Aldo De Bernart e la foresta di Supersano

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Cripta di Coelimanna a Supersano

di Maria A. Bondanese

 

Un dì

per queste balze  

salmodiando salian

di buon mattino

barbuti monaci di S. Basilio.

Li accompagnava

un timido raggio di sole  

tra le rame del Bosco Belvedere

e il cinguettio gioioso degli uccelli      

saltellanti nella guazza.

 

Sembra di vederli quei monaci pensosi, evocati dal verso gentile¹ di Aldo de Bernart che alla profonda cultura, alla perizia di storico, al rigore di studioso univa la dedizione per i nostri luoghi, la cui identità ha insegnato ad amare e riscoprire. Luoghi in cui specchie, dolmen e pietrefitte rinviano ad epoche remote, a un tempo immobile, circolare ed arcano, laddove chiese, torri e castelli, densi di memoria, raccontano come dalla periferia vengano i fili alla trama della grande storia.                                                                                   Il tratto armonioso, l’eloquio dotto e persuasivo, Aldo de Bernart era solito sbalzare fatti e personaggi della realtà municipale con dovizia di particolari e vivida precisione, così da significarne il ruolo nella storia di questo territorio, segnato da lenti ma inarrestabili mutamenti nel suo patrimonio architettonico, viario e paesaggistico. Casali e masserie costellano la campagna salentina offrendosi testimoni silenti di un sistema insediativo antico ma residuale, come tratturi e sentieri, stretti tra filiere di muretti a secco, appaiono relitti di suggestive ma ormai desuete percorrenze.

La via misteriosa, via della ‘perdonanza’, serba però ancor oggi intatto l’incanto che l’esatta e suasiva descrizione fattane da Aldo de Bernart² riesce a trasmettere al lettore. In età medievale, quando viandanti e pellegrini si muovevano «per mulattiere insicure e per sentieri alpestri»³, la via misteriosa o «via degli eremiti»⁴ incardinando, tra le ombre della boscaglia, le chiese rupestri della Madonna di Coelimanna (Supersano) e della Madonna della Serra (Ruffano), costituiva quel percorso di crinale che dai dintorni di Supersano si snodava lungo il Salento delle Serre fino a S. Maria di Leuca.

«Legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi»⁵, il percorso di crinale lambiva la ‘foresta’⁶ plurimillenaria di Belvedere sulla quale amabilmente, in più di un’occasione⁷, Aldo de Bernart ha voluto soffermarsi, catturato dal fascino dell’immenso latifondo di querce, pressochè scomparso.

Pochi esemplari ne attestano ancora la superba bellezza ma la sua storia è narrata nel “Museo del Bosco”(MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso.

quercia spinosa
quercia spinosa

L’eccezionale polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni : Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»⁸ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere» , come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»⁹.

La caccia, la pesca, la raccolta di frutti e legna, di giunchi e canne palustri, la coltura di lino e canapa, l’allevamento di pecore e suini erano le attività più praticate all’interno del Bosco, assieme alla produzione di carbone. Tali le risorse del magnifico Belvedere, da conferire ai casali che di esso disponevano un valore di stima superiore a quelli che ne erano privi. Aldo de Bernart ricorda come «Fabio Granai Castriota, barone di Parabita, quando nel 1641 vende a Stefano Gallone, barone di Tricase, la Terra di Supersano con il bosco Belvedere e con il feudo di Torricella e della sua foresta, con i relativi diritti feudali, realizza il prezzo di 40.000 ducati»¹⁰. Cifra ragguardevole per i tempi e addirittura doppia rispetto all’ “apprezzo” che, nel 1531, ne aveva fornito Messer Troyano Carrafa nella compilazione dei feudi confiscati in Terra d’Otranto ai baroni schieratisi contro la Spagna.

La relazione¹¹, contenuta nell’ Archivio General de Simancas, rientrava nei lavori della commissione incaricata, nel 1530, dall’imperatore Carlo V di redigere l’elenco e la stima dei beni sottratti ai nobili ribelli, durante l’annoso conflitto tra francesi e spagnoli in Italia, che aveva travolto anche l’assetto feudale di Terra d’Otranto e giungerà a conclusione solo nel 1559. Al di là delle umane traversie, il Bosco continuava a prosperare lungo una superficie di oltre 32 kmq., delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro, ricca di acque alluvionali che sboccavano, come ricordava il ruffanese Raffaele Marti, «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni»¹².

Nel fitto bosco di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, si ergevano anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco, cui facevano corona piante e fiori del sottobosco e della macchia mediterranea quali alloro, corbezzolo, lentisco, mirto, viburno, pungitopo, rosmarino, gelso, rose di San Giovanni e senza che vi mancassero mele, pere, sorbe, nespole, uva allo stato selvatico. “Delizie” definisce perciò Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹³, in cui trovavano asilo cervi, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli, lepri, conigli, tassi, martore e puzzole accanto ai voraci lupi e ai possenti cinghiali, di cui l’ultimo sarà abbattuto nel 1864. Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane abbondanti in autunno ma che, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano »¹⁴, propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, aveva annotato che è «in luogo di aria non sana»¹⁵ .

Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del Sombrino entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino»¹⁶. Supersano, tra l’altro, acquista d’allora fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo – Supralzanum – di origine prediale, avanzerà l’ipotesi che il suo nome potesse essere «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»¹⁷, con chiara allusione alla bontà del clima.

Ma il Bosco, il cui legname pregiato nel 1464 era stato richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce¹⁸, subisce un progressivo e drastico impoverimento al punto che lo stesso Arditi nel 1879, scriveva :«Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»¹⁹. Non estranea comunque alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese.

Dopo lunga contesa con i Principi Gallone, in possesso del Bosco di Belvedere che assicurava loro «la pingue rendita di L.42.500»²⁰, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici.

«Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, viepiù affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»²¹. Mutato il contesto paesistico, solo il Casino della Varna, stupendo ritrovo di caccia d’impianto seicentesco tuttora esistente nell’agro di Torrepaduli, la cui «mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa», non più luogo d’incontro di nobili per lieti conviti, «rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere»²². La cui memoria però, intesa non come semplice conservazione e inerte deposito di dati ma piuttosto azione creativa e trasfigurazione del passato, è custodita nel Museo del Bosco di Supersano.

Nella memoria, infatti, tutto ci è coevo²³: il monaco filosofo Giorgio Laurezios di Ruffano, insegnante di filosofia morale per i novizi che “salmodiando salian” alla chiesa-cripta della Coelimanna, in una Supersano fantasma del XIII secolo con appena 120 abitanti terrazzani sparsi per le campagne, come ci ha spiegato Aldo de Bernart, maestro di vita, arte, letteratura, la cui missione educatrice e culturale resta operante nella mente e nell’animo di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

 

pubblicato nel volume antologico Luoghi delle cultura Cultura dei luoghi, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Grifo Editore

 

Note

¹ A. De Bernart, Notizia su Giorgio Laurezios di Ruffano e la sua scuola di filosofia nella Supersano medievale, «Memorabilia» 28, Ruffano, aprile 2011, riportato anche da «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 20

² Cfr. A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina 1994. Di Mario Cazzato è doveroso sottolineare la lunga e fruttuosa collaborazione con Aldo de Bernart nella valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico salentino.

³ Ivi, p. 23

⁴ Cfr. C. Sigliuzzo, Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento, in Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. I, Galatina 1957,               pp.73-76

⁵ A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, cit., p.15

⁶ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente» (C. U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, p. 140-141).

⁷ Cfr. A. De Bernart, La foresta di Supersano, «Il nostro Giornale», a. IV-n. unico, Supersano, 8 maggio 1980; A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere in A. de Bernart-M. Cazzato-E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, pp. 29-34

⁸ F. De Paola, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589) in M. Spedicato, I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85

Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano

¹⁰ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., p.31

¹¹ Cfr. F. De Paola, “O con Franza o con Spagna…” Note sulla geografia feudale di terra d’Otranto nel primo Cinquecento , in               M. Spedicato (a cura di) Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro,Galatina , 2008,                       pp. 85-87

¹² R. Marti, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23

¹³ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., ivi

¹⁴ C. De Giorgi, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, 1882, rist. Galatina 1975, Vol. I, p.148

¹⁵ L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.

¹⁶ R. De Vitis, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.                                                                                                             Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia,                                              cfr. M.A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25

¹⁷ G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p.577

¹⁸ Cfr. G. Fiorentino, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. Arthur-V. Melissano (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24

¹⁹ G. Arditi, op. cit., p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco di Belvedere perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.

²⁰ A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²¹ M. Mainardi, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108

²² A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²³ Cfr. Maria A. Bondanese, Sul tempo ed altro, «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 21

Le notti del Salento

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di Ermanno Inguscio

 

Tre eventi culturali scandiscono ogni anno il panorama culturale del Salento: la fòcara di Novoli, la notte di San Rocco a Torrepaduli e la notte della taranta a Melpignano. Tre appuntamenti che tracciano, sempre nel contesto sacrale della notte, la dimensione mitologica del fuoco, nel culto igneo di Sant’Antonio a Novoli, in pieno inverno, e, in piena estate, quella coreutico-musicale della pizzica-scherma, una nel culto di San Rocco a Torrepaduli e l’altra nella riproposizione della vetrina della tradizione musicale salentina del piazzale dell’ex convento degli Agostiniani a Melpignano.

Due santi della tradizione cristiana europea, Sant’Antonio e San Rocco, a sottolineare l’elemento primordiale del fuoco, a Novoli, e la passione del ballo della danza–scherma, tipica di Torrepaduli e l’appuntamento laico della notte della taranta, giunta ormai alla diciottesima edizione.

Grande festa popolare, il 22 agosto 2015 a Melpignano, che ha visto sul palco del concertone, insieme all’Orchestra Popolare, Luciano Ligabue ed artisti internazionali quali Paul Simonon (fondatore dei Clash, celebre band punk-rock britannica degli anni ’70 e ’80), Tony Allen (fondatore della musica Afrobeat, forse il più grande batterista al mondo, secondo Brian Eno) Andrea Echeverri (famosa cantante e chitarrista, componente degli Aterciopelados) Anna Phoebe (violinista inglese, abile nel cimentarsi in generi musicali diversi) e Raul Rodriguez (grande chitarrista dei Tres Flamenco), sotto la mirabile guida del maestro concertatore Phil Manzanera.

Grande successo mediatico, come da ventennale tradizione nonché di presenze stimate circa duecentomila nella serata conclusiva.

pizzica

Imponente successo di pubblico, oltre sessantantamila presenze, anche a Torrepaduli, il 18 agosto 2015, nello spazio sacro, come spesso definito da Pierpaolo De Giorgi, del Largo San Rocco, nella ottava edizione del Concertone della Notte di San Rocco. Evento organizzato, dal 2008, dalla Fondazione Notte di san Rocco, presieduta da Pasquale Gaetani. Un evento prodotto, come già da un triennio, dal direttore generale Cesare Vernaleone e presentato per le reti di Telerama dall’artista Rosaria Ricchiuto, che per ore fino all’alba del giorno seguente ha presentato ospiti di tutto riguardo, come Michele Placido , Eugenio Bennato e Beppe Fiorello.

Placido ha letto testi di Carmelo Bene; Bennato s’è rifatto alla tradizione musicale napoletana; l’attore Fiorello ha proposto alla platea di spettatori una una intensa rievocazione di canzoni di Modugno.

Una notte di San Rocco, quella di Torrepaduli non nata proprio ieri, attestata storicamente almeno dal 1531, e che presenta tradizione e pizzica, musica e devozione, uniti nel ritmo della festa popolare, che sublima il ferragosto, richiamando decine di migliaia di turisti e devoti del Santo di Montpellier, lanciandoli nell’agone della danza popolare, la pizzica-scherma di Torrepaduli.

scherma torre paduli

Qui canti e stornelli, alla corte del re tamburello, che ammalia e non stordisce mai, tracciano ancora i meandri della civiltà contadina, a riproporre attuali dispute tra studiosi su danza dei coltelli e mimo della rappresentazione della lotta, della danza maschile a mani nude protese a ricordare, forse anche la pizzica del corteggiamento di un tempo. Una danza, che sotto l’ottocentesco campanile di San Rocco, trova la sua massima espressione: qui sta parte del merito della Fondazione Notte di San Rocco, che punta ad innescare, con molteplici iniziative, il salto qualitativo di una cultura del territorio, da tutelare e tramandare, quando non si accontenta di coinvolgere una rete rocchina di feste patronali nell’intero Salento, con manifestazioni diffuse sul territorio e appuntamenti storico-culturali di prestigio.

La “notte” così è una dimensione culturalpopolare, fortemente sentita, e non può ridursi al solo fatidico “15 agosto”, quando la vacanza e il caldo sembrano favorire il formarsi di centinaia di “ronde” accanto al Santuario del Santo guaritore.

La notte di San Rocco, dunque, può dilatarsi per lungo tempo e durare anche fino ai fatidici “Quaranta” di Torrepaduli, quando il simulacro del Taumaturgo, dalla Matrice farà ritorno nella sua Chiesa-Santuario.

E’ questa, forse, la prerogativa assoluta del fascino della festa di San Rocco a  Torrepaduli: un patrimonio di secolare tradizione e di esperienza umana, ancorato alla storia del luogo, e che la Fondazione di Gaetani si ripropone di far conoscere al grande pubblico di fruitori e studiosi, promuovendo, con eventi studiati su base scientifica,  convegni e meetings di carattere internazionale.

Tamburelli, armoniche a bocca, violini e fisarmoniche, anche astraendo dalle moderne contaminazioni, non fanno altro che far sentire al mondo della cultura mediterranea, il trofeo di esperienze umane, sedimentate nella storia, da Torrepaduli, come sottolineato dal sottoscritto nella relazione al Convegno Europeo del 2013 a Lisbona. E allora alla brava regista e attrice Rosaria Ricchiuto, già alla terza esperienza di sapiente conduzione della “notte di Torrepaduli” non è stato difficile, insieme con Attilio Romita direttore del Tg della Puglia, presentare sul palco anche il regista salentino Edoardo Winspeare, Antonio Castrignanò, il Canzoniere Grecanico Salentino ed Enzo Pagliara, Rocco De Santis per ricordare il poeta Antonio Verri, Ruggero Inchingolo allievo di Luigi Stifani, il barbiere violinista delle tarantate, i Tamburellisti di Torrepaduli, i Mariglia Pizzica Salentina, i giovanissimi del gruppo Malià, Rachele Andrioli e Rocco Nigro, gli Sparrosh, la ballerina del Cilento Gessica Alfieri, la Compagnia di Scherma Salentina di Davide Monaco.

L’evento meritava di essere diffuso in diretta sul digitale terrestre delle TV Regionale di Telerama,, Canale 12 e Telesalento Canale 73, ma anche dalla emittente Regionale Viva La Puglia Cnale 93, dall’emittente nazionale Gold Tv Cnale 128 e dalle due reti Sky Made in Italy Cnale 875 e in Streaming su www.nottedisanrocco.it, www.trvews.it, www.regno.fm e su www.irdm.us.

Se batte forte dunque, come, è stato scritto, il ritmo della Taranta nel Salento, a rimarcare l’importanza dell’evento di Melpignano, non meno significativa è la “notte di San Rocco”, che, ricordiamo, è stata antesignana col Presidente Gaetani nella costituzione in Ente di Fondazione, nel 2008.

Soltanto due anni dopo, nel 2010, nel Palazzo Pasanisi di Torrepaduli, il gruppo di Sergio Blasi cominciò a coltivare l’idea di una Fondazione della Notte della Taranta. Del resto richiamare qui primati o primogeniture non avrebbe certo senso. Ma quanto a identità e genuinità di tradizione, in ambito antropologico e musicale, per Torrepaduli  è forse più di una semplice iperbole quanto scritto sul Corriere del Giorno del 1 settembre 2005, da Giovanni Pellegrino: La notte più significativa in estate del Salento e della Puglia è quella di Torrepaduli. Se passasse dal Salento un redivivo Caio Giulio Cesare, preferirebbe essere il primo schermidore di Torrepaduli piuttosto che il secondo organetto di Melpignano. Ciò con rispetto di tutti i professionisti in campo musicale e buona pace di ogni scatenato ballerino estivo.

Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli

 Frontespizio Conventino

Con la stampa de Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli  (Ruffano, 2015,Tipolit. Inguscio&De Vitis, pp. 40)  Ermanno Inguscio ha posto l’attenzione della comunità  di Torrepaduli sulla necessità della riscoperta e riappropriazione dell’identità cristiana dei nativi, posti nel difficile contesto di un mondo globalizzato, insidiato da pericoli di tipo consumistico, edonistico e, purtroppo, in diverse parti del mondo, da gravi fenomeni di integralismo, che rendono dura ancora oggi la testimonianza cristiana, sottoposta ad attacchi di ogni genere. A tali gravi difficoltà del cristianesimo moderno fanno riferimento gli accorati appelli del Pontefice, Papa Francesco, all’intera Comunità internazionale per contenere i ricorrenti fenomeni di cieca insofferenza religiosa.

Su iniziativa di Franco Melissano, priore  per un decennio (1995-2015) della Confraternita “Madonna delle Grazie e SS.mo Sacramento”, Torrepaduli ha voluto approfondire la conoscenza delle proprie tradizioni storico-religiose, affidando allo storico Inguscio la stampa de  Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli, che mette a fuoco l’importanza della presenza dell’Ordine dei Carmelitani in un centro della vecchia Terra d’Otranto. Risale al 1550, infatti, anno della fondazione di quel convento carmelitano a Torrepaduli, come quelli di Morciano di Leuca,  di Presicce e Miggiano, la presenza di quei religiosi nel Basso Salento. Soppresso nel 1652, per ordine di Papa Innocenzo X e riaperto sette anni più tardi, convento e chiesa hanno rappresentato un simbolo dell’operosità carmelitana  tra i nativi e del processo di cristianizzazione di quelle genti, almeno sino alla soppressione napoleonica delle leggi sulla feudalità e alla tempesta risorgimentale.

L’opuscolo, che sarà presentato ai Soci e al pubblico sabato 2 maggio 2015, proprio nella Chiesa del Carmine, alla presenza di Autorità religiose e civili, prende le mosse dalle fonti della storia, oggetto degli studi di settore di M. Ventimiglia, di E. Boaga, di B. Pellegrino,  di F. Gaudioso e dello stesso mons. Salvatore Palese, cui espressamente l’autore fa riferimento, per descrivere il contesto della Provincia Carmelitana di Puglia nei secoli XVI-XIX e la loro successiva diffusione geografica nella Regione e in Terra d’Otranto.  Si sottolineano poi  i principali aspetti religiosi e sociali della vita in convento ( lo studio, la preghiera, l’apostolato, la severità di “Ordini e Statuti”), l’osservanza della “Regola” e le animosità nei secoli per la nomina dei Padri provinciali. Si descrive l’impegno dei religiosi carmelitani e di quelle popolazioni nel privilegiare innanzitutto l’erezione della struttura dell’edificio sacro, la chiesa, e poi del convento, fatto di biblioteca, foresteria, orto, chiostro e locali per i monaci e conversi. Grande importanza, del resto, veniva attribuita dai Carmelitani alla loro presenza pastorale (predicazione, celebrazioni del culto liturgico) e soprattutto alle espressioni della devozione mariana e della diffusione dello scapolare, anche se per la Puglia, molto rimane ancora da esplorare sulle confraternite dello Scapolare da distinguere da quelle di ordine penitenziale d’ordine medievale. Nell’opuscolo di Inguscio, infine, esistono alcune doverose sottolineature sul conventino di Torrepaduli, specie a partire dalla soppressione murattiana del 1809, privato ormai delle cospicue rendite fondiarie di proprietà di un tempo e della stessa presenza della comunità religiosa. Chiesa e convento in età risorgimentale, adibiti ormai a struttura scolastica  del comune  (di Supersano sino al 1854 e  di Ruffano poi) furono spesso ritrovo abituale di carbonari, con il prete don Antonio De Giorgi (ma anche di Delfino Carletta, di Lucio Cacciapaglia, di Giulio Morieri e  di Vincenzo Giannotta) e l’arciprete Caracciolo, che alimentarono la “serrata antiunitaria” di Torrepaduli del 24 settembre 1860. Dalla fine dell’Ottocento, chiesa di S. Maria del Carmine e convento, divennero sede dell’odierna Confraternita “Madonna delle Grazie e SS.mo Sacramento”. L’antistante Piazza Carmelitani testimonia nel toponimo ancora oggi, nella storia di Torrepaduli, l’antica presenza  della religiosità carmelitana in Puglia e in  questo importante piccolo convento (“conventino”) di Terra d’Otranto.

tra “tracce di ellenismo” nel Basso Salento e il culto di San Rocco nell’area mediterranea

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di Ermanno Inguscio*

 

Accogliamo oggi, nella nostra Comunità di Ruffano e Torrepaduli, una nutrita delegazione di cittadini ateniesi, a ravvivare quel “fil rouge” che lega la nostra civiltà occidentale alla “classica grecità” di concittadini europei, in visita nel Salento, il quale si configura nella storia come un’autentica esclave griko-ellenofona, che presenta ancora oggi, al di là dei centri noti della Grecìa “grika”, significativi resti culturali in campo archeologico-artistico, in campo storico-linguistico e nel contesto antropologico delle tradizioni popolari. Nel linguaggio comune dei nostri dialetti persistono ancora parole di chiara derivazione ellenica. Non è infatti, la nostra, quella del Salento, secondo l’espressione del De Martino, la “terra del rimorso”: un autentico grosso chiodo (detto “cintrune”, in ambito popolare,  “kentron” in greco, ad indicare un’idea fissa, che ti perseguita), piantato nella coscienza collettiva, sulla quale la musicoterapia della pizzica, genere musicale popolare in contatto proprio a Torrepaduli con il culto di San Rocco, cerca da secoli di addolcire il disagio interiore personale e spesso di una collettività intera? E non mancano altri termini, ancora in uso in ambito popolare, come matthra, cuddhura,limmu,stompu, vespra, pitta, pittule,,mantili  e canduscia e, in quello botanico-culinario,  come cirasa, milu,tolica, cicora, cutugnu, sita e carrofulu.

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L’isola linguistica dell’Hellas otrantina” non si riduce nel Salento soltanto all’area delle nove comunità ellenofone della “Grecìa salentina”, su cui oggi è stato abilmente innestato il marchio commerciale de “La Notte della Taranta”. Essa fu innegabilmente molto più vasta e interessò tutti i centri abitati di quella magica “terra tra i due mari”, lo Jonio e l’Adriatico. La storia delle nostre tradizioni popolari, delle arti figurative e delle scienze umane salda in un unico snodo strategico, su molti territori del Bacino mediterraneo, e del Salento in particolare, le radici greco-romane della nostra civiltà e la stessa tradizione del culto a Santi dell’era cristiana, come quello a San Marco Evangelista, a San Paolo, a San Teodoro d’Amasea, a San Rocco di Montpellier. L’innesto sulla matrice religiosa pagana del culto cristiano ai Santi, trovano espressione la cultura e la fede popolari, espressioni autentiche di identità civile. Non è dunque fuori luogo accostare espressioni tipiche della fede religiosa (celebrazione del momento festivo, danze popolari, ricerca di relazione tra simili e ricerca dell’Assoluto) con lo studio delle civiltà mediterranee, che, come quella della Grecia antica, impose ai forti romani e alla loro tradizione giuridica, il primato del pensiero e della filosofia classica in ogni campo dello scibile umano.

Ecco perché oggi, davanti agli eredi della civiltà ellenica, che ci onorano della loro presenza, per un intero giorno, non possiamo che definirci fortunati fruitori di una relazione speciale. Come speciale dovette essere la coesistenza tra generazioni di nostri antenati in era magno-greca e bizantina, che fecero la civiltà dell’Italia Meridionale, toccando eccellenze in ogni campo. Antenati che seppero comunicare in un contesto bilingue, l’uno di derivazione dialettale, l’altro certamente “griko”, gustando le affinità e le differenze di idiomi divenuti una seconda lingua madre, a cui ci si accostava con ancestrale fiducia e capacità comunicativa. Si viveva, per secoli di contatti con il mondo bizantino-greco, in un contesto linguistico apprezzato e trasmesso di generazione in generazione a perpetuare le caratteristiche della propria civiltà, divenuta una ed amata. Quella lingua “grika”, anche a Ruffano e Torrepaduli, era un comune strumento linguistico almeno sino agli inizi del Settecento, quando poi venne edificata la Chiesa Matrice della “Natività” sul preesistente sito di rito greco. Ciò è confermato da mons. Giuseppe Ruotolo, che scrivendo nel 1969 sul culto greco a Ruffano, riportando il De Rossi (1711), attestava lo stile greco della chiesa parrocchiale, l’osservazione del rito greco e i rettori greci come ricordato da don Gabriele Capasso, sacerdote greco. Estremamente significativa è poi stata la presenza dei numerosi copisti nel  Salento di manoscritti greci, come quello di Giorgio da Ruffano, conservato nella Queriniana di Brescia e studiata dallo stesso André Jacob. Proprio allo studioso belga, bizantinista di fama mondiale, avevo scritto, in un suo breve soggiorno romano, per avere notizie circa l’antica grancia  su cui insisteva la chiesetta di San Teodoro di Amasea a Torrepaduli. Covavo infatti la segreta speranza che l’insigne storico mi potesse dare traccia, magari nell’Archivio Segreto Vaticano, per uno studio a tal proposito più approfondito e documentato. Non ebbi risposta scritta, ma egli di persona, in un Convegno di studi ad Andrano, qualche tempo dopo, mi suggerì di perseverare nella ricerca archivistica, poiché, in tale campo, parole testuali, “le sorprese sono sempre dietro l’angolo”. V’è da immaginare, dunque, quanto lavoro di ricerca ci resta da fare. E in tal senso, da tempo, mi spinge alla ricerca l’etnomusicologo Pierpaolo De Giorgi. Ma nella stessa direzione, quanto a impegno finanziario-editoriale, dovranno sostenerci la “Fondazione Notte di San Rocco” e il suo Presidente Pasquale Gaetani.

scherma torre paduli

Quanto all’ambito artistico, campo sconfinato di testimonianze storico-documentali presenti sul nostro territorio, l’esempio più grande di testimonianza di arte bizantina nella diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, è proprio l’affresco della cripta di San Marco a Ruffano (sec. XII), nel quale il Diehl  aveva stabilito una relazione tra pittura parietale e illustrazione libraria dei codici miniati: qui il modello in ambito monumentale risulta un fenomeno artistico di “trasferimento” diretto dalla decorazione libraria. L’impronta dell’Evangelista Marco, già attestata nel IV secolo dell’arte del periodo romano, è un modello riscontrabile in diversi codici miniati cristiani. L’affresco ruffanese di San Marco, insieme alla raffigurazione di San Pietro, venne realizzato al tempo  in cui il Salento, con l’Abbazia di Casole, visse la “rinascenza-resistenza” culturale bizantina, tra l’ultimo  venticinquennio del XIII secolo e l’inizio del XIV, periodo che “segna il momento più intenso della produzione di libri greci in Terra d’Otranto”.  Il fenomeno dei manoscritti italo-greci, ad opera di copisti salentini, è la testimonianza di una intensa attività intellettuale, che vide il Salento come crocevia culturale tra l’Italia Meridionale e l’Oriente.

E concludiamo, spendendo almeno una parola per questo tempio, Chiesa-Santuario dedicato a San Rocco di Montpellier, retto oggi da don Mario Ciullo. Davanti all’ottocentesca facciata della chiesa del Pellegrino francese, ogni anno a Torrepaduli, nell’ampio sacro contenitore, area dello spazio tempo per il rito del “ballo di San Rocco” e della “notte della pizzica scherma salentina”, si perpetua il rito di una danza infinita, fatta nelle “ronde” di suonatori-guaritori e attori-ballerini alla ricerca di se stessi e di un contatto con la folla.

convegno san rocco

Assoluta protagonista, la folla di intenditori, sin dal 2008, il 18 agosto di ogni anno, nella celebrazione  della “Notte di San Rocco, tamburello, pizzica e scherma in ronde”, ad opera del Concertone della omonima Fondazione. Ma un tempo, sin dal 1531, tra i due centri abitati, noti per il detto popolare “Manci a Turre e bivi a Rufano”, vi era soltanto una chiesetta “extra moenia”, ricovero di pellegrini , di ammalati, di animali, di bambini “esposti” alla carità di una famiglia disposta ad accogliere alla vita un nuovo essere umano. In quella chiesetta, per secoli, hanno trovato asilo e conforto religioso, come negli ostelli della Via Francigena verso Roma e Santiago de Compostela, pellegrini, preti di rito latino, papas di rito greco, viandanti, sulla “via della perdonanza”, forse in cerca di avventure e imbarcarsi per Gerusalemme. In quei luoghi di culto e di passaggio, sulla direttrice Sud, che da Roma portava, via Gargano, a Gerusalemme, anche le chiesette di San Rocco costituivano tappe obbligate per rinfrancarsi e fare il punto per la propria meta.

Qui, almeno sin dall’anno Mille, al tempo delle grandi Crociate, si incanalavano flussi di mercanti-avventurieri, pellegrini-guerrieri, imbattendosi in contrade dove l’idioma “griko” richiamando il fascino di città ricche come Bisanzio, ne aumentava il desiderio di conquista. Oggi quel patrimonio linguistico resiste ancora, pur con i pericoli della globalizzazione, nei paesi della Hellàs otrantina. Ma nei paesi circostanti, come Ruffano, la storia greca forse giace ancora tra le pieghe polverose dei documenti d’archivio, che invece, andrebbero  squarciati dalla luce della ricerca. E chi vi parla ricorda ancora, da bambino che frequentava a Corigliano d’Otranto l’ultimo anno di scuola elementare, l’affascinante e oscuro dialogo tra paesani, davanti al quale si dilatava la mia curiosità infantile. Quella curiosità-meraviglia di uno scolaretto, che aveva dovuto, per motivi familiari, abbandonare una classe di compagni, frequentata tra i banchi anche dall’indimenticabile Amedeo De Rosa. Lo avevo ritrovato da adolescente a rincorrere il pallone sul “campu te Santu Roccu” e da adulto, sul palco delle performances dei “Tamburellisti di Torrepaduli”.

L’incipit di quel vecchio campo comunale, da sempre area fieristica per la fiera di San Rocco, è scandito da una stele-ricordo, ad opera dell’Amministrazione comunale, in ricordo del tamburellista De Rosa, che aveva contribuito a rendere onore alla nostra terra, con la musica della pizzica-scherma di Torrepaduli, sino in Cina e in Canada.

San Rocco

Quanto a San Rocco, sotto la cui ala devozionale prendevano forma la creatività artistico-musicale di Amedeo De Rosa e la mia passione di futuro storico, affinata in decenni di insegnamento nei licei statali della Penisola, mi capita, da qualche tempo, di prendere parte a simposi internazionali e meetings scientifici su tematiche rocchine. In quei prestigiosi contesti, in giro per l’Europa, come a Montpellier nell’estate del 2012 e più di recente a Lisbona, nell’ottobre del 2013, ho relazionato, nella capitale lusitana, sulle tracce di cultura correlate al culto di San Rocco nei Paesi del Bacino mediterraneo e sul riverbero di quelle in ambito antropologico e sociale. Ho comunicato così l’entusiasmo delle popolazioni del Meridione d’Italia per il Santo Pellegrino, patrono della peste; ho rimarcato la specificità della tradizione religiosa e culturale del Santo guaritore di Torrepaduli; ho esposto le caratteristiche della magia della “notte di San Rocco” e della sua tipica danza scherma, a fronte del vanto della “danza dei bastoni”degli spagnoli delle Asturie di Llanes e dei festeggiamenti al Santo a Cidad Velha nelle Isole di CapoVerde.

san rocco

Soprattutto ho avuto modo di prospettare ad un pubblico di studiosi provenienti da tutta Europa e persino dal Brasile, le potenzialità di un turismo religioso e culturale, volto alla fruizione giovanile, secondo le “direttive” del Consiglio d’Europa, a cui meritoriamente si ispirano molte iniziative, come quella dello scambio Italia-Grecia di oggi, della “Fondazione Notte di San Rocco. Tamburello, pizzica scherma in ronde”, sotto la regia del presidente Gaetani. Agli amici Greci, al cui capo di Governo è oggi affidata la guida del primo semestre europeo del 2014, noi sentiamo di dover confermare quei sentimenti di amicizia espressi questo pomeriggio dal sindaco, Carlo Russo, nella nostra Sala Consiliare del comune di Ruffano. A loro, a tutti noi, resta l’impegno, non di poco conto, di tenere alto il valore di una Europa, “casa comune” di tanti popoli, che, con modalità diverse, hanno fatto la storia della nostra civiltà e di riscoprire e rinsaldare i vincoli di pace e solidarietà per affrontare le problematiche impellenti di un pianeta esposto alle sfide della globalizzazione.

 

* testo della relazione pronunciata in occasione dello Scambio Culturale Italia-Grecia. Ruffano, 07 gennaio 2014. nella Chiesa-Santuario di San Rocco in Torrepaduli.

“La scherma, il codice, la ronda” (…nella notte di San Rocco a Torre Paduli)

scherma torre paduli

di Daniele Vigna

La processione è finita, i pellegrini si radunano sul sagrato della chiesa.
Vengono a piedi dai paesi vicini e dormiranno all’aperto questa notte.
Qualche fuoco prende vita e scalda le pelli dei tamburi, le rami dei cimbali
brillano e già cominciano a fremere.
Ci si ritrova dopo un anno ed è naturale salutarsi con rispetto prima di
entrare nella chiesa del santo a inginocchiarsi e a pregare con devozione.
Il segno della croce, un ultimo sguardo e si lascia l’altare alle spalle
insieme all’odore d’incenso e di cera misto alle voci cadenzate dei rosari.
Dirimpetto c’è il clamore della festa che comincia a prendere vita con i suoi
grandi cerchi fatti di uomini e di tamburi: le ronde.
Ci si raduna, qualche frase per definire i ruoli sostituita, a volte, solo da
uno sguardo, tanto lunga è ormai la conoscenza. In mezzo a centinaia di persone
sbocciano i cerchi. “A nome te Diu!” grida un anziano, il pollice comincia a
battere la pelle del primo tamburo e gli altri lo seguono; il cerchio, come una
rosa, fiorisce, si allarga e comincia a srotolarsi un ritmo lento e regolare,
possente, lo si sente vibrare nei piedi e salire nel ventre, nel petto.
Tthumm! Tthumm! Tthum tthum tthum!
I primi due sfidanti fanno un cenno, prendendosi per mano si fermano, si
guardano negli occhi, presentano simbolicamente le armi: l’indice e il medio
distesi e il pollice chiude le altre dita. Le gambe sono flesse e leggere, il
baricentro basso, la colonna distesa, le spalle dritte e lo sguardo fermo. Si
gira ancora, studiandosi e aspettando il momento giusto per cogliere una
breccia nella difesa dell’avversario. A turno una volta si attacca, una volta
si difende, muovendosi e respirando assieme al ritmo del suono. Secondo il
codice antico, chi viene colpito più volte esce fuori dalla ronda. Il rituale
lentamente comincia a rivivere svelandosi e i tamburi battono la cadenza
catturando il pulsare del cuore: tthum! Tthum! Tthum tthum tthum!
Un altro cenno, altri due avversari si prendono per mano e inizia una nuova
sfida: il codice vuole che ogni attacco venga presentato e sferrato sull’ultimo
accento della terzina assieme al battere sonoro del piede al suolo. Nessuno può
trasgredire, mancare di rispetto all’avversario significa offendere la ronda e
con forza essere cacciati via tra il disprezzo di tutti.
Nessuno può disturbare la ronda, “Ci nu ssai ‘soni statte ccasa!”, e per farne
parte bisogna conquistarsene la fiducia e il rispetto anno dopo annno. Ogni
gesto si impara bene osservando e affrontando l’avversario, ogni regola viene
compresa dopo ogni sbaglio e ancor più attraverso i consigli preziosi dei
maestri, festa dopo festa, anno dopo anno, a patto di saperli sedurre col
rispetto, la perseveranza e la misura. Una volta fatto questo, però, nella
sfida si è soli, in nessun caso è consentito trasgredire le regole o il maestro
sarà il primo a punire gli sciocchi cacciandoli via con sdegno e disonore. Non
è ammesso colpire il viso, è segno di stupidità e di arroganza; mai voltare le
spalle allo sfidante, ne si ferirebbe l’orgoglio; mai in nessun caso viene
tollerata la violenza, il corpo dell’avversario deve essere solo sfiorato, non
colpito, e se ciò accade accidentalmente, le scuse vengono immediatamente
presentate con un cenno della mano destra.
Le sfide si avvicendano nei cerchi che si allargano e gli occhi soggiogati
dalla luce febbrile dei cimbali, osservano inebriati la danza dei corpi e dei
tamburi.

 

Un convegno internazionale sul culto di San Rocco nel mondo

convegno san rocco

A LISBONA UN CONVEGNO INTERNAZIONALE

SUL CULTO DI SAN ROCCO NEL MONDO

  (Lisbona, 4-7 ottobre 2013)

 

di Ermanno Inguscio

 

Dal 4 al 7 di ottobre 2013, nella capitale lusitana, nel Bairro Alto, si ritrovano studiosi di una decina di Paesi di due Continenti, l’Europa e l’America, del Sud e del Nord, per confrontarsi su “Le Feste di San Rocco nel Mondo. Tracce di cultura”, un tema proposto dalla Irmandade de Sao Roque di Lisbona, che fa gli onori di casa per tutto il tempo in cui i convegnisti esporranno i loro approfondimenti, nella grande Sala del Museo Nazionale della Farmacia. Scopi del meeting storico-culturale sono lo studio e la comprensione interdisciplinare centrato sulla identità territoriale e l’incentivazione dei valori religiosi, culturali e patrimoniali, materiali e immateriali, riscontrabili in tale ambito. Le feste di San Rocco nel mondo possono così tramutarsi in prodotto di valorizzazione turistica e culturale, veicoli di scambio e di relazioni integrate.

Nella città  battuta dai venti dell’Oceano Atlantico, in terra di Estremadura, Lisbona, alla foce del fiume Tago, dove non di rado, in autunno, nei giorni di sole i giovani d’ogni età giocano con le onde tra le spiagge di Cascais o di Oeiras, studiosi provenienti da Belgio, Francia, Spagna, Italia, Isole di Capo Verde, Canada e Brasile e naturalmente dal Portogallo, espongono le loro importanti comunicazioni, sulle modalità del momento festivo relativo al Santo Pellegrino di Montpellier e mettere in rete, tra comunità e popolazioni diverse, esperienze culturali legate alla fede, alla devozione, al folklore, alla vita di pubblica relazione.

Sono quasi tutti giunti in aereo, con le compagnie più disparate, i convegnisti, a vivere questa esperienza storico-culturale, in una capitale europea di circa seicentomila abitanti, con il fuso orario di Greenwitch e un abbigliamento consono alle turbolenze del clima tipicamente oceanico, che s’ispira a grande prudenza. Oltretutto è la città dei tram, dei traghetti, di “elevadores” (funicolari o ferrovie a cremagliera), di ponti (spettacolare il ponte di Vasco de Gama) e delle tre linee di metropolitana. “Lisboa  Em”, la rivista mensile della città, è un’affidabile guida per conoscere tutte le proposte artistiche e culturali della capitale.

San Rocco

Tra gli ospiti d’onore, oltre alla sindaco di Montpellier (città natale di San Rocco), madame Mandroux, e ai sette ambasciatori dei Paesi di provenienza dei convegnisti, vi è anche  il direttore del Centro Italiano di Cultura, ch’è ospitato in una palazzina del XVII secolo, in Rua do Salitre. Del Convegno Internazionale, specie il 5 ottobre ch’è sempre giorno festivo in Portogallo, scrivono tutti i principali giornali in edicola, il “Publico”, il “Diario de Noticias”, “A Capital”, e  il “Diario de Manhà”. Qualche interessante passaggio anche su uno dei canali della “Televisao Portuguesa” e di alcune emittenti televisive locali. Lisbona, nel nome il ricordo di un’origine misteriosa. Dai primi insediamenti di epoca preistorica ubicati  a Monsanto, Olisipo, vocabolo pre-romano da cui deriverebbe il nome della città (città fondata da Ulisse nel suo peregrinare prima del ritorno nella sua Itaca), o Alis Ubbo, che significa “amena insenatura”, di derivazione fenicia o la voce celtiberica  Lysus (più il suffisso fenicio –ippo), che significa “bellezza”: tra le leggende l’unica cosa chiara è la condizione marinara marcata nelle sue origini. Il fiume Tago, da sempre “porta di Lisbona” e lo sconfinato oceano, che celava per secoli un Continente inesplorato, Le Americhe, la fanno ancora da padroni, nei venti, nel clima, nel regime delle precipitazioni. Come per secoli questa terra lusitana era stata dominata, dopo i Romani, da Alani, Svevi, Visigoti e Arabi. Dopo la riconquista degli eserciti crociati, con Don Afonso Henriques, primo re del Portogallo, nel 1147, il destino della città portò alle scoperte dei navigatori portoghesi, delle Isole Canarie, Madeira e Azzorre. Dopo sciagure ed invasioni, una splendida rinascita: Colombo fissa la sua residenza in Spagna (1486), Bartolomeo Diaz doppia il Capo di Buona Speranza. Dopo le lotte per l’indipendenza dal potere spagnolo, con il Trattato di Tordesillas  (1494), diviso il mondo tra Spagna e Portogallo, i navigatori lusitani giungono in Groenlandia (J. Fernando Labrador), in India (Vasco de Gama), in Brasile (P. Alvares Cabral). Con l’oro brasiliano arrivato da Oltreoceano, non fu difficile lo scambio culturale con la madrepatria, ivi compreso il culto dei Santi, come quello di San Rocco. E proprio nel primo pomeriggio del 4 ottobre 2013, le delegazioni straniere invitate sono accolte nella  Sala della Lotteria della Santa Casada. Nel Bairro Alto di Lisbona la prima escursione dei convenuti con la statua di San Rocco e il cane. Dopo la visita al Museo della Chiesa di San Rocco, nella tarda serata, una grande emozione di sentimenti per tutti nella Messa cantata con cantori di fado, musica popolare tipica di Lisbona. Commistione artistica tra lundun  brasiliano,  morna  di Capo Verde, modinhas  e influenze nordafricane e la storia stessa delle navigazioni, che fa amare questa musica dalle classi elevate a quelle dei quartieri poveri dell’Alfama: una forma espressiva che molto si avvicina alla definizione dell’identità nazionale portoghese. E il pensiero corre a “Segredo” della cantante Amalia Rodriguez e della sua acrobazia vocale, al servizio della espressione pura. Sabato, 5 ottobre 2013, in due sedute, l’una mattutina e l’altra pomeridiana, è il giorno del Convegno Internazionale, nella splendida location dell’Auditorium del Museo della Farmacia, dotata di ogni supporto audio televisivo, traduzione simultanea in cinque lingue, in cui ogni “conferencista” espone il frutto di studi e pubblicazioni.

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Per l’Italia Meridionale, e dal Salento in particolare, l’argomento trattato è “Tradizione e danze popolari nel “ballo di San Rocco”, dove si illustrano ai convegnisti le peculiarità della pizzica salentina, ed in particolare la modalità della “danza scherma” di Torrepaduli, all’interno del complesso apparato dello svolgimento del momento festivo. In serata è la volta di una novena al Santo, nella chiesa di San Rocco, animata col canto del coro della Cappella Patriarcale, diretta dal maestro Joao Vaz.

La solennità del Santo Pellegrino ricorre e si festeggia a Lisbona, domenica 6 ottobre: una affollatissima Messa Patriarcale e una folkloristica processione per le strade del Bairro Alto, con l’ostensione di una  venerata reliquia del Santo, che risale storicamente al 1506. Tutti i convenuti, abitanti di svariati quartieri della città, devoti, turisti a seguire trionfalmente il simulacro di San Rocco. Ogni sasso, ogni volto, ogni suono, ogni sapore (delle osterie popolari, dei caffè liberty), ci ricorda incessantemente che in questa città scorre sangue misto. Quello di un popolo ospitale, tra i più tolleranti e meno razzisti del mondo, che si prende il “suo” tempo per allineare Lisbona al profilo di capitale europea. E mentre fa posto ai grandi centri commerciali, alle grandi strutture dell’Expo 98, i suoi vicoli, noti perché girando attorno agli angoli permette di ascoltare un’infinità di rumori, sono un dedalo di viuzze rotto da spazi monumentali, ai cui lati, locali d’ogni genere impastano note di fado con le zaffate di pesce fritto. Lisbona, divisa in città bassa (Baixa) e città alta (Bairro Alto), ci permette nell’Alfama, il quartiere più antico, di vivere le emozioni di un abitato povero e affascinante, un tempo arabo, oggi abitato dai profughi delle colonie (retournados), ritenuta come la Soho di Lisbona, talmente trendy da non esserlo più, e presa d’assalto a tutte le ore da orde di turisti. Con una puntata al Chiado, area di shopping e di caffè schic, la processione sfiora Estrela, zona popolare e ridente, e Lapa, pirotecnica e rutilante di notte, riuscendo a consegnare anche il caratteristico “pane di San Rocco”.

Il terzo giorno, lunedì 7 ottobre 2913, è giornata riservata al giro panoramico della città per tutte le delegazioni straniere intervenute al Convegno Internazionale.  E via ad ammirare l’espansione urbanistica della città, posta anch’essa su sette colli, i suoi nuovi viali e gli edifici ricoperti di azulejos, gli alberi dell’Avenida da Libertade, chiese , monumenti ed edifici pubblici, come la Casa da Moneda, Piazza Marques de Pombal, Piazza de Saldanha, il Campo Grande (con la Biblioteca Nazionale  e il Laboratorio Nazionale di Ingegneria Civile), l’Avenida de Berna, Palàcio Marques de Fronteira, la Torre de Belém, dal caratteristico baluardo poligonale e la torre quadrangolare e, infine, il Padrao dos Descobrimentos, monumento alle scoperte.

E’ facile ammirare questa capitale lusitana; con un paio di bus appositamente noleggiati, l’Irmandade lusitana, anche se in una breve mattinata, permette a tutti gli ospiti di rivisitare, o di prendere per la prima volta visione di una città, nata nella zona portuale sul fiume Tago, protagonista di grandi scoperte nella storia umana, e il cui baricentro (non solo notturno) è sull’acqua. Con sapienti interventi di archeologia industriale, dai Docas, un tempo magazzini mercantili, oggi pullulano bar, ristoranti e discoteche, frequentati da giovani che giorno fanno quartiere generale alla esplanada Graca e a quella di santa Lucia. Il desiderio di sole dei Lisboeti, anche in ottobre, è appagato dal verde dei 25 ettari nel cuore della città, Parque Eduardo VII, dove i giovani si rincorrono in bici o giocando a freesbe e i vecchi giocano alla “bisca lambida”, un lancio di carte, seguito da esclamazioni incomprensibili. Concluso il tour, poco prima dell’ora di pranzo, i convegnisti sono ricevuti in maniera ufficiale dal Presidente della Camera Municipale di Lisbona, dr. Antonio Costa, nella Sala Nobile. Presenziano  D. Manuel Clemente, Patriarca lisboeta; il dr. Pedro Santana Lopez, Provedor de SCLM; il dr. Pedro Pestana de Vasconcelos, Provedor Irmandade da Misericordia e di San Rocco di Lisbona; la sindaco della città francese di Montpellier, Hélène Mandroux e M. Leopold Beaulieu, Presidente-direttore della Generale FonAction CSN. I sette ambasciatori dei Paesi partecipanti all’importante meeting, ringraziano, a nome del le Delegazioni intervenute, le autorità civili, religiose e delle Associazioni Europee di San Rocco. E poi la volta dei saluti dei Presidenti dei Centri Nazionali di Cultura, tra cui  il dr. Guilherme  d’Oliveira  Martins, Presidente del Centro Nazionale di Cultura portoghese, che hanno dato man forte alla manifestazione ottobrina sul culto del Santo. A pranzo ogni ospite, oggi  in una delle caratteristiche  tascas , osterie tipiche, degusta i prodotti ittici freschi, tipici della cucina lusitana. Essa presenta, infatti, l’ingrediente di base, il pesce, in particolare il baccalà, proposto in due versioni veramente appetitose. Ma non manca chi si orienta sui piatti di carne, zuppe rustiche e dolci che più dolci non si può. Il tutto innaffiato dal principe delle tavole lisboete, il Porto secco o dolce, o dal Clarete, un rosato intenso, che anche in questo locale spilla direttamente dalle botti. Ma nei giorni scorsi la fantasia culinaria portoghese è venuta incontro agli ospiti con buona parte dei piatti tipici della cucina lisboeta: Acorda (zuppa di mollica con carne, pesce e frutti di mare), Carne de Poirco, Feijoada, Mariscos, Peixinhos da horta, Pipis, Caldo verde, Touchn do ceu (dolce a base di zucchero, mandorle e uova).

Nel pomeriggio, tutti a sciamare verso Portela de Scavem, il vicino aeroporto della Capitale portoghese, tramite cui parte farà ritorno in patria nelle città della vecchia Europa, e per altri, prima di farlo, dovrà rassegnarsi alla trasvolata transoceanica dell’Atlantico e tornare ad immergersi o nel tepore della primavera brasiliana o ripiombare nel brivido verde-ghiaccio di boschi e lande sterminate dei freddi autunnali dell’emisfero canadese.

 

La notte di San Rocco a Torrepaduli

Santuario di San Rocco a Torrepaduli

di Stefano Tanisi

Nella calda notte di Ferragosto a Torrepaduli di Ruffano si tengono i festeggiamenti in onore di San Rocco, che conservano intatto il fascino della tradizione. Dentro il santuario i devoti di San Rocco gli chiedono grazia o lo ringraziano per il miracolo ricevuto.

Nella piccola cappella continuamente si recitano lodi e preghiere, si bacia ardentemente e si accarezza il simulacro ligneo del Santo che lo rappresenta come un giovane pellegrino, con ai suoi piedi un piccolo cane che gli lecca la piaga sulla gamba, provocata dalla peste. È questo forse l’aspetto più spontaneo e squisitamente devozionale che non si è mai perso, che continua di anno in anno come succede da secoli. Fuori dalla cappella, invece, si svolge l’aspetto più magico e spettacolare: sotto il ritmo incalzate dei tamburelli si svolge la nota “danza dei coltelli”. Si comincia alle 23, dopo che la statua del Santo è rientrata nella sua chiesa, per durare fino alle 5 del mattino seguente, quando al primo suono delle campane si annuncia la prima Messa: così l’aspetto religioso prende nuovamente risalto rispetto a quello profano.

La “danza dei coltelli” consisteva appunto in un duello di coltelli, danzato a ritmo della pizzica salentina. La sfida avveniva fra le comunità Rom per la contesa del territorio e delle mercanzie, aspetto quindi che in origine non apparteneva propriamente alla popolazione torrese e ruffanese. Ora questa tipica manifestazione è simulata come svago.

Tra i più interessanti e storici documentari sulla “danza dei coltelli” troviamo il cortometraggio “Osso Sottosso Sopraosso. Storie di Santi e di coltelli la danza scherma a Torrepaduli” girato nel 1983 e realizzato da Annabella Miscuglio (Lecce 1939 – Roma 2003) e Luigi Chiariatti, con la regia di Annabella Miscuglio e le riprese di Nicolai Ciannamea.

Nel 2004, su iniziativa dell’Associazione Ernesto de Martino – Salento e il Comune di Ruffano, questo filmato è stato pubblicato per le edizioni di Kurumuny (Numero 11 – Quaderni dell’Associazione E. de Martino – Salento), allegato insieme ad un volume, dove si ricorda la figura della compianta Miscuglio (Per informazioni: www.kurumuny.it).

Libri/ “La Pizzica Scherma di Torrepaduli” di Ermanno Inguscio

di Paolo Vincenti

La pizzica scherma  è la principale attrazione della festa di San Rocco di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Nella magica notte agostana della danza delle spade, infatti, la piccola frazione diventa il centro del mondo per migliaia e migliaia di visitatori e turisti che, fra il 15 ed il 16 agosto, si riversano nelle affollate contrade di questo paesino del medio Salento.

Per l’occasione, Torrepaduli diventa via vai di commercianti, che alla secolare fiera di San Rocco espongono i loro prodotti,  di fedeli, che si recano nel Santuario torrese per pregare davanti alla statua del Santo di Montpellier, ed  incrocio di culture e scambio vitale e prezioso di pareri, idee, esperienze che si confrontano, in questi tre giorni, nel segno del protettore degli appestati, Rocco, il santo spadaccino. Nella notte dei tamburelli e dei coltelli, girano nelle danze i destini degli uomini e delle donne che ballano al centro della piazza, sotto lo sguardo vigile del Santo, il quale, ogni anno, benedice questa festa, che rende Torrepaduli un punto di riferimento nell’ambito del folklore e delle tradizioni popolari salentine, sia per gli amanti del nostro territorio che per gli studiosi. I ricercatori, infatti, hanno sempre qualcosa da scoprire su questo culto e su questa danza antica e misteriosa che ancora non ha svelato del tutto il suo fascino segreto ma continua ad ammaliare con un sibilo lungo che difficilmente le nuove tecnologie offerte dalla modernità massificante e la omologazione culturale di questi ultimi anni riusciranno a spegnere.

Fra gli studiosi più attenti, vi è Ermanno Inguscio, il quale all’ombra del Santuario torrese è nato e cresciuto e al fenomeno della danza delle spade ha dedicato diversi libri, come quest’ultimo: La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco: la festa, il mito, il santuario, edito da Lupo (2007). Questo libro, patrocinato dal Comune di Ruffano,  con una Prefazione di Gino

Libri/ Osso Sottosso Sopraosso

di Paolo Vincenti

E’ stato ripubblicato “Osso sott’osso sopraosso- Storie di Santi e di coltelli –la danza scherma a Torrepaduli” di Annabella Miscuglio e Luigi Chiriatti, per le edizioni Kurumuni-libri, di proprietà dello stesso Chiriatti, con il patrocinio dell’Associazione E.De Martino-Salento e del Comune di Ruffano.

Questa è una iniziativa editoriale un po’ insolita, come tutte quelle che riguardano Chiriatti, in quanto raccoglie una serie di interventi che abbracciano  un arco temporale molto ampio.

L’iniziativa, come spiega Chiriatti nell’introduzione del libro, in cui ricorda con affetto la studiosa, nasce da un debito di amicizia nei confronti della Miscuglio, che aveva condiviso molte esperienze con l’autore e che è scomparsa nel 2003.

Annabella Miscuglio, nata a Lecce nel 1939, scrittrice e documentarista, da sempre in prima linea sul fronte dell’impegno femminista, aveva iniziato realizzando vari cortometraggi sperimentali di ricerca su luce, forma e

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