Restauro arbitrario nella Lecce del Rinascimento

di Valentino de Luca

La bella armoniosa gallinella d’acqua che galleggia sulle onde si è finalmente involata; è lì a livello del marcapiano, sotto la finestra.
Nel rinascimentale palazzo Vernazza riaperto al pubblico dal dicembre 2011, di proprietà comunale, si è vero, la gallinella ha preso il volo durante l’ultimo recente e costoso restauro (3,3 milioni di euro finanziamento per la legge sul Barocco leccese); ondeggia guardandosi intorno preoccupata e portandosi lì in alto con tutto il grande concio della vera del pozzo: ha fatto un salto a dir poco allucinante.
Un fuori contesto arbitrario, un vero e ben assestato pugno nell’occhio a chi osservi tra cornici e volumi l’equilibrio delle superfici scolpite di quella semplice e bella linearità nell’insieme del prospetto rientrato oltre il portale catalano-durazzesco: curiosando tra le tortuose viuzze del centro storico di Lecce è impossibile che ciò sfugga alla conoscenza storica e ad una lettura architettonica e descrittiva del monumento cinquecentesco. Siamo costretti a sottolineare questa arbitraria, e fuori dalle regole, procedura in questo restauro e chiediamo con giusta ragione filologica di ricollocare questa superficie scolpita nella sua posizione originaria anche per darle una migliore visibilità e una corretta e immediata fruizione: forse che non si aveva modo di proteggere e salvaguardare la gallinella in modo diverso? Si riteneva forse economicamente più praticabile e più facile da attuare solo questa brutta soluzione? Suvvia, in Italia abbondano gli esempi virtuosi per interventi di restauro, con situazioni analoghe, all’interno di importanti monumenti: sono state sperimentate da tempo molte tecniche e troppi materiali utilizzabili per far ritornare la vera del pozzo lì dove era stata pensata e dimensionata troppi secoli fa!

Libri/ Quei morti per pane e lavoro

di Paolo Vincenti

“Quei morti  per pane e  lavoro” (Editrice Salentina) è un volumetto che ripercorre un avvenimento storico, forse dai più dimenticato, che ebbe come teatro la sede della Prefettura leccese, nell’immediato dopoguerra.

Gli autori, Enzo Bianco e Valentino De Luca, hanno voluto ridestare l’attenzione sui tragici fatti del 25 settembre 1945 quando, in seguito al clima di esasperazione che si viveva nel capoluogo salentino, martoriato da anni di guerra, stenti, disoccupazione e miseria, alcuni operai vollero manifestare il loro malcontento pubblicamente. E allora, la Lega Muratori di Lecce e la Camera del Lavoro proclamarono uno sciopero generale, che ottenne la solidarietà anche del Partito Comunista, del Partito Socialista, del Partito D’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale; questo portò più di diecimila lavoratori a scendere in piazza, rivendicando,  nella confusione

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