Viaggio nel Salento. Le torri costiere

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Torre Colimena

 

di Mauro De Sica*

Per la sua posizione geografica strategicamente importante, il Salento è stato da sempre considerato la principale porta verso l’Oriente e dall’Oriente. Infatti, nel corso dei secoli, il territorio salentino è stato terra di transito per l’Italia settentrionale e l’Europa, ma anche viceversa. Non si dimentichi che alcuni contingenti delle varie crociate partivano dai porti di Brindisi e Otranto.

Il continuo flusso di genti non si è mai interrotto, prova ne sia che dal 1992 sino a primi anni del 2000 i salentini hanno assistito, quasi impotenti, a sbarchi considerevoli di albanesi in cerca di lavoro. Oggi quel flusso di migranti, come tutti sanno, si è spostato a Lampedusa, Siracusa, Crotone ed altre località meridionali.

Va anche ricordato che il Salento ha subito nel corso dei secoli numerose invasioni e scorrerie da parte di pirati albanesi, turchi, saraceni, mori ecc.,che saccheggiavano le popolazioni rivierasche (soprattutto nel basso Adriatico), portando via monili d’oro e d’argento, preziosi arredi e quant’altro avesse un certo valore.Venivano catturati giovani aitanti per essere venduti come schiavi nei mercati orientali o anche destinati al “remo” delle galee. Nel caso in cui i rapiti appartenessero a famiglie facoltose, per il loro riscatto era richiesta una consistente somma di denaro.

Per ovviare alle continue scorribande, molte popolazioni preferirono abbandonare i villaggi costieri e rifugiarsi nell’entroterra a 5-6 chilometri di distanza dal mare, dove un attacco saraceno sarebbe stato meno probabile. Ovviamente i sovrani delle varie epoche, allarmati dalla grave situazione, tentarono in ogni modo di arginare il fenomeno piratesco, ergendo rudimentali costruzioni di avvistamento, poste in luoghi sopraelevati rispetto alle marine, per segnalare con fuochi, fumi o suoni acuti l’imminente pericolo. Le costruzioni erano situate a non molta distanza tra di loro per consentire in breve tempo la comunicazione visiva o acustica dell’avvistamento di imbarcazioni piratesche. I primi ad edificare costruzioni di riparo e di sorveglianza furono i Romani, senza però ottenere grandi risultati. Anche durante la dominazione bizantina, normanna, sveva, angioina e aragonese furono costruite diverse torri, prevalentemente a pianta quadrata, con basamento a scarpa e terrazza sommitale demarcata da merlature con delle feritoie sulle pareti.

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Torre Squillace

 

L’organizzazione difensiva di queste costruzioni si dimostrò spesse volte inadeguata nei confronti delle incursioni di pirati, che erano diventati un vero incubo per le popolazioni salentine rivierasche.

All’inizio del XVI secolo le torri assunsero una forma generalmente a pianta circolare, con basamento a scarpa e con l’ingresso sopraelevato, accessibile mediante una rampa di scale munita di ponte levatoio. Questo sistema, molto più sicuro dei precedenti, garantiva una certa protezione al personale che vi abitava.

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Torre Puntapenne – Brindisi

Grazie alle tante nuove costruzioni e grazie agli espropri delle torri private, fu finalmente ultimata la lunga catena di torri costiere nel basso Adriatico e nello Ionio salentino. La guarnigione di ciascuna torre fu affidata a militari spagnoli, molto esperti in materia di avvistamenti e di resistenza ai saccheggi.

Alla fine del ’500 in tutto il Regno di Napoli si contavano ben 400 torri, rispettivamente disposte a distanza variabile dai due ai cinque chilometri e distribuite con adeguati criteri logistici lungo la costa.

Nel Salento troviamo circa 80 tra torri di avvistamento e fortini costieri, alcuni dei quali sono giunti quasi intatti sino ai giorni nostri, molti altri invece non sono riusciti a sopravvivere al tempo e all’incuria dell’uomo, altri ancora sono addirittura scomparsi. Va comunque osservato che il disfacimento di alcune torri è da attribuire soprattutto alla trascuratezza delle varie municipalità d’appartenenza, le quali, oltre ad utilizzare materiali di scarsa qualità nella loro costruzione, non provvedevano ad eseguire i periodici lavori di manutenzione e di consolidamento. Come dire che, anche a quelle epoche, la corruzione nella realizzazione e nella gestione di importanti opere pubbliche era viva e si faceva sentire.

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Torre Suda
  • pubblicato su “Il Filo di Aracne”

Spese amministrative d’altri tempi (XVI secolo) in Terra d’Otranto, privilegi della casta inclusi (3/5)

di Armando Polito

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f. 176r 

 

f. 176v

     

f. 183r

f. 183v

Nella prossima puntata: spese amministrative di vario tipo ed entità, nonché qualche entrata.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/07/spese-amministrative-daltri-tempi-seconda-meta-del-xvi-secolo-in-terra-dotranto-privilegi-della-casta-inclusi-15/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/08/spese-amministrative-daltri-tempi-xvi-secolo-in-terra-dotranto-privilegi-della-casta-inclusi-25/

Torre Colimena, Wikipedia ed altro …

di Armando Polito

 

Credo che Wikipedia sia più consultata della versione on line della Treccani. È questo un altro segno di quella globalizzazione culturale resa possibile dalla rete e le cui conseguenze epocali sono state delineate nel recente post Tra globale e locale: riflessioni su diritti e mutamenti partendo da Rodotà (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/11/tra-globale-e-locale-riflessioni-su-diritti-e-mutamenti-partendo-da-rodota/) a firma di Leonardo Gatto. Così, può sembrare paradossale, tanta parte di conoscenza di realtà locali, prima  immeritatamente e superficialmente bollata spesso come manifestazione di  provincialismo, ha trovato nella rete il suo veicolo di diffusione e discussione (oltre che di aggiornamento e integrazione continui) e Wikipedia è diventato un contenitore globale, mentre le enciclopedie tradizionali anche nella loro versione digitale  rischiano di diventare non solo statiche ma, in un certo senso, locali. Se, però, alcune smagliature possono anche comparire sulla Treccani (mi limito a risegnalarne una che è ancora lì a far bella mostra di sé all’intero globo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/26/lettera-aperta-a-massimo-bray-titolare-del-mibac1/), il rischio in Wikipedia è di gran lunga più spinto, perché ho l’impressione che poco efficace sia, sul piano scientifico,  il controllo della validità  di certe schede. Non è la prima volta che faccio osservazioni del genere (non aggiungo altri links per non obbligare il volenteroso di turno  a consumare un’intera giornata per leggere fino in fondo questo post …) e questa volta sono incappato in rete in Colimena, il nome della torre costiera in territorio di Manduria in provincia di Taranto.

Relativamente all’etimo del toponimo ecco quanto si legge in http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Colimena

Il significato del nome di questa località è ancora piuttosto incerto.

Tuttavia, l’etimologia del nome è di evidente derivazione ellenica, risalente al periodo della Magna Grecia.

Probabilmente il nome Colimena è dovuto alla contrazione di καλή λιμένων (kalì limènon, buoni porti), oppure da κολλημένα (kollimèna, attaccati), in quanto la baia di Torre Colimena e l’attuale Salina dei Monaci apparivano agli occhi dei navigatori come due sicuri porti attaccati, attigui.

O, ancora, il nome potrebbe essere la contrazione di κολύμπι μέρη (kolympi mèri, luoghi per nuotare).

Altri, invece, ritengono che il nome derivi dal latino columna (colonna) in quanto, sul luogo, sono state reperite diverse colonne risalenti al periodo romano.

Pur mantenendo la sua inequivocabile origine greca, il nome Colimena è ricorrente anche nella letteratura spagnola come nome proprio femminile che si rifà, secondo alcune altre fonti, presumibilmente al nome della ninfa Colimena, una nereide marina della mitologia greca.

Direi che le cose vanno male già dall’inizio con quella derivazione ellenica risalente al periodo della Magna Grecia, in cui l’ambiguità di quel risalente serve solo a giustificare tutte le locuzioni subito dopo messe in campo, che sono neogreche e che servono solo a bypassare le anomalie di ordine fonetico riguardanti l’evoluzione vocalica.  Nonostante questa contraddizione iniziale che da sola basterebbe a smontare tutta la costruzione, passo ora ad esaminare le varie ipotesi facendo preliminarmente notare come non risultano citati i riferimenti alla fonte, neppure laddove questa viene genericamente messa in campo (debbo pensare che quando neppure genericamente si parla di fonte il padre dell’etimo sia lo stesso autore della scheda?).

1) καλή λιμένων (kalì limènon) In greco classico sarebbe stato καλοί λιμένεϛ (leggi calòi limènes). Facile notare come Colimena rispetto alla locuzione neogreca come a quella classica presenta una –o– che deriverebbe (e come?) da –α-(leggi –a-), nonché la –a che deriverebbe (e come?) da –ω(ν) [leggi -o(n)].

2)  κολλημένα (kollimèna) Qui il vocalismo sarebbe compatibile ma risulterebbe molto strano lo scempiamento λλ(leggi –ll-)>l di fronte alla tendenza alla geminazione caratteristica del nostro dialetto. In greco classico è  κολλωμένα (leggi collomèna) e rispetto a colimena bisognerebbe giustificare lo stesso presunto scempiamento di prima e il vocalismo –ω– (leggi –o-)>-i-.

3) κολύμπι μέρη (kolympi mèri) La presunta trafila sarebbe: κολύμπι μέρη>κολύμμι μέρη  (assimilazione μπ->-μμ-; leggi coliùmmi meri)>κολύμμι μένη (leggi coliùmmi meni). Peccato, però, che bisognerebbe giustificare nel primo componente lo scempiamento μμ(leggimm-)>m- e nel secondo il passaggio -ρ->-ν-. In greco classico la locuzione sarebbe stata κολύμβῳ (leggi coliùmbo) μέρη e anche per questa valgono le stesse incongruenze appena rilevate per la neogreca.

4) columna Sarebbe interessante conoscere il nome degli altri che hanno formulato l’ipotesi etimologica che l’anonimo autore della scheda riporta dopo quelle che ritengo essere le sue. Intanto non sono al corrente di ritrovamento di colonne romane in loco e, oltretutto, se il toponimo fosse legato al latino columna, sarebbe stato culonna (forma unica per tutto il Salento) e non certo colimèna che supporrebbe l’inserimento di una –e– eufonica secondo la trafila: columna>columèna>colimena. Se così fosse stato colonna in salentino sarebbe stato non culonna ma columèna.

5) Pur mantenendo la sua inequivocabile origine greca, il nome Colimena è ricorrente anche nella letteratura spagnola come nome proprio femminile che si rifà, secondo alcune altre fonti, presumibilmente al nome della ninfa Colimena, una nereide marina della mitologia greca.

Siamo alla botta finale con la consueta genericità di secondo alcune altre fonti e il presunto rifacimento della voce spagnola alla nereide Colimena. Lasciando da parte la letteratura spagnola e guardando in casa nostra, dico che nessun autore ha mai attestato l’esistenza di Colimena ma che questa presunta ninfa diventa l’emblema di quel pressappochismo interessato (dunque, non sempre legato all’ignoranza) che non perdono nemmeno agli artisti. Le cose stanno così: si prende il nome di Climene [attestato, in riferimento non sempre alla stessa divinità,  nella forma greca Κλυμένη (leggi Cliumène) nell’Iliade (XVII, 47), nell’Odissea (XI, 326), in Esiodo (VIII-VII secolo a. C.), Theogonia, 351, nello Pseudo-Apollodoro, Bibliotheca (compilazione del I-II secolo), II, 1, 5; nella forma latina Clymene in Igino (II secolo d. C.), Fabulae, praefatio, VIII], si aggiunge una –o-, si cambia la terminazione da –e in –a e il gioco è fatto. Ecco scodellata la ninfa Colimena pronta, addirittura, a diventare protagonista di uno spettacolo, la cui recensione dal titolo Sal Salina Salento a firma di Paolo Vincenti chiunque abbia interesse potrà leggere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/05/sal-sal-ina-sal-ento/.

Sarebbe stato preferibile che il nome della nostra gente non fosse derivato dal sale ma che ne avessimo conservato in testa un pizzico in più …

Tornando al nostro etimo:  come uscire dal pantano? Io credo che, senza considerare il Rohlfs un evangelista, chi affronta una questione etimologica riferita al salentino non possa prescindere, laddove essa esista, dalla proposta avanzata dallo studioso tedesco e almeno citarla, poi confutarla, se si è in grado.

Io nel mio piccolo mi limito alla prima azione: dal greco κωλυμένος=scostato. Poi, illudendomi per un istante di essere meno piccolo, mi avventuro ad aggiungere una correzione ed una glossa. Κωλυμένος (leggi coliumènos) nelle intenzioni del Rohlfs sarebbe dovuto essere il participio presente mediopassivo maschile del verbo κωλύω (leggi coliùo)=dividere. La forma corretta, però, è κωλυόμενος (leggi coliuòmenos). A questo punto qualcuno dirà che, per l’accento, al nostro toponimo è più vicino κωλυμένος di κωλυόμενος. Osservazione ineccepibile e, giacché ci siamo, faccio notare pure che se il nostro toponimo fosse derivato da κωλυόμενος sarebbe stato Coliòmeno, se, per assurdo (visto che, come ho detto, non esiste) da κωλυμένος sarebbe stato Colimèno.

Per risolvere il problema dobbiamo considerare non il maschile ma il femminile singolare del participio presente di κωλύω, che è κωλυομένη (leggi coliuomène). Da questo a Colimèna (attraverso *Coliomèna) il passaggio è immediato e la terminazione in -a del nostro toponimo (mentre la voce greca termina in –η) potrebbe riferirsi ad una forma dorica *κωλυομένα.

Da escludere una derivazione dal neutro plurale dello stesso participio che è κωλυόμενα  (leggi coliuòmena) e avrebbe dato Colìmena (attraverso *Coliòmena).

Non escluderei, invece, κεκωλυμένη (leggi kekoliumène), nominativo femminile del participio perfetto mediopassivo dello stesso verbo; in questo caso, però, dovrei supporre l’aferesi di κε-, caratteristica del raddoppiamento tipica del perfetto, intesa quasi come inutile ridondanza sillabica.

Dopo aver fatto notare come in etimologia anche un accento ha la sua importanza e che il κωλυμένος del Rohlfs va corretto in κωλυομένη o in (κε)κωλυμένη, sul piano semantico la nostra voce, che alla lettera significherebbe impedita, potrebbe contenere un riferimento alla pericolosità (malaria?) e/o difficoltà di accesso (bosco, palude?) alla zona. Se è così, il luogo avrebbe prestato il suo nome alla torre e non viceversa.

E al fascino dei paraggi della torre e delle sue creature (troppo facile ambientarvi qualsiasi rappresentazione …) vi lascio grazie alle foto che, come le due precedenti, ha realizzato appositamente per me Corrado Notario, al quale va il mio ringraziamento.

 

 

 

 

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Torre Sant’Isidoro e torre Uluzzo sulla costa di Nardò

Le torri di S. Isidoro e Uluzzo come la mitica fenice?

 

di Armando Polito

È intuitivo (ma non mancano testimonianze letterarie e archeologiche) che fin da tempi antichissimi nelle zone costiere ci fosse un sistema di vigilanza per controllare eventuali attacchi provenienti dal mare. Non è difficile, perciò, immaginare che anche le nostre coste, prima della sistematica operazione voluta nel Regno dal governo spagnolo nel corso del XVI° secolo, ne fossero fornite.

Solo in epoca relativamente recente il progresso tecnologico (non disgiunto da appetiti di natura speculativa…) ha realizzato nuove strutture di servizio ex novo e, pensando alle autostrade,  tutto ciò ha comportato l’abbandono dei percorsi viari precedenti.

In passato, invece, quando si era felicemente costretti più ad assecondare la natura che a violentarla, per lo più le vie non erano altro che il rifacimento o l’ammodernamento di antichi percorsi; lo stesso dev’essere successo per il sistema difensivo costiero e non è da escludere che alcune (non tutte) delle nuove torri siano sorte sulle rovine (naturali o indotte) delle antiche, per le quali, evidentemente, felice era stata la scelta del luogo più adatto per le funzioni alle quali dovevano assolvere.

È quanto potrebbe essere successo per le torri di San Isidoro e di Uluzzo nel territorio di Nardò.

S. ISIDORO

La prima attestazione del toponimo risale al 1443 [Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di

Appunti sulla torre del Fiume di S. Maria al Bagno nota come Quattro Colonne

di Salvatore Muci

Sul finire del XVI secolo la città di Nardò è un cantiere aperto e si registra il rifiorire di ogni attività edile pubblica e privata, civile e religiosa.

I documenti già attestano la presenza di decine e decine di complessi masserizi, specie nelle vicinanze della foresta dell’Arneo, rinomato luogo di caccia per cervi e cinghiali per baroni e cortigiani al servizio della celebre famiglia dei duchi Acquaviva d’Aragona, che aveva scelto di dimorare a Nardò.

Ma la tranquillità dei luoghi viene turbata in questo secolo dalle continue scorrerie di orde di barbari e corsari, che dal mare possono sbarcare in un qualsiasi punto della estesissima costa della fertile Puglia.

In obbedienza a quanto promulgato da Napoli, ci si preoccupa di difendere il pingue territorio con la fortificazione della costa, ricorrendo a collaudati sistemi di avvistamento come le torri, alcune delle quali anche adatte a fronteggiare sparuti manipoli di pirati assetati e famelici e perciò bisognosi di far scorta di acqua e viveri.

Come già evidenziato nei precedenti contributi, in tutto il regno sorgono dovunque le torri, più rade nei tratti di scogliera alta ed impervia, più ravvicinate in tratti di costa bassa, come nel tratto neritino.

Volendo fare un elenco esse sono, nell’ ordine: Torre del Fiume, S. Caterina, dell’ Alto, Uluzzo, Inserraglio, S. Isidoro, Squillace, Cesarea, Chianca, Torre Lapillo, Castiglione (diruta) e Colimena. Tutte queste, fatta eccezione di quelle di Uluzzo e Castiglione, sono a pianta quadrata e dall’ architetto Faglia, massimo studioso del sistema torriero del Regno, classificate come “della serie di Nardò”.

L’incremento maggiore si ha sotto il governo dei vicerè don Pedro da Toledo e don Pedro Afan de Ribera (1559-1571).

ciò che resta di una delle torrette angolari di Torre del Fiume

L’ordine di realizzarle, promulgato dalla Regia Camera della Sommaria di Napoli, viene dato nel 1563, indirizzato ai regi ingegneri, che devono perciò erigerle su tutta la costa del regno, col contributo delle universitas che distano meno di 12 miglia dal mare.

Se alcuni mastri erano giunti dalla capitale partenopea nella nostra provincia per realizzare alcuni dei fortilizi, altri si formavano in loco, sino a diventare essi stessi i principali referenti della Regia Camera di Napoli che sovrintendeva alla realizzazione del sistema costiero.

ciò che resta di un’altra delle torrette angolari di Torre del Fiume, comunemente nota come “Quattro Colonne”

La fortuna dei documenti sopravvissuti ci permette oggi di attribuire con certezza gli artefici di alcune di esse, almeno per la zona di Nardò, che trovano i massimi esponenti nel clan degli Spalletta, neritini, tra cui Vincenzo e Angelo, rispettivamente padre e figlio, che certamente realizzarono le torri dell’Alto, de Castiglione, de Crustamo (Uluzzo) e del Fiume, oggi più nota come 4 Colonne, essendone sopravvissute le torrette angolari del fortilizio crollato nella sua parte centrale.

Le Quattro Colonne a S. Maria al Bagno-Nardò (ph Mariaurora Trentadue)

Vediamo dunque come si arriva a quest’ultima. La Regia Camera il 22 giugno 1595 invia una lettera a Pietro Castiglione, ingegnere della R. Corte che si trova in provincia di Terra d’Otranto per ispezionare diverse fortezze, con l’ordine di recarsi a Nardò e consegnare ai predetti Spalletta pianta e disegno; purtroppo la lettera arriva quando il Castiglione è già rientrato in Napoli.

Con altra lettera del 26 settembre si ordina all’ Audienza Hidruntina di provvedere essa a fornire l’utile, servendosi di un architetto del posto, che poi risulterà essere il leccese mastro Giovanni Perulli, il quale in data 11 ottobre effettua il sopralluogo e fornisce il relativo disegno ai neritini incaricati dell’esecuzione. Il 22 novembre mastro Angelo Spalletta dichiara al notaio leccese di ricevere il progetto e che la pianta della torre sarà di palmi 72 de quatro senza i 4 spontoni segnati al modello con la caduta ordinaria d’ogni 10 palmi uno; che sia piena di masso di palmi 34 con una cisterna di palmi 8 de quatro in mezzo alla sala della torre; l’altezza della torre sarà di palmi 85 con la barba; la fabbrica sarà tutta d’opera netta di taglio di fuora, e di dentro sarà d’opera netta di taglio solamente dove bisogna e ricerca… Alle cantonate delli spontoni li pezzi abbiano d’essere di lunghezza palmi 3, e di larghezza 1 palmo e mezzo per fortezza della torre sino alli palmi 20 solamente; che la torre si faccia distante dalla bocca del fiume dove i vascelli dei nemici spesso vennero a fare acqua, di palmi 200 circa.

Due anni dopo i lavori non sono ancora iniziati perché l’università riceve i primi 300 ducati dalla Regia Camera, cui se ne aggiungeranno altrettanti qualche mese dopo “in fabrica et constructione turris maritime dicta del Fiume”.

Finalmente Angelo e Vincenzo Spalletta si impegnano nel 1597 alla realizzazione della torre con Cornelio Carriero da Montescaglioso ed Ercole Mazzo da Tutino, a patto che essi mastri Angelo e figlio siano tenuti darli tutta la monizione, così di calcie, terra, petre, quatrielli et pezzi lavorati e l’ acqua dove si trova e mancando il fine siano obligati essi mastri Angelo e figlio di darcela a loro parere ali sotto di detta torre, quanto più si può accostar la carretta.

Dopo dieci anni, nel 1605, la torre risulta ultimata ed efficiente[1], visto che l’8 maggio il sindaco di Nardò Benedetto del Castello rilascia procura al cassiere Scipione De Vito di riscuotere presso la Percettoria in Lecce il denaro speso dall’università per pagare il salario ai militi in essa presenti[2].

In essa dovevano esserci almeno due caporali, che nel 1607 percepivano una paga di 71 ducati[3].

Nel 1609 troviamo tra i caporali Gian Francesco Scaglione[4] e l’anno dopo tra i militi risultano Pietro Vincenti e Donato D’Aprile, che percepiscono mensilmente circa 13 ducati[5].

Tra l’estate 1616 sino a tutto il 1617 il caporale risulta Giovan Leonardo Vecchio di Galatone e suoi compagni Francesco e Giorgio Ferraro[6], che ricevono in consegna dei barili di polvere mandati dai castelli di Lecce e Gallipoli.

Il periodo d’altronde fa registrare numerose incursioni ottomane o corsare di provenienza balcanica, ma anche mediorientali e nordafricane, per cui ogni torre doveva necessariamente essere pienamente efficiente e le spese erano a carico dell’università più vicina: nel biennio 1595-96 l’amministrazione comunale di Nardò deve sborsare ben 762 ducati.

Diminuite le incursioni dal mare il personale delle torri deve affrontare un altro fenomeno dilagante, quello del contrabbando, e soprattutto quello del sale, tanto che occorre incrementare il personale adibito alla sorveglianza del territorio, registrandosi dunque il raddoppio del numero dei cavallari. La nostra torre, come le altre del litorale neritino, resta sempre sotto la sovrintendenza della Comarca di Cesaria.

Nel 1695 il caporale è Tommaso De Ferraris[7] e due anni dopo l’università di Galatone, cui in parte erano accollate le spese di gestione dell’immobile, come da accordo preso con la regia Segreteria e con il Preside alle Armi di Terra d’Otranto, si impegna a realizzarvi la porta alla guardiola ed altre riparazioni, compresa la scala del ponte, oltre ad acquistare un moschetto, ad integrazione dell’armamentario; parte delle spese necessarie vengono accollate all’università di Nardò[8].

Nel gennaio 1730 il capo torriero è Angelo Longo e suo compagno ordinario Filippo Cordigliano; in servizio risultano anche Pietro Stasi e Antonio Francone[9], probabilmente di Galatone, come lo erano Giuseppe Francone e Nicola Marsalò, cavallari nel 1777.

Nel 1790 cavallari sono Pasquale Vonghia e Fortunato Giuri di Nardò[10].

Non si registrano vicende importanti dopo questa data se non un arresto nelle immediate vicinanze, su delazione del canonico Lombardi, del giovane esperto in lettere Nicola Ingusci e del farmacista Francesco Rocca, giunti dal bosco della Sila calabrese per la via di Copertino, portando con sé un sospetto e sovversivo foglio stampato a carattere liberale.

La torre, con quelle di Squillace e di S. Caterina, è soggetta a vincolo del ministero solo dal 1986, grazie alle segnalazioni del circolo culturale “Nardò Nostra”, che se ne occupò con una mostra itinerante e con una pubblicazione non più in commercio.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto


[1] G. Cosi, Torri Marittime di Terra d’Otranto, Galatina, Congedo Editore, pp. 98-101.

[2] Archivio di Stato di Lecce (ASL), not. F. Fontò di Nardò, (66/1), 1606, cc. 149r-149v.

[3] ASN, Percettori e Tesorieri – vol. 6234, (J. Bonvicino), c. 63r.

[4] ASN, Torri e Castelli – vol. 126, c. 145r.

[5] ASN, vol. 6234, c. 34v.

[6] ASN, vol. 135, c. 19r.

[7]ASN, vol. 128, c. 248r.

[8] G. Cosi, Torri… cit., p. 21; il documento citato è stato riportato dallo storico Mario Cazzato.

[9] ASN, vol. 131, cc. 19r-28v.

[10] ASL, atti not. B. Ravenna di Gallipoli (40/38) 1790, c.183v.

La torre di S. Maria dell’Alto sulla costa di Nardò

Note sulla torre di S. Maria dell’Alto alias del salto della capra

di Salvatore Muci

Torna utile riproporre un documento già noto agli studiosi che da anni indagano sul sistema di fortificazioni a carattere difensivo dell’area salentina. Nel grande Archivio di Stato di Napoli, nel fondo Collaterale Curiae, si conserva una lettera del Viceré don Parafan de Ribera diretta al Presidente della Regia Camera della Summaria, esplicativa per una storia delle torri costiere del regno: “Ad Alfonso Salazar. Negli anni et mesi passati per servitio di S. Maestà defensione et guardia de li popoli di questo Regno, et per virtù di detti nostri ordini si sono fabbricate alcune torri et altre restano a farsi, et quelle che sono fatte intendemo che bisognano visitarse di si stanno bene complite et ben fatte. Febbraio 1568. Don Parafan”.

In seguito a questo ordine l’ingegnere T. Scala giunse dunque nella nostra provincia per una ricognizione dei siti più idonei su cui elevare le torri desiderate, e fra questi diversi sulla costiera neretina, dove trovò indicazione anche lo sperone roccioso, propaggine delle Serre Salentine, che oggi domina la baia di Portoselvaggio.

Su di esso quindi doveva realizzarsi ancora una torre, dalla quale procedendo sempre verso oriente dopo un miglio vedesi la torre di S. Caterina, mentre ad occidente comunica visivamente con quella di Uluzzo.

La torre, come le altre, sarebbe stata dotata di pezzi d’artiglieria. È infatti dell’anno seguente il dispaccio dello stesso Vicerè che ordina di provvedervi, anche se nella nostra torre i canoni giunsero solo nel 1614, avendoli prelevati dal castello di Lecce: “… Havendo fatto costruire nelle marine del regno alcune torri per guardia di quelle et per dar l’avisi necessari quando capitassero nelli mari del regno predetto alcuni vascelli d’infedeli, ci è parso affalché stiano provviste, come et li soldati che risedono in quelle oltre di dare detti avvisi, si possono difendere, et obviare alli danni, che si potriano commettere per detti infedeli, provvedere et ordinare che siano provviste di alcuni pezzi d’artiglieria de metallo, et per adesso fare provedere delli prezzi predetti l’infrascritte torri de le marine de le provincie di Terra d’Otranto […] ordiniamo che al ricevere di questa senza perder momento di tempo dobbiate fare il partito di metallo, et altre prezzo che potrete, et le farete costruire con ogni prestezza affalché si possano consegnare in dette torri…Datum Neapoli die X Septembris 1569”.

Il costruttore fu con certezza il neretino mastro Angelo Spalletta, che iniziò i lavori intorno al 1570 e che, come nelle altre poco distanti, vi realizzò il piano terra con la cisterna, il deposito e la stalla; il piano superiore con camino, dove viveva il caporale con i suoi soldati; all’ultimo livello la terrazza con la guardiola, da cui si poteva effettuare l’avvistamento e da cui si poteva sparare col cannone qui posizionato. Come le altre della serie in alto è definita da una cornice a beccatelli, con tre caditoie ravvicinate, localizzate al centro della facciata, a balzo su mensoloni.

Poichè nel 1594 lo Spalletta doveva ancora ricevere il pattuito, questi si rifiutò di eseguire delle riparazioni che si erano manifestate nella costruzione, tanto che il 5 agosto dello stesso anno vengono affidati urgenti restauri o probabili ampliamenti al concittadino mastro Lupo Antonio Mergola. Difatti in un atto del 1595 si legge “fabricanda turris de l’ Alto nominatam dello salto della capra”. Forse fu questo mastro a dotarla dell’importante scalinata su archi, dalla quale si accede alla porta levatoia al primo piano.

panorama dalla torre dell’Alto

Ancora a Napoli, nel fondo Percettori e Tesorieri, si legge che i soldati della torre nella primavera del 1577 ricevevano la paga di 52 ducati dall’università neretina. Altri pagamenti risultano da atti notarili degli anni 1583 e 1584, a favore dei cavallari, caporali e torrieri della torre dell’Alto e di quelle “nuncupate de Crustano, de Critò e Santi Sidori” da parte del municipio, che recuperava le somme dalla Regia Corte napoletana per il tramite del Percettore di Terra d’Otranto, cui spettava il compito di verificare i vari conti dell’amministrazione centrale, tra i quali anche quelli per le costruzioni ex novo di torri e le spese in esse utili per manutenzione o restauro.

Nel giugno 1584 tra i caporali della nostra torre ritroviamo Nicola Cavallaro e Gio: Paolo Sombrino, che percepiscono lo stipendio di 19 ducati, tarì 2 e grana 10.

L’anno dopo, come si evince dai rogiti del notaio Cornelio Tollemeto, il sindaco del popolo Bernorio Caballone consegna la torre a Giacomo Sassone, che vi resterà quale caporale sino a novembre 1598. Gli subentrerà nella carica il congiunto Giovanni Donato Sassone, che già gli era stato affiancato negli anni precedenti, per restarvi fino all’aprile del 1601, quando cede il passo ad un altro parente, Lucrezio Sassone, il quale ricoprirà l’incarico per ben dieci anni, sino all’8 giugno 1611.

Nella seconda metà dello stesso  secolo vi presteranno servizio soldati spagnoli, i cui nomi figurano nel Liber Mortuorum della Cattedrale.

Forme di commercio illegale, di banditismo e vari altri fenomeni criminosi, tipici di una malavita di stampo più che altro corsaro, si verificarono tra la fine del Sei e primi del Settecento sulle coste salentine, tanto che le autorità si videro costrette ad emanare severe istruzioni per provvedere alla contumacia di imbarcazioni di provenienza sospetta che approdavano sulle nostre sponde e che in diversi casi apportarono malattie contagiose.

Gli atti del notaio Emanuele Bovino documentano la ferma in quarantena di turchi e corsari slavi nelle torri costiere del feudo di Nardò, tra cui quella di Santa Maria dell’Alto, dove vennero isolati sulla guardiola o nel piano inferiore, adibiti perciò a lazzaretto, sotto la stretta sorveglianza sanitaria dei cavallari. Tanto era loro imposto dal Tribunale della General Salute di Napoli che li obbligava a darne repentina comunicazione ai prodirettori, che a loro volta avrebbero trasmesso la notizia all’istituzione sanitaria, che metteva in atto ogni utile precauzione per evitare l’introduzione ed il propagarsi di morbi contagiosi.

In verità questa fu una competenza dettata dalla necessità, ma i loro compiti, è risaputo, consistevano in ben altro e principalmente nell’avvisare gli abitanti dei paesi vicini quando un naviglio di corsari si avvicinava a riva. Sia di giorno che di notte percorrevano a cavallo il litorale e l’avvistamento veniva segnalato ai caporali torrieri, che a loro volta trasmettevano la notizia mediante segnali di fumo o di fuoco, a seconda che fosse giorno o notte.

Ogni torre, poi, doveva informare dell’accaduto l’università di competenza, dalla quale era salariata.

Due sono i cavallari che siamo riusciti finora a scoprire in questa torre: nel 1730 Felice Varri, nel 1777 il neretino Nicola De Simone. Anche questa era compresa nella Comarca di Cesaria, guidata dal sopraguardia che in quella aveva dimora.

Torri costiere del Salento meridionale

 

 

Torre Pali (Salve) (ph Nicola Febbraro)

TORRI COSTIERE DEL SALENTO MERIDIONALE. INQUADRAMENTO STORICO

 

di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

Il sistema difensivo della Puglia, a partire dalla presa di Otranto del 1480/81, si caratterizzava per una generale insicurezza e precarietà, in quanto le strutture fortificate risalivano, per lo più, alla metà del XV secolo, ossia all’assetto difensivo definito e voluto dagli aragonesi.

Nel 1484, con la ferita che aveva lacerato il Salento pochi anni prima ancora aperta, i Veneziani occuparono la penisola, dopo essere sbarcati presso Mancaversa (Taviano).

Taurisano, tra il 1522 e il 1532, venne ripetutamente saccheggiata, come attestato dal sensibile calo di popolazione registrato nei documenti storici (Cortese 2010).

Nel 1537 i Turchi, guidati dal pirata algerino Khair-ed-Din (detto il Barbarossa),  distrussero Castro, Marittima e, sul versante ionico, Ugento.

Le coste del Salento, anche negli anni successivi, subirono continue incursioni piratesche. Al 1543, in effetti, risale lo sbarco nei pressi della Marina di Morciano di Leuca, con i Turchi che si spinsero nell’entroterra alla volta di Presicce. Nel 1544, invece,  giunsero sulle coste gallipoline e, tre anni dopo, ben quattrocento pirati – condotti da Dragut – sbarcarono nei pressi dell’attuale Torre Pali da dove partirono alla volta di Salve (che non riuscirono ad espugnare) e dei paesi limitrofi. Le loro scorribande si fermarono a Gagliano del Capo dove molti cittadini radunati in chiesa furono uccisi, mentre altri vennero deportati come schiavi (Cazzato 1989).

Torre Uluzzo (Nardò) (ph Nicola Febbraro)

 

Il reggente Ferrante Loffredo, per contrastare l’incombente minaccia turca,

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