Magia contadina: “lu sutazzu”. Una pratica divinatoria ancora in uso in alcune aree del Salento

setaccio

di Gianfranco Mele

 

In ambito magico-popolare vi sono diversi utilizzi del setaccio, uno strumento che assume valenze magiche e sacrali fin dall’antichità.

Uno di questi usi è un chiaro esempio di magia imitativa: trattandosi di uno strumento che separa il buono dallo scarto, che filtra, si riteneva fosse in grado di filtrare i malefici, e per questo motivo veniva appeso dietro alla porta di casa come oggetto apotropaico.

Vi sono anche testimonianze riferite ad un uso magico del setaccio per incantesimi inerenti la pioggia, sia a fini di porre fine alla siccità (anche in questo caso attraverso la magia imitativa: un getto d’acqua versato sul setaccio si divide in gocce e rivoli imitando e perciò augurando lo scrosciare della pioggia), sia a fini di malefizio (nel territorio friulano della Carnia le leggende popolari narrano di streghe che, cavalcando le nuvole, “gettavano la grandine cul drazz[1] (drazz è un termine friulano per indicare il setaccio).

L’utilizzo più frequente del setaccio nell’ambito della magia popolare è tuttavia quello mantico. L’impiego del setaccio in questo ambito è detto Coscinomanzia (da  κόσκινον, = crivello, e μαντεια = divinazione), ed è molto praticato sia dagli antichi greci che dagli antichi romani.[2] Inoltre, un papiro magico greco (PGM IV, 2303) lo definisce come uno dei più antichi simboli dell’arte divinatoria.[3]

Diversi autori dell’antichità ne fanno riferimento, tra cui Teocrito di Siracusa (315-260 a.C.). Nel suo Idillio III, La serenata (un monologo pronunciato da un capraio) si legge:

Anche Agreò, l’indovina con lo staccio che poc’ anzi veniva a spigolare in cerca d’erbe, disse ciò che è vero, che mentre io sono tutto in tuo potere tu non ti fai di me nessun pensiero.[4]

In questo caso, dunque, il pastore si è servito delle arti divinatorie di una indovina, che con il suo setaccio ha confermato al pastore che il suo amore per Amarillide non è contraccambiato.

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Un cenno all’ usanza del ricavare profezie dal setaccio o crivello lo fa anche Luciano di Samosata (II sec. d.C.) in un capitolo delle sue Opere intitolato “Alessandro, o il falso profeta”:

…i Paflagoni di là d’Abonotechia, tutti superstiziosi e sciocchi, per modo che se pur veggono uno che menandosi dietro un sonatore di flauto, di timpano o di tamburello, predica la ventura con un crivello, come suol dirsi, tosto tutti gli si affollano intorno a bocca aperta, e lo riguardano come uno degl’immortali.[5]

Ce ne parla anche Lucio Flavio Filostrato (172-247 d.C.) nella sua opera Vita di Apollonio di Tiana:

vi sono delle vecchie che, armate di uno staccio, si presentano ai pastori e ai bovari, affermando di guarire le bestie ammalate per mezzo della divinazione; ed esse pretendono di venire chiamate sapienti, e di esserlo più che gli autentici indovini[6]

In una antica opera di area tedesca, il De furtu (XII sec., riedito nel XIII sec.), si ritrova una dettagliata descrizione della pratica della divinazione col setaccio. Trattasi di un codice contenente testi in latino e in tedesco, riportante una serie di prescrizioni utili a scovare l’autore di un furto. La parte relativa alla mantica con il setaccio recita così:

Sul furto. Prendi un setaccio. Prendi un setaccio e conficcaci in mezzo un fuso. Quindi infila un altro fuso e fai tenere il secondo con le dita contro un altro e chiama dentro tutti quelli che tu sospetti di furto e pronuncia l’incantesimo verso di loro: “chi ha rubato questo è qui dentro”. L’altro dica: “egli non è”. Pronunciare le parole per tre volte, poi dì: “Dio, ora afferra il vero colpevole”. E metti del sale sul setaccio, nel nome del Padre, nel nome del Figlio e nel nome dello Spirito santo, nel nome di tutti i Santi, nel nome della Santa Croce. E pronuncia quindi queste parole a forma di croce.” (seguono nel testo sei simboli di croce e parole illegibili in corrispondenza delle croci sovrascritte) [7]

Della divinazione con il setaccio fa cenno il filosofo cinquecentesco Pomponazzi nel suo De incantationibus [8](un’opera che si distacca dalla letteratura di stampo inquisitoriale in voga nel periodo e che propone una spiegazione fisica della magia).

Una descrizione dettagliata dell’utilizzo del setaccio in ambito magico-oracolare si trova in un’opera attribuita all’esoterista, mago e alchimista cinquecentesco Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim:

Modo di conoscere il nome delle persone colpevoli di qualche delitto occulto, con il mezzo d’un setaccio.

Si mette un crivello da farina in equilibrio sopra una tenaglia, che si prende con due dita; poi si pronunzia il nome delle persone sospette di furto, o di qualche delitto occulto, e si giudica colpevole quella al cui nome il crivello gira e trema. In luogo del crivello, si mette pure (poiché queste divinazioni si praticano tuttora) un setaccio sopra un perno. Per conoscere l’autore di un latrocinio si chiamano per nome le persone sospette, e lo setaccio gira quando si proferisce il nome del ladro.

Con un altro metodo, si fa così. Prendi un setaccio e sospendilo a un tratto di corda con la quale è stato impiccato un uomo, fissando la corda tutto intorno al setaccio. Sul setaccio scrivi col sangue, nelle Quattro direzioni del mondo, questi caratteri: “Hels, Hels, Hels”. Dopo di ciò, prendi un bacile d’ottone perfettamente pulito e riempilo d’acqua di fonte. Quindi pronunzia queste parole: “Dies mie Jeschet Bene done fet Donnima Metemauz”.

Fai ruotare il setaccio appeso alla corda con la mano sinistra, mentre con la destra muoverai l’acqua del bacile in direzione opposta alla direzione del setaccio, agitandola con un rametto d’alloro. Quando l’acqua si sarà fermata e il setaccio non ruoterà più, osserva fissamente l’acqua e vi vedrai apparire l’aspetto di chi ha commesso il furto. Per poterlo riconoscere più facilmente, fai un segno in una parte del suo volto con la bacchetta del comando: perchè quel segno che tu hai tracciato sull’acqua lo ritroverai sulla persona”.  [9]

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Un riferimento alla divinazione con il setaccio appare anche in un’opera di Pietro Aretino: due donne parlano di divinazioni e sortilegi, e l’una dice all’ altra :

… ti insegnerò quello dei paternostri, la malia dell’uovo, e fino a la staccia da cernere la farina, ne la quale si ficca le forbici, con lo scongiuro del san Pietro e del san Pavolo…[10]

Il frate Francesco Maria Guaccio (noto anche come Guazzo o Guaccius), nel suo Compendium maleficarum, un manuale di demonologia e stregoneria edito nel 1608, tratta espressamente e dettagliatamente della coscinomanzia indicandola come pratica di magia divinatoria molto diffusa per individuare ladri o ritrovare oggetti rubati o smarriti, ma anche per praticare sortilegi ad amorem”. [11]

compendium maleficarum

Da un’opera ottocentesca sugli usi degli antichi greci si legge:

“Κοσκινομαντεια, si faceva col mezzo di un un crivello, e si impiegava ordinariamente per iscovrire i ladri, locchè si faceva nel seguente modo. Si attaccava il crivello ad un filo, che lo tenea sospeso o anche si ponevano un paio di forbici, che si tenevano con due dita. Si pregavano in seguito gli dei a volerli bene rischiarare, e si ripetevano i nomi delle persone sospette; e quegli al cui nome il crivello si moveva, o si voltava, si supponeva che fosse il ladro[12]

Una descrizione simile si ritrova in un’opera di fine ‘700, con la specifica dell’impiego di una orazione che accompagna la procedura:

Sospeso il crivello, dopo essersi recitata una formola di parole, si prendea tra due dita solamente e si replicavano i nomi delle parti sospette, e in quel mentre il crivello correa, tremava, o si scuoteva, quello si reputava colpevole del delitto che si questionava[13]

Negli atti relativi ai processi per stregoneria del Tribunale del Santo Officio di Oria è presente una descrizione particolareggiata della pratica del “sutazzu” o “furnaru”:

“Si pigli un fornaro ed in mezzo di dietro detto fornaro si mettano cinque croci con un paio di forbici s’aggiustino al centro di detto fornaro e si dichino le seguenti parole: per intercessionem S.S. Petri et Pauli et S. Antonij Abati ti priego di dirmi la novità, in difetto ti lego siccome S. Giovanni legò l’agnello, e ciò detto se detto fornaro si moverà, era segno di si, se non si moverà è segno di no, e poi si leghi la detta forbice con una fettuccia negra e se si moverà dentro solo detto fornaro era segno di sì, se non, di no.” [14]

Una versione molto rimaneggiata dell’orazione sopra detta, ma con contenuti simili (è presente sempre S. Pietro, insieme a un indecifrabile “San Bò”) la raccolgo di recente in Sava, recitatami da Gabriella Lorusso:

“San Piè, San Bò… timmi sutazzu mia, timmi tutta la verità…”

Questa pratica oracolare difatti è ancora in uso in diversi paesi del Salento, nell’ambito delle credenze tramandate dalla antica cultura contadina. Si tratta, come per altre pratiche trasmesse nell’ambito di un complesso di credenze legate al masciarismo,[15] di saperi esoterici derivati da un paganesimo persistente e che si è adattato, nel tempo, ai mutamenti religiosi nell’ambito del credo collettivo. Per questo motivo, le procedure e le “formule” sono state cristianizzate, ovvero contaminate da elementi della religiosità dominante. Anticamente si credeva che fosse un demone a provocare il movimento del setaccio, e tale demone era invocato da una frase segreta e pronunciata a voce bassa: il demone, insieme alle divinità pagane preposte agli oracoli, e la relativa orazione, sono sostituiti dalle figure e dalle invocazioni dei santi cristiani (San Pietro, San Paolo, S. Antonio ecc.).

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La presenza dell’invocazione a S. Pietro e Paolo è una costante in tutta Italia (abbiamo già visto che è citata anche dall’ Aretino) e si ritrova ad esempio, con diverse testimonianze pervenuteci dai processi inquisitori, in Friuli:

Feci girar il tamiso sospeso da un per di forbice, e quello Pietro con un dito sosteneva la forbice et io dicevo: «Per san Pietro e per san Paolo che il tale m’ha rubbato i cola- ri» […]).[16]

Un’altra variante della “formula” pervenutaci dal Friuli è:

Per S. Pietro e per S. Paolo, se i soldi sono qua, va intorno a... “[17] .

Numerosi sono in questa regione gli atti relativi a processi per uso del “tamiso”.[18] Nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Udine sono conservati diversi atti inerenti processi inquisitori in cui appare l’uso del setaccio : Processo per uso di cibi proibiti, bestemmie e per aver sperimentato il sortilegio del “tamiso” contro Giovanni Gastaldis da Buia, Sec. XVII (1659); Processo per il sortilegio del “tamiso” contro Aurora Brunelleschi abitante a Buttrio, Sec. XVII (1655) ; Processo per il sortilegio del “tamiso” contro Giacoma di Chions, Sec. XVI (1599). [19] Anche nell’inquisizione veneta, si ritrovano processi e condanne per l’uso magico del setaccio, come nel caso di tal Frà Facondo (1705) che “aveva insegnato il sortilegio del tamiso (staccio) per trovare le cose perdute”.[20]

La mantica del setaccio si ritrova in Lombardia tra le tradizioni del bresciano (fa balà el creel, fai ballare il crivello) [21] e in un passo del Faust di Goethe (nel quale si propone una ulteriore variante delle pratiche su descritte: il setaccio viene sempre usato come strumento divinatorio per conoscere l’autore di un furto, ma è utilizzato come una sorta di filtro attraverso cui guardare):

Mefistofele: A che serve questo staccio? Il Gatto Mammone (staccandolo dal muro): Se tu fossi un ladro, ti potrei conoscer subito. Corre dalla Gatta Mammona e la fa guardare attraverso lo staccio Guarda nello staccio! Il ladro lo conosci e non puoi dirne il nome?[22]

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Diverse sono le interpretazioni legate ai setacci con i quali si faceva ritrarre la regina Elisabetta I d’ Inghilterra: alcuni lo hanno voluto identificare come simbolo della castità, altri hanno evidenziato l’intento esoterico della regina, notoriamente dedita alla magia,[23]descrivendo l’immagine come simboleggiante la raccolta dell’intelligenza delle menti degli uomini attraverso il vaglio.[24] Essendo tuttavia addentrata la regina nell’ambito delle pratiche occulte, è verosimile che si dedicasse anche ad applicazioni di magia pratica e dunque al rituale divinatorio del setaccio.

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In ambito simbolico, il setaccio, presente anche nel sistema geroglifico egizio con il significato di un mezzo che permette di ottenere la selezione di forze convenienti, è interpretato anche come lavoro alchemico di vaglio, depurazione, perfezionamento e realizzazione. [25]

 

Note

[1]        Valentino Roiatti, Il lato magico del setaccio, IL FRIULI (website), 2006 http://www.ilfriuli.it/articolo/archivio/il_lato_magico_del_setaccio/29/81654

[2]            Salvatore Costanza, La divinazione greco-romana: dizionario delle mantiche : metodi, testi e protagonisti Forum Ed., 2009, pag. 70; AA.VV., Dizionario Larousse della civiltà greca, Gremese Ed., 2007, pag. 82

[3]    Cit. in Folklore antico e moderno

[4]    Teocrito, Idilli, III, v. 31

[5]    Luciano di Samosata, Opere, XXXI “Alessandro, o il falso profeta” (Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini, vol. secondo, pag. 82, Liberliber)

[6]    Filostrato Vita di Apollonio 6,11

[7]            Eleonora Cianci, De furtu. Il più antico incantesimo di area tedesca per riconoscere il ladro: eredità e contesto culturale in: Itinerari 4, 2014, pp. 213-214

[8]    Luca Cremonesi, la filosofia della natura nel De incantationibus di Pietro Pomponazzi Gilgamesh Edizioni, 2012

[9]    Jorg Sabellicus (a cura di): E.C. Agrippa Il secondo libro del comando o l’arte di evocare gli spiriti, Edizioni Mediterranee, Roma, 2007

[10]  Pietro Aretino, Sei giornate, Ragionamento della Nanna e della Antonia, Giornata Terza, 1534

[11]  Francesco Maria Guaccio, Compendium maleficarum, Milano, 1608

[12]  John Robinson, Antichità greche ovvero quadro de’ costumi, usi, ed istituzioni de’ greci trad. ital. a cura di Gaetano Maria Monforte, Tip. Porcelli, Napoli, 1823, pp. 119-120

[13]  Giuseppe Maria Secondo, Ciclopedia ovvero Dizionario Universale delle Arti e delle Scienze, Tomo III, Napoli, 1748, pag. 188

[14]  Atti Curia di Oria, Denuncia di Giovanni Greco contro A. Galante e M. Farina, cit. da M.A. Epifani, Stregatura, pag. 76

[15]  Gianfranco Mele, Elementi di magia popolare nel mondo contadino del Salento e della Puglia https://www.academia.edu/13789091/ELEMENTI_DI_MAGIA_POPOLARE_NEL_MONDO_CONTADINO_DEL_SALENTO_E_DELLA_PUGLIA

[16]  Dario Visintin, L’attività dell’inquisitore fra Giulio Missini in Friuli, 1645-1653: l’efficienza della normalità, Università di Trieste, 2008, pag. 100

[17]          A.A.V.V., Lares, Vol. 35-36, L. Olschki Ed., 1969, pag. 349

[18]  Cfr. Benvenuto Castellarin, I Processi dell’Inquisizione nella Bassa Friulana: 1568-1781, la Bassa Ed., 1997, pag. 326 ; A.A.V.V. Atti: Classe di scienze morali, lettere ed arti, Volume 161, l’ Istituto, 2003, pag. 139

[19]  Archivio Curia Arcivescovile di Udine, Elenco processi inquisizione, http://www.torviscosa.org/Elenco-processi-inquisizione.53.0.html

[20]  Vincenzo Bellandi, Documenti e aneddoti di storia veneziana tratti dall’ archivi de’ frari, Firenze, Libraio Editore, 1902

[21]          Leonardo Urbinati, Fa’ bala el creel… ovvero l’antica arte magica della coschinomanzia, «Civiltà bresciana» (1992) 4,4, pp. 67-74

[22]          J. W. Goethe, Faust. Introduzione, traduzione e note a cura di Franco Fortini. Mondadori, Milano 1994, I, 2416-2421, pp. 199-200

[23]          Gli interessi di Elisabetta per la magia e l’occultismo sono noti anche attraverso la figura di John Dee, astronomo, matematico, mago e negromante, che fu suo consigliere e personaggio cardine del suo regno. Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/John_Dee

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[24]  http://www.storiamito.it/elisabettaI_magia.asp

[25]  Jean EduardoCirlot, Il Libro dei Simboli, Armenia, 2004, pp. 397-398

L’opulenza tentatrice della macchia d’Arneo

SALENTO FINE OTTOCENTO

 L’OPULENZA TENTATRICE DELLA MACCHIA D’ARNEO

e l’ammirevole industriosità degli uomini salentini

 

L’OSSE SARTARIEDDHRE

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Inoltrandosi nella macchia d’Arneo, i contadini correvano il rischio di soggiacere a una contaminazione di libertà preistoriche, poiché nel sollecito allettante di quella natura primordiale, irruente nella sua proliferazione e così opulenta nella spontaneità dell’offerta, ognuno si sentiva novello Adamo in un lembo di Eden e quasi per un processo logico di immedesimazione era spinto ad affermare un suo diritto non soltanto sul mondo vegetale ma anche sulle presenze animali che lo circondavano. Mettere nel sacco insieme ai pampasciùni (vampagioli) anche l’inerme leprotto scoperto nella tana era un impulso irresistibile, anche perché in quel momento si scaricava tutto un complesso di privazioni e negazioni quotidiane, facendo sì che l’appropriazione, in sé stessa occasionale, assurgesse a referente convenzionale di una ribellione dalle assonanze ataviche. Di fronte a tutto quel ben di Dio che sembrava ribadire il concetto di una provvidenza destinata a tutti indiscriminatamente, più netto balzava il contrasto della sofferta miseria, e l’avidità che ne scaturiva la si doveva tanto all’inventario dei bisogni privati quanto alla mortificazione di una coscienza collettiva.

Come potevano i contadini, che mangiavano la carne solo nelle feste comandate – peraltro riducibili a Natale, Pasqua, Carnevale, San Martino e la ricorrenza del Santo patrono -, rimanere indifferenti di fronte allo sbucare ti nna milògna (di un tasso), la cui carne aveva sapore di porcellino lattante? La conflittualità fra lecito e proibito veniva naturalmente a cadere, assorbita da quel momento di fortuna che, se pure prefigurato nel desiderio, nasceva ugualmente inaspettato e quindi assumeva i contorni superstiziosi di una predestinazione. Né suonava improprio o esagerato pensarla in tali termini, giacché tornare a casa con una lepre, un coniglio selvatico, un tasso, un istrice, o sia pure semplicemente un riccio, equivaleva non soltanto a celebrare una festa fuori calendario, ma anche ad assicurarsi un provento extra: al di là dello scialo familiare, permesso e costituito dalla carne, di ogni preda, per povera che fosse, l’industriosità contadina ricavava un qualche profitto, sia in termini prettamente commerciali, sia come elementi idonei a

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