Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (II parte)

di Mirko Belfiore

 

Il 5 maggio 1533 un diploma imperiale restituiva la grazia di Carlo V Asburgo a Ferrante Orsini, duca di Gravina, conte di Campagna e signore di Matera, Sant’Agata e Vaglio, uno di quei nobili ribelli che si batté a sostegno della rivolta antispagnola durante la spedizione del conte di Lautrec. Anche se formalmente graziato dall’Imperatore, l’Orsini vide parte dei suoi possedimenti divenire proprietà di Onorato Grimaldi, patrizio ligure, al quale vennero aggiunti i territori di Canosa, Terlizzi e Monteverde; questa può essere definita la prima vera testimonianza di un infeudamento genovese in Puglia.

Le provincie del Vicereame di Napoli in età moderna.

 

L’epopea che vede protagonista il comandante francese Odet del Foix, si inserisce nelle vicende belliche per il predominio politico nella Penisola italiana, e l’assedio di Napoli del 1528 fu l’ultimo atto di uno scontro che vide le truppe francesi marciare per i territori italiani nel vano tentativo di recuperare la propria autorità nell’area. Nel Meridione poi, la volontà era quella di ribaltare gli esiti di quella sconfitta inflitta a Luigi XII durante le battaglie del 1503, ad opera del comandante delle truppe spagnole Gonzalo Fernández de Córdoba, vittorie che sancirono il definitivo passaggio del Regno di Napoli agli spagnoli. Le motivazioni di questo accanimento militare nei territori del Sud Italia, non aveva solo cause politiche da far valere nel complicato scacchiere mediterraneo, ma si concentrava sulla centralità del polmone granario pugliese, indispensabile per le strategie annonarie dei due contendenti.

Il monumento equestre di Gonzalo Fernández de Córdoba

 

Al primo documento, se ne aggiunge un altro del 12 settembre del 1555, sottoscritto da Andrea De Mari, Antonio Fornari Casella e Damiano Pallavicino, contratto ai fini commerciali che ben ci delinea i principali protagonisti di un gruppo di potere che, per un quarantennio, avrebbe rappresentato la voce imprenditoriale più robusta nell’esportazione del grano pugliese.

Il contratto, oltre a essere un interessante spaccato delle vicende che caratterizzavano la finanza dell’epoca, sottolinea efficacemente la spregiudicatezza con cui i genovesi vollero radicarsi nelle strutture statali e locali del Vicereame. Il modus operandi mette in risalto la pesante subordinazione a cui l’economia pugliese fu sottoposta nei decenni a venire, il tutto inserito in un’atmosfera di carica feudale che anticipa il successivo massiccio insediamento signorile. Tutto ciò dimostra come gli imprenditori della Repubblica di San Giorgio seppero divenire i principali interlocutori delle attività commerciali pugliesi, bypassando sia i feudatari locali di antico lignaggio che le dissestate Università. Una struttura burocratica, quella pugliese, dove sempre più frequenti furono le immissioni di genovesi nelle cariche pubbliche (tra il 1503 e il 1649, fra gli elenchi dei Percettori provinciali e degli Arrendatori troviamo più di una ventina di nominativi di origine ligure) e grazie alle quali, gli stessi, poterono consolidare il loro potere e il loro prestigio. Emblematica fu la vicenda di Umberto Squarciafico, precettore della Terra D’Otranto nel 1543, il quale abbandonò quasi immediatamente l’attività bancaria per inserirsi nella struttura burocratica dello Stato, come preludio all’insediamento feudale. In effetti, sebbene la presenza ligure nel Vicereame si fosse attuata in molteplici maniere, l’acquisto di terre fu sicuramente l’attività prediletta fra la fine del XVI secolo e i primi anni del secolo successivo. Di fronte alla crisi, ormai palese, della monarchia spagnola e di fronte alla certezza che “i commerci e le finanze non portavano ad una sicurezza permanente, il desiderio di terreni divenne ancora più ardente”, ebbe così inizio un massiccio trasferimento di capitale verso la terra e del resto: “ogni ritorno alla terra si traduce quasi automaticamente in un senso di nobiltà, in un’affermazione di potere”. Questo senso di nobiltà, i genovesi riuscirono a ottenerlo proprio nel Regno di Napoli, dove ancora una volta si mostrarono fedeli alleati della monarchia spagnola. Infatti, fu proprio questa ristretta élite feudale a fare da “contrappeso” alla pressione della nobiltà locale, quest’ultima avversa al nuovo padrone asburgico. Carlo V sostituì i feudatari ribelli con persone sicure e devote, come nel caso di Andrea Doria e la città di Melfi, principato confiscato nel 1531 al principe ribelle Giovanni Caracciolo e concesso in segno di stima dal Monarca spagnolo all’amico Ammiraglio. In questo periodo, il Mezzogiorno d’Italia era forse il solo paese del Mediterraneo dove terre e feudi erano accessibili a chiunque detenesse capitali per acquistarli e i banchieri della Superba, che di capitali ne detenevano in abbondanza, preferirono convertirli in feudi e relativi titoli nobiliari, radicandosi ulteriormente nel Viceregno. Analizzando i processi feudali di alcuni insediamenti in Terra d’Otranto possiamo rilevare la presenza di alcuni dei nomi più importanti della nobiltà ligure fra cui, gli Spinola a Galatina, gli Squarciafico e i Pinelli a Copertino, i Doria, i Grillo e ancora gli Spinola a Ginosa, i Serra a Carovigno e infine gli Imperiale a Francavilla. Tralasciando alcune rare eccezioni, i nuovi padroni amministrarono i loro feudi in un’atmosfera di puro e semplice sfruttamento signorile, seguendo modelli parassitari e tradizionalistici. Il processo di insediamento non coincise con il miglioramento delle condizioni delle Università né con un’attività agricola o artigiana più dinamica anche perché molti si limitarono a fruire delle loro ricchissime rendite senza interferire nella vita interna del feudo o, addirittura, senza risiedervi stabilmente.

 

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Per la prima parte:

Una nuova classe feudale in Terra d’Otranto (I parte)

 

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