Da Tricase a Genova, ma solo sulla carta …

di Armando Polito

Topi, tarme, vandali, maniaci e non, incendi, guerre:  sono stati e sono ancora questi  i nemici delle biblioteche tradizionali. L’avvento dell’elettronica e dell’informatica sembrava garantire  con la digitalizzazione la trasmissione ai posteri della parte preponderante del patrimonio culturale dell’Umanità e, come già per il libro tradizionale il numero di copie era direttamente proporzionale alle possibilità maggiori o minori che se ne conservasse la sua fisicità, così il backup sembrò la panacea per tutte, o quasi,  le possibili malattie informatiche, dal crack improvviso di una memoria di massa ad un attacco virale più o meno grave, fino allo stupro di un hacker. Finora le difese o i sistemi di ripristino messi in atto dai grandi siti hanno in qualche modo funzionato, ma ultimamente parecchi di loro sono stati letteralmente messi in ginocchio con l’espediente più banale ed apparentemente innocuo: quello del sovraccarico degli accessi, che sembra quasi una lezione a chi si vanta di avere giornalmente un numero iperbolico di contatti …

L’unico rimedio sembra essere il potenziamento del proprio sistema (che, però, dipende da altri cui è strettamente connesso) in una corsa senza fine agli armamenti in cui il nemico è favorito, credo, dalla creazione automatica degli accessi ed il suo antagonista  sfavorito soprattutto dal fatto che non può attuare lo stesso sistema all’incontrario, cioè consentendo gli accessi solo fino a poco prima della soglia di saturazione, perché (penso ai siti commerciali) sarebbe come darsi con la zappa sui piedi e l’effetto sugli esclusi sarebbe devastante sul piano economico non solo nell’immediato ma anche in prospettiva, se si pensa all’importanza dell’immagine.

Qualcosa del genere dev’essere successo per il documento che fortunatamente avevo salvato qualche mese fa e che oggi propongo. L’avevo trovato al link http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.TERRITORI:IMG-00461223 ove compariva (e ancora compare) la sua miniatura e da dove si accedeva ad un altro link al momento in cui scrivo irraggiungibile (dopo alcuni secondi di speranzoso caricamento …). L’immagine (cliccandoci sopra col tasto sinistro si vedrà ingrandita) è una planimetria del porto di Tricase databile tra la fine del secolo XIX e gli inizi del  XX, custodita nell’Archivio di Stato di Genova.

Trascrivo i nomi che vi si leggono nella speranza che qualche lettore tricasino ci dia ulteriori ragguagli:

bagno Verris (molto probabilmente da leggereVeris)

proprietà dell’Abate

Strada comunale per Tricase

Cisterna

proprietà Pisanolli (molto probabilmente da leggere Pisanelli)

proprietà Panese Deodato

sottopassaggio

E, per finire, l’aspetto attuale del sito in un’immagine, più o meno sovrapponibile alla vecchia planimetria, tratta, come al solito, da GoogleMaps.

Tricase, ieri e oggi

di Armando Polito

Tutti, anche gli astemi, sanno che il vino col tempo migliora, ma non bisogna esagerare perché anche il più robusto dopo un certo numero di anni si deteriora. Per questo quando mi capita tra le mani una bottiglia di annata notoriamente felice, ritenendo da criminale correre qualsiasi rischio, me la scolo senza perdere tempo, da solo o in compagnia. Certo, ci sono le bottiglie da collezionista, il cui valore, direttamente proporzionale alla data d’imbottigliamento, non è destinato ad essere apprezzato dalle papille gustative, ma dalla sensibilità di chi, magari senza potersi permettere di essere un collezionista, in una semplice, impolverata ma preziosa  bottiglia è in grado di leggere la storia, grande o piccola che sia. In fondo lo stesso avviene con una cartolina antica. Essa, a suo tempo non spedita, può essere stata a suo tempo riposta distrattamente in un cassetto e in questo caso corrisponde alla bottiglia non consumata messa da qualche parte, perché vederla in giro dava fastidio e poi dimenticata (rischio inesistente in casa mia …); in altri casi  la mancata spedizione della cartolina può essere stata causata anche dalla sua bellezza, per cui si è pensato di conservarla, senza, però, alcuna volontà collezionistica, senza, cioè, considerarla come un piccolo investimento sulla sua futura rarità (questo farebbe il paio con la bottiglia di vino la cui forma e/o la cui etichetta hanno esercitato la loro seduzione (io, se ancora non s’è capito, non mi lascio sedurre da vetro e carta …). Lascio alla fantasia del lettore immaginare altre situazioni che non siano quelle, pressoché infinite, legate al caso. Mi son lasciato ubriacare dal semplice concetto di bottiglia dimenticandomi di quelli del tempo e della storia che, pure, all’inizio, avevo sbandierato. Avrei pure potuto risparmiare al lettore questa introduzione e entrare subito in argomento, ma essa rappresenta un disperato, forse l’ultimo appello a partecipare, magari solo inviando alla redazione qualche vecchia foto della nostra terra, oppure una recentissima scattata nella stessa prospettiva di quelle antiche che ho già presentato. Oggi, oltretutto, il discorso sarà più articolato del solito, pur rendendomi conto che i ritmi del nostro tempo consentono al massimo di dare uno sguardo più o meno fugace ad un’immagine, non di dedicare qualche minuto alla lettura di riflessioni su di essa, non fosse altro che per la voglia di cogliere in castagna l’autore e, sacrosantamente, sputtanarlo.

L’immagine che segue, tratta, insieme con la successiva, da http://www.ebay.it/itm/TRICASE-Piazza-Vittorio-Emanuele-II-/170591611757?hash=item27b80d6b6d:m:mJnEWpGbjI2LLlq94bjj40Q,  è una cartolina raffigurante quella che all’epoca era piazza Vittorio Emanuele II e che oggi è piazza  Giuseppe Pisanelli1.

Il verso ci consente di dare una collocazione temporale alla rappresentazione del luogo e di fare altre riflessioni, nella speranza che qualche lettore integri quello che non son riuscito a leggere (l’ho indicato con il punto interrogativo).


La cartolina, indirizzata alla Gentilissima Signorina Sig.na ? Palese Trieste V. Macchiavelli (sic!) N° 16 I° p.,  reca il seguente messaggio: Tanti saluti da tuo zio ?

Il timbro, duplicato, reca la dicitura TRICASE (LECCE) nel margine e al centro, su tre linee, 17 LUG O7. La cartolina, dunque, risulta spedita il 17 luglio 1907. Il bollo d’arrivo è assente e ciò che appare nel’angolo superiore del retto è costituito dalle tracce d’inchiostro del bollo superiore del verso assorbite dalla carta, come dimostra l’immagine successiva, ove ho invertito orizzontalmente la prima (quella del retto) per mostrare la sua perfetta sovrapponibilità alla seconda.


Prima di passare ad altro voglio spendere qualche parola sul francobollo. Esso presenta l’effigie di Emanuele III (re d’Italia dal 1900 al 1946) con decorazione floreale e fa parte di una serie di undici, con valori da 1 centesimo a 5 lire. Nella serie, che ho riprodotto di seguito, il nostro è il primo della terza fila2.


Ciò che ora mi accingo a fare non è una violazione della privacy, al contrario è un omaggio alla memoria di chi ha mi ha reso possibile scrivere queste poche righe e mi sento un po’ come, immagino,  l’archeologo che ha appena aperto una tomba …).  Mi sono permesso, con l’immagine tratta da GoogleMaps, di tentare di individuare il domicilio della destinataria, sempre che la numerazione sia rimasta immutata. Il civico 16 attuale di via Niccolò Machiavelli a Trieste è quello che ho indicato con la freccia.

Termino la parte dedicata alla piazza di Tricase con la sua immagine attuale tratta ed adattata anch’essa da GoogleMaps e con un collage comparativo.

Ora dalla piazza ci spostiamo al porto con un’immagine tratta dal profilo Facebook di Salento come eravamo, ove compare datata al 1932.

È evidente che questa volta non abbiamo davanti agli occhi una cartolina ma una foto privata e la data potrebbe essere stata ricavata da qualche annotazione sul retro o essere frutto di una deduzione di chi l’ha inviata; ma su quali base oggettive? Va da sé che l’individuazione della marca (la getto lì: Atala o Bianchi?) e del modello (stavolta non ho niente da gettare …) della bicicletta da parte di qualche esperto non guasterebbe. Per questo il 1932 andrebbe, almeno per ora, accettato con beneficio d’inventario. Chiudo con la stessa sequenza di immagini prima adottata per la piazza.

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1 (Tricase, 1812-Napoli 1879). Deputato nel Parlamento napoletano nel 1848, per i suoi sentimenti antiborbonici fu costretto a fuggire prima a Civitavecchia, successivamente a Genova, Londra e Parigi. Tornato a Napoli nel 1860, fu nominato da Garibaldi ministro di Grazia e Giustizia ma durò in carica solo ventidue giorni;  deputato al parlamento (1860-67), fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti nel ministero Farini e in quello Minghetti. Fu autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia entrato in vigore nel 1865, opera rivalutata in tempi recenti perché ritenuta più liberale del codice del 1940 giudicato da alcuni eccessivamente autoritario se non ideologicamente vicino al fascismo.

2 Nuovo ha una valutazione, a seconda del livello di conservazione, tra i 61 ed i 150 euro; il valore dell’usato precipita ad 80 centesimi.

 

Santi in edicola, edicole di Santi… da salvare

Edicola votiva con San Martino, borgo antico, Tutino
Edicola votiva con San Martino, borgo antico, Tutino

 

di Fabrizio Cazzato

Ambiente e beni culturali, un connubio inscindibile in Italia, eppure troppo spesso non valorizzato  pur se negli ultimi decenni è cresciuta la sensibilità e si sono attivate strategie di tutela anche attraverso le nuove tecnologie. Ma tutto ciò non basta.

Dal Salento  dialoga nel segno della bellezza una civiltà fatta di pietre, di segni e di colori che ha saputo modellare il nostro territorio. Pensiamo alla dolcezza delle Serre Salentine, alle distese di uliveti, agli antichi borghi, alle cripte basiliane e alle grotte che sono diventate abitazioni e chiese.

Ma hanno importanza fondamentale  anche  quelle opere religiose ritenute come “arte minore”, che fanno parte del patrimonio materiale e immateriale del nostro Paese che realizza l’identità di un popolo e ne costituiscono il fondamento e il carattere.

Le edicole votive sparse nel nostro territorio, poste generalmente sugli architravi delle antiche case o  al limite delle proprietà e nei punti in cui le strade di campagna si incrociano, offrono l’opportunità per approfondire la conoscenza di questa forma di devozionismo popolare. Legate soprattutto al mondo contadino, rimandano alle “erme” dell’epoca romana, e forse ai più antichi “menhir”, alle quali è riconosciuto il significato di protezione delle famiglie, degli animali, dei campi, oltre a tenere lontane le calamità naturali.

La maggior parte della popolazione trascorreva buona parte del suo tempo nei campi per svolgere l’indispensabile attività agricola, da cui traeva sostegno per poter vivere. Era quindi naturale che i nostri avi, in maggioranza contadini, volessero erigere nei luoghi frequentati una testimonianza della loro fede e del profondo sentimento religioso di cui era intessuta la loro esistenza. Spesso le realizzavano in ringraziamento per una grazia ricevuta.

Edicola votiva con Santa Cesarea, su via Marina Serra
Edicola votiva con Santa Cesarea, su via Marina Serra

Nelle sere d’estate, dopo la fatica quotidiana, ma anche in occasione di ricorrenze  religiose, quelle edicole diventavano occasione per ritrovarsi a recitare il Rosario, che coinvolgeva il proprietario, le famiglie vicine, se non, in alcuni casi, tutta la comunità del paesello.

La tipologia di queste semplici costruzioni è varia per dimensione e impostazione. Possono essere  ad una sola nicchia concava, protetta da un vetro o da una grata a protezione del dipinto o della statuetta. Ricavate sui muri esterni della casa, talvolta erano piccole cappelle con altarino e quadro  della Madonna o di un santo.

L’iconografia più frequente richiama la Vergine Immacolata, i santi Vito, Rocco e i SS. Medici, le cui immagini erano fatte realizzare da artisti locali e non sempre eccellenti nella pittura.

Di questi manufatti si hanno poche notizie storiche, anche perché poco o niente considerati, ma si è portati a considerarli realizzati tra XVIII e XIX secolo, a causa dello sviluppo rurale e agricolo dei nostri centri, che han dovuto soccombere con lo spopolamento delle campagne e l’avvento dell’era industriale.

 

Edicola votiva, contrada Homo morto, sulla via vecchia per il porto
Edicola votiva, contrada Homo morto, sulla via vecchia per il porto

Tra le tante disseminate nel territorio comunale di Tricase, e che certamente meriterebbero un censimento, si segnala qui una in particolare, sebbene non sia unica, perché meritevole di attenzione per lo stato in cui versa e che l’incuria potrebbe irrimediabilmente compromettere sino alla scomparsa.

Edicola votiva, contr. Homo morto, via vecchia Porto4
Edicola votiva, contrada Homo morto, sulla via vecchia per il porto

Situata in contrada “homo Morto”, la vecchia via che dalla città porta al mare, alle spalle della grande Quercia Vallonea, fu fatta realizzare per devozione di Tommaso Nuccio nel 1850. A forma di edicola con volta a botte, sulla parete frontale interna sono ancora ben visibili tre immagini tirate a fresco, di discreta fattura ma di autore ignoto, raffiguranti al centro la Madonna Immacolata, antica patrona di Tricase, ai lati della quale vi sono San Giuseppe, a sinistra, San Vito Martire a destra, protettore delle campagne e di tutto il territorio comunale. Purtroppo tutte e tre le immagini sono state lievemente sfigurate nel volto.

Madonna delle Grazie, sec. XVIII, Borgo antico, Tutino
Madonna delle Grazie, sec. XVIII, Borgo antico, Tutino

I cenni che ho scritto servono da stimolo per parrocchie, comitati feste patronali, Amministrazione Civica ed associazioni religiose e culturali, ma anche singoli cittadini, perché possano  attivare urgenti piani di recupero e di intervento, mirati alla salvaguardia di queste preziose testimonianze religiose del passato da consegnare alle future generazioni.

Edicola votiva, Tre Santi, via Marina serra
Edicola votiva, Tre Santi, via Marina serra
Madonna di Leuca. Borgo antico, Tutino
Madonna di Leuca. Borgo antico, Tutino

Forse è bene rivolgere uno sguardo alle nostre radici per indurci ad una seria e profonda riflessione sul senso di responsabilità a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci per difendere dall’incuria e dall’abbandono ciò che il passato ci ha gelosamente consegnato.

Se ci soffermassimo a meditare su queste piccole espressioni artistiche del nostro popolo e sui contesti in cui sono inserite, penso troveremmo la sensazione di quiete e di pace che l’aperta campagna offre. Comprenderemmo, forse, i valori essenziali che improntavano la semplice ma ricca vita dei nostri avi, che le vollero ai bordi dei campi perché proteggessero senza disturbare il lavoro, vicino alla strada quasi per ritrovarsi idealmente con i passanti, all’ombra di un albero per riposare dopo aver duramente faticato.

 

Immacolata Concezione, sec.XIX, borgo antico, Tutino
Immacolata Concezione, sec.XIX, borgo antico, Tutino

15 maggio 1935: Tricase si ribella

di Armando Polito

Il titolo che ho scelto allude alla manifestazione di piazza contro la minaccia di trasferimento (anche se non all’estero …) del tabacchificio dell’ACAIT (acronimo di Azienda Cooperativa Agricola Industriale di Tricase). Non saprei dire, però, se l’articolo, che oggi propongo, di un giornale francese dell’epoca alluda a questo episodio (credo di sì) oppure ad un suo prodromo. Comunque, l’avvenimento del 15 maggio 1935 (con un bilancio più pesante: i morti sarebbero stati cinque) è ricostruito, con l’imparzialità che il trascorrere del tempo aiuta a raggiungere1, in Tabacco e tabacchine nella memoria storica: una ricerca di storia orale a Tricase e nel Salento, a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, Manni, Lecce, 2002.

Le immagini di base che seguono sono tratte dal n. 13325 dell’11 giugno 1935 del quotidiano parigino L’humanité (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k4053987.r=tricase.langEN). Ecco la prima pagina:

Segue la terza, in cui dell’articolo ho evidenziato il passo riprodotto nel dettaglio sottostante, al quale ho aggiunto la mia traduzione.

Il titolo dell’articolo L’opposition du peuple italien grandit contre la guerre impérialiste (L’opposizione del popolo italiano cresce contro la guerra imperialista) e il suo cappello Mussolini, sabotateur de la paix est pret à tout in Afrique, mais … (Mussolini, sabotatore della pace è pronto a tutto in Africa, ma …) è senz’altro sparato e pure di parte (la stampa indipendente, evidentemente, non è mai esistita e non esisterà mai) perché la collocazione in coda di contre la guerre impérialiste fa pensare che quasi tutto il popolo italiano fosse già contrario al fascismo e che l’opposizione crebbe successivamente  di fronte alle velleità imperialistiche del regime. L’opinione che mi son fatto  dalle poche letture delle fonti più che dalle loro interpretazioni (tale opinione sarà semplicistica ma, comunque, tien conto del fatto che, se non bisogna trascurare le eccezioni, è necessario pure non attribuire ad esse un valore statistico che fisiologicamente, altrimenti non sarebbero eccezioni, non possono avere) è questa: finché le cose andarono bene, anche sull’onda emozionale ad arte suscitata dai media e dalla propaganda del tempo, per lo più, a guerra avviata, si inneggiò al regime ogni volta che qualche sperduto e inerme villaggio africano veniva conquistato e, al contrario, una frenetica mutazione antifascista si verificò quando fu abbastanza evidente che si stava andando incontro allo sfacelo.

Condivido, però, la schematica analisi fatta dal giornalista francese e, soprattutto, la conclusione che è poi quella che la storia insegna da millenni e che, sempre attuale, è davanti ai nostri occhi in tutta la sua drammaticità: la vera rivoluzione può nascere, purtroppo, solo dalla fame…

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1 Giuseppe Di Vittorio in un suo articolo dal titolo enfatico di La rivolta di Tricase, uscito su Stato operaio nel luglio del 1935, celebrò l’evento solo come manifestazione antifascista.

 

Dal Salento, echi d’attualità e petali senza tempo

castro

di Rocco Boccadamo

 

C’era una volta Aldo Moro, lo statista pugliese che finì miseramente i suoi giorni assassinato dalle Brigate Rosse.

Nessun giudizio sul suo ruolo e sulla sua figura di politico, ma solamente il ricordo di un uomo mite, il quale pareva portasse, nello sguardo, la mollezza dello scirocco del sud, un uomo dalla mente comunque illuminata e, sovente, innovativa e lungimirante.

Chi scrive, da giovane, ebbe modo, in compagnia del proprio padre, di vederlo personalmente, in un pomeriggio estivo, in un paese del Salento, dove Moro era stato invitato per l’inaugurazione di un museo, opera di pubblica fruibilità sorta all’interno di un parco già appartenuto a una famiglia del posto.

Nonostante l’altissimo incarico ricoperto, il personaggio si presentava quasi impaurito, sballottato qua e  là in mezzo a una folla notevole, guidato esclusivamente dalle braccia degli agenti che gli stavano intorno e lo proteggevano.

Di lui, tutti, amici e avversari, lodavano e ammiravano la compostezza del tratto, civilissimo e raffinato, mai una parola a voce alta.

Qualcuno che lo conosceva bene ha voluto sottolineare come, nei momenti di maggiore tensione dialettica con avversari o gente che non la pensava come lui, di fronte anche a feroci invettive o accuse o contestazioni irrispettose e sonanti, il massimo della sua reazione fosse la frase: ”Senta, per piacere, si sforzi di non essere ineducato”.

Così Moro e, al momento, nell’ambito della realtà attuale, non può non venire alla mente la figura del fondatore e leader del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, ad onor del vero nient’affatto caso isolato, ma appena la punta di un iceberg, tanti e numerosi essendo i protagonisti o comprimari della scena politica che, più o meno, gli assomigliano.

Un personaggio, che, pure a voler considerare il cambiamento dei tempi, è completamente l’opposto di quello ricordato prima: difatti, Grillo, già bravissimo comico, apprezzato sul palcoscenico, da quando ha preso a occuparsi di politica e fondato un suo movimento, si fa più che altro notare e si distingue per la coloritura – un eufemismo – del suo linguaggio.

Cioè a dire, egli, non riesce a metter giù una frase, una riflessione, praticamente, tra una parola e l’altra, cade immancabilmente, forse volutamente, in volgarità, insulti, accezioni da turpiloquio.

Anche qui, nessun parere riguardo, invece, alle sue idee, avranno magari validità e buon motivo affinché egli cerchi di proclamarle ed imporle, ma non si può non mettere in  risalto quanto sia scivolato giù il linguaggio, il modo di parlare.

A questo punto, anzi, sorge un dubbio. Come è noto, sono anni che, sul versante finanziario e precisamente riguardo agli interessi da pagarsi a fronte del nostro debito pubblico, si parla del benedetto spread: orbene, siamo davvero sicuri che, nei giudizi che, gli operatori internazionali e gli stessi governanti degli altri Paesi, si fanno della nostra realtà, con il correlato effetto, in taluni periodi, dell’ascesa sino a termini preoccupanti di detto differenziale e del conseguente onere che viene a ricadere sulle casse dello Stato, non abbia a incidere, insieme a fattori di differente genere, pure la caratteristica, propria di casa nostra, basata su accuse, insulti, contestazioni ad ogni piè sospinto dell’uno contro l’altro, esattamente l’opposto, cioè,  di un clima di unità e di collaborazione che accomuni  i vari schieramenti per costruire qualcosa di buono, per cercare di fare fronte unito e risolvere  o per lo meno attenuare i problemi, così da assicurare  un futuro meno precario e pesante rispetto alla delicata situazione che, ahinoi, ci affanna da lunga pezza?

E’ un dubbio, un serio dubbio, mi piacerebbe sentire il pensiero di altri.

***

La piccola pineta che circonda la villetta del mare, chiaramente cresciuta e infoltitasi nell’arco di decenni, era divenuta eccessivamente fitta e, con le chiome verdi, si intrecciavano rami rinsecchiti, a volte senza soluzione di continuità tra una pianta e l’altra. Indispensabile, per ciò, una radicale potatura o rimonda come si dice da queste parti con riferimento  agli uliveti.

Non è stato facile il compito, ma, almeno nella fase che ha richiesto un cestello di lavoro su una gru, montante in alto, se non proprio sino alla cima delle piante, è stato compiuto. Ora, resta l’altrettanto grande lavoro di ripulitura del terreno, con rimozione delle montagne di rami venuti o meglio tirati giù, salvando soltanto una scorta di ciocchi da utilizzarsi per grigliate all’aperto.

E’ cambiato l’aspetto della pineta, adesso, i componenti della famiglia, compresi i nipotini, saranno soggetti ad una minore frescura, però, avranno più luce e cielo azzurro.

Durante le operazioni di sfoltimento, stando proprio a ridosso, sotto agli alberi, si sono notati, sulle cime più alte, alcuni grandi nidi, realizzati da volatili, tipici di questa zona, della grande famiglia delle gazze o cornacchie, contraddistinti  da un misto di piume bianche e piume nere, in dialetto, sono chiamati, questi uccelli, picalò e la presenza di  detti nidi ha fatto ricordare che medesimi alati seguitano a prolificare, per loro non esistono ancora le pianificazioni  familiari tipiche degli umani, né controlli delle nascite.

Nello stesso tempo, però, anche detti abitatori dell’aria, danno l’impressione di risentire in qualche modo della nostra crisi, essendosi ridotti, almeno così è per le picalò del mio giardino, ad appostarsi, a montare la guardia alla ciotola del mio fedele amico certosino, approfittando di ogni attimo di sua assenza, ma talvolta arrivando addirittura a intimorirlo e a farlo allontanare, per piombarsi sul suo cibo o i suoi avanzi, di cui fanno man bassa in pochi secondi.

E il micio dà palese segnalazione di queste intrusioni, se ne lagna attraverso mesti miagolii, se non che, sinceramente, rispetto alla concorrenza che viene dall’alto, ci sono pochi rimedi.

Della pineta, svettanti a fianco delle colonne del portone principale, fanno parte anche due bellissime piante, pini speciali, dalla grande chioma ombrelliforme, che producono le cosiddette pigne, al cui interno si formano ulteriori frutti, detti pinoli.

Ora, succede che da qualche anno le pigne scarseggiano come numero e per di più, sovente, dentro, si presentano vuote. Al contrario, prima, era tutt’altra cosa, cioè a dire, si trovavano autentici piccoli tesori di pinoli all’interno delle pigne e quando le stesse, alla fine dell’estate, si dischiudevano dopo il grande caldo, i piccoli frutti fuoruscivano a ricoprire letteralmente il terreno sottostante, tanto che, era sistematico, un’abitudine consolidata, per il padrone di casa, i suoi figli e i primi nipotini, soffermarsi nella zona sottostante alle due monumentali piante per cercare e raccogliere i pinoli celati sotto gli aghi delle medesime piante e/o delle erbe presenti sull’humus.

C’era, accanto, il muretto delimitante la proprietà del vicino, utilizzato come punto d’appoggio e lì, dopo la raccolta di qualche manciata di pinoli, via al vezzo, con l’aiuto di un sasso o piccola pietra, di schiacciare i pinoli e gustarne il contenuto, ambito particolarmente dai piccoli.

Adesso, dopo il taglio di molti rami secchi dei pini in questione, la speranza è che le pigne ritornino a nascere copiose e, soprattutto, con molti pinoli racchiusi all’interno.

Così, almeno, nelle parole dell’amico agricoltore che ha effettuato la potatura o rimonda.

°°°°

Sabato 13 aprile sarà la giornata di Silvio Berlusconi a Bari.

Si apprende, dai giornali e dai notiziari regionali, che ben 800 pullman condurranno nel capoluogo svariate decine di migliaia di sostenitori, della regione e di altre aree contermini, onde accogliere e sostenere il loro leader.

Si ha anche notizia di una cena con Berlusconi, organizzata per l’occasione in una dimora signorile della città, a cui si prevede che parteciperanno non meno di 400 sostenitori d’elite: in contropartita, sarà richiesto di versare un contributo di 1000 euro pro capite.

Una prima osservazione al riguardo, è la seguente: magari si instaurasse, non solamente sabato 13 ma tutti i giorni lavoratori, un esercito di pullman così corposo, che conducesse a nuovi posti di lavoro altrettante schiere di pugliesi.

Ma, a prescindere da questa riflessione utopistica, l’occasione della cena da 1000 euro si presenta bella, anzi ghiotta, per cercare di sfatare, finalmente, un odioso, anche se probabilmente realistico, luogo comune secondo cui, coloro che più hanno, che guadagnano di più, pagano meno, pagano di meno le tasse.

Una volta tanto, in blocco nel chiuso di una sala, potrebbe essere dato di sfatare tale supposizione o ipotesi, nel senso che un adeguato pool di agenti della Guardia di Finanza e di funzionari dell’Agenzia delle Entrate, accedendo, pur senza invito, nel sito conviviale, possa avere la sorpresa di verificare che tutti i commensali, nessuno escluso, sono a posto con il pagamento delle tasse e dei tributi dovuti, sino all’ultimo centesimo.

Perché non realizzare una sorpresa del genere?

°°°

Alla periferia del paesello di Andrano (Lecce), giusto dove si arriva dalla Via Vecchia per Marittima, abita Concettina, da ragazza soprannomina ‘u tatameu  (in italiano, del padre mio), oggi veleggiante fra i settantacinque e gli ottanta, nata e inizialmente vissuta a Marittima, nel rione Campurra , proprio di fronte al monumento ai caduti e alla bottega artigiana di Mesciu Biasi (maestro Biagio).

Concettina, madre rimasta vedova e di mestiere fornaia e un fratello leggermente grande, si è sempre distinta per la bassa statura, il fisico un po’ robusto e, specialmente, per il colore scurissimo della carnagione.

A un certo punto, intorno a vent’anni d’età, mentre aveva per zitu un giovanotto di Andrano, restò gravida. Dopo il primo impatto di stupore, sconcerto e sconforto dei familiari, in linea del resto con la mentalità dell’epoca, passò la gravidanza insieme con la mamma e il fratello e lì, in casa, arrivò anche il momento del parto, evento da svolgersi, secondo la rigorosa ed esclusiva tradizione di allora, nel letto grande.

Rammenta, chi scrive, ragazzino spesso presente, la sera, con gli amici in zona Campurra, i lamenti, quando non vere e proprie urla, di Concettina, alle prese con le doglie del parto, al che la saggia e brava genitrice reagiva, replicava con modi più o meno convincenti: “Meh, figlia mia, cerca di darti pace, non l’hai voluto tu, non t’è piaciuto fare ciò che hai fatto, ora abbi un po’ pazienza!”

Tutto, per fortuna, procedette benissimo, felicemente, dopo un po’ Concettina andò sposa e si trasferì, appunto, ad Andrano.

Ogni volta che la intravedo sull’uscio o nel cortile della casa nuziale, mi tocca riconoscere che, nella suggestione del ragazzo di ieri, la donna non ha mai cessato di essere un tassello dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse nella comune Marittima.

***

Non molto distante da Andrano, sorge Tricase, un luogo, una cittadina, che per una particolare circostanza, m’induce a compiere un notevole passo a ritroso nel tempo.

Erano tricasini, Vito Alfarano e Toto Baglivo, compagni alle Superiori, a Maglie, sempre insieme, parevano una specie di Santi Medici de Capo di Leuca, uno altissimo, l’altro tarchiato, compivano uniti anche il tragitto Tricase – Maglie con i treni delle Sud Est; fumatori come si può essere da giovani squattrinati, s’arrangiavano in senso buono, non avevano soverchia voglia di studiare. Mitico il particolare che Vito Alfarano serbasse nel portamonete, quasi permanentemente vuoto, un foglietto a righe con la minuta del tema “La mia mamma “ assegnatogli e svolto all’Elementari, tema che, per aiutarsi, non mancava neppure una volta di copiare nei componimenti, su qualsivoglia argomento, chiamato ad espletare prima alle Medie e poi alle Superiori, fra le immancabili risate dei professori di lettere che s’accorgevano puntualmente dell’indebito copia e incolla e di noi compagni.

Quanto a Totò Baglivo, che eravamo soliti sfottere per celia ogni qual volta era rimandato a settembre, insinuando che, per pagarsi le ripetizioni private, era costretto sistematicamente a vendersi una mucca, egli acquistava grossi quaderni, in modo da potersene servire per un certo arco di tempo, ma succedeva sempre che l’amico Vito se ne appropriasse a colpi di pagine, per evitare di comprarne a sua volta e di tasca sua, sicché i grossi quaderni di Baglivo divenivano dopo un po’ sottili e miseri, con le conseguenti  imprecazioni del legittimo proprietario danneggiato.

Tuttavia, guai a parlare male dell’uno o dell’altro, si trattava di una coppia ultra affiatata, meglio di due fratelli, Alfarano e Baglivo. Temporaneamente, anch’io mi determinai a fare il pendolare sui treni delle SudEst e, alla notizia della decisione in tal senso, i predetti non esitarono a diffidarmi dall’acquistare il relativo abbonamento, come sarebbe stato logico e doveroso fare, dicendo che avrei viaggiato sotto la loro tutela e protezione, giacché vantavano conoscenza e amicizia con tutti i controllori delle Sud est. Non senza aggiungere, di fronte alle mie eccezioni e resistenze, che mi sarei dovuto far dare regolarmente dai miei genitori il corrispettivo per l’acquisto dell’abbonamento, che, però, avrei destinato “al fumo”, cioè all’acquisto di sigarette per me e per loro due.

Così accadde, praticamente, da aprile a tutto giugno, viaggiai sempre imboscato e privo di documento, con gli amici che, da lontano, facevano segno e davano voce al controllore che stava per arrivare: “Guarda che “quello” viaggia con noi!”.

Terminata la scuola e conseguito il diploma, Totò Baglivo riuscì ad occupare il posto di ragioniere al Comune di Tricase, una volta andai a trovarlo e prendemmo il caffè insieme, fu la sola e unica occasione di un contatto, giacché, il poveretto, fu, ancora quarantenne, vittima di un’incredibile disgrazia: recandosi in auto da Tricase al Porto di Tricase, si fermò nelle vicinanze di un incidente che s’era verificato un attimo prima su quella strada e, mentre era lì in piedi, finì tragicamente falciato da un’auto sopraggiunta a forte velocità.

La notizia dell’episodio, appresa a distanza di tempo, mi colpì molto, ma l’unico gesto che riuscii dopo a compiere fu di chiamare al telefono l’abitazione dell’antico amico, parlando con il figlio, universitario alla “Bocconi” di Milano. Invece, di Vito Alfarano, non ho mai saputo alcunché, salvo che fosse entrato a lavorare alle Poste, con impiego in una regione lontana, in Alta Italia, ma a parte ciò, non l’ho più visto né sentito.

°°°

In questo pomeriggio, Castro (Lecce) è davvero un paradiso, mare azzurrissimo, accarezzato da un vento non eccessivo proveniente da tramontana, il sole è tiepido e si prova un assoluto, eccezionale piacere a sorbire il caffè e sostare brevemente ad un tavolino dello Speran Bar.

Il prossimo maggio, inizieranno i lavori di ricostruzione della piazzetta dopo oltre quattro anni dal disastroso crollo, che, per pura fortuna, non provocò vittime, creando, però, uno squarcio nel cuore, nel vero e proprio cuore della località.

Finalmente, una ferita, una brutta ferita si rimarginerà: l’augurio è che la Piazzetta ritorni, se non proprio autentica come un tempo, bella al pari di prima, e ciò per la gioia e il godimento delle centinaia di migliaia, se non milioni di persone di tutta l‘Italia e dell’estero, innamorate della Perla del Salento.

 

Salento, tra diavoli, streghe e lupi mannari

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

I più grandi piaceri della vita sono certamente quelli più piccoli.

Un bicchiere di vino fresco con gli amici, ad esempio. Magari in una sciroccosa sera d’agosto, preferibilmente in campagna, con stelle e lune rosse sul capo, e baluginio di paesi lontani all’orizzonte.

O rivedere un vecchio film – comico, romantico, d’avventure –, di quelli legati ad un momento speciale della nostra adolescenza (stagione della vita in cui peraltro ogni momento è speciale), ritrovandosi a ridere, o perfino a piangere da soli.

O ancora di più quando, in una benefica sosta dalla frenesia moderna che tutto divora, ci accade di leggere i vecchi cunti della nostra tradizione più terrigna, popolati di magiche figure e luoghi fiabeschi e irraggiungibili: Papa Caiazzu, lu Nanni Orcu, lu Mamau, li Sciacuddhi, le case sperdute nei boschi (identificate da una “luciceddha ca se vide luntanu luntanu”), o le lande spaurenti e  misteriose dove “nu canta caddhu e nu luce luna”…

Se poi li cunti si ha la ventura d’ascoltarli direttamente dalla voce delle nostre antiche nonne (specie ormai assai rara ma che sempre riaffiora nelle incantate contrade salentine) allora si viaggia davvero sulle nuvole.

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Le nonne. Quante ne abbiamo avute, noi piccoli d’altri tempi? Ogni vicolo, corte, strada o viuzza del quartiere brulicavano di queste splendide fate vestite di nero e di rughe, coi candidi capelli raccolti ad arte sotto fazzoletti di primavera. Sferruzzavano per lo più sulla soglia di casa, quando non sistemavano pochi panni ad asciugare su una breve corda tenuta distante dal muro tramite una piccola canna, oppure  controllavano i pomodori distesi a seccare al sole sui marciapiedi, fra graticci di fichi e talaretti di foglie di tabacco.

Se le avvicinavi senza timore, allora tiravano fuori dalle tasche del grembiule inenarrabili meraviglie in regalo: rocchetti di filo colorato, foglie inebrianti di menta e di basilico, fichi tostati, pesciolini di liquirizia, frammenti di taralli o mostaccioli, mandorle bianche, qualche lupino. E il loro caldo sorriso.

Soleto-La-guglia.-opera-di-Matteo-Tafuri1

Non è appunto al sorriso e al buonumore che muovono molte delle leggende salentine, tanto fantastiche da sembrare vere?

Se Soleto  può in un certo senso vantarsi che la sua celebre “guglia di Raimondello” fu costruita in una sola notte dal mago Matteo Tafuri di concerto con diavoli e streghe, pochi forse sanno che anche a Tricase la cosiddetta Chiesa Nuova  fu opera del Maligno. Il quale, parimenti, la eresse nell’arco di un’unica nottata, dopo un patto con il cosiddetto “Principe vecchio”, che la tradizione popolare identifica in messer Jacopo Francesco Arborio Gattinara,  marchese di San Martino, personaggio realmente esistito.

Secondo la leggenda, i fatti si svolsero in questo modo. Intorno alla fine del XVII secolo, messer Jacopo decise di favorire i numerosi contadini che lavoravano e vivevano nelle campagne (e volevano scacciare le Malumbre ossia gli spiriti maligni), costruendo fuori Tricase, sulla via verso il mare, una nuova chiesa, storicamente ultimata nel 1685, a pianta ottagonale, e dedicata alla Madonna di Costantinopoli. A tale scopo – attraverso il fatato “Libro del Comando” – pensò bene di evocare il Diavolo in persona, peraltro con il segreto intento di prendersi beffe di lui, come vedremo.

La sfida proposta dal nobile di Tricase, che contemplava la costruzione dell’edificio sacro in una sola notte, fu accolta dal Diavolo, a condizione però che, nella stessa chiesa, a offesa e scherno di Dio, il Principe vecchio avesse poi offerto l’ostia consacrata ad un caprone, simbolo di Satana. Per tale impegno, in aggiunta, il Signore delle Tenebre avrebbe lasciato nella nuova chiesa un forziere pieno di monete d’oro.

Sancito il patto, ed eretta la chiesa, la mattina del giorno dopo il Diavolo ricordò la promessa al Principe vecchio, il quale negò di avergliela mai fatta. Sentendosi beffato, e non avendo più il potere di distruggere l’edificio sacro appena eretto, il Diavolo sfogò allora la sua collera aprendo nei pressi un canalone d’acqua (chiamato dai tricasini Canale del Rio) e gettandovi dentro le campane della chiesa, che ancora oggi, nei giorni di tempesta, sembra facciano sentire, risalenti da sottoterra, i loro cupi rintocchi.

E il forziere con le monete d’oro? Il Principe vecchio ebbe modo di trovarlo ed aprirlo, ma dentro – di beffa in beffa – pare che vi si trovassero delle insignificanti monete di metallo vile o (secondo altre versioni) addirittura dei sassi.

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“È natu nu stregone a la casa mia!”  pare che gridassero un tempo i padri di bimbi maschi nati nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. In quella data fatidica – la santa Notte di Natale – non si ammetteva infatti che potessero venire al mondo altre creature all’infuori di Gesù Cristo. Sicché, quando succedeva, era credenza diffusa che gli “sventurati” maschietti ereditassero una doppia natura, quella umana e quella bestiale, e non c’era altra soluzione di esorcismo che salire sul tetto della casa, a mezzanotte in punto, e gridare al vento la notizia, in modo che il vento stesso la potesse disperdere.

La leggenda s’intreccia con altre leggende, che vogliono la Puglia e il Salento (soprattutto nelle zone tra Nardò e Avetrana, e più a sud-est, verso il litorale idruntino) sono state per secoli considerate terre di lupi mannari. Alcuni antropologi sostengono anzi che la licantropia abbia avuto le sue origini proprio nella nostra regione.

Secondo il mito, Licaone, re dell’Arcadia e padre di cinquanta figli, ne sacrificò uno a Zeus per ingraziarselo. Ma il Padre degli dei, inorridito dall’empietà del gesto, inseguì il re fino in Puglia, dov’era riparato, e qui lo trasformò in lupo, lasciandogli tuttavia assumere alternativamente tanto la natura umana (visibile quasi sempre di giorno) quanto  quella belluina (manifesta di notte, ed in particolare nelle notti di plenilunio).

La più antica storia di lupi mannari la troviamo addirittura nella Bibbia, e riguarda il famoso re Nabuccodonosor che, per la sua vanità, fu trasformato in lupo da Dio. Anche nella mitologia egizia, il dio Ap-uat che traghettava i morti nell’aldilà aveva sembianze di uomo-lupo. Fino ad arrivare al periodo fra il 1500 e il 1600, in cui in tutta Europa la “caccia ai licantropi” era addirittura diffusa quanto e più di quella alle streghe.

A tale proposito, sentiamo il dovere di fornire ai nostri lettori alcuni utili consigli, nel caso dovessero incontrare qualche lupo mannaro, e volessero metterlo in fuga. La prima e più sicura precauzione è posizionarsi al centro di un incrocio, perché questi esseri hanno terrore delle croci. Tuttavia, se nelle vicinanze con ci fosse un incrocio disponibile, basterà salire sopra un gradino e aspettare tranquilli che il lupo mannaro se ne vada: è noto infatti che i lupi mannari sono del tutto incapaci di salire le scale, e perfino un solo gradino.

Se per colmo di sventura non disponeste neanche di gradini, allora spargete per terra del sale grosso (tenetene sempre prudentemente una piccola scorta nelle tasche): il nostro avversario, in tal caso, si fermerà a raccogliere e contare ad uno ad uno i granelli di sale gettati per terra, lasciandovi tutto il tempo per svignarvela alla chetichella.

Infine, se nessuno degli antidoti di cui sopra fosse a vostra disposizione, recitate con fiducia una preghiera, e sperate ardentemente che il lupo mannaro di fronte a voi abbia già fatto per suo conto un’abbondante colazione…

 

A proposito di streghe,lo sapete che nel nostro Salento ce ne sono ancora tantissime? No, non ci riferiamo alle varie megere di più o meno diretta conoscenza, tipo suocere e affini: parliamo veramente di striare e macare, le streghe originali di Terra d’Otranto, che zòmpano, ballano e cavalcano scope volanti.

Uno dei luoghi deputati per i famosi (o famigerati) sabba stregoneschi è il cosiddetto “noce del mulino a vento” in agro di Uggiano La Chiesa. Quest’albero magico pare sia ubicato nei pressi di un antico frantoio ipogeo d’epoca seicentesca (recentemente restaurato), ma nessuno ne conosce esattamente il sito, o lo tiene prudentemente segreto, per evitare malocchio e sfortuna.

I paesani comunque sostengono che ancora oggi, in alcune notti di luna piena e fino all’alba, in un’ampia zona della campagna tra Uggiano e il vicino borgo di Casamassella si diffondono nell’aria suoni indistinti e spaventevoli, inframmezzati da alte grida, canti e risate oscene, che terrorizzano perfino gli animali domestici e la selvaggina.

Se, vostro malgrado, vi dovesse capitare di trovarvi coinvolti in un sabba, e volete evitare di essere risucchiati in aria, rischiando poi di ballare freneticamente per una notte intera e di morire stremati, imparate e recitate all’occorrenza, per tre volte consecutive, questa filastrocca scaccia-guai: “Zzumpa e balla, pisara, zzumpa e balla forte, se scappi de stu chiacculu non essi cchiui de notte… Sutta l’acqua e sutta lu jentu sutta lu noce de lu mulinu a jentu”.

Buona fortuna.

 

Il Salento delle leggende. Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto.3

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

I più grandi piaceri della vita sono certamente quelli più piccoli.

Un bicchiere di vino fresco con gli amici, ad esempio. Magari in una sciroccosa sera d’agosto, preferibilmente in campagna, con stelle e lune rosse sul capo, e baluginio di paesi lontani all’orizzonte.

O rivedere un vecchio film – comico, romantico, d’avventure –, di quelli legati ad un momento speciale della nostra adolescenza (stagione della vita in cui peraltro ogni momento è speciale), ritrovandosi a ridere, o perfino a piangere da soli.

O ancora di più quando, in una benefica sosta dalla frenesia moderna che tutto divora, ci accade di leggere i vecchi cunti della nostra tradizione più terrigna, popolati di magiche figure e luoghi fiabeschi e irraggiungibili: Papa Caiazzu, lu Nanni Orcu, lu Mamau, li Sciacuddhi, le case sperdute nei boschi (identificate da una “luciceddha ca se vide luntanu luntanu”), o le lande spaurenti e misteriose dove “nu canta caddhu e nu luce luna”…

Se poi li cunti si ha la ventura d’ascoltarli direttamente dalla voce delle nostre antiche nonne (specie ormai assai rara ma che sempre riaffiora nelle incantate contrade salentine) allora si viaggia davvero sulle nuvole.

Le nonne. Quante ne abbiamo avute, noi piccoli d’altri tempi? Ogni vicolo, corte, strada o viuzza del quartiere brulicavano di queste splendide fate vestite di nero e di rughe, coi candidi capelli raccolti ad arte sotto fazzoletti di primavera. Sferruzzavano per lo più sulla soglia di casa, quando non sistemavano pochi panni ad asciugare su una breve corda tenuta distante dal muro tramite una piccola canna, oppure controllavano i pomodori distesi a seccare al sole sui marciapiedi, fra graticci di fichi e talaretti di foglie di tabacco.

Se le avvicinavi senza timore, allora tiravano fuori dalle tasche del grembiule inenarrabili meraviglie in regalo: rocchetti di filo colorato, foglie inebrianti di menta e di basilico, fichi tostati, pesciolini di liquirizia, frammenti di taralli o mostaccioli, mandorle bianche, qualche lupino. E il loro caldo sorriso.

fichi secchi

Non è appunto al sorriso e al buonumore che muovono molte delle leggende salentine, tanto fantastiche da sembrare vere?

Soleto-La-guglia.-opera-di-Matteo-Tafuri1

Se Soleto (come abbiamo letto nella prima puntata di questo nostro fantastico viaggio) può in un certo senso vantarsi che la sua celebre “guglia di Raimondello” fu costruita in una sola notte dal mago Matteo Tafuri di concerto con diavoli e streghe, pochi forse sanno che anche a Tricase la cosiddetta Chiesa Nuova fu opera del Maligno. Il quale, parimenti, la eresse nell’arco di un’unica nottata, dopo un patto con il cosiddetto “Principe vecchio”, che la tradizione popolare identifica in messer Jacopo Francesco Arborio Gattinara, marchese di San Martino, personaggio realmente esistito.

Secondo la leggenda, i fatti si svolsero in questo modo. Intorno alla fine del XVII secolo, messer Jacopo decise di favorire i numerosi contadini che lavoravano e vivevano nelle campagne (e volevano scacciare le Malumbre ossia gli spiriti maligni), costruendo fuori Tricase, sulla via verso il mare, una nuova chiesa, storicamente ultimata nel 1685, a pianta ottagonale, e dedicata alla Madonna di Costantinopoli. A tale scopo – attraverso il fatato “Libro del Comando” – pensò bene di evocare il Diavolo in persona, peraltro con il segreto intento di prendersi beffe di lui, come vedremo.

La cosidetta "chiesa del diavolo" di Tricase (ph di fiuru714, che ha partecipato al concorso nazionale dei comuni italiani)
La cosidetta “chiesa del diavolo” di Tricase (ph di fiuru714, che ha partecipato al concorso nazionale dei comuni italiani)

La sfida proposta dal nobile di Tricase, che contemplava la costruzione dell’edificio sacro in una sola notte, fu accolta dal Diavolo, a condizione però che, nella stessa chiesa, a offesa e scherno di Dio, il Principe vecchio avesse poi offerto l’ostia consacrata ad un caprone, simbolo di Satana. Per tale impegno, in aggiunta, il Signore delle Tenebre avrebbe lasciato nella nuova chiesa un forziere pieno di monete d’oro.

Sancito il patto, ed eretta la chiesa, la mattina del giorno dopo il Diavolo ricordò la promessa al Principe vecchio, il quale negò di avergliela mai fatta. Sentendosi beffato, e non avendo più il potere di distruggere l’edificio sacro appena eretto, il Diavolo sfogò allora la sua collera aprendo nei pressi un canalone d’acqua (chiamato dai tricasini Canale del Rio) e gettandovi dentro le campane della chiesa, che ancora oggi, nei giorni di tempesta, sembra facciano sentire, risalenti da sottoterra, i loro cupi rintocchi.

E il forziere con le monete d’oro? Il Principe vecchio ebbe modo di trovarlo ed aprirlo, ma dentro – di beffa in beffa – pare che vi si trovassero delle insignificanti monete di metallo vile o (secondo altre versioni) addirittura dei sassi.

 

“È natu nu stregone a la casa mia!” pare che gridassero un tempo i padri di bimbi maschi nati nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. In quella data fatidica – la santa Notte di Natale – non si ammetteva infatti che potessero venire al mondo altre creature all’infuori di Gesù Cristo. Sicché, quando succedeva, era credenza diffusa che gli “sventurati” maschietti ereditassero una doppia natura, quella umana e quella bestiale, e non c’era altra soluzione di esorcismo che salire sul tetto della casa, a mezzanotte in punto, e gridare al vento la notizia, in modo che il vento stesso la potesse disperdere.

La leggenda s’intreccia con altre leggende, che vogliono la Puglia e il Salento (soprattutto nelle zone tra Nardò e Avetrana, e più a sud-est, verso il litorale idruntino) sono state per secoli considerate terre di lupi mannari. Alcuni antropologi sostengono anzi che la licantropia abbia avuto le sue origini proprio nella nostra regione.

Secondo il mito, Licaone, re dell’Arcadia e padre di cinquanta figli, ne sacrificò uno a Zeus per ingraziarselo. Ma il Padre degli dei, inorridito dall’empietà del gesto, inseguì il re fino in Puglia, dov’era riparato, e qui lo trasformò in lupo, lasciandogli tuttavia assumere alternativamente tanto la natura umana (visibile quasi sempre di giorno) quanto quella belluina (manifesta di notte, ed in particolare nelle notti di plenilunio).

La più antica storia di lupi mannari la troviamo addirittura nella Bibbia, e riguarda il famoso re Nabuccodonosor che, per la sua vanità, fu trasformato in lupo da Dio. Anche nella mitologia egizia, il dio Ap-uat che traghettava i morti nell’aldilà aveva sembianze di uomo-lupo. Fino ad arrivare al periodo fra il 1500 e il 1600, in cui in tutta Europa la “caccia ai licantropi” era addirittura diffusa quanto e più di quella alle streghe.

A tale proposito, sentiamo il dovere di fornire ai nostri lettori alcuni utili consigli, nel caso dovessero incontrare qualche lupo mannaro, e volessero metterlo in fuga. La prima e più sicura precauzione è posizionarsi al centro di un incrocio, perché questi esseri hanno terrore delle croci. Tuttavia, se nelle vicinanze con ci fosse un incrocio disponibile, basterà salire sopra un gradino e aspettare tranquilli che il lupo mannaro se ne vada: è noto infatti che i lupi mannari sono del tutto incapaci di salire le scale, e perfino un solo gradino.

lupi-mannari

Se per colmo di sventura non disponeste neanche di gradini, allora spargete per terra del sale grosso (tenetene sempre prudentemente una piccola scorta nelle tasche): il nostro avversario, in tal caso, si fermerà a raccogliere e contare ad uno ad uno i granelli di sale gettati per terra, lasciandovi tutto il tempo per svignarvela alla chetichella.

Infine, se nessuno degli antidoti di cui sopra fosse a vostra disposizione, recitate con fiducia una preghiera, e sperate ardentemente che il lupo mannaro di fronte a voi abbia già fatto per suo conto un’abbondante colazione…

 

A proposito di streghe, lo sapete che nel nostro Salento ce ne sono ancora tantissime? No, non ci riferiamo alle varie megere di più o meno diretta conoscenza, tipo suocere e affini: parliamo veramente di striare e macare, le streghe originali di Terra d’Otranto, che zòmpano, ballano e cavalcano scope volanti.

Uno dei luoghi deputati per i famosi (o famigerati) sabba stregoneschi è il cosiddetto “noce del mulino a vento” in agro di Uggiano La Chiesa. Quest’albero magico pare sia ubicato nei pressi di un antico frantoio ipogeo d’epoca seicentesca (recentemente restaurato), ma nessuno ne conosce esattamente il sito, o lo tiene prudentemente segreto, per evitare malocchio e sfortuna.

Menhir San Giovanni Malcantone Uggiano la Chiesa (ph di Lupiae da wikimedia)
Menhir San Giovanni Malcantone Uggiano la Chiesa (ph di Lupiae da wikimedia)

I paesani comunque sostengono che ancora oggi, in alcune notti di luna piena e fino all’alba, in un’ampia zona della campagna tra Uggiano e il vicino borgo di Casamassella si diffondono nell’aria suoni indistinti e spaventevoli, inframmezzati da alte grida, canti e risate oscene, che terrorizzano perfino gli animali domestici e la selvaggina.

Se, vostro malgrado, vi dovesse capitare di trovarvi coinvolti in un sabba, e volete evitare di essere risucchiati in aria, rischiando poi di ballare freneticamente per una notte intera e di morire stremati, imparate e recitate all’occorrenza, per tre volte consecutive, questa filastrocca scaccia-guai: “Zzumpa e balla, pisara, zzumpa e balla forte, se scappi de stu chiacculu non essi cchiui de notte… Sutta l’acqua e sutta lu jentu sutta lu noce de lu mulinu a jentu”.

Buona fortuna. 

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Tutino. Un antico e suggestivo borgo nel comune di Tricase (Lecce)

di Marco Cavalera

La frequentazione umana nel territorio di Tutino (rione di Tricase) risale all’età romana. Questa ipotesi è stata avvalorata da frequenti rinvenimenti di frammenti di ceramica, in fondi ubicati a ridosso di un tratto viario che, secondo alcuni studiosi, coincide con l’antica via “Sallentina”. Uggeri, a tal proposito, afferma che quest’ultima proveniva dalla Madonna del Gonfalone, lambiva a nord-ovest l’attuale borgo di Sant’Eufemia, si dirigeva per Tutino e proseguiva per Depressa[1].

Alcune evidenze di questo antico tracciato persistono ad ovest dell’abitato di Tutino, lungo la c.d. via delle Zicche. Si tratta di una strada campestre, larga circa tre metri e delimitata da muretti in pietra a secco alti, in alcuni punti, più di due metri, che conserva sotto l’asfalto e il cemento tracce superstiti di acciottolato.

Antico tracciato stradale, nel territorio di Tutino, identificato con la via “Sallentina”.

Un tratto di strada secondaria, che interseca ad est il tracciato della via “Sallentina”, presenta dei tagli sul banco di roccia, appositamente regolarizzato per permettere un più agevole transito dei carri. La carrareccia si segue solo per una lunghezza di poche decine di metri: sul suo

Per una mostra di Ezio Sanapo

Per una mostra di Ezio Sanapo

“Passo doppio”, o della fine della leggenda nera

 

di Nello Wrona

 


Conosco Ezio Sanapo da più di vent’anni, da quando cioè tra le pagine della
rivista “SudPuglia”, poi “Apulia”, si era raggrumato, romantico e disperato
quanto può essere un trasognato Don Chisciotte di fine millennio, un gruppo
di poeti, scrittori, romanzieri, artisti (pittori, soprattutto, e poi scultori, fotografi,
gente dallo sguardo lungo e disincantato), giornalisti, editori. Per tutti, uno
squalo che mordeva dentro, dannazione e tormento di errabondi suonatori di
violino, sognanti a volte, eccessivi quasi sempre, nel deserto illimite e senza
confini del Salento.
Ezio Sanapo era ai margini di quel gruppo, non vi entrò mai – come dire? – in
modo organico, militante, ma con quel gruppo si misurò, lui fortemente laico
e con intatti propositi di rivolta, con intelligenza e ironia.
Erano gli anni Novanta, o giù di lì: crollavano Muri, che scoprivano patrie inquiete, e scoppiavano i bubboni di Tangentopoli e di Mani pulite, una tempesta
annunciata mesi prima da un film tristemente profetico, “Il portaborse” di
Nanni Moretti. Dice il protagonista in una sequenza ormai celebre: «Il grigiore,
la noia e anche l’eccessiva onestà fanno senz’altro più danni al Paese». La
classe politica, in Italia, è decapitata: spariscono o si dissolvono partiti storici
come la DC, il PSI, il PSDI, il PLI; il PCI si chiama ora Partito Democratico della Sinistra, la falce e il martello sono sepolti all’ombra di una quercia frondosa.
È una stagione di sangue e di mattanze (Falcone e Borsellino), di vuoti politici,
di imbonitori televisivi prestati alla politica, del telemarketing elettorale, di
un partito di plastica (“Forza Italia”), in un Paese sfiancato dalla crisi economica
e da un “effimero” elevato a sistema culturale (il suo profeta intellettuale,
Renato Nicolini, protagonista delle Estati romane, è scomparso pochi giorni
fa), dove la noia della “generazione X” è uno stato d’animo permanente.


Dico questo, e mi sono dilungato nella premessa, perché “Passo doppio” di
Ezio nasce in quegli anni, è una gestazione lunga e complessa, perché rivela
un malessere esistenziale che in quegli anni svuoterà le piazze e i cortili (per
chi ha memoria: l’ultimo grande movimento di massa sono i giovani che picconano il Muro di Berlino; negli anni seguenti i giovani entreranno nelle pagine
della cronaca nera e si chiameranno “black bloc” e renderanno tristemente
famosi i sit in delle potenze mondiali) ricacciando le persone nelle case, a
spiare con occhi di gatto dietro persiane e finestre e porte impietosamente
chiuse e sprangate a chiave.


Tramontata la stagione della solidarietà del vicinato, svuotati come denti cariati
i centri storici, violentato persino il bianco della calce (il bianco che al Sud
fa (faceva) miracoli, scriveva Giuseppe Cassieri, ora oscenamente deturpato
con sorprendenti gamme di colori che nelle facciate delle case vanno dal giallo
canarino al verde al viola al malva, e con il benestare delle amministrazioni
comunali), il rifugio nel privato, tra confortevoli mura domestiche, chiudersi la
porta alle spalle, definitivamente, sembrava un passo obbligato.
Un passo obbligato, come lo era stato, Ezio, accantonare i temi e la narrativa
pittorica della cultura contadina, dei contadini dalle mani callose, del culto dei
morti (in un Salento sempre più affrancato da una servitù confinata nei libri di
Fiore, di Levi o di Scotellaro, ma di nuovo popolo di formiche incolonnate ora
ai caselli autostradali o in fila ai checking degli aeroporti pronti a timbrare i biglietti di una nuova emigrazione, qualificata e intellettuale, con il trolley e l’iPad
in mano).
Un passo obbligato, come lo è stato emigrare una prima volta, sei anni in terra
elvetica, e poi tornare a Supersano, provare a forzare l’uscio delle case,
scardinare le diffidenze, parlare di diritti e di sindacato, captare le ansie e i sogni
della gente, e poi emigrare una seconda volta (nel Nord Italia) ad allargare
i confini (non soltanto della propria arte) e andare a vedere, come si dice,
dove fa giorno. Sottilissimo il filo che lega questi momenti, come quello che in
una sua bellissima tela (“Gruppo di famiglia in esterno”) regge i panni del bucato,
appesi ad asciugare, esposti al caldo del sole ma anche alle intemperie.
Non si può vivere di monologhi, ha detto Ezio Sanapo in una remota intervista,
e nemmeno di voli solitari, aggiungo io. Dice Paul Éluard:
«Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due.
Se ci conosceremo a due a due, noi ci conosceremo tutti, noi ci ameremo tutti e i figli un giorno rideranno della leggenda nera dove un uomo
lacrima in solitudine».
Stupenda metafora, quella del volo a due, che ricorda i violinisti e gli amanti
delle promenades di Chagall, che si librano e volteggiano in aria mano nella
mano, in modo sconcertante e a dir poco naturale, e sulla quale don Italo
Mancini nel 1985 – nella solitudine, questa sì perfetta, delle bianche scogliere
di Leuca – scrisse una pagina memorabile, parlando del volo elitario, verticale,
del gabbiano Jonathan e della morale imperfetta dello stormo, cioè della
crassa ignoranza del branco.
Ecco, la scia lunga, il colpo di coda degli anni Novanta è che in qualche modo
si sia tentati da un volo solitario e verticale, cioè dalla tragica dimensione
della solitudine, dove solo a Dio e agli angeli, come dice Francesco Bacone, è
concesso di fare da spettatori. Mentre la logica di questa mostra, la cifra stilistica
di Sanapo e la sua esperienza di artista (uso questo termine in maniera
provocatoria con lui, che si ritiene solo un umile apprendista del colore) vanno
nella direzione opposta, cioè verso un percorso di coppia (non solo nel senso
più corrente di uomo-donna, del “còpula” latino), puntano dritte verso storie
condivise, che possano far riemergere l’uomo dalle macerie di giorni sempre
uguali, che scorrono anonimi, arroccati dietro cancelli elettrici, muri di
confine, vetri blindati e telecamere di sorveglianza contro un nemico immaginario
che preme minaccioso alle frontiere.
[Ecco, a proposito del nemico alle frontiere, una singolare coincidenza di date:
l’8 agosto del 1991 (riaffiorano sempre gli anni Novanta…) dal mercantile
“Vlora” sbarcarono a Bari oltre ventimila albanesi che erano saliti con la forza
a bordo nel porto di Durazzo; la loro prigionia nello stadio del capoluogo pugliese, contro il parere del sindaco e contro qualsiasi sentimento di umanità;
le rivolte; il rimpatrio di quasi tutti gli esuli. Per loro l’abbondanza, la fortuna,
il sogno di una nuova “Mèrica” restarono una chimera confinata nella calura
di un girone dantesco; per noi, fu la perdita definitiva dell’innocenza, rispetto
a un’emergenza immigrazione mai conclusa, anzi in questi ultimi mesi drammaticamente accentuatasi, con gli sbarchi clandestini sulle nostre coste, a un
passo dalle nostre case].
Contro il nemico, scrive Borges, si costruì l’infinita muraglia cinese e il suo imperatore ordinò, anche, che si bruciassero tutti i codici, tutti i libri, tutti i ritratti,
tutti i quadri, tutte le stoffe colorate e tutte le insegne dei negozi. Non si può
nulla predare se tutto è già distrutto e dimenticato: è il paradosso di un presente
orfano di memoria, di un “quando” senza risposta, di un mondo infantile
abbozzato da un dio capriccioso che lo abbandonò, per gioco appunto o
per stanchezza, a metà dell’opera.
“Passo doppio”, invece, è la porta spalancata di casa, un invito a guardare cosa
vi succede dentro, a sbirciare dove e come possono nascere le nuove speranze.
Che si tratti di un ballo appena accennato, o di un vorticare frenetico
di mani e di gambe, o di una scala a pioli che sembra tentare la scalata fino
al cielo, il messaggio più eloquente è che, dietro ogni apparenza e contro ogni
apparenza, in fondo al tunnel c’è sempre una speranza.
Guardando questa “nostra” gente ballare, dure e callose le mani, viene in
mente “L’avventura di due sposi” di Italo Calvino, dove è rappresentata la vita
quotidiana di due giovani sposi, operaio lui, impiegata lei, una vita familiare
vincolata e condizionata dai rispettivi orari di lavoro, stritolati dalla logica del
capitalismo e di una società industriale che con i suoi ritmi produttivi priva i
due giovani sposi persino del tempo per amarsi e rende frettolose e fredde e
furtive le loro carezze, negando loro persino il piacere di tenersi per mano. La
speranza è quella di ritrovarsi, per un attimo, a condividere davanti a una bacinella d’acqua il tubetto del dentifricio.
E in direzione della speranza sembra guardare la moglie del casellante, lo
sguardo penetrante e insistente a cercare treni su altri binari, oltre la linea dell’orizzonte, oppure le due figure femminili, la donna e la bambina, in bilico sul
binario in attesa del treno, o aspettando di sentirne il fischio (“Binario unico”),
o la donna che splende di luce propria, come le lucciole di pasoliniana memoria,
nel “Ritratto di amanti in un interno”, dove la passione e l’amore non
hanno volti, ma sono ridotti a pura sostanza.
La speranza, dicevo. È una vigilia, dice Sanapo, è l’attesa, il sabato del villaggio,
e quando si realizza (la speranza) ti rendi conto che, come l’utopia, questa
speranza ti ha fatto camminare, proprio come l’utopia dello scrittore uruguayo
Eduardo Galeano, così cara a Sanapo: «L’Utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino
di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte
si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A
cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare».
Ma la speranza è anche un filo sottilissimo ed esile, che si tratti del filo dell’uomo
e della donna che ricamano (splendida metafora dei ruoli invertiti nella
società moderna…), o del filo dei guinzagli di “Isola pedonale” (l’uomo e la
donna si avvicinano, si conoscono, mantengono le distanze? O altro?), o il filo
che muove la macchinina dell’autoscontro e porta una coppia tra gli scossoni
della vita, tra rischi di colpi e di collisioni.
L’individuo da solo non conta niente, non dà certezze, non fornisce risposte (si
veda il quadro con il manichino, e subito dopo quello con l’appendiabiti, da
leggersi l’uno e l’altro in sequenza, come se fossero collocati nella stessa stanza):
in termini pittorici, è il rovesciamento dell’impressionismo, che diede uno
scossone alla riproduzione naturalistica della forma, che porterà alla scomposizione del soggeto rappresentato e infine alla sua dissoluzione nell’astrazione, nel concettuale e nell’informale. Lo aveva lucidamente anticipato, nel 1832, Honoré de Balzac, nel suo “Capolavoro sconosciuto” dove il protagonista del racconto, il pittore Frenhofer, nega l’esistenza in natura delle linee, il contorno degli oggetti, definiti in realtà dalla luce che avvolge dinamicamente superfici e volumi.
Ezio le linee le usa, eccome, con il seppia o il nerofumo, definisce i contorni
e le mase corporee, e le pieghe degli abiti, e le architetture e i ritagli del cielo,
non lascia spazio agli equivoci o alle imposture delle macchie e dei tocchi
di colore, delle ombre e dei riflessi, dei valori tonali, prospettici e atmosferici:
in questo è un artigiano tardo-rinascimentale, lontano anni luce dall’artista individuale, narciso e nevrotico dell’età romantica e dei giorni nostri.
Provate a guardare, ora, questi quadri, e di ognuno di loro vi sembrerà di poterci
entrare dentro, e girare intorno ai personaggi, sentire il calore della pelle
e anche il sudore, e di poterli guardare da ogni angolazione, come se si fosse
allo stesso tempo protagonisti e spettatori, che è poi il vero senso della tragedia,
dove gli uomini, tutti gli uomini, sono spettatori, e il vero miracolo della pittura:
che è quello di lasciarci dentro un dubbio, più spesso un’emozione. E di
farci credere che presto finiranno, anche per noi, i giorni della leggenda nera.

La cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase

ph Alessandro Bianco

di Alessandro Bianco

Un cimelio d’ interesse storico – archeologico del Basso Salento è senza dubbio l’antica cripta basiliana della Madonna del Gonfalone, in agro di S. Eufemia di Tricase, precisamente sulla strada che conduce per Alessano.

La cripta è costituita da un ampio locale in cui gli interventi e le trasformazioni hanno stravolto l’originale aspetto; infatti quasi tutte le pareti sono in muratura come i diciannove pilastri presenti nell’invaso. 

E’ impossibile, se non con degli approfonditi saggi di scavo, risalire all’originaria conformazione della cripta o delle cripte, proprio perché dietro la muratura oggi esistente vi è una zona di riempimento che si nota in presenza di alcuni fori nella parete e che nasconde lo scavo originale.

Nella zona centrale è presente un recinto, contenente la zona presbiteriale costituito, su tre lati, da pilastri ottagonali, sempre in muratura, quadruplicati agli angoli e legati da una balaustra scandita da pilastrini, anch’essi ottagonali.

All’interno di questa struttura è l’attuale altare d’intonazione barocca, orientato a Nord, ai cui lati, due piccole cappelle contengono dei ripiani d’appoggio.

I rimanenti pilastri sparsi per la cripta senza un benché minimo ordine sono di forme diversificate. Il pavimento è tutto in terra battuta, escluso quello della zona recintata che è invece in mattoni; il soffitto, di altezza media di m. 2,18, è quasi del tutto piano e presenta, in corrispondenza della zona presbiteriale, una vasta apertura che corrisponde, all’esterno, alla struttura già descritta; sono inoltre presenti nel restante soffitto numerosi fori.

Sulla parete alle spalle della “cantoria” è scavata una nicchia, con un altare a credenza di tipo devozionale, vicina ad un’altra oggi murata; poco distante si notano i resti d’un altare addossato alla parete; completano gli arredi litoidi due acquasantiere.

  

Nei pressi dell’attuale ingresso si notano tracce di decorazione parietale; sulla nicchia con altare a credenza si vedono invece i resti di due affreschi palinsesti, rappresentanti un Cristo che sale il Calvario e una Crocifissione. Il Cristo che porta la croce, con tunica bianca è accompagnato da due uomini, uno dei quali soffia una lunga tromba; i resti dell’affresco sottostante appartengono ad una scena non più decifrabile.

Nel secondo affresco, il Crocifisso ha ai due lati la Vergine e San Giovanni; nello strato sottostante s’intravedono i resti di un altro affresco sullo stesso tema.

Il gruppo di affreschi più interessanti, su duplice strato, è sulla parete nord. In essa lo strato inferiore è diviso in quattro riquadri rappresentanti una Santa, due scene più grandi in parte coperte dall’intonaco superiore e un’altra Santa.

La prima figura in grandezza naturale, tiene nelle mani un calice, chiuso superiormente da un coperchio conico, probabilmente è S. Maria Maddalena che porta il cofanetto della mirra. Una fascia bianca a righe scure separa questo dipinto dalla scena successiva in cui s’intravedono quattro volti con aureole siglate (le uniche leggibili sono  una FI e una A) che probabilmente si riferiscono a figure di apostoli, l’immagine di un papa, che regge in mano un libro e con l’altra benedice una figura nimbata distesa, di cui si intravede soltanto un abito monacale; ai suoi lati altre figure in atteggiamento orante, mentre sul pavimento a scacchiera si nota una figura nimbata, forse un angelo, che regge in mano un calice-calamaio. Da tutti questi particolari ci sembra di poter dedurre che l’affresco rappresenti la morte di San Bonaventura, avvenuta durante il Concilio di Lione nel 1274.

ph Alessandro Bianco

Del terzo riquadro non rimane nulla perché completamente coperto dall’affresco superiore, mentre ben visibile è l’ultima figura femminile, che indossa una tunica stretta  in vita e una veletta che le orna il collo, regge in una mano la palma del martirio mentre con l’altra protegge un castello circondato da un paesaggio campestre.

Lo strato superiore, che ricopre solo i due riquadri centrali del polittico sottostante, è diviso in due parti e nelle intenzioni dell’autore, doveva integrarsi con le due Sante, già descritte, poste ai lati. Sull’affresco della morte di S. Bonaventura vi sono resti di una scena non più leggibile, vi è rappresentato un Vescovo nell’atto di benedire con l’aspersorio, con intorno alcune figure dai lineamenti orientali, mentre nella parte alta è rappresentata una piccola figura femminile a mezzo busto con alle spalle il volto di Cristo. Il riquadro che delimita quest’ affresco è leggermente più grande di quello sottostante; una banda bianca lo divide da quello successivo in cui è rappresentata una figura a grandezza naturale, di essa si riconosce solo parte dell’abito e del mantello dai toni scuri.

Le restanti pareti perimetrali mostrano qua e là cenni di decorazione che affiorano sotto lo strato d’intonaco a calce; anche sulla maggior parte dei pilastri vi sono tracce di decorazione, perlopiù a carattere floreale; racchiusi nel medaglione sovrastante l’altare barocco,  vi sono i resti di una Madonna con Bambino.

Come datazione di massima possiamo indicare il XIV-XV sec per l’affresco del S. Bonaventura, mentre quello superiore lo si può ricondurre al  XVI sec.[1].

Recentemente sono stati effettuati interventi di restauro.


[1] FONSECA, Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina, 1979, pp. 189-193.

ph Alessandro Bianco

Strage di ulivi sul tracciato della nuova 275 tra Tricase e Montesano

INCENDIO SUI LUOGHI DELLA MEMORIA

Strage di ulivi sul tracciato della nuova 275 tra Tricase e Montesano

testo e foto di Marco Cavalera

 

Era intitolata “I luoghi della memoria” la passeggiata organizzata dal “Comitato 275” il 2 giugno del 2011, in collaborazione con le associazioni Archès e Gaia. Per circa tre ore siamo stati a spasso per i luoghi che presto saranno cancellati dalla messa in opera dell’inutile e dannosa strada progettata, circa 20 anni fa, per servire le fiorenti zone industriali, cancellando per sempre il fascino e l’armonia di quel pezzo di territorio.

All’escursione avevano preso parte oltre cento sostenitori del Comitato che, attraverso antiche carraie, anfiteatri naturali e boschi di querce, hanno avuto la possibilità di ammirare splendide opere d’architettura rurale (muri di cinta alti più di due metri costruiti con un pietrame piccolissimo e tipico della zona), le pajare e altri particolari da scoprire insieme. Ed inoltre è stato possibile osservare la fauna che pian piano si svegliava dal lungo letargo invernale, ramarri, biacchi, cervoni, farfalle dai mille colori, tutto immerso nei profumi della flora primaverile.

A distanza di un anno e mezzo da quell’esperienza emozionante ed entusiasmante, l’idilliaco quadro sopra descritto ha mutato cornice. Le località Serra del Fico e Macchie di Ponente, infatti, sono state di recente interessate da un incendio che “casualmente” ha coinvolto ettari di terreno, sui quali è previsto il passaggio del tracciato della 275. Le fiamme hanno percorso il tragitto di una strada campestre larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie sul banco di roccia. Il rogo non ha risparmiato ulivi e macchia mediterranea (e i rifiuti in essa gettati), arrivando a lambire anche i ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare). Le fiamme hanno avvolto il “giardino degli ulivi secolari”, così denominato per la presenza di alberi monumentali e maestosi, le querce spinose, le edere rampicanti, i mirtilli, gli alberi di fico e i lecci secolari. È andato in fumo, dunque, l’ultimo lembo di macchia mediterranea incontaminata presente nella zona compresa tra Tricase e Montesano Salentino.

Non si esclude che i “piromani” abbiano eseguito il loro perverso progetto di distruzione seguendo la mappa dei fondi interessati dal passaggio della nuova 275, appiccando il fuoco “a macchia di leopardo”. Questa ipotesi è supportata dal fatto che – incredibilmente – l’incendio ha ricalcato il medesimo percorso, coinvolgendo uliveti, campi ricoperti da fitta vegetazione spontanea (compreso quello dalla particolare morfologia che ricorda vagamente un anfiteatro naturale), comprese le specie vegetali autoctone rare ivi presenti, a detta dei botanici che hanno effettuato in passato dei sopralluoghi.

Le fiamme – infine – hanno lambito il bosco di località Macchie di Ponente, fortunatamente senza addentrarsi al suo interno.

Il rogo ha lasciato, dietro di sé, uno scenario di distruzione e desolazione. Ha coinvolto numerosissimi ulivi (qualcuno secolare, altri monumentali), ha decimato un esteso tratto di macchia mediterranea e un habitat naturale che, semmai non dovesse essere interessato dal passaggio della 275, impiegherà anni per recuperare l’originario vigore.

Sulla dolosità dell’incendio non ci sono dubbi; è chiaro che dietro c’è un progetto preciso, considerato che nel corso dell’estate un altro rogo ha coinvolto il tratturo dei pellegrini in località Matine, anch’esso ricco di biodiversità vegetale e interessato dal passaggio della superstrada. Insomma, l’opera di cancellazione e obliterazione della memoria, dell’ambiente e del paesaggio del Capo di Leuca sembra già iniziata, e stavolta non sarà nessun Comitato di cittadini o giudice di buon senso a mettere un freno.

Ciò che rimane è solo un’arida distesa di nudi e neri scheletri di alberi di ulivo. I pochi esemplari sopravvissuti alle fiamme sembrano implorare aiuto, ma il loro destino sembra oramai segnato e lo scenario che balza agli occhi è quello di un territorio devastato dalla furia di una catastrofe immane, a due passi da una zona industriale simbolo del fallimento della politica e dell’imprenditoria salentina del nuovo millennio.

Da Profico a Caputo: l’avvento del fascismo nel Salento

 

di Alessio Palumbo

 

Nel giungo di novanta anni fa, esattamente il 15 di giugno, Cosimo Profico, un contadino, ex combattente, vicino alle posizioni del neonato partito popolare e attivo fautore delle leghe contadine organizzate da don Vito Marinuzzi e mons. Vito De Razza, incontra in piazza Colonna, ad Ugento, Luigi Ancora.

Ancora è un procaccia postale, un fascista facinoroso, distintosi per gli attacchi ai popolari e per alcune scritte minacciose ed offensive sull’abitazione del De Razza. In piazza Colonna gli animi si surriscaldano facilmente: tra i due scoppia una lite ed il procaccia estrae la pistola. Profico tenta allora di darsi alla fuga, ma quattro colpi di pistola lo raggiungono alla nuca, uccidendolo. Ancora fu arrestato ma, a distanza di due anni quasi esatti (24 giugno) “beneficiando di un decreto di amnistia emanato dal governo Mussolini nel dicembre del 1922, era stato assolto dalla Corte d’Assise di Lecce in quanto l’omicidio di Cosimo Profico (iscritto al Partito Popolare) era stato qualificato come omicidio politico” (S.Coppola, Politica e violenza nel Capo di Leuca all’avvento del fascismo, Lecce, Grafiche Giorgiani, 1999, pp.10-11).

L’omicidio Profico non era certo il primo in ordine di tempo. Il quattro novembre dell’anno precedente degli squadristi di Galatone avevano ucciso Giuseppe Manta, contadino di Sogliano. Tre mesi dopo fu la volta di Salvatore Giuppa

Tutino. Un antico e suggestivo borgo nel comune di Tricase (Lecce)

di Marco Cavalera

La frequentazione umana nel territorio di Tutino (rione di Tricase) risale all’età romana. Questa ipotesi è stata avvalorata da frequenti rinvenimenti di frammenti di ceramica, in fondi ubicati a ridosso di un tratto viario che, secondo alcuni studiosi, coincide con l’antica via “Sallentina”. Uggeri, a tal proposito, afferma che quest’ultima proveniva dalla Madonna del Gonfalone, lambiva a nord-ovest l’attuale borgo di Sant’Eufemia, si dirigeva per Tutino e proseguiva per Depressa[1].

Alcune evidenze di questo antico tracciato persistono ad ovest dell’abitato di Tutino, lungo la c.d. via delle Zicche. Si tratta di una strada campestre, larga circa tre metri e delimitata da muretti in pietra a secco alti, in alcuni punti, più di due metri, che conserva sotto l’asfalto e il cemento tracce superstiti di acciottolato.

Antico tracciato stradale, nel territorio di Tutino, identificato con la via “Sallentina”.

Un tratto di strada secondaria, che interseca ad est il tracciato della via “Sallentina”, presenta dei tagli sul banco di roccia, appositamente regolarizzato per permettere un più agevole transito dei carri. La carrareccia si segue solo per una lunghezza di poche decine di metri: sul suo

Tutino e la contraddizione pragmatica delle epigrafi del suo castello baronale

di Armando Polito

Debbo anzitutto ringraziare Marco Cavalera, autore, sul tema,  del post apparso sul sito qualche giorno fa perché, prima di leggerlo, di Tutino ignoravo pure il nome.

Particolare interesse hanno suscitato in me le iscrizioni riportate e le considerazioni che farò le riguardano in modo esclusivo.

Citerò di ognuna testo e traduzione per non obbligare il lettore ad un continuo andirivieni tra il mio post e quello di Marco.

1) ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT)

(Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

Giustamente è stata citata per prima, perché costituisce la targhetta di riconoscimento del manufatto. Gli ingredienti che la compongono sono quelli che usualmente si leggono in documenti del genere, ma voglio far notare la riconoscenza espressa nei confronti di due divinità pagane: Fortuna e Minerva.

2) VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene).

Si tratta della seconda proposizione di un periodo (12, 21) della lettera di San Paolo ai Romani:

Noli vinci a malo, sed vince in bono malum (Non farti vincere dal male, ma vinci il male nel bene).

Il lettore si sarà accorto della diversa traduzione che ho dato di in bono. Molto spesso la traduzione libera non esprime compiutamente il pensiero come quella letterale che, secondo me, va adottata tutte le volte che si incorre in questo rischio. Nel nostro caso l’originario complemento di stato in luogo (in bono, nel bene) è molto più pregno di significato del complemento di mezzo (con il bene), che in latino avrebbe richiesto la presenza dell’ablativo semplice (bono e non in bono). San Paolo, insomma, esortava non a vincere il male con il bene ma (restando) nel bene, formulazione di un principio generale che privilegiava la continuità di uno stato che, al di là della sua contingente incarnazione temporale, doveva avere anche un’atemporale funzione preventiva (chi sta costantemente nel bene non avrà bisogno di combattere il male perché non esiste neppure il rischio, almeno endogeno, di esserne assalito).

3) MELIOR DIES MORTIS QUAM NATIVITATIS  (Meglio il giorno della morte che quello della nascita).

Si tratta anche qui di una citazione parziale, questa volta  di un proverbio biblico (XXI, 2):

Melius est nomen bonum quam unguenta pretiosa, et dies mortis die nativitatis (È meglio un buon nome che profumi preziosi e il giorno della morte che quello della nascita).

Credo che il motivo ispiratore sia la condanna dell’apparenza (profumi preziosi) rispetto alla sostanza (buon nome), ricalcato nella seconda parte con la contrapposizione tra la morte (tempo di bilancio consuntivo) e della nascita (tempo di bilancio preventivo).

4) CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza).

Citazione parziale di un altro proverbio (XIV, 24): Corona sapientium, divitiae eorum; fatuitas stultorum, imprudentia (Corona dei sapienti, le loro ricchezze; degli stolti, la superficialità e l’imprudenza).

Qui sono in ballo elementi tutti spirituali, come le ricchezze dei sapienti e la superficialità e l’imprudenza degli stolti.

5) MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante).

Altra citazione parziale dal proverbio XX, 28: Misericordia et veritas custodiunt regem et roboratur clementia thronus eius (La misericordia e la verità proteggono il re e il suo trono è rafforzato dalla clemenza).

6) QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)

Si tratta della citazione, questa volta integrale, del proverbio XVII, 16.

7) VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi).

A Luigi XI, re di Francia dal 1461 al 1483, è attribuita la frase qui nescit dissimulare, nescit regnare (chi non sa fingere, non sa regnare), della quale la nostra iscrizione sembra la sintesi e che avrebbe trovato la sua sistemazione teorica, vedendo, fra l’altro, nascere il principio della ragion di stato, ne Il Principe (1513) di Niccolò Machiavelli.

8) NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Citazione parziale del proverbio XXI, 30: Non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è assennatezza contro il Signore).

E qui mi dissocio dall’interpretazione di Marco, che introduce (a parte est  reso con sia come se fosse sit)  un adattamento ad personam indotto, credo, dal non aver potuto considerare il testo originale nella sua completezza, per cui il consilium diventa complotto e Dominum diventa signore.

A conclusione di questa analisi voglio fare questa riflessione che è un’immonda ma certamente rabbiosa parafrasi di Domande di un lettore operaio di Bertold Brecht (per la sinistra, il centro la destra e per tutte le possibili posizioni trasversali http://www.filosofico.net/brecht83operaio3.htm): le iscrizioni appena esaminate per un imbecille come il sottoscritto andrebbero raccolte in due gruppi: nel primo la 1 (in cui Minerva  diventa quasi un’autocelebrazione pagana della propria sapienza)  e la 7; nel secondo le rimanenti in contraddizione totale con le due del gruppo precedente, che, non a caso, pur essendo in minoranza, prevalgono per i fatti concreti cui danno vita (il palazzo, il mantenimento del potere).

E allora, ben venga qualche atto vandalico o qualche terremoto che faccia piazza pulita di queste (presunte?) vergogne? Tutt’altro! Esse vanno conservate come testimonianza delle nostre contraddizioni e miserie (soprattutto quelle legate al potere in tutte le sue forme) e lette alla luce brechtiana che, in ultima analisi (incredibile per un comunista!), coincide con l’insegnamento cristiano (non cattolico!).

Vuoi vedere che la trascuratezza in cui versano i nostri, così pomposamente definiti, beni culturali non dipende solamente da un comodo principio di priorità connesso con le ristrettezze economiche?

Tutino (Lecce). Il castello baronale dei Trane

di Marco Cavalera

Il castello di Tutino fu costruito, negli ultimi decenni del XVI secolo, su una preesistente struttura normanno-sveva (fig. 5). La struttura, che si caratterizza per la presenza – su tre lati – di un profondo fossato, è dotata di una cinta muraria alta sei/sette metri e spessa un metro e mezzo circa. La possente fortificazione – realizzata in pietre di calcare locale e “bolo” – era difesa da ben nove torri, delle quali attualmente ne sopravvivono solo cinque. Alla base è rafforzata da una scarpata e sulla sommità, in alcuni tratti meglio conservati, è visibile ancora il cammino di ronda. Le due torri situate a nord-est, prive di scarpata e di coronamento, sono state più volte oggetto di rifacimenti e rimaneggiamenti.

La costruzione del palazzo baronale comportò l’abbattimento di alcune torri e il riempimento della parte settentrionale del fossato. Un’iscrizione a grandi caratteri latini, incisa lungo la facciata rivolta su Piazza Castello, ricorda il committente di questa imponente opera difensiva, ossia il barone Luigi Gaza da Trani: ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT) (Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

La facciata è stata realizzata con blocchi in carparo ed è alleggerita da eleganti finestre in pietra leccese, sulle cui architravi sono incise delle massime ancora perfettamente leggibili. Da sinistra verso destra si legge:

VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene– (San Paolo)
MELIOR DIES MORTIS QUiM NATIVITATIS     (Meglio il giorno della morte che quello della nascita)
CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza)

MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante)
QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)
VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi)

NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Sul portale è ancora visibile il drago caratterizzante lo stemma di famiglia[3].

La struttura, allo stato attuale, necessita di tempestivi ed urgenti interventi di consolidamento statico e recupero funzionale.

Il Salento, culla di braccianti, di emigranti e di… alte personalità della Chiesa

di Rocco Boccadamo

Oltre che per il mare tratteggiato da sfumature di colore azzurro – verde – blu, le costiere mozzafiato, i suggestivi panorami e tramonti, le doviziose e splendide bellezze artistiche, il clima mite e leggero durante tutto l’anno, il senso di calda e spontanea ospitalità che vi sgorga, il Salento è storicamente e comunemente noto come area di eccellenza per ciò che riguarda la produzione di olio d’oliva, vino e tabacco.

Ammantando di risvolti umani tali caratterizzazioni merceologiche, viene a coniarsi anche l’appellativo di culla di braccianti e di emigranti: braccianti, nell’accezione più ampia, vale a dire comprendendovi i lavoratori degli stabilimenti vinicoli e i frantoiani; emigranti, intendendosi far riferimento sia ai nutriti flussi direttisi, nel corso di decenni, verso le regioni del Nord Italia, sia alla manodopera che si è spostata all’estero, specialmente in Svizzera, Francia, Germania e Belgio.

E però, il Salento è pure patria di uomini di cultura, poeti, scrittori, artisti, uomini politici, statisti, nonché di numerosi personaggi assurti a posizioni di spicco nelle gerarchie ecclesiastiche.

Desidererei soffermarmi proprio sulle figure dei conterranei che, scelta ed intrapresa la strada della vocazione religiosa, sono riusciti ad emergere e, grazie alle loro qualità e al loro impegno, ad affermarsi ad altissimo livello.

L’obiettivo delle mie osservazioni converge, in particolare, su un circoscritto ambito della provincia di Lecce, a me familiare, esattamente sui comuni, tra loro confinanti, di Tricase, Andrano e Spongano, rientranti nel sud Salento, verso il Capo di S.Maria di Leuca.

Attualmente, come si sa, il vivere quotidiano risulta letteralmente intessuto, in ogni campo, di sondaggi e di statistiche: pur tuttavia, forse, ai più, non sono noti e possono, anzi, addirittura apparire desueti e irrilevanti, i dati e le notizie che sono andato a focalizzare e, attraverso i presenti appunti, passo ad esporre.

La cittadina di Tricase ha dato i natali a ben tre esponenti di rilievo della Chiesa cattolica: il cardinale Giovanni Panico, impegnato in vita – per decenni – nella carriera diplomatica, cui va riconosciuto l’alto merito della promozione e della realizzazione, appunto nella “sua” Tricase, di un grande ed attrezzato ospedale; quindi, Mons. Carmelo Cassati, arcivescovo emerito di Trani – Barletta – Bisceglie e Mons. Luigi Martella (nativo della frazione di Depressa), attuale vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi.

Sono, invece, originari di Andrano, gli arcivescovi Mons. Luigi Rocco Accogli (da poco scomparso), già Nunzio Apostolico con accrediti in vari Stati e Mons. Bruno Musarò, rappresentante della Santa Sede a Cuba, dove, prossimamente, avrà il privilegio di accogliere Papa Ratzinger in visita ufficiale.

E’, infine, di Spongano, Benigno Luigi Papa, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, arcivescovo emerito di Taranto ed ex Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Perciò, un piccolo fazzoletto di territorio ha generato, addirittura, un Principe della Chiesa e ben cinque alti prelati. Al che, mi sorge spontaneo di parafrasare ed adattare alla straordinaria specificità della circostanza, i versi con cui il profeta Michea, oltre duemila anni fa, accostò la realtà del villaggio di Betlemme, il più piccolo dei capoluoghi della Giudea, al più eccezionale evento della cristianità, cioè la venuta al mondo del figlio di Dio.

Quanto sopra, senza dire che, dalla cittadina di Tricase, si raggiunge, in un attimo, il centro di Alessano, dove è nato un altro prestigioso esponente della Chiesa, spentosi meno di vent’anni addietro e già fatto oggetto di profonda venerazione, Mons. Antonio Bello – per la gente, Don Tonino – preposto, in vita, anche lui alla Chiesa locale di Molfetta e, inoltre, Presidente del Movimento Pax Christi.

E’ sufficiente compiere una fugace visita presso la sua tomba, nel raccolto cimitero di Alessano, per sentirsi impregnati di un’atmosfera di profondo misticismo e di autentica spiritualità.

Mi piace concludere queste spigolature con la notazione che, all’eccezionale anzidetta “nidiata”, fanno corona, con ulteriore lustro per il Grande Salento, altri insigni Pastori della Chiesa originari di Lecce e dintorni: il cardinale Salvatore De Giorgi – Arcivescovo emerito di Palermo, il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Mons. Donato Negro – Arcivescovo di Otranto, Mons. Angelo Massafra – Arcivescovo di Scutari (Albania), Mons. Luigi Pezzuto – Arcivescovo, Nunzio Apostolico in S. Salvador, Belize e Antille, Mons. Marcello Semeraro – Vescovo di Albano Laziale, Mons. Domenico Caliandro – Vescovo di Nardò-Gallipoli.

ornamenti esteriori che spettano ad un cardinale

Maria Teresa Sparascio, staffetta partigiana salentina

sparascio
http://www.salogentis.it/2009/05/04/maria-teresa-sparascio-lunica-staffetta-partigiana-salentina/

di Gianni Ferraris

Il 16 ottobre 1906 nasce a Caprarica, comune di Tricase, Maria Teresa Sparascio. Cresce e vive nel basso Salento, nel comune dell’immensa quercia vallonea che ancora troneggia fra Tricase e il mare.

Nel 1932 nella caserma di Tricase arriva il carabiniere Licheri Efisio Luigi. E’ sardo di Villamar (Ca) ed dal1920 hatrovato il suo lavoro nell’arma, lui è nato nel 1901. I due sud si incontrano e si innamorano. Il 28 agosto del1934, inpieno regime fascista, si sposano a Lecce. Un incontro fra due sud, storia comune in fondo.

Ma lui è carabiniere, viene trasferito in Emilia, prima a Farini D’Olmo (Pc), poi a Langhirano (Pr). Intanto nascono Maria D’Itria nel 35, Irene nel 36, Antonietta nel 38 e Giacomo nel 42. Tutto sommato stanno bene, sono alloggiati nella caserma del Carabinieri. La situazione precipita l’8 settembre del 43. Lui diventa appuntato ma rimane fedele alla patria e si congeda dall’arma, sbanda e diventa partigiano nella brigata Pablo con il nome di “Torino”.

Nel luglio del 44 Langhirano subisce rastrellamenti e la ferocia prima della X mas, poi dei nazisti. La provincia di Parma è martoriata come tutto il nord Italia dalla violenza nazi fascista, i consuntivi parlano di 1675 civili caduti dall’inizio della guerra alla liberazione, di questi 506 erano donne, molte ammazzate senza pietà e senza motivi apparenti, come Adele Nardi, colpita da un proiettile nazista mentre giocava con la sua figlioletta in strada.

Maria Teresa intanto aiutava come poteva il marito e la resistenza era staffetta e basista.

Quel maledetto 26 settembre 1944 Efisio era fuori, lei era in casa con la figlia Maria D’Itria che così ricorda gli avvenimenti:

“… Ricordo che mentre si affrettava a mettere a posto alcuni documenti che il marito le aveva affidato per motivi che non potevo conoscere ma che intuivo, e poi a sistemare indumenti di noi bambini e infine a raccogliere da terra, presso al finestra, le scarpe della figlioletta più piccola, mi invitava a tenermi pronta per andare a ripararci anche noi  insieme all’altra sorellina Irene. Dopo qualche minuto una fucilata partita da un mitra piazzato di fronte alla nostra abitazione la colpiva ferendola a morte. Io, che stavo dietro di lei, fui salva per miracolo. Loro, i nemici tedeschi, avevano raggiunto il loro scopo: erano venuti per punire…”*

Maria Teresa, unica partigiana salentina,  morì il 7 ottobre 1944 all’ospedale di Parma, ferita mortalmente ad un polmone.

Scrive Nello Wrona che in prossimità del 50° anniversario della morte di Maria Teresa si spinse a Langhirano per fare ricerche:

“… Non ricordava il sindaco, ma promise ricerche: non ricordava l’arciprete… non ricordavano gli uomini della Resistenza, rintracciati e scovati sotto i nomi di battaglia, sempre disponibili, mai reticenti, spesso sorpresi: “La moglie di Torino? Si, successe qualche cosa, qualcuno sparò – i tedeschi, certo, durante una puntata – ma se fu per vendetta o per errore o per delazione non saprei dire” … Nella capitale del prosciutto la rimozione era totale, quasi fisica.

E così, di questa donna, morta di piombo tedesco per essere stata porta ordini e moglie di partigiano, si può solo scrivere una storia a togliere. E levando di scena tutto, tranne la morte e le origini. Solo in questo modo la sua storia ha un senso. Nella misura in cui Langhirano e Tricase sono sulla stessa latitudine antropologica: “cafoni” da una parte, “scariolanti” dall’altra; mercato della braccia a Lecce come a Faenza o a Parma; la stessa malaria; la stessa staffa di cavallo dietro la porta; gli stessi abiti di cotonina, lo stesso volto rugoso di aceto e tabacco, sotto lo stesso velo nero delle donne…. Così morire a Langhirano o a Tricase, ha solo un valore incidentale, perché il sud è sempre un meridione planetario, sempre uguale quando la storia la scrivono gli altri. Colpisce solo il silenzio di quarant’anni, quando la storia, a scriverla, è una donna, e una donna meridionale….” *

*Da: Maria Teresa Sparascio – Staffetta partigiana salentina. A cura di Francesco Accogli e Massimo Mura Ed. dell’Iride – dicembre 2004 –

Da Tricase a Civita Castellana: il racconto di Lutgarda Turco / Quarta ed ultima parte

LUTGARDA TURCO, LA PIETRA E IL PESCATORE

La costa di Tricase si estende per otto chilometri, con numerose grotte che il mare ha sapientemente scavato nei secoli tra le scogliere. Per raggiungerle si accede solo con le barche, il loro interno pullula di pipistrelli e colombi selvatici che vengono a nidificare.

La marina principale è quella di Tricase Porto. C’è la certezza che il porto, essendo un’insenatura naturale, esista da sempre. Per la sua bellezza, i signorotti del paese vi costruivano le loro ville in stile liberty, mimetizzate tra una magnifica e lussureggiante vegetazione. Il pittoresco porticciolo è incastonato tra le scogliere che finiscono a strapiombo nel mare limpido e azzurro, una vera medicina dell’anima.

Arrivata a Tricase, nonostante siano trascorsi tanti anni, mi sono ben ricordata della mia casa in Via della Carità: come avrei potuto dimenticarla? È là che ho visto la luce! Dalla strada si entrava in un grande cortile dove noi più piccoli giocavamo a campana e alle signore[1], oppure ci raccontavamo storie fantasiose. Dal cortile si accedeva all’abitazione, una stanza grande con annessa cucina e un camino al centro; dalle scale si accedeva al piano superiore con camera e bagno. Al di sopra, una grande terrazza dove in grandi vasi mia madre coltivava basilico, prezzemolo, rosmarino e peperoncini piccanti, detti da noi tiaulicchi, piccoli diavoli. Dalla terrazza si scopriva parte del centro storico, i giardini con le piante di limoni e arance, le piazze, i monumenti e le chiese. Nelle serate d’estate, quando la gente usciva per la passeggiata, si poteva udire il chiacchiericcio, quasi fosse una melodia, salire fin sulla terrazza. Ricordo anche quando insieme a mia sorella passavamo interi pomeriggi a giocare con le bambole di pezza che confezionavano le sorelle più grandi.

Ricordando tutto questo, a stento potetti trattenere le lacrime e il pensiero corse ai miei genitori e alla loro sofferenza nel lasciare la casa costruita con tanti sacrifici. Nel fare il giro del mio paese, mi fermai nella piazza principale dove delle persone sedute sulle panchine chiacchieravano del più e del meno e

Paesaggi di pietra e paesaggi di tufo

PARCO COSTA SANTA MARIA DI LEUCA – OTRANTO E PORTO DI TRICASE.  “PAESAGGI DI PIETRA” E “PAESAGGI DI TUFO”.

 

di Marco Cavalera

 

Lo storico Vincenzo Cazzato, nel saggio “Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento”, riassume in modo sintetico la più intima essenza di Salento: “paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura”.

Uno dei luoghi del Salento, maggiormente interessato dalla presenza di strutture in pietra a secco, è il tratto di costa compreso tra la località Ciolo (Gagliano del Capo) e Punta Ristola (Santa Maria di Leuca), incluso nell’area del Parco Naturale Regionale “Otranto – Santa Maria di Leuca”.

L’area presenta un’interminabile rete di tratturi, muretti a secco – alcuni dei quali realizzati con particolari tecniche costruttive per proteggere le colture dalle forti raffiche di grecale e scirocco provenienti dal mare – e numerosi ripari trulli formi. Si tratta di evidenze legate alla civiltà agropastorale del Salento.

La zona è raggiungibile dalla Strada Provinciale 358, con non poche difficoltà dovute ai repentini dislivelli del banco di roccia, ai continui salti di quota e alla presenza di Macchia Mediterranea.

Meno caratteristiche delle strutture in pietra a secco, ma ugualmente eloquenti testimoni dell’inciviltà di una parte della gente salentina, sono le costruzioni abusive realizzate in uno dei punti più inaccessibili e impervi di questo tratto di costa. Si tratta – nello specifico – di due abitazioni, risalenti

Là dove c’era un tratturo domani ci sarà… un’autostrada

 
ph Marco Cavalera

Tratto di strada campestre, importante testimonianza della civiltà contadina, interessato dal progetto del nuovo tracciato della S.S. 275

 

di Marco Cavalera

 

Un altro frammento di storia della civiltà contadina salentina sarà, forse, sepolto per sempre da un nero nastro di asfalto. Si tratta di un tratto di strada campestre, lunga circa 2,5 chilometri e larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie scavate sul banco di roccia. I solchi sono larghi dai 20 ai 30 centimetri, presentano una profondità massima di 15 centimetri e si sviluppano, in maniera pressoché continua, per tutta la lunghezza del tracciato.

Il tratto viario, ubicato interamente nel Comune di Tricase, insiste nelle località Macchie di Ponente e Serra del Fico e lambisce silenti ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare).

Ai lati della stradina si individuano numerosi blocchi di pietra calcarea, infissi verticalmente nel terreno o reimpiegati nei muretti a secco.

Le ricognizioni di superficie, effettuate nelle proprietà poste ai margini della strada carraia, hanno permesso di rinvenire alcuni manufatti di ceramica, per lo più di epoca moderna, da attribuire ad una intensiva frequentazione agricolo-pastorale di quest’area. Si tratta di un elemento che consente di ipotizzare un utilizzo della strada campestre in un’epoca non antecedente al Medioevo.

La carrareccia è stata individuata a seguito dei sopralluoghi effettuati dal Comitato 275 nelle aree interessate dal progetto di ammodernamento della S.S. 275.

Sulla base di quanto proposto nel progetto, il nuovo tracciato della S.S. 275

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