Imparare a potare gli ulivi. Farlo bene, in un corso

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

di Francesco Specchia

E’ molto importante il ruolo che esercita la potatura in un processo produttivo che punta alla qualità delle produzioni. Si parla tanto di emergenza, in questi ultimi mesi, ma si sta trascurando il fatto che nella coltivazione di una pianta così complessa come l’olivo sia indispensabile, oltre che fondamentale, che tutto proceda per il meglio, senza mai trascurare nulla, perché anche il minimo particolare contribuisce di fatto a fare la differenza. Un albero si ammala se non riceve le necessarie cure. Un albero non produce come dovrebbe se a mancare è anche una qualità e puntualità degli interventi colturali. Ci vuole professionalità: l’olivo, anche se pianta rustica e di facile adattamento, la richiede.

La potatura è tra le pratiche colturali più urgenti e necessarie. Un oliveto non curato porta con sé i segni nelle olivagioni e non ci si può certamente lamentare del calo di produzione. A volte possono esserci esiti anche disastrosi. L’incuria è il grande nemico. L’assenza di attenzioni nei confronti della pianta, ma anche l’esercizio di una potatura condotta in modo approssimativo, se non addirittura in maniera errata, condiziona inevitabilmente il futuro agronomico della stessa pianta.

Potare, dunque, è importante, ma farlo costantemente è giocoforza inevitabile. Non basta, tuttavia: occorre farlo anche bene, giacché non tutti i potatori sono in grado di garantire buoni risultati. Nasce proprio da questa esigenza, e con tali intenzioni, il corso di potatura dell’olivo organizzato dal centro culturale Casa dell’Olivo, giunto, con il 2015, alla sua quarta edizione.

Il corso è rivolto non soltanto a chi non conosce la materia e vuole iniziare a intraprendere un percorso conoscitivo di formazione, ma anche, se non soprattutto, a coloro che pensano di sapere tutto ma poi ignorano le evoluzioni di tale pratica colturale, in una visione d’insieme che tragga opportuna ispirazione da esperienze professionali nuove, ispirandosi nel contempo a una visione altrettanto nuova dell’olivicoltura, sempre nel pieno rispetto delle esigenze più necessarie e urgenti che la pianta dell’olivo volta per volta va manifestando.

La potatura, dopo la raccolta delle olive, è la pratica più onerosa. La grande questione centrale poggia oggi su un interrogativo sul quale è bene riflettere: è possibile concepire delle innovazioni anche in termini di una riduzione dei costi? E con quali esiti?

 

ISCRIZIONE AL CORSO: direzione@casadellolivo.it – segreteria@casadellolivo.it

 

Programma IV edizione

CORSO INTENSIVO DI POTATURA DELL’OLIVO E TECNICHE COLTURALI

25 – 28 marzo 2015

 

DOCENTI DEL CORSO

Salvatore Camposeo, Dipartimento di Scienze agro-ambientali e territoriali della Università degli studi Aldo Moro di Bari

Francesco Caricato, direttore centro culturale Casa dell’Olivo

Pardo Di Tommaso, esperto di potatura

Enrico Maria Lodolini, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali della Università Politecnica delle Marche

Davide Neri, Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali della Università Politecnica delle Marche

 

SEDI DEL CORSO

Casa dell’Olivo, piazza del Popolo 1, San Pietro in Lama (Lecce)

Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”, via San Pietro in Lama, s. n., Lecce

 

Mercoledì 25 marzo 2015

Sede: Casa dell’Olivo

Ore 14.30 – 15.00 – Registrazione dei partecipanti

Ore 15.00 – 17.00 – Lezione teorica su caratteristiche dell’olivo ed eco-fisiologia radicale (NERI)

Ore 17.00 – 18.15 – Lezione teorica su basi biologiche della potatura dell’olivo, con particolare riferimento agli areali olivicoli pugliesi: ciclo vegetativo e riproduttivo (CAMPOSEO)

Ore 18.15 – 19.30 – Lezione teorica su tecnica di potatura dell’olivo in allevamento, produzione e riforma/ricostruzione (LODOLINI)

 

Giovedì 26 marzo 2015

Sede: Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”

Ore 09.00 – 13.00Lezione tecnico-pratica di potatura agevolata su alberi monumentali (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI, DI TOMMASO, CARICATO)

Pausa pranzo

Ore 14.00 – 17.00Esercitazione di potatura agevolata su alberi monumentali (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI, DI TOMMASO, CARICATO)

Ore 17.30 – 19.30Lezione teorica

Sede: Casa dell’Olivo

Sostenibilità ambientale ed economica dell’olivicoltura meridionale. Gestione del suolo, concimazione, irrigazione. Interventi agronomici a difesa del disseccamento rapido dell’olivo (CO.di R.O.) (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI)

 

Venerdì 27 marzo 2015

Ore 09.00 – 11.00– Lezione pratica in campo

Sede: Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”

Lezione teorico-pratica di potatura su impianti tradizionali ed intensivi

Ore 11.00 – 13.00– Esercitazione pratica di potatura

Sede: Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”

Esercitazione pratica di potatura su impianti tradizionali ed intensivi (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI, DI TOMMASO, CARICATO)

Pausa pranzo

Ore 15.30 – 17.00– Esame valutativo

Sede: Casa dell’Olivo

Prova valutativa scritta valida per il conseguimento dei titoli formativi (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI, DI TOMMASO, CARICATO)

Ore 17.30 – 19.00– Programmazione

Sede: Casa dell’Olivo

Programmazione e descrizione delle modalità di esecuzione delle prove in campo per il conseguimento del titolo abilitativo e l’accredito dei titoli formativi.

 

Sabato 28 marzo 2015

Ore – 09.00 – 11.00Esame valutativo

Sede: Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”

Prova valutativa tecnico-pratica valida per il conseguimento dei titoli formativi (NERI, CAMPOSEO, LODOLINI, DI TOMMASO, CARICATO)

Ore 11.00 – 13.00– Prove in campo con piattaforme aeree semoventi, omologate per spostamenti in quota con attrezzature per la potatura: elettriche, pneumatiche e idrauliche tali da garantire la sicurezza dell’operatore durante le fasi lavorative.

Sede: Istituto di istruzione secondaria superiore “Giovanni Presta – Columella”

I corsisti potranno impiegare le attrezzature messe a disposizione delle aziende espositrici.

Pausa pranzo

Ore 14.30– Consegna degli attestati di partecipazione e dei titoli formativi

Sede: Casa dell’Olivo

Saluti delle autorità presenti

Presentazione dei volumi: Atlante degli oli italiani, di Luigi Caricato, edizione Mondadori; Succo di olive. Guida ragionata alla conoscenza degli oli, dalla produzione al consumo consapevole, autori vari, a cura di Luigi Caricato, Stefano Cerni, Lorenzo Cerretani, Giovanni Lercker, edizione Olio Officina

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE

E’ previsto un contributo di partecipazione al corso di 200,00 euro Iva inclusa. Tale quota comprende:

–         Lezioni teoriche come da programma

–         Lezioni pratiche come da programma

–         Quattro pranzi

–         Materiale didattico

–         Copia del calendario dell’olio 2015

–         Attestato di partecipazione

–         Sconto del 30% sull’acquisto di alcuni libri

 

INFO E ISCRIZIONE AL CORSO

Scrivere a: direzione@casadellolivo.it – segreteria@casadellolivo.it

Ulisse e l’ulivo

di Armando Polito

Esordisco con miei complimenti all’autore del recente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/29/olio-e-imbonitori/) per lo splendido scritto che, seppur datato, non avevo avuto ancora occasione di leggere, nonostante mi ritenga un topo di rete … non fognaria.

Mi permetto, però, di muovere un solo rilievo all’affermazione “sempre dall’ulivo viene l’arco con cui il re d’Itaca compie la Nemesi verso i Proci”.

Conosco molto bene il legno d’ulivo per averlo lavorato, anche al tornio, prima che la passione per l’informatica prendesse definitivamente il posto di quell’hobby (perciò, non fatevi illusioni: non si accettano ordinazioni …). Si tratta di un legno durissimo ed assolutamente non flessibile, quasi come l’acciaio: si spezza ma non si piega. Tra tutti i tipi di legno credo che sia il più vivo, nel senso che è sensibile all’ambiente e non è raro veder comparire nei manufatti, di qualsiasi dimensione, delle crepature (segno che la stagionatura, in un certo senso la morte, non giunge mai a compimento) anche a distanza di parecchi decenni.

La serie di foto che segue vuole essere la dimostrazione che non racconto balle e la rozzezza degli oggetti lo dimostra. Non accampo giustificazioni per quest’ultima ma faccio presente che si tratta di lavori realizzati con un tornio da cavernicolo: su un panchetto di legno abbastanza pesante era fissato un binario sul quale era stato saldata ad un’estremità quella che aveva la pretesa di essere la testa (un pezzo di ferro dentellato); sul binario poi scorreva la contropunta e perpendicolarmente era stato saldato un altro binario su cui scorreva un supporto regolabile sul quale tener fermo lo scalpello nel corso del lavoro. La testa era collegata con una cinghia ad un motore sottratto al ventre di una lavatrice in attesa di rottamazione. A ripensarci mi chiedo come per tanti anni sia riuscito non solo a sopravvivere ma anche a non procurarmi alcun danno con quell’aggeggio infernale.

Comincio con una foto d’insieme di alcuni oggetti collocati (poteva essere diversamente?) su un tavolo il cui piano è costituito da un unico pezzo di olivo (per poterlo ridurre nelle condizioni in cui è ho distrutto tre trapani e due levigatrici e consumato un numero imprecisabile di mascherine …).

Presento ora in dettaglio qualche oggetto più significativo. Comincio con due contenitori.

Proseguo con gli immancabili mortai. Questo avrebbe fatto comodo a Polifemo …

… questi altri sono più a misura d’uomo …

… una cornice, certamente indegna della bellezza della donna in foto …

… una specie di scultura (?) morta …

… un uovo, come quello usato dalle nostre nonne per rammendare i calzini (se continua la situazione economica attuale, quasi quasi mi rimetto a fabbricarli, questa volta in serie) …

… uno dei tanti modelli di pipa; parecchie le ho usate prima di passare ai sigari.

Per quanto osservato posso affermare senza rischio di essere smentito che anche oggi un arco ricavato dall’ulivo (anche con una struttura multistrato) potrebbe essere solo un bell’oggetto di arredamento. Per quello che può interessare: quando esercitavo quell’hobby (sto parlando di più di trent’anni fa …) mi costruii pure (questa volta solo usando sega, seghetto, trapano e levigatrice) una racchetta da pingpong, grazie alla quale (mi ero studiato ben bene, però, le reazioni della pallina nell’impatto con quel tipo di legno) per qualche anno non ce ne fu per nessuno (e nessuno, naturalmente era in grado di usarla con la stessa efficacia; insomma, un Ulisse del pingpong … poi subentrò l’artrosi e cominciò l’odissea …). Ecco l’immagine di quella che avevo battezzato micidial ’81 (come si legge nel dritto … manco fosse una moneta), personalizzandola con ulteriori scritte in cui spicca per modestia optima optimo (la migliore per il migliore). So già cosa state pensando: la locuzione è ellittica di qualcosa e va ricostruita così: la migliore (racch[i]etta) per il migliore (scorfano).

Tra una racchetta da pingpong ed un arco corre, però, una bella differenza.  Ma c’è di più: se è ipotizzabile che nell’antichità gli archi potessero essere di legno (ma non d’ulivo), l’arco di Ulisse non lascia adito a dubbi. Ecco come Omero descrive i preliminari, non meno importanti dell’atto che l’eroe si appresta a compiere (naturalmente la strage dei Proci …, che vi aspettavate con quei preliminari e il successivo atto?): “Prima guarda bene se è integro, poi lo passa attentamente sul fuoco e infine monta la corda”. Queste parole ci fanno inequivocabilmente capire che l’arco di Ulisse era di corno, il materiale di regola usato, oltre al legno, nella fabbricazione degli archi, ma che, a differenza di questo, andava preventivamente riscaldato in quanto la cheratina da cui è composto in tal modo si ammorbidisce e lo rende flessibile. Con questo trucchetto Ulisse fottè i Proci, che, nel tentativo di tenderlo a freddo, si ritrovarono tutti con una bella ernia e subito dopo vittime dei missili e dell’operazione chirurgica (la sua autentica, non fasulla e propagandistica in stile americano …) dell’eroe di Itaca.

Comunque, se l’arco esce di scena, ci sono due nuove entrate, sempre riferite all’eroe omerico e sempre dall’Odissea:

1) V, 474-487:  Ulisse trova riparo nella cavità di due olivi (di cui uno selvatico) insieme intrecciati a formare quasi un unico corpo.1

Immagine tratta da http://www.barinedita.it/inchieste/n513-ulivi-secolari-a-rischio--la-regione-vuole-modificare-la-legge-che-li-tutela
Immagine tratta da http://www.barinedita.it/inchieste/n513-ulivi-secolari-a-rischio–la-regione-vuole-modificare-la-legge-che-li-tutela

2) IX, 319-330: di ulivo è il tronco divelto da Polifemo per farsene un bastone, lasciato a stagionare nella caverna e utilizzato da Ulisse per accecarlo (quello che per Polifemo doveva essere uno strumento per far fronte all’artrosi diventa la causa di un male ben peggiore …).2

Gruppo frammentario rinvenuto nel 1957 nella caverna che fungeva da stanza da pranzo estiva nella villa di Tiberio a Sperlonga, conservato nel locale museo. Immagine tratta da http://www.ettorehippodamos.com/sites/ettorehippodamos.com/files/Odiseo%20y%20Polifemo.jpg

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1 Ὣς ἄρα οἱ φρονέοντι δοάσσατο κέρδιον εἶναι/βῆ ῥ᾽ ἴμεν εἰς ὕλην· τὴν δὲ σχεδὸν ὕδατος εὗρεν/ἐν περιφαινομένῳ· δοιοὺς δ᾽ ἄρ᾽ ὑπήλυθε θάμνους,/ἐξ ὁμόθεν πεφυῶτας, ὁ μὲν φυλίης, ὁ δ᾽ ἐλαίης./Τοὺς μὲν ἄρ᾽ οὔτ᾽ ἀνέμων διάη μένος ὑγρὸν ἀέντων,/οὔτε ποτ᾽ ἠέλιος φαέθων ἀκτῖσιν ἔβαλλεν,/οὔτ᾽ ὄμβρος περάασκε διαμπερές· ὣς ἄρα πυκνοὶ/ἀλλήλοισιν ἔφυν ἐπαμοιβαδίς· οὓς ὑπ᾽ Ὀδυσσεὺς/δύσετ᾽.  Ἂφαρ δ᾽ εὐνὴν ἐπαμήσατο χερσὶ φίλῃσιν/εὐρεῖαν· φύλλων γὰρ ἔην χύσις ἤλιθα πολλή,/ὅσσον τ᾽ ἠὲ δύω ἠὲ τρεῖς ἄνδρας ἔρυσθαι/ὥρῃ χειμερίῃ, εἰ καὶ μάλα περ χαλεπαίνοι. Τὴν μὲν ἰδὼν γήθησε πολύτλας δῖος Ὀδυσσεύς,/ἐν δ᾽ ἄρα μέσσῃ λέκτο, χύσιν δ᾽ ἐπεχεύατο φύλλων.Ὡς δ᾽ ὅτε τις δαλὸν σποδιῇ ἐνέκρυψε μελαίνῃ/ἀγροῦ ἐπ᾽ ἐσχατιῆς, ᾧ μὴ πάρα γείτονες ἄλλοι,/σπέρμα πυρὸς σώζων, ἵνα μή ποθεν ἄλλοθεν αὔοι,/ὣς Ὀδυσεὺς φύλλοισι καλύψατο (Mentre a lui che pensava era in dubbio che cosa fosse più conveniente, capitò di andare verso la selva; la trovò vicino all’acqua in un luogo splendido; si nascose sotto due arboscelli nati insieme, uno di ulivo selvatico, l’altro di ulivo domestico. Dentro di loro non soffiò forza di venti spiranti umidità né mai lo splendente sole li battè con i suoi raggi, né pioggia battente vi penetrò, così  reciprocamente intrecciarti erano cresciuti. Sotto di loro entrò Odisseo. Subito con le proprie mani si preparò un comodo giaciglio; infatti c’era uno strato di foglie smisuratamente spesso tanto da coprire due o tre uomini nella stagione invernale, anche se fosse stata estremamente rigida. Vedendo le foglie si rallegròil tanto sofferente divino Odisseo, si distese dunque nel mezzo e si sparse addosso uno strato di foglie. Come talvolta uno in isolata campagna, in cui non vi sono altri vicini,  nascose un tizzone sotto la nera cenere salvando il seme del fuoco per non attizzarlo da qualche altro luogo, così Odisseo si nascose sotto le foglie).

2 Κύκλωπος γὰρ ἔκειτο μέγα ῥόπαλον παρὰ σηκῷ,/χλωρὸν ἐλαίνεον· τὸ μὲν ἔκταμεν, ὄφρα φοροίη/αὐανθέν. Τὸ μὲν ἄμμες ἐίσκομεν εἰσορόωντες/ὅσσον θ᾽ἱστὸν νηὸς ἐεικοσόροιο μελαίνης,/φορτίδος εὐρείης, ἥ τ᾽ ἐκπεράᾳ μέγα λαῖτμα·/τόσσον ἔην μῆκος, τόσσον πάχος εἰσοράασθαι./Τοῦ μὲν ὅσον τ᾽ ὄργυιαν ἐγὼν ἀπέκοψα παραστὰς/καὶ παρέθηχ᾽ ἑτάροισιν, ἀποξῦναι δ᾽ ἐκέλευσα·/οἱ δ᾽ ὁμαλὸν ποίησαν, ἐγὼ δ᾽ ἐθόωσα παραστὰς/ἄκρον, ἄφαρ δὲ λαβὼν ἐπυράκτεον ἐν πυρὶ κηλέῳ/καὶ τὸ μὲν εὖ κατέθηκα κατακρύψας ὑπὸ κόπρῳ,/ἥ ῥα κατὰ σπείους κέχυτο μεγάλ᾽ ἤλιθα πολλή. (Nella spelonca del Ciclope giaceva un grande bastone verde, di ulivo; l’aveva tagliato perché fosse usato una volta secco. Guardandolo ci sembrò come albero di nera, grande nave mercantile a venti remi, che solca il vasto mare, tanta era a guardarsi la grossezza, tanto lo spessore. Avvicinatomi ne tagliai quanto due braccia aperte, la passai ai compagni e ordinai loro di pulirla; essi lo resero uniforme, io accostatomi appuntii l’estremità, subito poi afferratolo lo temprai nel fuoco ardente e lo nascosi accuratamente sotto il letame che giaceva abbondante nella spelonca).

 

 

 

Quando l’ulivo è monumentale?

ph. http://www.frantoionline.it/

di Mimmo Ciccarese

 

La tutela degli alberi monumentali è legge dello Stato, è stata pubblicata con la G.U del 1 febbraio 2013, per la prima volta in Italia. I comuni dovranno censirli, documentarli e chi ne provoca l’abbattimento potrebbe essere sanzionato con ammende salate. Tali norme riguardano anche il verde urbano e prevedono l’istituzione della giornata degli alberi il 21 novembre. Già si contano in Italia circa 22.000 alberi notevoli tra cui 2.000 esemplari di grande interesse e 150 di eccezionale valore storico. È senza dubbio un passo di rilievo per lo sviluppo sostenibile delle città che comunque peccano ancora di riferimenti comuni sulla manutenzione degli spazi verdi urbani.  I sindaci, a cui si appella l’esplicita richiesta di consultare le giuste competenze di tecnici e appassionati, dovranno rendere noto alla fine del loro mandato il bilancio del verde. Tale regolamento convalida la bontà e la perseveranza  delle campagne ecologiche sostenute fino ad adesso, in favore del patrimonio arboreo e boschivo.

Con l’attuazione del protocollo di Kyoto e le politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la protezione del suolo si giunge ad evidenziare la monumentalità come fattore vitale. Con il rito della giornata degli alberi si vogliono interessare le scuole di concerto ai ministeri dell’Istruzione e delle Politiche agricole per promuovere iniziative in sostegno all’ecosistema, nel rispetto di tutte le specie vegetali. Modelli di educazione civica e ambientale senza dubbio forti e ricchi di volontà di cambiare gli attuali atteggiamenti d’indifferenza o d’imperizia amministrativa in tema di verde.

Allora cosa cambierà con tale legge per gli ulivi millenari e soprattutto adesso le domande diventano più che pertinenti!

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Cosa definisce la “monumentalità”?

C’è da riflettere sul David o la Pietà di Michelangelo, sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo o l’Urlo di E.Munch e poi associarli ad uno solo dei nostri ulivi; per quelli che un mio amico salentino mi ripete sempre: “se riesci a vedere un solo profilo su queste piante è troppo poco”.

Per la legge regionale del 2007 sulla “Tutela e Valorizzazione del paesaggio degli Ulivi della Puglia” si definisce il carattere di monumentalità quando la pianta possiede un’età plurisecolare. L’art.2 della legge, lo deduce dalla dimensione del tronco, che deve avere un diametro uguale o superiore a un metro misurato all’altezza di un metro e trenta dal suolo; nel caso di alberi con tronco “frammentato” il diametro è quello complessivo ottenuto ricostruendo la forma teorica del tronco intero.

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Avete mai provato a misurare un albero d’olivo millenario?

La monumentalità non è solo una questione di assi cartesiani! Saremmo certamente in grado di ricavarne grandezze come altezza o circonferenza, quando un fusto è regolare o la sua impalcatura non deriva da un innesto su olivastro. Quasi sicuramente potrebbero sfuggire tante altri variabili utili all’intenzione di valutarne monumentalità o perfino l’età di un albero, come quelle relative alla velocità d’accrescimento, all’incidenza della sua chioma, alla sua biomassa o alla sua produzione di CO2.

Se la purezza di queste valutazioni si traduce con una misura del tronco inferiore alle aspettative, si dovrebbe valutare anche il “carattere”.  “Il carattere di monumentalità può attribuirsi agli uliveti che presentano una percentuale minima del 60 per cento di piante monumentali all’interno dell’unità colturale, individuata nella relativa particella catastale”. Va bene porre un parametro per questa stima, ma si sa, il territorio pugliese, in particolare quello più meridionale è molto frazionato ed ancora intorpidito da incertezze sociali ed economiche.

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Ma  cosa s’intende per “unità colturale”?

L’azienda olivicola media ha pochi ettari e, in genere, ha differenti unità produttive sparse in più comuni; il rilevamento satellitare in tempi recenti ha rivalutato questo concetto e i ritocchi su questa materia potrebbero essere in itinere. Per queste sollecitazioni dovremmo solo rendere merito a migliaia di piccoli conduttori di piccoli unità secolari, che con amorevole dedizione tra tante difficoltà hanno tutelato questo patrimonio conoscendo solo le leggi della natura. Purtroppo, a questo proposito, va accentuato il riferimento all’uso dei pesticidi sotto chioma degli ulivi per la preparazione delle piazzole di raccolta. Per questo motivo, un sistema di tracciabilità di un olio proveniente da olivi secolari ben venga, ma che sia anche salutare; non è certo piacevole pensare alla tutela di un olivo senza considerare anche il suo agro-ecosistema, compreso quello delle aree protette.

 

La legge sulla Tutela degli ulivi accetta la monumentalità quando accerta il “valore storico-antropologico, quando sono citati o rappresentati in documenti o in rappresentazioni iconiche – storiche”.

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Quanti epiteti d’eccezione conoscete nel vostro agro?

Fortunatamente, d’immagini, ritratti e testimonianze ce ne sono a bizzeffe da accreditare e conservare un intero territorio, basterebbe solo consultare le antiche mappe medioevali. A differenza di altre regioni, dove gli olivi secolari sono rari, identificati e appellati, la Puglia possiede un patrimonio così esteso che non riesce neanche a marcare un’identità per ognuno di essi e comunque individuarli o mapparli è già un atto di tutela che ogni cittadino potrebbe assumere. Un censimento è difficile ma non impossibile se ci si avvale dei moderni mezzi di rilevamento e di tracciabilità disponibili. In Puglia il valore storico-antropologico ed emotivo oltrepassa qualsiasi valutazione tecnica o teorica.

 

Cosa definisce una forma teorica nel regolamento di Tutela degli ulivi?

La cosiddetta  forma teorica, infatti, può essere: spiralata, alveolare, cavata, con portamento a bandiera o con presenza di formazioni mammellonari tanto che qualcuno riesce a riconoscerne una faccia, un’espressione, una danza o addirittura una caricatura. Forse sarebbe il caso di consultare  una commissione di esperti d’arte per valutare la struttura scultorea dell’albero e magari anche di definire il suo limite spaziale ed estetico.  Per la “Tutela degli ulivi” una pianta è monumentale quando trovasi (localizzata) adiacente a “beni d’interesse storico-artistico, architettonico, archeologico riconosciuti ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137)”. Una regione come il Salento, con centinaia di migliaia di alberi secolari di respiro messapico dovrebbe essere rivalutata o meglio dettagliata. In questa terra non c’è uliveto secolare senza un menhir, un dolmen, un ipogeo o un’antica masseria.

L’adiacenza non specifica la distanza reale, anzi, in alcuni casi diventa paradossalmente un infelice anomalia per la stessa pianta. Basterebbe, quindi, riconoscere meglio il valore di questi ultimi per proteggere un solo ulivo e di chi vive della loro presenza.

 

Allora non sarebbe il caso di riassumere le nostre riflessioni su questo argomento?

L’ulivo secolare dovrebbe essere vissuto come un richiamo per chiunque voglia relazionare il proprio status creativo con il territorio. L’osservatore percepisce questa dimensione ecologica e naturale con lo stesso stupore con cui ammira un opera d’arte, s’incuriosisce e quota con interesse; quasi sempre ritorna ai piedi del suo albero più caro in segno di devozione e ringraziamento. Si dovrebbe dire monumentale anche quando si riconosce il suo valore simbolico ed ecologico; questa definizione avrebbe una considerevole valenza anche per i gruppi olivicoli più appassionati, quelli che per intenderci, sarebbero eticamente i veri custodi degli alberi secolari con cui adesso ogni comune dovrebbe relazionare. L’ulivo è stato da sempre portavoce di pace per i popoli del mediterraneo ed indubbiamente emblema di grazia e sacralità da millenni. Secondo il mito fu proprio Atena a ingentilire l’oleastro per farlo diventare simbolo di castità. Per i romani era il simbolo degli uomini illustri, per gli ebrei era simbolo di giustizia e sapienza, mentre per i cristiani è figura di rigenerazione e di riconciliazione della terra con il cielo tanto che il suo olio è ancora oggi usato nelle celebrazioni liturgiche.

 

L’Italia con l’art 9 della costituzione Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Lo Stato italiano demanda alle Regioni la tutela e la selezione delle aree protette, tra cui i monumenti naturali. La Legge quadro 394 del 1991, chiamata anche legge Moschini, al comma 8 dell’art. 2 recita: «la classificazione e l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali d’interesse generale e locale sono compiute dalle Regioni». Ai fini della presente legge costituiscono il patrimonio naturale, le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche, o gruppi di esse, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale. I territori nei quali siano presenti i valori di cui al comma 2, specie se vulnerabili, sono sottoposti ad uno speciale regime di tutela e di gestione, allo scopo di perseguire, in particolare, le seguenti finalità: a) “conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici”. b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali; c) promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili; d) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici. I territori sottoposti al regime di tutela e di gestione di cui al comma 3 costituiscono le aree naturali protette. In dette aree possono essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili.

Alla luce di tali regolamenti e dell’insieme di valori sarebbe importante considerare la regione Puglia come un enorme Parco degli Ulivi secolari, magari accompagnato da un valido disciplinare di produzione, in cui gli enti locali dovrebbero acquisire le prerogative e la volontà di farne parte integrante, come una sorta di debito etico nei confronti di una civiltà rurale ancora fondata sull’atavica passione per il suo patrimonio estremamente vulnerabile. Evidentemente c’è ancora molto da censire: si spera che questo impegno abbia la sua utilità.

 

Consigli per produrre olive di qualità

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di Antonio Bruno

 

Un buon vino è il risultato di un lavoro di un “dottore agronomo di campo” che sovrintende la produzione per ottenere un’uva di qualità che, una volta vendemmiata e portata in cantina, diviene materia di lavoro per un’altra figura professionale che è l’enologo che cura tutti i processi dalla consegna dell’uva fino a giungere ad ottenere un vino di qualità

Il Dottore Agronomo Carmelo Buttazzo afferma per ottenere un olio d’oliva di qualità ci si deve attenere a figure professionali specifiche che sovrintendono le varie fasi della produzione prima delle olive e poi dell’estrazione e conservazione dell’olio.

Il Dottore Agronomo “di campo” è colui a cui affidarsi per l’ottenimento di olive di qualità; questo professionista stabilisce cosa fare e quando farlo e lo comunica al produttore.

L’albero d’olivo, per esprimere attraverso il suo prodotto, e cioè il frutto delle olive, il massimo della qualità, deve essere ben  nutrito. Quale nutrimento e quanto darne è quello che stabilisce il Dottore Agronomo che deve valutare le caratteristiche del terreno su cui c’è l’albero di olivo, quante sostanze nutritive sono state già mangiate dall’albero per la produzione delle olive dell’anno  precedente e tante altre cose che sono il frutto della “sapienza” di anni e anni di prove e di tentativi fatti che producono quello che tutti chiamiamo l’esperienza. Lo stesso si deve occupare anche dell’equilibrio vegetativo della pianta di olivo dando disposizioni precise per i tagli da effettuare con le potature e di come farle per ridurre i costi della raccolta. Deve quindi garantire la sanità delle olive perché è lui il medico della terra che cura le piante di olivo, stabilendo quali, in che modo e quanti farmaci dare alle piante, facendo sempre attenzione all’andamento climatico ed al monitoraggio dell’infestazione dei parassiti. E’ il medico della terra, che rileva le malattie da batteri, funghi, insetti che mettono a rischio la sanità delle olive. In funzione di queste osservazioni e con la sua “sapienza” il Dottore Agronomo dell’oliveto decide quali medicine e in che quantità devono essere date agli olivi, decide il giorno in cui le olive devono essere raccolte per garantire la migliore qualità organolettica e salutistica del prodotto olio che si andrà ad estrarre.

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Già le olive! Ma quali olive? Sono quelle delle varietà che sono maggiormente presenti nel Salento leccese, prima fra tutte l’Ogliarola di Lecce e poi la Cellina di Nardò. Ma ci sono anche degli alberi di olivo di varietà di nuova introduzione come l’oliva di varietà leccino, la cima di Melfi, frantoio, carolea, nociara, picholine, coratina. Per tutte queste varietà il Dottore Agronomo deve decidere il giorno più opportuno per raccogliere le olive, tenendo a mente che il momento dell’invaiatura che si verifica quando l’oliva cambia di colore dal verde ad una colorazione finale che varia dal rosso porpora al nero è quello in cui vi è la massima concentrazione di sostanze aromatiche ed antiossidanti nel frutto.

In questa fase le olive sono molto ricche di alfa-tocoferolo  un nutriente vitaminico essenziale e vitale per l’uomo, un potente antiossidante liposolubile, presente in molti vegetali ma non nelle alte percentuali presenti nell’olio di oliva. Il tocoferolo è la vitamina E, ma poi ci sono altre sostanze aromatiche che insieme all’alfa tocoferolo sono prodotte dal frutto dell’oliva perché servono a difendere l’embrione (oleouropeina, tirosolo, beta carotene ecc.).

Buttazzo spiega la presenza di queste sostanze all’interno della drupa dell’olivo facendo un paragone con la mamma incinta, che protegge e nutre il suo nascituro con il sacco vitellino e la placenta, trasmettendogli tutte quelle sostanze immunitarie. La drupa con il suo mesocarpo, ricco di sostanze nutritive ed antiossidanti, protegge e nutre il suo embrione.

L’ alfa-tocoferolo  e gli antiossidanti in genere agiscono come kamikaze ovvero si autodistruggono per difendere le sostanze nutritive facilmente attaccabili dall’ossigeno (ossidabili) e che diventerebbero dei radicali liberi molto pericolosi per la salute dell’embrione ma anche dell’uomo.

Per avere un prodotto di qualità più volte il collega Buttazzo insiste sul concetto della sanità dell’oliva ed è per questo che affronta l’argomento di uno dei peggiori nemici dell’oliva ovvero la Mosca, detta anche mosca delle olive o mosca olearia (Bactrocera oleae Gmelin, 1790). Dovete sapere che è un insetto appartenente alla sottofamiglia dei Dacinae Munro, 1984 (Diptera Brachycera Schizophora Acalyptratae Tephritidae). È una specie carpofaga, che significa che si nutre dei frutti di olivo, ovvero delle olive; la larva della Mosca è una minatrice, infatti fa delle gallerie nella drupa dell’olivo. È l’avversità più grave a carico dell’olivo.

Quando la larva mangia la polpa per nutrirsi, produce un enzima liposolubile che è la lipasi. Questo enzima le serve per “digerire” i grassi producendo energia quindi questo enzima è pericolosissimo per il processo di acidificazione dell’olio contenuto nelle olive.

Sai cos’è l’enzima? E’ una proteina che accelera le velocità delle reazioni chimiche, dal composto A al composto B e viceversa.

Quindi se un’oliva ha dentro la larva della mosca, ha dentro anche la LIPASI, che è capace di effettuare l’idrolisi dei lipidi, trasformando i trigliceridi in glicerolo e in acidi grassi (acidità dell’olio).

ph Donato Santoro
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Buttazzo afferma senza paura di smentita che se un’oliva non è sana, quando effettueremo la spremitura per ottenere l’olio, noi ci porteremo nell’olio una acidità conclamata. Ma anche se così non fosse c’è sempre la possibilità di introdurre nell’olio la lipasi che attiverà il processo di acidificazione dell’olio nella fase di conservazione dello stesso.

Il collega Buttazzo infine evidenzia che questa carica lipasica è detta esogena, che significa che proviene dall’esterno dell’oliva, mentre non è da sottovalutare una piccola percentuale di lipasi che proviene dall’embrione dell’oliva e che viene detta endogena e serve all’embrione dell’oliva, per digerire i grassi che madre natura gli ha fornito nella polpa. Quindi, quando l’oliva è sana avremo sempre presente la lipasi endogena. Verso fine novembre – inizio dicembre abbiamo una percentuale di lipasi nell’oliva maggiore del 2% e si può stare certi che già l’olio che è all’interno dell’oliva è acido.

Se si vuole fare un oliva di qualità, ovvero sana, non si può raccogliere in questo periodo, bisogna farlo certamente prima. Ma quando? Quando lo stabilisce il Dottore Agronomo di oliveto!

Un altro pericolo per l’oliva e l’olio sono i processi ossidativi, protetti dagli antiossidanti descritti in precedenza, ma anche dalla clorofilla, un pigmento che colora l’olio di verde ma che poi come abbiamo visto all’invaiatura vira al rossastro.

La clorofilla rappresenta un antiossidante al buio, mentre è un pro ossidante in presenza di luce. Capite ora perché l’olio si conserva in bottiglie scure e in luoghi protetti dalla luce? Buttazzo ci rivela che lui protegge le sue bottiglie con la stagnola per impedire alla luce di entrare. Quindi puoi farlo anche tu, prendi la tua bottiglia e avvolgila nella stagnola.

Quando l’ulivo è monumentale?

ph. http://www.frantoionline.it/

di Mimmo Ciccarese

 

La tutela degli alberi monumentali è legge dello Stato, è stata pubblicata con la G.U del 1 febbraio 2013, per la prima volta in Italia. I comuni dovranno censirli, documentarli e chi ne provoca l’abbattimento potrebbe essere sanzionato con ammende salate. Tali norme riguardano anche il verde urbano e prevedono l’istituzione della giornata degli alberi il 21 novembre. Già si contano in Italia circa 22.000 alberi notevoli tra cui 2.000 esemplari di grande interesse e 150 di eccezionale valore storico. È senza dubbio un passo di rilievo per lo sviluppo sostenibile delle città che comunque peccano ancora di riferimenti comuni sulla manutenzione degli spazi verdi urbani.  I sindaci, a cui si appella l’esplicita richiesta di consultare le giuste competenze di tecnici e appassionati, dovranno rendere noto alla fine del loro mandato il bilancio del verde. Tale regolamento convalida la bontà e la perseveranza  delle campagne ecologiche sostenute fino ad adesso, in favore del patrimonio arboreo e boschivo.

Con l’attuazione del protocollo di Kyoto e le politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la protezione del suolo si giunge ad evidenziare la monumentalità come fattore vitale. Con il rito della giornata degli alberi si vogliono interessare le scuole di concerto ai ministeri dell’Istruzione e delle Politiche agricole per promuovere iniziative in sostegno all’ecosistema, nel rispetto di tutte le specie vegetali. Modelli di educazione civica e ambientale senza dubbio forti e ricchi di volontà di cambiare gli attuali atteggiamenti d’indifferenza o d’imperizia amministrativa in tema di verde.

Allora cosa cambierà con tale legge per gli ulivi millenari e soprattutto adesso le domande diventano più che pertinenti!

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Cosa definisce la “monumentalità”?

C’è da riflettere sul David o la Pietà di Michelangelo, sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo o l’Urlo di E.Munch e poi associarli ad uno solo dei nostri ulivi; per quelli che un mio amico salentino mi ripete sempre: “se riesci a vedere un solo profilo su queste piante è troppo poco”.

Per la legge regionale del 2007 sulla “Tutela e Valorizzazione del paesaggio degli Ulivi della Puglia” si definisce il carattere di monumentalità quando la pianta possiede un’età plurisecolare. L’art.2 della legge, lo deduce dalla dimensione del tronco, che deve avere un diametro uguale o superiore a un metro misurato all’altezza di un metro e trenta dal suolo; nel caso di alberi con tronco “frammentato” il diametro è quello complessivo ottenuto ricostruendo la forma teorica del tronco intero.

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Avete mai provato a misurare un albero d’olivo millenario?

La monumentalità non è solo una questione di assi cartesiani! Saremmo certamente in grado di ricavarne grandezze come altezza o circonferenza, quando un fusto è regolare o la sua impalcatura non deriva da un innesto su olivastro. Quasi sicuramente potrebbero sfuggire tante altri variabili utili all’intenzione di valutarne monumentalità o perfino l’età di un albero, come quelle relative alla velocità d’accrescimento, all’incidenza della sua chioma, alla sua biomassa o alla sua produzione di CO2.

Se la purezza di queste valutazioni si traduce con una misura del tronco inferiore alle aspettative, si dovrebbe valutare anche il “carattere”.  “Il carattere di monumentalità può attribuirsi agli uliveti che presentano una percentuale minima del 60 per cento di piante monumentali all’interno dell’unità colturale, individuata nella relativa particella catastale”. Va bene porre un parametro per questa stima, ma si sa, il territorio pugliese, in particolare quello più meridionale è molto frazionato ed ancora intorpidito da incertezze sociali ed economiche.

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Ma  cosa s’intende per “unità colturale”?

L’azienda olivicola media ha pochi ettari e, in genere, ha differenti unità produttive sparse in più comuni; il rilevamento satellitare in tempi recenti ha rivalutato questo concetto e i ritocchi su questa materia potrebbero essere in itinere. Per queste sollecitazioni dovremmo solo rendere merito a migliaia di piccoli conduttori di piccoli unità secolari, che con amorevole dedizione tra tante difficoltà hanno tutelato questo patrimonio conoscendo solo le leggi della natura. Purtroppo, a questo proposito, va accentuato il riferimento all’uso dei pesticidi sotto chioma degli ulivi per la preparazione delle piazzole di raccolta. Per questo motivo, un sistema di tracciabilità di un olio proveniente da olivi secolari ben venga, ma che sia anche salutare; non è certo piacevole pensare alla tutela di un olivo senza considerare anche il suo agro-ecosistema, compreso quello delle aree protette.

 

La legge sulla Tutela degli ulivi accetta la monumentalità quando accerta il “valore storico-antropologico, quando sono citati o rappresentati in documenti o in rappresentazioni iconiche – storiche”.

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Quanti epiteti d’eccezione conoscete nel vostro agro?

Fortunatamente, d’immagini, ritratti e testimonianze ce ne sono a bizzeffe da accreditare e conservare un intero territorio, basterebbe solo consultare le antiche mappe medioevali. A differenza di altre regioni, dove gli olivi secolari sono rari, identificati e appellati, la Puglia possiede un patrimonio così esteso che non riesce neanche a marcare un’identità per ognuno di essi e comunque individuarli o mapparli è già un atto di tutela che ogni cittadino potrebbe assumere. Un censimento è difficile ma non impossibile se ci si avvale dei moderni mezzi di rilevamento e di tracciabilità disponibili. In Puglia il valore storico-antropologico ed emotivo oltrepassa qualsiasi valutazione tecnica o teorica.

 

Cosa definisce una forma teorica nel regolamento di Tutela degli ulivi?

La cosiddetta  forma teorica, infatti, può essere: spiralata, alveolare, cavata, con portamento a bandiera o con presenza di formazioni mammellonari tanto che qualcuno riesce a riconoscerne una faccia, un’espressione, una danza o addirittura una caricatura. Forse sarebbe il caso di consultare  una commissione di esperti d’arte per valutare la struttura scultorea dell’albero e magari anche di definire il suo limite spaziale ed estetico.  Per la “Tutela degli ulivi” una pianta è monumentale quando trovasi (localizzata) adiacente a “beni d’interesse storico-artistico, architettonico, archeologico riconosciuti ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137)”. Una regione come il Salento, con centinaia di migliaia di alberi secolari di respiro messapico dovrebbe essere rivalutata o meglio dettagliata. In questa terra non c’è uliveto secolare senza un menhir, un dolmen, un ipogeo o un’antica masseria.

L’adiacenza non specifica la distanza reale, anzi, in alcuni casi diventa paradossalmente un infelice anomalia per la stessa pianta. Basterebbe, quindi, riconoscere meglio il valore di questi ultimi per proteggere un solo ulivo e di chi vive della loro presenza.

 

Allora non sarebbe il caso di riassumere le nostre riflessioni su questo argomento?

L’ulivo secolare dovrebbe essere vissuto come un richiamo per chiunque voglia relazionare il proprio status creativo con il territorio. L’osservatore percepisce questa dimensione ecologica e naturale con lo stesso stupore con cui ammira un opera d’arte, s’incuriosisce e quota con interesse; quasi sempre ritorna ai piedi del suo albero più caro in segno di devozione e ringraziamento. Si dovrebbe dire monumentale anche quando si riconosce il suo valore simbolico ed ecologico; questa definizione avrebbe una considerevole valenza anche per i gruppi olivicoli più appassionati, quelli che per intenderci, sarebbero eticamente i veri custodi degli alberi secolari con cui adesso ogni comune dovrebbe relazionare. L’ulivo è stato da sempre portavoce di pace per i popoli del mediterraneo ed indubbiamente emblema di grazia e sacralità da millenni. Secondo il mito fu proprio Atena a ingentilire l’oleastro per farlo diventare simbolo di castità. Per i romani era il simbolo degli uomini illustri, per gli ebrei era simbolo di giustizia e sapienza, mentre per i cristiani è figura di rigenerazione e di riconciliazione della terra con il cielo tanto che il suo olio è ancora oggi usato nelle celebrazioni liturgiche.

 

L’Italia con l’art 9 della costituzione Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Lo Stato italiano demanda alle Regioni la tutela e la selezione delle aree protette, tra cui i monumenti naturali. La Legge quadro 394 del 1991, chiamata anche legge Moschini, al comma 8 dell’art. 2 recita: «la classificazione e l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali d’interesse generale e locale sono compiute dalle Regioni». Ai fini della presente legge costituiscono il patrimonio naturale, le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche, o gruppi di esse, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale. I territori nei quali siano presenti i valori di cui al comma 2, specie se vulnerabili, sono sottoposti ad uno speciale regime di tutela e di gestione, allo scopo di perseguire, in particolare, le seguenti finalità: a) “conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici”. b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali; c) promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili; d) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici. I territori sottoposti al regime di tutela e di gestione di cui al comma 3 costituiscono le aree naturali protette. In dette aree possono essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili.

Alla luce di tali regolamenti e dell’insieme di valori sarebbe importante considerare la regione Puglia come un enorme Parco degli Ulivi secolari, magari accompagnato da un valido disciplinare di produzione, in cui gli enti locali dovrebbero acquisire le prerogative e la volontà di farne parte integrante, come una sorta di debito etico nei confronti di una civiltà rurale ancora fondata sull’atavica passione per il suo patrimonio estremamente vulnerabile. Evidentemente c’è ancora molto da censire: si spera che questo impegno abbia la sua utilità.

 

Notizie utilissime per chi possiede alberi di olivo

 

Un olivo è come un bimbo che deve essere ben guidato e non costretto… nella sua crescita

di Antonio Bruno

L’olivo del Salento leccese non produce ogni anno e ciò accade quando i frutti vengono lasciati sull’albero sino a gennaio, febbraio in maniera da sovramaturare per poi essere raccolti dopo la caduta spontanea.
La raccolta precoce effettuata con il distacco forzato delle olive dalla pianta con l’ausilio degli scuotitori o di altre macchine ed una potatura leggera annuale, riducono il fenomeno dell’alternanza di produzione.
Se abbiamo una pianta di olivo e vogliamo fare in modo di correggere i sistemi sbagliati di allevamento e di potatura ci sono tanti studi che contribuiscono ad ottenere questo obiettivo. E nel 1928 il collega Benvenuto Murri si avventura a dare dei suggerimenti per consentire l’esecuzione di una potatura razionale dell’olivo.

“La qualità nasce nel campo” questo detto è riferito a quei prodotti alimentari che dopo essere stati raccolti vengono trasformati, ed questo il caso delle olive che dopo la raccolta vengono portate al frantoio per essere sottoposte alla molitura da cui si ricava l’oro giallo, l’olio della sapienza e dell’amicizia.
Il Salento leccese possiede un patrimonio immenso di oliveti, e tra questi vi sono gli olivi millenari che rappresentano l’adattamento delle varietà di olivo all’ambiente del Salento leccese. Purtroppo la carie del legno, che falcidia gli alberi di olivo e che viene combattuta con i tagli inferti dall’opera dell’uomo, fa si che non ci sia il legno vecchio, ovvero il cuore dei tronchi contorti dell’albero di olivo, purtroppo tale circostanza ci impedisce di datare con esattezza l’età delle piante. Ma se facessimo uno studio per mapparle geneticamente avremmo la gioia e la meraviglia di osservare il percorso dei coloni che vennero dalla Grecia, dei Cartaginesi, dei Saraceni, degli Svevi, dei Monaci Basiliani, dei Borboni e dei Francesi.

La presenza di tutti questi popoli nel Salento leccese e il loro legame con la pianta dell’olivo è la prova che l’uomo ha portato con se quelle piante e le ha messe a dimora e quando si è spostato di nuovo se l’è portate con se. Questa opera paziente e piena di attenzione dell’uomo ha fatto si che oggi siamo in possesso di un enorme patrimonio genetico.

L’olivo del Salento leccese non produce ogni anno e ciò accade quando i frutti vengono lasciati sull’albero sino a gennaio, febbraio in maniera da sovramaturare per poi essere raccolti dopo la caduta spontanea.
In tali condizioni la pianta non differenzia in inverno le gemme a fiore e, nell’annata successiva, sulla pianta ci saranno pochi frutti e quindi poca produzione di olio.
Se poi effettuiamo una potatura energica dopo l’anno di carica ecco che il fenomeno viene accentuato.

La raccolta precoce effettuata con il distacco forzato delle olive dalla pianta con l’ausilio degli scuotitori o di altre macchine ed una potatura leggera annuale, riducono il fenomeno dell’alternanza di produzione.
Gli scienziati del primo Novecento dicevano “L’olivo si pota con il temperino” e tra questi scienziati c’è anche il collega Dottore Agronomo leccese Benvenuto Murri.

Se abbiamo una pianta di olivo e vogliamo fare in modo di correggere i sistemi sbagliati di allevamento e di potatura ci sono tanti studi che contribuiscono ad ottenere questo obiettivo. E nel 1928 il collega Benvenuto Murri si avventura a dare dei suggerimenti per consentire l’esecuzione di una potatura razionale dell’olivo. La questione è tutta racchiusa nelle nozioni di fisiologia che dovrebbero essere il dominio incontrastato dei professionisti che guidano le squadre di potatori. In quegli anni il collega Murri si imbatté in specialisti potatori dell’olivo che seguivano i dettami prescritti da un antico proverbio “ulia te cimatura e fica te basciatura”.
Il collega afferma che tale proverbio induce a fare un gravissimo errore. Se è facile osservare che i nostri alberi hanno più frutto sulle cime rispetto agli altri rami dobbiamo avere la consapevolezza che tale comportamento dell’albero di olivo deriva da modo sbagliato di potare. Infatti potando in modo da favorire le cime dove erroneamente riteniamo avvenga in maniera esclusiva la fruttificazione e quindi tagliando sotto, la linfa affluisce più facilmente alle cime, lasciando poco alimentati gli altri rami inferiori.

Tenuto conto della fisiologia ne deriva che la potatura deve essere eseguita adottando il sistema dello svasamento, con il risultato di avere i rami non tutti perpendicolari ma obliqui tendenti a terra. In tal modo si ottiene il risultato di una uniformità di distribuzione della linfa che determinerebbe un minore aborto fiorale e in definitiva un prodotto uguale su tutti i rami.
Tutto questo deriva dall’applicazione della scienza agraria che proprio perché adotta il metodo scientifico arriva a conclusioni dopo pazienti esperimenti e prove comparative continue.

Come è noto la potatura si compone di interventi di potatura di formazione e di interventi di potatura di produzione o RIMONDA DEGLI ULIVI.
La prima e cioè la potatura di formazione o di allevamento, ha lo scopo di dare alla pianta dell’olivo una forma razionale, che in questa pianta nel 1928 era soprattutto quella a vaso. Come consiglia di eseguirla il collega Murri? Secondo il collega la prima operazione che il potatore deve fare è quella di stabilire bene l’altezza del futuro tronco, qui nel Salento leccese nel 1928 l’altezza che suggeriva l’esperienza doveva essere di metri 1,50 – 1,70 e non oltre e la ragione di questa scelta era collegata nell’esecuzione agevole dei lavori di potatura, rimonda, raccolta delle olive, irrorazioni. Il collega precisa che altezze maggiori del tronco rende più difficili e quindi costosi questi interventi sull’albero oltre che costituire una dispersione di materiali nutritivi.
L’olivo così costituito tornava ad essere interessato da interventi di potatura dopo due o tre anni quando, così come già scritto, si taglia il tronco all’altezza di metri 1,50 – 1,70 e su tre ramoscelli si impalca l’albero di olivo avendo l’accortezza di sceglierli in maniera tale che siano opposti ed equidistanti tra loro.
L’anno successivo i tre rametti lasciati l’anno precedente si tagliano a 60 centimetri dal loro punto di inserzione al tronco e su due gemme laterali ed opposte.
Allo stesso modo si continua nei 3 – 4 anni che seguono ottenendo alla fine il risultato di una pianta composta da 24 rami.

La potatura di produzione è corrispondente alla rimonda. Questa potatura è importante perché e dalla suo corretta esecuzione che dipende il successo produttivo dell’albero di ulivo.
Secondo il collega Murri è un errore madornale trascurare di fare questa potatura ogni anno. Infatti potando ogni anno si ha il risultato di equilibrare la produzione ottenendola costante ed inoltre non si sarebbe costretti, così come avviene quando pratichiamo la potatura discontinua, a fare grossi tagli che come sappiamo sono sempre dannosi.
In quegli anni si effettuava la potatura discontinua perché i proprietari, con il prodotto in rami e legno della stessa, pagavano la mano d’opera e magari ci guadagnavano anche qualche cosa.
Solo che tale guadagno accecava i proprietari dalle conseguenze della potatura forte che ha come naturale epilogo di vedere la pianta dell’olivo impegnata dopo tale intervento alla sua ricostituzione, e solo dopo che ciò sia avvenuto, destinare le energie a fare le olive.

Ma se la potatura è di produzione l’azione dei potatori dovrebbe essere informata dalla esigenza di mantenere l’equilibrio fra la parte aerea e le radici, operazione altamente delicata, perché bisogna anche proporzionare i rami fruttiferi, togliere i succhioni, il secco e quei rami torti che non hanno una posizione regolare e che impediscono il passaggio della luce e dell’aria e oltre a tutto questo necessita distribuire uniformemente tutta la ramaglia.

Un intervento particolare che si pratica sull’olivo è la slupatura, che consiste nell’eliminazione del legno morto generato dalla lupa o carie dell’olivo e che come ho già scritto impedisce di datare l’albero.
L’operazione si esegue a fine inverno con una sgorbia, utensile per intagliare, utilizzata per questi lavori dove si ravvisa la necessità di rimuovere grandi quantità di legno. Le sgorbie usate per operazioni di sgrossatura, in genere con l’ausilio del mazzuolo, presentano una lama prossima a 4 centimetri, con una curvatura lieve. Con la slupatura si asporta il legno malato e si mantiene quello sano.

Infine voglio ricordare che sull’olivo possono essere necessari degli interventi quando durante la potatura si sono notati attacchi di “rogna dell’ulivo” un batterio che si insedia su ferite dovute anche a grandine o gelate e provoca delle escrescenze di colore marrone scuro o nero che portano al deperimento del ramo.
L’intervento che si deve fare per risolvere il problema consiste nel potare i rami malati e bruciarli e di non lasciare le ferite esposte ma di proteggerle con apposito mastice.

Voglio concludere con delle considerazioni affermando che è bene fare in modo che la quantità massima della chioma dell’albero di olivo asportata sia un terzo tanto che da pochi metri di distanza non si dovrebbe notare che l’olivo è stato interessato dalla potatura.
Infine c’è anche da fare una considerazione della Professoressa Fiammetta Nizzi Grifi che da mamma sostiene che “Un olivo è come un bimbo che deve essere ben guidato e non costretto … nella sua crescita!”

Bibliografia
L’Agricoltura Salentina del 1928
Adriano Del Fabro Coltivare l’olivo e utilizzarne i frutti
Adriano Del Fabro Il grande libro della potatura e degli innesti
Cosimo Ridolfi Lezioni orali di agraria date in Empoli: Raccolte …, Volume 2
Giornale agrario toscano …, Volume 4 anno 1830
Glauco Bigongiali Il libro dell’olio e dell’olivo: come conoscere e riconoscere l’olio genuino
Accademia economico-agraria dei georgofili (Florence, Italy) I Georgofili: atti della Accademia dei georgofili
Casini, Marone L’imprenditore agricolo professionale. Testo di preparazione all’esame per l’iscrizione all’albo
Gino Capponi Antologia: giornale di scienze, lettere e arti, Volume 23
Gualberto Giorgini Come si coltiva l’olivo
Ada Cavazzani L’olivicoltura spagnola e italiana in Europa
Scipione Staffa da Vincenzo L’ Italia agricola industriale
Fiammetta Nizzi Grifi La potatura dell’olivo in Toscana Riflessioni tecniche

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