Non possiamo bere tutto il vino del mondo, ma è nostro ineluttabile dovere provarci

“Non possiamo bere tutto il vino del mondo, ma è nostro ineluttabile dovere provarci” (Pino De Luca)

per canti e cantine

di Gianni Ferraris

Musica e vino, parafrasando posso dire “Io non so parlar di vino, l’emozione non ha voce…” come cantava più o meno un Celentano d’epoca, invece del vino lui ci metteva l’amore, però era giovane, ora che siamo sicuramente meno giovani,  forse  più maturi cerchiamo emozioni anche in amori altri, nella natura, a volte, come si legge nelle brevi nota biografiche dell’autore del libro, Pino De Luca “dopo una vita trascorsa fra scienza e peccato, è approdato all’e(t)nogastronomia…”.

Parlando di vino, anzi dei vini, nella fattispecie di quelli salentini, un osservatore dotto e colto dovrebbe scrivere frasi come:

“rosso cupo, con preponderanza del violaceo; profumi avvolgenti di vaniglia e poi di spezie, fino all’eucalipto. Al palato è morbido, setoso, consistente ma molto ben educato…”[1]

Bene, non lo scriverò mai per il semplice fatto che per mia formazione il vino è un liquido da degustare, quando proprio voglio fare il raffinato intenditore mi faccio guidare da chi mi consiglia cosa abbinare con cos’altro. Altre volte (barbaramente) mi piace rinfrescare un rosso importante in frigorifero qualche tempo.  Riesco a volte, è vero, a capire se un vino sa di tappo, e riesco a sentire, altre volte, aromi e profumi che non saprò mai a quali spezie si riferiscono, e lì mi fermo, sono un consumatore più o meno abituale, non un raffinato conoscitore. Però sono grato a Pino de Luca perchè, con “Per canti e Cantine”, forse a sua insaputa parla anche a me e prova a mettermi a mio agio abbinando la cantina alla musica, ed essendo di una generazione quasi contigua (lui è decisamente più giovane) ricordo i canti che cita, le cantine invece le intravedo e i bicchieri di vino li immagino. E ricordo, i filari di viti che ho visto da sempre. Mi hanno accompagnato dal Monferrato alle Langhe, sulle colline Toscane, le pianure Romagnole e giù, fino al Salento. Da Fenoglio e Pavese e Paolo Conte, a Verri, Bodini, Mino De Santis.  Con l’amore, la musica ed il vino si può diventare grandi, immensi, immortali forse, per dirla con Galeano “siamo tutti mortali fino al primo bacio e al primo bicchiere di vino”. Non so se Galeano si è spinto troppo oltre, però manca la prima emozione provata ascoltando Chopin piuttosto che il bolero di Ravel o, più prosaicamente ma neppure troppo, il salentino e irridente Mino De Santis che canta “tuttu è cultura, anche se cangia la temperatura”.  E ricordo Guccini che nei suoi concerti, accanto alla sua seggiola, aveva una bottiglia di vino.

pino de luca

Si, De Luca dice a me, profano, che nei canti e nelle cantine (perché non ha messo anche incanti, nel titolo?) ci si può perdere. Le parole avvolgono perché sono:

“come il vino, hanno bisogno del respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo” (Luis Sepulveda) .

Così è piacevole farsi accompagnare in questo non immaginifico viaggio fra paesi, città, cantine e produttori attenti e capaci, nominati uno ad uno,  da Taranto a Manduria, a Copertino a Brindisi e ancora altri, campi di terre rosse, viti e vitigni, canti e cantori. Fare accarezzare il negramaro di Copertino dalla voce di Sangiorgi, il Negramaro e i Negramaro. Oppure sentire irrompere “libiamo libiamo” de La Traviata bevendo bollicine ad Alezio. O ancora  immaginare il sapore forte e prepotente di un primitivo bevuto sulle note di “All’alba Vincerò” cantato da Mario Del Monaco. E ancora risentire, perché scordarcene?

 

“…La fatica è di più

Sulle braccia scure

Lacrime

Non ne abbiamo più

Facce scolpite e dure

Voglia di cambiare

Bella terra mia

Nata allu soli

Forte terra mia

All’odio e all’amuri

E sacra como stu cielu

Grande co’a stru mari

Tutta la vogghiu

Tutta la vogghiu liberari…”

 

cantata in un Festival di Sanremo il secolo scorso da Mariella Nava da Taranto. E ascoltarla mentre si bene un negramaro figlio della forte terra da liberare dall’ipocrisia, dai rifiuti forse. Terra grande, immensa, imprigionata fra i due mari. “Una zattera” per citare un altro immenso salentino, il regista, autore, attore Mario Perrotta.

Oppure sedersi e sorseggiare un rosato di negramaro, perché altro non può essere, secondo Pino, il vino rosato se non di uve Negramaro. Perché il rosato non è del Salento, ma è il Salento stesso. Ne ha i profumi, la luce, la forza. Chissà, questa domanda la giro all’autore, se ne ha anche le contraddizioni di essere un rosso fermatosi a mezza strada. Sorseggiare e ascoltare musica di rinascita e di colori intensi, albe e tramonti che fanno rima con amori e la leggera pesantezza di sentimenti forti e avvolgenti, ascoltando la primavera di Vivaldi.

A leggere il viaggio salentino di De Luca mi è venuto in mente, piuttosto che le colline monferrine o langarole, terre di nobilissimi vini che si chiamano Barolo, Barbaresco, Barbera, il misconosciuto (ingiustamente) Grignolino ecc., il ligure sciacchetrà. Vitigno coltivato su terrazzamenti che guardano il mare delle Cinque Terre. Terreno strappato alle rocce, ripulito, dove si produce quella meraviglia. Forse saranno quelle rocce che vedo spuntare di tanto in tanto dalle terra rossa di Salento a ricordarmelo, chissà. O forse la vicinanza del mare. E non si può parlare di Liguria, mi consentirà Pino, senza riascoltare Creuza de ma di Fabrizio De Andrè. Quei sentierini che fanno tornare alla mente contadini con la vanga in spalla. Ho fatto una digressione geografica anche se, ammetto e concordo pur nella mia enoica ignoranza, con Pino “…Abbiamo vini in Salento che non temono assolutamente i maestri d’altre parti d’Italia e nemmeno quelli d’oltralpe…”, ma sui vini francesi non facciamo digressioni, quando vorranno imparare a vinificare, l’Italia intera li accoglierà con gioia e senza far loro pesare una pur evidente superiorità.

 

Pino De Luca – Per Canti e Cantine – Kurumuny editore – € 12,00

 

[1] P. De Luca- Per canti e cantine pag. 97

Vino “te lussu”

di Andrea Fachechi

vino

Questo è un cartello che invita all’acquisto del vino. Oltre ai tanti aspetti riguardanti il marketing messo in campo da questo negozio di frutta e verdura mi ha particolarmente colpito l’espressione “te lussu” che sentivo dire spesso a mio nonno. Già, perchè quello che può sembrare un semplice intercalare, o un superlativo assoluto fatto in casa, in realtà richiama al vero concetto di lusso della società contadina salentina nel post-guerra. La possibilità di bere un vino o mangiare qualcosa qualitativamente notevole, elevava infatti il contadino (seppur nelle mura domestiche) al rango di signore.

Che cosa succede tra le cantine di Terra d’Otranto

vino e foglie 067

di Mimmo Ciccarese

 

I tralci alleggeriti dalla vendemmia e dalle foglie, iniziano a sbadigliare e appisolare i loro tessuti in un dolce vortice che la biologia definisce come quiescenza, una sorta di letargo invernale in cui la pianta rallenta le sue attività. Una dormienza che ogni pianta pianifica durante il suo sviluppo affinché abbia il giusto tempo di accumulare le riserve nutritive per il risveglio primaverile e per difendersi dai morsi delle gelate.

Tutt’altro che dormiente invece l’attività nelle cantine, il mosto ha quasi esaurito il suo fruttosio che altri organismi stanno lentamente trasformando in alcool, inizia a virare il suo carattere, aumentare il bouquet dei suoi profumi, assorbire dai barrique nuovi sentori.

Uno stato di calma per niente apparente, quindi, è quello che si descrive con i fermenti del dopo vendemmia, un gran movimento che porterà ad assestare le migliaia di essenze sulle nostre tavole.

Adesso aspettiamo trepidamente i rosati del negro amaro e la corposità dei primitivi che promettono bene; l’evoluzione del miglior vino salentino ora è in mano all’esperienza di chi lo custodisce.

Si percepisce il buon umore tra i viticoltori attraverso l’intensità degli aromi e del filtro di colori che decantano nell’alveo dei loro calici, dal travaso di note floreali che inizia ad abitare le cantine più rinomate che si spande tra i paesi del DOC Salice e Manduria; un effluvio di milioni di ettolitri pronti per la consueta festa del novello.

Fa piacere sentire che il Negroamaro e il Primitivo siano vini ricercati da nuovi mercati, davvero si possono ritrovare stupori di etichette, frutto del buon diletto e dell’operosità della viticoltura salentina.

Un’opera di rinnovamento iniziata grazie all’audacia di pochi tecnici dagli anni settanta dai tempi in cui il robusto Negro amaro era considerato solo come vino da taglio per i vini del settentrione; un processo evolutivo che ancora oggi continua a sorprendere che rende qualità e calore all’assaggio; le cantine che rincorro, adesso, sono liete di conoscervi.

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No mmi tuccati lu mièru! (Non toccatemi il vino!)

di Armando Polito

Il titolo di oggi potrebbe sembrare il grido disperato, tra l’implorazione e la minaccia,  di un alcoolizzato al quale hanno appena finito di sottrarre la bottiglia che aveva svuotato a metà da pochi secondi con due gesti che a lui erano parsi sorsetti, appena un assaggino per iniziare bene la giornata…

Non sono un fine intenditore di vini, tanto meno un fanatico delle etichette per il quale l’apertura di una bottiglia è un rito accompagnato da uso di calici particolari, immersioni (se non si prendono bene le misure) del naso, sciacquamenti di bocca che per poco non sembrano gargarismi, fino alla diagnosi finale che per aggettivi usati e sostanze evocate susciterebbe l’invidia del più accreditato sommelier.

Mi piace, però, bere il vino e, soprattutto quando sono in compagnia di persone simpatiche (meglio se astemie, così di vino me ne tocca di più …), non in misura modica, anche perché, se è genuino, cioè senza additivi e conservanti, lo sopporto benissimo (al massimo mi addormento …), almeno questo dicono gli altri; se l’avessi detto io magari avreste sospettato che anche mentre scrivevo queste righe non fossi tanto sobrio …

Vengo al dunque e dico che l’esclamazione del titolo non è legata ad un tentativo di sottrazione del prezioso liquido da parte di qualcuno premurosamente interessato alla mia salute, anche perché l’ultima bevuta degna di questo nome, fatta con mio cognato Giuseppe, risale a più di venti giorni fa; quindi, puru ci m’era fattu a stozze1,a ‘st’ora era già sbafatu2 (anche se mi fossi ridotto ad essere ubriaco fradicio [alla lettera: a pezzi], a quest’ora gli effetti sarebbero già svaniti).

In ballo ci sono valori molto più elevati e solo apparentemente astratti, visto che il vino viene celebrato, giustamente, a destra e a manca come un fatto culturale e la cultura non è certamente una cosa astratta come ritiene la politica capra (nel senso sgarbiano, ma, comunque, chiedo scusa alla bestia pure per lui) quando afferma che con la cultura non si mangia.

Tuttavia quella politica non ha tutti i torti ad affermarlo in un mondo in cui la demeritocrazia è il criterio imperante e la professionalità ha lasciato il posto all’ignoranza, alla superficialità,  al pressappochismo, al clientelismo da una parte ed al leccaculismo dall’altra.

La stampa certamente non si sottrae a questa decadenza, per colpa, anzi grazie (visti i tempi che corrono e che ho sinteticamente prima stigmatizzato) a sedicenti giornalisti senza un pizzico di umiltà che dovrebbe spingere chiunque ad informarsi prima di fare certe affermazioni (veramente in rapporto a quanto sto per dire sarebbe bastato anche un pizzico di bruto intuito …).

Nel numero, fresco fresco,  di luglio di Bell’Italia edito da Giorgio Mondadori a pag. 66 leggo: “…Da non perdere La Festa te lu mieru (6-8 settembre) a Carpignano (a 26 km.): lu mieru (il nero) è il vino in dialetto locale; info: 333/3.13.97.98, www.festatelumieru.it”.

Per l’autore del testo, dunque, mièru non sarebbe altro che il corrispondente dialettale di nero. Qui in Salento probabilmente anche i bicchieri di vetro più scadente e pure quelli scheggiati sanno che mièru è dal latino meru(m), neutro sostantivato dell’aggettivo merus/mera/merum che vuol dire puro, schietto; i Romani, infatti, bevevano il vino (vinum) dopo averlo annacquato, mai puro. Farlo per noi (anche se i nostri vini potrebbero tranquillamente sopportare un taglio del genere, purché la percentuale di acqua fosse ragionevole …) equivarrebbe ad un sacrilegio e perciò, ad evitare equivoci, chiamiamo mièru quello che in italiano si chiama vino

Un esempio eloquente della distinzione fra il vino annacquato (mixtum) e lo schietto (merum) si ha in Marziale (I-II secolo d. C.), Epigrammata, III, 57: Callidus imposuit nuper mihi caupo Ravennae,/cum peterem mixtum, vendidit ille merum (A Ravenna un oste astuto poco fa mi ha venduto vino schietto mentre glielo avevo chiesto annacquato). Mi pare già qualcuno chiedersi se questo Marziale non fosse un fessacchiotto o un pazzo a lamentarsi per il fatto che l’oste gli aveva venduto vino schietto per annacquato. Gli sarebbe costato troppo sudore annacquarsi quello puro una volta giunto a casa? Le cose, però, stanno così: il vino di Ravenna non era molto quotato essendo ricavato da viti meno esposte al sole rispetto a quelle spagnole, siciliane o cipriote: perciò il vino schietto che se ne ricavava era addirittura più debole di quello annacquato proveniente da zone più calde, tanto che lo stesso Marziale nell’epigramma precedente aveva scritto: Sit cisterna mihi quam vinea, malo, Ravennae,/ cum possim multo vendere pluris aquam (A Ravenna preferirei avere una cisterna (di acqua) più che una vigna, potendo vendere l’acqua ad un prezzo molto più elevato (del vino).

La distinzione tra mixtum e merum continua nel latino medioevale, del quale non riporto, per brevità, alcuna testimonianza; dico però che probabilmente proprio al medioevo risale la nostra abitudine di bere vino schietto.

So benissimo che chi scrive il testo per una rivista, soprattutto per una destinata, come Bell’Italia, a lettori non solo italiani avrà l’obbligo, al pari di tutto il corpo redazionale e del direttore, di conoscere l’inglese ma non il latino, né arcaico né classico né medioevale (lo so, ma mi pare discutibile …); credo però che abbia quello di documentarsi da fonti attendibili per tutto ciò che non rientra nelle sue conoscenze e competenze e che, comunque, debba essere in grado di consultare i vocabolari dialettali, strumenti di lavoro fondamentali in una redazione che aspiri a pubblicare una rivista che sia ad un livello appena superiore a quello di un semplice dépliant. In questo caso, poi, al di là dei metaforici bicchieri salentini, il cui suono, comunque, si sarebbe dovuto ascoltare, sarebbe bastato digitare in qualsiasi motore di ricerca mieru per avere la risposta3, scartando, è ovvio, l’omofono verbo giapponese (!) che significa sembrare4.

Naturalmente la loro parte, tutt’altro che trascurabile, di colpa ce l’hanno pure tutti coloro che avrebbero dovuto controllare prima di dare l’autorizzazione alla pubblicazione.

Sono consapevole di aver suscitato probabilmente in qualcuno la tentazione di andare a comprare, non fosse altro che per un controllo, un numero della rivista e so, in tal caso, di aver contribuito paradossalmente, al pari delle solite, melense recensioni, a farle pubblicità. Confido, però, nell’intelligenza della maggior parte del lettori di questo sito, ai quali basterà e, per quelli che nutrono in me cieca fiducia, avanzerà l’immagine che segue.

 

Un’ultima cosa: non presumo di entrare nel cervello di qualcuno ma, siccome ho basato la mia professione (per chi non lo sapesse quella di un modestissimo insegnante di latino e greco) e, in fondo, tutta la mia vita sulla (ri)valutazione dell’errore, a cominciare dal mio,  non posso fare a meno di formulare un’ipotesi circa la genesi di questa bestialità destinata, al pari di tante altre, ad andare in giro per il mondo: molto probabilmente una certa analogia fonetica tra miéru e nero e lo zampino del negramaro (mi riferisco solo al nome, non ad un eventuale abuso della sostanza che esso indica …) hanno creato il cocktail indigesto che mi ha ispirato il titolo di oggi.

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1 Nel dialetto neretino stozze è una forma di plurale femminile, usato solo in questa locuzione, di stuèzzu (al plurale normalmente stuèzzi). Per stuèzzu il Rohlfs non propone alcun etimo, ma credo che la voce sia corrispondente all’italiano tozzo (di etimo incerto) con prostesi di s– intensiva.

2 Il Rohlfs al lemma sbafare rinvia a spafare dove non compare proposta etimologica; tuttavia la presenza nella definizione di sfogare può far pensare che per lo studioso tedesco quest’ultimo non sia un semplice sinonimo ma la voce originaria dalla cui deformazione sarebbe nato sbafare. E alla fine, quasi a confermare il mio sospetto, c’è un “cfr. il calabrese e napoletano sbafare=sfogare”. Nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1788, v. II, pag. 80 il lemma è trattato come appare nell’immagine sottostante:

 

Viene proposta, dunque, l’origine da afa, ma è di ardua spiegazione sb– iniziale. Ricordo che in italiano esiste sbafare (mangiare o bere abbondantemente e con avidità), voce di origine onomatopeica. Nel dialetto neretino sbafare assume lo stesso significato della voce italiana, ma può essere usato anche in senso meteorologico [lu cielu ha sbafatu=il temporale è passato, alla lettera il cielo si è divorato (le nuvole), cioè le nuvole sono scomparse]. Se veramente questo secondo sbafare ha lo stesso etimo del primo, la nostra locuzione a ‘st’ora era già sbafato significherebbe alla lettera a quest’ora sarebbe passato molto tempo dalla bevuta e, quindi, sarebbe come dire a quest’ora avrei già smaltito la sbornia.

3 Per esempio, in http://www.dialettosalentino.it/mieru.html e, chiedo scusa per l’autocitazione, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/16/lu-mieru-il-vino-12/; per i libri, in  http://books.google.it/books?ei=a6vdUZD6GYrVtQbjooCwDQ&hl=it&id=fAvaAAAAMAAJ&dq=mieru&q=merme#search_anchor

http://books.google.it/books?id=SszxbMtHbs8C&pg=PA544&dq=mieru&hl=it&sa=X&ei=-8nfUYafC4aL4ATL3YG4Ag&ved=0CDcQ6AEwAA#v=onepage&q=mieru&f=false

5 Per l’etimo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/10/gnorumaru-negro-amaro-negramaro/

LU MIERU (Il vino) 2/2

Cornelius de Vos, Il trionfo di Bacco
Cornelius de Vos, Il trionfo di Bacco

di Armando Polito

Negli autori latini si ripete tal quale la condanna dell’eccesso da parte della scienza e una certa indulgenza da parte della poesia. Plinio (I secolo d. C.) dedica all’ubriachezza l’intero capitolo 28 del libro XIV della Naturalis historia: “Ma a ben pensarci in nient’altro è più occupata la vita nostra, come se la natura non ci avesse dato l’acqua per bere, usata anche dagli altri animali. Addirittura noi costringiamo anche le bestie a bere vino e mettiamo tanto impegno, fatica e spesa in qualcosa che muta la mente dell’uomo e genera furore spingendo a mille scelleratezze con tanta dolcezza che gran parte degli uomini non concepisce altro premio della vita. Per berne di più ne indeboliamo la forza col colatoio e si escogitano nuovi stimoli. E per bere si preparano anche veleni e alcuni assumono prima la cicuta perché la morte li spinga a bere, altri polvere di pomice ed altro che mi vergogno di dire per non insegnarlo. Vediamo i più accorti di costoro smaltire la sbornia nei bagni ed essere portati via esanimi. Altri non possono aspettare il letto né la veste e dove si trovano ignudi e ansanti afferrano grandi vasi come per ostentare virilità e bevono a perdifiato per vomitare subito dopo e poi ribere; e questo per due o tre volte come se fossero nati per consumare vino e come se esso potesse essere versato solo nel corpo umano. Per questo ricorrono a pratiche straniere e si rivoltolano nella polvere e distendono il petto piegando il collo. Dicono che tutti questi esercizi provocano la sete. Così nei vasi sono nascosti gli adulteri come se l’ubriachezza stessa non spingesse alla lussuria. Così i vini si bevono per lussuria e l’ubriachezza viene premiata e, se agli dei piace, viene comprata. C’è chi per legge dell’ubriachezza viene pagato perché beva tanto quanto mangia e chi tanto beve quanto ha vinto ai dadi. Allora gli occhi avidi vagheggiano una matrona e suscitano nel marito pesanti sospetti. C’è chi fa testamento, chi dice parole mortifere e non riesce a trattenere la voce in gola come dovrebbe, ragion per cui parecchi trovarono la morte. E ormai comunemente la verità è attribuita al vino1. Frattanto perché per loro tutto vada per il meglio non vedono il sorgere del sole e bevono meno di giorno. Da qui il pallore, le guance pendule, gli occhi arrossati, le mani tremanti che rovesciano i vasi pieni, i sonni agitati (questa è una pena continua), l’inquietudine di notte; e il più grande premio dell’ubriachezza è una lussuria mostruosa e una piacevole scelleratezza. Il giorno successivo l’alito è puzzolente e c’è l’oblio di tutto e la morte della memoria. Dicono che in questo modo rapiscono la vita, mentre ogni giorno perdono quello precedente e pure il seguente”. Seguono alcuni esempi di ubriachezza in cui incorsero famosi personaggi romani.

bacco

Più indulgenti, dicevo, i poeti. Tibullo (I, 2, 1-4): “Aggiungi vino e col vino lenisci il recente dolore,/affinché il sonno invada gli occhi vinti dalla stanchezza;/e nessuno tenti di svegliare un ubriaco/mentre l’amore infelice riposa”. Ovidio in Remedia amoris, 805- 806: “Il vino prepara l’animo all’amore, a meno che non se ne beva una quantità eccessiva/e il cuore rimanga stordito come sepolto sotto il suo peso.”; il concetto è ribadito nell’Ars amandi, I, 589: “Da noi sarà data a te una misura certa del bere”, 598: “Come la vera ubriachezza nuoce, così quella finta gioverà”; in Amores il vino diventa un’arma, con la complicità della donna, per mettere al tappeto il rivale in amore: “Insisti perché lui beva continuamente, ma fallo senza che se ne accorga e mentre beve aggiungi, se puoi di nascosto, altro vino”. In Epistulae ex Ponto vi è solo la celebrazione nostalgica delle bevute fatte in patria con gli amici, ma non mi sentirei di escludere che lo scemato entusiasmo di una sana gioia di vivere fosse dovuta, più che all’amarezza dell’esilio, alla pessima qualità del vino del posto in cui era stato esiliato …

Bacco di Rubens
Bacco di Rubens

Orazio in Carmina, II, 11, 13-18: “Perché non beviamo distesi sotto un alto platano o questo pino, così, senza pensare e, finché è possibile,  con i bianchi capelli profumati di rosa e di nardo? Bacco dissipa le preoccupazioni che divorano …”; I, 18, 3-4: “Un dio riservò a chi non beve ogni sofferenza e le preoccupazioni che mordono non vanno via in altro modo”; in Epistulae, I, 2-3: “Nessun canto può piacere né vivere a lungo/se composto da bevitori di acqua …”; I, 5, 16-20: “Che cosa non fa venir fuori l’ebrezza? Essa svela le cose nascoste, rende certezza la speranza, spinge all’azione un inerte, elimina l’affanno dall’animo in ansia, insegna le arti. Chi non fu reso facondo da un calice pieno, chi non libero anche se povero?”. In Ars poetica, 434-437: “Si dice che i re incalzano con grandi tazze e torturano col vino qualcuno quando hanno difficoltà a capire se sia degno di amicizia …”. Una connotazione eminentemente politica ha invece in Odi, I, 37, 1-2 il brindisi per la morte di Cleopatra: “Ora si deve bere, ora col piede sfrenato/ si deve battere la terra …” che ricalca il “Dobbiamo ubriacarci oltre ogni limite:/il tiranno Mirsilo è morto.” di Alceo citato nella prima parte. E, come nella prima parte avevo iniziato col proverbio dialettale della vignetta, così termino questa seconda ed ultima con altri due:

Bbuenu mièru sinu a ffezza, bbona fèmmina sinu a bbicchièzza. Alla lettera sarebbe: Buon vino sino alla feccia, buona donna fino alla vecchiaia; senonché tutti sanno di cosa sia sinonimo la locuzione “buona donna”; e allora: il proverbio vuol significare che, come il buon vino si mantiene tale nel tempo, lo stesso vale per la buona donna? oppure “bbona femmina deve intendersi come se fosse femmina bbona?; e “bbicchiezza”, almeno questa volta, impedirebbe di dare a “bbona” il significato connesso alla fisicità che tutti conoscono …

Ci li ggiùrni mia l’abbìa tutti, facìa cu qquàgghia lu mièru intr’alli utti (Se i giorni miei li avessi tutti, farei cagliare il vino dentro le botti). È febbraio che parla manifestando un’invidia tutta umana, non disgiunta da un pizzico di presunzione, nei confronti degli altri mesi che contano più giorni di lui. In senso ampiamente traslato è come se uno di noi dicesse: se avessi le stesse risorse degli altri, riuscirei a fare quasi l’impossibile.

 

La prima parte qui:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/16/lu-mieru-il-vino-12/

 

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1 Vulgoque veritas iam adtributa vino est. È in pratica il concetto latino del greco Ἐν οἴνῳ ἀλήθεια di cui si è detto nella prima parte, cui corrisponde in latino In vino veritas.

LU MIERU (Il vino) 1/2

di Armando Polito

vino

Sul vino, anche come espressione culturale in cui molteplici sono le intersezioni tra medicina,  religione, filosofia e, addirittura, politica, l’inchiostro è scorso a fiumi e, sembrerà strano, non ho nulla da obiettare e, tra l’altro, invidio chi, pur non essendo un sommelier, è in grado di distinguere di un vino perfino l’annata (naturalmente senza averla letta prima sull’etichetta …); mi dà solo un leggero fastidio (lo stesso che provo quando leggo una di quelle recensioni in cui con parole altisonanti si tenta, per me con effetti grotteschi, di complicare ciò che è di suo divinamente semplice) l’atteggiamento artatamente ieratico che sovente accompagna la definizione di un vino. Forse dipende dalla mia, a tratti,  animalesca rozzezza e non raffinata sensibilità, quella stessa che oggi mi ispira a scrivere queste poche righe.

Bere bene per bere meglio è lo slogan da qualche anno opportunamente usato tra l’altro anche per la promozione di un prodotto di cui il nostro Salento è, diventato giustamente, anche se in ritardo, leader mondiale. Il consiglio, però, per quanto banale, non è originale, nel senso che ricalca un pensiero molto antico sul quale dirò qualcosa dopo essermi soffermato, e ti pareva!, sulle etimologie.

Vino è dal latino vinu(m), a sua volta connesso col greco οἶνος (òinos, prima della caduta del digamma iniziale era vòinos) da cui eno– primo componente di molti derivati. La voce dialettale neretina mièru è dal latino meru(m)=vino schietto, neutro sostantivato dell’aggettivo merus/a/um=puro.

Per gli intenditori oggi sarebbe un’eresia gustare un vino annacquato, ma questa era la regola per il mondo classico. È giunto il momento di riportarne alcune significative testimonianze (per brevità, questa volta, riporto solo la mia traduzione).

trionfo di Dioniso
trionfo di Dioniso

Partiamo da lontano, cioè dal mio riassunto del mito così come ci è stato tramandato nelle Dionisiache di Nonno di Palopoli (autore greco del V secolo d. C., che, però, si serve quasi certamente di una tradizione precedente): Ampelo (non a caso ἄμπελος è il nome greco della vite), bellissimo satiro amante di Dioniso, muore presso il fiume Pattolo a causa di un toro inferocito scagliatogli contro da Ate, la dea della morte. Giove ha pietà del dolore di Dioniso ed accorda una seconda vita ad Ampolo che rinasce nelle sembianze di una vigna, dalla cui vendemmia Dioniso ricava il primo vino della storia.

Per il mondo greco classico ecco la tripletta Socrate>Platone>Aristotele in cui il simbolo >non ha solo il significato di “poi” ma anche “maestro di”. È più che noto che di Socrate non ci è rimasto nulla di scritto, ma che il suo pensiero lo possiamo ricavare dagli scritti del suo allievo Platone (V-IV secolo a. C.). E mi piace iniziare con un brano (406 c1) del Cratilo in cui Platone ci presenta un simpaticissimo Socrate che ironicamente si esibisce in una scherzosa etimologia del nome del dio greco del vino, Dioniso e del nome greco del vino stesso, mediante un gioco di parole:

“ERMOGENE: -E che dire poi di Dionysos e di Aphrodite?-. SOCRATE: -Sono difficili le domande che mi poni, figlio di Ipponico. Infatti l’etimo dei nomi per questi due dèi può essere espresso seriamente e scherzosamente. L’etimo serio chiedilo a qualcun altro; ma nulla impedisce di trattare di quello scherzoso, perché anche gli dei sono spiritosi. Dunque Dioniso nominato scherzosamente sarebbe “colui che dà il vino”, Didoinysos1, mentre il vino poi, poiché fa sì che parecchi di coloro che bevono abbiano senno mentre non ne hanno, potrebbe essere chiamato a buon diritto oionous2-.

Il Cratilo non è l’unico dialogo che contiene riferimenti al nostro argomento. Nel  Simposio, 176a-d:“dopo, essendosi Socrate sdraiato e avendo cenato  lui e gli altri, essi fecero libagioni e dopo aver celebrato con canti il dio e assolto alle altre consuetudini, si diedero al bere. Poi Pausania diede inizio ad un discorso siffatto: -Bene, amici! Come bere senza tanti scrupoli? Io vi dico : – Via, amici, come s’ha a fare a bere che non s’affoghi?-. Per conto mio io vi dico chiaro e tondo che il mio stato non è dei migliori dopo la bevuta di ieri e che ho bisogno di una pausa. Così credo che sia pure per molti di voi poiché ieri c’eravate. Guardate dunque come dovremmo bere responsabilmente. Allora Aristofane disse: -Dici certamente bene, o Pausania, che in ogni modo si cerchi una pausa nel bere, poiché anche io faccio parte di quelli che ieri sono affondati (nel vino)-. Erissimaco, figlio di Acumeno, avendolo sentito disse: -Parli certamente bene ma ho bisogno di sapere da voi ancora una cosa,  come Agatone sta quanto a voglia di bere-. -Non ne ho- rispose -neppure io sto bene-. E l’altro: -Sarebbe una fortuna per noi, come sembra, per me, per Aristodemo, per Fedro e per questi altri se voi, i più forti nel bere, ora vi tiraste indietro: noi infatti siamo sempre stati debolucci. Escludo dal mio discorso Socrate: infatti egli può abusare o fare a meno del bere, sicché comunque facciamo ci sarà d’aiuto. Poiché dunque mi sembra che nessuno dei presenti sia ben disposto a bere molto vino forse sarei poco spiacevole se dicessi qual è la verità sull’ubriachezza. Io credo questo, che è chiaro dalla medicina che l’ubriachezza è pericolosa per gli uomini; e né io stesso vorrei bere oltre né lo consiglierei ad un altro, anche se non soffrisse ancora i postumi della sbornia di ieri-. Disse, prendendo la parola, Fedro di Mirrinunte: -Io sono abituato a crederti, anche quando non parli di medicina; ora anche gli altri, se hanno giudizio-. Dopo aver udito ciò tutti convennero di evitare l’ubriachezza per quella volta, ma di bere così per il piacere”.

dionysos

È una condanna senza appello e un invito alla moderazione, la sola che può fare del vino un piacere e non un pericoloso vizio, sicché Socrate, che qui compare defilato e che dalle parole dei commensali potrebbe essere semplicisticamente considerato un’autentica spugna, in realtà è il modello di colui che riesce a restare sempre padrone di se stesso perché conosce i propri limiti e ha la forza di non superarli.

cratere apulo a figure rosse (da archeogate.org)
cratere apulo a figure rosse (da archeogate.org)

Questo pensiero trova più ampio sviluppo in Leggi  dove (I, 636e-637b) lo spartano Megillo così si rivolge ad un anonimo (ma non è difficile identificarlo con Socrate) ateniese : “-mi sembra giusto che a Sparta il legislatore prescriva di evitare i piaceri; quanto alle leggi di Cnosso egli4, se  vorrà, le difenderà. Mi sembra che a Sparta ci siano le più belle leggi umane in materia di piaceri; gli uomini infatti non cadono minimamente vittime neppure dei piaceri più grandi, dell’insolenza e di ogni tipo di stoltezza; questo bandisce la nostra legge da tutto il territorio e non ti potrebbe capitare di vedere per i campi né nelle città che sono sotto il controllo degli Spartani simposi né tutto ciò che ad essi accompagnandosi spinge il piacere alla sfrenatezza; e non c’è nessuno che non rivolga subito un grandissimo rimprovero a chi fa baldoria a causa dell’ubriachezza, neppure se accampasse a pretesto le feste in onore di Dioniso, come talora io ho visto succedere sui carri presso di voi e a Taranto presso i nostri coloni ho visto l’intera città in preda all’ubriachezza nel corso delle feste in onore di Dioniso; da noi non c’è niente di tutto questo-“.

Nel corso del dibattito l’Ateniese dimostrerà il carattere ambiguo del vino, cioè la sua capacità di aggregare idee e sentimenti liberi da ipocrisie, inibizioni e falsi pudori, cioè di generare un piacere che non fa male né a se stessi né agli altri, come pure di obnubilare la coscienza, il che non solo preclude la fruizione di un piacere, qualsiasi esso sia, ma crea un danno a se stessi e agli altri. Verrà così ribadito il concetto della misura e dell’autocontrollo strettamente legato a quello della consapevolezza dei propri limiti, anche nell’assimilazione dell’alcool5. Estremamente interessante è, poi, l’idea microcosmica del simposio retto dall’autocontrollo di ciascuno (a partire da chi ne è, in un certo senso, il capo detto simposiarca), che diventa metafora macrocosmica della corretta organizzazione politica della società.

Aristotele dedica all’argomento ampio spazio nella terza sezione dei Problemata, in cui si pone trentacinque domande e dà altrettante risposte sul meccanismo di parecchi effetti dell’ubriachezza (dalla visione sdoppiata al mal di testa, dalla minzione intensificata all’impotenza). La riflessione più interessante, anche per i suoi risvolti giuridici per quella che, volendo inventare un’attenuante, può essere considerata responsabilità parzialmente diretta, mi pare però quella contenuta nel capitolo V del terzo libro dell’Etica Nicomachea: “(I legislatori) puniscono per l’ignoranza stessa quando ritengono che uno sia causa della propria ignoranza; per esempio, per gli ubriachi le pene sono doppie, giacché l’origine dell’atto è in colui stesso che lo compie: infatti egli è padrone di non ubriacarsi, ma l’ubriachezza, poi, è la causa della sua ignoranza”.

Dopo duemila anni i reati provocati dalla guida in stato d’ebbrezza o in preda all’azione di stupefacenti attendono ancora di essere adeguatamente sanciti …

Ne approfitto per dichiarare pure che, a mio parere, legata allo stereotipico binomio genio-sregolatezza e quanto meno discutibile sia l’opinione di coloro che credono che l’assunzione di certe sostanze stimoli la creatività artistica6. Io credo che il genio, comunque, è per definizione “sregolato”, ma nel senso che è lui l’inventore di nuove regole o l’innovatore parziale o totale delle vecchie;  e per fare questo, se si è veramente geniali, basta, sempre secondo me, il cervello che la natura ci ha dato insieme con la capacità e la volontà di mantenerlo sempre in allenamento, altrimenti anche la più sublime opera d’arte non è dissimile dal record dell’atleta dopato, cioè fasulla e truffaldina. E nessuno si è mai chiesto se qualche capolavoro creato in condizioni artificiose documentate non sarebbe potuto essere ancor più capolavoro se l’artista non fosse ricorso all’aiutino?

Continuando la nostra carrellata, una vera e propria antologia di opinioni disparate e sovente contrastanti sul vino è ne I deipnosofisti di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.). Dato il numero veramente elevato, ne riporto solo le più significative: “Filocoro scrive che Anfizione re degli Ateniesi, avendo appreso da Bacco il modo di temperare il vino, per primo lo diluì e perciò chi aveva bevuto il vino così miscelato camminava correttamente, mentre gli altri procedevano barcollanti. Per questo beneficio innalzò a Bacco Retto un altare nel tempio delle Ore poiché le Ore nutrono il frutto della vite. E vicino a quell’altare ne eresse un altro per le Ninfe, monito per i bevitori che il vino dev’essere temperato poiché si tramanda che le Ninfe furono le nutrici di Bacco. Inoltre promulgò una legge che dichiarava  la quantità di vino che poteva essere servita con i cibi per la degustazione, poi che si poteva bere a volontà il vino temperato ma invocando prima il nome di Giove Salvatore, affinché i bevitori ricordassero che chi avesse bevuto seguendo queste regole non poteva essere in alcun modo incriminato”; “Filocoro dice che non solo coloro che bevono rivelano quel che veramente sono ma che con la loro libera e ingenua conversazione mostrano pure di che pasta sono fatti gli altri; perciò il vino è detto anche verità. Teognide: Gli esperti saggiano col fuoco l’oro e l’argento; ma la mente degli uomini è svelata dal vino”.

Dunque il vecchio proverbio Ἐν οἴνῳ ἀλήθεια (nel vino verità) avrebbe la sua paternità in Teognide (VI-V secolo a. C.) citato da Filocoro (IV-III secolo a. C.), a sua volta citato cinque secoli dopo da Ateneo! E con Ateneo continuiamo a fare un pezzo di strada.

“Paniasi: -Per gli uomini che abitano le terre pari è l’utilità del fuoco e del vino. Usato contro tutti i fastidi il vino è un ottimo rimedio. Per un ottimo simposio occorre una parte di vino, una di danza in coro, una di amabile compagnia: perciò nei banchetti conviene che tu lo beva con animo ben disposto e che non ti metta a sedere come fa un bambino quando è sazio e il cibo ritorna alla gola, dimentico degli obblighi di cortesia”; e più avanti: “-Il vino è un ottimo e magnifico dono degli dei ai mortali: col vino si accorda qualsiasi canto, qualsiasi danza, ogni amabile benevolenza; il vino cancella dal cuore degli uomini tutti gli affanni, se è bevuto in modica quantità; bevuto oltre misura è dannoso-”; “Eubolo -Il vino oscura la nostra prudenza-”; “Anfide -È probabile che la razionalità risieda nel vino: coloro che bevono acqua sono stupidi e fatui-”; “Antifane: -Il vino dev’essere scacciato col vino-”.

Gli autori citati da Ateneo e sopra riportati (ad eccezione di Filocoro che era uno storico e di Paniasi che era un poeta epico) sono tutti poeti comici e questo spiega il carattere provocatorio (se agli scritti fossero seguiti i fatti potremmo parlare di “poeti maledetti” ante litteram) delle loro affermazioni se le contrapponiamo alle posizioni filosofiche riportate all’inizio. D’altra parte pure nella produzione tragica non mancano personaggi che cercano nel vino l’oblio della propria infelice condizione, ma qui si tratta di un espediente congeniale allo sviluppo dell’azione.

Chiudo la carrellata degli autori greci facendo come oggi è di moda, ma qui solo cronologicamente, un passo indietro con quattro poeti lirici che celebrano l’ambiguità del vino anticipando di secoli (magia della poesia …) la trattazione filosofica del tema.

Archiloco (VII secolo a. C.): “Fra le aste c’è per me la farina impastata, fra le aste c’è per me il vino,/d’Ismara e all’asta mi appoggio mentre bevo.”; “Su col boccale tra i banchi dell’agile nave/e stappa il concavo barile!/Spilla il vino rosso; neppure noi/possiamo far la guardia senza bere.”; “Perché io so bene dare inizio/al ditirambo,/il bel canto di Dioniso signore,/folgorato nella mente dal vino.”

Alceo (VII-VI secolo): “Dobbiamo ubriacarci oltre ogni limite:/ il tiranno Mirsilo è morto.”;  “Non bisogna consentire/che il dolore si impadronisca dell’animo/perché il dolore non dà nulla di utile;/va versato il vino perché l’ebrezza è il miglior rimedio.”; “Sta piovendo a dirotto e la tempesta/infuria nel cielo, si gonfiano i fiumi:/supera i disagi della stagione/mettendo molta legna/ al fuoco/e bevendo allegramente vino a volontà.”; “Irrori il vino entrambi i polmoni,/beviamo: il sole sta salendo;/ogni cosa ha sete per l’infuocata stagione.”; “Quando giunge la primavera/il suo rigoglio/è un invito al piacere:mescetemi dolce vino.”; “Il vino è per gli uomini uno specchio:/vino, caro fanciullo, e verità.”; “Salute e bevi/, bevi con noi!”.

Focilide (VI secolo a. C.): “Nel simposio conviene quando girano i calici/sedersi a parlare di cose allegre e tracannare il vino”.

Teognide (VI-V secolo a. C.) è certamente, almeno secondo me,  tra i lirici quello che più si è soffermato sul tema senza, tuttavia, incorrere nel rischio del banale o del ripetitivo: “Bere molto vino fa male, ma se uno lo beve/da saggio gli fa bene.”; “Non posso bere vino perché con la mia dolce fanciulla/giace un uomo di gran lunga peggiore di me./Glielo hanno dato a dormirle accanto freddo i genitori/e lei porta l’anfora dell’acqua dalla sorgente e rimpiange me./Qui le ho stretto la vita col braccio e le ho baciato il collo/ed essa mi ha parlato dolcemente.”; “Bevo, ma non fino ad ubriacarmi; così il vino non mi spinge a dire cose spiacevoli su di te”; “Non succede ogni notte di fare baldoria./Io tra l’altro, che bevo il dolce vino nella giusta misura/, penso al piacere del sonno e andrò a casa./Mostrerò che il vino è piacevole a bersi quando io/, non essendo più sano, non sono ubriaco./Ma coloro che bevono come spugne non sono/più padroni della propria mente e della propria lingua/e dicono cose sconsiderate che ai sobri sembrano turpi e nulla,/preso dal vino, si vergogna di fare./ Mentre prima era saggio, ora è stolto: ma tu, conoscendo ciò,/non bere il vino in misura eccessiva/o allontanati prima di essere ubriaco perché non abbia ad emettere dalla gola grida/come giornalmente si fa con un servo colpevole, o, se resti, non bere. Invece tu hai sulle labbra sempre un “versa!”/, parola stupida che ti fa ubriacare,/ poiché un bicchiere si leva all’amicizia, un altro è già pronto,/da uno bevi in onore dei numi, ne tieni un altro in mano/e non sai dir di no./ È veramente un vincitore/chi si scola molti bicchieri e non dice sciocchezze./Ora dunque abbandonatevi ad una piacevole conversazione stando vicini al cratere/ma lontani da risse e provocazioni,/cantando tutti insieme in accordo:/così il simposio diviene giocondo.”; ”Onomacrito, mi gira la testa e il vino mi spinge/a non essere più padrone della mia lingua./Tutta la casa mi giro intorno, ma voglio provare/ad alzarmi, purché il vino non faccia effetto sui miei piedi/ oltre che sulla mia mente. Ho paura di fare/ubriaco qualche sciocchezza di cui dopo mi debba vergognare”; “È vergognoso per un ubriaco stare in mezzo a sobri, ma è vergognoso pure per il sobrio stare tra ubriachi”; “Del vino mi piace tutto, meno il fatto/che mi eccita a scagliarmi contro mi sta sulle scatole”; “Quando ti sembra di vedere sopra ciò che sta sotto/allora è giunto il momento di andare a casa smettendo di bere.”; “Bevi questo vino che sotto le cime del Taigeto/producono per me le viti che aveva piantato il vecchio/nelle balze del monte Teotimo caro agli dei e condusse lì/le fresche acque dal Platanisto. Bevendolo allontanerai ogni preoccupazione/ed ebbro ti sentirai molto più lieve”; Bevi quando gli altri bevono/e quando qualche preoccupazione ti tormenta il cuore/, perché nessun uomo sappia che stai soffrendo”; “Per ora svuotiamo allegramente i bicchieri/e facciamo a gara a motteggiare./Al futuro devono pensare gli dei.”; “Io bevo e così non penso alla povertà che mi tormenta/e ai nemici che parlano male di me./Ma continuo a tormentarmi per l’amabile giovinezza che vola via/e piango la vecchiaia in cui ho già un piede.”

Termina qui, con questa nota di funerea suspence, a mo’ di telenovela o di fiction di ultima generazione, questa prima parte; mi auguro solo che l’audience della seconda registri una punta più elevata …

 

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/20/lu-mieru-il-vino-22/

 

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1 Διδοίνυσος è una fantasiosa creazione composta dal verbo δίδωμι=dare+il sostantivo οἶνος=vino.

2 Οἰόνους è come il precedente Διδοίνυσος voce inventata mettendo insieme οἶος=solo+νοῦς=senno.

3 Feste in onore di Dioniso, nel corso delle quali c’è da immaginarsi che non si bevesse acqua …

4 Si tratta di un altro interlocutore di nazionalità cretese.

5 Ultimamente in questo e pure in quel social network è in corso tra gli iscritti una gara a chi rende pubblico un pensiero tratto dagli scritti più svariati dei più svariati autori (e non sempre del padre di quel pensiero si cita il nome …). Ciò che non si sa è che quello stesso concetto, che riteniamo originale,  è vecchio di millenni per un motivo semplicissimo: è frutto di quel buon senso che noi sembriamo aver perso.

6 Anche questo concetto non è nuovo. Basta leggere più avanti il frammento in cui Alceo parla del suo rapporto col ditirambo e col vino.

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