Salvatore Crudo, tamburellista doc del Salento

Salvatore Crudo, originario di Torrepaduli, si appassiona alla danza sin da piccolo. Con Pierpaolo De Giorgi e Rocco Luca, è uno dei fondatori del gruppo “I Tamburellisti di Torrepaduli”.

Con i “Tamburellisti di Torrepaduli” registra molti cd e suona in teatri famosissimi. Sin dall’età di 17 anni dà un grande contributo al gruppo, affrontando le difficoltà iniziali e insistendo sul valore della pizzica come genere coreutico e musicale. Da sempre considera la pizzica non soltanto una danza o una musica ma un’avventura interiore dello spirito.

Difende costantemente la cultura popolare del Salento e la tradizione della notte di San Rocco di Torrepaduli, cercando di non disperdere le forme arcaiche della ronda come danza e come ritmo percussivo. Della pizzica

Ermanno Inguscio e il mestiere dello storico (profilo bio-bibliografico)

di Paolo Vincenti

Ermanno Inguscio, storico, giornalista e docente di materie letterarie. Ermanno Inguscio è un ruffanese e un caro amico, che ha concentrato la maggior parte delle proprie energie nella riscoperta e nella valorizzazione di quell’enorme patrimonio demo-etno- antropologico custodito nel piccolo grande borgo di Torrepaduli, frazione di Ruffano, il paese che lo ha visto nascere, crescere e formarsi. Nella frazione di Torrepaduli, nelle antiche “terre di Maria D’Enghien”, da secoli la devozione popolare tributa onori al santo taumaturgo, San Rocco di Montpelier, il cui culto è talmente importante da avere quasi oscurato quello di San Teodoro, che di Torrepaduli è il patrono ufficiale. Nel cerchio magico della piazza del Santuario di San Rocco,  infatti, dove nella notte fra il 15 e il 16 agosto  si balla la meravigliosa danza scherma, nel vibrare della pelle dei tamburi e nel fendere dei coltelli nell’aria rovente del caldo agostano,  si celebra ogni anno un rito uguale e diverso, una messa laica, a latere di quella sacra celebrata nel Santuario, di cui officianti sono i tanti e tanti visitatori che si accalcano nello slargo di San Rocco e che, con le loro sgargianti magliette e vaporose capigliature, con i loro simboli stravaganti e la loro chiassosa allegria, fanno da contrappunto alla composta, quasi mesta, presenza dei pellegrini, questuanti del Duemila. Qui, i devoti da ogni parte del Salento e non solo, vengono a chiedere una grazia al Santo spadaccino, Rocco da Montpelier, o a ringraziare per averla ricevuta, mentre i giovani coreuti,  anche extra-comunitari ( ma tutti  comunitari del grande villaggio globale di questa contemporanea civiltà), ballano e cantano, suonano i loro improvvisati strumenti e si confondono insieme nel grande spasimo della festa che, nelle ore centrali della notte, raggiunge il culmine. Le loro voci e i loro respiri si confondono con il sudore,  l’aria della notte diventa salmastra e le vibrazioni che la tagliano, quasi percettibili al tatto, i commercianti sono stremati dalla fatica e dal caldo ma con la speranza di vendere ancora qualche pezzo della loro mercanzia e le donne devote dormono sui bordi della piazza, ai lati esterni del Santuario, fiaccate dalla stanchezza del lungo pregare e dall’afa. E il Santo

Torrepaduli. La scherma di San Rocco

di Massimo Negro

A pochi giorni dalla festa di San Rocco ripesco nel mio archivio fotografico e in qualche partizione sperduta della mia memoria, le foto e i dialoghi di un caldo pomeriggio di agosto della scorsa estate, passato a Torrepaduli, piccola frazione di Ruffano, dove è sito il Santuario dedicato a San Rocco.

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Questo piccolo paesino è ormai diventato un centro di notevole attrazione non  solo per la devozione verso San Rocco, che da sempre ha fatto muovere devoti da tutta la provincia per rendere visita al santo, ma soprattutto in questi ultimi anni, per la ormai famosa danza delle spade.
Un rito etnico, sociale, musicale e con il tempo sempre più culturale che si svolge nel piazzale antistante il santuario nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Un evento che richiama migliaia e migliaia di visitatori, attirati da questa sorta di duelli che si svolgono al suon ritmato dei tamburelli.
La danza delle spade ha origini antichissime ed è presente in molti paesi d’Europa; non solo nella latina Spagna o nei vicini Balcani, ma addirittura, riti di questo tipo, si possono rintracciare in Scozia. Ma ci si può spingere anche oltre arrivando in alcuni paesi dell’Africa del nord e via via più lontano.
Non è un semplice ballo. Non è un musical casareccio in cui si mima un duello con i coltelli e, per certi versi, anche il semplice termine “duello” si può considerare non esaustivo. Secondo alcuni studiosi nasce come rito di iniziazione, di passaggio; c’è chi amante dell’esoterismo ha ritenuto di rintracciare nella forma circolare delle ronde alcuni collegamenti  e rimandi con riti ancestrali. Se ne raccontano tante e come spesso accade per tutto ciò che ha antiche origini popolari, la documentazione storica spesso non è presente e la tradizione orale può spiegare alcune cose ma fino ad un certo punto e sino ad un certo tempo.
Le versioni a noi più vicine parlano di duelli che servivano per affermare la supremazia di una famiglia o di una singola persona sul gruppo. Rito, o duello che fosse, si svolgeva con armi vere e non semplicemente mimando l’utilizzo del coltello. Le lame erano concrete e affilate.
Ma su questi aspetti consentitemi di fare un passo indietro e di lasciar spazio al contributo sempre ben accetto degli studiosi della materia.
Veniamo invece al pomeriggio passato a Torrepaduli, in occasione di un workshop sulla danza delle spade.

A prescindere dalle origini, la danza delle spade si svolge secondo regole e codici precisi. Nulla di scritto, non c’è un bando di gara, non c’è un allegato tecnico da leggere prima della danza ma ci sono regole d’agire e soprattutto comportamentali che vengono tramandate di generazione in generazione e che nessuno si permette di non osservare, pena l’esclusione dalla ronda e forse anche l’essere “banditi” dal luogo.

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Le regole non vengono imparate e trasmesse per semplice osservazione visiva. La modalità è molto è più complessa. La trasmissione avviene nell’ambito della famiglia. E’ l’anziano che inizia i giovani alla danza e sono quest’ultimi che la coltivano e la tramanderanno a loro volta a chi verrà dopo. In ogni passaggio generazionale ognuno ci mette anche un po’ del suo stile personale, per cui non è esattamente una mera riproposizione di regole apprese, ma una interpretazione in chiave personale pur nell’ambito di alcune regole immutabili.
Ogni famiglia ha il suo stile. Ogni stile è frutto di una serie di fattori non ultimo anche il lavoro che il “duellante” svolge. Chi fa il barbiere sarà portato a compiere dei gesti come se avesse in mano un rasoio, movimenti più stretti e dall’alto verso il basso; chi miete il grano farà dei gesti più ampi e circolari.

Chi può duellare? Non è per tutti. Consentitemi questa sorta di risposta semplicistica.
I “duellanti” sono circondati da un cerchio, una ronda, di altri “duellanti” che ne prenderanno il posto man mano che la danza procede e gli sconfitti dovranno lasciare il centro del cerchio. Nelle ronde in cui sono presenti gli anziani, l’accesso è selezionato e vi può accedere solo chi è conosciuto e ha dato prova di conoscere le regole e di non essere un attaccabrighe.
Proviamo a dare una definizione di attaccabrighe.
Primo esempio concreto raccontato quel pomeriggio. Un giovane un po’ su di giri aveva cercato di entrare nella ronda senza permesso. Dopo l’ennesimo tentativo a fronte di altrettanti rifiuti, è stato con fermezza accompagnato a debita distanza come persona non gradita. Non si è più ripresentata.
Secondo esempio molto più grave. Quando si duella l’obiettivo è colpire al tronco l’avversario, non bisogna mai puntare alla faccia in quanto la cosa è considerata come un gravissimo gesto di offesa. Capita che succede e quando capita la persona viene “invitata” a non farsi più vedere da quelle parti, soprattutto se le intenzioni provocatorie erano per così dire dolose e non colpose.
Il duello inizia con la cosi detta apertura, cioè mimando il gesto con cui si sfila il coltello dal fodero. I gesti successivi mirano a far assumere delle posizioni attendiste, durante le quali i duellanti si osservano e cercano di capire i punti deboli dell’avversario, o posizioni di invito a combattere, a colpire facendo visibilmente vedere il punto del corpo verso il quale si chiede di essere colpiti.
Il braccio che entra tra le braccia dell’avversario, non parato, puntando al corpo, è il colpo che viene portato a buon fine.
Come scrivevo ad inizio della nota, la Notte di San Rocco è diventata un evento che richiama un’enormità di persone. Molti turisti e ormai anche molte telecamere. Questa sorta di spettacolarizzazione di antichi riti sta causando qualche malessere in particolare tra i più anziani. Per loro la danza delle spade è un rito, l’essere lì nel piazzale è una forma di devozione verso il santo. Non è un divertimento, non è un gruppo folk, è una cosa seria.
Le telecamere e l’umanità molto varia e molto eventuale che accompagna quelle ore delle notte, qualche fastidio ed imbarazzo lo creano.
Quest’anno non so se andrò la notte in attesa delle ronde. E’ da un po’ di anni che l’eccessiva confusione (anch’io incomincio a diventare un po’ anziano) mi porta a non essere presente. Se Dio vorrà ci sarò la mattina presto del 16 per ascoltare messa e, al termine, se come ogni anno sono già pronti, fare colazione mangiando un bel panino con i pezzetti.

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