Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quinta)

La pace brindisina: l’illusione di un’epoca d’oro

di Nazareno Valente

 

Era dai tempi di Tiberio e Gaio Gracco che Roma si trovava coinvolta in sanguinosi conflitti interni che avevano alla lunga stremato le istituzioni repubblicane riducendole simili a simulacri, privati ormai delle caratteristiche e delle funzioni originarie. Il Senato, un tempo sua massima espressione, era svilito ad un ruolo secondario, di fatto di supporto a chi, con l’aiuto delle milizie, imponeva di volta in volta la legge del più forte. Le trattative che si svolsero a Brindisi nell’autunno del 40 a.C. ne certificarono l’avvenuta emarginazione. Al tavolo dei negoziati sedevano Mecenate, uomo di spicco dell’entourage di Ottaviano, Asinio Pollione, scelto da Antonio più per la caratura che per essere un suo uomo di fiducia, e Cocceio Nerva, che manteneva buoni rapporti con entrambi i triunviri e che fungeva da mediatore. Nessun esponente del senato era presente alle consultazioni, sintomo appunto evidente di come tale consesso fosse fuori dai giochi. E neppure l’altro triunviro, Lepido, fu rappresentato: s’accontentava di stare a galla, preoccupato solo di mantenere l’Africa, allora importante per l’approvvigionamento alimentare dell’Urbe. In definitiva la «res» da pubblica era divenuta una faccenda privata a due. Con ogni probabilità di questa situazione politica non si aveva una perfetta percezione e, di conseguenza, tutto il mondo romano guardava con speranza a Brindisi: le trattative s’erano aperte sotto i migliori auspici e sussistevano tutti i presupposti perché, ricomposto il dissidio, ci si avviasse ad un periodo di pace.

E tutto questo avveniva grazie all’improvvisa morte di una donna; avvenimento questo su cui serve soffermarsi, non solo per questioni narrative.

Fulvia, dopo aver lasciato Brindisi, si era incontrata ad Atene con il marito Antonio che, irritato con lei per i problemi che gli creava con Ottaviano, l’aveva redarguita in malo modo abbandonandola poi a Sicione per iniziare l’avventura che l’avrebbe portato di fronte alle mura sbarrate della nostra città. Amareggiata dalle parole di Antonio, Fulvia s’era ammalata, sino a spegnersi addirittura per il dispiacere. Questa almeno la versione di Appiano e Dione, concordi nel far morire, come un’eroina d’un romanzo d’appendice, l’aristocratica che in altre parti dei loro scritti dipingono con un cuore duro come la pietra. Per quanto un così repentino cambio di attitudini desti stupore, nessuno espresse il sospetto che le cose fossero state aggiustate da una qualche previdente manina. Eppure Fulvia non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per togliere il disturbo: invisa ad Ottaviano e, al tempo stesso, un peso per Antonio, sia per ragioni sentimentali (Cleopatra ormai occupava ogni possibile spazio), sia per questioni politiche per tutte le tensioni che gli procurava con il rivale di triunvirato. Tant’è che Dione riassume la situazione, sottolineando come il tragico evento avesse di fatto appianato ogni cosa: «Appena giunse la notizia, i due deposero le armi e vennero ad un accordo». Cocceio aveva infatti preso la palla al balzo per far rappacificare i due: «ora che Fulvia era stata tolta di mezzo», non c’erano altri apprezzabili motivi di contrasto. Commento quest’ultimo di Appiano, che non avrebbe potuto essere più esplicito. La scomparsa della matrona, oltre ad aver sottratto i nostri concittadini ad un assedio cruento, aveva liberato il campo ad un’intesa che, nelle aspettative, avrebbe dovuto garantire la pace per lungo tempo.

Sicché già nel mese di ottobre le trattative si chiusero nel migliore dei modi e la riconciliazione fu bell’e conclusa. Agli effetti pratici, il triunvirato venne riconfermato, e fatta eccezione per l’Africa lasciata a Lepido, i due si spartirono il resto del mondo romano: ad Ottaviano andarono tutte le province occidentali e ad Antonio quelle orientali. Stabilirono inoltre, tanto per suonare il de profundis per le istituzioni repubblicane, che «quando non desideravano essere consoli loro stessi, lo fossero a turno i loro amici». Per suggellare il patto, si decise infine che Ottavia, sorella di Ottaviano, appena rimasta vedova, sposasse Antonio, anch’egli — come visto — fresco vedovo, realizzando in tal modo pure un saldo rapporto di parentela. Così, quando di fronte alle truppe ed ai nostri concittadini Ottaviano ed Antonio, riconciliati, si abbracciarono, «le acclamazioni furono incessanti per tutto il giorno e per l’intera notte». All’accordo seguì, com’era allora consuetudine, un momento conviviale e «negli accampamenti di Brindisi si svolse un banchetto» dove, mentre Ottaviano si comportò come da tradizione romana, Antonio mostrò la sua propensione per il mondo orientale assumendo l’atteggiamento tipico degli egiziani. In definitiva i due rappresentavano ormai mondi diversi, e pure questo pareva un motivo valido per rendere solido il patto.

Brindisi fu pertanto partecipe d’un evento che i contemporanei vissero come epocale perché unanimemente ritenuto l’inizio di in’epoca d’oro che avrebbe assicurato prosperità e sicurezza. Ed era un pensiero accarezzato non solo dalla gente comune ma anche nei circoli aristocratici ed in quelli letterari. Lo stesso Virgilio gli dedicò l’ecloga IV, incentrata sulla nascita di un «puer» — il cui avvento avrebbe dovuto portare il mondo, dopo quella mitica, nella seconda età dell’oro e che, invece, d’allora in avanti, ha solo turbato il sonno di generazioni di studiosi incapaci d’individuare in maniera incontrovertibile chi fosse il nascituro. Il clima festoso che accompagnò le nozze di Ottavia ed Antonio, svoltesi di lì a poco a Roma, incoraggiò sempre più le attese.

 

La luna di miele ebbe però breve durata. Sia per gli sposi, sia per i successivi avvenimenti che misero a nudo le crepe d’un accordo di fatto di facciata e in fondo propagandistico. Sesto Pompeo, tenuto fuori dalle trattative, bloccò con la sua flotta i rifornimenti, creando panico e carestia nell’Urbe; in aggiunta Ottaviano ed Antonio trovarono altri motivi per scoprirsi in disaccordo. Ne andò di mezzo pure Virgilio che aveva osato dedicare l’ecloga citata ad Asinio Pollione, allora suo probabile patrono avendolo aiutato a mantenere le proprietà paterne che avrebbero dovuto essere espropriate. La cosa non era piaciuta per niente al futuro Augusto che detestava Asinio quasi quanto disprezzava Antonio e che, da quel momento in poi, volle leggere in anticipo i lavori del mantovano, per censurarlo, se occorreva. Come avvenne nel IV libro delle Georgiche dove il poeta fu costretto a togliere l’elogio di Cornelio Gallo, caduto in disgrazia per presunta attività sovversiva.

L’ecloga IV, dedicata alla pace di Brindisi, delude anche noi Brindisini per il fatto che Virgilio non volle, nemmeno in quella circostanza, riservare alla nostra città il sia pur minimo accenno. Ancora una volta il sommo poeta latino dimostrava di non amare le metropoli troppo caotiche e piene di vita, com’erano allora Roma e Brindisi, e di preferire di gran lunga i sobborghi ben più tranquilli di Napoli da cui di fatto si staccò in rare circostanze.

Andò invece molto meglio ai nostri antenati che — occorre sottolinearlo — nei conflitti sapevano scegliere bene da che parte stare e perfino in questa occasione puntarono sul cavallo vincente. Ottaviano, parecchio riconoscente per l’aiuto ricevuto, fece infatti avviare piani di risistemazioni urbanistica che resero ancor più ricca Brindisi, in più gratificata dal privilegio di ospitare — unica città insieme all’Urbe — un arco in onore di Ottaviano per la vittoria conseguita ad Azio. Sebbene non sia possibile entrare nei dettagli, né risalire alle dislocazioni delle varie iniziative edilizie, le fonti epigrafiche certificano la ristrutturazione del foro e della nostra acropoli, vale a dire la collinetta dove ora è collocata la Colonna romana, confermando la rilevanza delle opere d’architettura urbana compiute in epoca augustea.

Anche se la realtà si mostrò diversa, il «foedus brundusinum» fu un avvenimento che più di tanti altri fece sperare in un periodo di pace duratura. Agli effetti pratici fu solo un punto di svolta negli equilibri politici: esautorato il senato, Ottaviano prese il sopravvento mentre Marco Antonio iniziò la sua parabola discendente. Gli autori attribuiscono il declino di Antonio alla vicinanza di Cleopatra, dando così un’interpretazione basata su un troppo sfruttato stereotipo di genere. Sarei piuttosto propenso a credere che la sua stella si offuscò proprio perché gli vennero meno i consigli di Fulvia.

Privato delle doti politiche e strategiche dell’aristocratica romana, dimostratasi in grado di tener testa ai più prestigiosi uomini del tempo in settori allora ritenuti di esclusivo appannaggio della natura maschile, non seppe più reggere il confronto con Ottaviano, a questo punto destinato a realizzare i sogni del padre adottivo di ripristino delle insegne reali.

(5 – fine)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

per la parte terza:

https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/09/24/quando-brindisi-saluto-il-nuovo-cesare-parte-terza/

per la quarta parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte quarta)

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