Dalla Sicilia alla Puglia la festa di San Giuseppe attraverso i santini e le immagini sacre

di Giuseppe Massari

Dalla Sicilia alla Puglia la festa di San Giuseppe è una semplice raccolta di santini e immagini sacre riferite al santo di Nazareth? E’ il peregrinare faticoso per paesi e città alla ricerca del misto sacro-profano? E’ l’esercizio retorico culturale per ricostruire feticismi e misticismi profani e poplari? No. E’ la saggezza mirata a rivalutare un culto che è di popolo, che è di piazza, che è di fede, che è cultura, storia e arte, senza confusioni. E’ un capolavoro di immagini e di testi, freschi di stampa, uscito in questi giorni, e concepito da chi ne è stata la curatrice, la dottoressa Vincenza Musardo Talò, per volere di una giovane casa editrice pugliese, la Talmus Art. Il santo degli artigiani, degli operai e dei falegnami; della buona morte e della vita indissolubile chiamata matrimonio, conquista un posto d’onore nella iconografia, ma, anche, nella ripresa e rivalutazione di un culto molto diffuso in due regioni meridionali: la Sicilia e la Puglia. Due realtà lontane, ma affini, definite nel testo “regioni sorelle”, perché di esse è stato colto il senso vero di una appartenenza, di una identità consacrata nella icona di un santo che pulsa nel cuore dei due popoli, segnandone la storia, i ritmi, i passi, l’autenticità di una fede; di un connubio antico, nuovo, moderno, sancito, non solo da quel mare Mediterraneo che unisce, ma dalla sacralità di due mondi che si incontrano sull’altare dell’amore verso lo sposo di Maria Vergine.

Culti isolati, personali e soggettivi, ma, anche comunitari, collettivi nella espressione di Confraternite, sodalizi religiosi, Pie Unioni. Una coralità di cuore che esprime generosità e gratitudine, senza finzioni, senza ipocrisie, senza falsi ed inutili pudori, perché la fede autentica è quella che si manifesta e non quella che viene nascosta o repressa per rispetto umano. In questa opera nuova, non è da sottovalutare il coraggio mostrato da Vittorio Sgarbi, il quale ha saputo leggere i segni di un popolo, della gente autenticamente genuina; ha saputo intercettare le istanze di fede raccolte non in un crogiuolo, non in fazzoletto bagnato di lacrime, ma nello specchio di una vita, perché la vita di Giuseppe è stato specchio di fedeltà, di servizio, di obbedienza, di silenzio, di operosità. A questo meritorio lavoro va il plauso

Libri/ La mistica Chiara d’Amato da Seclì

La mistica Chiara d’Amato da Seclì.

Modi e forme del vivere in clausura nel Seicento barocco

di Vincenza Musardo Talò   

Nell’immaginario collettivo, la clausura – da sempre campo fertile della mistica, quasi luogo liminale tra immanenza e trascendenza – evoca suggestive immagini di figure di donne antiche, uscite dal mondo, delle sepolte vive, come faceva intendere il rito della professione dei voti monastici, precedente il Vaticano II. E si ignora, forse, che la monaca claustrale è una donna di Dio, è sponsa Christi, è una vergine che vive come fonte sigillata nell’orto interclusus che è il monastero, secondo una scelta di vita (libera o, a volte, nei secolo scorsi, forzata), nell’ideale cammino della perfezione spirituale, quotidianamente impegnata in un apostolato fuori dal mondo, ma per il mondo. Non è facile, dunque, calarsi nel variegato universo del monachesimo femminile e soprattutto nel significato di quegli aspetti più reconditi, entro cui si sommano la sofferenza eroica e la fatica di un’anima nel farsi santa, nel tessere la geografia mistica della sua anima, cercando l’inesprimibile e l’intima vicinanza dell’infinito. Il monastero, il coro, la cella si fanno, allora, dimensioni privilegiate dello spirito, “luoghi” entro cui la religiosa cerca di accorciare le distanze tra il sè e il Cristo suo sposo.

Tanto, perché il pregevole, quanto scrupoloso e severo studio di C. De Donno sulla mistica figura di Chiara d’Amato da Seclì, claustrale vissuta nel secolo XVII, tra le raccolte e antiche mura del monastero di S. Chiara di Nardò, ripropone all’attenzione della storiografia agiografica il topos delle religiose estatiche in età moderna. In tal senso, il ritratto di questa mulier religiosa, così come delineato dall’Autore, ben si attaglia per essere collocato all’interno delle

Libri/ Scanderbeg. Un eroe moderno

 

di Vincenza Musardo Talò

 

Gennaro Francione,  Scanderbeg. Un eroe moderno

 C. D’Agostino editore, Roma 2003, pp. 350.

 

Nel novero dei miei studi sull’antica Albania Tarantina e su Giorgio Castriota Scanderbeg, ho sempre apprezzato la voce di quanti hanno saputo cogliere la complessa e straordinaria fisionomia di un Uomo che ha fatto della Patria e della Religione gli ideali della sua spada e del suo cuore, ma non avevo ancora studiato il pregevole volume a firma di Gennaro Francione, il “giudice-scrittore”, la cui già nota statura cultura non abbisogna certamente di presentazione alcuna.

      Intanto, il fascinoso titolo del volume lo trovo già spiegato – con fine e acuta intuizione – dai due diretti discendenti del Castriota, i principi Alessandro e Giulio Castriota Scanderbeg d’Albania, che, nella loro Introduzione, riflettono sulla “modernità” del loro nobilissimo antenato. Modernità che si legittima per almeno tre connotazioni essenziali: “la sua visione unitaria dello Stato, frutto prematuro del superamento del particolarismo feudale; la sua lotta estrema e vincente per la salvaguardia dell’autodeterminazione dei popoli e della sovranità territoriale” e, infine, la lucida prefigurazione di quel teorema di pace fraterna tra i popoli e le civiltà, definito dalle stesse parole di Scanderbeg morente, quando dice, col tono di un profeta:”Conquisteremo mai una pace giusta in cui mussulmani, cristiani e fedeli di ogni altro rito rinunceranno all’uso della violenza, per dirimere alla fine ogni controversia?”. 

        Per quel che attiene l’impianto strutturale del volume di Gennaro Francione, questo si avvale di una solida e meditata ideazione, felicemente supportata da doviziose e fortunate ricognizioni d’archivio. Il narrato scorre quasi come la trama di un romanzo, scandita in tre sezioni:

–         la prima, Scanderbeg. Storie di superficie dell’aquila bicipite, comprensiva di otto compendiosi capitoli;

–         la seconda offre un esito espositivo di quattro capitoli, con capotitolo Scanderbeg. Storie di profondità dell’aquila bicipite;

–         la terza, La scala di Scanderbeg, è un dramma il cui surreale tessuto compositivo è quanto mai ricco nell’intreccio di eventi e personaggi.

E, in primis, mi fermo proprio a questa terza parte del lavoro del Francione, tra

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