La statua di san Francesco da Paola a Ruffano

di Paolo Vincenti

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

 

Per grazia ricevuta

Gallipoli, chiesa di San Francesco di Paola

di Antonio Faita

Due anni fa si è celebrato il trecentenario della statua lapidea di San Francesco di Paola che campeggia nel centro della piazza di Ruffano, realizzata nel 1711, con la relativa chiesetta omonima, ad opera del martinese mastro Valerio Margoleo. Nel 2007 se ne occupò lo studioso Aldo de Bernart in occasione del V centenario (1507-2007) della morte di San Francesco di Paola[1], nel 2011 lo studioso Paolo Vincenti con un saggio pubblicato sul blog “Spigolature Salentine” dal titolo “La statua di San Francesco di Paola a Ruffano”, una sorta di cronistoria sino ai giorni d’oggi con lo scopo di sensibilizzare gli enti preposti ad intervenire per un urgente restauro.

La statua fu realizzata agli inizi del ‘700, quando nel Salento si propagava il culto e la venerazione del Santo di Paola. Oltre a essere il protettore della città dei martiri di Otranto, che ne predisse con precisione la caduta sotto i turchi nell’eccidio del 1480, varie chiese furono erette a suo nome,  ma la città dove il culto per il Santo calabrese è molto sentito, è la nostra Gallipoli, tanto che noi gallipolini gli abbiamo assegnato l’appellativo di “Santu Patre”.

Il patrono della gente di mare è venerato nella piccola e splendida chiesa (1630) che affaccia sul porto, affiancata da quel che ne resta del vecchio convento seicentesco (1613) dei frati Paolotti (qualche colonna e tracce di affreschi sulla storia dell’ordine), oggi in rovina. Per tale ricorrenza, rovistando tra i miei appunti d’archivio, ho reperito alcune notizie che sono a loro volta tratte da un regesto notarile del 1711, che illustrano un singolare episodio di grazia ricevuta a intercessione di San Francesco di Paola che, con i suoi miracoli, meravigliò il mondo intero e il suo culto dilagò prepotentemente. Inoltre, dal regesto, emergono alcuni aspetti storici del nostro paese durante la guerra di successine spagnola (1701-1713/14)[2].

Dal documento veniamo a conoscenza che il 19 gennaio 1711 (in quest’anno, Carlo III venne incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero[3]), il reverendo don Giuseppe Bitonte, sacerdote della “Cattedrale Chiesa di Gallipoli”, dichiarava “per chiarezza della verità accerta, certifica et attesta[4], quanto segue: nell’anno del Signore 1707 un esercito austriaco “de tedeschi”, comandati dal Conte Wirich Philipp Lorenz Daun[5], discese la penisola, attraversando lo stato pontificio  e passando per Caianello e Mugnano, per espellere dal napoletano le deboli guarnigioni spagnole che vi erano rimaste[6]. Giovedì 7 luglio, 20.000 uomini “In nome dell’Invitissimo e Cattolico Gran Monarca delle Spagne e di Napoli Carlo III d’Austria che Dio lo guardi” fecero il loro ingresso a Napoli, città che cadde senza opporre nessuna resistenza. L’esercito austriaco fu accolto da un incredibile plauso popolare e mentre usciva l’ultima fila delle guarnigioni spagnole, con onore e bandiere spiegate, i “tedeschi” entravano e il popolo che in gran numero era presente, cominciò a sventolare i fazzoletti e a gridare «Viva L’Imperatore, viva Carlo III»[7].

Il passaggio della città dal Viceregno spagnolo a quello austriaco avvenne come un semplice avvicendamento. Nella stessa giornata Georg Adam von Martinitz, primo Vicerè austriaco venuto al seguito dell’esercito Imperiale, prese possesso del Palazzo Reale, sede del governo, che fino al giorno prima (6 luglio) aveva ospitato l’ultimo Vicerè spagnolo. Infatti, durante il governo di Juan Manuel Fernández Pacheco, “Duca d’Ascalona[8] e ultimo Vicerè spagnolo, il nostro reverendo don Giuseppe Bitonte, che copriva la carica di cappellano di un “Reggimento de soldati Napoletano[9], assistette alla presa forzata, su ordini del Vicerè, di “Isidoro Leonardo Andriolo di Gallipoli che si trovava In Napoli per servire In detto Reggimento da Sargente”, per farlo imbarcare e deportarlo “nella piazza di Longone[10], in quanto non “voleva militare (combattere) contro l’Armi del Re nostro Signore Carlo Terzo”.

In effetti, già mesi prima si avvertiva l’avanzamento dell’esercito austriaco verso Napoli, mentre il Viceré sottraeva soldati dalla capitale, inviandoli di rinforzo a Capua, a Gaeta e in Abruzzo e lasciando pertanto i castelli di Napoli pressoché sguarniti[11]. Tra confusione, mancanza di competenza militare e soprattutto di coraggio, tutto doveva andare ancora avanti come al solito e il popolo napoletano non doveva nemmeno lontanamente sospettare che la situazione stesse – come in effetti stava – precipitando.

Nel sentire che gli ussari austriaci erano così vicini, i napoletani erano già palesemente disponibili ad acclamare un nuovo sovrano[12]. Così avvenne anche per il sergente Isidoro Andriolo che non riconosceva più Filippo V come suo Re, rifiutandosi di combattere contro il nuovo sovrano Carlo III. Perciò, imbarcato con forza assieme al cappellano Bitonte, due ufficiali del “detto Reggimento” ricevettero l’ordine dal Vicerè che il suddetto Andriolo dovesse essere deportato per cinque anni presso la fortezza di Longone e alla prima “occasione et intoppo lo passassero per l’armi (di fucilarlo)”.

La mattina di mercoledì 6 luglio, mentre gli austriaci arrivavano ad Aversa, il “Duca d’Ascalona”, aveva provato inutilmente un’ultima volta a incitare alle armi il popolo. Utilizzando una scala segreta, che dagli appartamenti reali portava al mare, s’imbarcò con la sua famiglia su una gondolae lasciarono Napoli per Gaeta, accompagnati da un convoglio formato dalle sei migliori galere e da sette tartane[13] e, sicuramente, su una di queste galere fu imbarcato il sergente Andriolo, il quale, in prossimità di “Monte Circello[14] e “tenendo a vista due soldati di guardia, si buttò in Mare”. Dato subito l’allarme, furono calate “la felluca[15] delle Galere e lo schifo[16] della Tartana di Padron Pietro Moresca”, ma la ricerca fu vana: il sergente riuscì a nuotare sott’acqua e non vedendolo riemergere lo diedero per morto. Ma, per intercessione o per “miracolo di San Francesco de Paula”, in quanto devoto al santo di Paola, “si salvò la vita, avendo perduto tutte le sue robbe e vestito di buona qualità e nudo fù a terra”.

statua di San Francesco da Paola nell’omonima chiesa di Gallipoli

Il gesto che compì il sergente Andriolo, lo fece “per voler esser fedele soldato e sargente delli Regimenti d’Armi di detta Maestà di Carlo III, che Dio lo guardi”. Anche il reverendo don Giuseppe Bitonte lo dava ormai per scontato di “essersi annegato”. Dopo due giorni, e precisamente il 9 luglio, tre delle tartane del convoglio del Vicerè ancora bordeggiavano nel golfo in cerca di vento, s’inviarono delle filluche per intimare a quei padroni che non proseguissero il loro viaggio verso Gaeta, mentre  due delle suddette galere non arrivarono a Gaeta perché, nel corso di quel breve tragitto, tornarono a Napoli per offrire al nemico subentrante il loro carico di munizioni[17]. Probabilmente fu quella l’occasione in cui il reverendo don Giuseppe, tornato a Napoli, rivide il sergente D’Andriolo che, non credendo ai suoi occhi, esclamò: « certo figliolo voi per Miracolo avete la vita » e così il reverendo Giuseppe attestò il tutto.


[1] A. De BERNART, “In margine al V centenario (1507 – 2 aprile – 2007) della morte di San Francesco di Paola”, Tip. In guscio e De Vitis, Ruffano 2007;

[2] www.wikipedia.it: La guerra di successione spagnola fu combattuta tra il 1701 e il 1713/1714 e vide schierati da una parte la Francia, la Baviera, con il suo principe elettore Massimiliano II Emanuele e l’arcivescovato di Colonia, dall’altra l’Inghilterra, l’Austria e gli altri stati tedeschi del Sacro Romano Impero, tutti uniti nella cosiddetta Grande Alleanza o Alleanza Imperiale. Dopo lunghe e laboriose trattative, protrattesi per circa un anno, il 13 luglio del 1713 fu firmato il trattato di pace di Utrecht tra la Francia, da una parte, e l’Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l’Olanda e la Savoia, dall’altra, che metteva, così, fine alla guerra di successione spagnola. Per poter mettere definitivamente la parola fine alla guerra di successione spagnola, era necessario, però, che anche l’Austria sottoscrivesse il trattato di pace con la Francia: ciò avvenne il 6 marzo 1714 nella città di Rastatt;

[3] www.wikipedia.it: Nel 1711, si registrò una svolta politica inaspettata e decisiva per le risoluzioni del conflitto. Moriva, infatti, l’Imperatore Giuseppe I e gli succedeva il fratello già pretendente al trono di Spagna, l’arciduca Carlo d’Asburgo, col nome di Carlo VI ovvero Carlo III;

[4] ASLecce, Not. Carlo Megha, Anno 1711, coll.40/13, “In Dei nomine amen”, ff. 15/v-16/v;

[5] www.treccani.it: Daun (o Dhaun), Wirich Philipp Lorenz, conte di Teano, marchese di Rivoli. – Feldmaresciallo (Vienna 1669 – ivi 1741), divenne maggiore generale dell’esercito austriaco nel 1701 e difese, durante la guerra di successione spagnola, Torino assediata dai Francesi, fino all’arrivo del principe Eugenio. Occupò il Regno di Napoli (1707). Promosso feldmaresciallo, ebbe il titolo di grande di Spagna. Viceré di Napoli (1713), fu poi luogotenente dei Paesi Bassi austriaci (1725) e governatore di Milano (1728);

[6] Cfr., J. S. BROMLEY, “Storia del Mondo Moderno”, Vol.6, Ed. Garzanti 1971;

[7] G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli e l’evoluzione tecnico-tattica della guerra verso il declino dell’egemonia spagnola (1668-1707)”, 2008, pp. 390-391;

[8] Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga (1650-1725); Duca d’Escalona (comune spagnolo situato nella comunità autonoma di Castiglia-La Mancia) e Marchese di Villena (comune spagnolo situato nella comunità autonoma Valenciana), nominato Vicerè, da Filippo V di Spagna, il suo periodo fu, dal 15 febbraio 1702 al 6 luglio 1707;

[9] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”: nella lista dei reggimenti di fanteria spagnola, risultavano due corpi sicuramente napoletani o comunque di chiara origine partenopea; quello del colonnello aquilano Biase Dragonetti, il quale si era chiamato prima Visconti e ancor prima Armada viejo o meglio Tercio viejo del mar Océno de infanteria Napolitana, era stato uno dei terzi più antichi e gloriosi della Corona e aveva per lo più sempre fatto da fanteria di marina dell’armata oceanica spagnola, prenderà ora il definitivo e perpetuo nome di Nápoles, mentre quello del colonnello Ferdinando Caracciolo si chiamerà da questo momento Basilicata, p. 383;

[10] www.wikipedia.it: Il Forte di Longone, è una fortificazione costiera situata nel comune di Porto Azzurro, lungo la costa sud-orientale dell’Isola d’Elba rivolta verso il Canale di Piombino. La sua ubicazione è sul promontorio che domina da est la baia del porto. L’imponente complesso fortificato venne edificato dagli Spagnoli all’inizio del Seicento, per potenziare il sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidii, il cui territorio inglobava anche parte della costa orientale e meridionale dell’isola. L’intera struttura fortificata fu realizzata in soli due anni, tra il 1603 e il 1605. Le originarie funzioni di avvistamento e di difesa furono svolte fino alla metà dell’Ottocento, quando gradualmente la struttura militare fu dismessa per essere convertita in carcere, funzione che svolge tuttora;

[11] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390;

[12] Cfr., Ibidem, p.389;

[13] Cfr., Ibdem, p.390;

[14] www.wikipedia.it: Il Promontorio del Circeo è un piccolo e isolato massiccio montuoso che si erge sul Mar Tirreno, insieme al promontorio di Gaeta, come estrema propaggine meridionale della provincia di Latina. Insieme all’Isola d’Ischia e all’arcipelago ponziano racchiude le acque del golfo di Gaeta. Fra le cime principali la più alta è il Monte Circeo (541 m s.l.m.), detto anche Monte Circello;

[15] Feluca: un bastimento di piccolo cabotaggio, pontato, con una vela latina, a volte con una seconda vela latina più piccola all’estrema poppa (mezzanella) e il polaccone: da30 a 50 ton;

[16] Schifo: Piccola imbarcazione leggerissima, stretta e lunga, a un vogatore, fornita di due remi situati sulle scalmiere e fuori del bordo, con sedile scorrevole e senza timoniere;

[17] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390.

pubblicato su Anxa,  Anno IX-2011, luglio agosto.

Per grazia ricevuta

Gallipoli, chiesa di San Francesco di Paola

di Antonio Faita

Quest’anno ricorre il trecentenario della statua lapidea di San Francesco di Paola che campeggia nel centro della piazza di Ruffano, realizzata nel 1711, con la relativa chiesetta omonima, ad opera del martinese mastro Valerio Margoleo. Nel 2007 se ne occupò lo studioso Aldo de Bernart in occasione del V centenario (1507-2007) della morte di San Francesco di Paola[1]. Qualche mese fa, e precisamente il 16 aprile 2011, lo studioso Paolo Vincenti ha pubblicato sul blog “Spigolature Salentine” un articolo dal titolo “La statua di San Francesco di Paola a Ruffano”, una sorta di cronistoria sino ai giorni d’oggi con lo scopo di sensibilizzare gli enti preposti ad intervenire per un urgente restauro.

La statua fu realizzata agli inizi del ‘700, quando nel Salento si propagava il culto e la venerazione del Santo di Paola. Oltre a essere il protettore della città dei martiri di Otranto, che ne predisse con precisione la caduta sotto i turchi nell’eccidio del 1480, varie chiese furono erette a suo nome,  ma la città dove il culto per il Santo calabrese è molto sentito, è la nostra Gallipoli, tanto che noi gallipolini gli abbiamo assegnato l’appellativo di “Santu Patre”.

Il patrono della gente di mare è venerato nella piccola e splendida chiesa (1630) che affaccia sul porto, affiancata da quel che ne resta del vecchio convento seicentesco (1613) dei frati Paolotti (qualche colonna e tracce di

Gallipoli. Una questione di patronato nella chiesa dei domenicani

Una questione di jus patronato

Vicenda storica dell’altare di San Tommaso d’Aquino nella chiesa del S.mo Rosario e di San Domenico in Gallipoli

di Antonio Faita

Considerata la grande diffusione che, soprattutto dal XV al XVII secolo, ebbero in tutto il Meridione d’Italia gli ordini monastici non meraviglia affatto che a Gallipoli si fosse fondato un convento, con annessa chiesa dell’ “ordo predicatorum” ossia dei frati predicatori, comunemente chiamati «Domenicani», prendendo il nome del loro fondatore San Domenico.

Sin dal loro arrivo a Gallipoli, nel 1517 i Reverendissimi Padri edificarono il loro convento con la chiesa ad esso attigua sotto il titolo di Maria Santissima Annunziata, sulle rovine dell’antico monastero dei Padri Basiliani[1]. Dopo quasi due secoli l’originaria chiesa mostrò le offese del tempo e si rese necessario procedere alla sua riedificazione. L’impresa della ricostruzione della nuova chiesa, avvenuta nel 1696 e terminata nel 1700, fu certamente l’episodio più espressivo della presenza dei domenicani a Gallipoli nei secoli dell’età barocca. Della vicenda relativa l’abbattimento e la successiva ricostruzione della nuova chiesa, ad opera del “magister fabbricator” di Martano, Valerio Margoleo e del suo “clan” se ne è occupato, per la prima volta, in maniera ampia e dettagliata, lo storico Mario Cazzato, nel suo saggio del 1978[2].

Fino al 1684, però, nessun elemento lasciava intravedere la necessità di una sua ricostruzione, anzi, i frati avevano programmato di ampliare la “loro” cappella, intitolata a San Tommaso d’Aquino, occupando lo spazio di quella attigua

La statua di san Francesco da Paola a Ruffano

di Paolo Vincenti

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

 

Spigolature ruffanesi

di Paolo Vincenti

Sul fronte degli studi ruffanesi, dobbiamo segnalare, innanzitutto, alcune pregevoli plaquettes, recentemente date alle stampe dal più noto studioso ruffanese, Aldo de Bernart.

Si tratta di alcun brevi saggi storici, che fanno parte della collana “Memorabilia”, stampati in una tiratura fuori commercio di n.99 copie.

Fra le ultime, due, in particolare, ci sembra giusto menzionare.

La prima è: Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento (Tipografia Inguscio e De Vitis) in cui l’autore ricorda la figura di Altobello Grasso, medico ruffanese e capostipite di una generazione di medici in Ruffano fra il Cinque e il Settecento, autore di una pregevole opera di carattere tecnico, dedicata al gesuita leccese Padre Bernardino Realino, e il cui frontespizio viene riportato nell’opuscolo, insieme ad una immagine dell’Altare dell’Immacolata, con lo stemma della famiglia Grassi, che si trova nella settecentesca chiesa matrice di Ruffano.

Una citazione dal Foscolo ammonisce: “Spiar ne’ guardi medici speranza lusinghiera della beltà primiera”.

La seconda plaquette è In margine al V Centenario –1507 = 2 aprile = 2007- della morte di San Francesco di Paola (Tip. Inguscio e De Vitis) in cui de Bernart si sofferma su un culto molto sentito in provincia di Lecce, quello di San Francesco di Paola, che a Ruffano viene ricordato da una statua lapidea che si trova in una nicchia sopra l’ingresso della cappelletta di San Francesco di Paola, sita nella piazza omonima.

La statua, opera dello scultore Valerio Margoleo, del XVIII secolo, che oggi necessiterebbe di un appropriato restauro poichè ormai resa quasi irriconoscibile dall’incuria e dall’usura del tempo, viene ripresa in fotografia nell’ultima di copertina dell’opuscoletto in parola; sulla seconda di

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