Settembre. Tempo di vendemmia

di  Maria Grazia Presicce

 

pigiatura del l'uva con i piedi

Un’emozione stamane che non mi aspettavo! Per un caso mi sono trovata nella Cantina Sociale di un paese salentino. Già prima di entrare uno spettacolo insolito rallegrava la via. Una filastrocca di camion, api, carrelli trainati da trattori  colorati tutti carichi di grappoli d’uva nera che al sole rilucevano, attendevano silenziosi di essere scaricati.

ape vendemmia
ph. m. g. presicce

 

Nel vasto atrio della cantina su una piattaforma in cemento, un operaio era affaccendato in alcune manovre vicino a delle insolite apparecchiature, mentre un altro, poco più in là, sorvegliava le varie operazioni di scarico dopo che, tramite un tubo immesso nel carico di turno, veniva eseguita, automaticamente, la gradazione dell’uva. Subito dopo, l’intero raccolto era rovesciato in una lucente, enorme garolla che provvedeva all’istante a dirasparlo e poi macinarlo. Da lì, il mosto, passava direttamente, tramite altri congegni, nei grandi silos che in bella fila erano sistemati dietro.

silos

garolla e versamento carico uva

Ammiravo, affascinata, queste avanzate attrezzature tuttofare e i vari passaggi della moderna vendemmia e mi perdevo tra quei grappoli che all’istante venivano ingoiati dall’enorme macchina mentre, come al solito, il mio pensiero e la mia fantasia andava oltre, evocando immagini ch mi trasportavano al tempo della vendemmia dei miei nonni e del mio papà.

Com’era tutto diverso! Allora l’uva era trasportata anche con i traini tirati dai cavalli, specialmente quando si trattava di vendemmiare piccoli appezzamenti di vigneti.

vino-italiano-antico-torchio-in-legno-per-premendo-uve-yo

C’era sicuramente tanto più lavoro, ma c’era anche tanta più allegria! Un vociare festoso e continuo accompagnava questo rito e anche nel palmento[7] la gioia, la confusione di alcuni momenti di fervore e il ticchettio della forata[8] e dei vari attrezzi per la vinificazione accompagnavano gesti e suoni e al di sopra di tutto la voce imperiosa del nachiro[9] che coordinava e impartiva precisi ordini.

Rivedevo  la grande vasca di pietra (lu pilone) dove chi portava la sua partita di uva vendemmiata insieme al nachiro ed altri aiutanti, dopo aver lavato i piedi, si calavano nella vasca a pigiare i golosi e preziosi grappoli vermigli trasformandoli in mosto.

Anche noi, una volta, dopo varie insistenze ottenemmo il permesso di entrare nel pilone. A fine stagione, quando furono vendemmiate le craggioppe[11] del nostro vigneto, papà d’accordo col nachiro ci concesse questo piacere – dai! Andate a lavarvi i piedi ! – Intimò e poi uno ad uno ( per l’occasione erano venuti anche dei cuginetti) ci calarono tra i neri grappoli. Uccio, il nachiro, ci insegnava i giusti movimenti – mani dietro la schiena, saltellate a piedi uniti e pigiate pigiate… – Pareva una danza. Per noi un divertimento unico e incredibile e saltellavamo ridendo tra frizzi e lazzi mentre i raspi e i piccoli acini s’incastravano tra le dita dei piedi e ci solleticavano. Saltellavamo in un allegro cinguettio mentre le gambe e i piedi si tingevano di rosso, diventando sempre  più rossi!

Dolcissima e indescrivibile la sensazione degli acini maturi e succosi che si rompevano sotto i piedi e fra le dita mentre continuavamo a saltellare e ridere ebbri di allegria.

Avvertivamo il rumore del mosto che colava nella cisterna a ridosso della vasca, quando un po’ stanchi rallentavamo la danza – pigiate pigiate! – intimava il nachiro – non si sente colare! – Pigiammo, pigiammo e ci stancammo anche tanto, rendendoci conto che non era per niente un gioco trasformare l’uva in mosto. Alla fine Uccio ci fece anche assaggiare quel nettare denso, bruno, dolciastro dal sapore unico: sapore della natura e della nostra fatica!

Da google immagini: Con i piedi per terra. Vino, conto alla rovescia per calici di stelle; http://www.conipiediperterra.com/vino-conto-alla-rovescia-per-calici-di-stelle-0809.html
Da google immagini: Con i piedi per terra. Vino, conto alla rovescia per calici di stelle; http://www.conipiediperterra.com/vino-conto-alla-rovescia-per-calici-di-stelle-0809.html

 


[7] Il palmento è il luogo in cui avveniva la pigiatura dell’uva per produrre il mosto che veniva riposto in grandi vasche. it.wikipedia.org/wiki/Palmento‎

[8] La pressa per l’uva

[9] Capo dello stabilimento vinicolo

[10] Antico torchio manuale in legno ph da google; Archivio fotografico – produzione di vino italiano. http://it.123rf.com/photo_6301388_produzione-di-vino-italiano-antico-torchio-in-legno-per-premendo-uve-yo.html

[11] I grappoli più piccoli che rimangono sulle viti dopo la prima vendemmia

[12] Mondo del gusto: Festa della vendemmia e della pigiatura da google immagini;   http://www.mondodelgusto.it/2011/09/22/festa-della-vendemmia-della-pigiatura-2011-cortiglione-asti-pigia-come-una-volta/

 

Il mio zampino sulla vendemmia

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.nontantotempofa.com/Foto/Vendemmia.jpg
immagine tratta da http://www.nontantotempofa.com/Foto/Vendemmia.jpg

 

Con il titolo non intendo certo offrire la mia disponibilità a pestare l’uva con i miei piedini che sembrano tali se confrontati con le pinne che altri possono esibire. Oltretutto i dolori reumatici (cosa non darei perché diventassero romantici come quelli del giovane Werther!) di cui soffro da tempo mi costringerebbero ad interrompere la prestazione senza sperare, a differenza di qualche manager …, in buonuscita di sorta. Dichiarandomi sempre disponibilissimo, però, alla degustazione del prodotto finito, voglio solo intrattenere il lettore su cinque voci dialettali comparse nel recente post di Mimmo Ciccarese sull’argomento (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/06/riparte-la-vendemmia-nel-salento-la-storia-continua/) e nello stesso tempo fornire la prova scientifica, se così si può dire ed ammesso che sia all’altezza per farlo, di tutta la carica umana di certi “tecnicismi” e “parole chiave” che Raffaella Verdesca nel suo commento ha così magistralmente, come sempre, messo in luce.

Ndiacacanisce (all’autore del post è sfuggito ndiacacacanisce che … per motivi igienici ho sentito il dovere di correggere) nel dialetto neretino sarebbe, se esistesse, sdiacacanèscie=svuotacanestri; il verbo di base è dal latino de=da e vacare=essere vuoto. Nelle nostre voci dialettali, però, vacare ha assunto il significato attivo di vacuare (che in tutta evidenza è suo parente, anche se figlio diretto di vacuus=vuoto)=svuotare. Inoltre, mentre ndiacare (da ndivacare) ha aggiunto in (poi diventato n– per aferesi) a de e a vacare, la voce neretina sdiacare ha aggiunto in testa un ex (come se non bastasse già de …) che per aferesi è diventato s-. Direi, perciò, che ndiacare appare più adatto ad esprimere le implicazioni sentimentali, magari inconsce, del gesto, perché alla lettera significa vuotare (il contenitore più piccolo) di (qualcosa versandola) in (un altro contenitore più grande). Direi che l’amore, la cura, l’aspettativa sono tutte condensate in quell’in.

Cuficiniaturu è per metatesi da cufinisciaturu, alla lettera portatore di cofani. In italiano cofano sopravvive solo come voce automobilistica, mentre in passato in dialetto indicava anche per metonimia (l’oggetto per l’azione) la complessa operazione del bucato; quest’ultimo e cofano sono stati soppiantati, ormai, altra metonimia, da lavatrice. Cofano è dal latino còphinu(m)=cesta (nel bucato il contenitore era di creta), a sua volta dal greco κόφινος (leggi còfinos) con lo stesso significato.

Camiu è deformazione (ma affettuosamente parlerei di regolarizzazione della desinenza …) di camion.

Muscale nel latino medioevale la voce, forma aggettivale da musca=mosca, significa ventaglio. Appare evidentissimo come per motivi semantici non possa essere il nostro. Infatti quest’ultimo è sempre forma aggettivale, ma da muscu=omero, spalla; e muscu è in uso nel Tarantino e nel Leccese, ma non a Nardò che adopera mùsculu, dal quale, per apocope, deriva muscu.

Parmientu corrisponde all’italiano palmento. I vocabolari parlano di etimo incerto per questa voce. Il De Mauro (2000) aggiunge forse dal latino tardo paumĕntu(m) variante di pavimentum=pavimento. A parte il fatto che anche il più scalcinato studente di liceo classico dovrebbe sapere che la e di paumentu(m) non è breve (ĕ) ma lunga (ē), a parte l’altro fatto che di paumentum nel latino “tardo” non esiste neppure l’ombra e, quindi, doveva essere scritto *paumentum (voce ricostruita), c’è da rilevare il terzo fatto: il trattamento del lemma sembra derivato per sintesi1 da quanto si legge nel Pianigiani (1907):

 

Tuttavia nemmeno la proposta etimologica del Pianigiani doveva essere originale se già Giovanni Flechia nell’opuscoletto Nel 25° anniversario cattedratico di G. I. Ascoli gratulando e augurando all’amico e collega, addì 25 di novembre del 1886, Bona, Torino, trattando dell’etimo di frana e di palmento per la prima voce proponeva la trafila voragine>*voraina>*vorana*vrana>frana; per palmento, invece, rifiutava la connessione tra pavimentum e *paumentum  per motivi non fonetici ma semantici, in quanto non si capirebbe come una voce designante uno spazio piano fatto per camminarvi sopra (pavimento) passi poi ad indicare il pigiatoio delle uve e il frantoio delle olive. Per questo egli metteva in campo la radice ridotta (pag-) del verbo latino pàngere=ficcare, da cui si sarebbe formato *pagmentum2 che dal significato originale di incastratura sarebbe passato progressivamente a quelli di materiale inflitto, strumento, macchina. Da *pagmentum si sarebbe passati a *paumentum e poi fino a palmento secondo la trafila indicata dal Pianigiani (compreso il riferimento ad aldace) e di cui, ora, abbiamo appena conosciuto la paternità impietosamente attestata dalla cronologia (1886 contro 1907 …).

Non entro nel merito delle proposte fin qui riportate ma nel metodo sì. Palmento è dal latino medioevale palmentu(m) ampiamente attestato, come vedremo, anche in un testo di riferimento per questo tipo di studio: il glossario del Du Cange.

Delle due l’una: o gli autori che ho citato hanno colpevolmente omesso di consultarlo oppure non hanno considerato attendibile (ma sulla scorta di quali considerazioni?) quanto si legge a pag. 122 del tomo VI:

PALMENTUM Torcular. Italis Palmento, Gallis Pressoir. Charta Roberti Regis Siciliae ann. 1326, apud Ughellum in Episcopis Casertanis: Cum curtibus, salis, cameris, … coquina, puteis duobus, et Palmentis, cum portis, fenestris, etc. Infra : Videlicet in domibus palatiatis, et Palmento uno, et aliis domibus coopertis, etc. Habentur praeterea in Charta Sikelgaitae uxoris Roberti Guiscardi Ducis Calabriae apud eumdem torn. 7. pag. 396. Palmentum, a pedum palmis dictum censet idem Ughellus, quia ibi uvae pedibus premuntur.

Academ. Crusca. Calcatorium. Charta ann. 790. apud Murator. torn. 3. Antiq. Ital. med. aevi col. 561: Cum ipsa casa, quae ibi esse videtur, una cum ipso Palmento, etc.

(PALMENTO. Torchio. Per gli Italiani palmento, per i francesi pressoir [pressa]. Carta di Roberto re di Sicilia anno 1326, presso Ughelli in Vescovi casertani: con cortili, sale, camere, … cucina, due pozzi e palmenti, con porte, finestre , etc. Dopo: cioè in palazzi e un palmento e altre case coperte, etc. Si trovano (le stesse voci) inoltre nella Carta di Sichelgaita moglie di Roberto il Guiscardo Duca di Calabria presso il medesimo (Ughelli) tomo 7, pag. 396. Lo stesso Ughelli ritiene che si disse palmentum dai palmi dei piedi, poiché le uve lì sono premute con i piedi.

Accademia della Crusca. Pressa. Carta anno 790 presso Muratori tomo 3 Antichità italiche del Medioevo col. 561: Con la stessa casa che sembra stare lì, insieme con lo stesso palmento, etc).

 

Al documento dell’epoca di Roberto il Guiscardo (1025 circa-1085) segnalato dal Du Cange aggiungo che palmentum è voce molto ricorrente anche in documenti del secolo successivo (per tutti quello del 1131 pubblicato in Giacinto Libertini, Documenti per la storia di Caivano Pascarola, Casolla Valenzana e Sant’Arcangelo, Istituto di studi atellani, Frattamaggiore, 2003, s. p.). Si tratta, dunque, di voce latina e non volgare latinizzata, per cui basta e avanza per dire che palmento è dal latino medioevale palmentu(m).  Da dove, poi, derivi palmentum è un’altra questione alla quale gli autori già citati hanno dato la loro differente risposta che mette in campo ora la voce palma (Du Cange, anzi Ughelli) ora la radice pag– di pàngere, ora pav– di pavire (Pianigiani, che, però, sicuramente ha copiato da qualcuno che non sono riuscito ad individuare).

Non ha senso criticare, sia pure solo nel metodo, anche se non mi sono schierato per quanto riguarda il merito. Rispetto a quest’ultimo, però, sarei grato se qualche lettore mi facesse sapere la sua opinione sulle due proposte etimologiche che di seguito avanzo:

1) Il nucleo del palmento era costituito dalla grande vasca in cui l’uva veniva pigiata. Tutto, perciò, potrebbe essere partito dalla pila ed essersi formato attraverso la trafila pilare (attestato nel latino medioevale col significato di accumulare in una vasca: Du Cange, op. cit. pag. 321>*pilamentum>*palimentum (metatesi)>palmentum (sincope).

2 Stesso etimo di paramento, cioè dal latino medioevale paramentu(m)=impedimento, ma con recupero del significato del verbo classico da cui deriva (parare=apprestare) e sincope (paramentum>parmentum)>palmentum. Sul rapporto tra i due significati basta considerare l’attuale calcistico parare che può essere interpretato come apprestare e compiere un gesto che mira ad un certo risultato (evitare il gol dell’avversario) oppure come opporre, sempre con lo stesso scopo, un impedimento.

Che abbia ragione Nerino?

* Poeta dei miei stivali, con quel tuo palmento vino ne produci poco …

_______________

1 Direi che i vocabolari sono il testo per eccellenza in cui più spesso si consuma impunemente il reato di plagio con l’alibi della pur necessaria stringatezza. In rapporto, però, agli etimi “incerti” cosa costerebbe anche in termini di spazio, quando qualcuno di questi viene citato, aggiungervi in parentesi tonde il nome del proponente e, possibilmente, la data?

2 Il composto antepagmentum è attestato in Vitruvio (I secolo a. C.),  (De architectura, IV, 6) col significato di intelaiatura di porta, mentre Festo (II secolo d. C.), De verborum significatu,  nel riportare la voce in una variante al plurale (antipagmenta) ne dà questa definizione: Valvarum ornamenta, quae antis adpanguntur, id est, affiguntur (Ornamenti dei battenti che vengono  inseriti, cioè infissi, nelle ante). Nello stesso Vitruvio (op. cit., VII, 5) è attestata anche la voce appaginèculi=ornamenti (per assimilazione da adpaginèculi, composto da ad– e dalla stessa radice pag-). Ne approfitto per ricordare che sempre dalla radice pag– è pagina, che in origine significò filare rettangolare di viti (Plinio, Naturalis historia, XVII, 169), poi, per metafora, colonna di scrittura; perciò non è da escludere che forma rettangolare avessero gli appaginèculi vitruviani. Chiudo la nota ricordando che la stessa radice ricorre nel greco πήγνυμι (leggi pègniumi)=ficcare.

 

Riparte la vendemmia nel Salento: la storia continua

vendemmia

testo e foto di Mimmo Ciccarese

 

Scampato il timore di un possibile temporale nel Salento alla fine del mese di agosto che avrebbe potuto compromettere la produzione, riparte il rito della vendemmia. Già nelle rinomate zone a denominazione d’origine controllata si respira la prima aria di raccolta dell’uva e con essa le ansietà proprie di questo periodo. Chi raccoglie in modo tradizionale e chi in modo meccanico in un felice divario che equipara la consegna di un buon prodotto presso cantine private e cooperative sociali.

Sembra che anche quest’anno i viticoltori abbiano raggiunto in campo un’appagante gradazione zuccherina, grazie all’ultimo solleone che ha fatto schizzare le caratteristiche qualitative al top.

Come il mostimetro misura la buona percentuale di zuccheri nell’uva e quindi rende l’idea del futuro maggior grado alcolometrico, così i viticoltori valutano tra di loro la soddisfazione tra le piazze di paesi importanti per la produzione di vino DOC Salice Salentino.

Riprende il conto alla rovescia prima della consegna delle uve o della vinificazione in proprio. Si contano i grappoli per ogni ceppo, si moltiplicano e si dividono i risultati possibili, si formulano ipotesi produttive come quando si pianificano le scelte più importanti senza perdere alcun dettaglio come si fa da secoli: scegliere la forza lavoro, contrattare il prodotto e vinificarlo.

Il tempo di settembre comincia così nell’area salentina settentrionale, con i motocarri scoppiettanti carichi d’uva, scorazzare le stradine del paese tra pigiadiraspatrici e tini capovolti a scolare per bene tutto il mosto della pregevole produzione.

vendemmia

Si può ancora sentire in alcuni quartieri l’ipnotico tintinnare delle più vecchie presse idrauliche al ritmo di movimenti lenti e appassionati come intese tra produttori e l’odore del negroamaro; potrebbe essere l’era dell’enoturismo che già qualche cantina propone e che dovrebbe essere riesaminato dalle istituzioni.

La vendemmia è una sinfonia tra gli operai: chi taglia l’uva (fimmine), imbacuccate per proteggersi dalla rugiada mattutina e chi la versa nei tini (ndiacacacanisce), chi la trasporta sul dorso (cufiniciaturu), uomo corporato con il dono congiunto della forza e della resistenza e chi la conduce a macinare (lu camiu) presso lo stabilimento (parmientu), pilota con il dono della solerzia e l’esperienza della “pesata”.

Eppoi gli strumenti: “sicchiu e forbicetta”, rigorosamente personali, il “muscale”, fagotto ripieno di stracci per ammortizzare il peso dei cufiniciaturi, le “tinelle”, contrassegnate dalle iniziali del proprietario che non sono mai esatte ai numeri produttivi previsti e infine l’immancabile “guantiera”, vassoio di caldi “pasticciotti leccesi”, delicata sorpresa del datore di lavoro per i lavoratori. Svegliarsi di buona ora, con le prime percosse scherzose dei più allegri operai che destano il sorriso dei più assonnati e il cufiniciaturu che distribuisce con precisione svizzera l’equidistanza dei contenitori più grandi sulle file del vigneto.

vendemmia

S’inaugura così la raccolta del primo ceppo con un’atmosfera bucolica e si finisce tra le chiacchiere e i commenti di paese che aiutano a sveltire e raggirare la fatica. Poi giunge il tempo della sosta-siesta che una volta si definiva “allu utare”, cioè al voltare della capezzagna del filare dove trovavi sempre un muretto a secco, un’ombra di gelso, di noce o di fico accanto ad una cisterna d’acqua utile per sciacquare le mani prima del meritato spuntino o per concedersi una “bevuta” dallo “mbile” tipico otre salentino di terracotta.

Il mezzogiorno decreta così ancora umili scampoli di vendemmia, i grappoli migliori lasciati come uva da tavola come scorta autunnale o come dono di buon augurio per trasformare la pregiata produzione di quest’anno in ottimo vino; ma questa è un’altra storia.

Vendemmia

di Pino De Luca

Ancora cusì ‘sta vindemi?”
Da lontano è arrivata la domanda di un confinante ad un contadino che aveva portato “le donne” e i mezzi in campagna per vendemmiare.
Terra pesante e impastata, pampini bagnati. La pioggia non è amica della vendemmia, raddoppia la fatica delle “donne” che tagliano i grappoli. Un tempo ne pativano anche i “ragazzi”, gli “uomini” e le “bestie”.
Ne pativano e ne gioivano, insieme, perché la vendemmia era una festa, una grande festa collettiva: la chiusura di un intero ciclo di produzione della terra, ciclo che dura quattro stagioni, necessariamente. La vite attecchisce solo alle latitudini che prevedono quattro stagioni. Quella del sonno, quella del risveglio, quella della maturazione e quella della raccolta.
Le fatiche di un anno si condensano in un giorno soltanto, e quando la vendemmia è buona è festa per tutti, ci sarà un altro anno di vita, per la vite e per le vite.

La vite, in questa terra, è stata per secoli uno dei fondamenti della civiltà. La vite ha dettato i tempi e le relazioni umane, l’educazione e la consapevolezza, financo lo sviluppo sociale e procreativo di intere comunità.
Le grandi distese di vigna e le “squadre” di donne che con il loro secchio e la loro cesoia tagliavano i grappoli, le più esperte e rapide che si mettevano di fianco le più giovani e meno avvezze, madri, zie, madrine, educatriici. E il giovane che “buccava e caricava”, ovvero che svuotava i secchi nelle cassette o nelle mastelle e caricava questi ultimi sulle spalle del “cofanatore”, un uomo esperto, forte e resistente che per tutta la giornata faceva la spola tra il filaro e il mezzo di trasporto.

Il giovane doveva essere svelto di gambe e di mano, doveva far “camminare” le donne che accudiva, farle muovere sempre con il secchio vuoto per ridurre la loro fatica e, possibilmente, trovare il tempo di “spampinare” i ceppi, ovvero scoprire i grappoli in modo che fosse più agevole la raccolta. Trattamento che il “ragazzo”, spesso, riservava alla più giovane delle donne anche per dimostrare la propria “balentìa” e il proprio interesse.
E, al primo sole, l’aria si riempiva dei canti, canti di campagna, alcuni d’amore altri di lotta e di lamento, altri ancora di sfotto’, e poi il rito della colazione di mezza giornata e i piccoli segreti che insegnava l’esperienza …
Tante storie sono raccontate e tante da raccontare sulla vendemmia, sui braccianti che andavano a Piazza Cairoli ad aspettare che qualcuno li chiamasse a giornata, sulle mani nere di mosto che duravano per tutta il periodo della vendemmia e venivano mostrate con orgoglio (lo facevo anche io quando andavo al Monticelli), sui ceppi di uva rosa tenuti in gran segreto in mezzo ai filari e sulle storie d’amore che s’intrecciavano nelle giornate di lavoro.

Era il tempo della produzione di alta resa, 130-150 quintali ad ettaro, a produrre uva e mosto che andava a cambiare nome. Ne ha prodotto di Barolo e di Chianti la terra brindisina e anche di Bordeaux … Vino potente, uve dolci da terreni caldi e grandi quantità di mosto muto e di vino da taglio sgorgavano dalle terre generose della provincia, s’imbarcavano sulle navi e raggiungevano porti lontani.
Quanto era preziosa l’uva di Brindisi e Tuturano, e prosperosa quella di Mesagne, Francavilla, Latiano fino a San Michele, e la collina di Ostuni e Carovigno. Quanto era pregna la “fascia colonica” di alberelli possenti e stracarichi, per terreno fertile e fatica di braccia. Da Torchiarolo a San Pancrazio si articolavano distese immense di vigneti inframezzati da uliveti secolari e interi paesi poggiavano la loro economia sulla “campagna”, ovvero il periodo di tempo che s’inerpicava tra sole cocente di fine estate e i temporali improvvisi di inizio autunno. Primitivo e negramaro, “taglia, taglia, taglia, taglia…” ripete ossessivamente il coro in una canzone bellissima di Domenico Modugno che si chiama “Vendemmia giorno e notte”.. Così era ossessiva la vendemmia nella ricerca della massima produzione e del massimo grado zuccherino.

Artigiani e commercianti partecipavano al rito con grande attenzione, i primi spesso con interesse diretto (bottai, fabbri, falegnami, ) e i secondi con la sicurezza che le “giornate” avrebbero saldato vecchi conti aperti in tempo di carestia.
Poi, all’improvviso, le parole che il padre dice a Mimì nella canzone “Mimì, tuo padre ti può dare soltanto una chitarra, un nome e queste mani pulite …” che erano le parole di un mondo concreto hanno perduto significato, il mondo ha cambiato vocabolario. Avidi lestofanti inquinarono il vino, lo taroccarono usando robaccia, financo veleno. Perdemmo la faccia tutti o quasi. Questa terra fu abbandonata e la vigna diventò il rifugio di pochi coraggiosi che resistettero alle politiche che spingevano all’espianto, alla distruzione di una civiltà.

I pochi rimasti hanno dovuto cambiare metodo e finalità. Ognuno produce la sua uva, qualcuno anche il suo vino, con la qualità e la bontà che sa fare. E questa terra ne produce di eccellente, chiamandolo per nome: Negramaro, Malvasia, Primitivo, Susumaniello, Ottavianello, di Brindisi, proprio di Brindisi.

Produrre in qualità significa investimenti e tecnologia, tanti investimenti e tanta tecnologia. Anche nella vendemmia. Impianti con sesti e tipologie nuove anche in prospettiva della raccolta. Fatta da macchine che non sanno moltissime cose, che non sanno che l’uva acerba dei racemi può essere utile per levarsi dalle mani il nero del mosto, che non sanno nulla dei fatti che si raccontano in campagna e non sanno cantare.
Macchine che non sanno se è giorno o notte, vendemmiano e basta. Grappoli interi in cassette ordinate pronte da mandare alla vasca. Senza terra e senza pampini e senza perdere acini. Macchine rapide e veloci, disinteressate alle zolle dure della terra secca o alla mota che s’attacca alle scarpe, insensibili al sudore che lascia la pelle per trapassare i vestiti e alla rugiada che invece li bagna per raggiungere la pelle. Macchine efficienti e precise che non fanno nemmeno colazione. Macchine per un vino che rispetta uno standard..

“Ancora cusì ‘sta vindemi?”
Domanda di chi ha capito tutto e, al disporsi delle “donne” sul campo, si guarda la sua macchina perfetta e obbediente con un sorriso di sufficienza. Scuotendo la testa a chi ancora usa mani di donne, di ragazzi e di uomini per portare l’uva dal campo alla cantina.
Dimentico che sono mani di chi vive la vita e la vite. Sono mani che conoscono i ceppi, li hanno visti riposare, risvegliarsi e fruttificare. Uva di qualità, che si porta dentro il cielo e la terra, il sole e la pioggia ma anche le storie e le canzoni di donne e uomini che hanno cantato e raccontato in mezzo ai filari. Ogni vino sarà un vino d’annata, perché ogni annata avrà le sue storie da raccontare.

La vigna e la sua cultura sopravvivono in enclave che raccontano un passato e una prospettiva di percorso futuro, non lasciamo che specchi di stupidi narcisi facciano rinchiudere in polverosi musei la vita della vite, pianta che vive solo dove esistono quattro stagioni.

La vendemmia negli anni ’50 nel Salento meridionale

di Luigi Cataldi

I meccanismi della memoria sono veramente straordinari: eppure oggi dovrebbe essere meno difficile di ieri (lo “ieri” degli anni ’60-’70) trovare risposta ad alcuni interrogativi, legati alla cosiddetta memoria a lungo termine: come possa nella mente di una persona anziana, farsi innanzi un ricordo di quasi sessanta anni prima, vivido ed attuale come se l’evento fosse avvenuto pochi giorni o poche ore prima.

Le immagini della vendemmia scorrono come in un documentario dei famosi film Luce che venivano proiettati al cinema prima dell’inizio del film, negli anni in cui questa era la modalità abituale, per la diffusione delle notizie di attualità, oltre la carta stampata.

Forse ciò è dovuto all’importanza che io medesimo, bambino di 7 anni, davo al mio ruolo in quelle occasioni. Esse ebbero inizio, ricordo perfettamente, nei primi anni cinquanta del secolo scorso: anzi, specificatamente, nel mese di settembre del 1952, e mi portano alla memoria ricordi chiarissimi ed amabili, che mi trasportano con dolcezza estrema a quei tempi relativamente lontani.

Avevo da poco compiuto 7 anni e ai primi di ottobre iniziava la scuola, frattanto in tutto il Salento, con variazioni di giorni comandate dall’andamento climatico, dalla permanenza del caldo secco, dal tasso di umidità, e non ultimo dalla possibilità di non previsti ma prevedibili cambiamenti dei tempi con l’arrivo delle piogge autunnali, si decideva, di solito con pochissimi giorni di anticipo, il giorno della vendemmia.

Bisognava ovviamente trovare disponibili almeno tre carri trainati da buoi o da muli, i nostri antichi “traìni” completi di trainiere, e poi gli “òmmeni e le fìmmene”, ma alla vendemmia, festa del raccolto, partecipavano spesso i bambini, che davano aiuto ai genitori, anche approfittando che la scuole erano ancora chiuse. Credo anzi, a questo proposito, che il tempo della vendemmia sia stato per molti anni concausa della persistenza, in tutto il Sud Italia, della data relativamente tardiva di riapertura delle scuole.

Se le mie tre vecchie zie “di Ugento” (così erano definite da tutti i nipoti), sorelle minori della mia nonna materna, che col matrimonio aveva seguito lo sposo a San Cesario, centro limitrofo a Lecce, dove si avviava a compiere gli 80 anni), se esse, le “signorine” Giannelli, come amavano definirsi e come erano note al paese, dovevano far si che tutto fosse pronto e organizzato per la vendemmia, fin nei minimi particolari (tramite un uomo di fiducia), in realtà era il mio zio “giovane”, nemmeno quarantenne, che correva da una parte all’altra con il motocarro, dal vigneto alla cantina sociale, al palmento di casa delle zie. E il motocarro costituiva il terzo mezzo, oltre ai due “traini”, anzi era in grado di trasportare, non solo due, ma tre botti colme di grappoli d’uva, era assai più veloce dei “traini”, e non necessitava della persona di “controllo”. E si! In effetti il ruolo di noi due fratelli e degli altri nipotini, tutti in età compresa tra 8 e 5 anni, ancora nell’età dell’innocenza, quando toccava a loro, era quello di accompagnare ogni traìno con due botti ciascuno colme di grappoli maturi, dalla vigna al palmento della Cantina Sociale cui doveva afferire il carico, evitando con la nostra innocente presenza, che l’intero carico di uva venisse afferito altrove. Solo una parte del raccolto, veniva, sul finire della vendemmia, avviato al palmento di famiglia, situato nella stessa proprietà delle zie, dove subiva tutti i processi di vinificazione e trasformato in un certa quantità di vino per il consumo delle nostre famiglie.

Noi bambini contribuivamo in qualche maniera a guardare gli interessi della famiglia. Così raccoglievamo, e, non senza qualche difficoltà, riempivamo i tradizionali (piccoli i nostri) panieri di canne tagliate sottili e intrecciate, che le vendemmiatrici ci aiutavano a colmare con solo pochi grappoli staccati da i “cippuni” con pochi sapienti colpi di cesoia.

I panieri venivano svuotati nei grandi e pesanti tini in legno che gli “òmmeni” portavano a spalle tra i filari di vite fino a raggiungere “lu traìnu”, o il motocarro dello zio a depositare nelle botti il preziosi grappoli.

Ricordo vagamente i racconti del “trainiere” durante il relativamente breve per corso dal vigneto alla cantina sociale, ma ciò che ricordo con particolare vivezza sono due cose: il rosario recitato tutte le sere affacciati al balconcino della nostra camera da letto a piano terra, con la partecipazione delle donne del vicinato che si portavano le sedie da casa; e il fatto che, dopo una frugale cena a base di verdure, un’insalata di pomodori e una fettina di formaggio locale, andavamo a dormire alle sette e mezzo (e pur non essendoci in quegli anni l’ora legale era ancora chiaro), in un gran letto di ferro battuto con le incrostazioni di madre perla sulla testata, e che pur essendo in tre, io, mio fratello e anche lo zio, nel lettone restava ancora tanto spazio.

Una volta poi, ero in costume da bagno e mi avevano abbondantemente lavato i piedi per pigiare tutti insieme l’uva appena arrivata dal vigneto di “Porchiano” (località non lontana dal santuario della Madonna della Luce risalente al 1576), quando mentre pigiavo sentii un dolore terribile sotto la pianta del piede destro, era veramente un dolore terribile… Una vespa trovandosi costretta tra il mio piede e il pavimento dolce e profumato fatto di chicchi e succo d’uva, per liberarsi mi aveva punto proprio sotto la pianta del piede, dove, dopo l’estrazione del pungiglione della povera vespa ormai condannata a morte, mi applicarono, seguendo il consiglio di una delle contadine presenti, uno spicchio di aglio allo scopo di lenire il dolore, ma ricordo che mi fece male per alcuni giorni.

Negli ultimi 50 anni i numerosi progressi tecnologici ci hanno certamente privato di momenti ricchi di umanità, e per lo più ci hanno gratificato con un apparente miglioramento della qualità della nostra vita… attenti all’inquinamento, cari amici e conterranei salentini.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!