Avetrana e Brembate

AVETRANA: SARAH SCAZZI - CERIMONIA TUMULAZIONE SALMA

di Stefano Manca

Sarebbe stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio. Quando venne ritrovato il corpo della ragazza, i genitori chiesero da subito ai giornalisti riservatezza e rispetto, rivendicando con dignità il diritto di vivere il proprio dolore senza “condivisioni” esterne. Giornali e tv, salvo sporadiche eccezioni, in questi anni hanno seguito la “preghiera” dei coniugi Gambirasio. Mi torna in mente un altro omicidio: quello della piccola Sara Scazzi. Ad Avetrana, quanto a mass media, non andò come a Brembate. Mentre scrivo non ricordo come si chiama la madre di Yara ma so perfettamente i nomi dei parenti della piccola di Avetrana. Colpa dei giornali cattivi? Della tv del dolore? Non ci credo! Quasi tutte le interviste a familiari e vicinato di Sara erano concordate con i soggetti intervistati, che ospitavano in casa telecamere e taccuini. Alcuni operatori per riprendere Michele Misseri nel suo giardino salivano sul terrazzo dei vicini di quest’ultimo (con il permesso ovviamente dei padroni di casa, che facevano strada con encomiabile gentilezza). Tralasciando un attimo gli ascolti stratosferici, era la comunità di Avetrana ad alimentare il delitto di Avetrana. Intendiamoci: a chi dice che giornali e tv, alimentati o no, ad un certo punto si sarebbero dovuti comunque fermare o limitare, dico che probabilmente ha ragione. Però mi chiedo: come mai a Brembate l’omicidio di una ragazzina è stato trattato in maniera doverosamente più discreta di Avetrana? Telegiornali e giornali erano e sono sempre gli stessi: a Brembate sono diventati di colpo rispettosi?

Yara Gambirasio, il Nord, il Sud e la vergogna del signor Paulus Lombardus

Lettera aperta al signor Paulus Lombardus di Brembate di Sopra (BG)  il quale ha pubblicato il seguente testo, qui fedelmente riportato, nel suo blog:

“…Una ragazzina di 13 anni, Yara (ma che razza di nome è?) Gambirasio, in data 26/11/’10 è scomparsa verso le 19 mentre stava rincasando a piedi da sola.

Tornava dal palazzetto dello sport posto lungo la principale arteria del paese, via Locatelli, dopo un allenamento di ginnastica ritmica, ma a casa sua, in via Rampinelli a 700 metri dal palazzetto, non è più rientrata.

Da una settimana ormai durano le ricerche effettuate da un ampio dispiegamento di uomini tra carabinieri, polizia locale, vigili del fuoco, protezione civile, soccorso alpino, unità cinofile e volontari, ma senza alcun risultato concreto.

S’è ipotizzato che la ragazzina sia stata rapita da un maniaco, condotta nei campi tra Brembate e Mapello, lungo il torrente Lesina, e forse portata in un cantiere nel comune di Mapello, ov’era ubicato l’ex stabilimento Sobea.

Le ricerche sono state estese ai comuni limitrofi, al fiume Brembo, alle cave della zona, sino a Dalmine e Ponteranica, ma tutto è stato finora vano.

Vi dirò la mia.

Non conosco la famiglia di Yara, ma ho saputo che sua madre non è lombarda, bensì italiana etnica del Salento (vicinissima ad Avetrana dunque).

I suoi genitori sono di Tricase, spediti verso la fine degli anni ’50 a Bergamo per occupare posti pubblici. La solita solfa statale centralista insomma.

Il Gambirasio, invece di darsi all’endogamia ha preferito l’esterofilia, sposando una loro figlia, Maura, e dando la vita a 4 “meticci”; Yara è la secondogenita.

Da qui si capisce il tasso di natalità sopra la media bergamasca, la fede cristiana della famiglia nonostante il 2010, i nomi ridicoli dati ai figli (Keba, Yara, Gioele, Nathan), i tratti somatici poco orobici della vittima, ed una certa affinità col caso Scazzi.

Nelle vene delle due ragazzine scorre sangue pugliese e io a questo punto non escluderei, visto che poi ogni estate la famiglia Gambirasio trascorre le ferie nel tacco dello Stivale, lo zampino nel sequestro di qualche parente mediterraneo di Yara, dello zio Michè di turno diciamo.

Credo che la tesi sia probabile, tenendo conto anche delle caratteristiche criminogene del Meridione, dell’Italia etnica, che in Puglia ha sfornato la Sacra Corona Unita rimpinguata dalle comunità di Arbëreshë e da una certa inclinazione alla violenza e alla passionalità.

Magari c’è del torbido nella famiglia di Maura Panarese, la madre di Yara, e qualcheduno vuole vendicarsi di qualche passato, ma mai dimenticato, dissapore, oppure ci potrebbe essere qualche parente o conoscente con un debole morboso per la figlia di lei. Chissà.

Questo potrebbe anche indurre a credere che la piccola, vedendo un personaggio di famiglia, non abbia opposto resistenza e sia salita sul veicolo che l’ha sequestrata.

Altra mia ipotesi più fattibile è l’azione di qualche criminale sempre allogeno o di qualche pazzo maniaco…”.

 

LETTERA APERTA AL SIGNOR PAULUS LOMBARDUS

Noi, uomini e donne del Sud, eredi della grande civiltà della Magna Grecia (per sua informazione, ci riferiamo a quella terra dove oggi sorgono paesi come Avetrana e Tricase che lei stesso menziona con arido disprezzo), signor Paulus Lombardus, siamo contro la censura da sempre, sin da quando, ormai millenni fa, abbiamo portato la luce della civiltà occidentale fondandola nel democratico e libero esercizio della ragione di tutti, all’insegna del rispetto per l’altro, mai considerato un avversario, un nemico, uno straniero, ma sempre dia-logicamente visto come elemento essenziale dell’evoluzione autentica del vivere comunitario.

Noi, pertanto, egregio signor Paolus Lombardus, anche di fronte a frasi turpi come le sue, non invocheremo la censura, non cercheremo affatto di tapparle la bocca: abituati come siamo al culto per la libera espressione, riteniamo al contrario molto più prolifica ed efficace la via della libertà per la realizzazione di una società migliore, considerandola l’unica strategia che permetta anche alla stupidità e all’ignoranza di emergere, di venire allo scoperto, in modo che con l’intelligenza della mente e la compassione del cuore le si possa curare, debellare entrambe, spegnendo con il confronto non-violento ogni focolaio di odio e irrazionalità.

È per tali motivi che, piuttosto che censurarla o ignorarla, per fermare l’opera di individui come lei, preferiamo riportare qui e altrove la sua voce, dandole pubblicità e visibilità, convinti come siamo che esporre il suo pensiero alla pubblica intelligenza della società italiana sia il modo migliore per estirpare i potenziali frutti velenosi del suo operato e consegnare i seminatori di discordia come lei alla vergogna che si auto-infliggono.

Noi, abituati da millenni a confrontarci con l’altro con i mezzi della ragione e dell’accoglienza, accantonando quelli del rifiuto e dell’odio, non scenderemo mai al suo livello, non ci degraderemo all’odio e all’offesa, non la insulteremo, così come non ingiurieremo mai i nostri fratelli del Nord, i primi, senza alcun dubbio, a sentirsi oltraggiati e per nulla rappresentati dalle sue parole di odio e stupidità rivolte ai fratelli meridionali. Odio e stupidità che non risparmiano parole nemmeno per la famiglia di Yara, una bambina scomparsa, in questo momento bisognosa solo della solidarietà e del sostegno vivo da parte di ogni uomo, donna o istituzione civile di questa unita nazione.

Non la burleremo, signor Paulus Lombardus, come lei si diletta a fare con i componenti della famiglia di Yara, e tuttavia questo nostro atteggiamento compassionevole non la preserverà affatto dalla vergogna che le sue stesse parole le gettano addosso come un’inarrestabile valanga. Lasceremo fare tutto alle sue stesse parole, signor Paulus Lombardus, lasceremo che siano esse a procurarle quel che le spetta, limitandoci a metterle sotto i lumi dell’intelligenza pubblica – in cui confidiamo sereni –  come la più aspra delle condanne che si possa infliggere a chi, quelle parole, le ha pensate e scritte.

L’umanità e il buon senso che connotano noi uomini e donne del Sud, come i fratelli e le sorelle del Nord, signor Paulus Lombardus, permettono quello che a lei non riesce affatto, ci consentono cioè di sentire come nostra e vicinissima una tragedia familiare che si consuma tuttavia proprio sotto casa sua, nell’estremo Nord del Paese, addirittura nel suo stesso comune. Questo ci è possibile perché il cuore genuino, come l’intelligenza allenata, o semplicemente il buon senso, sanno sorvolare sulle distanze, sanno abbattere le barriere dello spazio e soprattutto quelle destituite di ogni fondamento logico, ontologico e biologico dei miti etnici e della razza a cui lei invece tanta rilevanza attribuisce. L’assenza di queste prigioni perverse della mente e dello spirito – che a lei offuscano cuore e intelligenza – ci permette di andare con generosità incontro agli altri, vicini o lontani che siano nello spazio, consentendoci di comprenderli nelle loro ragioni ed empaticamente sentirne il dolore nelle loro sfortune o la gioia nei momenti di felicità. Tutto ciò che è impedito a lei, signor Paulus Lombardus, come vede a noi riesce spontaneo e semplice.

Noi temiamo soltanto, signor Paulus Lombardus, che a lei possa  mancare anche la capacità di cogliere il senso di queste nostre frasi, sospettiamo infatti che lei non possieda la maturità intellettuale per intendere la logica del confronto ragionevole che abbiamo invocato prima, esattamente come le manca la levatura morale e lo spessore umano per cogliere la sintassi del nostro sentire in cui si riflettono le gioie e i dolori delle altre persone. A tenere in piedi questi tristi sospetti che covano in noi è il suo gelido e ottuso cinismo (gelido nel cuore e ottuso nella mente) scagliato contro una famiglia che in questo momento vive il più atroce dei drammi esistenziali: mentre una madre, un padre e dei fratelli annegano, nel suo stesso comune, nel più atroce dei dolori, lei si intrattiene con spietato diletto e inumano compiacimento a ridicolizzarne i nomi, a ipotizzare ascendenze meridionali come le assurde cause razziste del dramma che quei suoi poveri concittadini stanno vivendo, senza alcun ritegno, senza alcun rispetto per loro e per nessuno, senza ombra alcuna di umanità.

Se tuttavia i nostri sospetti e timori sono infondati e lei, signor Paulus Lormbardus, possiede, al contrario di quanto temiamo, l’intelligenza critica sufficiente per comprendere questa nostra risposta pubblica e ha maturato una pur minima moralità essenziale per dirsi uomo, allora, le sarà impossibile non vergognarsi.

Signor Paulus Lombardus, noi che le rivolgiamo queste parole pubblicamente, siamo tutti coloro che non si nascondono vigliaccamente dietro soprannomi o pseudonomi come preferisce fare lei; signor Paulus Lombardus, noi che le rivolgiamo queste parole apertamente, siamo tutti coloro che, da Nord a Sud di questa Italia, su questo blog e ovunque sarà concessa la possibilità, sottoscriviamo questa lettera con cui la condanniamo pubblicamente alla vergogna, in nome del rispetto indimettibile per gli uomini e le donne del Sud e del Nord di questa terra, in nome del rispetto a Yara e al dolore della sua famiglia, in nome del rispetto che lei deve a tutte le persone che dalle sue parole si sentiranno violate e offese.

Lecce, 12 dicembre 2010

Pier Paolo Tarsi

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