Dalla “spagnola” al coronavirus speriamo che la storia non si ripeta

di Fernando Scozzi 

Fino a pochi anni fa viveva ancora qualche testimone oculare della terribile febbre spagnola (1) che negli anni 1918/19 causò solo nel nostro Paese più di 600.000 morti, un numero addirittura superiore a quello degli italiani caduti nella prima guerra mondiale. L’immane conflitto cessò proprio nel periodo di massima diffusione della pandemia che, secondo alcune fonti, aveva decimato gli eserciti degli imperi centrali causandone la resa. Ma il contagio non conosceva confini e la malattia si diffuse ben presto dai campi di battaglia in tutto il mondo. Chi aveva vissuto quel triste periodo nei piccoli paesi del Salento, ricordava lo straordinario numero di morti, il divieto di celebrare i funerali, la calce viva cosparsa sui cadaveri e la mancanza di ogni tipo di prevenzione e di cura dal momento che l’assistenza sanitaria pubblica era quasi inesistente, i presidi sanitari del tutto sconosciuti e la maggior parte delle abitazioni prive di servizi igienici. La spagnola, quindi, fu considerata una tragica fatalità che infierì sulle famiglie già duramente colpite dal conflitto bellico.
Per avere un’idea dell’ecatombe che colpì anche il Salento basti pensare che nel 1918, fra i circa 37.000 leccesi, si contarono 1.542 decessi (esclusi i caduti in guerra) contro i 910 dell’anno precedente, tanto da indurre le autorità a rinviare la riapertura delle scuole. Non andò meglio nei paesi della provincia, dove le vittime dell’influenza furono ugualmente numerose e determinarono una consistente diminuzione della popolazione. (2) A Casarano, per esempio, fu necessario un registro supplementare degli atti di morte, perché fra il 1917 ed il 1918, su una popolazione di circa 8.500 abitanti il numero dei decessi aumentò da 203 a 301, mentre nella frazione Melissano (circa 3.000 abitanti) i defunti, in prevalenza femmine da zero a cinque anni e da 20 a 40 anni, furono 117 (contro i 68 dell’anno precedente) con punte di 5 morti il 1°, il 4, il 6, l’11 ed il 14 ottobre (3).

La Stampa del 22.11.1918

 

Nell’Ufficio dello Stato Civile del Comune di Maglie, il 31 dicembre 1918, fu compilato l’atto di morte n. 300, mentre l’anno precedente la prima parte del registro si chiuse con l’atto n. 184. A Gallipoli l’epidemia anticipò i suoi effetti agli ultimi mesi del 1917, tanto è vero che in quell’anno i morti furono 321, contro i 228 dell’anno precedente.

Sul Corriere delle Puglie (4) del 2.10.1918, si legge un articolo sulle precarie condizioni igieniche del Comune jonico, cui si faceva risalire la recrudescenza dell’epidemia. “Alcune strade della città, per non dire tutte – affermava il giornalista – sono diventate un letamaio, da cui esala un odore sgradevole, l’innaffiamento stradale manca, e le disinfezioni si fanno con tale parsimonia che il loro effetto diviene nullo”.  Lo stesso giornale annunciava la morte, avvenuta il 4 ottobre 1918, dell’arcivescovo di Trani, Mons. Giovanni Règine “colpito da influenza e successiva polmonite contratta durante le quotidiane, assidue, faticose peregrinazioni nei quartieri maggiormente colpiti dal morbo che ci affligge”.

L’Avanti del 23.10.1918

 

Da Giovinazzo, invece, si partecipava la morte del Sindaco Dagostino Donato  “scomparso dalla scena del mondo in soli cinque giorni di malattia ribelle alle cure dei sanitari che fino agli estremi hanno lottato per sottrarlo alla inesorabile morte”, mentre il Comune di Bitonto invitava i cittadini a “non recarsi colà in occasione della festa di Santi Medici che avrebbe dovuto avere luogo il venti corrente, e che è stata sospesa in vista delle attuali condizioni sanitarie ”.

Era così grave la carenza di personale sanitario che il Consiglio Scolastico Provinciale di Bari, nella seduta del 30 settembre 1918, ritiene opportuno e necessario che “nella volgente epidemia gli insegnanti portino il loro contributo di opera di assistenza degli ammalati”. Il Regio Commissario del Comune di Brindisi, da parte sua, “fa appello a tutti i volenterosi per un servizio volontari di assistenza e disinfezione”, mentre l’on. Cotugno interrogava il ministro degli Interni “per sapere quali provvedimenti abbia adottato per supplire alla grave deficienza di medici, medicine, nettezza pubblica, servizio trasporto cadaveri ed inumazione nella provincia di Bari fortemente colpita dalla febbre spagnuola”.

In effetti, la situazione era ormai fuori controllo tanto che, il 26 settembre 1918, nel Circondario di Bari si contarono 100 morti ed il successivo 3 ottobre, nel Circondario di Barletta i decessi furono addirittura 240. Il Consiglio Provinciale Sanitario deliberava, quindi, la chiusura dei cimiteri in quanto “con l’agglomeramento di persone i germi del male potrebbero agevolmente propagarsi”.

Corriere delle Puglie del 1 ottobre 1918

 

Questo è solo un breve resoconto di quanto succedeva in una regione periferica del Regno, ma nel resto dell’Italia le cose non andavano meglio, anche se a leggere i giornali pubblicati a Roma e nelle grandi città del Nord sembra che l’epidemia non toccasse affatto gli italiani. In realtà, la censura militare impediva la pubblicazione di notizie allarmanti che avrebbero depresso lo spirito pubblico nella fase finale della guerra contro l’Austria, ma le informazioni filtravano ugualmente attraverso i notiziari dall’estero per i quali le maglie della censura erano più larghe. Infatti, La Stampa del 27 ottobre 2018 in un “Servizio Speciale da Londra” informava i lettori sulla recrudescenza dell’epidemia in Inghilterra e soprattutto fra le popolazioni indigene dei grandi centri coloniali, dove il contagio assumeva forme micidiali.

Il successivo 22 novembre lo stesso giornale non esitava a scrivere che “L’epidemia continua a fare stragi in Danimarca, specificando che gran numero di medici e infermieri ne sono colpiti.” . Il Corriere delle Puglie, in un servizio dall’estero intitolato “La febbre spagnuola”, comunicava che a “Berlino l’epidemia ha preso un tale sviluppo che, oltre alla chiusura delle scuole, uffici pubblici ed amministrazioni pubbliche, i tramway hanno dovuto ridurre in gran parte il loro servizio. L’epidemia – continuava il giornale pugliese – prende proporzioni formidabili anche a Pietrogrado e la situazione non è migliore in Svizzera dove a Friburgo si contano, solo in una settimana, ben 1437 casi di “grippa spagnola” e quindi sono aperti i lazzaretti nelle scuole.”

Riguardo all’Italia, invece, nessuna notizia, se non la pubblicità, nelle ultime pagine dei giornali, della “Brevettata maschera antimicrobica”, della “Pozione Arnaldi contro la febbre spagnola” e dello “Sciroppo S. Agostino, depurativo e rinfrescante”.

In realtà, la strage causata dall’epidemia si evinceva dalla lettura dei numerosissimi necrologi, che non indicavano mai la spagnola come causa della morte. I decessi avvenivano, invece, per “implacabile e crudele  morbo”, per “inesorabile morbo” , oppure per “insidioso e crudele morbo che spezzava in pochi giorni un’esistenza buona e gentile”.

Le direttive delle autorità militari erano quelle di minimizzare, ma ciò non impediva al quotidiano socialista “Avanti” di titolare: “Il Consiglio Superiore di Sanità dice che l’influenza … è l’influenza”, ironizzando sulle deliberazioni del consesso per il quale “l’attuale forma epidemica altra non è che influenza identica a quella che già infierì e fu felicemente superata negli anni 1889/90”.   Ma basta leggere i resoconti delle rubriche degli Uffici dello Stato Civile di Torino, Roma, Milano, riportate sui vari giornali, per rendersi conto del flagello. Il 21 ottobre1918, nella Capitale, il numero di morti per influenza fu di 194, a Milano di 125, con 1.031 nuove denunzie di malattia, a Torino il numero dei decessi fu di 110, nonostante si fosse deliberata la chiusura dei cimiteri, dei cinematografi, dei teatri, la riduzione degli orari delle osterie e la sospensione, fino a nuovo avviso, di alcuni treni che collegavano Milano con alcune grandi città.

Intanto si aspettava l’arrivo di materiale farmaceutico dall’America che,” per sopperire agli attuali bisogni dei cittadini, aveva messo a disposizione i propri prodotti”. In realtà, i più disparati tentativi di trovare una cura per l’epidemia, compresi l’utilizzazione della china gialla ridotta in polvere impalpabile, la soluzione acquosa con acido fenico allo 0,5% corretto con essenza di viola, o l’inalazione periodica di tintura di iodio, riportati anche dal Corriere delle Puglie, non avevano avuto successo.

Esito negativo pure per l’utilizzazione del sangue ricco di anticorpi delle persone guarite per curare i malati, (6) terapia sperimentata anche ai nostri giorni per debellare il coronavirus con il quale la spagnola ha numerose analogie. In entrambi i casi i virus sarebbero passati dagli animali agli uomini (suini per la “spagnola”, pipistrelli o mammiferi per il coronavirus). Le modalità del contagio ed i tentativi di contenimento sono identici.

Entrambe sono malattie influenzali che attaccano principalmente l’apparato respiratorio. Non manca nemmeno l’ipotesi della guerra batteriologica che nel 1918 sarebbe stata scatenata dagli imperi centrali contro la Triplice Intesa, oggi dalla Cina, dove il virus sarebbe stato prodotto in qualche segreto laboratorio per colpire i Paesi occidentali. Infine sia la “spagnola” che il coronavirus possono definirsi pandemie della globalizzazione: la prima innescata dal movimento di milioni di militari impegnati nella Grande guerra, la seconda dalla libera circolazione di uomini, di capitali e di merci fra le diverse aree del mondo.

Speriamo solo che l’epilogo del coronavirus non sia uguale a quello della spagnola.

La Stampa del 26.10.1018

Note

(1) L’epidemia fu denominata in vari modi fra cui “febbre estiva” (perché apparve nell’estate del 1918) “influenza spagnola”, “spagnuola”, “grippa spagnola”. Il riferimento alla Spagna è dovuto al fatto che le prime notizie della malattia giunsero proprio dal Paese iberico che non essendo intervenuto in guerra poteva contare su una stampa senza censura. In realtà l’epidemia era già presente in diversi Paesi e soprattutto fra i combattenti. Per approfondire l’argomento si può leggere l’ottimo lavoro di Eugenia Tognotti, La “spagnola” in Italia – Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19) Angeli, Milano, 2007.

(2) I dati relativi alla mortalità dei Comuni del Salento sono reperibili sul seguente sito http://dl.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Lecce/Stato+civile+italiano/Lecce/Morti/

(3) Fernando Scozzi, Melissano, società, economia, territorio, fra 800 e 900, Edizioni del Grifo, Lecce, 1990.

(4) I siti dei giornali citati nell’articolo sono i seguenti: “La Stampa” http://www.archiviolastampa.it/, “Avanti “ avanti.senato.it, il “Corriere delle Puglie” archivio.lagazzettadelmezzogiorno.it.

(5) Il “Corriere delle Puglie” del 20 ottobre 1918.

(6) Infatti, l’Avanti del 26 ottobre 1918, così titolava “Il rimedio dell’influenza scoperto da un medico italiano”. Si tratta del tenente Luigi Mille che ha pensato di “giovarsi del siero di sangue dell’ammalato stesso per curarne la malattia. In numerosi casi gravi di malattia egli estrasse una piccola quantità di sangue direttamente dalle vene dell’infermo e si è servito del siero ottenuto da questo sangue per fare delle iniezioni sottocutanee allo stesso ammalato. I risultati ottenuti hanno superato ogni aspettativa; il mal di capo immediatamente scompare, svanisce pure il senso di depressione nervosa dell’ammalato, la temperatura si abbassa rapidamente senza più risalire ed il decorso della malattia risulta di molto abbreviato”.

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11 Commenti a Dalla “spagnola” al coronavirus speriamo che la storia non si ripeta

  1. Impressionante come la storia si ripete… Pensare che continuo a sentir dire dalle persone: non si è mai vista una cosa del genere… Grazie Fernando… perché col tuo impegno certosino hai dimostrato che ciò non è assolutamente vero… Leggendo l’articolo sembra di rivivere l’attuale situazione…La storia insegna… perciò possiamo ben sperare che sopravviveremo nonostante il Coronavirus.

  2. Terribile analogia con quanto sta accadendo. Congratulazioni per l’ottimo lavoro! Un saluto.

  3. Congratulazioni Prof.,storico sempre attento a rievocarci eventi succeduti nel tempo. Speriamo che di là da venire ,debba annoverare vicende storiche gratificanti e piacevoli.

  4. Complimenti per le notizie storiche ma anche per i contenuti scientifici. Corsi e ricorsi storici ma il covid19 è mondiale di proporzioni spaventose

  5. Veramente un’ottima illustrazione di quanto accaduto nel passato che ci deve far riflettere sulle analogie del presente.
    Oggi, pur in presenza di strutture sanitarie diverse di quelle dell’epoca, è sempre la persona che fa la differenza…mancanza di personale sanitario allora e mancanza di personale sanitario oggi.
    Un caro saluto.

  6. Leggendo questo articolo non si può fare a meno di pensare alla conseguenze della pandemia perchè quando si ritornerà alla normalità nulla sarà come prima. Tacito, nel I secolo d.C., affermava che l’uomo si abitua facilmente alla sottomissione (nel nostro caso alle misure di contenimento del coronavirus). E’ più facile sopire gli ingegni che risvegliarli; subentra, infatti, la dolcezza dell’ignavia stessa, e l’inerzia, dapprima odiosa, alla fine si ama.

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