Dialetti salentini: cazzafitta

di Armando Polito

La cazzafitta è ciò che in italiano si chiama intonaco, voce rispetto alla quale presenta una volta tanto, per quanto riguarda l’etimo, minore divagazione metaforica ma maggiore precisione tecnica, quasi una sintetica descrizione dell’operazione di cui l’intonaco è il risultato. Ma procediamo con ordine proprio da quest’ultimo dicendo che è da intonacare, che suppone un latino *intunicare, composto dalla preposizione in (da cui quella italiana)  e da tunica, veste di lana o di lino a maniche corte, lunga fino al ginocchio, di linea diritta, trattenuta in vita da una cintura, indossata sia dagli uomini che dalle donne in epoca greco-romana. Nel latino medioevale indica la veste sacerdotale e nella religione cattolica il camice bianco indossato dal laico che esercita funzioni di lettore, cantore o ministrante durante le funzioni. Molto probabilmente la voce intonaco è nata proprio in riferimento doppio alla tunica come vestito ma anche al suo colore.

Diversa è la storia etimologica di cazzafitta, voce presente nel vocabolario del Rohlfs, ma per la quale, stranamente, non viene proposto alcun etimo. Eppure e facilmente individuabile considerandola parola composta da cazza+fitta. Entrambi i componenti esistono, derivati dal latino, in italiano.

Cazza è un recipiente per fondervi i metalli o sinonimo di mestolo e in passato era il nome dello strumento di rame, a forma d’un grande cucchiaio (perciò detto anche cucchiaia o cucchiara) che serviva per introdurre la carica in fondo ai pezzi d’artiglieria. Cazza è fatta derivare dal latino tardo cattia, per alcuni connesso con il greco κύαϑος (leggi chiùathos) che significa coppa, tazza1. L’attestazione di cattia non son riuscito a trovarla da nessuna parte, ma il glossario del Du Cange registra alcuni lemmi che m’inducono a pensare che cattia sia un adattamento, arbitrario e per nulla scientifico, per giustificare la doppia z di cazza.

(CAZA Tipo di vaso o piuttosto cucchiaio per rimuovere la schiuma; in francese ecumoire2. Vedi cazia. Bertramo in Vita di S. Franca badessa tomo 3 aprile p. 384: divenuto cieco e liberato offrì una coppa e un secchio. Ibidem p. 398: al calderaio Polzagallo, mentre a Piacenza realizzava una coppa per l’acqua da versare sulle mani, toccò che etc. Ad un dottissimo editore pare opportuno che si scriva caza invece di cassa e che significa pelvi. Il significato va bene, ma non vedo perché si debba scrivere cassa invece di casa. In spagnolo cazo è un catino di bronzo di Cipro che comunemente chiamiamo casseruola. In italiano cazza, cazzuola per friggere, in francese friquet)

(CAZIA Lo stesso che caza2. Tipo di vaso. Anastasio Bibliotecario nelle Vite dei pontefici romani presso il Muratori tomo 3 p.188: Prendendo ciascuno una porzione di pane e una porzione di vino … nonché una coppa di companatico. Muratori invece di coppa pose carne, ma cazia è compatibile con un corretto significato. Ibidem p. 197 colonna 1 Vaso per colorare in argento rivestito d’oro, come è manoscritto. L’edizione a stampa legge Vaso per colare in argento rivestito d’oro. Vaso per colare, cioè ciò che in italiano si dice cazza, piccola brocca forata, in francese friquet, come già s’è detto in caza2. Vedi cazula)

(CAZULA Che cosa sia ce l’insegna l’Ordine ecclesiastico ambrosiano di Milano nell’anno 1130 circa, presso Muratori tomo 4 Antichità del medioevo italico colonna 869: Colui che ha la cura settimanale delle lampade porta … un vaso da cui cola il vino durante il sacrificio, e un calice, etc. Vedi catiola e cazia)

(CATIOLA Colatoio,come sembra, in francese couloire. ecclesiastico ambrosiano di Milano nell’anno 1130 circa, presso Muratori tomo 4 Antichità del medioevo italico colonna 873: Poi il suddiacono versa in un calice di oro per mezzo di un colatoio di argento dal calice dove è stato versato il vino delle offerte. Vedi più avanti cazula)

 

Se cazza per via di cattia ha posto un problema per il quale credo di aver trovato, se non la soluzione, quanto meno un’ipotesi della sua proposizione, per fitta il discorso si complica ma, alla fine, credo che si tratti di una questione di scelta.

Intanto, se cazza è sostantivo femminile, l’attributo fitta sarà anch’esso femminile. In italiano fitto può essere participio passato di figgere (da qui il valore aggettivale di pieno, zeppo, immaginando che le parti costituenti il tutto siano fissate, poste a brevissima distanza l’una dall’altra; da qui anche il valore sostantivato di fitto e del composto affitto, con riferimento alla fissazione del prezzo). Tutto questo dal latino fictu(m), Participio passato di figere che significa ficcare, con assimilazione –ct->-tt-. Figere, oltre a fictum, ha come participio passato anche la variante fixum, da cui l’italiano fisso e il latino medioevale fixare, da cui l’italiano  fissare.

Ma in italiano esiste anche la voce poetica obsoleta fitto, col significato di finto, falso, inventato. Anche questa voce deriva dal latino fictu(m), che, però è diverso dal precedente. Se, infatti, quello era da figere, questo è da fingere (c’è anche la variante finctum, da cui finto) che come significato di base aveva quello di modellare, dal quale poi si è sviluppato quello della voce italiana (per fingere bisogna modellare il viso in un certo modo; il calciatore o il pugile altre parti del corpo, per fingere di essere morti, tutto il corpo …).

Siamo arrivarti al dilemma finale: se cazzafitta non può significare cazza fissata  né cazza modellata è da ipotizzare una locuzione latina cazza ficta in cui cazza sia non nominativo ma ablativo strumentale, per cui la sua traduzione sarebbe fissata con la cazza o modellata con la cazza.

Per non farmi mancare nulla, poi, non mi sentirei di escludere che cazzafitta sia sempre parola composta, ma da due verbi (del tipo dell’italiano saliscendi, parapiglia e simili), cioè cazzare e fittare. Cazzare nel salentino è sinonimo di schiacciare e problematica appare in un primo momento la sua derivazione dalla voce marinaresca, che è dallo spagnolo cazar, che significa cacciare, ma considerando che cazar (al pari di cacciare) deriva da un latino *captiare frequentativo di càpere, che significa prendere, non mi sentirei di escludere a priori un riferimento all’atto dell’intonacatura che comporta prima, mediante fracassu4  lo schiacciamento della malta sul muro e (con sopravvivenza del dilemma precedente) la successiva fissazione (fitta da fictare, a sua volta da fictum di figere) o modellazione (fitta sempre da fictare, ma, questa volta da fingere).

A chi mi ha seguito fin qui la scelta e, eventualmente, la parola.  

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1 In italiano come termine tecnico ciato: specie di bicchiere o vaso metallico munito di un lungo manico, usato nell’antichità greca e romana per attingere il vino dai crateri.

2 Schiumarola.

3 Stesso etimo dell’italiano fracasso, che è da fracassare, probabilmente fusione dal latino frangere (da cui, tal quale, la voce italiana) e di quassare frequentativo di quater, che significa agitare, formatosi dal suo supino quassum). E queste azioni raramente sono silenziose, anche se nel caso di fracassu credo sia dominante l’idea dello spargimento della malta, come d’altra parte, nel nome italiano del fracassu salentino, cioè frattazzo o frettazzo che deriva da frettare, a sua volta da un latino *frictare formatosi dal supino frictum di fricare, dal quale con prostasi di s- intensiva (dal latino ex) è derivato l’italiano sfregare.

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