Le torri costiere del Salento nelle mappe di Giuseppe Pacelli

di Armando Polito

L’immagine rappresenta una mappa che fa parte di un manoscritto, datato tra il 1803 e il 1850, custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (segnatura ms. N/9), contenente la copia di Atlante sallentino, ossia la Provincia di Otranto divisa nelle sue diocesi ecclesiastiche,  quarta sezione, terminata nel 1803, dell’opera del geografo manduriano Giuseppe Pacelli (1764-1811), le cui altre tre parti riguardavano l’aspetto politico, economico e militare.

Nel manoscritto si alternano carte contenenti testo, cui segue, volta per volta, una mappa. Le mappe sono in totale 25 e recano i seguenti titoli:

1) Mappa topografica della Provincia di Lecce. Da notare il titolo Provincia di Lecce già sostitutivo di Provincia di Terra d’Otranto.

2) La metropoli di Taranto e le sue diocesi suffraganee

3) Diocesi di Taranto

4) Il porto di Taranto

5) Mare piccolo di Taranto

6) L’Albania salentina

7) Diocesi di Motola e di Castellaneta

8) Diocesi di Oria

9) La metropoli di Brindisi con la sua suffraganea

10) Diocesi di Brindisi

11) Il porto di Brindisi

12) Diocesi di Ostuni

13) La metropoli di Otranto colle sue diocesi suffraganee

14) Diocesi di Otranto

15) Il porto di Otranto

16) La Limine di Otranto

17) La Grecia salentina

18) Diocesi di Lecce

19) Diocesi di Nardò e di Gallipoli

20) Il porto di Gallipoli

21) Diocesi di Castro

22) La Punta di Castro

23) Diocesi di Ugento

24) Diocesi di Alessano

25) Il promontorio salentino detto la Punta di Leuca o il Capo di S.ta Maria

 

Partendo dalla mappa n. 1 (quella riprodotta in testa da www.internetculturale.it; per ingrandirla e leggerla agevolmente nei dettagli basta cliccare su di essa col tasto sinistro; dopo qualche secondo necessario per il caricamento  poiché l’immagine è piuttosto “pesante” il cursore assumerà l’aspetto di una lente d’ingrandimento e ad ogni clic corrisponderà una zoomata) e facendo la collazione con le altre, ho redatto l’elenco completo delle torri costiere (78, di cui due registrate come dirute), riservando alle note il compito di specificare l’esistenza di eventuali varianti o l’assenza di uno o più toponimi in qualcuna delle mappe.

Mi è parso interessante riportare in elenco anche i toponimi presenti nell’opera cartografica più famosa di quel tempo, l’Atlante geografico del regno di Napoli di Giovanni Antonio Ricci Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra uscito per i tipi della Stamperia reale a Napoli dal 1789 al 1808.

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 1 Torre della Specchiola nelle mappe 13 e 18.

2 Manca nella mappa 13, dove, però c’è il simbolo della fabbrica; è presente, invece, come Torre di Fiumicelle dir(uta) nella mappa 14.

3 Torre di Palascia dir(uta) nella mappa 13.

4 Torre del Porto Miggiano nella mappa 21.

5 Torre della Cata nella mappe 13 e 14.

6 Torre del Porto Tricase nella mappa 21.

7 Torre di Pallana nella mappa 24.

8 Torre di Boraro nelle mappe 13 e 24.

9 Presente solo nella mappa 25.

10 Torre di S. Gioanni nella mappa 19.

11 Torre del Pizzo nella mappa 19.

12 Torre di S. Gioan(ni) nella mappa 13.

13 Torre di S. Catarina nella mappa 19.

14 Torre di S. Isidoro nella mappa 19.

15 Torre della Chianca nella mappa 19.

16 Presente solo nella mappa 19.

17 Lo stesso nella mappa 2, con Colu-mena sovrascritto a Casti-glione.

 

Nardò, Le quattro colonne, ieri (fine del XIX secolo?) e oggi

di Armando Polito

Continua l’operazione-nostalgia1, le cui motivazioni, modalità d’esecuzione, finalità ed aspettative (quest’ultime, debbo confessarlo amaramente, finora totalmente deluse) ho avuto occasione di ribadire recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/19/nardo-santa-maria-al-bagno-via-dei-basiliani-ieri-1930-oggi/.

Il tema di oggi è costituito  non da una via ma da un manufatto a sè stante, rimasto, nonostante l’antropizzazione, fisicamente isolato, anche se meno rispetto al passato. Per questo, prima delle due consuete immagini comparative che costituiscono l’essenza di ogni post della serie, oggi presenterò i dettagli di alcune mappe del passato. Mi ha sorpreso non poco la constatazione che la nostra torre compare nelle carte (dedicate alla Terra d’Otranto ed aventi, più o meno, la stessa scala) solo a partire dalla Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente, pubblicata da Domenico De Rossi a Roma nel 1714.

La carta di Giovanni Antonio Magini, cui il De Rossi fa riferimento, fa parte di Italia, opera pubblicata dal figlio Fabio a sue spese (non è indicato l’editore) a Bologna nel 1620. In essa (è la n. 56) il nostro toponimo è assente, come mostra in dettaglio l’immagine che segue.


Siccome la torre entrò in servizio nel 1605 e Giovanni Antonio mori nel 1617 bisogna ipotizzare che la tavola rimase così com’era stata realizzata prima del 1605.

Mi è parso normale, invece che essa fosse presente nell’Atlante geografico del  Regno di Napoli  di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale dal 1789 al 1808. Di seguito il dettaglio tratto dal ventiduesimo foglio.

Al tempo non può sottrarsi nulla, nemmeno la toponomastica e lo attesta Torre del Fiume2, il nome che la torre aveva prima che il crollo della sua parte centrale propiziasse il passaggio a quello attuale di Le quattro colonne. Ciò che segue, invece, documenta la trasformazione del luogo.

Immagine tratta da Salento com’eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.546052458786370.1073741828.546048392120110/1101068953284715/?type=3&theater)

Immagine tratta ed adattata da Google Maps (https://www.google.it/maps/@40.1257841,17.9970579,3a,75y,180.44h,82.18t/data=!3m6!1e1!3m4!1stJEzXlJecYuzydwTlPAF2g!2e0!7i13312!8i6656!6m1!1e1)
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1 Per chi gradisse il tema generale spunti di un certo interesse potrebbero esserci in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/25/nardo-operazione-nostalgia/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/13/rusineddha-una-giovane-bagnante-di-cento-anni-fa-a-santa-caterina/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/10/amarcord-salentino-1/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/28/due-variazioni-sul-tema-a-nardo-e-a-s-maria-al-bagno/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/04/unantica-peschiera-leccese-nei-pressi-di-frigole-22/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/30/nardo-piazza-osanna-ieri-oggi-domani/

Segnalo anche la serie in 14 puntate La Terra d’Otranto ieri e oggi (anche se lo strumento di confronto non sono foto ma stampe antiche):

PRESENTAZIONE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

ALESSANO : http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

BRINDISI: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

CARPIGNANO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

CASTELLANETA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

CASTRO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

LATERZA http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

LECCE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

MOTTOLA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/

ORIA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

OSTUNIhttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/04/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1114-ostuni/

OTRANTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1214-otranto/

TARANTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/31/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1314-taranto/

UGENTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/03/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1414-ugento/

2 Torre del fiume di Galatena [oggi Galatone] in Girolamo Marciano (1571-1628),  Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto, opera postuma uscita, con le aggiunte di Domenico Antonio Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855, p. 142. Sorprende il fatto che la torre non compare tra quelle citate per il territorio di Nardò  in Cesare D’Engenio Caracciolo, Ottavio Beltrano ed altri, Descrittione del Regno di napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 217. Del fiume oggi resta solo il ricordo in una sorgente da tempo cementata (credo per motivi igienici causati dall’inquinamento) ma negli ultimi anni ripristinata da alcuni volontari: https://www.youtube.com/watch?v=Ws0s6g-gSGc (ignoro, tuttavia, lo stato attuale).

Sulla storia della torre:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/12/note-sulla-torre-del-fiume-di-s-maria-al-bagno-nota-come-quattro-colonne/

 

Una fortificazione moderna: la torre di San Pietro in Bevagna

Chiesa-torre di San Pietro in Bevagna

di Nicola Morrone

 

Tra le emergenze architettoniche più significative del territorio di Manduria  (TA) figura senza dubbio la torre costiera di San Pietro in Bevagna, secolare baluardo militare, eretto con un duplice scopo: quello di proteggere la cappella e il sacello sottostanti (luoghi centrali della religiosità manduriana) e quello di avvistare i navigli corsari, che, soprattutto a partire dal sec. XVI, insidiarono le popolazioni rivierasche. Forniremo al lettore, in questa sede, un ragguaglio architettonico sulla torre, che, con il suo insolito sviluppo planimetrico “stellare”, rappresenta uno dei pochi esempi di torre costiera vicereale di tipo moderno. Seguirà un approfondimento sulla cultura dell’anonimo architetto progettista e, infine, una sintesi della vicenda storica relativa alla costruzione.

Un’architettura insolita

La torre di San Pietro in Bevagna (sec.XVI), diversamente dalla maggior parte delle coeve torri che punteggiano le coste di quello che fu il Regno di Napoli, presenta un’architettura del tutto particolare. Anzichè riproporre la consueta planimetria circolare o quadrangolare, essa ha pianta ottagonale, meglio definita come di “stella a quattro punte” o a “cappello di prete”, per l’effettiva analogia con il berretto che sogliono portare i sacerdoti. Questo tipo di sviluppo, in pianta e in alzato, che la torre di San Pietro in Bevagna condivide con pochissime altre torri costiere e con una ristretta serie di edifici fortificati del sud Italia, deriva dall’applicazione dei nuovi precetti dell’architettura e dell’ingegneria militare, teorizzati per primo dal valenciano Pedro Luis Escrivà (1482 ca-1568 ca). Egli,commendatore dell’Ordine di Malta, definito dagli studiosi il “miglior ingegnere militare della corona spagnola”, fu chiamato a coordinare il sistema difensivo del Regno di Napoli per far fronte al pericolo turco.

Fu in Italia certamente tra il 1528-1535, e passò alla storia per aver scritto il primo trattato di fortificazione moderna, vale a dire la “Apologia y excusacion in favor de las fabricas del Reino de Napoles” (1538), attualmente conservato in due copie (una manoscritta e una a stampa) presso la Biblioteca nazionale di Madrid, e liberamente consultabile in rete, sul sito della Biblioteca stessa (”bdh.bne.es”). Il prototipo italiano della moderna fortificazione a pianta stellare, che supera quella medievale (impostata sullo schema quadrangolare con torri ai lati) è costituito da Castel Sant’Elmo, notissima fortezza napoletana, sulla quale Pedro Luis Escrivà fu chiamato ad intervenire nel sec. XVI.

Il castello esibisce appunto una pianta di stella a sei punte, che stupì non poco gli architetti “tradizionalisti” dell’epoca, dalle accuse dei quali Escrivà si difese attraverso il suo trattato. Ma il nuovo modello di fortezza si rivelò quanto di più efficiente potesse esserci, poichè, giocato sulla introduzione del sistema dei bastioni “a tenaglia”, permetteva un più razionale sistema di difesa ed offesa, anche attraverso la sistemazione delle archibugiere a tiro incrociato. Non è da escludere che l’architetto, nell’escogitare il nuovo sistema “a tenaglia”, abbia ripreso lo stesso motivo presente nello stemma dell’ordine di cui era commendatore, sintetizzando così nella nuova tecnica fortificatoria l’aspetto pratico e quello simbolico, come non di rado accadeva agli architetti di quel tempo lontano. La studiosa A.Camara Munoz, a questo proposito,sostiene appunto che in relazione alla forma stellata delle fortificazioni e’ forse possibile rintracciare un ”simbolismo latente”,  [Cfr.A.Camara Munoz, Las torres del litoral en el reinado de Felipe II, in “Espacio, Tiempo y Forma”,VII, 1990, pp.55-86].

Ad ogni modo, secondo l’autorevole parere di Oronzo Brunetti, dal modello della fortezza “stellare”di Sant’Elmo deriverebbero quello dell’omonima fortezza di Malta, di alcune fortezze toscane, e quelli di alcuni esempi minori, vale a dire il castelletto di Melendugno, la masseria Pettolecchia a Fasano, il casino dell’Arso a Mandatoriccio (CS) [Cfr.O.Brunetti, A difesa dell’Impero, (Galatina 2006), p.37].

A questi esempi gli studiosi hanno aggiunto le torri costiere vicereali di San Pietro in Bevagna presso Manduria (TA), di Santa Sabina presso Carovigno (BR), di Torre della tonnara di Cofano presso Custonaci (TR), le uniche tra le oltre trecento del Regno ad avere forma di “stella a quattro punte”. Tutte le altre, pur concepite da valenti ingegneri (ad es. Giovanni Tommaso Scala) sono state realizzate con il tradizionale sviluppo planimetrico circolare o quadrangolare.

 

Pianta Torre San Pietro in Bevagna
Pianta Torre San Pietro in Bevagna

L’anonimo architetto

Allo stato attuale delle ricerche, non disponiamo di documentazione probante circa la originaria vicenda costruttiva della torre di Bevagna. Sappiamo solo che essa fu fatta costruire dai monaci benedettini di San Lorenzo d’Aversa a protezione del sacello e della cappella di San Pietro, e fu acquisita dall’autorità vicereale intorno al 1578 “a beneficio del regno e del popolo, per tenere i soldati e difendere la zona contro i corsari “[Cfr. P.Coco, Porti, castelli e torri salentine (Roma 1930), p.113]. Le carte conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, ben note agli studiosi, sono infatti essenzialmente di natura fiscale, e rappresentano fedi di pagamento del personale, forestiero ed autoctono, che si successe nel servizio alla torre e alla relativa fascia costiera (torrieri, cavallari, pedoni, ecc.).

Va comunque ancora esplorato l’Archivio General de Simancas (Madrid), che conserva, oltre a fondi specifici, anche un interessante raccolta di disegni relativi a torri e castelli del “Reino de Napoles”. Per il momento, per comprendere le scelte progettuali che furono alla base della realizzazione della torre di Bevagna, dobbiamo fare esclusivo riferimento alla struttura del manufatto, che fornisce comunque, di per sé stessa, alcuni interessanti elementi di valutazione. L’anonimo architetto, che, per ragioni squisitamente cronologiche, non può essere stato lo stesso Pedro Luis Escrivà, si potrebbe identificare con uno dei due architetti salentini che furono a contatto con lo stesso, e ne svilupparono le novità progettuali. Essi furono, principalmente, Giangiacomo dell’Acaya (morto nel 1570) e Evangelista Menga (morto nel 1571). La cronologia relativa ai due capomastri conforta la nostra ipotesi, poichè, come risulta dal documento riportato dal Coco, la torre di San Pietro in Bevagna fu quasi certamente eretta a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del sec. XVI, quando le novità progettuali introdotte da Escrivà, ampiamente dibattute a livello mediterraneo (segnatamente nei cantieri di Napoli e Malta) erano già state assimilate dai tecnici del Regno.

Al modello avanzato di fortificazione (a pianta stellare, bastionata, con muri laterali “a forbice” ed archibugiere a tiro incrociato) si ispirò dunque anche l’anonimo architetto della torre bevagnina, che potrebbe essere stato salentino, e forse anche, come lo stesso Escrivà, appartenente all’ordine dei Cavalieri di Malta. L’ordine forniva infatti al Viceregno i migliori architetti ed ingegneri militari, e favoriva “canali privilegiati per diffondere saperi militari ed architettonici” [Cfr.O Brunetti, op.cit., p.34]  E, se affiliato all’ordine, non è da escludere che l’architetto sanpietrino fosse in contatto con la vicina Commenda magistrale di Maruggio, anche se la torre di San Pietro ricadde sempre, di fatto, nelle pertinenze del comune di Manduria.

 

Cronologia

Sec.XVI: Il Monastero di San Lorenzo d’Aversa fortifica il sacello e la cappella di San Pietro in Bevagna facendo costruire una torre a protezione degli stessi dagli assalti dei pirati turchi.

1578: La Regia Corte espropria la torre, corrispondendo ai Benedettini d’Aversa la somma di 807 ducati

1845: Con suo decreto,Francesco II di Borbone Re di Napoli cede la torre al Vescovo di Oria, per dimora del Rettore del Santuario o del custode

1860: Con l’incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d’Italia, la torre diventa di proprietà demaniale.

1900: Con atto di compravendita, il Demanio statale cede la torre al Comune di Manduria (TA).

La pirateria nel Salento

IL PIRATA BARBANERA. Edward Teach, conosciuto come Barbanera fu un pirata britannico che agì nel Mar dei Caraibi tra il 1716 ed il 1718. Egli nacque nel 1680, forse a Bristol o forse a Port Royal. Fu un uomo feroce e tutt’oggi rappresenta lo stereotipo del pirata cattivo. Scultore: Gianni La Rocca Copyright © 2009. Per gentile concessione di Romeo Models S.n.c., Via M.Lessona, 14 Catania (autorizzazione del 17/10/2009)

di Alessio Palumbo 

Premessa. In questo articolo verranno utilizzati, in maniera spesso indistinta, termini come “pirati”, “corsari”, “bucanieri”: si tratta di una necessaria semplificazione, dovuta alla brevità dello scritto.

 

Passeggiando lungo le nostre coste, le antiche torri di guardia che le punteggiano possono far sorgere, soprattutto nelle belle giornate di mare calmo, immagini lontane. Sono scene di piccole battaglie, scorrerie, assalti più o meno cruenti: in una parola, pirateria.

Se già in seguito alla crisi dell’impero romano d’occidente e nel corso di tutto il medioevo, le nostre coste erano state oggetto di assalti, spoliazioni e rapine da parte di  genti provenienti dal mare, la caduta di Costantinopoli e l’espansionismo turco nel Mediterraneo cronicizzarono il pericolo.

In particolar modo, dall’inizio del ‘500 fino al 1571, anno della sconfitta ottomana a Lepanto, non si contano gli attacchi dei pirati nel Salento. Nel 1537 Castro, difesa da Mercurio Gattinara, dovette arrendersi ai turchi del pirata Barbarossa e, nonostante le assicurazioni ricevute, subì saccheggi, rapimenti e violenze. In quegli stessi giorni, piccole squadre di pirati attaccarono villaggi e casali sulla costa jonica, penetrando sino ad Ugento, Gallipoli e Salve. Solo nell’agosto di quel terribile anno la nostra terra fu abbandonata dagli ottomani, che confluirono in altre zone del Mediterraneo per combattere veneziani e spagnoli.

Dopo le imprese del  pirata Barbarossa,  furono  bucanieri come Torghud e Dragut Bassà a tormentare le nostre coste con continui attacchi. Gli assalti si concentrarono spesso intorno a Leuca, al suo santuario e nei paesi vicini (Ugento, Salve, Gagliano,. etc.). Dal 1571, la sconfitta dei turchi a Lepanto, non indebolì l’azione dei pirati che, sentendosi ancora più liberi dai vincoli che li legavano ad Istanbul, ripresero le loro scorrerie, saccheggiando nuovamente Castro.

L’innalzamento di torri, la ricostruzione dei castelli di Lecce, Otranto, Gallipoli, il rafforzamento delle mura cittadine (ad esempio ad Acaya), l’organizzazione di truppe armate, furono delle buone soluzioni per contenere l’assalto dei pirati, che tuttavia continuarono a pungolare le nostre coste ancora per un paio di secoli.

Dalla fine del ‘500 la pirateria smise quasi del tutto di essere un arma a servizio della politica della Sublime Porta. Organizzati in bande spesso

Ecco a voi Torre Squillace! finalmente salva!

ph Stefania Bianco

di Marcello Gaballo

È con grande gioia che annunciamo il completamento dei lavori per salvare la tanto amata torre Squillace, che qualche anno fa l’incuria del tempo e degli uomini stava condannando alla scomparsa.

ph Stefania Bianco

Molti ricorderanno i pressanti appelli rivolti ai Ministeri, alla Capitaneria, ai  comuni competenti, alla Provincia, alla Regione, alla Soprintendenza. Sembravano caduti nel vuoto e invece, anche con una certa solerzia,  forse spaventati dal “rumore” sollevato in ogni ambito, si intervenne a più riprese, fino al completamento dei lavori che ci hanno restituito in questi giorni la bella torre, vanto della torri costiere a pianta quadrata della serie di Nardò.

Grazie a chi ha ascoltato la nostra motivata preoccupazione, grazie a chi è intervenuto nelle sedi competenti, grazie alla ditta che ha eseguito i lavori, ma soprattutto grazie a quanti hanno sostenuto con noi la battaglia con il tam-tam inaspettato su tutto il mondo del web e attraverso la carta stampata.

ph Maria Aurora Trentadue

L’amica Stefania Bianco ha fotografato per noi lo stato attuale e volentieri pubblichiamo le sue foto, ringraziandola per aver vigilato quotidianamente, fino alla rimozione delle coperture di protezione e delle impalcature.

Finisce qui? no certamente, perchè ora bisognerà ripulire l’area circostante e l’incantevole spiaggetta che tra poco sarà presa d’assalto da residenti e turisti.

lato mare (ph Maria Aurora Trentadue)
ph Maria Aurora Trentadue
ph Maria Aurora Trentadue
ph Maria Aurora Trentadue

 

la torre con le impalcature poi rimosse

La nostra torre, denominata Scianuri, fu iniziata in località San Giorgio, in corrispondenza del porto omonimo, negli ultimi mesi del 1567, ma i lavori restarono fermi per oltre un anno a causa delle difficoltà finanziarie della competente università di Copertino. Risulta completata nel 1570, ad opera del mastro copertinese Pensino Tarantino, avendo richiesto circa ottomila ducati per la sua realizzazione. Sei anni dopo viene dotata di scale mobili e vengono completati gli infissi, registrandosi ulteriori spese sostenute ancora dai copertinesi, che nel frattempo avevano anche provveduto a retribuire i cavallari ad essa deputati. Nel 1640 viene dotata della scala esterna in pietra, che ancora può vedersi, pur nel suo deplorevole stato.

Rimando ai diversi link per conoscere tutte le vicende della torre, comprese quelle storiche.

 

http://www.lecceprima.it/cronaca/torre-squillace-a-pezzi-appello-urgente-per-salvarla.html

http://www.belpaeseweb.it/articolo.asp?di=Gaballo%3A+%22Torre+Squillace+rischia+di+crollare%22&rubrica=Nard%F2&sezione=Comuni&id_sezione=3&id_rub=71&id=3148

http://tblog.iltaccoditalia.net/fotoprotesta/2009/07/21/torre-squillace-a-rischio-crollo/

http://www.lecceprima.it/cronaca/sos-per-torre-squillace-via-all-operazione-recupero.html

Appunti e considerazioni sulle torri costiere del territorio brindisino

torre punta penne

di Danny Vitale

Sin da piccolo percorrendo la litoranea in prossimità di Giancola notando una grande costruzione mi son sempre chiesto (come credo abbiano fatto in molti) cosa rappresentasse  e a quale periodo storico appartenesse. Successivamente da adolescente approfittando delle splendide giornate di settembre più volte mi sono seduto ai piedi della costruzione per cercare di capirne il senso ma soprattutto di godere dello splendido panorama che il promontorio su cui essa è posta offre, magari immaginando storici avvenimenti risalenti ai tempi in cui la misteriosa e solitaria costruzione dominava il mare incontrastata. Quanti di voi raggiungendo i piani superiori dell’incustodita costruzione in località punta penne (zona meglio conosciuta come granchio rosso) hanno potuto sperimentare la posizione strategica protesa sul mare? Pochi invece sanno dell’esistenza di un’altra torre resa quasi inaccessibile da sentieri non facilmente identificabili e poco praticabili… torre Mattarelle, per non parlare poi di torre Cavallo (nell’omonima zona) usata come bersaglio di prova per armi da fuoco e quindi andata persa per sempre.

torre mattarelle

Tutte queste costruzioni fungevano da primi baluardi di un sistema difensivo e di avvistamento costiero, fatto erigere nella seconda meta del XVI secolo (1559-1571) dal vicerè Parafan di Ribeira Duca di Acalà, per ordine di Carlo V, per far fronte agli attacchi dei turchi, dei pirati e dei corsari. Queste strutture austere e possenti, testimoni di un clima di paura, avevano anche lo scopo di lanciare un chiaro segnale finalizzato a dissuadere i turchi ormai troppo vicini alle nostre coste. In caso di attacco le segnalazioni venivano fatte con fumo di giorno e fuochi di notte, permettendo così agli abitanti delle masserie, dei castelli e dei borghi di prepararsi a respingere l’incursione.

A presidiare le torri vi era un “capo torriero” e tre guardiani dipendenti che percepivano una retribuzione di 4 il primo e 3 ducati gli altri (come riportato da alcune fonti. La difesa veniva messa in atto grazie alle armi da fuoco in dotazione ovvero: smeriglie (cannoni a palle), archibugi, alabarde. La conferma che in tali torri venissero usate le armi da fuoco (oltre che nelle documenti storici) è confermata dalla forma quadrangolare necessaria per poter posizionare l’artiglieria sui quattro fronti.

Quello che vediamo oggi delle torri è solo una parte. In origine erano più alte ed erano circondate da un cortile chiuso, dal quale poi si accedeva attraverso una porta alle scale che terminavano con una sorta di ponte levatoio (in alcune torri si accedeva attraverso una scala a pioli in legno). Per una maggiore sicurezza fra una torre e l’altra il litorale veniva scandagliato dai cosiddetti “cavallari”, che perlustravano costantemente i lidi. Una volta cessato lo scopo difensivo le torri furono svendute a privati o abbandonate. Il tempo, l’incuria, l’azione erosiva del vento e del mare, l’inciviltà, hanno fatto il resto.

Non molto tempo fa furono iniziati degli interventi di recupero purtroppo interrotti bruscamente da problematiche vicende politiche. Torre Testa (torre delle testa/e di Gallico come viene anche chiamata). Alcuni hanno ritenuto che il nome gallico sia dovuto alla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta, ma in realtà è più probabile che derivi da addico, che nelle lingue nordiche voleva dire bosco, foresta. A differenza di altri torri a mio parere l’importanza di Torre Testa (come quella di Guaceto) era dovuta alla posizione strategica, in quanto era posta alla foce di un fiumiciattolo che rappresentava per i nemici la possibilità di rifornirsi di acqua dolce. Attualmente, dopo secoli di dominio sul mare, la torre è in grave pericolo di crollo. Se non viene effettuato un intervento immediato si rischia che una parte della nostra storia vada per sempre cancellata; inoltre le condizioni in cui essa si trova rappresentano un costante rischio per l’incolumità delle persone. E’ anche necessario un intervento allo scopo di prevenire il degrado paesaggistico del litorale e delle zone circostanti. Infatti è ben noto che oltre ad essere un area protetta di rilievo naturalistico è anche una zona di interesse archeologico. Infatti a poca distanza della torre vi è un sito preistorico (paleolitico superiore) e più avanti ancora ci sono i resti di una fornace romana che produceva anfore che venivano esportate oltremare. Ritengo che sia inutile aggiungere che tali provvedimenti di salvaguardia potrebbero rappresentare un incentivo al turismo nella nostra area. Naturalmente l’intervento non deve limitarsi a Torre Testa ma anche alle restanti torri costiere ed in particolare Torre Mattarelle, ormai ridotta quasi ad un rudere situato fra saline e Cerano (con relativo panorama naturalmente scempiato dalla centrale).

Brindisi (dal Piri Reis)

Torre Sant’Isidoro e torre Uluzzo sulla costa di Nardò

Le torri di S. Isidoro e Uluzzo come la mitica fenice?

 

di Armando Polito

È intuitivo (ma non mancano testimonianze letterarie e archeologiche) che fin da tempi antichissimi nelle zone costiere ci fosse un sistema di vigilanza per controllare eventuali attacchi provenienti dal mare. Non è difficile, perciò, immaginare che anche le nostre coste, prima della sistematica operazione voluta nel Regno dal governo spagnolo nel corso del XVI° secolo, ne fossero fornite.

Solo in epoca relativamente recente il progresso tecnologico (non disgiunto da appetiti di natura speculativa…) ha realizzato nuove strutture di servizio ex novo e, pensando alle autostrade,  tutto ciò ha comportato l’abbandono dei percorsi viari precedenti.

In passato, invece, quando si era felicemente costretti più ad assecondare la natura che a violentarla, per lo più le vie non erano altro che il rifacimento o l’ammodernamento di antichi percorsi; lo stesso dev’essere successo per il sistema difensivo costiero e non è da escludere che alcune (non tutte) delle nuove torri siano sorte sulle rovine (naturali o indotte) delle antiche, per le quali, evidentemente, felice era stata la scelta del luogo più adatto per le funzioni alle quali dovevano assolvere.

È quanto potrebbe essere successo per le torri di San Isidoro e di Uluzzo nel territorio di Nardò.

S. ISIDORO

La prima attestazione del toponimo risale al 1443 [Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di

Appunti sulla torre del Fiume di S. Maria al Bagno nota come Quattro Colonne

di Salvatore Muci

Sul finire del XVI secolo la città di Nardò è un cantiere aperto e si registra il rifiorire di ogni attività edile pubblica e privata, civile e religiosa.

I documenti già attestano la presenza di decine e decine di complessi masserizi, specie nelle vicinanze della foresta dell’Arneo, rinomato luogo di caccia per cervi e cinghiali per baroni e cortigiani al servizio della celebre famiglia dei duchi Acquaviva d’Aragona, che aveva scelto di dimorare a Nardò.

Ma la tranquillità dei luoghi viene turbata in questo secolo dalle continue scorrerie di orde di barbari e corsari, che dal mare possono sbarcare in un qualsiasi punto della estesissima costa della fertile Puglia.

In obbedienza a quanto promulgato da Napoli, ci si preoccupa di difendere il pingue territorio con la fortificazione della costa, ricorrendo a collaudati sistemi di avvistamento come le torri, alcune delle quali anche adatte a fronteggiare sparuti manipoli di pirati assetati e famelici e perciò bisognosi di far scorta di acqua e viveri.

Come già evidenziato nei precedenti contributi, in tutto il regno sorgono dovunque le torri, più rade nei tratti di scogliera alta ed impervia, più ravvicinate in tratti di costa bassa, come nel tratto neritino.

Volendo fare un elenco esse sono, nell’ ordine: Torre del Fiume, S. Caterina, dell’ Alto, Uluzzo, Inserraglio, S. Isidoro, Squillace, Cesarea, Chianca, Torre Lapillo, Castiglione (diruta) e Colimena. Tutte queste, fatta eccezione di quelle di Uluzzo e Castiglione, sono a pianta quadrata e dall’ architetto Faglia, massimo studioso del sistema torriero del Regno, classificate come “della serie di Nardò”.

L’incremento maggiore si ha sotto il governo dei vicerè don Pedro da Toledo e don Pedro Afan de Ribera (1559-1571).

ciò che resta di una delle torrette angolari di Torre del Fiume

L’ordine di realizzarle, promulgato dalla Regia Camera della Sommaria di Napoli, viene dato nel 1563, indirizzato ai regi ingegneri, che devono perciò erigerle su tutta la costa del regno, col contributo delle universitas che distano meno di 12 miglia dal mare.

Se alcuni mastri erano giunti dalla capitale partenopea nella nostra provincia per realizzare alcuni dei fortilizi, altri si formavano in loco, sino a diventare essi stessi i principali referenti della Regia Camera di Napoli che sovrintendeva alla realizzazione del sistema costiero.

ciò che resta di un’altra delle torrette angolari di Torre del Fiume, comunemente nota come “Quattro Colonne”

La fortuna dei documenti sopravvissuti ci permette oggi di attribuire con certezza gli artefici di alcune di esse, almeno per la zona di Nardò, che trovano i massimi esponenti nel clan degli Spalletta, neritini, tra cui Vincenzo e Angelo, rispettivamente padre e figlio, che certamente realizzarono le torri dell’Alto, de Castiglione, de Crustamo (Uluzzo) e del Fiume, oggi più nota come 4 Colonne, essendone sopravvissute le torrette angolari del fortilizio crollato nella sua parte centrale.

Le Quattro Colonne a S. Maria al Bagno-Nardò (ph Mariaurora Trentadue)

Vediamo dunque come si arriva a quest’ultima. La Regia Camera il 22 giugno 1595 invia una lettera a Pietro Castiglione, ingegnere della R. Corte che si trova in provincia di Terra d’Otranto per ispezionare diverse fortezze, con l’ordine di recarsi a Nardò e consegnare ai predetti Spalletta pianta e disegno; purtroppo la lettera arriva quando il Castiglione è già rientrato in Napoli.

Con altra lettera del 26 settembre si ordina all’ Audienza Hidruntina di provvedere essa a fornire l’utile, servendosi di un architetto del posto, che poi risulterà essere il leccese mastro Giovanni Perulli, il quale in data 11 ottobre effettua il sopralluogo e fornisce il relativo disegno ai neritini incaricati dell’esecuzione. Il 22 novembre mastro Angelo Spalletta dichiara al notaio leccese di ricevere il progetto e che la pianta della torre sarà di palmi 72 de quatro senza i 4 spontoni segnati al modello con la caduta ordinaria d’ogni 10 palmi uno; che sia piena di masso di palmi 34 con una cisterna di palmi 8 de quatro in mezzo alla sala della torre; l’altezza della torre sarà di palmi 85 con la barba; la fabbrica sarà tutta d’opera netta di taglio di fuora, e di dentro sarà d’opera netta di taglio solamente dove bisogna e ricerca… Alle cantonate delli spontoni li pezzi abbiano d’essere di lunghezza palmi 3, e di larghezza 1 palmo e mezzo per fortezza della torre sino alli palmi 20 solamente; che la torre si faccia distante dalla bocca del fiume dove i vascelli dei nemici spesso vennero a fare acqua, di palmi 200 circa.

Due anni dopo i lavori non sono ancora iniziati perché l’università riceve i primi 300 ducati dalla Regia Camera, cui se ne aggiungeranno altrettanti qualche mese dopo “in fabrica et constructione turris maritime dicta del Fiume”.

Finalmente Angelo e Vincenzo Spalletta si impegnano nel 1597 alla realizzazione della torre con Cornelio Carriero da Montescaglioso ed Ercole Mazzo da Tutino, a patto che essi mastri Angelo e figlio siano tenuti darli tutta la monizione, così di calcie, terra, petre, quatrielli et pezzi lavorati e l’ acqua dove si trova e mancando il fine siano obligati essi mastri Angelo e figlio di darcela a loro parere ali sotto di detta torre, quanto più si può accostar la carretta.

Dopo dieci anni, nel 1605, la torre risulta ultimata ed efficiente[1], visto che l’8 maggio il sindaco di Nardò Benedetto del Castello rilascia procura al cassiere Scipione De Vito di riscuotere presso la Percettoria in Lecce il denaro speso dall’università per pagare il salario ai militi in essa presenti[2].

In essa dovevano esserci almeno due caporali, che nel 1607 percepivano una paga di 71 ducati[3].

Nel 1609 troviamo tra i caporali Gian Francesco Scaglione[4] e l’anno dopo tra i militi risultano Pietro Vincenti e Donato D’Aprile, che percepiscono mensilmente circa 13 ducati[5].

Tra l’estate 1616 sino a tutto il 1617 il caporale risulta Giovan Leonardo Vecchio di Galatone e suoi compagni Francesco e Giorgio Ferraro[6], che ricevono in consegna dei barili di polvere mandati dai castelli di Lecce e Gallipoli.

Il periodo d’altronde fa registrare numerose incursioni ottomane o corsare di provenienza balcanica, ma anche mediorientali e nordafricane, per cui ogni torre doveva necessariamente essere pienamente efficiente e le spese erano a carico dell’università più vicina: nel biennio 1595-96 l’amministrazione comunale di Nardò deve sborsare ben 762 ducati.

Diminuite le incursioni dal mare il personale delle torri deve affrontare un altro fenomeno dilagante, quello del contrabbando, e soprattutto quello del sale, tanto che occorre incrementare il personale adibito alla sorveglianza del territorio, registrandosi dunque il raddoppio del numero dei cavallari. La nostra torre, come le altre del litorale neritino, resta sempre sotto la sovrintendenza della Comarca di Cesaria.

Nel 1695 il caporale è Tommaso De Ferraris[7] e due anni dopo l’università di Galatone, cui in parte erano accollate le spese di gestione dell’immobile, come da accordo preso con la regia Segreteria e con il Preside alle Armi di Terra d’Otranto, si impegna a realizzarvi la porta alla guardiola ed altre riparazioni, compresa la scala del ponte, oltre ad acquistare un moschetto, ad integrazione dell’armamentario; parte delle spese necessarie vengono accollate all’università di Nardò[8].

Nel gennaio 1730 il capo torriero è Angelo Longo e suo compagno ordinario Filippo Cordigliano; in servizio risultano anche Pietro Stasi e Antonio Francone[9], probabilmente di Galatone, come lo erano Giuseppe Francone e Nicola Marsalò, cavallari nel 1777.

Nel 1790 cavallari sono Pasquale Vonghia e Fortunato Giuri di Nardò[10].

Non si registrano vicende importanti dopo questa data se non un arresto nelle immediate vicinanze, su delazione del canonico Lombardi, del giovane esperto in lettere Nicola Ingusci e del farmacista Francesco Rocca, giunti dal bosco della Sila calabrese per la via di Copertino, portando con sé un sospetto e sovversivo foglio stampato a carattere liberale.

La torre, con quelle di Squillace e di S. Caterina, è soggetta a vincolo del ministero solo dal 1986, grazie alle segnalazioni del circolo culturale “Nardò Nostra”, che se ne occupò con una mostra itinerante e con una pubblicazione non più in commercio.

 

Le foto sono della Redazione di Spigolature Salentine


[1] G. Cosi, Torri Marittime di Terra d’Otranto, Galatina, Congedo Editore, pp. 98-101.

[2] Archivio di Stato di Lecce (ASL), not. F. Fontò di Nardò, (66/1), 1606, cc. 149r-149v.

[3] ASN, Percettori e Tesorieri – vol. 6234, (J. Bonvicino), c. 63r.

[4] ASN, Torri e Castelli – vol. 126, c. 145r.

[5] ASN, vol. 6234, c. 34v.

[6] ASN, vol. 135, c. 19r.

[7]ASN, vol. 128, c. 248r.

[8] G. Cosi, Torri… cit., p. 21; il documento citato è stato riportato dallo storico Mario Cazzato.

[9] ASN, vol. 131, cc. 19r-28v.

[10] ASL, atti not. B. Ravenna di Gallipoli (40/38) 1790, c.183v.

Torri costiere del Salento meridionale

 

 

Torre Pali (Salve) (ph Nicola Febbraro)

TORRI COSTIERE DEL SALENTO MERIDIONALE. INQUADRAMENTO STORICO

 

di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

Il sistema difensivo della Puglia, a partire dalla presa di Otranto del 1480/81, si caratterizzava per una generale insicurezza e precarietà, in quanto le strutture fortificate risalivano, per lo più, alla metà del XV secolo, ossia all’assetto difensivo definito e voluto dagli aragonesi.

Nel 1484, con la ferita che aveva lacerato il Salento pochi anni prima ancora aperta, i Veneziani occuparono la penisola, dopo essere sbarcati presso Mancaversa (Taviano).

Taurisano, tra il 1522 e il 1532, venne ripetutamente saccheggiata, come attestato dal sensibile calo di popolazione registrato nei documenti storici (Cortese 2010).

Nel 1537 i Turchi, guidati dal pirata algerino Khair-ed-Din (detto il Barbarossa),  distrussero Castro, Marittima e, sul versante ionico, Ugento.

Le coste del Salento, anche negli anni successivi, subirono continue incursioni piratesche. Al 1543, in effetti, risale lo sbarco nei pressi della Marina di Morciano di Leuca, con i Turchi che si spinsero nell’entroterra alla volta di Presicce. Nel 1544, invece,  giunsero sulle coste gallipoline e, tre anni dopo, ben quattrocento pirati – condotti da Dragut – sbarcarono nei pressi dell’attuale Torre Pali da dove partirono alla volta di Salve (che non riuscirono ad espugnare) e dei paesi limitrofi. Le loro scorribande si fermarono a Gagliano del Capo dove molti cittadini radunati in chiesa furono uccisi, mentre altri vennero deportati come schiavi (Cazzato 1989).

Torre Uluzzo (Nardò) (ph Nicola Febbraro)

 

Il reggente Ferrante Loffredo, per contrastare l’incombente minaccia turca,

Note storiche su torre Squillace, detta Scianuri, sul litorale di Nardò (Lecce)


di Marcello Gaballo

torre Squillace (ph M. Gaballo)

Sul finire del XVI secolo la città di Nardò è un cantiere aperto e si registra il rifiorire di ogni attività edile pubblica e privata, civile e religiosa. I documenti già attestano la presenza di decine e decine di complessi masserizi, specie nelle vicinanze della foresta dell’Arneo, rinomato luogo di caccia per cervi e cinghiali per ricchi proprietari e cortigiani al servizio della celebre famiglia dei duchi d’Acquaviva d’Aragona, che aveva scelto di dimorare in città.

Ma la tranquillità dei luoghi viene turbata in questo quarto di secolo dalle continue scorrerie di orde di barbari e corsari, che dal mare possono sbarcare in un qualsiasi punto della estesissima costa, in particolar modo nel nostro distretto, costellato da numerosissimi insediamenti produttivi fortificati e non.

In obbedienza a quanto promulgato a Napoli nel 1563 e 1567, ci si preoccupa di difendere il pingue territorio con la fortificazione della costa, ricorrendo a collaudati sistemi di avvistamento come le torri, alcune delle quali anche adatte a fronteggiare sparuti manipoli di pirati assetati e famelici e perciò bisognosi di far provvista di acqua e viveri.

In tutto il regno sorgono le torri, più rade nei tratti di scogliera alta ed impervia, più ravvicinate in tratti di costa bassa, come nel tratto ionico di nostro interesse.

torre Squillace nel corso dell’ultimo restauro del 2009 (ph M. Gaballo)

L’incremento maggiore si ha sotto il governo dei vicerè don Pedro da Toledo e don Pedro Afan de Ribera (1559-1571).  L’ordine di realizzarle, promulgato dalla Regia Camera di Napoli attraverso il suo presidente Alfonso de Salazar, avviene nel 1563, indirizzato ai regi ingegneri, che devono perciò erigerle su tutta la costa del regno, con il contributo delle universitas che distano meno di 12 miglia dal mare. Alcuni mastri giungono da Napoli nella nostra provincia, altri si formavano in loco, sino a diventare essi stessi i principali referenti della Regia Camera, come sono stati i neritini Vincenzo ed Angelo Spalletta, padre e figlio.

Furono essi i più abili costruttori, realizzando poderose torri a pianta quadrata, che dall’ architetto Faglia, massimo studioso del sistema torriero del Regno, sono classificate come torri “della serie di Nardò” (Fiume, S. Caterina, dell’Alto, Uluzzo, Inserraglio, S. Isidoro, Squillace, Cesarea, Chianca, Lapillo, Colimena).

La peculiarità di questa serie, oltre la pianta, è data dalla scala esterna, spesso aggiunta successivamente, la conformazione troncopiramidale, la presenza di caditoie (una o due per lato ed in corrispondenza delle aperture), la cornice toriforme marcapiano che divide la parete verticale da quella a scarpa, i beccatelli in leggero sbalzo, la cisterna nel piano inferiore e la zona abitabile in quello rialzato, la scala interna ricavata nel notevole spessore murario, la guardiola posta sulla terrazza.

Ad ogni torre era assegnato almeno un caporale e un cavallaro, entrambi stipendiati dall’università locale, ed ognuna di esse disponeva di un armamentario (un documento notarile elenca un  mascolo di ferro, uno scopettone, uno tiro di brunzo con le rote ferrate accavallato, con palle settanta di ferro).

La torre allora denominata Scianuri fu iniziata in località San Giorgio, in corrispondenza del porto omonimo, negli ultimi mesi del 1567, ma i lavori restarono fermi per oltre un anno a causa delle difficoltà finanziarie della competente università di Copertino. Risulta completata nel 1570, ad opera del mastro copertinese Pensino Tarantino, avendo richiesto circa ottomila ducati per la sua realizzazione. Sei anni dopo viene dotata di scale mobili e vengono completati gli infissi, registrandosi ulteriori spese sostenute ancora dai copertinesi, che nel frattempo avevano anche provveduto a retribuire i cavallari ad essa deputati.

Nel 1640 viene dotata della scala esterna in pietra, che ancora può vedersi, pur nel suo deplorevole stato.

Tralasciamo ogni altra notizia certa e documentata nel corso dei secoli, ricordando solo che la nostra torre nel 1707 ospita nelle sue prigioni sedici turchi, naufragati lungo la costa, per osservare la rigorosa quarantena prevista per scongiurare la peste.

Da un sopralluogo del 1746 viene attestato che non abbisogna di alcuna manutenzione, per essersi conservata molto bene.

lo stato di degrado di torre Squillace che ha sollecitato l’intervento di recupero (ph M. Gaballo)

Nel secolo successivo viene data in custodia alle guardie doganali (1820), quindi all’Amministrazione della  Guerra e della Marina  (1829). Nel 1940 i soldati dell’Esercito vi installano una postazione di artiglieria, rimasta attiva fino all’armistizio del 1949.

La torre, con quella di S. Caterina e del Fiume, è stata vincolata dal Ministero nel 1986, grazie alle pressanti segnalazioni del circolo culturale Nardò Nostra, che se occupò con una mostra itinerante e con una pubblicazione.

1581. Accordi per la sorveglianza del territorio di Nardò

di Marcello Gaballo

Nel 1581 Marco Antonio Bello di Galatone ed Annibale Causularo, residente a Nardò, stipulano una convenzione con il sindaco dei Nobili dell’ epoca, Filippo Sambiasi, ed il sindaco del popolo Girolamo Burdo per il servizio della scorta a cavallo in la marina di detta città per un anno continuo, dal 15 ottobre in poi.

In primis si conclude che se i due guardiani omettessero di saltare un turno di giorno o di notte, come prevedeva l’ ordine regio, i sindaci avrebbero potuto nominare al loro posto “dui altre persone a cavallo per fare detta scorta”, a loro spese.

Il compenso pattuito è di quattro ducati ciascuno per ogni mese.

L’ anno successivo gli stessi Sindaci stipulano un’ altra convenzione con Camillo Gaballo e Paolo Russo alias Calabrese, entrambi di Nardò, i quali si impegnano a guardare et custodire tutto il territorio di detta città di Nardò per dui miglia intorno alla città a patto che non si faccia danno alcuno alle seminate et possessioni fruttifere et soi cittadini o abitanti, pena il pagamento da parte degli stessi guardiani a eventuali danni causati.

Dalla custodia sono escluse le masserie del territorio, tanto che se i due si renderanno conto di danni a tali strutture, non abbiano obblighi di denuncia al proprietario delle stesse.

Il compenso pattuito è di 7 ducati ognuno per ciascun mese di guardiania, a cominciare dall’ 11 gennaio e per un anno.

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