Quando, a Marittima, spira forte il maestrale

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di Rocco Boccadamo

Anche attraverso piccoli passi e cose semplici, si ha modo di accorgersi che la forza degli elementi naturali, di solito, finisce col rivelarsi vincente.

Nel basso Salento, ma non solo, questo tratto d’estate si sta caratterizzando con una serie di giorni e notti vivacizzati da venti del quadrante nord/nord ovest, ovvero, secondo la comune denominazione popolare, di tramontana/maestrale.

Soffi, non a livello d’assoluta eccezione e violenza, ossia a dire, riferendoci alla sommità del nostro mare Adriatico, del genere bora, e, tuttavia, di consistenza cospicua, persistente, insistente, con rare pause.

Il relativo rumore emerge sovrastando ogni altro, sarebbe riduttivo affermare che accompagna, giacché, in fondo, domina, in certo qual modo finisce col soggiogare o, perlomeno, condizionare.

Trattasi d’una spinta intrisa e ricca d’aria secca, che assorbe i già scarsi umori delle vie respiratorie, inducendo, di conseguenza, ad assumere più spesso sorsi ristoratori di sostanze liquide, bibite, succhi o semplicemente d’acqua.

Ma la prestanza di questo genere di vento non si ferma agli effetti anzi descritti, arriva a prenderti dentro, addirittura, sembra un paradosso, a scoraggiarti a fare e finanche a parlare.

Eppure, d’intorno, splendono le giornate, il mare non lontano dalla familiare “Pasturizza” dello scrivente, è, al solito, una distesa d’intenso azzurro e, perciò, vie più invitante, sebbene, al largo, presenti l’alea d’onde burrascose, a loro volta sospinte repentinamente e velocemente dai sibili.

Sia come sia, gli elementi naturali che così s’esibiscono non fanno altro che compiere il percorso della loro stessa essenza e, rispetto a ciò, non sono certo i peregrini pensieri, le volontà e i desiderata del comune osservatore a poterne modificare l’iter e a interromperne l’azione.

Io lascio fare, proseguire, questo vento; mi abbandono e mi rifugio dentro la natura, convinto che, alla fine, assecondandola e riprendendo in mano i suoi contorni, invariati da millenni, anzi da ere, mi riguadagnerò la possibilità di sentirmi vivo, di dire, raccontare, osservare, ricordare.

Cosicché, stamani, nel predisporre il foglietto delle incombenze quotidiane, moderne, ordinarie, decido di limitarmi a poco: un rapido passaggio dall’ufficio postale per il versamento del canone della lampada votiva che rischiara la notte ai miei cari nelle brumose e sciroccose stagioni invernali, quindi un salto all’edicola dei miei nipoti per ritirare l’immancabile copia del “Corriere” e basta.

Immediatamente dopo, mi determino a compiere un passo indietro nel tempo, nella memoria, a calarmi in abitudini ormai da decenni desuete ma che, per fortuna, resistono, tirandole fuori e rivitalizzandole.

La pur modesta spinta del mio scooter copre con facilità il breve itinerario dal centro abitato paesano sino alle vicine campagne in direzione sud, non senza sfiorare, quasi a passo d’uomo, le sagome delle ultime, basse case tipiche dei secoli scorsi, che seguitano ad ergersi integre nella loro essenzialità, a comprova e onore della paziente e seria opera dei provetti antichi fabbricatori.

All’abbrivio delle distese di terra rossa, scivolo sul fronte del fondo denominato “Aia”, già del mio zio materno Toto, che da poco, noto con piacere, è stato sottoposto ad apprezzabili lavori di ristrutturazione e riordino relativamente alla costruzione che vi insiste, una volta si o no all’altezza di mero fabbricato agricolo, adesso trasformata alla stregua d’aggraziata villetta. Un complimento particolare alla figlia giovane di mia cugina Elvira, la quale, insieme col suo compagno, impegnandosi personalmente nei lavori, ha spinto la madre a porre in atto l’abbellimento del manufatto.

Ci vuole poco e costeggio anche il minuscolo, vetusto boschetto, dove, da ragazzini, i marittimesi d’un tempo solevano addentrarsi, soprattutto la domenica mattina, per raccogliere sul terreno, oppure staccare dai rami e dalle foglie, le ghiande, risicati frutti che non esitavano ad abbrustolire su braci improvvisate su qualche tratto di terreno non ricoperto da sottobosco e, quindi, a mangiucchiare.

Ancora, più avanti, mentre fa capolino lo specchio sottostante del canale d’Otranto con sull’angolo di sinistra la rada e il colle di Castro, si guadagna il fondo un tempo appellato “Vigna delle canne”, dentro il quale, in una spartana casetta di pietra, erano soliti trascorrere l’intera bella stagione i proprietari Vitale e Palma, insieme con le loro due figlie.

Attualmente, tale terreno appartiene a un nipote dei due, un altro Vitale, e questi, oltre ad abitarvi e a coltivarlo, vi ha impiantato una piccola attività imprenditoriale sotto forma di allevamento d’api.

Bene ha fatto l’amico Vitale a porre all’ingresso, sul muro di pietre, il cartello  “Apiario didattico”, per ricordare ai passanti, locali o turisti, che, durante l’anno scolastico, egli è disponibile e si presta a tenere incontri collettivi con i ragazzi delle elementari e delle medie, su un tema di carattere agricolo o collaterale, invero non molto consueto, ma che offre tanti spunti per utili conoscenze, l’approfondimento e il riavvicinamento alla natura, intesa sia come mondo vegetale, sia come universo animale, anche se, in questo caso, si tratta di piccoli ma alacri e preziosi insetti.

Subito appresso, sulla sinistra, ecco il comprensorio una volta regno d’un altro concittadino, Vitale ‘u pisanelli, caratterizzato, in origine, da una bella costruzione, una delle prime in muratura, tinteggiata di color rosso dolcemente intenso e accattivante, insomma non sparato.

Quel Vitale si trova da lunga pezza a tutt’altra altitudine e però, ultimamente, il fondo ha ripreso corpo, anzi è stato valorizzato, sia in termini di aree coltivabili, sia come rete di muretti divisori, tutti rimessi a nuovo conservandone rigorosamente la struttura compositiva in pietra a secco.

E’ risorta pure la casa che, per via delle intemperie e dei decenni, aveva ceduto; si notano, inoltre, presi a pascolare tra un terrazzamento e l’altro, alcuni animali domestici, quali caprette e oche.

Nella circostanza, il merito, grande ed esclusivo, è di un giovane artigiano marittimese, Simone, il quale, rispetto alla sua vicina officina di lavorazione del ferro battuto, alterna indicative pause, attendendo al lavoro nella “Vija”, dopo aver, per alcuni anni, sorvegliato e assistito alle opere di ristrutturazione e di valorizzazione dell’insieme, per mano di squadre di tecnici ed operai esperti.

Non c’è che dire, un positivo esempio d’investimento, che, ancorché non consistente in cifre macroscopiche, se rapportato alle dimensioni e alle possibilità finanziarie del protagonista, è decisamente lodevole e, soprattutto, sarebbe da imitare da altri soggetti animati da buona volontà e dalla voglia e dal desiderio di costruire qualcosa di diverso e di nuovo, che abbia spazio anche per il futuro.

Proprio dirimpetto alla ”Vija” e  a breve distanza, solo un centinaio di metri, dai piccoli comprensori denominati “Munti” che, in parte, facevano capo alla mia famiglia materna con nonno Giacomo, sulle cui superfici i miei ricordi di fanciullo e di scolaro sono stati protagonisti e testimoni di tante parentesi in compagnia dei più grandi che si sottoponevano a pesanti lavori agricoli di vario genere, si succede un’altra tenuta, conosciuta col nome di “Pizzeddri”. Ivi, tuttora, ogni tanto, mi porto volentieri, giacché la stessa è riconducibile al mio carissimo amico Vitale, non contadino di nascita bensì egualmente appassionato delle attività lavorative tradizionali, in ciò incoraggiato dalla moglie, dal figlio e dal suocero, il quale ultimo, pur prossimo ai novanta, è ancora in piedi a coltivare la terra, ad accudire gli alberi secondo i calendari antichi, quasi che non fosse passato un abisso temporale tra i suoi primi apprendimenti e le usanze e i costumi attuali.

Un anziano, lo dico con benevolenza e con rispetto nei suoi confronti, sinceramente da ammirare e rispettare.

Anche in questa mattinata di maestrale, m’introduco col mio due ruote nei “Pizzeddri”, Vitale mi dà subito una voce, è seduto in un angolo appena dopo l’ingresso, all’ombra, intanto che, poco più avanti, si va svolgendo un’attività rumorosa e insieme importante, con l’ausilio d’un trattore che, grazie a un accessorio corredato all’interno di una ragnatela di catene rotanti, calpesta la superficie del campo, già rivestita di un vero e proprio sottobosco d’erbacce che fino a ieri ne deturpavano l’aspetto e che, al contrario,  dopo il passaggio del mezzo, appaiono ora nient’altro che una coltre color giallo e marrone chiaro sulla superficie rossa dell’humus.

Sullo sfondo del terrazzamento di terreno, si staglia, giustappunto, la figura di L., il suocero, coppola sul capo e un sottile bastone in mano, più per compagnia che alla stregua di mezzo di sostegno, intento a sorvegliare la scena e l’attività del trattorista.

Accanto ai sedili di pietra, mio e di Vitale, svetta una bella pianta di pero, carica di frutti in fase di maturazione, che, invero, non avevo mai scorto in precedenza e, perciò, mi lascia ammirato e stupefatto. D’istinto, guardo detto albero intensamente e Vitale, notandomi, m’invita, gentile, a raccogliere un po’ di frutti.

Ma non si volge a tal fine la mia volontà prioritaria, preferisco decisamente godermi e portarmi dentro lo spettacolo di quella pianta. In altri termini, mi limito a prendere solamente una pera, poi, dopo averla strofinata col palmo della mano, la mordo lentamente, con un piacevole gusto per il palato.

Quanto poco ci vuole, talora, per apprezzare!

Distanti alcuni metri, corrono filari di peperoni, pomodori e di melanzane e, anche rispetto a tali coltivazioni, si rinnovano la gentilezza e la premura dell’amico, anzi, lui stesso, preleva qualche ortaggio offrendomelo: il sapere e vedere che s’attinge direttamente alle piante mi entusiasma e faccio mia una manciata di peperoni di colore verde intenso, cornetti piccoli di dimensione ma promettenti sul piano del sapore.

Un breve indice di gesti, azioni, visioni, esperienze, nell’ambito d’una passeggiata in campagna, un concentrato d’emozioni che riportano all’infanzia, una parentesi che mi soddisfa in maniera speciale.

Mentre pure il lavoro del trattore nei paraggi è giunto ad esaurimento, non mi resta che congedarmi dall’amico vitale e dal suocero L. e ritornare a casa, deponendo di getto, e compiaciuto, sul tavolo del tinello, il minuscolo bottino.

Mia moglie desidera sapere quale provenienza abbiano gli ortaggi e, apprendendola, si propone di adoperarli per il pranzo, nella preparazione d’un contorno sotto forma di brodino di peperoni: risultato concreto, una gustosa, davvero gustosa, portata integrativa.

Ricollegandomi all’abbrivio delle presenti note, devo confessare, in conclusione, che almeno per un’ora e mezzo ho avuto l’impressione di non essere più assordato dal vento di maestrale, prodigiosamente sono riuscito a catturarne la forza e il sibilo o, per lo meno, a convincerlo a non soffocarmi.

Un ideale sottobraccio tra il ragazzo di ieri e un elemento della natura; natura che, a mio avviso, vale la pena di ricordarlo, unitamente al Creatore che governa da lassù, rimane alla base di tutto e di tutti, perennemente accanto e intorno a noi.

 

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