Tuglie, un paese ancora

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di Elio Ria

 

Tuglie è un paese dell’ultima provincia d’Italia, taciturno, sospettoso,  con  le voci che s’inseguono per perdersi nei vicoli e nelle corti quadrate con angoli retti, con qualche curva di devozione a un santo o alla madonna. Umile e cerimoniale, custode di riti, festivaliero, con finzioni di percorsi, una piazza di arcaica immobilità.  Non è nobilesco come altri, piuttosto borghese e malinconico, simula sicurezza in tutto ciò che potrebbe apparire in qualche modo riduttivo.

È un paese che dovrebbe ancora pretendere per non ammalarsi di piacere dell’indifferenza; che ha il dovere di suggerire un atteggiamento di contrarietà ai formalismi.  Il cielo di Tuglie è qualcosa che appartiene a questo luogo come le vie, le case e le piazze; è distaccato, dannatamente del Sud che rapisce bellezze e patisce assenze di fervore.

L’attesa del domani è scandita da quotidianità complesse che non lasciano spazio ai sogni, e le rispondenze delle speranze si concludono in tristezza. Senza risposta si adagia, eppure le immagini di vita emergono chiare per sorprendere e creando ritmi di armonia per una orchestra di passaggio.

Potrebbe essere bello, ancora. La rigidità del sole che sconquassa le pietre delle case cubiche, un tempo colorate di bianco, è eterna, tanto da sbalordire gli occasionali ospiti estivi. Anticamera del mare, conserva i ritratti di una campagna quieta, dedita alle osservanze delle leggi della natura, resiste agli attacchi dell’uomo sconsiderato, piace a Dio.

È persuasivo con i forestieri. Distende le membra su una collina posta in alto, che sovrasta un po’ tutto e nulla dice dei ritardi di stagione.

Non almanacca, vive di destino imposto. Si concede diversi inverni nell’indecifrabile scorrere del tempo che si è fatto corriere di  illusioni perpetue.

Nell’autunno che si annuncia attraverso chiari segni rimette a posto le faccende dell’estate, aspettando qualche pioggia feconda e il vento amico di scirocco. Poi quando verrà di nuovo la stagione del giallo tutti faranno festa di beffe e di diletto. Gli verrà il sonno della fatica, dormirà. Al risveglio  osserverà le terre lontane che gli appariranno all’orizzonte e un dolore al petto prefigurerà un ripensamento per una coscienza di luogo?

Mario Carparelli, Giulio Cesare Vanini e Tuglie

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Nell’ambito di “TUGLIE INCONTRA – FESTIVAL NAZIONALE DEL LIBRO”, lo studioso MARIO CARPARELLI (Università del Salento) presenta “IL PIÙ BELLO E IL PIÙ MALIGNO SPIRITO CHE IO ABBIA MAI CONOSCIUTO”, il suo ultimo libro sul filosofo salentino GIULIO CESARE VANINI (Taurisano, 1585 – Tolosa, 1619).

Incontra l’autore lo scrittore ELIO RIA.

Introduce:
GIANPIERO PISANELLO, organizzatore di “TUGLIE INCONTRA”.
Al termine della presentazione il bibliofilo DARIO ACQUAVIVA esporrà la propria collezione privata di rarità vaniniane, tra cui spiccano una preziosa copia originale dell’AMPHITHEATRUM AETERNAE PROVIDENTIAE (Lione, 1615), la prima opera pubblicata da Vanini, e un inedito ritratto settecentesco del filosofo, scoperto pochi mesi fa.

 

Ingresso libero – Info: 348.5465650

In caso di maltempo l’evento si svolge presso la Biblioteca Comunale di Via Risorgimento a Tuglie.

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“IL PIÙ BELLO E IL PIÙ MALIGNO SPIRITO CHE IO ABBIA MAI CONOSCIUTO”: Se la vita di Giulio Cesare Vanini fosse un film (e, non a caso, Filippo Vendemmiati, Premio David di Donatello 2011 per il miglior documentario di lungometraggio, ne ha tratto una sceneggiatura), il secondo tempo, quello più avvincente e ricco di colpi di scena, inizierebbe a Padova il 28 gennaio 1612, giorno in cui al filosofo pugliese, che all’epoca era solo un fraticello di appena ventisette anni, viene notificato un provvedimento disciplinare da parte del losco Enrico Silvio, Priore Generale di quell’Ordine dei Carmelitani in cui egli era entrato nove anni prima a Napoli, assumendo il nome di fra Gabriele. Questo libro ripercorre appunto il secondo tempo della vita di Vanini, i suoi sette anni più intensi, avventurosi e drammatici. Sette anni in cui abiurerà il cattolicesimo e si convertirà alla fede anglicana; lascerà l’Italia per l’Inghilterra prima e per la Francia poi, passando per il Belgio, la Svizzera, l’Olanda e la Germania; in cui sarà ricercato, spiato, tradito, imprigionato, interrogato, braccato dall’Inquisizione; in cui pubblicherà due opere, l’Amphitheatrum aeternae providentiae e il De admirandis, una delle quali, quest’ultima, presente ancora nell’ultima edizione dell’Indice dei libri proibiti, quella del 1948; in cui sarà arrestato e processato per sei lunghi mesi per essere finalmente bruciato sul rogo, dopo che gli fu strappata la lingua, il 9 febbraio 1619, in una piazza di Tolosa, Place du Salin, che dal 31 marzo 2012 porta il suo nome. I passaggi chiave e i retroscena di questa vera e propria odissea biografica e intellettuale vengono ricostruiti e raccontati attraverso la viva voce dei contemporanei di Vanini: dei suoi amici e dei suoi nemici, dei suoi discepoli e dei suoi detrattori, dei suoi persecutori e dei suoi protettori. Una storia con un finale tragico, ma che consacra il suo protagonista come una delle più affascinanti e controverse figure del panorama filosofico europeo.
MARIO CARPARELLI (Università del Salento) ha dedicato alla figura e all’opera di Giulio Cesare Vanini diversi saggi, pubblicati in Italia e all’estero, e oltre a questo due volumi: Morire allegramente da filosofi. Piccolo catechismo per atei (Il Prato, 2011) e, con Francesco Paolo Raimondi, Giulio Cesare Vanini.Tutte le opere (Bompiani, 2010).

Amerigo e l’antico mestiere del rigattiere

di Elio Ria

 

AMERIGO

C’era chi raccoglieva lu ferru vecchiu, chi la murga in cambio del sapone; c’erano gli artigiani di arti minori come l’ombrellaru, lu ramaru, lu conzalimbi, lu scarparu, lu farraru, lu seggiaru, lu trainieri e tanti altri che nelle strade strette e nelle corti del paese offrivano con la severità e l’autorità acquisita dall’esperienza piccoli ma utili servizi alla popolazione, quando ancora l’economia non era spregiudicata come lo è adesso, e la finanza non consentiva sprechi di denaro stante la penuria che rendeva prezioso quel poco che si aveva. Un’altra figura popolare era il banditore che informava i cittadini su avvenimenti straordinari, quali ad esempio la vista di un personaggio illustre, iniziative particolari prese dalle autorità cittadine, vendite di prodotti alimentari a prezzi scontati (grano, farina, legumi, ecc.).

C’era sempre a portata di mano lu conzarazze che con la stuppata sistemava le ossa rotte o contuse, senza radiografie e attese presso l’ospedale, che negli anni Sessanta tra l’altro era difficile da raggiungere, considerata la distanza che lo separava dal paese, nonché la scarsità dei mezzi di locomozione.

La comunità era solidale, si muoveva nelle piccole e grandi cose della vita in armonia, produceva e campava, non era vessata dalle tasse. Indubbiamente uno spaccato d’epoca di memoria e non di storia, atteso che il passato e il presente intrattengono dei rapporti essenziali nei due sensi, senza mai sommarsi, mantenendo ognuno per proprio conto l’autonomia d’esistere. Il presente preme sulla memoria che è pura facoltà di conservare il passato, mentre la reminiscenza è la commemorazione sintetica della memoria che non necessita di sacralità.

In questo contesto e partendo dai ricordi che si sono citati, c’è un mestiere che ancora non conosce il declino, il rigattiere, colui che compra e vende roba usata. Nulla di particolare, ma che necessita di intuito e di pazienza per la raccolta degli oggetti. Quest’ultimi non sempre trovano un’adeguata sistemazione sugli scaffali della bottega, spesso vengono posti alla rinfusa con il loro carico di memoria, in attesa che qualcuno li riconsideri e sia preso dal desiderio di possederli. Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza: tutti gli oggetti sono considerati alla stessa stregua. Un’arte antica tant’è che nel 1291 fu costituita la corporazione dell’Arte dei Rigattieri e quella dei Linaioli. Va precisato che con il termine rigattiere s’intendeva allora il rivenditore di abiti usati, un’attività praticata soprattutto tra le fasce meno abbienti della popolazione, per la buona qualità e il costo modesto dei capi.

Amerigo Falco svolge la sua attività di rigattiere a Tuglie, in via Trieste. Nella sua bottega però non entra molta gente, è chiusa e apre soltanto all’occorrenza quando c’è da soddisfare una richiesta particolare di un cliente: un vestito per carnevale, un macinino, fumetti, macchine da scrivere, quaderni per la calligrafia, sapone e saponette, coloranti per indumenti, bambole, enciclopedie, lampade, cartoline d’epoca, pupi di terracotta, cimeli. Ma una volta dentro si respira il tempo, quello andato che lascia tracce soltanto con le cose, recuperabile con un flasbach di istantaneità.

BOTTEGA AMERIGO

Falco è un settantenne vigoroso, di carattere sbrigativo, con occhi mobili e vivaci, faccia grinzosa, con la barba a tratti tinta di grigio e quella sua gamba “allungabile” in cerca di un appoggio di distensione, frutto di una caduta maldestra in gioventù. In principio esercitava il mestiere di sarto, ma ben presto s’accorse che non faceva per lui: gli aghi, il cotone e le stoffe non gli consentivano di spaziare nei luoghi della spensieratezza. Eclettico, simpatico e disponibile, si muove fra le anticaglie e le modernità con disinvoltura, non mancando mai di stupire con oggetti anche stravaganti.

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Sempre all’erta per approntare una bancarella dei suoi ‘preziosi’ nelle piazze principali dei paesi nelle occasioni di festa nelle quali si mescolano sapori e tradizioni. Nelle ore di libertà si concede al gioco delle carte, con la battuta sempre pronta e la sigaretta fra le dita ingiallite e callose.

Falco è il grossista delle ‘cose vecchie’: sono tanti i rigattieri della provincia che si approvvigionano da lui per le esposizioni nei mercatini.

È l’antologizzatore delle abitudini dell’uomo riducibili e in relazione con le cose che hanno segnato le piccole storie individuali, dalle quali si potrebbe trarre materiale grezzo per costruirci la domanda di ‘come eravamo’, senza retorica o false nostalgie, e la risposta ‘perché non lo siamo più’.

Insomma nel garbuglio delle seducenti sirene della modernità, si può dire, che il rigattiere è il depositario degli oggetti di cui l’uomo si è servito nel corso degli anni e che poi per varie ragioni se ne è disfatto.

Magari con le cose vecchie si può danzare sui ricordi, sui fantasmi del passato trasfigurati in una sorta di modulazione mnemonica del vissuto per una conciliazione con il passato, che solo nei momenti in cui fa comodo si rispolvera e si riutilizza, tralasciando altri dettagli sotto il velo della finzione. Reinventarsi nella memoria è un esercizio utile, in particolare in questo momento di grande confusione sociale, per dare luogo a un ventaglio largo di interpretazioni della memoria di parole e suoni, archivi orali, memorie di cose, oggetti museali.

C’è un mondo che sì è perduto nell’urgenza stessa di esso, e che va recuperato con il dovere di ridefinire e rivitalizzare la memoria collettiva, nonché tutelare, ordinare, classificare il passato che non merita l’oblio.

L’ansia di memoria si traduce nella nascita di musei, biblioteche, archivi per scongiurare appunto i vuoti di memoria. Invece il bisogno di memoria che si sottrae alla tremenda responsabilità della conservazione degli oggetti minimi, quasi insignificanti, privi di valore storico, si concretizza nel lavoro del rigattiere con il significato più intimo del rapporto tra l’uomo e l’oggetto.

Amerigo allora torna simpatico al tempo che delle sue cose spente ricrea nuove forme di utilizzo del ricordo. Un mestiere che resiste alle leggi violente del mercato, imponendosi all’attenzione del tempo che molto spesso scorre e non lascia traccia per una ‘questione di tempo’.

(Pubblicato in “Paese Nuovo”, 08/05/13, p.4)



Giulio Cesare Vanini allo Scoperto

2^ Edizione de “Allo Scoperto” – Biblioteca Comunale (TUGLIE)

Vanini…allo scoperto.

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Il 20 gennaio 2013, alle ore 19,00, per la 2^ edizione de “Allo Scoperto”, rassegna di autori salentini, gli Amici della Biblioteca in collaborazione con il blog di 20 Centesimo “Parola di Filosofo” scopriranno  Giulio Cesare Vanini, filosofo taurisanese, nato nel 1585. Condannato per ateismo il 9 febbraio 1619 dal Parlamento di Tolosa, roccaforte dell’ortodossia cattolica, con l’accusa di ateo e bestemmiatore del nome di Dio. Molte sono le ombre su quel processo e la sua morte non cancellò le tracce della sua esistenza e del suo pensiero. Antesignano di alcune istanze illuministiche, Vanini si può ritenere uno dei massimi rappresentanti della libertà di pensiero e il precursore del Libertinisme érudit.

La dolorosa vita di Vanini oggi ci può insegnare che il pensiero va difeso con coraggio. “Le esercitazioni” del filosofo possono essere le nostre esercitazioni proiettate verso il futuro.

La conoscenza della vita travagliata di Vanini ci offrirà l’opportunità di riflettere su un tema fondamentale: la libertà vale il prezzo che si paga? La felicità è raggiungibile soltanto se ci sarà qualcuno a distribuire pane e certezze? O è meglio accettare che il segreto dell’esistenza umana non stia solo nel vivere, ma in ciò per cui si vive?

Interverranno: Dario Acquaviva, Manuel De Carli, Simona Apollonio, Giovanni De Stefano, Rita Cardea, Davide Negro, Irene D’Angelo, Erika Sorrenti, Donato Verardi.

Moderatori: Mario Carparelli ed Elio Ria

Parteciperà Luigi Scorrano

Squaiatu te cervellu

di Elio Ria

 

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Biagino ha bottega in via Marconi a Tuglie, nei pressi della Barbieria di Tommaso Ingrosso. Succede che al buongiorno del maestro Tommaso egli risponde come d’abitudine con una parolaccia. Le parole allora non si contano e la commedia ha inizio.

È un animale selvatico, non potrà mai essere addomesticato, ogni tanto concede una smorfia di sorriso che nell’istante stesso in cui lo pronuncia esplode sarcasmo e bestemmie.

Tomamso Ingrosso lo apostrofa con “squaiatu te cervello” che a volere dare una traduzione letterale sarebbe come dire matto, senza cervello. Un epitaffio perfetto, qualora decidesse di andarsene per sempre, per onorare la sua grande figura.

Nel suo camminare a testa bassa sussurra oppure urla imprecazioni contro un passante oppure inveisce contro Moris Panareo o Antonio Cannone.

Amico dei potenti della politica, è intoccabile, può qualsiasi cosa, nulla gli è negato. Compare di presidenti e onorevoli, mastica e digerisce prelibatezze della terra del Salento, con il suo vino e il suo olio fa affari d’oro.

Squaiatu te cervello, non teme nessuno, è spregiudicato e insolente.

Biagino è così! Non frequenta salotti, ma è un bergolo. Nel pettegolezzo è accorto e non sciocco.

Che gran bella cosa il dialetto che con il favore della lingua esplica e delinea virtù e difetti degli uomini. Tommaso detto Sipana è un cultore del dialetto e definizioni ne ha per tutti. Egli è la memoria storica dei fatti e fatterelli di un paese che nei paradossi e negli scherzi ironizza su cose e fatti e ne amplifica la notorietà e il divertimento.

Netta, Telina trenta capelli (perché trenta non si sa), Rocco Cristo, Ntunucciu, alcuni dei più famosi, rivivono grazie ai suoi racconti piccanti e folcloristici. Storie minime ma ugualmente belle e divertenti.

Ed è bello questo “squaiatu te cervellu” che nella sonorità delle parole individua il folle e non vi è la necessità di aggiunte e specificazioni.

E questa pagina sia un omaggio non allo “squaiatu te cervellu” ma alla tradizione popolare che attraverso l’oralità tramanda e non fa cadere nell’oblio i fatti di una quotidianità semplice di una comunità.

Tuglie. La puteca te li Papaionaca

di Elio Ria

 

Un giorno passare per via Veneto e accorgersi d’improvviso di un’insegna che sa di altri tempi: La puteca te li Papaionaca…

Una trovata pubblicitaria eccellente. Un ritorno al passato che fa piacere rivivere seppure nelle righe di un messaggio che prepotente rimanda nel tempo, quando leputeche di generi alimentari  in  un paese rappresentavano l’unico mezzo di approvvigionamento. La pasta, la conserva, la ricotta forte, il caffè si vendevano al minuto, non confezionati in pacchetti o simili ma sfusi.  Altri tempi. Tempi non buoni, fatti di povertà e sacrifici. Lu putacaru sovente concedeva ai clienti gli alimenti con la libretta, dove si annotavano  gli importi giornalieri della spesa: un rapporto fiduciario che si instaurava sull’onorabilità del cliente, il quale avrebbe poi provveduto a pagare appena le risorse finanziarie glielo avrebbero consentito. Un sistema che attualmente si può paragonare con le varianti moderne del compra oggi, paga fra un anno.

Gli anni Cinquanta faticosamente tendevano al progresso, le popolazioni del Sud  dovevano adattarsi alla lentezza di un divenire migliore che altrove incominciava a fare capolino. Non c’era superbia. C’era solidarietà, un alto senso di mutuo soccorso accomunava le persone. Il paese era una grande famiglia che accettava con rassegnazione le disgrazie, ma nel contempo era capace di tirare fuori il meglio di sé  per costruire futuro. Se non ci fosse stata la benevolenza, a quei tempi, dei putecari a dare da mangiare ai paesani,  la vita sarebbe stata un inferno.

E l’insegna de  La puteca te li Papaionaca, oggi nel terzo millennio, ha il sapore di un monito, di una reprimenda, di un segnale per le genti che vedono sopraggiungere una nuova povertà, diversa del passato, ma che fa sentire il

La barbieria di Tommaso Ingrosso

di Elio Ria

Antica barbieria

Il luogo è semplice come d’altronde dovrebbe essere una barbieria di paese, dove si tramanda una cultura del servizio. Tommaso Ingrosso, meglio identificabile come Tommasu Sipana, svolge a Tuglie l’antica arte del barbiere, secondo i canoni antichi del mestiere.

Lui sa fare il barbiere, fedele alla cultura della rasatura classica con il rasoio a mano libera. Il suo rasoio scivola sulla pelle senza arrecare screpolature o piccoli tagli, lasciando la pelle in salute. Conosce il volto di ognuno dei suoi clienti e sa come trattarlo. Preciso come un chirurgo centra il bersaglio con maestria.

È bravo davvero, ma è anche come si è soliti dire nu grande fiju te puttana. Cordiale e pungente, pettegolo con discrezione, maestro dell’equivoco. Ed è così che nelle ore di attesa, gli astanti assistono ben volentieri alle piccole commedie che modulano e rispecchiano la vita dei paesani, che non si sottraggono allo sfottò, anzi lo alimentano e lo condiscono con dovizia di particolari inventati o verosimili. Ed è allegria che si manifesta e si conclude – qualche volta – con il risentimento e il rancore del povero malcapitato di turno, abbondantemente canzonato. Ma poi tutto si aggiusta e riprende l’atmosfera dolce e serena di un luogo esclusivo per uomini che si concedono il piccolo lusso della barba e del taglio dei capelli.

Moris Panareo è il suo aiutante: sornione e ironico, non concede nulla di sé. Ha appreso bene il mestiere e ne è fiero. Punzecchia e brucia con disinvoltura le sue vittime fra un taglio di capelli e una barba.

Questo luogo è la pagina scritta delle tradizioni di un paese che sopravvive alle regole del modernismo e ne accentua la specificità di un vivere contraddistinto di ritorni al passato e di coinvolgimenti nell’attualità dei fatti. Vi è la difficoltà di raccontare la storia della bottega, quasi impossibile tracciarne una linea di narrazione completa per le tante vicissitudini di cui è stata ed è protagonista, ma la descrizione seppure sommaria di alcuni clienti è doverosa.

Antonio Levantaci detto cannone è felice, sempre. Non conosce la grammatica, parla un dialetto claudicante e sofferente, ride come un fanciullo, beve il caffè, fuma, legge il giornale ma non comprende le notizie. Il mondo lo guarda diversamente da come lo guardano gli altri e non gliene importa nulla di esso. È esperto in numerologia, nel senso che vorrebbe trarre dai numeri fortuna e ricchezza per godersi meglio la vita con un sorriso ancora più largo ed elastico di quanto lo sia ora.

Biagino il vinaio, scombina e sconquassa l’atmosfera della bottega con il suo linguaggio rude e blasfemo. Quatto, quatto irrompe nei momenti di tensione verbale dei clienti e lancia strali ai presenti o al povero politico nazionale o locale. Tutti lo vogliono, tutti lo desiderano, tutti lo cercano. E lui come un serpente morde e fugge. Poi compare quando lo ritiene necessario per aggiungere un dettaglio dispettoso e irriverente verso qualcosa o qualcuno. E infine la risata sarcastica e soddisfacente che nell’evolversi della mimica facciale diviene essa stessa espressione di teatralità e compiacimento del suo essere scortese e impietoso. È da consideralo, se si può dire, come Pasquino, pur non avendo nulla in comune, in riferimento al linguaggio elegante e forbito, con il personaggio storico della Roma papalina, per le sue geniali satire contro il potere. Biagino è un Pasquino contadino che con le sue pasquinate piccanti ed effervescenti sollazza e diverte ancora di più quando discute con Ucciu Ria. È difficile contenerli entrambi. La conversazione diventa commedia; narrazione estemporanea dei fatti di un paese che nella comicità rivela le abitudini buone e cattive di una comunità. E poi ce ne sono altri che contribuiscono alla tradizione paesana di giocare e scherzare su persone e fatti: Antonio Giorgino, sagrestano e sommo priore; Nziatinu, la vittima preferita del maestro; Antonio Scarpa, sottile come una lama di coltello; Angelo te Matinu che a Tuglie ha imparato le regole del gioco a carte; Mauro Marzano, invadente, spocchioso ma simpaticissimo; Angelu te la protezione civile sempre distratto e alle prese con la riscossione degli arretrati.

Nel tentativo di narrare vita spicciola si rischia di tralasciare qualcosa d’importante. Vorrà, quindi, scusarmi il lettore per eventuali omissioni, errori o irriverenze. Ciò che conta è avere tracciato uno spaccato di vita spicciola che nel luogo della barbieria diventa storia che accomuna persone e amici.

Sul nostro modo di vivere la piazza

Nde cchiamu alla chiazza

Tuglie

 

di Elio Ria

 

Nde cchiamu alla chiazza (ci troviamo in piazza): a significare qualcosa d’importante.

Questa frase apparteneva al nostro modo di vivere la piazza. Sono ormai trascorsi tanti anni e la piazza, oggi,  non è più quella di una volta.

Allora  su di essa gravitavano le amicizie, le burla, gli scherzi e la voglia di fare. Sì, voglia incessante di fare, di essere protagonisti nella vita sociale e anche politica del nostro paese, pur fra mille contraddizioni, ostacoli e pregiudizi.

Si discuteva pacatamente e animatamente dappertutto, condensando nei ragionamenti anche parolacce e scherni. Il bar Provenzano era il cuore pulsante della Tuglie perbene (?), come un grande circolo cittadino all’aperto, un palco speciale per oratori, politici che disquisivano sui fatti locali e nazionali, con accenni folcloristici che, in qualche caso, si concludevano con una scazzottata. Ma poi tutto ritornava come prima.

I ricordi sono tanti; ovviamente annotati negli anfratti della mia memoria  e soggetti quindi all’evanescenza di qualche   particolare. Ma non per questo mi voglio sottrarre all’idea di riordinare mnemonicamente qualche episodio inerente la piazza, soltanto per il piacere di ricordare qualcosa di minore che non appartiene alla grandezza della storia ma pur sempre interessante in riferimento alle attività sociali, politiche, di svago e culturale che hanno interessato o reso protagonista  la comunità del nostro paese.

Una domenica mattina uscendo di casa per andare in piazza, rimasi sconcertato nel vedere appesa ad un albero in prossimità dell’abitazione di Mario Giuranno, in via Milano,  una bandiera rossa fatta a brandelli. Avevo 13 anni nell’anno

Tuglie. La festa in onore di Maria SS. Annunziata

di Massimo Negro

La festa patronale è la Festa Patronale. Può accadere di essere lontani, fuori regione o lontani dall’Italia. Oppure a pochi chilometri, avendo per vicessitudini della vita, cambiato residenza. Ma la festa è la Festa.

E il suo richiamo festoso è il richiamo delle proprie origini, del proprio paese, della comunità in cui si è cresciuti, della propria terra. E’ come il suono di una banda, una sinfonia di ricordi che si fanno sempre più armonici e squillanti con il passare del tempo.

E’ l’appuntamento per rivedere solitamente persone, vecchi amici che si incontrano raramente durante l’anno. Perchè per la Festa tutti, o quasi, ritornano e la piazza del paese diventa il luogo degli incontri, del “te quantu tiempu ‘nnu te vidi!”, del “a casa comu vane le cose?”, del “ma t’ha spusatu? figghi?”.

E per chi non ci può essere perchè lontano per motivi familiari, di lavoro o di studio, resta comunque ovunque si trovi un giorno di festa. Un giorno in cui non può mancare la telefonata ai genitori, ai parenti ed amici per sapere “comu ete st’annu la festa”.

E così sarà anche quest’anno nei giorni 24, 25 e 26 marzo.

Altri tempi, quando adolescente, iscritto all’Azione Cattolica, con i compagni dell’Oratorio portavo a spalla  in processione una delle statue dei santi. A me solitamente toccava portare quella di S. Antonio, copatrono del paese.
Guai a sbagliare passo, come puntualmente accadeva, o a fare coppia con un compagno di altezza sensibilmente diversa, come spesso succedeva.

Il risultato era che l’asta su cui poggiava la base della statua ti “volava” via e dovevi fare forza per mantenerla poggiata sulla spalla, altrimenti il peso gravava sul compagno di turno o, viceversa, te ne uscivi al termine della processione con la spalla bella segnata dal peso e per un paio di giorni ti rimaneva qualche doloretto. Ma erano altri tempi.

Ma sempre “meglio” Sant’Antonio che la statua della Madonna, ben più pesante anche per via dell’angelo. La terza statua ad uscire per le strade del paese è San Giuseppe, anch’egli copatrono di Tuglie.

La processione principale, quella solenne, nel passato si svolgeva la mattina del giorno di festa.
Partiva al termine della messa delle 10, alla ” ‘ssuta te la messa”, e terminava a ridosso del pranzo. Si camminava per le strade dove, man mano che passava il tempo e ci si approssimava a mezzogiorno, il profumo delle polpette o della carne al sugo cucinata a fuoco lento invadeva le strade e ti accompagnava lungo tutto il tragitto.
Il profumo della cucina delle nostre mamme e delle nostre nonne che preparavano per il grande pranzo.
E il profumo delle polpette, della sagna al forno diventava tentatore come il canto delle sirene per Ulisse. Si partiva in tanti dietro le statue dei Santi e della Madonna e si arrivava solitamente in pochi. Molti si arrendevano strada facendo al richiamo della tavola.

Prima della processione, se non ci svegliamo tardi, era d’obbligo fare un giro alla grande fiera. La meta preferita era andare a vedere gli animali.

La sera tutti alle giostre, con le orecchie piene della musica da discoteca sparata ad alto volume, sentendosi da adolescenti come tanti piccoli Tony Manero (ai miei tempi Travolta andava di moda). Il tagadà, su le mani e senza mani, la barca, su cui immancabilmente mi sentivo male, e tante altre giostre da girare.

Era l’occasione per il primo gelato della stagione. E a Tuglie, per l’occasione, il gelato prendeva, come ancora oggi accade, la forma dalla “banana”. Cioccolato e vaniglia, ricoperti di meringa e noccioline. Fantastica!

La sera tutti ad attendere che la banda di turno suonasse il Bolero di Ravel a chiusura della serata. Poi ai margini della piazza, su una panchina a mangiarci, rigorosamente con le mani, la scapece che poco prima avevamo comprato dalla solita bancarella dei gallipolini.
Altri tempi.

Il giorno dopo la festa, detto della “Annunziateddha”, era il giorno del mercato in piazza. Una distesa incredibile di piatti, pentole e scarpe sparsi ovunque. Con la banda che dalla cassarmonica faceva da colonna sonora a quell’inusuale mercato.

Con passare degli anni la festa è cambiata. Ora la solenne processione si svolge la sera della vigilia, mentre per il giorno di festa la statua della Madonna viene nuovamente portata per le strade del paese per la benedizione dei campi.

I tempi cambiano, ma la festa è sempre la Festa. Anche quest’anno, a Tuglie il 24, 25 e 26 marzo.

 

Nel video che accompagna questa breve nota potrete vedere le foto, scattate negli anni scorsi, della processione solenne che si svolge la sera della vigilia e della seconda, il giorno della festa, per la  benedizione dei campi.

http://www.youtube.com/watch?v=RJZkXPOOqCI

pubblicato su:

http://massimonegro.wordpress.com/2012/03/22/tuglie-festa-di-maria-ss-annunziata/

Tuglie, i luoghi

di Elio Ria

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Luoghi cari, vissuti, ricordati…

La stazione,  luogo di partenze e arrivi, con il sole a stendersi sui binari e fra le case cubiche bianche. Locomotive lente, littorine verdi per un rumore di modernità.

La biblioteca, minuta, silenziosa.

Furneddhu, il passato che resiste alla stravaganza e imperiosità del presente.

Palazzo Venturi, memoria della nobiltà.

La Chiesa matrice: c’è sempre una chiesa che identifica un paese.

Alberi di Pino, l’iimobilità del ricordo di una collina.

Piazza Garibaldi, centralità di un’appartenenza.

Montegrappa, la collina verde e rocciosa dove i massi e i pini concludono sogni.

Tuglie, un paese, un luogo umile, senza superbia,  espressione di un sud sincero e amaro e dolce.

Tuglie tra fine 800 e inizi 900

CRISI ECONOMICA E AMPLIAMENTO DEL TERRITORIO

 

di Lucio Causo

 

Nel 1816 il Catasto aveva attribuito a Tuglie una superficie di207 ettari. Nella ripartizione territoriale di quel Catasto non si tenne conto delle condizioni di miseria in cui si trovavano i tugliesi, del numero delle persone che vivevano nei paesi vicini (Gallipoli, Neviano, Sannicola, Parabita, Alezio) e neanche dell’ importanza presente e futura dei vari Comuni.

Si tenne essenzialmente conto del domicilio dei proprietari del terreno, infatti, accadde che la masseria Aragona, vicinissima al paese, divenne parte di Gallipoli perché i proprietari erano domiciliati in quella città.

La zona nord di Tuglie era costituita da colline rocciose (Spalla, Cretazzi, Passaturi, Aiavecchia), le quali non erano adatte alla costruzione di strade, case e stabilimenti industriali. Le abbondanti piogge, a causa del pendio delle colline, avevano reso quelle zone inabitabili comportando così per parecchie volte il rifacimento delle strade vicinali. A sud dell’abitato, invece, vi era una vallata dove si depositavano le acque piovane che scendevano dalla collina rendendo così il terreno paludoso e provocando la diffusione della malaria che fece numerose vittime tra i contadini tugliesi. Ciò necessitava di una completa sistemazione territoriale attraverso il deviamento delle acque piovane a monte dell’ abitato, un sistema di fognature all’interno e la costruzione di depositi raccoglitori a valle.

La crisi economica in quel periodo si era ormai affermata, tanto che molti cittadini tugliesi furono indotti a ricercare nuove terre da coltivare oppure, come tanti altri italiani ridotti in povertà, ad emigrare in America.

I nostri emigranti partivano da Gallipoli per raggiungere via mare Napoli per poi imbarcarsi su grossi bastimenti insieme ad altri emigranti meridionali. Per evitare che la disoccupazione si diffondesse sempre di più, nacquero delle Cooperative di lavoro e Sindacati di contadini che proibivano l’importazione della manodopera per difendere quella locale; i risultati furono disastrosi perché nei Comuni di notevole estensione vi era manodopera, anche se non specializzata, invece i tugliesi, pur essendo esperti contadini rimasero senza occupazione per l’ insufficienza di territorio.

Molti furono i tentativi per fare in modo che la crisi non travolgesse l’intera popolazione di Tuglie massimizzando i punti di forza del paese, ma questo non fu possibile per i molti ostacoli che si presentarono. Le maggiori ricchezze del paese sono sempre state la produzione dell’olio, del vino e dell’alcool. Purtroppo, i più importanti stabilimenti erano situati nel territorio di Alezio e nel territorio di Parabita.  In seguito, con la crisi vinicola, molti agricoltori tugliesi trasformarono i vigneti in campi di tabacco e gli industriali fecero

Tuglie. Le origini, la storia, le tradizioni (terza ed ultima parte)

di Lucio Causo

 Le chiese

Nella piazza centrale di Tuglie sorge la Chiesa Matrice, dedicata alla protettrice Maria SS. Annunziata. Fu edificata agli inizi del secolo XVIII sul posto ove si trovava una vecchia chiesetta.

Il 2 aprile 1719 il vescovo di Nardò, mons. Antonio Sanfelice, visitò la piccola chiesa dell’Annunziata. Avendola trovata piccola ed angusta, invitò il barone Guarino, il parroco provvisorio ed il popolo del casale di Tuglie a porre mano alla costruzione di una nuova e più grande Chiesa Parrocchiale. Nella visita successiva (1720) il vescovo Sanfelice elargì un contributo di 47 ducati in monete d’oro per la sollecita costruzione della parrocchia. La prima parte della chiesa, corrispondente alla navata centrale, fu iniziata nel 1721e si protrasse per oltre quindici anni. Don Vito De Santis, primo arciprete tugliese (1733-1785), ampliò ulteriormente la chiesa ed a sue spese fece costruire due altari. Il successivo ingrandimento si rese necessario intorno al 1850, quando fu realizzata la navata di borea. Nel 1875, l’arciprete Pasquale Miggiano iniziò la costruzione della navata di scirocco, che fu completata nel 1880. Nel giugno 1894 la chiesa fu consacrata dal vescovo Giuseppe Ricciardi. Nel 1900 fu posato il pavimento in marmo grigio bitonale di Carrara che ancora oggi si vede. La facciata della Parrocchia, ampia ed elegante, presenta tre portali d’ingresso ed è preceduta da una balaustra con colonnato in pietra leccese. L’interno è arricchito di numerosi altari costruiti in varie epoche. Sono opere di particolare pregio: il pulpito in legno dorato del 1800, l’organo polifonico a 1500 canne costruito nel 1912 e restaurato nel 1978, il Battistero in marmo di Carrara costruito nel 1914, i mosaici della Via Crucis, il grande mosaico raffigurante l’Annunciazione realizzato nel 1963 e numerose statue in cartapesta, opera di rinomati artisti leccesi del Settecento e dell’Ottocento. La

Tuglie. Le origini, la storia, le tradizioni (prima parte)

di Lucio Causo

    Le origini

   Tuglie, in provincia di Lecce, ha origini molto antiche. Lo confermano i quattro “Menhir” tugliesi che si trovano in aperta campagna: il menhir di “Monte Prino”, alto circa due metri; il menhir delle “nove croci” in contrada “Camastra”; il menhir che si trova all’incrocio della via vicinale del “Caruggio” con la via vicinale “Camastra”; il menhir del  fondo “Scirocco”, al confine tra le tenute Santese e Losavio.

Sono di particolare interesse le “Grotte Passaturi” o “Case vecchie”, situate in prossimità delle scuole elementari, che, secondo alcuni studiosi, costituivano la dimora dell’antico popolo dei “Tulli” [1].

Intorno al 1270, il piccolo nucleo abitato, sorto spontaneamente a ridosso della collina, era denominato “Casale Tulli” ed apparteneva ad Almerico di Montedragone, ufficiale dell’esercito di Carlo d’Angiò. Il sovrano lo aveva donato al nobile cavaliere in cambio di alcuni beni posti nel territorio di Sulmona, città natale di Almerico [2].

Nel 1280, il conte di Montedragone dovette accorrere a Taranto per sedare una rivolta popolare. Della sua assenza approfittò Gervaso da Matino che occupò con la forza il casale di Tuglie, ribattezzandolo “Castri Tulli” [3].

Si racconta che Almerico, prima di lasciare il casale, fece edificare una piccola cappella nel posto dove prima c’era una nicchia di pietra con l’immagine delle Anime Sante, proprio dove ora sorge la Chiesa Matricededicata alla Madonna dell’Annunziata [4].

Il 28 luglio 1480, una formidabile flotta di galee turche con 1.600 pezzi di artiglieria e 18.000 soldati, si schierò di fronte al porto di Otranto. Acmet, il capo dei turchi, promise vantaggiose condizioni, in cambio della resa, ma gli otrantini decisero di resistere ad oltranza. Cominciò così un assedio violentissimo, che durò 15 giorni. L’artiglieria ottomana bombardò le mura, l’abitato e la rocca. Poi i turchi, travolta ogni resistenza, dilagarono nella città

Cartoline da Tuglie. Un luogo ideale

di Luigi Scorrano

C’è un’aria fina di primavera e vi si sveglia dentro il desiderio di una bella passeggiata? Il paese non offre molto sotto questo punto di vista. Qualunque passo pone il problema dell’incolumità personale: il pedone è sempre a rischio.

Lasciate pure le solite strade del centro e cercate un luogo appartato ma non proprio nascosto. C’è! Vi svettano alberi superbi, comodi viali vi permettono di camminare senza rischi, una gran quantità di piante fiorite e ben curate rallegra la vista: insomma, c’è quanto si può desiderare per andarsene a braccetto dei propri pensieri. Il luogo spira calma e serenità. Camminandovi, anche se siete da soli, vi sembrerà di essere in buona e numerosa compagnia. Non correrete il rischio che qualche seccatore vi capiti tra i piedi. Coloro che vedete hanno tutti un sorriso benevolo, vi guardano con simpatia e si rallegrano di vedervi. Forse soffrono un poco di solitudine e non gli par vero che nelle loro case silenziose di tanto in tanto risuoni il rumore d’un passo diverso dal loro, ch’è felpato e quasi inaudibile.

Si respira, qui. E vi si gode un panorama stupendo, tanto che quasi quasi nasce un po’ d’invidia per coloro che son venuti ad abitare qui dal momento che godono d’una visione che altri luoghi del paese non potrebbero offrirvi

Cartoline da Tuglie. La chiesa matrice

Una facciata, quasi un volto

 di Luigi Scorrano

In molti la ricordano ancora, col suo aspetto biancastro o ingrigito, con le tracce della stanchezza che il tempo lascia sui monumenti oltre che sulle facce delle persone. Appena restaurata, la facciata della Chiesa Matrice provocava un effetto choc, con il suo colore che poteva risultare troppo acceso, con la quasi sfacciata evidenza della sua mole subito tornata ad imporsi nello spazio della piazza. Ora, però, anche quel colore così vivo sì è un poco velato, o forse l’occhio vi si è abituato e l ’effetto è quello di collocare la facciata della chiesa tra le immagini familiari; non più staccata dagli edifici circostanti ma con essi in colloquio pacato e cordiale come s’addice allo spazio urbano d’una piazza cordiale anch’essa, con un aspetto quotidiano che non incute soggezione.

Una facciata è come un volto: vi si stratifica la memoria degli anni e degli avvenimenti. La si può assumere come testimone di eventi che sono ormai lontani dal nostro tempo; si può facilmente immaginare che resterà, anche dopo la stagione della nostra vita, a vegliare sulla vita del paese.

Una facciata, quella della nostra Chiesa Matrice, senza pretese, aperta, fraterna alla dimensione della quotidianità nella quale siamo immersi. L’orizzontalità dei suoi piani è bilanciata dalla verticalità di rilevanti elementi architettonici; il sagrato-terrazza, con la sua balaustra di confine, piccolo balcone dove sostare in piacevoli incontri, costituisce un sorridente

Cartoline da Tuglie

Largo Fiera, per memoria

di Luigi  Scorrano

Del Largo Fiera solo chi c’è nato e vi ha trascorso un bel pezzo della sua vita può coltivare la nostalgia da paradiso perduto che il luogo insinua nella memoria. È come dire che chi vi è nato ha aperto gli occhi sulla luce di quel quadrato di cielo sopra le case che il profilo degli edifici non riesce a contenere. E la luce sfugge allegra per le vie circostanti, a raggiera, come in una paesana e dolcemente improbabile Place de L’Étoile di casa nostra.

Per chi lo vede oggi, e non l’ha mai visto com’era quando in effetti vi si svolgeva la fiera dell’Annunziata, ch’è l’occasione che gli dette il nome, Largo Fiera è segnato da uno dei tanti pettinati assetti urbani che il tempo e nuove esigenze di vita comportano. Sicché pare che ricordarlo com’era, fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, sia una sorta di privilegio. Certo è un segreto appuntamento con la malinconia delle cose perdute o di quella perduta parte di noi stessi che riaggalla a tratti nella mente e rende più pungente il senso del passato.

Un largo, come dice il nome: non una piazza. Un largo senza muretti di confine a segnare con decisione le strade. Uno spiazzo dove i bambini delle famiglie che vi abitavano intorno trovavano il luogo ideale dei loro giochi ed erano sotto l’occhio amorosamente vegliante delle madri. L’ingombrante Casa del Fascio, rimasta incompiuta ed in seguito utilizzata  in vario modo (scuola, municipio), tolse respiro al luogo; ma nello spazio dell’attuale “villetta” gli alberi del pepe (li chiamavamo così) scuotevano languidamente i loro molli rami, quasi travestendosi da salici al margine di uno specchio d’acqua inesistente.

Il toponimo, prima degli anni Ottanta divenuto Piazza Municipio, gli è stato provvidamente restituito, perché della funzione di quel luogo non si cancellasse la memoria. Il giorno della festa patronale, la Madonna dell’Annunziata, protettrice del paese, vi sostava un bel po’, ferma di fronte al luogo dove in suo onore venivano “sparate” fragorose “batterie”. Era in compagnia d’una teoria di santi, che le assicuravano scorta e facevano un bel vedere, nella luce fresca di marzo, con i loro gesti imperiosi o dolci, con le loro divise multicolori.

Largo Fiera era un luogo della gioia. A Natale vi si accendeva il più bel falò del paese, quello che durava per più giorni. Il calore di quel fuoco riscalda la mente, a ripensarlo. E le faville che ne scaturivano si sono attaccate alla volta celeste e sono le stelle che brillano nella notte di Natale.

Tuglie. Un paese, un racconto

di Luigi Scorrano

Ogni paese ha una storia. Ma questa storia è fatta non solo degli avvenimenti, grandi o piccoli, dei quali un paese è teatro; è fatta anche dalla fisionomia del paese, dai suoi luoghi, dalle generazioni che vi impressero un segno distintivo e lo passano ai posteri. Si può fare storia di un paese anche così, osservando quanto ci circonda nel luogo in cui viviamo, ripensando alla nostra collocazione nella piccola società che esso ospita… Il racconto ‘storico’ di un paese può attingere anche in un percorso inconsueto la sua visibilità, il suo carattere.

Il paese di cui qui parliamo è Tuglie. Per ‘cartoline’.

Ritrattino di Tuglie

Con le sue case, con la sua piazza al centro di un abitato più lungo che largo, con la sua collina di Montegrappa che fa da belvedere su un ampio tratto di territorio, Tuglie, nella sua raccolta fisionomia, non manca di attrattive. Sembra quasi d’obbligo, quando si vogliano vantare origini illustri, rifarsi ai Romani (in Italia, almeno!) o anche più lontano: anche Tuglie non sfugge a questa specie di regola. Qualche traccia, per quanto incerta, una parentela potrebbe stabilirla. Ma è dal Medioevo che abbiamo qualche notizia più sicura; ed è soprattutto tra il Sei ed il Settecento che Tuglie comincia ad acquistare un preciso profilo di paese, di comunità urbana.

Gli studiosi locali hanno illustrato aspetti generali o parziali di questo luogo; ci hanno raccontato, anche, la storia dei suoi abitanti, umili o eminenti che fossero. Un paese è fatto di tutti coloro che ci vivono e in

Tuglie. Una cartolina da Largo Fiera

Largo Fiera, per memoria

di Luigi Scorrano

Del Largo Fiera solo chi c’è nato e vi ha trascorso un bel pezzo della sua vita può coltivare la nostalgia da paradiso perduto che il luogo insinua nella memoria. È come dire che chi vi è nato ha aperto gli occhi sulla luce di quel quadrato di cielo sopra le case che il profilo degli edifici non riesce a contenere. E la luce sfugge allegra per le vie circostanti, a raggiera, come in una paesana e dolcemente improbabile Place de L’Étoile di casa nostra.

Per chi lo vede oggi, e non l’ha mai visto com’era quando in effetti vi si svolgeva la fiera dell’Annunziata, ch’è l’occasione che gli dette il nome, Largo Fiera è segnato da uno dei tanti pettinati assetti urbani che il tempo e nuove esigenze di vita comportano. Sicché pare che ricordarlo com’era, fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, sia una sorta di privilegio. Certo è un segreto appuntamento con la malinconia delle cose perdute o di quella perduta parte di noi stessi che riaggalla a tratti nella mente e rende più pungente il senso del passato.

Un largo, come dice il nome: non una piazza. Un largo senza muretti di confine a segnare con decisione le strade. Uno spiazzo dove i bambini delle famiglie che vi abitavano intorno trovavano il luogo ideale dei loro giochi ed

Tuglie. Una cartolina dalla Stazione

di Luigi Scorrano

“Stazione” vuol dire, letteralmente, “luogo di sosta”. Ogni stazione lo è. Meglio si potrebbe dire “luogo d’attesa”. Ci si fermi in procinto di partire o, al momento del ritorno, il tanto che basta a passare dal predellino d’una locomotiva al marciapiede, il sentimento che si prova è quello non di uno “stare”, come la parola vorrebbe, ma d’un tendere verso qualcosa. Tendere a un luogo perché vi sospingono particolari circostanze della vita; tornare al luogo natale, alle note pareti di casa, alle vie percorse tante volte con disattenzione e che ora sembrano muovere incontro a chi torna mostrando un volto festevole.

La stazione, anche “questa stazione”, è un luogo in cui s’incrociano destini, in cui storie dolorose o liete si appoggiano per un attimo come valige piene di doni inattesi o di misere cianfrusaglie. Non c’è bisogno di grande movimento per evocare tutto questo: basta oggi osservare gli scarsi viaggiatori in attesa che un lenta littorina scivoli in frenata sui binari o riprenda il suo calmo cammino attraverso irti blocchi di case o dolci tratti di campagne. Basta questo, però, a rievocare la “nostra” stazione com’era  – per esempio – alla metà degli anni Cinquanta, o poco più oltre?

La memoria talvolta arricchisce un’impressione… Di certo c’era il vocio allegro degli studenti, il professionale incedere del personale, il tentativo di recupero d’un po’ di sonno da parte dei passeggeri le cui facce s’intravedevano dietro i finestrini. In alcuni anni la stazione si è presentata un po’ troppo povera nell’aspetto, un po’ trascurata; in altri, lavori e risistemazioni le hanno conferito la fisionomia dignitosa, non senza un’ombra di civetteria, che oggi ha.

La riguardiamo, qualche volta, con un pizzico di nostalgia. I treni si fermano ancora: partono, arrivano… I viaggiatori sempre più radi. Non per questo la stazione perde di fascino. Rimane un luogo simbolico: un luogo dell’incontro o del distacco, ma pur sempre un luogo stampato nella nostra mente con il film di tante vicende, di tante storie personali.

L’emigrazione ne affollò il marciapiede, ora così agevole e allora un po’ sconnesso. Case crebbero sui due lati della ferrovia; la campagna cedette a qualche insediamento industriale. E in anni remoti una coppia di barbagianni costruì nella stazione il proprio nido famigliare. Ma il canto notturno di quei volatili spaventò creduli e superstiziosi. Per i due sposi alati la stazione divenne il luogo dal quale fuggire in cerca d’un nido più accogliente.

Non sempre le stazioni sono felici luoghi di sosta!

(pubblicato da Felice Campa su  www.tuglie.com)

  

Tuglie. Un paese, un racconto

di Luigi Scorrano

Ogni paese ha una storia. Ma questa storia è fatta non solo degli avvenimenti, grandi o piccoli, dei quali un paese è teatro; è fatta anche dalla fisionomia del paese, dai suoi luoghi, dalle generazioni che vi impressero un segno distintivo e lo passano ai posteri. Si può fare storia di un paese anche così, osservando quanto ci circonda nel luogo in cui viviamo, ripensando alla nostra collocazione nella piccola società che esso ospita… Il racconto ‘storico’ di un paese può attingere anche in un percorso inconsueto la sua visibilità, il suo carattere.

Il paese di cui qui parliamo è Tuglie. Per ‘cartoline’.

Ritrattino di Tuglie

Con le sue case, con la sua piazza al centro di un abitato più lungo che largo, con la sua collina di Montegrappa che fa da belvedere su un ampio tratto di territorio, Tuglie, nella sua raccolta fisionomia, non manca di attrattive. Sembra quasi d’obbligo, quando si vogliano vantare origini illustri, rifarsi ai Romani (in Italia, almeno!) o anche più lontano: anche Tuglie non sfugge a questa specie di regola. Qualche traccia, per quanto incerta, una parentela potrebbe stabilirla. Ma è dal Medioevo che abbiamo qualche notizia più

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