La maledizione del Travancore. Intervista a uno degli Autori

Ultime voci dai fondali profondi – La maledizione del Travancore. Intervista a uno degli Autori (Pier Francesco Liguori)

 

Come è nata questa storia che ci porta lontano nello spazio e nel tempo?

La storia prende spunto da un fatto realmente accaduto: il naufragio del piroscafo inglese Travancore, meglio noto genericamente come la “Valigia delle Indie” . Si trattava del servizio postale – ma che trasportava anche passeggeri e merci – sulla rotta che univa l’India a Venezia (a Brindisi un treno speciale imbarcava la posta e i passeggeri e attraversava l’Europa, passando da Torino fino a Calais e l’Inghilterra). Il naufragio che ebbe particolare risonanza sulla stampa dell’epoca, sia italiana che inglese, si verificò davanti al porto di Castro, a qui tempi – fino agli anni ’70 – frazione di Diso,  più precisamente davanti alla caletta dell’Acquaviva. Non vi furono vittime e il medico condotto del paese fornì assistenza ai naufraghi. In questo fatto di cronaca abbiamo innestato il mistero: cosa ha fatto naufragare il piroscafo in condizioni atmosferiche tutt’altro che sfavorevoli? Qual è l’origine della strana malattia di Miss Palmermoore (personaggio di fantasia) ospite-degente in casa del medico?

 

Sono almeno due le vicende principali che raccontate ed in fondo, mistero a parte, sono storie di persone e di luoghi…

Il naufragio è strumentale alla localizzazione iniziale dei fatti: si verifica davanti al promontorio di Castro, citato da Virgilio nell’Eneide come primo approdo di Enea in terra italica. Enea scorge sul promontorio un noto santuario dedicato alla dea Atena (il Castrum Minervae) che gli archeologi hanno puntualmente ritrovato negli ultimi anni. Si trattava di uno dei santuari principali del Mediterraneo, toccato dalle rotte dell’antichità.

Nel secolo scorso alcuni studiosi elaborarono la teoria della “geografia sacra” ovvero una serie di allineamenti dedicati alla stessa divinità, che seguivano particolari costellazioni e che avevano origine – per alcuni – a Delfi. Di questi allineamenti facevano parte, per esempio, i santuari dedicati a Zeus. Tra questi anche Siwa, in Egitto. Questo perché gli antichi identificavano Ammone con Zeus. Lo stesso avvenne per altre divinità, come Atena, che Erodoto e altri identificarono con la dea Neith di Sais, nel delta occidentale del Nilo. Attualmente vengono considerati allineamenti sacri quelli che uniscono i santuari dedicati a S. Michele: Monte S. Michele in Puglia, la Sacra di S. Michele vella Valle di Susa, Mount St. Michel in Francia…

Nel romanzo alcuni personaggi sono realmente esistiti e contemporanei all’incirca alla parte iniziale del romanzo, altri totalmente di fantasia. Tra i personaggi realmente esistiti ci sono il professor Lanzone, che possiamo considerare il primo direttore dell’Egizio di Torino, Sir William Matthew Flinders Petrie, uno dei più grandi egittologi del XIX secolo e Filippo Bottazzi famoso fisiologo salentino – nato a pochi chilometri dal luogo del naufragio – che insegnò a Napoli e a Cambridge.

Tra i personaggi di fantasia Michele, figlio di emigrati pugliesi che incontrerà il suo destino nella terra d’origine dei suoi genitori, spinto dal fato, che gli metterà praticamente in mano alcune lettere del carteggio Petrie-Lanzone. Poi c’è Eduardo Bromer che, spinto dal desiderio di riabilitare il nonno archeologo dalle macchie di un tragico passato, ripercorre le tappe dell’ultima missione del vecchio, che porteranno anche lui a Castro. Ultime ma non in ordine di importanza, Susy e Terry le due inseparabili amiche che involontariamente daranno una svolta all’intera storia.

 

Il rapporto tra Torino e l’antico Egitto è strettissimo. Qui avete inserito anche forti legami con il Salento…

Come già accennato, sono proprio Atena, la dea del promontorio, e la sua geografia sacra, il fil rouge che nel romanzo unisce l’Egitto e il santuario di Castro, attraverso il furto sacrilego di un antico mercante di Lesbo.

 

Curioso incontrare personaggi come Conan Doyle. Perché avete deciso queste ‘partecipazioni speciali’?

Nella primavera del 1880 si tenne a Londra l’udienza presso la Corte di Westminster per appurare le responsabilità del naufragio del piroscafo Travancore. All’udienza, pubblica, ho immaginato un giovane Arthur Conan Doyle alla vigilia della laurea in medicina, a caccia di notizie curiose o misteriose. Va ricordato che Conan Doyle nel 1879 aveva pubblicato un racconto del fantastico: “Il mistero di Sasassa Valley” e successivamente, “Il capitano della Stella Polare”, storia di un misterioso naufragio tra i ghiacci.

Successivamente faccio incontrare a Cambridge Conan Doyle e Filippo Bottazzi (chissà che non si siano realmente incontrati) nello studio del fisiologo professor Foster, anch’egli realmente esistito. Bottazzi insegnò a Cambridge per un semestre, poi ritornò in Italia. Tutti sanno che Conan Doyle fu un noto sostenitore dello spiritismo. Pochi sanno invece che Filippo Bottazzi, sulle orme di Cesare Lombroso, condusse nel 1908 a Napoli esperimenti sulla fisiologia dei medium, pubblicati poi nel 1909.

 

Scrivere a quattro mani non è mai facile. Come avete lavorato?

Sì, scrivere a quattro mani è veramente complicato, tant’è che per necessità – io vivo a Torino e Bucci nel Salento – non abbiamo potuto realmente lavorare a quattro mani, tantomeno in presenza: ognuno di noi ha sviluppato una parte del racconto. Ci siamo confrontati – eravamo in piena pandemia – anche più volte al giorno tramite telefono e e-mail. Una brava editor Heléna Paoli dell’Editore Les Flâneurs, ci ha aiutato a ricucire il tutto.

 

Pier Francesco Liguori (1959)

Salentino trapiantato a Torino, è autore di numerosi articoli specialistici e di alcuni saggi storici. Ha fatto parte del Comitato editoriale del Laboratorio di Sociologia dell’Editore Franco Angeli. Ha destato grande interesse il suo saggio Viaggiatori e Liberi Muratori – Una nuova interpretazione della veduta settecentesca di Maglie realizzata da Louis-Jean Desprez per il Voyage Pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile, pubblicato da Ananke nel 2016. Ha pubblicato anche due romanzi (Il Custode delle reliquie, del 2010, con lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, e La stanza del Naturalista, del 2012, entrambi editi sempre da Ananke, Editore in Torino) in cui archeologia, storia, scienze naturali e mistero si fondono per dar vita a incredibili avventure al limite del soprannaturale. Nel 2017 gli è stato conferito il Premio Meridiana.

Francesco Bucci (1961)

É nato a Maglie, nel Salento, dove è tornato a vivere da alcuni anni. Insegna in un Istituto Superiore della sua città. Ha scritto di musica e fatto traduzioni per le riviste Mucchio Selvaggio, Jamboree e Outsider. Negli anni Novanta del secolo scorso, ha realizzato la micro-rivista Doctor Sax (poesia-e-altre-storie-a-sorpresa). Ha pubblicato racconti e poesie su riviste, nonché due romanzi brevi: Se un pomeriggio d’estate una pompa di benzina (Doctor Sax, 2010) e I giorni perduti d’Inghilterra (Bookabook, 2018).

 

Pier Francesco Liguori – Francesco Bucci

ULTIME VOCI DAI FONDALI PROFONDI

La maledizione del Travancore

2021 Les Flâneurs Editore, Bari. Pagine  210, brossura. € 16,00

 

Distribuito da: Libro Co. Italia (www.libroco.it)

 

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Disponibile presso alcune Librerie selezionate:

Libreria Belgravia – Via Vicoforte, 14/D -Torino

Libreria Campus – Via Toma 76 – Bari

Libreria Piccoli Labirinti – Via Gramsci 5 – Parma

Libreria Feltrinelli – Via Melo 119 – Bari

Libreria Laterza – Via Dante 53 – Bari

Libreria Quintiliano – Via Arcidiacono Giovanni 9 – Bari

Libreria Roma – Piazza Aldo Moro 13 – Bari

Libreria Quintiliano – Via Arcidiacono Giovanni 9 – Bari

Libreria 101 – Via Cairoli 101 – Bari

Libreria del Teatro – Largo Teatro 7 – Bitonto (Bari)

Libreria Calib – Via Ciro Menotti 8 – Cisternino (Brindisi)

Libreria Odusia – Via Turi 5 – Rutigliano (Bari)

Libreria Piepoli – Piazza Garibaldi 30 – Castellana Grotte (Bari)

Libreria Skribi – Via Europa Unita 14/F – Conversano (Bari)

Libreria Equilibri – Corso Tripoli 2 – Santeramo in Colle (Bari)

Libreria Internet Point Im@n – Via Colonnello Scarano, 14 – Massafra (Taranto)

Libreria CARTEL, P.zza A.Moro 1 – Maglie (Lecce)

Libreria EUROPA, Via Alcide De Gasperi 15 – Maglie (Lecce)

Libri| La maledizione del Travancore

 

É un curioso giallo che attraversa il tempo questo “Ultime voci dai fondali profondi-La maledizione del Travancore” (titolo liberamente adattato da un verso del Poeta magliese Salvatore Toma) scritto da Pier Francesco Liguori e Francesco Bucci per Les Flâneurs Edizioni di Bari. Un’avventura che parte nel 1880 e si conclude ai giorni nostri portandoci dal Salento a Torino, dall’Egitto a Londra.

É uno di quei libri che sarebbe il caso di affrontare senza saperne assolutamente nulla, perché gli autori costruiscono una storia che si snoda senza fretta tra i luoghi e i tempi. Tutto parte da un naufragio, effettivamente accaduto, sulle coste di Castro, in Puglia. Siamo nel 1880 e il medico del paese si occupa di assistere una donna che mostra segni preoccupanti. Sembra l’inizio di un’avventura incentrata in quegli anni ed il lettore finisce quasi per convincersene,  quando arriva invece il salto temporale di quasi un secolo, che sembra raccontarci un’altra storia.

Ovviamente ben presto i collegamenti sono chiari e la nuova avventura getta profondamente le radici in quello che è successo un secolo prima e poi negli anni a venire. Il centro della vicenda possiamo fissarlo negli anni 70 del Novecento, ma quanto accaduto prima non è solo un’introduzione.

Scopriamo così un mondo antico ed uno meno antico, ma molto lontano da quello di oggi. Ci addentriamo in una vicenda che parla di misteri, di antico Egitto, di maledizioni… Eppure tutto è narrato come una storia di famiglie e personaggi che vivono il loro tempo.

Al centro troviamo il medico del paesino, quello del 1880 ed il suo successore del secolo successivo, figlio di emigrati del Sud, che arriva da Torino e porta in dote tre lettere recuperate al Balôn – il famoso mercatino delle pulci della città sabauda -lettere antiche, lettere private, che lo legano ad una storia misteriosamente avvenuta proprio in quei luoghi.

E poi abbiamo giovani ragazze degli anni ’70, un sindaco, un archeologo che arriva dal Sud America. E non manca l’incontro con alcuni personaggi storici che in qualche modo si legano alla vicenda inventata, da Lombroso ad Arthur Conan Doyle al fisiologo salentino Filippo Bottazzi, collega e amico di quel Giuseppe Moscati che sarà elevato all’onore degli altari nel 1987.

Insomma un bel crogiuolo di storie e personaggi. Un mistero da risolvere. Figure di cui innamorarsi. Ma soprattutto una storia ottimamente narrata, da godersi pagina dopo pagina, senza fretta e senza troppa voglia di arrivare alla soluzione finale.

Il relitto del Travancore

di Luigi Tarantino

Il sette cavalli della piccola imbarcazione diede le ultime sbuffate e si fermò, non poteva avventurarsi oltre quel mare che si increspava fino a formare un banco compatto di spuma. Nicola, dopo aver lanciato l’ancorotto, si allacciò la muta e si lasciò scivolare in quei flutti che sembravano inghiottire ogni cosa. Sulla prua della barchetta Giorgio si allacciava il coltello marino fissandolo bene alla gamba in modo che non scivolasse via. Quel giorno non aveva molta voglia, ma il tuffo improvviso che fece, per vincere la pigrizia, gli diede animo e gli lasciò in corpo una meravigliosa sensazione di volo. Scese sempre più giù in quell’abisso marino che sembrava aprirsi  e poi chiudersi dietro alle sue pinne. Poi rallentò. Giorgio sapeva bene che scendere troppo velocemente non era prudente. D’altro canto Nicola, che si era gettato in acqua prima di lui, era già quasi sul fondale e Giorgio voleva raggiungerlo presto. Diede alcuni colpi di pinne più energici e avanzò di alcuni metri squarciando al centro un banco di pesci che si apriva in una silenziosa esplosione. Nicola si era fermato sul fondo sabbioso poco più avanti e con grandi e lenti gesti chiamava Giorgio che si attardava a fare capriole nell’acqua fredda e limpidissima.

“Che matto.” pensò Nicola togliendosi le pinne per poter assaporare coi piedi nudi  quella sabbia bianchissima. Infine Giorgio giunse sul fondale e si guardò intorno: poco distante vide un ammasso di rocce che si diradavano  e poi assumevano una forma strana, quasi come se volessero indicare una direzione precisa. Giorgio incuriosito seguì le tracce di quei massi e i riflessi di luce filtrata dall’acqua creavano strani colori, mentre agli occhi dell’uomo si presentava un paesaggio quasi irreale. E malgrado s’immergesse ormai da anni,  ogni volta quello spettacolo lo stupiva e gli sembrava sempre diverso, come se lo vedesse per la prima volta.

A pochi metri da loro il relitto si presentò, spettrale.

Il “Travancore” era un piroscafo inglese che nel 1880, a causa della nebbia, aveva urtato uno spuntone di roccia ed era naufragato poco a largo dell’insenatura Acquaviva. Pare che il comandante e il suo vice furono considerati responsabili perché la nave non era stata governata “with proper and seamanlike care”, ovvero con la necessaria accortezza propria degli uomini di mare.

Insenatura Acquaviva

 

Nicola si era fatto indicare da alcuni pescatori locali la posizione del relitto e non fu difficile trovarlo. I fondali in quella zona non superavano i 15 metri. I due rimasero a lungo intorno al vecchio piroscafo, quasi leggendario per gli abitanti del luogo che si erano tramandati per generazioni la vicenda avvenuta circa 140 anni prima. Dopo un po’ i due uomini si ricongiunsero e, fattosi dei segni convenzionali, cominciarono a risalire. Emersero poco distanti dalla barca, che si dondolava in preda ai capricci delle onde.

“Ahhhrf” disse Nicola togliendosi il respiratore.

I due uomini si issarono sulla barca e, fatto ripartire il motore,  si diressero verso la riva, la costeggiarono per un po’, poi, avvistata la piccola insenatura, che qualcuno fantasticava fosse quella del mitico approdo di Enea, vi si infilarono. Alcuni gozzi erano ormeggiati in modo disordinato, i due uomini faticarono a trovare il posto per ormeggiare la loro barca, poi scesero a terra.

Superata la scogliera, si giungeva in una piccola zona alberata, poi un ripido sentiero indicava la direzione da prendere. I due lo seguirono e disegnando ampie curve  salirono lungo il pendìo. Poco lontano si poteva scorgere un casolare col tetto spiovente, i due uomini si voltarono e guardarono verso la barca, che si poteva ancora scorgere tra gli ailanti che ondeggiavano al vento, poi proseguirono e notarono più da vicino la costruzione:  intorno aveva palizzate pitturate di azzurro e persiane socchiuse anch’esse di colore azzurro.

Giorgio tolse la camicia e se la legò in vita, rimanendo con una maglietta chiara.

“Hai caldo eh?” rise Nicola che aveva addosso solo una canottiera; poi andò avanti e sentiva Giorgio un po’ in affanno dietro di lui mentre salivano il pendìo  verso la birreria della quale ora appariva l’insegna scritta a mano.

Dentro non c’era molta luce, il locale era arredato con tavolacci rustici di legno massiccio, si poteva uscire poi su una terrazzina all’ombra di un pergolato che dava l’idea di frescura, i tavoli erano unti  dalle scolature di birra il cui odore si spandeva nell’aria e lasciava un senso di stantìo. Poco distante due uomini erano seduti a un tavolo e chiacchieravano animatamente in inglese mentre gustavano grossi boccali di birra scura; non era raro incontrare inglesi da quelle parti. Da qualche anno infatti alcuni cittadini britannici facoltosi stavano acquistando vecchie case signorili, al fine di passarci l’estate dopo averle ristrutturate. Perfino l’antico convento dei padri conventuali annesso al santuario della Madonna di Costantinopoli, che molti del paese avrebbero voluto pubblico, era caduto in mano loro. E ora era diventato un b&b di lusso.

I due presero posto e sospirarono, quasi grati a loro stessi di potersi finalmente riposare. Al rumore delle sedie mosse una ragazza sbucò dalla stanza accanto e si avvicinò,

“due medie chiare” ordinò Nicola, “per te va bene Giorgio?” chiese,

“certamente” disse Giorgio, “lo sai che mi piace la birra”.

La ragazza rientrò.

“Non c’è niente che superi la bellezza di un fondale marino eh?” disse Nicola “e quello che si prova ogni volta che  ci si immerge è sempre una sensazione nuova, un’ebbrezza che ti rimane addosso e ti fa sentire bene”,

“già” rispose Giorgio “è davvero meraviglioso”.

“Che ne pensi di quello che abbiamo visto in fondo al mare oggi?” Chiese Nicola,

“Beh, non tutti i giorni ci si può trovare di fronte alla storia.” rispose Giorgio,

“Quel Piroscafo –riprese Nicola- proveniva da Alessandria d’Egitto e trasportava la mitica “Valigia delle Indie”,

“Valigia delle Indie? “ ripeté perplesso Giorgio.

La ragazza tornò con passi lenti e con due boccali di birra in mano, li posò sul tavolo e si allontanò rapidamente.

“Non è molto socievole.” disse Giorgio, e la ragazza parve averlo udito arrestandosi per un attimo e poi proseguendo verso l’altra stanza;

“è una ragazza seria” ironizzò Nicola,

“forse è sposata” azzardò  l’amico,

“no, non porta la fede” concluse Nicola.

Ben presto il locale si riempì di gente e la cameriera si perse tra i tavoli e i boccali di birra.

“La Valigia delle Indie -riprese Nicola- era considerata una specie di anello di congiunzione del commercio tra l’Estremo Oriente e l’Europa, in realtà era un mezzo di trasporto privato appartenente alla ‘Peninsular and Oriental Navigation Company’ che collegava le Indie all’Inghilterra senza circumnavigare l’Africa.”

“Interessante” disse Giorgio,

“Vero –riprese Nicola- oltre alla posta, la Valigia delle Indie trasportava anche passeggeri ma soprattutto merci, per lo più cotone, ma anche zucchero, caffè e stoffe varie…”

“Che fine ha fatto il carico”? Chiese Giorgio.

“Per la maggior parte è andato perduto -rispose Nicola- ma pensa che gli abitanti del luogo svegliati nel cuore della notte dal fracasso del naufragio e dai disperati colpi di cannone del Travancore, aiutarono molta gente a mettersi in salvo ma i più scaltri si accaparrarono anche parte della merce”.

“Non è rimasto molto della nave” disse Giorgio.

“In effetti, a quel che ho sentito dire, tutto ciò che si poteva recuperare è stato poi riutilizzato, riciclato in qualche modo. Fu una  gran brutta storia, ma la compagnia era assicurata e l’incidente fu dimenticato in fretta. Non qui però, sai com’è nei piccoli paesi come questo no?  Non accade mai nulla e questo è stato un evento epocale destinato a essere ricordato per decenni. Non solo a Marittima, ma anche nella vicina Castro”.

I due amici rimasero per un po’ in silenzio a bere  e a immaginare visivamente la scena del naufragio, quando il Travancore   uscito fuori rotta a causa dei marosi e della nebbia, si trova di colpo di fronte allo sperone dell’Acquaviva e non può far nulla per evitare la collisione.

Giorgio e Nicola stavano bene, erano amici, sapevano che quel giorno era trascorso e non dovevano fare altro che tornare a casa, ma l’indomani si sarebbero rituffati e avrebbero condiviso ancora i colori del mare.

“Quando devi tornare all’università?” chiese Nicola,

“tra tre giorni,” rispose Giorgio “prenderò l’aereo da Brindisi”.

“Speravo ti fermassi un po’ di più.”

“devo istruirmi” disse Giorgio, “Dio santo Nicola, sarebbe bello andare in giro insieme per i mari delle isole joniche qui di fronte a noi, con soltanto una muta, una maschera, un paio di jeans e un pigiama. E poi fregarsene di tutto il resto”.

“Si, sarebbe bello”, “già”.

Bevvero l’ultimo sorso di birra e rimasero un po’ in silenzio,

Giorgio aveva poggiato la testa all’indietro sulla spalliera della sedia , “ho la testa un po’ intontita.”

“è la birra” disse Nicola “ti ha sempre fatto uno strano effetto”,

“si lo so” disse Giorgio “ne prendiamo ancora?”

“no, meglio di no” rispose Nicola.

“Come sta Elena”? chiese Giorgio risollevando la testa con il mento tra le mani e i gomiti poggiati sul tavolo,

“non c’è male” rispose Nicola distrattamente,

“Ritornerete a stare insieme?”

“penso di si”,

“A Elena non piace il mare, vero?”

“No, credo di no”.

Intanto gli inglesi si alzarono e , dopo aver pagato, uscirono.

“Non vorrei mai essere un inglese” disse Giorgio,

“io si” disse Nicola “forse riuscirei a farmi coinvolgere meno dalle situazioni.”

“forse…” rispose Giorgio. “Glielo diciamo che in fondo a quel mare di fronte a noi c’è il relitto di un piroscafo che portava la loro bandiera?” Ironizzò Giorgio.

“Ma lascia stare Giorgio” rispose Nicola.

“Sarà difficile d’ora in poi tornare a esplorare fondali insieme” disse Giorgio, “dobbiamo andarci!” “va bene”, “certo che ci andremo” tornò a dire Nicola.

Poi uscirono dal locale, Il caldo forte era passato ormai, e il sole era basso sull’orizzonte,

Giorgio si rimise la camicia, Nicola alzò gli occhi tra gli alberi: un gatto bellissimo, grigio e a pelo corto, stava saltando da un ramo all’altro, confuso.

I due uomini ripresero il sentiero in direzione del mare, l’insenatura era di una bellezza struggente, si voltarono un attimo a guardare il sole che stava per tramontare, poi si diressero verso la barca.

 

Nota: Chi volesse approfondire veda Alfredo Quaranta, La valigia delle Indie, ed. Capone.

Un contributo di testimonianza dal vivo sul “Travancore”

L’Acquaviva di Marittima

di Rocco Boccadamo

Ho letto – con particolare piacere, essendo nativo di Marittima e rappresentando, l’insenatura “Acquaviva”, una sorta di mia seconda culla – l’articolo di Giorgio Cretì sul naufragio del piroscafo inglese “Travancore”.

Per fedeltà e precisione storica, mette conto di sottolineare che l’affondamento si consumò a seguito dell’urto dell’unità  contro gli scogli dell’imboccatura dell’Acquaviva, nulla c’entra, invece, Punta o Pizzo “Mucurune” che delimita, verso nord/nord est, la vicina rada di Castro.

Il punto del naufragio è costituito da fondali relativamente bassi, da 6 a 10 metri, in acque più che trasparenti, cristalline, tanto è che, una sessantina d’anni addietro (a metà, quindi, dell’arco temporale trascorso dal 1880, data dell’evento), durante le mie prime nuotate,  giusto lì, mi era spesso dato di scorgere a occhio nudo, ancora adagiato giù, qualche frammento dello scafo.

Minuscola, eppure eccezionale coincidenza rispetto al tema e all’oggetto materiale della rievocazione di Cretì, alla fine degli ultimi anni 80, un mio amico e compaesano, il quale s’era immerso con un minimo d’attrezzatura per

1880, naufragio del piroscafo Travancore wreck all’Acquaviva

 

di Giorgio Cretì

Travancore (archivio Ninì Ciccarese)

Alla masseria di Capriglia tutto procedeva secondo il susseguirsi delle stagioni e l’attività della gente era legata esclusivamente alle pratiche agricole. Massaro Rosario, oltre che occuparsi delle direttive generali, teneva per sé anche certe incombenze di particolare delicatezza e perizia come, per esempio, la semina e la vendita dei prodotti; Crocefissa badava alla casera e alle faccende di casa e Rocco seguiva tutti i lavori: dall’aratura alla mietitura, dalla mungitura alla tosatura delle pecore, dalla chiamata dei giornalieri al pagamento del vino che essi bevevano nelle botteghe del paese a fine giornata. Gabriella era lì ormai da un anno e s’era integrata nella famiglia: non aveva nessun incarico particolare, a causa del suo impegno continuo con il piccolo Rosario che cresceva bello e sano, ma aiutava qua e là secondo le necessità. Suo padre Peppino ora aveva il lavoro assicurato, ed anche il vino. A volte Gabriella andava nei campi perché erano necessarie anche le sue braccia e allora il bambino restava con Crocefissa, ormai mamma Fissi per Gabriella, che l’adorava e lo teneva in braccio con tanta tenerezza come se tenesse il suo Pasquale ch’era tanto lontano.

Era serena, Crocefissa, e si faceva ogni tanto rileggere le lettere che Pasquale scriveva e specialmente i passi che la riguardavano. Temeva il mare perché lo sapeva infido per i marinai e quando pensava al figlio sopra una nave, le tornava in mente il ricordo di quando, una trentina d’anni prima, c’era stato un naufragio non molto lontano.

Una notte di marzo, un piroscafo inglese che veniva dalle Indie era affondato davanti al canale dell’Acquaviva, alle marine di Marittima. Molta gente allora era accorsa generosamente con le barche, soprattutto da Castro, ed i passeggeri e l’equipaggio erano stati tutti tratti in salvo prima che la nave affondasse completamente; del carico, però, non s’era salvato nulla: al buio era letteralmente scomparso… e non in fondo al mare. Che gente!, pensava.

C’era stata, però, una storia diversa, quella del brigadiere Rizzelli di Gallipoli che, avendo trovato un cofanetto di monete l’aveva subito consegnato al legittimo proprietario, ma gli era toccato solo un encomio. Così erano i carabinieri! I quali, durante le loro perlustrazioni, passavano dalla masseria e v’entravano a salutare chi trovavano ed a scambiare qualche parola: a volte massara Crocefissa regalava loro qualche ricotta o del formaggio da portare a casa. I carabinieri andavano a cavallo o a piedi, ma avevano anche le biciclette. Non erano molto istruiti e la maggior parte di essi sapeva leggere e scrivere quel tanto che serviva  per il proprio ufficio; non davano mai opinioni sugli avvenimenti politici.

Il riferimento al naufragio dell’Acquaviva è tratto dal capitolo terzo di “Poppiiti”, uscito nel 1996 ed io l’avevo ricavato da “La corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto”, stampato a Lecce da Giacomo Arditi nel 1879.

L’Arditi afferma che tutto il carico della nave fu oggetto di sciacallaggio e salva solo “la gara ospitale ed umanitaria di alcuni signori e delle autorità accorse”. Nel verbale del processo tenutosi a Londra il 12 aprile successivo si dice, però, che non tutto andò perduto: “they ultimately succeeded in saving a portion of the cargo”.

Scorriamo ora il processo verbale dei fatti come redatto a Londra un mese dopo da quella Camera di Commercio.

Il piroscafo affondato all’Acquaviva si chiamava Travancore e apparteneva alla Peninsula and Oriental Steam Navigation Company. Era addetto al trasporto misto di persone e merci. Misurava 1.903 tonnellate di stazza lorda e 1.172 di stazza netta con motori da 350 c.v. Era partito dal porto di Alessandria in Egitto il 5 marzo ed era diretto al porto di Brindisi, con 108 membri di equipaggio, 57 passeggeri e un migliaio di tonnellate di merci, per lo più cotone.

La nave faceva rotta verso il Capo d’Otranto per poi, ivi giunta a circa un miglio dalla costa, segnalare la sua posizione a terra. Da dove avrebbero telegraficamente avvertito Brindisi del suo arrivo perché si approntasse in tempo il treno speciale, pronto per il trabordo dei passeggeri e della posta nello stesso porto. Alle 11 di sera, il Travancore era in vista del faro di Santa Maria di Leuca e tracciata la rotta per proseguiire il capitano se n’era andato sottocoperta. Il tempo era bello, il cielo sereno e il mare completamente piatto, spirava una leggera brezza.

Poi le cose si complicarono in quanto le valutazioni del comandante e del suo vice non coincidevano ed anche per la nebbia calata sulla zona. Il comandante aveva controllato le carte nautiche e tornando sul ponte, verso le tre del mattino, ordinò di cambiare la rotta, ma improvvisamente si trovò la costa molto vicina e la cambiò nuovamente. E fu proprio in quel momento che la nave urtò violentemente contro uno scoglio della “Baia di Castro dentro Punta Mucurone (Maccarone nel testo inglese) a circa 9 miglia dal Capo d’Otranto”. La prua era staccata dalla riva meno di 50 metri e la poppa meno di 100.  Erano le 4 del mattino. Furono immediatamente calate in mare le scialuppe e portati a terra i passeggeri e la posta. La nave imbarcava acqua molto in fretta, però, ma il capitano e l’equipaggio rimasero a bordo  per tentare di disincagliarla anche se l’acqua entrava sempre più copiosa nelle stive. Alle 7 di sera fu del tutto abbandonata. Ma gli uomini della ciurma vi ritornarono il giorno successivo e riuscirono a salvare una parte delle merci. La nave rimase poi abbandonata al suo destino ma non ci furono perdite di vite umane.

Il 12 aprile pressso Westminister il capitano Robert Scott e Melbourne Denny Blott, vicecomandante, furono processati, ritenuti responsabili del naufragio e condannati alla sospensione per tre mesi della loro patente nautica. Motivo: la nave non era stata governata with proper and seamanlike care, con la necessaria accortezza degli uomini di mare.

L’episodio è rimasto generalmente dimenticato per più di un seccolo, fino a quando nel 2005, il giorno 8 di marzo, l’Amministrazione comunale di Diso, del cui territorio fa parte la frazione di Marittima e quindi dell’Acquavia, non ha deciso di porre una targa con la scritta: “A ricordo del 125° anniversario del naufragio della nave Travancore”.

L’episodio del piroscafo inglese è stato studiato in modo approfondito da Ninì Ciccarese, discendente di una famiglia di Castro, presso la quale alcuni passeggeri della nave avevano trovato ospitalità nel marzo del 1880.

Gli stessi fatti sono stati trattati dal professor Alfredo Quaranta di Marittima con il titolo “La valigia delle Indie” stampato per i tipi di Capone Editore nel 2003. “Valigia delle Indie”, poi, era stato il nome italiano del treno postale e per viaggiatori che da Modane (in Francia) aveva portato a Brindisi, attraverso la penisola italiana, i viaggiatori e corrispondenza da Londra a Bombay (via Canale di Suez) nel periodo  dal  1870 al 1914.

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