Libri| Noi speravamo. La costruzione dello Stato unitario tra forme di ribellismo e crisi delle certezze. Il caso Salento (1861-1870)

di Alessio Palumbo

Con la presa di Roma del 1870, il processo di unificazione nazionale raggiungeva uno degli obiettivi più attesi ed agognati. Le terre (le celebri terre irredente) ottenute sui tavoli della conferenza di Versailles segneranno un ulteriore passo in questa eccezionale opera politica e militare, tuttavia fu forse Roma, con il suo valore storico, culturale e simbolico a rappresentare la conquista più prestigiosa e sperata da generazioni di patrioti italiani. Una conquista avvenuta a soli dieci anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, dopo una serie di tentativi falliti. Dieci anni di estrema importanza per la nascita e la strutturazione del nuovo stato unitario.

Il volume da poco edito da Salvatore Coppola, Noi speravamo. La costruzione dello Stato unitario tra forme di ribellismo e crisi delle certezze. Il caso Salento (1861-1870), Castiglione Salentino, Giorgiani 2020, esamina questo decennio cruciale attraverso una serie di saggi incentrati sul ruolo avuto dai patrioti salentini nell’opera di consolidamento del processo unitario. Ciascuno con la propria storia e con le proprie idee: dai moderati unitari come Castromediano e Oronzio De Donno, ai repubblicani radicali come Libertini, dai federalisti-unitari come Giuseppe e Liborio Romano a uomini come Pisanelli, Mazzarella e altri che hanno accettato il compromesso con i Savoia pur di raggiungere l’Unità.

A centocinquanta anni da quelle idee e da quegli avvenimenti, è per Coppola giunto il momento di riflettere sulle delusioni e sulle crisi delle certezze di molti di quei protagonisti. L’accentramento invece del decentramento federale; la repressione manu militari dei fenomeni di ribellismo delle masse contadine al posto delle riforme sociali ed economiche auspicate soprattutto dai Romano, ma anche da Castromediano; il compromesso con l’Impero francese sul destino di Roma (Convenzione di settembre), che segnò il divorzio tra mazziniani radicali e governo centrale; la mancata attuazione di riforme strutturali nel Mezzogiorno; tutto questo (e altro ancora) ha portato la gran parte dei patrioti salentini a rimanere “delusi” per quanto in quel decennio si stava realizzando. Di qui il Noi speravamo, del titolo. Una delusione, quella studiata nei saggi di Coppola, che va oltre le banalizzazioni di certo revisionismo neoborbonico tanto di moda. Una disillusione che erompe in chi ha fieramente creduto nell’ideale nazionale, salvo poi vedere quello stesso ideale ridimensionato o cancellato nelle complesse dinamiche (governative, parlamentari, politiche) che animarono il primo decennio di vita del neonato Regno d’Italia.

Da qui l’importanza e la significatività di questo ulteriore studio di Salvatore Coppola nel contesto storico del Salento all’indomani dell’unificazione nazionale.

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3 Commenti a Libri| Noi speravamo. La costruzione dello Stato unitario tra forme di ribellismo e crisi delle certezze. Il caso Salento (1861-1870)

  1. Buongiorno,
    L ‘ unità d’ Italia e degli Italiani durò quanto durò la vita di Giuseppe Garibaldi . Gli ideali Repubblicani e laici di Garibaldi vennero traditi già poche ore dopo la sua morte : basta leggere il “Testamento Politico di Giuseppe Garibaldi” e come NON furono implementate le sue volontà riguardo il suo funerale. ( Forse fu lo Stesso fidato Crispi, che tradì !) Stupisce che a 160 dalla nascita dello Stato Italiano ancora venga omesso dai libri di storia -come anche nella narrativa giornalistica di ogni orizzonte politico sia a Destra che Sinistra – come la valenza , dell’asservimento al Clero , infici negativamente la Repubblica. Giuseppe Garibaldi, nel suo ultimo vivere a Caprera, usava appellare I suoi muli con I nomi dei Papi: ” il suo ” preferito ” era ” Pio “. Come Pio IX ( l’ Ultimo Papa Re )…quello che aizzò I suoi Zuavi contro la popolazione inerme a Perugua nel 1851; furono trucidati duemila tra donne, anziani e bambini, motivo: la popolazione voleva l’ Unita’ d’ Italia… !!!

  2. Testamento politico

    Giuseppe Garibaldi

    1881

    Informazioni sulla fonte del testo

     

    1°) Ai miei figli, ai miei amici, ed a quanti dividono le mie opinioni, io lego: l’amore mio per la libertà e per il vero; il mio odio per la menzogna e la tirannide. Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l’impostura in cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico.

    2°) In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.

    3°) Dopo la mia morte, raccomando ai miei figli e ai miei amici di bruciare il mio cadavere, e di raccogliere un po’ delle mie ceneri in una bottiglia di cristallo che collocheranno sotto il ginepro favorito, a sinistra della strada che scende dal lavatoio;

    4°) Io spero di vedere il compimento dell’unificazione italiana, ma se non avessi tanta fortuna raccomando ai miei concittadini di considerare i sedicenti Puri Repubblicani, col loro esclusivismo, poco migliori dei moderati e dei preti, e come quelli nocivi all’Italia

    5°) Per pessimo che sia il governo italiano, ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al gran concetto di Dante: fare l’Italia anche col diavolo ‘; ‘ Adattarsi alla propria condizione, cioè: quando si ha dieci, spendere nove: poiché, se avendo dieci si spende venti, la rovina è certa ed in conseguenza bisogna vendersi o suicidarsi. Tale massima è sancita dall’esperienza, e certo ne abbiamo prova in questo nostro infelice Paese dove una metà della Nazione si vende per far da sgherro all’altra

    6°) Potendolo, e padrona di sé stessa, l’Italia deve proclamarsi repubblicana, ma non affidare la sua sorte a cinquecento dottori, che dopo averla assodata con ciarle, la condurranno a rovina. Invece scegliere il più onesto degli italiani e nominarlo dittatore temporaneo, e con lo stesso potere che avevano i Fabi ed i Cincinnati. Il sistema dittatoriale durerà sinché la nazione italiana sia più educata a libertà, e che la sua esistenza non sia più minacciata dai potenti vicini. Allora la dittatura cederà il posto a regolare governo repubblicano.

    Appendice

    Caprera, 2 luglio 1881

    1°) Essendo assoluta mia volontà di aver il mio cadavere cremato, io lascio le disposizioni seguenti:

    2°) Il mio cadavere sarà cremato al punto da me scelto, e marcato con un’asta di ferro portante un ingranaggio alla parte superiore, ove si appoggeranno i piedi del feretro.

    3°) La testa del feretro si appoggerà sul muro a tramontana dell’asta. E la testa come i piedi del feretro, saranno assicurati da catenelle di ferro.

    4°) Il mio cadavere nel feretro, ossia lettino di ferro, avrà il volto scoperto, e vestito con una camicia rossa.

    5°) Al sindaco si parteciperà la mia morte quando il mio cadavere sarà incenerito completamente.

    6°) Molta legna per il rogo.

    g. garibald

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