Quei “fiuri de la Pathria” recisi combattendo sul Carso

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di Paolo Vincenti

 

Mercoledi 30 aprile, in risposta ad un gentile invito di Paolo Rausa, giornalista, scrittore e regista teatrale, mi sono recato in quel di Poggiardo, Palazzo della Cultura, per assistere alla presentazione del libro “Li fiuri de la Pathria. Poesie sulla grande guerra” di Fernando Rausa (Comune di Poggiardo 2014), a cura di Paolo Rausa.

L’evento rientrava nell’ambito della manifestazione  “Dialogos. Rassegna culturale di Terra d’Otranto”, patrocinata dal Comune di Poggiardo – Assessorato alla Cultura, ed organizzata dall’alacre operatore culturale Pasquale de Santis. La rassegna, nella sede della Biblioteca Comunale, ha ospitato diversi autori salentini, a partire dal 22 marzo con la presentazione del libro “Il senso dell’incanto” di Laura e Pina Petracca e fino al 31 maggio con “Il sigillo del marchese” di Giuseppe Pascali.

Prima della presentazione del libro, ho potuto anche ammirare la personale dell’artista Vincenzo De Maglie, una mostra di sculture in legno di noce e di ulivo, ospitata nel piano terreno del poggiardese Palazzo della Cultura in Piazza Umberto I.

L’amico Paolo, milanese di Poggiardo o poggiadese di Milano, mi aveva già informato di questa iniziativa editoriale, in uno dei tanti nostri incontri in occasione dei suoi frequenti ritorni nella terra dei padri.

Si tratta di una serie di poesie in dialetto salentino che hanno a tema la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra appunto, vista dagli occhi un salentino di Poggiardo che ad essa non ha partecipato ma che da essa è stato scosso nell’intimo. E dunque i tragici avvenimenti bellici sono filtrati dalla sensibilità poetica dell’autore, in un canto accorato di umana pietà e compartecipazione, abbraccio solidale.

Sostanzialmente Rausa canta la vita e il suo grande valore, tanto più grande quanto più essa è minacciata dalle contingenze. E di fronte al cruento conflitto bellico, la sensibilità del poeta sa cogliere questo valore  raddoppiato. “Li fiuri de la Pathria” furono recisi combattendo sul Carso, credendo nell’italia, come scrive Paolo Rausa, il quale si chiede:  “ha senso pubblicare in dialetto salentino versi che trattano avvenimenti lontani nel tempo e nello spazio? Ci siamo risposti di sì!

Perché ovunque arda l’amore per la propria terra e per l’estremo atto di sacrificio, ovunque ci si ricordi di un Ettore che sotto le mura di Troia non esita ad affrontare il nemico/avversario in una sfida fatale, lì il verso sprona a veder oltre, a lacrimare sulla sventura nelle trincee della vita”.

Certamente ha senso ricordare, soprattutto quando questa operazione viene sorretta da afflato poetico e nobiltà d’intenti, sincerità d’animo e vicinanza umana, tanto più se si pensa che queste poesie non erano nate per essere pubblicate, e quindi lontane da qualsiasi calcolo editoriale-commerciale. Esse rappresentano il canto d’amore, accorato e sincero, di un figlio della patria nei confronti dei suoi fratelli più sfortunati, recisi appunto come fiori e come gigli di campo (per citare il De Andrè della celeberrima “Canzone di Piero”, le cui note sono risuonate durante la serata), strappati ai loro affetti, passioni, interessi e alla loro terra, dall’abominio e dall’odio umani.

Fernando Rausa, 1926-1977, operaio edile e poeta autodidatta, pubblicò in vita le raccolte “Poggiardo mia” e “L’occhi ‘ntra mente” nel 1969, poi “Fiuri… e culuri”nel 1972 e infine “Guerra de pace” nel 1976. Ma scrisse tante altre poesie sparse ed anche un racconto inedito. Dopo trent’anni dalla sua morte, grazie alla cura del figlio Paolo, sono state pubblicate Terra mara e nicchiarica” (Manni 2006), con Prefazione di Donato Valli, “L’Umbra de la sira  (Edizioni Atena 2009), con Prefazione di Rita Pizzoleo. Valeva la pena però far conoscere, fra i materiali rimasti ancora inediti, queste poesie patriottiche, in specie a vantaggio delle giovani generazioni sempre troppo scarse di begli esempi ed edificanti riferimenti: questo deve aver pensato ancora Paolo, infaticabile promoter dell’opera del padre, quando ha deciso di dare alle stampe la presente pregevole raccolta.

Sulla prima pagina è riportato un brano tratto da “La grande guerra” di Paolo Rumiz. E durante l’incontro di Poggiardo,  è stato proiettato un filmato documentario,”L’albero tra le trincee” di Alessandro Scillitano con commento del giornalista Paolo Rumiz, in cui si ripercorrono quei luoghi, da Trieste all’Adamello, circa 600 kilometri di frontiera, che hanno fornito triste scenario alle vicende belliche: importante questo filmato, nella sua ricostruzione storica, sia per il suo valore documentale che memoriale. Durante l’incontro di Poggiardo, la lettura delle poesie di Rausa ha dato ai presenti in sala, fra i quali gli studenti del locale Istituto D’arte “Nino Della Notte”, emozioni intense, facendo entrare gli ascoltatori in quell’atmosfera di abbandono, abbrutimento, disfatta, evocata dai versi, ma anche di eroismo e di orgoglio di nazione. Dopo i saluti dell’Assessore alla Cultura Giuseppe Orsi,  l’intervento e le letture di Paolo Rausa, e le canzoni del cantautore salentino P40.

La grafica del libro è curata da Ornella Bongiorni, consorte di Paolo Rausa, la quale è intervenuta alla presentazione del libro con letture e numerosi spunti di riflessione. Nel libro compaiono le Presentazioni del Sindaco Giuseppe Colafati e dell’Assessore Giuseppe Orsi e poi la Nota del curatore .

I testi riportano in calce la traduzione in italiano. La poesia di Fernando Rausa ha una intima ispirazione, è una poesia molto sentita perché affonda i sentimenti di amore della patria nella nostra cultura rurale e si serve della lingua legata alla nostra terra e stratificata. Leggiamo allora di Vittorio Veneto e di Caporetto, del Piave e di Monte Grappa, di Enrico Toti e Francesco Baracca, della Folgore, di combattenti e reduci; a tutti va la parola del poeta, forgiata nella lingua degli avi, impastata con la nostra terra “mara e nicchiarica”. E sui vincitori e sui vinti, sui caduti di tutte le guerre, sventola quella bandiera italiana (“bandiera mia”) la cui poesia suggella la raccolta, che diventa simbolo di salvezza e di rinascita.

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