I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

Tempo di Pasqua, fra riti, ricordi, problemi e preoccupazioni

 ultima cena 1490

di Rocco Boccadamo

 

Nel pomeriggio di Giovedì Santo, il tempo non era gran che, per cui, invece di recarmi, per il rito della Cena, al solito, in centro, nel Duomo, ho preferito portarmi nella Parrocchia vicina a casa: peraltro, piena zeppa di fedeli, adornata e attrezzata a puntino per l’occasione, con un folto coro, in mezzo al quale ho scorto il viso di Tiziana, un’amica, che, qualche giorno fa, su Facebook, ha rilevato come una giornalista di Sky si fosse prodotta nella pronuncia “Messa in coena (proprio coena) domini”, dimostrando di essere completamente a digiuno di latino.

Al termine del rito della Cena in parrocchia, piovigginava e, quindi, ho raggiunto direttamente casa, rinviando al venerdì mattina l’adempimento della tradizione di accedere in alcune chiese cittadine e di sostare brevemente innanzi ai relativi altari recanti l’esposizione del Santissimo Sacramento.

Fra i luoghi di culto visitati, la scena che mi ha colpito di più l’ho trovata nella magnifica chiesa di S. Irene, sul Corso, con un affascinante intreccio fra lo spettacolare insieme di un altare barocco e gli ornamenti inseriti nella circostanza della Settimana Santa: tanto, che non ho resistito a riprendere l’immagine con il cellulare.

Purtroppo, proseguendo il giro, ho incontrato alcune chiese chiuse, segno che i tempi non sono facili neppure per le case di Dio.

In mezzo a Lecce, numerosi turisti, arrivati per la Pasqua, da vari paesi: ho personalmente potuto appurare la presenza di una comitiva di austriaci con la loro brava guida e, poi, di un gruppo di tedeschi, provenienti per l’esattezza dalla città di Lipsia. Ancora, mi sono fermato a domandare da dove venissero a una giovane coppia, capelli e carnagione chiara, ricorrendo all’abituale e sommario: “From where are you coming?”, con una pronta risposta che ha preceduto la conclusione della mia richiesta: “Da Barletta!”; al che, è scappato, naturalmente, un sorriso, ai due e a me stesso.

D’altronde, sempre turisti sono, o dall’Austria o dalla Germania o dal nord della Puglia, gente di fuori, attratta da Lecce e dalle sue bellezze.

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Non aveva completamente torto, l’antica zi Tora di Marittima, che, negli anni della seconda guerra mondiale, interpellata da qualcuno su dove si trovassero due dei suoi figlioli chiamati alle armi, con materno affanno, rispose in questo modo: “Eh, comare mia, uno, per fortuna, ce l’ho qua vicino, alla Valona”, riferendosi alla città di Valona in Albania, allora colonia italiana, sull’altra sponda del Canale d’Otranto, effettivamente, in linea d’aria, non molto distante da Marittima e, continuava la zi Tora, “l’altro, al contrario, me l’hannostrarignato”, dove l’accezione dialettale “strarignato” é esattamente traducibile in me l’hanno mandato fuori dal regno o extra regno, “si trova niente poco di meno che a Bari”. Laddove, Bari, anche a quell’epoca, era il capoluogo della nostra regione, e però situato a duecento chilometri da Marittima e, dunque, la differenza di considerazione, nel senso di vicinanza/distanza, fra Valona e Bari aveva un reale fondamento.

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sepolcro

I Sepolcri di oggi, i riti della Settimana Santa nel loro insieme, la Pasqua, per il ragazzo di ieri, riportano alla mente immagini, volti, eventi degli anni della fanciullezza e della fase dell’adolescenza, quando, analogamente, avevano luogo le celebrazioni, ma, chiaramente, in una cornice di tutt’altro genere, completamente diversa. Ad esempio, solo per citare qualche sequenza, la Sacra Cena, nella natia Marittima, vedeva semplicemente una tavola grande rettangolare posta al centro della navata della chiesa, con dodici sedie intorno, dove prendevano posto altrettanti paesani, di varia età – ragazzi, giovani e persone anziane – e a cui s’avvicinava il vecchio arciprete, don Francesco, che, ogni anno con maggiore fatica per via dell’età incalzante, s’inginocchiava per lavare i piedi di ognuno, procedeva con lentezza, appena assistito dal sacrestano,mesciu Vitali, a sua volta vecchio.

Finita la cerimonia della lavanda, l’arciprete prelevava dalla tavola una forma di pane “moddre” oggi diremmo pagnotta, dove pane moddre (morbido) voleva dire cotto da poco nei forni pubblici del paese e dotato, anche, della proprietà, caratteristica di questo tipo di pane, di mantenersi fragrante e mangiabile per più giorni.

E dava un pezzo di tale pane a ogni “apostolo”, insieme con una bottiglia riempita di vino locale.

Così la Cena, una festa ricordata da un anno all’altro, allora, del resto, di feste, non è che ve ne fossero molte.

E finiva il giovedì.

Il giorno successivo, Venerdì Santo, dopo una normale parentesi di lavoro con l’unica eccezione dell’assoluto silenzio delle campane, i riti in chiesa erano incentrati, la sera, nella celebrazione della cosiddetta “Missa scerrata”, scordata, un po’ strana oggi si potrebbe tradurre, che conteneva, al cuore, un panegirico o predica o omelia per opera di un predicatore proveniente da fuori, talvolta la figura si ripeteva, talvolta cambiava ogni anno.

Ed era, la voce del religioso, molto suggestiva, tuonante, vibrante e coinvolgente; arrivava al culmine nel momento in cui, dal pulpito, sempre nella navata centrare della chiesa, era rivolta alla Madonna Addolorata, la chiamava ad accorrere, la statua era portata e issata in alto da quattro giovani di statura elevata e il predicatore, con enfasi intorno a frasi di circostanza, deponeva fra le braccia della Madonna il Crocifisso, come a volerle consegnare il corpo del Figlio finito sulla Croce. Di fronte a quella scena, nella chiesa, ogni anno, s’ingenerava un fenomeno di profondissima commozione generale, che toccava tutti, dai bambini, alle persone grandi, alle mamme, ai papà, ai nonni, e scaturivano pianti, lacrime, insomma un clima assolutamente unico, proprio esclusivo della sera del Venerdì Santo.

Riguardo alla Madonna Addolorata, v’è da precisare che il relativo simulacro in carta pesta, con un volto bianchissimo, ceruleo e un abito di color nero lucido, durante l’arco dell’anno non era conservato nella chiesa matrice, bensì nel convento o Santuario della Madonna di Costantinopoli, alla periferia estrema di Marittima, sulla via per Castro. Sicché, all’inizio di ogni Settimana Santa, occorreva trasferirlo, dal suo abituale alloggiamento, alla sacrestia della parrocchia.

Un compito a cui, per molti decenni, provvide mesciu Miliu, portalettere del paese e facente funzioni di sacrestano nel citato Santuario. Per lo spostamento della statua, egli si serviva di un piccolo traino in legno (trainella), da sospingersi a mano afferrando le stanghe, adoperato, di norma, dai compaesani per caricarvi e trasportare al forno pubblico la “mattra” e i “limmi” (contenitori, rispettivamente, di legno e di terracotta) ricolmi di pasta di farina di frumento, con cui si provvedeva alla periodica panificazione per il fabbisogno familiare.

Mesciu Miliu era, notoriamente, un buon bevitore, non sapeva stare  a lungo senza un bicchiere, ragione per cui, in un’occasione, nel tragitto dal santuario alla parrocchia, con la trainella e, sopra, la statua della Madonna Addolorata, egli pensò di fermarsi davanti a una bettola (puteca) per bagnarsi le labbra, parcheggiando il mezzo di trasporto e il relativo contenuto di fronte all’ingresso.

All’uscita, evidentemente brillo e allegro, si profuse nell’eccezionale quanto indimenticata esclamazione: “ Madonna via bella, ti eri mai vista in trainella?”.

***

Seguiva, per la gente, una notte leggera, giacché il pensiero, sin da quando si poggiava il capo sul cuscino, era rivolto al mattino successivo, che avrebbe comportato di alzarsi ancora più presto del solito, proprio all’alba: a quell’ora, si muoveva, dalla chiesa, la processione di Cristo Morto, con l’urna del Nazzareno dalle pareti di cristallo trasparenti, preceduta dal simulacro della già citata Madonna Addolorata, fra le cui braccia, la sera precedente, era stato deposto il Crocifisso.

Non mancava nessuno a quella processione, che percorreva ogni strada e viuzza del paese, da cima a fondo in tutte le direzioni, le ore del primo mattino avanzavano in silenzio e il corteo scorreva fra preghiere e saltuari canti intonati alla circostanza.

Un paio d’ore e, in pratica al sorgere del sole, il corteo faceva già rientro in chiesa e i partecipanti, per lo meno gli uomini, avevano il tempo d’indossare gli abiti ordinari e di recarsi in campagna per attendere ad un altro turno di lavoro.

Mi piace ricordare un piccolo particolare.

In questo venerdì mattina, dicevo all’inizio, sono stato attratto, in S. Irene a Lecce, da un sito, con l’esposizione del Santissimo Sacramento: in segno d’omaggio alla Divinità, su quell’altare c’erano diversi fiori.

A Marittima, si era soliti, non so se ciò avviene a tutt’oggi, porre in atto un’ambientazione similare sopra un altare, alla destra del principale, donato alla parrocchia da una nobildonna del posto, donn’Anna Mauro; un tempo, non si parlava, però, di “luogo per l’esposizione del Santissimo Sacramento”, ma di sepolcro, quasi che si trattasse di deporvi il Nazzareno alla stregua di un morto vero, mentre adesso le autorità ecclesiastiche sono restie a mettere in evidenza la rappresentazione della morte nei luoghi sacri.

Dunque, un sepolcro sull’altare di donn’Anna Mauro, in dialetto chiamato “sabburcu”, dove, rispetto al presente, erano, comunque, decisamente diversi gli ornamenti, atteso che, il sabburcu, era reso bello, ornato pressoché esclusivamente da vasi di creta (di terracotta) con, dentro,  filamenti di grano lasciato germogliare in cantina. Potrebbero sembrare una cosa da niente simili piante, mentre, invece, conferivano un’immagine bellissima, con gli steli di una tonalità frammista fra il verde e il giallo, offrivano allo sguardo molta suggestione, personalmente le ho conservate vive nella memoria per la loro semplicità e la loro bellezza semplice che non si godeva in nessun altro giorno dell’anno.

Si era abituati a vedere le piante di grano, nei campi, con steli ben più elevati e man mano crescenti dalla semina sino all’intenso verdeggiare primaverile e, quindi, all’ingiallimento in vista della maturazione e della falciatura nei primi giorni d’estate.

Ad impreziosire il sabburcu, erano, invece, infiorescenze e steli atipici, i semi di grano deposti nel terriccio di minuscoli vasi arrivavano a produrre una varietà speciale di pianticelle, giacché il sito in cui avvenivano il germoglio e la crescita era un luogo umido, semibuio, la cantina.

In più, i vasi erano tenuti coperti e, in assenza o penuria d’aria, di luce e d’ossigeno, si determinavano le sfumature cromatiche fra il verde e il giallo.

***

Ecco, che dire, i tempi cambiano e, insieme con loro, si rivelano mutevoli anche i correlati problemi, che, alla fin fine, però, sono sempre presenti.

Attualmente, specie in questo periodo, siamo seriamente circondati da una lunga serie di problemi, senza dubbio gravi, che ci devono indurre a riflettere, stare attenti e preoccuparci.

Copertino. Antichi riti nella notte di Parasceve anticipando la Risurrezione di Cristo

CULTI MAGICO-RELIGIOSI

NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

LA NNUCCICATA TI CHIASCIONE

 

 

Nella notte di Parasceve

 i pastori copertinesi anticipavano la Risurrezione di Cristo

celebrando un loro rito simbolico sul sagrato della chiesa matrice.

 La “Nnuccicata ti chiasciòne” (“Piegatura di lenzuolo”)

era la cagliata ivi approntata:

simboleggiando la sindone e quindi l’avvenuta risurrezione

la distribuivano gratuitamente ai poveri e ai derelitti

sicuri che  fosse apportatrice della benedizione di Cristo,

riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Nel contesto di un dettato storico-sacrale che la figura del Cristo fondeva al costrutto sacrificale degli agnelli nell’insistita cornice di simbolici pascoli e altrettanto simboliche premure per il gregge, i pastori salentini vedevano nella Pasqua non solo la ricorrenza liturgica più importante ma anche il figurativo convenzionale del loro vissuto, che pertanto ne usciva avvalorato nei termini di un’autoidentificazione per rispecchiamento.

Partendo da questa piattaforma di credute equivalenze – comodo strumento di mediazione nel disagio provocato dalle inevitabili contraddizioni insorgenti fra l’investimento metaforico di un privilegio categoriale e la realtà del quotidiano individuale – si sentivano autorizzati ad esprimersi in chiave di libere interpretazioni e rappresentazioni. Con la scusa della loro impossibilità a partecipare alla Messa di resurrezione – in quanto, all’epoca, liturgicamente Cristo risorgeva il mezzogiorno del sabato santo, ora di pascolo per le greggi e quindi di loro impegno nella sorveglianza – si arrogavano il diritto di anticiparne i tempi di proclamazione. Priorità nell’enunciazione peraltro espressa attraverso una ritualità per così dire autonoma, cioè discostata da quelli che erano gli ufficiali canoni ecclesiastici, pur se, in definitiva, a questi si rifaceva traducendone in proprio la manifestazione simultanea dell’emozione, dell’azione e della trasmutazione. Emozione come adesione affettivo-memoriale dell’evento messianico; azione come riconoscimento interpretativo del sublime nella donazione – insito nella passione, morte e deposizione del Cristo -; e trasmutazione nel senso celebrativo di quell’energia vitale che si era appalesata nel momento della risurrezione; energia che loro, arbitrariamente accostando al misterioso intervento divino il tentato parametro di una possibile rappresentazione umana, prefiguravano nel processo enzimatico del latte. Un assunto la cui peculiarità costitutiva si imperniava su una voluta esaltazione dei significanti, primo fra tutti quello di una presunta complicità di Dio, che nella compiacenza di un’elezione a beneficio categoriale, li voleva nelle vesti di fervorosi pur se anomali ministri.

Da ciò si può evincere come nell’ambiente pastorizio vigesse il legame con un arcaismo di marca ebraica attestante, nella strutturazione mentale del divino privilegio, l’implicito riporto a Israele, popolo eletto per antonomasia, gratificato dalla facilitazione  a un esodo tanto storicamente liberatorio quanto miticamente consolatorio. Popolo dedito appunto alla pastorizia, organizzato in tribù i cui vertici patriarcali avevano non solo il diritto al comando ma anche il permesso all’officiatura, da intendersi come rapporto diretto conla Divinità al di fuori di ogni intermediario.

Sarebbe certo di troppo affermare che, nel compiere la loro ritualità pasquale, i pastori fossero consapevoli dell’originaria matrice e di riflesso agissero in netta funzione rievocatoria di quello che – nella loro misura cognitiva – si poneva come il più remoto degli atavismi. Col trascorrere del tempo e più che altro con l’avvenuta sovrapposizione del Cristianesimo si era determinata un’intersecazione di moduli fideistici per cui anche le suggestioni evocative dell’eredità arcaica ne uscivano commiste venendo a creare nella dominante simbolica un’interscambiabilità di applicazioni. Nel momento che si accingevano a dare corpo alla ritualità pasquale avveniva un’assunzione globale di moventi che, scartando ogni differenza o incidenza cronologica, flettevano fra la visita al sepolcro di Cristo e il cammino versola Terra Promessa, antonomastica meta del celebrato esodo. Due elementi fusi in un’unica funzione liberatoria, perché se l’esodo biblico era valso ad affrancamento dalla schiavitù egiziana e contemporaneamente dal nomadismo – grazie ai pascoli opulenti di una terra dove scorreva latte e miele -, l’andata al sepolcro di Cristo valeva la remissione delle colpe commesse e quindi ad accaparrarsi la promessa del paradiso. Un senso di rinascita spirituale che prendeva corpo dal loro raccogliersi in gruppi sotto la guida degli anziani per subito uscire dall’abituale dimora e affrontare a piedi il lungo cammino nella notte, eloquente figurale e della dolorosa Via Crucis e della faticosa marcia nel deserto.

Sul calare della notte di Parasceve infatti, nelle masserie sparse nel profondo della campagna copertinese, si avvertiva un clima frenetico e insieme sofferto, quasi aleggiasse nell’aria la consapevolezza di una imminente partenza sospesa alla dialettica di una necessaria reintegrazione morale ottenuta attraverso l’offerta olocaustica. Un procedere alla cancellazione di ogni colpevolezza – singola e collettiva – che prendeva avvio nel momento che si provvedeva a trasferire il bestiame, togliendolo dagli abituali stazzi esterni per ammassarlo intr’a lla curte ti lu mmàsunu, ovverosia lo spiazzo situato all’interno dell’arco d’ingresso e di solito prospiciente la casa del massaro. Un provvedimento che si offriva a ulteriore chiarificazione di quello che era l’atavico nucleo ideologico che governava l’agire: nella spontaneità delle equivalenze non elaborate mentalmente ma avvertite sensibilmente quale frutto di avvenute sedimentazioni, quel cortile, così invaso di pecore e agnelli, veniva a rapportarsi ai recinti del tempio di Salomone dove i pellegrini israeliani ammassavano i capi del  bestiame in offerta, subito abbandonandoli per recarsi il più vicino possibile all’Arca e attendere alla propria depurazione.

Quasi vedessero rinsaldare il circuito delle affinità, anche i nostri pastori si comportavano allo stesso modo: non appena si assicuravano di aver convogliato nel recinto tutti i capi di bestiame, si estraniavano da ogni immanenza di cure terrene, cercando integrazione solo nell’urgenza di raggiungere il sepolcro di Cristo, dove di lì a poco, nel contesto della loro ritualità a nette scansioni testamentarie, la vita avrebbe trionfato sulla morte.

Sbarrato il portone d’ingresso, legato ai battenti due cani scelti fra i più svegli e aggressivi e accesa la linterna ti lu camìnu (la lanterna da viaggio), mmassàru, picuràri e ppicurasciùli (massaro, pastori e pastorelli), lasciando le donne nella masseria, a gruppo stretto e a marcia serrata si avviavano frettolosamente verso il paese, ad ogni curva o bivio invocando l’aiuto di Santu Ggiuànni ti lu picurièddhru, cioè San Giovanni Battista che, per essere appunto iconograficamente raffigurato con in un braccio un agnello, consideravano loro particolare protettore.

Quella notte, nel desiderio di renderne concreta la presenza e quindi ottenere il desiderato aiuto, il capogruppo simbolicamente ne assumeva l’identità facendo – per così dire – piovere dall’alto ogni sua parola, incitamento o raccomandazione, cioè intercalando nel dialogo un’autoritaria declinazione di accredito: “Cu lla occa mia stà cconta lu Ggiuanninu” (“Con la mia bocca sta parlando Giovannino=San Giovanni Battista”). Curioso scambio di oggettività nel linguaggio, per di più adottato non soltanto nei confronti degli altri componenti il gruppo, ma addirittura usato con il mulo che li accompagnava trasportando sulla groppa nnu cutrùbbu (un recipiente di zinco della capacità di cinque litri) pieno di latte e nna mmarzàta, ossia un secchio di legno provvisto di coperchio, normalmente usato per il trasporto delle marzòtiche (pezzotte di formaggio fresco impastato con erbe aromatiche) ma che quella notte si portavano dietro vuoto, più esattamente con all’interno un rametto verde di mortella.

Punto di convegno dei vari gruppi era il sagrato della chiesa matrice, a quell’ora già chiusa e perciò emanante una gelosa accumulazione di trascendenza che la rendeva dolorosamente fusa all’atmosfera di quella notte già di per sé stessa satura di mistero. Notte sacra che sembrava trasformare gli umidori del selciato in lacrime rapprese e rimandare in permanenza di echi i singulti della Vergine Addolorata, la cui statua poche ore prima era stata portata in processione per le vie del paese, passando da chiesa a chiesa, da cappella a cappella nell’affannata ricerca del Figlio crocefisso. Un peregrinare sincopato dal rullìo funebre dei tamburi e convertito in assillo umano dal coro lamentoso delle donne che interpretando, da madre a madre, lo strazio della Madonna, chiedevano a gran voce, spesso roteando su sé stesse:

Fìgghiu, fìgghiu mia!… a ddò stàe lu fìgghiu mia?!… Lu stà ccercu e nno llu ttròu!… Fìgghiu, fìgghiu mia!… Ticìtime a ddò stàe lu fìgghiu mia!…

Richiesta tanto umanamente delirante quanto spiritualmente ancorata ai sensi di una catarsi la cui certificazione si era esplicata a processione conclusa, su quel sagrato appunto, quando il padre quaresimalista, rimasto ad attendere in chiesa, aveva spalancato la porta facendo portare all’aperto e proprio ai piedi dell’Addolorata l’urna di vetro con dentro la statua del Cristo morto: “Ecco tuo figlio”, aveva esclamato con voce accorata, e cincischiando un rettangolo di lino bianco a simbolica testimonianza del sudario, aveva precisato: “E’ morto Maria, è morto in croce per i nostri peccati!”.

Cadendo in ginocchio e battendosi il petto a pugni chiusi, il popolo aveva singhiozzato:

Pi’ lli piccati nuésci è mmuértu… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce!… Pirdònane, Maria, comu nn’à ppirdunàtu Iddhru!…

Come fosse doverosa assimilazione di un sollecito al pentimento, anche i pastori, salendo i gradini del sagrato, proiettavano sul metafisico schermo di quella notte la loro dolorosa considerazione, ripetendo – ognuno per suo conto e tutti insieme – “E’ mmuértu an croce pi’  lli piccati nuésci… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce…”.

Un intrecciarsi di voci basse, di parole sussurrate che si interrompeva di colpo non appena raggiunta la porta della chiesa, ai cui stipiti i componenti dei vari gruppi si addossavano in silenzio nell’attesa che lu nannimmassàru (il nonno massaro, ossia il più anziano fra di loro) li raggiungesse. Questi infatti non saliva subito e insieme agli altri i gradini del sagrato: si attardava sulla strada prospiciente la chiesa al fine di dare previa sistemazione al rituale che nel suo svolgimento non doveva essere turbato da distrazioni o preoccupazioni di ordine materiale.

Coadiuvato da due giovani aiutanti agiva con decisione, e nell’impartire i suoi ordini spesso preferiva al suono delle parole l’eloquenza dei gesti, quasi volesse accreditare una sorta di iniziatico misterioso cifrario. Bisognava infilare il muso dei muli dentro li puppàri (i sacchetti di iuta dentro i quali a ristorazione delle bestie si mettevano manciate di biada), scegliendo il punto più riparato dove farli riposare; bisognava trasportare sul sagrato li cutrùbbi pieni di latte e li mmarzàte con dentro il rametto di murtèddhra; e infine si doveva accendere nel mezzo della strada un piccolo falò di ramaglie d’ulivo, cosa che si faceva battendo forte l’acciarino sobbra’a nna èsca ti pirnacòcchia (su un’esca ricavata dal tronco marcito di un albicocco) cosparsa di salnitro.

Al primo divampare del fuoco lu nannimmassàru si chinava a baciare per terra e subito dopo, tracciando nell’aria un grande segno di croce, dava il via allo svolgimento della cerimonia schioccando la lingua contro il palato e ricavandone quel suono caratteristico che era il loro abituale richiamo delle mandrie. Da quel momento non si poteva pronunciare parola che non fosse di preghiera, e anche nel muoversi si doveva  fare attenzione a non suscitare rumori capaci di incrinare il silenzio o, come usavano dire, nfastitiàre lu ssignùttu ti l’Angilu ca stàe ncucculàtu nnanzi a lla petra ti lu santu sipùrcu (infastidire il singhiozzare  dell’Angelo che sta accoccolato davanti alla pietra che ottura l’ingresso del santo sepolcro).

Era perciò con mosse lente, quasi timorose, che i pastori si staccavano dalla porta della chiesa per convenire l’uno dopo l’altro al centro del sagrato e deporre a terra i loro bastoni, sovrapponendoli a forma di croce in chiaro riferimento all’avvenuta deposizione di Cristo. Un gesto che, al di là di ogni valenza memoriale, veniva assunto attivamente come doverosa risposta all’appello da parte dei capifamiglia, la cui singola identità  si intendeva appunto dichiarata e testimoniata dalla presenza del bastone.

L’ultimo a declinare – si fa per dire – le proprie generalità era lu nannimmassàru, che dopo aver salito lentamente i gradini del sagrato, deponeva il suo teste al vertice della piccola catasta calcandolo con le mani a più riprese, quasi volesse mettere in risalto l’ipotetica apposizione di un sigillo di compatibilità fra la suggestione di un figurato rievocatore e la tangibilità del quotidiano. Un gesto di qualificazione sociale esercitato non come semplice potere acquisito con l’età, bensì come frutto di un’avvenuta elezione nel cui conferimento era sottinteso un preciso privilegio divino, oseremmo dire una predestinazione a condottiero di popoli. Legittimazione che acquistava sostanza  di convincimento ideologico sovrapponendo alla realtà dell’azione l’allegoria di un immaginario ambientale triangolato fra il divampare delle ramaglie nel mezzo della strada – riporto al mitico roveto ardente –,  la nudità del sagrato simboleggiante il deserto, e la presenza dei bastoni valevole tanto come certificazione di cammino, quanto come dichiarazione di arrivo nella terra promessa. Arrivo come sospensione di penitenza, come conquista di potere, come affermazione di spettanza.

Con il lento spegnersi del piccolo falò scattava infatti la tacita comunicazione di un mutamento in atto, ovverosia cessava quello che poteva intendersi come scenografico riporto alle mitiche radici bibliche immettendo, sia per completamento sia per superamento, in un pregnante clima neotestamentario. A chiave di svolta del graduale passaggio veniva eletto il latte, più precisamente le sue proprietà enzimatiche, proprietà che, come abbiamo già detto, nel processo ideativo dei pastori ben si comparavano a quella combustione di energie vitali che aveva determinato la resurrezione di Cristo. Ne conseguiva un’immediata parificazione fra i pastori presenti sul sagrato, quale trasformazione della patriarcalità nei ritmi indifferenziati di una collettività che  annullava la privativa del geloso “io” nell’amplificazione di un “noi” tanto più valevole quanto maggiormente espresso nell’uniformità dell’agire.

Smessi i panni di Mosè – figura antonomastica del celebrato esodo – lu nannimmassàru rientrava nel gruppo, assieme agli altri intonando a mo’ di preghiera:

“Lu fuécu s’à stutàtu

e cce gghète… e cce nno gghéte…

lu santu patriarca nduliràtu

si nn’à sciùtu rretu a llu parète.

 

Stà spètta la nzuppittàta

ti l’àunu mmaculàtu

ca intr’a lla rutta mpitràta

si nni stàe mpannàtu”.

 

“Il fuoco si è spento / e cosa succede… e cosa non succede…/ il santo patriarca addolorato / se n’è andato dietro al muro. // Sta aspettando il risveglio / dell’agnello immacolato / che dentro la grotta ostruita da una grossa pietra tombale / se ne sta addormentato”.

A “grotta ostruita da una grossa pietra tombale” veniva focalizzata la porta della chiesa, a ridosso della quale i pastori allineavano li mmarzàte, pronti a riempirli con il latte trasportato nei capaci cutrùbbi. Un travaso che eseguivano con religiosa delicatezza, attenti a sincronizzarne il flusso affinché simultaneo risultasse il momento delle varie colmature e altrettanto simultanea l’immissione dei pizzichi di caglio che, a travaso avvenuto, lasciavano cadere nel latte, a questo amalgamandoli con un lungo tramestio circolare eseguito con i rametti verdi di mortella. Il tutto in una crescente assimilazione di solleciti emotivi, sicché quella che di base voleva essere motivazione mitico-allegorica si trasformava in tensione oggettiva, sorpassando il compiaciuto senso di partecipazione al rito in favore di una profonda immedesimazione. L’iniziale misura di memento cedeva infatti il passo all’azione del momento, e i convenuti sul sagrato non si consideravano semplici coadiutori al buon andamento della celebrazione: si sentivano protagonisti nella totalità del significato, e accoccolati sui talloni – ognuno accanto  il più possibile alla propria mmarzàta – attendevano in religioso silenzio il concretizzarsi dell’evento, convinti che lo stesso potesse trarre forza di esplosione anche dalla loro affettuosa presenza.

L’àngilu à nnuccicàtu lu chiasciòne!” (“L’angelo ha ripiegato il lenzuolo!”), proclamava lu nannimmassàru non appena constatava il definitivo indurimento della cagliata; e questa volta, non essendo in clima di passione e morte e quindi non più vincolato alla mortificazione e al silenzio, batteva forte le mani, palma contro palma, incitando i presenti: “Asàmu a nterra e spartìmune lu bene ca Cristu nn’à rricalàtu” (“Baciamo a terra e scambiamoci il bene che Cristo ci ha regalato”).

Se baciare per terra era gesto di ringraziamento e lode a Dio, spartirsi il bene ricevuto significava mettere in atto il comandamento dell’amore fraterno, per prima cosa cancellando dal proprio animo ogni eventuale dissapore nei confronti del prossimo. Un invito che nel contesto del rito celebrato nella notte di Parasceve, non si poneva come frutto di vana retorica, essendo più che risaputo come, fra pastori, spesso e volentieri si entrasse in rivalità: per la contesa di un pezzo di pascolo, per la perdita di un capo di bestiame o sia pure semplicemente per gelosia connessa alla maggiore o minore fortuna nello smercio dei prodotti.

Quali che fossero i motivi del risentimento, questo non poteva e non doveva permanere fra i convenuti sul sagrato: all’invito del nannimmassàru dovevano subito riconciliarsi, tant’è che, a segno tangibile del ritrovato sentimento fraterno, usavano scambiarsi i secchi con le relative cagliate: “A tte la nnuccicàta mia, a mme la nnuccicàta tua”.

Traendo spunto dal passo evangelico che racconta come nel sepolcro scoperchiato fu rinvenuta soltanto la sindone ripiegata, la cagliata preparata sulla soglia della chiesa veniva detta “nnuccicàta ti chiasciòne” (“piegatura di lenzuolo”), intendendo con tale denominazione alludere alla sua simbologia e sottolinearne le proprietà sacre che aveva sviluppato. Metaforicamente elevata a sudario di Cristo non poteva infatti non rappresentarlo e quindi essere vista come apportatrice della sua benedizione riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

Affinché il rito avesse, oltre all’equivalenza mitico-psicologica, la concretezza di un tracciato informatore, il principio – fino a quel momento perseguito idealisticamente o al massimo come cementazione di rapporti categoriali –  doveva attuarsi a livello comportamentale più vasto, ovverosia ricondotto alle radici primarie dell’amore fra tutti e per tutti. La cagliata approntata sulla soglia della chiesa nella notte di Parasceve – simbolicamente eletta a testimone del trionfo nel conflitto fra la dualità morte-vita, tenebre-luce, condanna-redenzione – andava perciò distribuita gratuitamente, destinando a fruitori di tanto dono i più poveri e derelitti.

Ancor prima che l’alba schiarisse il cielo, i pastori, con appese al braccio le loro mmarzàte colme di cagliata, si sparpagliavano per il paese, percorrendone il dedalo di viuzze e vicoli alla ricerca di usci filtranti luce, segno convenzionale che in quella casa si poteva fare l’opera di misericordia: c’era un ammalato, una partoriente, un orfanello o più comunemente un vecchio.

Chiasciòne ti Cristu!…” (“Lenzuolo di Cristo!…”), annunziavano con voce cantilenante, e battendo con un cucchiaione di legno sulla fiancata del secchio, attendevano che la porta venisse aperta e nel tenue fiotto di luce si delineasse l’orlo di un piattino entro il quale deporre tre cucchiaiate di cagliata: “Quista comu pruitènzia ti lu Patre, quista rricàlu ti lu Fìgghiu, quista asu ti lu  Spìritu Santu” (“Questa come provvidenza del Padre; questa, regalo del Figlio; questa, bacio dello Spirito Santo”).

Così di strada in strada, di vicolo in vicolo, di porta in porta, finché nei secchi non rimaneva che un sottile strato di cagliata, capace appena di coprirne il fondo: era lu rispìcu ti la ràzzia (il racimolo della grazia), ossia la porzione di benedizioni che i pastori trattenevano a beneficio delle proprie famiglie, nonché del gregge a loro affidato. Una volta tornati nelle masserie – il che avveniva subito dopo l’alba – si premuravano infatti di versare questo residuo dentro nnu fiscariéddhru (un piccolo cestello di giunchi intrecciati usato per sgrondare la ricotta), ricavandone  una pezzotta di pseudoformaggio che poi seccavano rigirandola quotidianamente nel sale, accorgimento reso necessario dal fatto che, essendo il composto a base di latte non cotto, tendeva a inacidire. E se per qualsiasi prodotto caseario l’inacidimento rappresentava un pericolo da evitare, nel caso specifico sarebbe stato recepito come il peggiore degli accadimenti, in quanto superstiziosamente interpretato come presagio di sventura per la masseria: le persone che vi abitavano si sarebbero di certo ammalate; il gregge sarebbe stato decimato da qualche morìa; i pascoli distrutti dalla grandine; e c’era il rischio che financo le opere murarie avrebbero accusato un improvviso deperimento. Questo perché la piccola forma di formaggio ricavata dai residui della nnuccicàta ti chiasciòne non veniva vista alla stregua di un qualsiasi prodotto destinato al normale consumo, bensì ritenuto elemento apotropaico, tanto più efficiente in quanto commestibile.

Una volta indurita, infatti, la si metteva gelosamente da parte, se possibile addirittura sotto chiave, ricorrendovi solo in caso di bisogno, cioè quando occorreva sventare una minaccia, arginare un pericolo, combattere una malattia, ristabilire la pace in una famiglia lacerata da gravi discordie.

Se in famiglia scoppiavano liti o si temevano delle infedeltà, le donne ne grattugiavano un pezzettino e lo mescolavano alla pasta del pane, sicure di esorcizzare in tal modo lo spirito della discordia e riavere integro l’amore del marito; sempre grattugiata e sempre a parsimoniosi pizzichi, veniva aggiunta alle minestre degli ammalati per affrettarne la guarigione, al pancotto degli anziani per salvaguardarli dal micidiale risintèriu (dissenteria) e financo inserita nelle pupatelle (succhiotti) degli infanti, soprattutto nel periodo critico della dentizione, spesso costellato da febbri e deperimenti. Né da tanta panacea venivano escluse le bestie, ché anzi si può dire ne fossero le maggiori fruitrici: nessun massaro dimenticava di elargirla alle sue pecore gravide, certo di aiutarle in tal modo a partorire agnelli sani e di vello bianco; con la stessa premura ne assicurava una porzione ai capri e ai tori da monta per regolare la pericolosa violenza, così come non mancava di somministrarla ai puledri per renderli docili alla domatura. Si può ben dire che financo i cani riuscivano ad assaggiarla, anche se, in verità, solo di traverso e cioè quando, nell’incalzare di una tempesta, il massaro, per placare la furia degli elementi, ne gettava un pezzettino all’esterno, certo di salvaguardare così i campi dalla grandine e a tenere lontane eventuali trombe d’aria.

Tutte queste credenze sui poteri “soprannaturali” della nnuccicàta ti chiasciòne derivavano dal fatto che le benedizioni assorbite durante il rito nella notte di Parasceve erano state determinate dalla forza enzimatica del latte, principio base dell’operato-vissuto pastorizio (riportabile all’agricolo impinguarsi della spiga) e quindi anche fulcro di tutta una formulazione di implicazioni superstiziose. Il positivo o il negativo di una masseria, infatti, si decretava in base alla maggiore o minore riuscita del caglio giornaliero, ché se questo accidentalmente (imperizia nella preparazione, condizioni atmosferiche sfavorevoli o anche difetto di pascolo) per più giorni sortiva male, non si esitava a parlare di malocchio e di conseguenza  richiedere con urgenza un intervento esorcistico, non dissimile da quello richiesto per una scarsa fermentazione del vino o per un  insolito inverminirsi del grano.

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Nino Pensabene, quale collaboratore ed erede dell’autrice, si riserva tutti i diritti.

Tre antichi detti pasquali e squillano le diverse campane etimologiche…

di Armando Polito

Campana pasquale, olio su tela di Ettore Goffi

TUMENICA SO’ LLI PARME

E ALL’ADDHA PANE E CARNE.

La prossima domenica è quella delle Palme e nella successiva (mangeremo) pane e carne.

Due ottonari che ad un’epoca di trionfante consumismo e peccaminoso spreco trasmettono il ricordo di tempi in cui il consumo della carne (e non solo per motivi religiosi..) era un fatto eccezionale e, comunque, riservato solo alle grandi, pochissime (allora…)  occasioni.

 

CI HA CCAMBARATU1 SCAMBARA2, CA NARDÒ PARMISCIA3 

Se hai mangiato carne interrompendo il digiuno quaresimale riprendilo, perché a Nardò si comincia a festeggiare la domenica delle Palme.

La struttura, pur prosastica, ha una sua musicalità dovuta alla figura etimologica (ccambaràtu/scàmbara) ed all’allitterazione di m e di r. Il detto rientra nelle manifestazioni del campanilismo più o meno sano di un tempo: si narra che una volta a Galatone gli abitanti festeggiavano per errore la Pasqua, mentre i Neretini celebravano la festa delle Palme; accortisi dell’errore, i Galatonesi fecero passare un banditore che li invitava a riprendere il digiuno. Errore in buona fede (Galatone-Nardò 0-1) o furbizia alimentata dalla indisponibilità al sacrificio (per quanto moralmente discutibile, Galatone-Nardò 1-0)?

CI VUEI CU BBITI ‘N’ANNATA CURIOSA

NATALE SSUTTU E PASCA MUTTULOSA4

E ALLORA SÌ LA MASSARA È PUMPOSA!

Se vuoi vedere un’annata strana:

Natale asciutto e Pasqua bagnata…

e allora sì la moglie del massaro è pomposa!

È una terzina di endecasillabi a rima unica. L’annata strana (pioggia non in inverno ma in primavera) preludeva ad un raccolto abbondante che rendeva particolarmente orgogliosa del suo ruolo la moglie del massaro (che, invece, nelle annate infelici, era tutta abbacchiata). L’importanza della pioggia in quel periodo ai fini di un buon raccolto è ribadita dagli altri proverbi: Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia di aprile che un carro con tutto il tiro)e Marzu, chiuèi, chiuèi, ca la terra stae co’ chiuèi (Marzo, piovi, piovi, perché la terra è dura come chiodi).

I cambiamenti climatici hanno reso obsoleto quest’ultimo detto, così come il consumismo senza freni e il dilagante edonismo, che hanno cancellato dal loro vocabolario la parola sacrificio, hanno fatto con i primi due. Urge il “passaggio” inverso. E, allora, per quel che può valere, buona Pasqua!…nella pienezza del suo significato etimologico.

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1 Ccambaràre (=mangiare di grasso) è secondo il Rohlfs (I° volume, lemma cammeràre, pag. 98) dal “greco dialettale gamarìzo”, che, aggiungo io, potrebbe essere connesso con il classico gamelìa=  banchetto nuziale; senonchè nel III° volume (pag. 906) alla voce cammeràre leggo:”L’etimo proposto, cioè il neogreco dialettale gamarìzo, appartiene ai dialetti di Creta e dell’Asia Minore, mentre la forma magarìzo ‘io mangio di grasso’ è di più larga diffusione; si confronti ancora il latino tardo camaràre ‘sporcare’. Nonostante il tempo che da qualche decennio gli dedico, di questo verbo latino (per giunta tardo, nemmeno medioevale!) non sono riuscito a trovare a tutt’oggi nessuna attestazione se non il camaràre (variante di cameràre) di Plinio (Nat. hist., X, 33) col significato inequivocabile di proteggere con qualcosa a forma di volta e che, in tutta evidenza, nulla ha a che fare col significato di sporcare.

2 Scambaràre è da ex privativo+il precedente ccambaràre.

3 Parmisciàre è audace formazione verbale con significazione temporale; l’omologo italiano, se esistesse, sarebbe palmeggiare. Ma come non ricordare il montaliano meriggiare pallido e assorto? Al di là, però, del carattere suggestivo delle evocazioni va detto che meriggiare è dal latino meridiàre come meriggio (mirìsciu in neritino) da merìdie(m)=mezzogiorno, a sua volta composto da mèdius=mezzo e dies=giorno. Risulta evidente che l’esito –iggiàre in meriggiare deriva proprio dall’intervento del sostantivo dies e non del suffisso latino –idiàre (dal greco –ìzein) che in italiano ha dato –eggiàre (favoleggiàre, saccheggiare, etc. etc.). Altrettanto chiaro è, invece, che l’-isciàre di parmisciàre è l’-idiàre latino di cui ho appena detto [tra gli innumerevoli altri esempi: scarfisciàre=cominciare a fermentare, da scarfàre=scaldare (da un latino *excalfàre a sua volta dal classico excalefàcere)+il suffisso incoativo –isciare].

4 Da muttùra=nebbia, rugiada; muttùra, a sua volta, è, secondo il Rohlfs, da mmuttàre=bagnare (voce usata non a Nardò ma a Lecce, Vernole e Squinzano), omologa dell’italiano imbottàre con cui condivide l’etimologia (da in+botte). Questa etimologia è ritenuta poco attendibile per motivi morfologici da F. Fanciullo, che propone, invece, una derivazione, insieme con il grico muntùra=rugiada, da una radice gallo-romanza *MUTT. La proposta del Rohlfs non mi appare debole dal punto di vista morfologico se si pensa a formazioni tipo calura,  dal tema di calère=aver caldo, anche se l’idea della botte come contenitore di un liquido mi pare troppo esagerata rispetto alla nebbia o alla rugiada. Io metterei in campo umittàre (umettare in italiano) dal latino humectàre=inumidire, a sua volta da humère=essere umido; trafila: umittàre>*mittùra>muttùra.

5 Vedi anche il post Noterelle di metereologia salentina di Marcello Gaballo.

Quei dolci pasquali impreziositi da uova

di Pino de Luca

È giovane l’Italia, appena 150 anni di unità e appena 65 di Repubblica. Italia perennemente divisa nella quale l’abulìa dei suoi abitanti, la sostanziale abdicazione all’esercizio della cittadinanza, lascia pascere gruppuscoli di sguaiati urlanti e li fa credere davvero “rappresentanti dl popolo” in nome del quale litigano e bisticciano per spartirsi privilegi e prebende. Una fisarmonica stonata di sentimenti da grande paese e di piccoli egoismi per piccole patrie. Ci fu anche un tempo nel quale si dibatteva sulla lingua da parlare. La caduta dell’impero romano e del suo latino apriva la stura ad altri modi di comunicare, quelli del volgo. Il volgare stava per affermarsi. Si scontrarono in molti, fra i più fieri la scuola siciliana e la scuola toscana. S’affermò quest’ultima anche grazie al genio del sommo poeta. Tra l’altro, fu proprio un Venerdi santo che Dante si ritrovò nella selva oscura. E si decise la lingua. Fino a Bembo e Castiglione. Ma le le lingue son sempre pronte a risorgere, incrociarsi e contaminarsi, e il volgare d’allora impallidirebbe senza alcun dubbio al cospetto dell’odierna volgarità, imperante in ogni girone…

Le parole sono pensieri resi fruibili agli altri e cose che, prima o poi, si materializzano. Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo. La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù lovua Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù lovua Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

Aradeo. La notte de li lazzareni

 

 

di Alessio Palumbo

 

Circa quindici anni fa, ad Aradeo, la tradizione del Santu Lazzaru era ormai data per morente. Una sola famiglia continuava a perpetuarla, portando le note e le voci della canto quaresimale nelle case di amici e parenti.

Avevo poco più di dieci anni e da non molto avevo preso a suonare la fisarmonica. Questo scatenò l’iniziativa di mio zio: perché non formare un gruppo per il Santu Lazzaru? Ci volle più tempo a dirlo che a farlo. La canzone è assai semplice, pienamente alla portata di un fisarmonicista alle prime armi. Come giustamente la definisce Giovanna Falco è una “lunga cantilena” con due strofe che si alternano. Dopo un paio di prove si era pronti.  Ed ecco come si svolgeva (e credo si svolga ancora) la notte dei lazzareni.

Intorno alle dieci ci si riuniva per l’ultima prova. Terminata questa e concordato il giro delle case, si usciva intorno alla mezzanotte. Mio padre e mio zio, le prime voci del gruppo, usavano preparare la gola mangiando pane, sarde e ricotta

I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

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