrupolo di equiparare il termine Mesania con Messapia (ossia Mesagne), senza porsi affatto il problema se Mesania potesse avere un significato diverso da Messapia.

[…] sin dall’inizio, balzava agli occhi l’ipotesi che questo codice fosse l’originale, ossia l’opera autentica ed autografa di Diego Ferdinando. Per averne la certezza assoluta, ovviamente, sarebbe stato necessario disporre di una grafia attribuibile senza dubbio a lui; ma, fino a un momento prima della stampa, nonostante le assidue ricerche svolte, essa mancava. Tuttavia, sulla base di ragionevoli considerazioni, sono sempre stato convinto che questo codice non poteva che essere stato scritto di suo pugno; e, in questa affermazione, mi confortava la perizia grafica eseguita da Giuseppe Giordano su varie pagine del manoscritto.

Ora, poco prima di andare in stampa, con la lettura fortuita (grazie a Francesco Scalera) di un articolo online firmato da Marcello Gaballo e Armando Polito, in cui è stato pubblicato un autografo di Diego, quella che era soltanto una ragionevole ipotesi è divenuta una certezza. Si tratta di un certificato medico scritto e sottoscritto da Diego Ferdinando in data 13 agosto 1657, inerente lo stato di grave malattia dell’Abate Guglielmo Massa di Nardò, il quale dimorava a Mesagne in quel periodo. Il documento è stato ritrovato da Marcello Gaballo nell’Archivio Storico della Diocesi di Nardò-Gallipoli, nell’ambito di un progetto di ricerca molto ampio in corso di stampa; lo ringrazio per averci autorizzato ad utilizzarlo in questa sede.

Il supplemento di Perizia eseguita da Giuseppe Giordano attesta inconfutabilmente che la grafia del codice 1655 è la stessa del certificato medico e, quindi, sgombra il campo da ogni dubbio.

Molto nota e citata è, invece, la copia custodita presso la Biblioteca “De Leo”, già menzionata; per semplicità, d’ora in avanti “copia De Leo”; poco nota è – fortunatamente, direi – una copia custodita presso la Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”. Le esamineremo, entrambe, più avanti.

 

Descrizione fisica del codice inedito.

Il ms. è costituito complessivamente da 258 carte non numerate. In questo numero è compreso un fascicolo di Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae (di carte 4 + 11, cucite insieme con filo di cotone ab antiquo), non legato in volume; vi sono comprese anche 4 carte sciolte, ma delle stesse dimensioni delle altre. Pertanto, risultano legate in volume soltanto 239 carte. Delle 4 carte sciolte, due di esse (la 178 e la 233), dopo attento esame, è stato possibile collazionarle al testo, e numerarle in sequenza coerente ad esso; le altre due sembrano “foglietti volanti” di appunti presi per aggiungere delle glosse o per ulteriori verifiche ed approfondimenti: le abbiamo, perciò, poste in fondo, coi nn. 257 e 258, oltretutto in linea con l’ordine cronologico.

In conclusione, abbiamo: un volume di 241 carte rilegate, più un fascicolo sciolto di 15 cc., più 2 cc. sciolte.

[…]

Il sommario

[…]

Le epigrafi

[…]

La datazione

Il codice di cui parliamo non ha data esplicita, di conclusione o di elaborazione; vi sono soltanto due date nel testo, che fanno riferimento ad avvenimenti testimoniati dall’autore; una è il 1653, nel cap. VIII del libro IV, indicato come «anno elapso» («anno passato») in cui comparivano resti di mura riutilizzati per costruire il campanile della chiesa di San Francesco, attualmente intitolata all’Immacolata; l’altra, nel cap. Sepulchra, al verso della carta 242, fa riferimento al ritrovamento di una antica tomba «nostris diebus repertum, anno scilicet 1655» («rinvenuta ai nostri giorni, ossia nell’anno 1655»).

Il fascicolo Sepulchra ed Inscriptiones Messapiae si ricollega chiaramente al capitolo sugli “epitaffi” (cap. IV del libro IV), di cui sembra essere un completo rifacimento e ampliamento, prossimo a prenderne il posto nella versione che Diego avrebbe voluto ultimare. Non essendoci, in tutto il ms., altre date più recenti, si può assumere il 1655 come terminus post quem, vale a dire come “data prima della quale non può essere stato ultimato”; anche se, data la mole e la complessità, è molto verosimile che Diego avesse cominciato a scrivere l’opera parecchi anni prima.

Queste sono le differenze essenziali tra il nostro codice finora poco noto e le altre due copie finora conosciute. Per tutte queste caratteristiche formali e calligrafiche questo ms., oltre ad essere copia autentica, è il codice originale dell’opera di Diego Ferdinando, ossia il ms. più rispettoso delle sue intenzioni. Pertanto, sembra opportuno definirlo, con la datazione, “codice originale 1655”.

 

Altri esemplari noti

1-La “copia De Leo”.

Della Messapographia di Diego Ferdinando, oggi sono note due copie pubbliche. Una presso la Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi; la definiamo, quindi, “copia De Leo”.

[…]

2-La “copia Granafei”.

Un’altra copia è presente, in fotocopie, nella Biblioteca “U. Granafei” di Mesagne; la possiamo definire, quindi, “copia Granafei”.

[…]

Da questa succinta disamina, ne consegue che la “copia Granafei” è uno zibaldone, la cui sequenza rispetto al codice 1655, come anche l’intitolazione dei capitoli, risulta fortemente arbitraria; e corrotto ne risulta il testo, in molti termini non interpretati correttamente; presenta, inoltre, alcune lacune di testo e vari periodi riscritti dall’ignoto copista a suo piacimento.

Notevoli sono le differenze di contenuto fra i tre esemplari. La “copia De Leo” – pur con molte lacune e distorsioni – è abbastanza fedele al codice 1655. La “copia Granafei”, invece, se ne discosta moltissimo; per cui, possiamo definirla altamente priva di compatibilità con il codice 1655; in conclusione, una falsa Historia Messapiae.

Altre copie circolate

Secondo A. Profilo, circolavano diverse copie della Messapographia di Diego, già lui vivente; […]

Alla luce delle precedenti considerazioni, si può meglio contestualizzare l’opera messapografica di Antonio Profilo. Si può escludere, anzitutto, la derivazione diretta della Messapografia del Profilo dal codice 1655; mentre è evidente la somiglianza della Messapografia di Profilo con la “copia Granafei”, sia nell’impianto generale che nella sequenza dei capitoli; […] Ciò non toglie che, comunque, l’opera del Profilo, prodotta nel quadro ideologico della salentinità[15], sia stata sviluppata in maniera originale e con l’utilizzo di studi ulteriori rispetto al Ferdinando. L’esame filologico e storiografico della Messapografia del Profilo, e della filiazione diretta o mediata da Diego Ferdinando, merita un approfondimento, ma esula dal presente lavoro.

 

 

Note

[1] Questo personaggio potrebbe essere lo zio materno di Antonio Profilo, ossia Demitri Francesco; vedi D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne. Politica e cultura in un comune salentino del secondo Ottocento, in A. Profilo, Vie, piazze, vichi e corti di Mesagne: ragione della loro nuova denominazione, Schena Editore, 1993, (rist. an. dell’ed. Ostuni, Tamborrino, 1894), pp. XII, 398.

[2] Ivi, pp. XIV-XV.

[3] Per l’inquadramento della figura del Profilo, v. D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit.

[4] Cfr. soprattutto F. Martina, Il fascino di Medusa: per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica (1848-1964), Fasano 1987, pp. 41 sgg. Ma v. anche M. M. Rizzo, Introduzione, in aa.vv., Storia di Lecce dall’unità al secondo dopoguerra, Roma-Bari 1992, p. 11; e D. Urgesi, Antonio Profilo e Mesagne…, cit., pp. XX sgg.

[5] Si segnala, almeno, F. Tateo, La storiografia umanistica nel Mezzogiorno d’Italia, in La storiografia umanistica, I [vol.] (Atti del Convegno internazionale di studi, Messina 22-25 ottobre 1987), Messina, Editrice Sicania 1992; D. Defilippis, La descrizione della Iapigia di Antonio Galateo, in A. De Ferrariis (Galateo), La Iapigia (Liber de situ Iapygiae), Galatina, Congedo Editore, 2005.

[6] Cfr. Liber mortuorum ab anno SS. Iubilei 1650 usque ad annum 1671, c. 55r, in Archivio Capitolare di Mesagne.

[7] Vie, piazze, vichi e corti, cit., pp. 94-5; a p. 95 Profilo parla dei sei libri, ripetendo un’affermazione già fatta nel 1870, in Messapografia ovvero Memorie…, 1870, cit., p. V.

[8] (O. De Leo), Messapographia sive Historia Messapiae Auctore Didaco Ferdinando Medico et Philosopho Messapiensi, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/14, unità codicologica 1.

[9] E. Ferdinando (il giovane), Delle fameglie di Mesagne, ms. 1702, presso biblioteca privata. Cfr. anche D. Urgesi, Alle origini della letteratura storica mesagnese…, in Studi storici su Mesagne e il suo territorio, cit.

[10] Giovan Battista Lezzi nacque a Casarano il 1754, dove si spense il 1832. Frate cappuccino, insegnò nel Seminario di Oria, dove collaborò con il vescovo Alessandro Maria Calefati nel riordino e conservazione di numerosi manoscritti. Fu poi chiamato dall’arcivescovo Annibale De Leo come primo bibliotecario della omonima Biblioteca; e con lui collaborò alla compilazione di molte opere, tra le quali il Codice diplomatico brindisino. Morì il 1832. Per ulteriori notizie, cfr. almeno, A. Stano Stampacchia, Giovanni Battista Lezzi, primo bibliotecario della Biblioteca “De Leo” e biografo salentino, in «Brundisii Res», III (1971), pp. 57 sgg.

[11] G. B. Lezzi, Vite degli scrittori salentini, in Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” (Brindisi), fondo Manoscritti, ms. D/5, p. 405.

[12] Cfr. A. Vallone, Tempi e temi dell’opera di Q. M. Corrado, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino del ‘500 (a cura di D. Palazzo), Galatina, Congedo Editore, 1978, in particolare pp. 29 sgg.

[13] F. Tateo, Quinto Mario Corrado umanista, in Quinto Mario Corrado: umanista salentino…, cit., p. 114.

[14] Cfr. A. De Ferrariis (Galateo), Liber de Situ Japygiae, Basilea 1558, p. 67; idem nell’ed. napoletana del 1624, p. 63.

[15] Vedi, soprattutto, F. Martina, Il fascino di Medusa…, cit.; M. M. Rizzo, Introduzione…, cit.

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