RITI E USANZE PER LA NASCITA NEL SALENTO

da Come eravamo
da Come eravamo

 

di Tullia Pasquali Coluzzi e Luisa Crescenzi

 

 

Nell’estesa Puglia salentina che Piovene considerava “il vero fondo dell’Italia”, abbiamo avuto modo di constatare che la maggiore parte dei paesi da cui è costituita è ancora caratterizzata da quell’antico e benefico aspetto della vita di relazione: tutti si conoscono, si incontrano nelle piazze e nelle corti, cortili di alcuni centri storici, specie di quelli dove ancora si parla il griko, con pozzo e granaio sui quali si affacciano varie abitazioni. Le donne si raccolgono e siedono su gradini o sedili fuori dell’uscio chiacchierando con linguaggio semplice e pacato.

Alcune di loro ci hanno aperto con cordiale e grande disponibilità lo scrigno della memoria estraendo da esso perle del loro vissuto e dell’esperienza di mamme abituate a seguire credenze e usanze di molti secoli. Così hanno raccontato che era davvero una fortuna nascere il mercoledì, il sabato e la domenica e, soprattutto, in un venerdì di marzo perché non si può essere stregati, mentre venire alla luce nel giorno della luna, cioè il lunedì, faceva presagire un carattere lunatico. Il mese più propizio per chi si affacciava alla vita era gennaio perché iniziando l’anno apriva anche una vita piena di gioie e di prosperità “non per niente il nome Gennaio deriva da quello di Giano, dio degli inizi”. Giuseppina, una gentile signora di Copertino (Lecce), ha riferito che la gestante non doveva portare anelli o bracciali se non voleva un figlio affetto da malformazioni né appuntare forcine tra i capelli; se, poi, si fosse esposta al soffio del vento il povero piccolo sarebbe rimasto tutta la vita con la bocca aperta.

Per quanto riguardava i pronostici sul sesso del nascituro, si usavano ancora altri stratagemmi oltre a quelli di cui abbiamo parlato: la donna incinta, fatti alcuni passi, doveva poi tornare indietro; se avesse deviato verso sinistra avrebbe dato alla luce un maschio; se verso destra una femmina. E femmina sarebbe nata pure se avesse provato dolore alle gambe: dolore de anca, / sicura figghia ianca (dolore alla gamba, sicura figlia dalla carnagione chiara). La forma del ventre, poi, era di grande importanza per queste semplici forme di divinazione: entre cazzata, pigghia la spata, entre pizzuta pigghia la scupa (pancia schiacciata prendi la spada, pancia pizzuta prendi la scopa). E questo tipo di pronostici non veniva fatto solo per il nascituro, ma anche per colui che sarebbe venuto dopo di lui: un maschietto nato durante la fase della luna calante sarebbe stato seguito da un fratellino; se i suoi capelli fossero terminati a punta sulla nuca, da una sorellina. La campana, in un tempo in cui il campo della comunicazione era molto ristretto, aveva ruoli importanti per annunciare momenti lieti e spesso drammatici per la comunità. Così severi rintocchi, succedutisi a distanza di un minuto, chiedevano ai paesani di pregare per un parto doloroso e difficile; ma poi, se tutto si fosse risolto, suonavano festose con tre rintocchi per un maschietto, due soli per la femminuccia. Ci si aiutava, per sciogliere nodi e cacciare spiriti ostili, togliendo dal dito della partoriente la fede nuziale e ponendole accanto indumenti maschili che da tempi immemorabili si credevano provvisti di un’intensa e misteriosa valenza.

Il bagnetto, fatto alternativamente con acqua fredda e tiepida, occupava la seconda fase della nascita; seguiva una fasciatura ben stretta per impedire danni alla colonna vertebrale secondo l’antico rituale: “Susu lu lettu se mintivene le rrobbe de lu vagnone, la fascia, lu brazzaturu, tre panni de vammace o de cottone, nu pannu de linu o de cannima, lu coprifasce, doi camasedde: una cu le maniche e l’otra senza, lu corpettu e la copuledda. A lu vagnone ca s’era llavatu se ’infilavano le camasedde se ‘nturtjiava ‘ntra panni e poi se ‘nfassava. All’urtimu se mintia lu coprifasce, la coppuledda e, o se corcava, o se mentia ntra lu stompu. Lu vagnone se tenia ‘nfasciatu pe’ tre misi se nascia d’estate, se era de ‘nvernu chiù de cinque. Dopu alla femminedda se mintia la vesticedda e allo masculieddu lu costumino. Se cusia tuttu a mano; la mescia sarta vania chiamata a casa pe’ diversi giorni e cusìa le rrobbe pe’ tutta la famija.

Li pedalini li facia a fierri la nonna e pe’ le scarpe se chiamava lu scarparu”. Infine, il piccolino, introdotto in un sacchetto di stoffa ricamato più o meno riccamente, era deposto, per permettere alla madre di dedicarsi ai suoi lavori, nel “capicarru”, sorta di contenitore imbottito e con poggiatesta usato anche in Campania. Per favorire la secrezione lattea le donne si strofinavano il seno con un fazzoletto prima accostato alla statua della Madonna dell’ Abbondanza di Cursi nel leccese o si recavano in processione al santuario della Madonna della Luce a Scorrano. La signora suddetta ci ha spiegato anche quali rimedi venivano adottati per guarire il piccolo colpito da fascinazione (fascinu): lei portò il suo bambino affetto da mal di testa da una guaritrice, certa Carminuzza. Costei diagnosticò convinta un sabatisciatu, cioè una fattura perpetrata di sabato. La poveretta dovette recarsi, fino alla guarigione del figlio, per tre sabati di seguito da majane diverse, per essere precisi, tre, numero magico. La signora Mimina di Novoli ricorda chiaramente una famosa guaritrice del paese, Lucia Mazzotto, una donna alta e imponente che amava vestirsi con un corsetto (sciuparieddji), un’ampia gonna nera e una cintura; ella interveniva sulle slogature dei bambini recitando una formula magica:

Figliu santu,

te fazzu la croce

cu ll’acquasanta

torna sanu e salvu.

Per mali più leggeri ma fastidiosi, la mamma usava un “fai da te”: riempiendo un piccolo quadrato di tela con semi di bacca di papavero secco bolliti e stringendolo a forma a succhiotto, lo propinava al piccino.

Questa droga casereccia era chiamata lu babbafaru. Quando poi la donna aveva le faccende da sbrigare, metteva il pupo al sicuro, all’interno del capicarru, una specie di contenitore, di cui si è parlato in precedenza, fatto di quattro o sei tavole di legno l’ultima delle quali era più alta e fornita di un poggia testa imbottito per attutire i colpi dati dall’irrequieto e divertito bambino. Ma, poiché i neonati usano piangere spesso, veniva attaccato al bordo del capicarrulu tetè”, giocattolo formato da un lungo bastoncino sulla cui sommità erano nastri colorati e due cerchi di carta velina racchiudenti pietruzze o ceci che roteando producevano un lieto rumore. Così per qualche minuto la vista e l’udito del piccolo annoiato venivano distratti.

La signora Piera di San Pietro Vernotico ci descrive i magici e teneri momenti ludici che le mamme dedicavano ai figlioletti improvvisando giochi e recitando filastrocche senza senso mentre li tenevano in grembo e portavano le loro manine al viso:

Cuncetta, Cuncetta

lu tata vae a la fera

la fera de li mintuni

pisci, carni e maccaruni

(Concetta, Concetta, / papà va alla fiera / la fiera dei montoni / pesce, carne e maccheroni)

oppure:

Manni manni

è sciutu lu Nanni

ha ‘ccattato la cecce

è sciutala muscia

se l’ha mangiata

se l’ha pappata

estì, estì de casa mia

(Manni, manni / è uscito Nanni / ha comprato la carne / è uscita la gatta / se l’è mangiata / se l’è pappata / fuggi, fuggi da casa mia).

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 

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