Martiri di Otranto, una ferita ancora aperta

Gli otrantini vittime della Jihad islamica (da http://www.belpaeseweb.it)

di Vincenzo Scarpello

L’imposizione con la forza della conversione all’Islam alla popolazione di Otranto da parte dei Turchi in occasione dell’occupazione del 1480 è ancora oggi oggetto di interpretazioni differenti. 

Un retrogusto amaro è quello che  hanno percepito i partecipanti alle celebrazioni civili dei Martiri di Otranto del 14 agosto scorso, a seguito della relazione di Hubert Houben, professore di Storia medievale presso l’Università del Salento. Un impatto simile lo ebbe nel 1965 la commemorazione civile tenuta dal professor Nicola De Donno, che inaugurava quella storiografia “demitizzante” che trova oggi in Houben un autorevole continuatore.
Un punto di vista del tutto legittimo, sebbene non possa essere condiviso sotto alcuni profili storico-metodologici che vale la pena analizzare con scrupolo. La pietra dello scandalo è costituita, come anche per la relazione del compianto preside De Donno, dall’episodio del Martirio, ove non tanto si mette in discussione la tragica fine degli 800 martiri, i quali ebbero la sfortuna di sopravvivere all’assedio ottomano del 1480, quanto la circostanza dell’imposizione di conversione all’Islam, attribuita dalla cronaca del Laggetto (sulla cui autenticità Houben solleva non poche perplessità) al comandante turco, il Kapudan Pascià della flotta Ahmed Gedik Zade.
L’acquisizione di nuovi documenti storici che possano chiarire i punti ancora oscuri, come ad esempio la documentazione diplomatica Sforzesca utilizzata dal professor Giancarlo Andenna nella commemorazione del 2006, ha contribuito certamente a chiarire alcuni significativi contorni dell’episodio otrantino, ma è del tutto carente un riferimento esplicito alla richiesta di conversione forzata. Ciò però non significa che tale circostanza non si sia verificata, in quanto più di un riscontro documentale ne confermano la sussistenza. Come dimostrano gli autorevoli studi storici che hanno approfondito la figura di Maometto II e la natura dell’espansionismo turco ottomano, come Robert Mantran e Ludovico Leoni, la conversione forzata, pur costituendo un fatto episodico delle modalità di sottomissione di un popolo vinto, non era del tutto estraneo alla tradizione diplomatico-militare turca.
In questo senso la nuova documentazione diplomatica costituisce una preziosa chiave di lettura che meglio inquadra nel contesto delle alleanze degli stati italiani la posizione dell’Impero Ottomano nei confronti del Regno di Napoli e degli eroici difensori di Otranto, il cui valore non fu mai messo in discussione dai contemporanei, nonostante l’iniziale perplessità del Re Ferrante. Va tuttavia sottolineato un punto chiaro che contrasta con l’impostazione della storiografia “demitizzante”, ossia che la conquista di Otranto non rientri nel feroce scontro religioso che contrappose per oltre cinque secoli l’occidente cristiano all’espansionismo arabo prima ed ottomano poi.
Quello ottomano in particolare vedeva in Maometto II l’iniziatore di una nuova fase, che modificava i canoni della Jihad fino ad allora adottati, senza però snaturarne l’intimo senso religioso che ancora oggi continua ad avere per i musulmani. La Jihad di Maometto II era una riproposizione dei fasti dell’Impero Romano, del quale il Sultano si riteneva continuatore in chiave islamica, come proprio l’episodio di Otranto conferma. La giustificazione religiosa della conquista di Otranto non aveva pertanto una natura meramente propagandistica, ma costituiva uno dei pilastri stessi della politica di Maometto II, che voleva espandere il Dar Ul Islam in tutti quei territori appartenuti all’impero romano d’Oriente, del quale Maometto aveva conquistato la capitale, Costantinopoli, per poi riunificare sotto l’egida della seconda Roma islamica tutto l’Occidente.
Negare oggi questo tratto dell’espansionismo turco presterebbe maggiormente il fianco a critiche di strumentalizzazione ideologica, rispetto all’inverosimile prospettiva di una cattiva storiografia locale e nazionale che brandirebbe ancora oggi la spada della vendetta cristiana. Occorre innanzitutto partire dai fatti per così come si svolsero, senza avere un atteggiamento di falso scrupolo e quasi di pavida vergogna per gli episodi nei quali i cristiani presero le armi per difendersi dall’espansionismo ottomano. Tale modo di porsi rischia, tra l’altro, di applicare il pericoloso filtro della mentalità moderna, non soltanto all’interpretazione storica, facendola ricadere in una prospettiva ideologica, ma allo stesso vaglio della documentazione, spingendo pericolosamente la demitizzazione, in certi casi doverosa ma non ugualmente perseguita, nel campo minato del preconcetto del quale si vogliono forzatamente trovare conferme nella documentazione che man mano si acquisisce.
L’episodio dell’impalamento dei prigionieri turchi citato dalla relazione del 2010, se non correttamente inquadrato nei modi e nei tempi della feroce guerra quattrocentesca, ed in particolare di una risposta alle altrettanto feroci scorrerie della cavalleria miliziana ottomana che, nelle primissime ore che seguirono lo sbarco, aveva letteralmente messo a ferro e fuoco l’intera regione dei laghi Alimini, spingendosi quasi fino alle porte di Lecce a nord e di Cannole ad est, con il corollario di uccisioni, stupri di donne e abusi di fanciulli che erano quasi la cifra strategica della Razwa ottomana, rischierebbe quasi di giustificare l’eccidio degli 800, dipingendosi quelli che difendevano la città e che avevano visto coi loro occhi le devastazioni e la morte portata dagli ottomani, quasi come degli avventati e degli scriteriati, accecati da un odio instillato dai nobili e dai religiosi, che li avevano spinti ad impalare i prigionieri, per persuadersi a resistere con maggior risolutezza e che quasi, per utilizzare la logica di chi è estraneo al complesso quadro storiografico e documentale relativo al sacco di Otranto, se l’erano cercata.
Così non fu. L’impalamento dei prigionieri turchi fu uno tra i tanti episodi ricadenti nella “normalità” di un assedio che vide 1.500 uomini, che spesso non avevano mai visto prima neanche un coltello, resistere per oltre 15 giorni alla sistematica distruzione dei campi, alla violenza delle donne e dei bambini, poi ridotti in schiavitù, all’incessante tiro della più formidabile artiglieria dell’epoca ed ai tre cruentissimi assalti generali messi in atto da oltre 15mila uomini, che annoveravano tra i ranghi l’elite militare dell’Impero Ottomano, ossia una vera e propria superpotenza mediterranea, che mirava esplicitamente, dopo aver piegato Otranto, al Principato di Taranto prima, all’Italia poi fino alla conquista dell’intera Europa.
(per gentile concessione dell’Autore, pubblicato su www.belpaeseweb.it del 29/09/2010)

Martiri di Otranto, una ferita ancora aperta

Gli otrantini vittime della Jihad islamica (da http://www.belpaeseweb.it)

di Vincenzo Scarpello

L’imposizione con la forza della conversione all’Islam alla popolazione di Otranto da parte dei Turchi in occasione dell’occupazione del 1480 è ancora oggi oggetto di interpretazioni differenti. 

Un retrogusto amaro è quello che  hanno percepito i partecipanti alle celebrazioni civili dei Martiri di Otranto del 14 agosto scorso, a seguito della relazione di Hubert Houben, professore di Storia medievale presso l’Università del Salento. Un impatto simile lo ebbe nel 1965 la commemorazione civile tenuta dal professor Nicola De Donno, che inaugurava quella storiografia “demitizzante” che trova oggi in Houben un autorevole continuatore.
Un punto di vista del tutto legittimo, sebbene non possa essere condiviso sotto alcuni profili storico-metodologici che vale la pena analizzare con scrupolo. La pietra dello scandalo è costituita, come anche per la relazione del compianto preside De Donno, dall’episodio del Martirio, ove non tanto si mette in discussione la tragica fine degli 800 martiri, i quali ebbero la sfortuna di sopravvivere all’assedio ottomano del 1480, quanto la circostanza dell’imposizione di conversione all’Islam, attribuita dalla cronaca del Laggetto (sulla cui autenticità Houben solleva non poche perplessità) al comandante turco, il Kapudan Pascià della flotta Ahmed Gedik Zade.
L’acquisizione di nuovi documenti storici che possano chiarire i punti ancora oscuri, come ad esempio la documentazione diplomatica Sforzesca utilizzata dal professor Giancarlo Andenna nella commemorazione del 2006, ha contribuito certamente a chiarire alcuni significativi contorni dell’episodio otrantino, ma è del tutto carente un riferimento esplicito alla richiesta di conversione forzata. Ciò però non significa che tale circostanza non si sia verificata, in quanto più di un riscontro documentale ne confermano la sussistenza. Come dimostrano gli autorevoli studi storici che hanno approfondito la figura di Maometto II e la natura dell’espansionismo turco ottomano, come Robert Mantran e Ludovico Leoni, la conversione forzata, pur costituendo un fatto episodico delle modalità di sottomissione di un popolo vinto, non era del tutto estraneo alla tradizione diplomatico-militare turca.
In questo senso la nuova documentazione diplomatica costituisce una preziosa chiave di lettura che meglio inquadra nel contesto delle alleanze degli stati italiani la posizione dell’Impero Ottomano nei confronti del Regno di Napoli e degli eroici difensori di Otranto, il cui valore non fu mai messo in discussione dai contemporanei, nonostante l’iniziale perplessità del Re Ferrante. Va tuttavia sottolineato un punto chiaro che contrasta con l’impostazione della storiografia “demitizzante”, ossia che la conquista di Otranto non rientri nel feroce scontro religioso che contrappose per oltre cinque secoli l’occidente cristiano all’espansionismo arabo prima ed ottomano poi.
Quello ottomano in particolare vedeva in Maometto II l’iniziatore di una nuova fase, che modificava i canoni della Jihad fino ad allora adottati, senza però snaturarne l’intimo senso religioso che ancora oggi continua ad avere per i musulmani. La Jihad di Maometto II era una riproposizione dei fasti dell’Impero Romano, del quale il Sultano si riteneva continuatore in chiave islamica, come proprio l’episodio di Otranto conferma. La giustificazione religiosa della conquista di Otranto non aveva pertanto una natura meramente propagandistica, ma costituiva uno dei pilastri stessi della politica di Maometto II, che voleva espandere il Dar Ul Islam in tutti quei territori appartenuti all’impero romano d’Oriente, del quale Maometto aveva conquistato la capitale, Costantinopoli, per poi riunificare sotto l’egida della seconda Roma islamica tutto l’Occidente.
Negare oggi questo tratto dell’espansionismo turco presterebbe maggiormente il fianco a critiche di strumentalizzazione ideologica, rispetto all’inverosimile prospettiva di una cattiva storiografia locale e nazionale che brandirebbe ancora oggi la spada della vendetta cristiana. Occorre innanzitutto partire dai fatti per così come si svolsero, senza avere un atteggiamento di falso scrupolo e quasi di pavida vergogna per gli episodi nei quali i cristiani presero le armi per difendersi dall’espansionismo ottomano. Tale modo di porsi rischia, tra l’altro, di applicare il pericoloso filtro della mentalità moderna, non soltanto all’interpretazione storica, facendola ricadere in una prospettiva ideologica, ma allo stesso vaglio della documentazione, spingendo pericolosamente la demitizzazione, in certi casi doverosa ma non ugualmente perseguita, nel campo minato del preconcetto del quale si vogliono forzatamente trovare conferme nella documentazione che man mano si acquisisce.
L’episodio dell’impalamento dei prigionieri turchi citato dalla relazione del 2010, se non correttamente inquadrato nei modi e nei tempi della feroce guerra quattrocentesca, ed in particolare di una risposta alle altrettanto feroci scorrerie della cavalleria miliziana ottomana che, nelle primissime ore che seguirono lo sbarco, aveva letteralmente messo a ferro e fuoco l’intera regione dei laghi Alimini, spingendosi quasi fino alle porte di Lecce a nord e di Cannole ad est, con il corollario di uccisioni, stupri di donne e abusi di fanciulli che erano quasi la cifra strategica della Razwa ottomana, rischierebbe quasi di giustificare l’eccidio degli 800, dipingendosi quelli che difendevano la città e che avevano visto coi loro occhi le devastazioni e la morte portata dagli ottomani, quasi come degli avventati e degli scriteriati, accecati da un odio instillato dai nobili e dai religiosi, che li avevano spinti ad impalare i prigionieri, per persuadersi a resistere con maggior risolutezza e che quasi, per utilizzare la logica di chi è estraneo al complesso quadro storiografico e documentale relativo al sacco di Otranto, se l’erano cercata.
Così non fu. L’impalamento dei prigionieri turchi fu uno tra i tanti episodi ricadenti nella “normalità” di un assedio che vide 1.500 uomini, che spesso non avevano mai visto prima neanche un coltello, resistere per oltre 15 giorni alla sistematica distruzione dei campi, alla violenza delle donne e dei bambini, poi ridotti in schiavitù, all’incessante tiro della più formidabile artiglieria dell’epoca ed ai tre cruentissimi assalti generali messi in atto da oltre 15mila uomini, che annoveravano tra i ranghi l’elite militare dell’Impero Ottomano, ossia una vera e propria superpotenza mediterranea, che mirava esplicitamente, dopo aver piegato Otranto, al Principato di Taranto prima, all’Italia poi fino alla conquista dell’intera Europa.
(per gentile concessione dell’Autore, pubblicato su www.belpaeseweb.it del 29/09/2010)

Martiri di Otranto, una ferita ancora aperta

Gli otrantini vittime della Jihad islamica (da http://www.belpaeseweb.it)

di Vincenzo Scarpello

L’imposizione con la forza della conversione all’Islam alla popolazione di Otranto da parte dei Turchi in occasione dell’occupazione del 1480 è ancora oggi oggetto di interpretazioni differenti. 

Un retrogusto amaro è quello che  hanno percepito i partecipanti alle celebrazioni civili dei Martiri di Otranto del 14 agosto scorso, a seguito della relazione di Hubert Houben, professore di Storia medievale presso l’Università del Salento. Un impatto simile lo ebbe nel 1965 la commemorazione civile tenuta dal professor Nicola De Donno, che inaugurava quella storiografia “demitizzante” che trova oggi in Houben un autorevole continuatore.
Un punto di vista del tutto legittimo, sebbene non possa essere condiviso sotto alcuni profili storico-metodologici che vale la pena analizzare con scrupolo. La pietra dello scandalo è costituita, come anche per la relazione del compianto preside De Donno, dall’episodio del Martirio, ove non tanto si mette in discussione la tragica fine degli 800 martiri, i quali ebbero la sfortuna di sopravvivere all’assedio ottomano del 1480, quanto la circostanza dell’imposizione di conversione all’Islam, attribuita dalla cronaca del Laggetto (sulla cui autenticità Houben solleva non poche perplessità) al comandante turco, il Kapudan Pascià della flotta Ahmed Gedik Zade.
L’acquisizione di nuovi documenti storici che possano chiarire i punti ancora oscuri, come ad esempio la documentazione diplomatica Sforzesca utilizzata dal professor Giancarlo Andenna nella commemorazione del 2006, ha contribuito certamente a chiarire alcuni significativi contorni dell’episodio otrantino, ma è del tutto carente un riferimento esplicito alla richiesta di conversione forzata. Ciò però non significa che tale circostanza non si sia verificata, in quanto più di un riscontro documentale ne confermano la sussistenza. Come dimostrano gli autorevoli studi storici che hanno approfondito la figura di Maometto II e la natura dell’espansionismo turco ottomano, come Robert Mantran e Ludovico Leoni, la conversione forzata, pur costituendo un fatto episodico delle modalità di sottomissione di un popolo vinto, non era del tutto estraneo alla tradizione diplomatico-militare turca.
In questo senso la nuova documentazione diplomatica costituisce una preziosa chiave di lettura che meglio inquadra nel contesto delle alleanze degli stati italiani la posizione dell’Impero Ottomano nei confronti del Regno di Napoli e degli eroici difensori di Otranto, il cui valore non fu mai messo in discussione dai contemporanei, nonostante l’iniziale perplessità del Re Ferrante. Va tuttavia sottolineato un punto chiaro che contrasta con l’impostazione della storiografia “demitizzante”, ossia che la conquista di Otranto non rientri nel feroce scontro religioso che contrappose per oltre cinque secoli l’occidente cristiano all’espansionismo arabo prima ed ottomano poi.
Quello ottomano in particolare vedeva in Maometto II l’iniziatore di una nuova fase, che modificava i canoni della Jihad fino ad allora adottati, senza però snaturarne l’intimo senso religioso che ancora oggi continua ad avere per i musulmani. La Jihad di Maometto II era una riproposizione dei fasti dell’Impero Romano, del quale il Sultano si riteneva continuatore in chiave islamica, come proprio l’episodio di Otranto conferma. La giustificazione religiosa della conquista di Otranto non aveva pertanto una natura meramente propagandistica, ma costituiva uno dei pilastri stessi della politica di Maometto II, che voleva espandere il Dar Ul Islam in tutti quei territori appartenuti all’impero romano d’Oriente, del quale Maometto aveva conquistato la capitale, Costantinopoli, per poi riunificare sotto l’egida della seconda Roma islamica tutto l’Occidente.
Negare oggi questo tratto dell’espansionismo turco presterebbe maggiormente il fianco a critiche di strumentalizzazione ideologica, rispetto all’inverosimile prospettiva di una cattiva storiografia locale e nazionale che brandirebbe ancora oggi la spada della vendetta cristiana. Occorre innanzitutto partire dai fatti per così come si svolsero, senza avere un atteggiamento di falso scrupolo e quasi di pavida vergogna per gli episodi nei quali i cristiani presero le armi per difendersi dall’espansionismo ottomano. Tale modo di porsi rischia, tra l’altro, di applicare il pericoloso filtro della mentalità moderna, non soltanto all’interpretazione storica, facendola ricadere in una prospettiva ideologica, ma allo stesso vaglio della documentazione, spingendo pericolosamente la demitizzazione, in certi casi doverosa ma non ugualmente perseguita, nel campo minato del preconcetto del quale si vogliono forzatamente trovare conferme nella documentazione che man mano si acquisisce.
L’episodio dell’impalamento dei prigionieri turchi citato dalla relazione del 2010, se non correttamente inquadrato nei modi e nei tempi della feroce guerra quattrocentesca, ed in particolare di una risposta alle altrettanto feroci scorrerie della cavalleria miliziana ottomana che, nelle primissime ore che seguirono lo sbarco, aveva letteralmente messo a ferro e fuoco l’intera regione dei laghi Alimini, spingendosi quasi fino alle porte di Lecce a nord e di Cannole ad est, con il corollario di uccisioni, stupri di donne e abusi di fanciulli che erano quasi la cifra strategica della Razwa ottomana, rischierebbe quasi di giustificare l’eccidio degli 800, dipingendosi quelli che difendevano la città e che avevano visto coi loro occhi le devastazioni e la morte portata dagli ottomani, quasi come degli avventati e degli scriteriati, accecati da un odio instillato dai nobili e dai religiosi, che li avevano spinti ad impalare i prigionieri, per persuadersi a resistere con maggior risolutezza e che quasi, per utilizzare la logica di chi è estraneo al complesso quadro storiografico e documentale relativo al sacco di Otranto, se l’erano cercata.
Così non fu. L’impalamento dei prigionieri turchi fu uno tra i tanti episodi ricadenti nella “normalità” di un assedio che vide 1.500 uomini, che spesso non avevano mai visto prima neanche un coltello, resistere per oltre 15 giorni alla sistematica distruzione dei campi, alla violenza delle donne e dei bambini, poi ridotti in schiavitù, all’incessante tiro della più formidabile artiglieria dell’epoca ed ai tre cruentissimi assalti generali messi in atto da oltre 15mila uomini, che annoveravano tra i ranghi l’elite militare dell’Impero Ottomano, ossia una vera e propria superpotenza mediterranea, che mirava esplicitamente, dopo aver piegato Otranto, al Principato di Taranto prima, all’Italia poi fino alla conquista dell’intera Europa.
(per gentile concessione dell’Autore, pubblicato su www.belpaeseweb.it del 29/09/2010)

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