Episodi del 1860 a Nardò

nardò veduta1

EPISODI IGNORATI SUGLI AVVENIMENTI del 1860 A NARDÒ

SECONDO UN’INEDITA CRONACHETTA DEL TEMPO

 

di Giovanni Siciliano

Sul n. 7 del settembre 1960 di « Zagaglia » (pag. 66) Ag. Gabrieli ha dato notizia di una lettera a monsig. Luigi Vetta vescovo di Nardò.

Ciò merita un maggior corredo di notizie riflettenti quel periodo storico.

Da un manoscritto, ch’è una cronaca che si inizia il 1848 e termina al 1861 (redatta dal notaio Policarpo Castrignanò padre dell’altro notaio Gregorio; come si evince dalla nota del giugno 1850 in cui fa cenno del contratto da lui stipulato per la costruzione del palazzo vescovile, e successivamente il 10 gennaio 1860, quando annota che, per atto di suo figlio G.(regorio) Castrignanò, fu redatta la convenzione tra la Commissione di beneficenza; poi Congregazione di Carità ed ora Ente comunale d’assistenza; il Comune e le « sorelle della carità» perché reggessero l’ospedale e come per tale atto si pagarono 1000 ducati = L. 4250; perché venissero dalla Francia), si possono trarre le seguenti notizie.

Da tale manoscritto risulta che il 2 feb. 1848 si ebbe conoscenza come il 29 gennaio Ferdinando II aveva, di sua volontà, concessa la Costituzione. La cronaca così annota :

« La mattina de’ due Febraro coll’arrivo della posta si ebbe la certa notizia, che il 29 caduto Gennaro, S. M. Ferdinando volontariamente si determinò dare la costituzione italiana, essendo uscito Lui medesimo a promulgarla, e quindi sul momento s’inalberò la bandiera tricolore, ed allegrezza generale gridando viva Pio IX, il Re, e la Costituzione. Il Vespero con tutta sollennità, e folla di Popolo e banda si cantò il Tedeum con Sermoncino del Primicerio Leante, ed indi si girò tutto il Comune così gridando, e con spari ».

In quel periodo pare che il vescovo fosse assente perché sotto la data del 20 giugno 1849 sta scritto :

« Essendo andato a Napoli il nostro vescovo D. Ferdinando Girardi prima del 29 Gennaro 1848, che sua Maestà decretò la costituzione Italiana, e che più non ritornò e fu traslogato nel Comune di Sessa, prese possesso di questo Vescovato il Sac. D. Luigi Vetta nativo del piccolo comune di Acquaviva delle Croci (Collecroce) nel Contado del Molise, Capitale in Campobasso, consagrato con delegazione del Pontefice, che si trovava in Gaeta, in Napoli. Fu investito di provicario Genie l’Arcidiacono D. Gius. e Leante già Vicario Capitolare e Proc.re, che ne prese il possesso dopo la lettura delle bolle e procura. Si cantò il Tedeum, con banda e spari ».

Di poi la cronaca di seguito annota :

« A 20 settem.e: d.° anno c. a. le ore 22, giunse in Nardò il d.° nuovo Vescovo, portando seco un segretario dal titolo di Uditore presso d. Vescovo, D. Giuseppe can.co Teta di Avellino, e propriamente del Comune di Nusco, ed un Cameriere; venendo da Lecce rilevato da’ Proc.ri del Capitolo Penitenziere Rucco ed Abbate D. Gio. Ingusci; ed anche dai Procuratori del Ceto. Uscirono avanti 4 carozze, ed arrivato all’Osanna, fu vestito nella Chiesa della Carità, ed indi all’appiè sotto d. Palio girò da sotto S. Antonio, Conservatorio, passando da S. Chiara, Piazza, e Cattedrale con pompa, e folla di Popolo, e dopo la solita cerimonia, fece seduto sul Faldistorio un’omelia, e fu condotto al Seminario, luogo per il suo domicilio, per la mancanza del Palazzo Vescovile.

Giunto in sede il Vescovo Vetta alla data del 20 settembre 1849 non restò inoperoso e, con contratto del giugno 1850, provvide a mandare a termine la casa episcopale nella parte posteriore alla facciata. Il cronista, lo stesso notaio così scrive :

In giugno 1850 per nuovo contratto da me stipulato si ripigliò il Fabrico del Palazzo Vescovile dallo stesso M.ro Donato Cimino, che contrattò con l’attuale vescovo D. Luigi Vetta ben intenzionato,giacché simile contratto l’avevano potuto fare gli anteriori Vescovi dopo la morte di Monsignor Lettieri, e non lo fecero.

Infatti la facciata del palazzo porta lo stemma di monsignor Salvatore Lettieri, a memoria del quale, come annota lo stesso Castrignanò; il 10 nov. 1852; e cioè precisamente dopo tredici anni dalla morte; che sarebbe quindi avvenuta nel 1839; fu murata una lapide attualmente esistente e che, sempre a dire del cronista, giunse via mare a Gallipoli, e accorsero 24 facchini per il trasporto.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Né la cura edilizia del Vescovo Vetta fu posta solo per il palazzo perché l’attuale chiesa dell’Immacolata (già S. Francesco) nella volta ha lo stemma di detto vescovo : una torre in vetta ad un monte; il che sta a dire che fu fatta a sue spese in una al contrafforte sul lato della strada, forse perché in antecedenza, data l’altezza e la mole; invece della copertura in pietra vi era una tettoia.

Sotto la data del 23 maggio 1853 il cronista annota :

« …si demolì interamente l’arco vecchio del seminario e per tutto il giorno 25 si sbarazzò la strada dal Materiale, dovendo il 26 g.no del Corpus passare la processione. Ciò avvenne dopo che di già si era fatto l’arco nuovo di comunicazione tra il seminario ed il Palazzo nuovo Vescovile principialo o sia ripigliato il fabrico in giugno del 1850 come sopra e già compito, ed abitabile, ma il Vescovo Vetta non ancora ci dormiva per la tinta di olio alle porte ed altro, ma le spese continueranno per perfezionare parte dei sottani, basulati e tutt’altro, ec. ec. e col fatto si osservava la ferma intenzione del Vescovoa fronte degli antecessori.

Dalle successive annotazioni risulta che il palazzo episcopale fu abitato dal vescovo solo nel gennaio 1854.

Ma il 7 agosto 1855 scoppiò il « cholera morbus » ed il cronista annota che fu fatta una processione di penitenza con la statua del protettore S. Gregorio Armeno e guidata dal vescovo Vetta. Il bilancio del male fu triste perché sino al 21 sett. 1855 ci furono 288 decessi; 528 contagiati e 200 guariti e fu in tale occasione che si dovette ampliare il cimitero in quella zona detta ancora « il colera ».

Durante l’epidemia anche il vescovo si prodigò recandosi presso gli ammalati.

Segue poi questa notizia :

« Nel dì 22 maggio dell’anno 1859 Domenica alle ore 17 3/4 passò all’altra vita il nostro Sovrano Ferdinando secondo in Caserta, ove da più anni domiciliava, e dietro una malattia di c.a mesi cinque chiamata da Medici, ascesso alla goscia destra, dell’età di anni 49 e mesi 4, si ebbe notizia la mattina ben presto che 23 d.° per il ramo della Polizia col telegrafo elettrico, e questa comunicata con dall’Intendente a questo giudice, e Sindaco, coll’annuncio di essere salito al Trono il Principe Ereditario Francesco secondo unico figlio procreato colla prima moglie Maria Cristina di Sardegna decretando nel tempo stesso, che ad eccezione del solo titolo, tutt’altro restare nello stato attuale fino a nuove disposizioni. Ciò fu con firmato colla notizia ufficiale avuta colla posta de’ 27 d° Mag.

A 4 giugno dell’anno il nro Vescovo Luigi Vetta ne fece il funerale pomposamente ed il Primicerio Marinaci l’orazione funebre; ma io nulla vidi perché incomodato ed i tempi non mi permettevano uscir di casa.

E si arriva già al regno d’Italia. Il cronista annota :

  • Con decreto de’ 11 sett. 1860 da Vittorio Emanuele Re’ d’Italia, che di già reggeva il Regno di Napoli fumo abolite le sepolture e richiamata in vigore la Legge sulli Campi Santi.

Il cronista tace su altri avvenimenti di carattere politico svoltisi successivamente e nell’anno 1861 annota :

« A 4 giugno 1861 si restituì in questa sua sede il nostro vescovo D. Luigi Vetta venendo dalli Bobbò di Lecce da dove fu rilevato dall’Arcid° Marinaci dal Primicerio Perrone; e non ancora da due dignità, al par delle altre, preso possesso da D. Giuseppe de Michele, dal giudice D. Vito Lorè, da D. Emanuele de Pandi e da d. Fra.co de Pandi sotto capo urbano, appositamente andati il mattino de’ 4 sud. con due carozze.

Egli lasciò la sua residenza per timore; ed andiede primo per pochi giorni allo Brusca, indi passò in Parabita, dove stiede per qualche tempo, ed indi, perché minacciato, coree si disse, si andiede a concentrare in Lecce tra i monaci Bobbisti ».

 nardò piazza

ERRATA CORRIGE

Le carozze furono tre – nella prima ci andava Monsignore – Il Giudice – Marinaci sud.°, ed il sotto Capo D. Francesco de Pandi -nella seconda il detto Perrone, ed il canonico Aprile, e nella terza li Sacerdoti D. Dom.co Antonio Asciutti, e D. Giuseppe De Michele.

Giunsero circa le ore 22 – e fin dalla Porta Maggiore della Cattedrale, un’immensità di Popolo echeggiando di evviva, accompagnò le carozze.

Entrato in Chiesa nella quale in un momento non si poté più penetrare per il concorso della Popolazione, fu ricevuto dall’intiero Capitolo, Preti e Chierici. Si espose il SSmo, e prima della benedizione e Tedeum, Monsignore seduto al Faldistorio, e quasi piangendo, fece un fervorino, inculcando la pace, l’unione e l’amore fra tutti e la pena da Lui sofferta lo star lontano dalla sua sede, ed amata Nardò.

E qui ha termine la cronaca la quale si occupa anche della nomina del frate Pro-Lettore domenicano nativo di Nardò : Michele Caputi di anni 43 a vescovo di Oppido Mamertino.

La cronaca è stata trascritta integralmente con il florilegio grammaticale chiarendo soltanto che « Brusca» è il nome di una masseria di Nardò in prossimità del mare e « Bobbò » è l’attuale reclusorio di Lecce che si vede uscendo da porta Rudiae nei pressi di S. Maria dell’Idria.

Il fatto che « per timore » e « minacciato » il vescovo si fosse allontanato, deve attribuirsi alle correnti politiche del tempo e cioè tra i favorevoli al nuovo stato di cose e quelli ancora ancorati alla dinastia borbonica.

I tempi si succedono sempre allo stesso modo e nei rivolgimenti politici occorre la sedimentazione per il trapasso tra un ordine di cose e l’altro.

Dalla piccola cronaca in mio possesso si rileva ancora che alle ore 8 e 10 minuti del 12 ottobre 1856 ebbe luogo un terremoto di natura ondulatoria che lesionò molte case e che anche a Napóli era avvenuto lo stesso e successivamente si accertò che Castrovillari era stata distrutta e metà di Catania. In complesso la cronaca consta di 20 pagine e cioè 40 facciate di cm. 21 per cm. 15 ed è scritta su càrta bianca di straccio non rigata con in trasparenza: la parola Almasso in un rettangolo e poi sempre in trasparenza : « Gius Baccan ». Ed al centro uno stemma con un’aquila con i piedi su di una specie di sgabello che posa su tre cumuli convessi. E’ da ritenere quindi che il vescovo non fu allontanato, ma; come si direbbe oggi: « reazionario » avverso il nuovo stato di cose; si trasferisse in volontario esilio nella masseria; « recessit in solitudinem », « per evitare le occasioni». Certamente se si fosse trattato di imposizione non sarebbe rimasto nel territorio della propria città e diocesi; ma sarebbe andato assai più lontano.

Come ieri anche oggi i tempi si equivalgono: per comodità si chiama fascista chi non la pensa come i criminali mentre gli antifascisti (che poi sono i fascisti di ieri) con improntitudine ripudiano il passato che vissero. Anche nel 1860 fu così.

Un ricco signore di Nardò morto ultranovantenne molti anni or sono raccontava che egli aveva già oltre 20 anni nel 1860 quando in Italia avvennero i nuovi eventi.

Recatosi in prefettura per avere il permesso di caccia; gli fecero sottoscrivere la dichiarazione di ossequio alla nuova monarchia mentre egli ed i suoi erano fedeli al Borbone. Egli firmò ed ottenne il permesso : e nell’andar via, con presenza di spirito disse all’impiegato: « ed ora che ho firmato siete sicuro della mia sincerità? ».

L’impiegato gli rispose : « figlio mio, anch’io la penso come te: debbo vivere! ».

Stolti coloro che credono a certe improvvise conversioni. Il vescovo Vetta, era di quelli che non subiscono le prepotenze derivanti dal successo del momento. Era un uomo di carattere anche se ciò dispiaceva ai nuovi venuti.

Lo stemma di Fabio Chigi, vescovo-fantasma di Nardò e poi papa, celebrato in versi

di Armando Polito

A chi volesse saperne di più sulla doppia apposizione che nel titolo accompagna il nome proprio e soddisfare la sua legittima quanto sana curiosità segnalo: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/06/iacopo-pignatelli-1625-1698-di-grottaglie-e-papa-alessandro-vii-gia-vescovo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/12/gli-orologi-del-vescovo-e-la-donna-del-mistero/

Ad integrazione aggiungo questa sua immagine (tratta da http://dp.la/item/9a0b75032e5f05f8fc354875a6902f26) perché la didascalia sintetizza eloquentemente l’importanza del personaggio ed in un climax ascendente riporta le cariche da lui ricoperte (nulla, in confronto a quelle collezionate da parecchi politici dei nostri giorni …) ed assumono un significato sarcastico (certamente involontario agli occhi dell’incisore, ma per me molto significativo) le lettere maiuscole che fanno risaltare proprio il titolo più insignificante ai fini del risultato (né poteva essere altrimenti, a meno che il titolare non avesse il dono dell’ubiquità …).

Essa recita:

FABIUS CHISIUS/EPISCOPUS NERITONENSIS SEDIS/Apost(olicae) ad tract(um) Rheni et infer(iorioris) Germa(niae) part(em) Nunci(us) Ord(inarius)/una et ad tracta(ta) Pacis extraordina(rius) mediator

FABIO CHIGI VESCOVO DI NARDÒ Nunzio Ordinario della sede Apostolica  alla riva del Reno  (Colonia) e alla parte della Germania inferiore nonché straordinario mediatore ai trattati di pace

E passo ora al frontespizio dello Speculum imaginum occultae del gesuita tedesco Jacob Masen, uscito per i tipi di Kinch a Colonia nel 1650 e dedicato proprio al vescovo neretino (https://books.google.it/books?id=uNaj1k56G8QC&printsec=frontcover&dq=speculum+imaginum+veritatis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjP65v_8efLAhVIuRQKHdpAAMMQ6AEILDAC#v=onepage&q=speculum%20imaginum%20veritatis&f=false).

Il volume fa parte di quella produzione che sinteticamente definirei emblematica, che tanto successo ebbe fino alla fine del XVII secolo e della quale in questo blog mi sono occupato a più riprese1. L’immagine presente non ha nulla a che fare con il nostro vescovo, essendo la marca tipografica dell’editore. Sul frontespizio torneremo più avanti, ora è sull’antiporta che fisseremo la nostra attenzione.

Spero che i dettagli più significativi in vista esplosa ne chiariscano sufficientemente la struttura e la lettura.

È giunto (finalmente!) il momento di parlare dello stemma vescovile che campeggia al centro, prima che qualche lettore infastidito pensi che mi sia dimenticato del titolo che io stesso ho dato al post.

Di quello che docrebbe essere il motto ho già detto. Per il resto lo scudo è, naturalmente, quello della famiglia Chigi (inquartato nel I e nel IV d’azzurro alla rovere sradicata d’oro; nel II e nel III di rosso ai monti a sei colli d’oro sormontato da una stella a sei punte dello stesso.

Altrettanto naturalmente il Chigi conserverà lo stesso stemma di base anche quando diventerà papa con il nome di Alessandro VII. L’immagine che segue è tratta da Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, Coleti, Venezia, 1717, tomo I, colonna 1058, nella parte dedicata alla serie dei vescovi di Nardò.

È difficile dire se l’Ughelli riportò del nostro lo stemma papale e non quello vescovile per non averne trovato nessun esemplare da riprodurre, oppure, e sembra più plausibile, per il fatto che il Chigi era stato, com’è tuttora,  l’unico vescovo di Nardò diventato papa. Per completezza va detto, però, che non mancano esempi, come lo stemma, di seguito riprodotto, sul monumento opera del Bernini in Piazza  della Minerva a Roma, in cui le stelle sono ad otto e non a sei punte.

Lo Speculum imaginum veritatis occultae ebbe parecchie edizioni, tra le quali la più interessante è senza dubbio quella del 1681 uscita sempre a Colonia, stampata dagli eredi dello stesso tipografio che aveva stampato l’edizione del 1650. L’antiporta si differenzia solo nella parte centrale, dove non compare il nome del Chigi che era morto nel 1667.

Pure il frontespizio presenta la la stessa composizione tipografica del 1650, a parte l’inevitabile cambiamento di qualche dettaglio.

Perché, allora, questa edizione sarebbe interessante? Perché essa contiene un componimento in latino che celebra la figura del Chigi con un occhio incollato allo stemma di famiglia. Segue la riproduzione del testo in questione, cui ho aggiunto, di mio, la trascrizione a fronte e in calce  la traduzione e qualche nota.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/17/un-manoscritto-per-lestate-ovvero-un-omaggio-del-1615-destinato-ad-un-leccese-e-finito-in-america-18/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

Note storiche, araldiche e genealogiche su Mons. Alfonso Sozi Carafa

Fig. 1

di Marcello Semeraro

 

Gli stemmi rappresentano una sorta di stato civile dell’opera d’arte. Se adeguatamente letti e interpretati, infatti, essi forniscono preziose informazioni sia sulla datazione dell’opera, sia sull’identità, lo status giuridico, le intenzioni e l’ideologia della committenza artistica. Questa premessa è utile per introdurre l’argomento oggetto di questo breve studio: lo stemma episcopale utilizzato da Mons. Alfonso Sozi Carafa, vescovo di Lecce dal 1751 al 1783. La presente indagine, in particolare, prende in esame gli esemplari a lui attribuibili, visibili negli edifici monumentali raccolti attorno a Piazza Duomo.

 

Il personaggio e la sua famiglia

La famiglia Sozi, originaria di Perugia, si vuole discenda dai Paolucci, il cui capostipite sarebbe stato Paoluccio d’Agato o d’Agatone, nobile perugino citato in documenti del 7601. La discendenza dai Paolucci trova comunque riscontro nel blasone, comune alle due famiglie, raffigurante un orso levato (cioè rampante) al naturale in campo d’oro, come si evince dallo stemma Sozi/Paolucci riportato nel Blasone Perugino di Vincenzo Tranquilli, un manoscritto araldico risalente al XVI secolo2.

Nel 1389, ai tempi della rivoluzione popolare a Perugia, molti patrizi furono cacciati dalla città e messi al bando. Tra questi troviamo un Giovan Francesco Sozi che nel 1414 si trasferì nel Regno di Napoli al seguito del capitano di ventura Muzio Attendolo detto Sforza, capostipite della celebre famiglia ducale3. Risale, invece, al 1575 l’acquisto di quello che sarà il feudo di famiglia, San Nicola Manfredi (Benevento), fatto da Maddalena Gentile, vedova di Marcangelo Sozi, che due anni dopo lo cedette al figlio Leonardo Aniello4.

In seguito poi al matrimonio (1656) fra Alessandro Sozi, nato da Ascanio di Leonardo Aniello e da Vittoria Giordano, e Artemisia Carafa della Stadera, figlia di Marcantonio e di Elena Daniele, la famiglia aggiunse al proprio cognome quello dei Carafa5.

Nipote abiatico di Alessandro e Artemisia fu proprio il nostro Alfonso. Egli nacque a San Nicola Manfredi il 7 marzo 1704, quartogenito di Nicola Sozi Carafa, barone del predetto feudo e patrizio di Benevento, e di Anna Maria Merenda, figlia di Giovan Battista, patrizio di Aversa e Cosenza, e di Francesca di Donato6. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1727, fu creato vescovo di Vico Equense nel 1743, donde nel 1751 fu traslato alla sede diocesana di Lecce. Fu inoltre Lettore di filosofia, teologia e matematica al Collegio Clementino di Roma, diretto dai Padri Somaschi, che per più anni governò come Rettore. Morì il 19 febbraio 1783 e fu sepolto nel Duomo7.

“Uomo rigido e spendido”, “per le magnificenze de’ suoi atti e delle trasformazioni che apportò negli edifici, si poté dire l’Alessandro VII dei suoi tempi e della sua diocesi8.

Fig. 2

 

Lo stemma episcopale

Nei secoli passati lo stemma utilizzato da cardinali, vescovi ed altri prelati riproduceva per lo più la loro arma gentilizia. Ciò dipendeva dal fatto che, per lo più fino alla fine del XVIII secolo, venivano elevati ai vari gradi della gerarchia ecclesiastica soprattutto chierici provenienti da famiglie nobili le quali erano già dotate di uno stemma. Questo uso consolidato è riscontrabile anche nello stemma di Mons. Sozi Carafa, che mutuò il proprio scudo da quello gentilizio, personalizzandolo mediante l’utilizzo di un timbro corrispondente alla sua dignità episcopale, ovvero un cappello prelatizio di verde munito di sei nappe per lato, ordinate in file 1.2.3.

Rammentiamo che a partire dal XV secolo, negli stemmi vescovili ed arcivescovili, il cappello prelatizio cominciò a sostituire progressivamente la mitriache era il timbro caratteristico di coloro che, insigniti dell’ordine espiscopale, non facevano parte del Collegio Cardinalizio9.

Fig. 3

Lo stemma gentilizio dei Sozi Carafa è costituito da uno scudo inquartato, recante nel primo e nel quarto punto il blasone dei Sozi (d’oro, all’orso levato al naturale), mentre nel secondo e nel terzo compare quello dei Carafa (di rosso, a tre fasce d’argento10). Si tratta di una tipica arma di alleanza matrimoniale, dove l’inquartatura corrisponde araldicamente al doppio cognome assunto dalla famiglia in seguito al già ricordato matrimonio fra gli avi paterni del prelato. Il blasone summenzionato è riportato anche dallo Spreti nella sua monumentale opera intitolata Enciclopedia storico-nobiliare italiana (fig. 1).

Fig. 4

Con l’utilizzo della necessaria terminologia tecnico-blasonica, lo stemma episcopale oggetto di questo studio può essere descritto nella maniera seguente: inquartato: nel 1° e nel 4° d’oro, all’orso levato al naturale (Sozi); nel 2° e nel 3° di rosso, a tre fasce d’argento (Carafa). Lo scudo timbrato da un cappello prelatizio a sei nappe per lato, il tutto di verde.

Le testimonianze araldiche di Mons. Sozi Carafa presenti in Piazza Duomo costituiscono una chiara ed efficace rappresentazione visiva di alcuni momenti del suo episcopato e della sua committenza artistica. Segnaliamo in questa sede quelli che ci sembrano gli esemplari più rappresentativi.

All’ingresso di Piazza Duomo, al di sotto delle balaustre dei propilei, fanno bella mostra di sé due scudi sagomati e accartocciati, recanti l’arma del prelato. I due propilei furono costruiti nel 1761 a spese del presule che decise di affidarne la realizzazione all’architetto Emanuele Manieri11. Al termine dei lavori il vescovo fece scolpire le sue insegne, vera e propria firma della sua committenza. Un altro esemplare è visibile sulla facciata del Palazzo Episcopale, racchiuso in uno scudo sagomato e accartocciato di fattezze tipicamente settecentesche (fig. 2).

Nel 1761 Mons. Sozi Carafa fece costruire la fabbrica sull’Episcopio per sistemarvi il nuovo orologio, opera del leccese Domenico Panico12. Secondo il De Simone, il prelato fece abbattere la vecchia gradinata esterna del Vescovado e sulla nuova fece trasportare il nuovo orologio in sostituzione di quello vecchio che era sul portone13. Si può ipotizzare che sia stata questa la circostanza che determinò la collocazione dello stemma, ma non è da escludersi che le ragioni vadano cercate altrove.

Le armi finora analizzate risultano essere acrome, ma se ne possono trovare anche degli esempi smaltati. E’ il caso dei due gradevoli esemplari, stilisticamente molto simili, osservabili all’interno del Duomo, rispettivamente sul fastigio del monumento sepolcrale del vescovo, posto nella navata laterale di destra (fig. 3), e sul fastigio del battistero della navata laterale di sinistra, realizzato per volere del presule da Giovanni Pinto e sistemato nel 1760 (fig. 4)14.

Un altro esempio di composizione cromatica è l’arma dipinta sulla tela dedicata all’Assunta, visibile dietro l’altare maggiore. Il quadro, realizzato dal pittore leccese Oronzo Tiso e collocato nel 175715, reca in basso a sinistra uno scudo ovale accartocciato contenente il blasone episcopale di Mons. Sozi Carafa, committente dell’opera, che proprio in quell’anno riconsacrò il Duomo dopo anni di lavori voluti da Mons. Luigi Pappacoda (1639-1670)16.

Degno di menzione, infine, è l’esemplare che orna il retro di una pianeta di seta rossa, ricamata con motivi floreali e galloni d’oro, conservata nel Museo Diocesano di Arte Sacra (fig. 5). Non si tratta, però, di un caso isolato, perché da un inventario dei beni del presule, redatto nel 1752, risulta che egli utilizzò anche altri paramenti sacri stemmati (piviali, mitrie, altre pianete)17.

 Fig. 5

Note

1. Cfr. V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1928-36, suppl. 2, p. 598; cfr. anche E. Ricca, La nobiltà delle Due Sicilie, Napoli 1869, vol. IV, pp. 248-273, dove è presente anche un albero genealogico della famiglia Sozi Carafa.

2. Il manoscritto è consultabile on line al seguente indirizzo: http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/mss/i-mo-beu-gamma.y.5.4.pdf

3. Cfr. E. Ricca, op. cit., pp. 251-252.

4. Cfr. ivi, p. 272.

5. Cfr. ivi, p. 273. Per la nobile e antica famiglia Carafa, che si suddivise in due rami detti rispettivamente della Spina e della Stadera e che diede alla cattolicità un Sommo Romano Pontefice nella persona di Paolo IV, rimando a G.B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane, estinte e viventi, Pisa1886, vol. 1, p. 231.

6. Cfr. E. Ricca, op. cit, p. 273.

7. Cfr. ivi, p. 267.

8. Cfr. P. Palumbo, Storia di Lecce, Lecce 1910, rist. Galatina 1981, p. 285.

  1. Cfr. A. Cordero Lanza di Montezemolo, A. Pompili, Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 2014, p. 19.

10. Nello stemma dei Carafa della Stadera compare a volte anche una stadera all’esterno dello scudo.

11. Cfr. T. Pellegrino, Piazza Duomo a Lecce, Bari 1972, p. 11.

12. Cfr. ibidem.

13. L. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, vol. I, Lecce 1874, pp. 93-94.

14. Cfr. T. Pellegrino, op. cit., p. 103.

15. Cfr. ivi, p. 65.

16. Cfr. ivi, p. 41.

17. Cfr. M. Pastore, Arredi, vesti e gioie della società salentina dal manierismo al rococò, in “Archivio storico pugliese”, XXXV  (1982),  pp. 133.134.

 

 

Il nuovo vescovo per la diocesi di Nardò-Gallipoli

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
Fonte : Sala stampa Santa Sede
NARDÒ-GALLIPOLI (ITALIA)
Il Santo Padre ha nominato  venti minuti fa (ore 11.30 ndr) Vescovo di Nardò-Gallipoli (Italia) il Rev.do Mons. Fernando Filograna, del clero dell’arcidiocesi di Lecce, finora Vicario Generale di Lecce.
                                 Rev.do Mons. Fernando Filograna 
Il Rev.do Mons. Fernando Filograna è nato a Lequile (Lecce), il 29 settembre 1952. Studente del Seminario minore di Lecce e di quello Regionale di Taranto, è entrato poi al Seminario Romano maggiore. Ha frequentato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Lateranense e si è licenziato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana. È stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1977. Dopo l’ordinazione sacerdotale ha svolto i seguenti uffici e ministeri: Animatore nel Pontificio Seminario Romano (1977-1978); Padre Spirituale nel Seminario minore di Lecce (1978-1983); Notaio del Tribunale Ecclesiastico diocesano (1978-1979); Vice cancelliere della Curia (1979-1983); Rettore del Seminario Vescovile di Lecce (1983-1996); Canonico della Chiesa Cattedrale (1984-1996); Direttore del Centro diocesano Vocazioni (1985-1996); Arciprete della Parrocchia Maria SS. Assunta a Trepuzzi (1996-2007); Vicario episcopale per il Clero e il Diaconato permanente (1999-2005); Membro del Collegio dei Consultori (dal 1998); Canonico della Chiesa Cattedrale (dal 1999); Membro della Commissione per il Clero e la Vita Consacrata della Conferenza Episcopale Pugliese (dal 2000); Parroco della Parrocchia S. Giovanni Maria Vianney e Vicario generale di Lecce (dal 2007). Ha insegnato Teologia Fondamentale all’Istituto di Scienze Religiose di Lecce. Scrive sul foglio diocesano “L’Ora del Salento” ed è Postulatore per la Causa di Beatificazione di Mons. Ugo de Blasi.
Dall’Uffcio stampa Comune di Nardò:
 Il messaggio del sindaco di Nardò Marcello Risi.
 ” Giornata di gioia e commozione per la nostra Città. L’annuncio del nuovo Pastore conforta lo spirito della  Comunità di Nardò.
 Attendiamo con ansia la Sua Benedizione. 
La Città di Nardò  lo accoglie con speranza  offrendoGli la sua preghiera.

Ho appreso questa mattina la notizia della nomina del nuovo vescovo,  Mons. Fernando Filograna del quale sono note la  finezza di teologo e la  passione pastorale.

I  legami del nuovo presule con la nostra terra sono profondi e significativi.  Fin da ora assicuro al nuovo Vescovo, che mi auguro di poter incontrare molto presto, tutta la mia disponibilità alla collaborazione, avendo come obiettivo il bene comune dei cittadini per l’affermazione dei principi di giustizia, uguaglianza e fraternità.”

Il Salento, culla di braccianti, di emigranti e di… alte personalità della Chiesa

di Rocco Boccadamo

Oltre che per il mare tratteggiato da sfumature di colore azzurro – verde – blu, le costiere mozzafiato, i suggestivi panorami e tramonti, le doviziose e splendide bellezze artistiche, il clima mite e leggero durante tutto l’anno, il senso di calda e spontanea ospitalità che vi sgorga, il Salento è storicamente e comunemente noto come area di eccellenza per ciò che riguarda la produzione di olio d’oliva, vino e tabacco.

Ammantando di risvolti umani tali caratterizzazioni merceologiche, viene a coniarsi anche l’appellativo di culla di braccianti e di emigranti: braccianti, nell’accezione più ampia, vale a dire comprendendovi i lavoratori degli stabilimenti vinicoli e i frantoiani; emigranti, intendendosi far riferimento sia ai nutriti flussi direttisi, nel corso di decenni, verso le regioni del Nord Italia, sia alla manodopera che si è spostata all’estero, specialmente in Svizzera, Francia, Germania e Belgio.

E però, il Salento è pure patria di uomini di cultura, poeti, scrittori, artisti, uomini politici, statisti, nonché di numerosi personaggi assurti a posizioni di spicco nelle gerarchie ecclesiastiche.

Desidererei soffermarmi proprio sulle figure dei conterranei che, scelta ed intrapresa la strada della vocazione religiosa, sono riusciti ad emergere e, grazie alle loro qualità e al loro impegno, ad affermarsi ad altissimo livello.

L’obiettivo delle mie osservazioni converge, in particolare, su un circoscritto ambito della provincia di Lecce, a me familiare, esattamente sui comuni, tra loro confinanti, di Tricase, Andrano e Spongano, rientranti nel sud Salento, verso il Capo di S.Maria di Leuca.

Attualmente, come si sa, il vivere quotidiano risulta letteralmente intessuto, in ogni campo, di sondaggi e di statistiche: pur tuttavia, forse, ai più, non sono noti e possono, anzi, addirittura apparire desueti e irrilevanti, i dati e le notizie che sono andato a focalizzare e, attraverso i presenti appunti, passo ad esporre.

La cittadina di Tricase ha dato i natali a ben tre esponenti di rilievo della Chiesa cattolica: il cardinale Giovanni Panico, impegnato in vita – per decenni – nella carriera diplomatica, cui va riconosciuto l’alto merito della promozione e della realizzazione, appunto nella “sua” Tricase, di un grande ed attrezzato ospedale; quindi, Mons. Carmelo Cassati, arcivescovo emerito di Trani – Barletta – Bisceglie e Mons. Luigi Martella (nativo della frazione di Depressa), attuale vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi.

Sono, invece, originari di Andrano, gli arcivescovi Mons. Luigi Rocco Accogli (da poco scomparso), già Nunzio Apostolico con accrediti in vari Stati e Mons. Bruno Musarò, rappresentante della Santa Sede a Cuba, dove, prossimamente, avrà il privilegio di accogliere Papa Ratzinger in visita ufficiale.

E’, infine, di Spongano, Benigno Luigi Papa, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, arcivescovo emerito di Taranto ed ex Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Perciò, un piccolo fazzoletto di territorio ha generato, addirittura, un Principe della Chiesa e ben cinque alti prelati. Al che, mi sorge spontaneo di parafrasare ed adattare alla straordinaria specificità della circostanza, i versi con cui il profeta Michea, oltre duemila anni fa, accostò la realtà del villaggio di Betlemme, il più piccolo dei capoluoghi della Giudea, al più eccezionale evento della cristianità, cioè la venuta al mondo del figlio di Dio.

Quanto sopra, senza dire che, dalla cittadina di Tricase, si raggiunge, in un attimo, il centro di Alessano, dove è nato un altro prestigioso esponente della Chiesa, spentosi meno di vent’anni addietro e già fatto oggetto di profonda venerazione, Mons. Antonio Bello – per la gente, Don Tonino – preposto, in vita, anche lui alla Chiesa locale di Molfetta e, inoltre, Presidente del Movimento Pax Christi.

E’ sufficiente compiere una fugace visita presso la sua tomba, nel raccolto cimitero di Alessano, per sentirsi impregnati di un’atmosfera di profondo misticismo e di autentica spiritualità.

Mi piace concludere queste spigolature con la notazione che, all’eccezionale anzidetta “nidiata”, fanno corona, con ulteriore lustro per il Grande Salento, altri insigni Pastori della Chiesa originari di Lecce e dintorni: il cardinale Salvatore De Giorgi – Arcivescovo emerito di Palermo, il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Mons. Donato Negro – Arcivescovo di Otranto, Mons. Angelo Massafra – Arcivescovo di Scutari (Albania), Mons. Luigi Pezzuto – Arcivescovo, Nunzio Apostolico in S. Salvador, Belize e Antille, Mons. Marcello Semeraro – Vescovo di Albano Laziale, Mons. Domenico Caliandro – Vescovo di Nardò-Gallipoli.

ornamenti esteriori che spettano ad un cardinale

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