21 ottobre 1860: Galatina vota per il sì

 

di Tommaso Manzillo

Mentre l’Italia intera si appresta a tagliare il traguardo del 150.mo dall’Unità (17 marzo 2011), la data del 21 ottobre 1860 è, per Galatina, storica, in quanto qui, come in altre città, si tenne il referendum per decidere l’annessione al Piemonte, riconoscendo Vittorio Emanuele II come Primo Re d’Italia. Nonostante le polemiche sorte verso un’unificazione poco desiderata dalle masse popolari, in cui a beneficiarne è stato soprattutto lo Stato sabaudo, occorre ricordare questa data, quanto meno perché oramai fa parte della storia locale o microstoria, come si voglia chiamare.

Su quello che successe dopo questa data, è in atto un processo di ricostruzione storica che abbraccia anche il fenomeno del “brigantaggio”, ma il tutto è racchiuso in quell’espressione che prese piede sul finire dell’Ottocento e che è la questione meridionale.

Fu con l’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli e la conseguente fuga del re Francesco II, che si arrivò al 21 ottobre 1860, grazie anche all’intervento del decurione Nicola Bardoscia per costringere il sindaco, Antonio Dolce, ad indire il referendum per l’annessione al Regno sabaudo. L’amministrazione galatinese aveva faticosamente soffocato le manifestazioni d’entusiasmo dovute alla notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, mentre le forze liberali, rappresentate dallo stesso Bardoscia, da Innocenzo Calofilippi e da Nicola Vallone, non riuscivano a vincere la morsa reazionaria del patriziato filo-borbonico, radunato attorno ai Padri Scolopi, molto influenti e seguaci del vecchio governo. Per sconfiggere l’inerzia e l’indifferenza dei galatinesi, determinante rimane l’intervento del medico Nicola Vallone, per richiamare gli elettori alle urne, mentre bivaccavano in piazza San Pietro.

Le elezioni si svolsero presso il Corpo di Guardia dei Vigili Urbani, situato alla Torre dell’Orologio, fatta costruire all’indomani della proclamazione del

Lo spirito unitario a Galatina tra il 1799 e il 1848

   
 

di Tommaso Manzillo

Gioacchino Toma, Piccoli patrioti (1862)

 

Il 17 marzo di quest’anno ricorre il 150mo dalla nascita del Regno d’Italia, proclamato dal re Vittorio Emanuele II di Savoia, grazie all’intesa opera diplomatica svolta da Camillo Benso conte di Cavour e alla impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Mentre fervono i preparativi in tutta Italia per l’importante traguardo raggiunto (tra l’altro il 17 marzo 2011 sarà festa nazionale, onorata con il riposo dal lavoro e dalla scuola), anche Galatina ha ricordato l’evento nella serata del 4 dicembre 2010, presso la sala Fede e Cultura “Mons. Gaetano Pollio”), con la presentazione e distribuzione gratuita del libro di Tommaso Manzillo e Donato Lattarulo, “Il protagonismo di Galatina dal Risorgimento alla Costituente”, con prefazione del prof. Giancarlo Vallone, presente alla serata, insieme al sindaco, dott. Giancarlo Coluccia, al senatore Giorgio De Giuseppe, all’onorevole Ugo Lisi e alle altre personalità istituzionali locali, tutti coinvolti in un appassionante dibattito, moderato dal dott. Rossano Marra, ricordato da quel pugno duro battuto sul tavolo dallo stesso senatore De Giuseppe, segno evidente della carica ideale del suo pensiero.

Il processo di unificazione italiana ebbe un forte impulso con la nascita della Repubblica Partenopea del 1799 (22 gennaio – 13 giugno), figlia, a sua volta, della grandi rivoluzioni europee, prima fra tutte quella francese con la diffusione degli ideali della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità e la decapitazione della sorella della regina di Napoli Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, ossia Maria Antonietta. Di questa prima esperienza rivoluzionaria e libertaria, che fu rappresentata dalla Repubblica Partenopea, il nostro Gioacchino Toma ci ha lasciato due stupende raffigurazioni di Luisa Sanfelice, figlia di un generale borbonico di origine spagnolo, decapitata nel settembre del 1800 per aver smascherato la congiura dei Baccher, dopo aver diverse volte rimandato la sua esecuzione perché ella riteneva di essere incinta.

Per questo il nostro Toma la raffigura nella sua cella intenta a preparare il corredino per un bimbo che non nascerà mai. Una di queste tele trovasi presso il museo Capodimonte a Napoli, mentre la seconda presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. Come alcuni studiosi hanno sottolineato, la grandezza del Toma si esprime proprio attraverso la sua straordinaria capacità di ridurre all’essenziale un episodio ricco di profondi sentimenti e di tragiche situazioni.

Gioacchino Toma è ancora ricordato a Napoli come il “Grande Toma”, come ho piacevolmente notato la scorsa estate, e fu coinvolto anch’egli nelle lotte rivoluzionarie del 1860, quando si aggregò alla Legione del Matese con il grado di sottotenente, partecipando all’assalto di Benevento “che prendemmo piegando poi su Padula”. Da questa esperienza trasse l’ispirazione per alcuni dipinti patriottici quali O Roma o morte del 1863.

Gli effetti della Rivoluzione napoletana si ebbero anche a Galatina quando il sindaco, Donato Vernaleone, fece issare nel febbraio del 1799 l’albero della Libertà in piazza San Pietro, segno dei tempi che stavano mutando. Difatti, l’arrivo dei napoleonidi e la legge di eversione

Una piccola, ma grande chiesa: l’Addolorata di Galatina

l’altare dopo il restauro

di Tommaso Manzillo

Un vero e proprio splendore. La chiesa dell’Addolorata di Galatina (1710) riconquista la sua antica bellezza e straordinarietà stupendo il visitatore al suo ingresso nella casa di Dio. L’intervento conservativo dell’altare maggiore (1716) e il restauro delle sei tele ovali raffiguranti la Via Matris, voluti grazie alla tenacia dell’amministrazione del Pio Sodalizio, guidata da Biagio Buccella, fanno della piccola, ma grande chiesa dell’Addolorata, come amava chiamarla mons. Antonio Antonaci, Rettore per oltre quarant’anni, un vero e proprio gioiello dell’arte barocca, incastonato nel cuore del centro storico, meta obbligata dei pellegrini durante la loro visita alla città, ma anche dei fedeli

L’economia civile di Giuseppe Palmieri

di Tommaso Manzillo

La difficile fase congiunturale che stanno attraversando i mercati finanziari di tutto il mondo sono, certamente, la dimostrazione dell’imperfezione del meccanismo economico del mercato. Quello che oggi si avverte in questa pesante fase economica è il senso di vuoto e di smarrimento che pervade l’uomo, i giovani, le famiglie, le imprese stesse, la paura piuttosto che la speranza per il futuro, l’ansia del domani che sta salendo dalle fasce più deboli della popolazione verso il ceto medio, in un’azione di trascinamento verso il basso, lungo sentieri incerti ed impervi. Questo perché l’uomo stesso pone al centro del suo operare soltanto il benessere materiale, come unico obiettivo, in una logica di puro tornaconto personale.

La ricerca esclusiva dell’avere – avrebbe detto Paolo VI nella Populorum Progressio (1967) – diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Come uscirne fuori. Occorre umanizzare l’economia e, prima ancora, umanizzare l’uomo stesso, ossia, fargli scoprire la sua dignità perduta, ridando fiducia in se stesso, facendolo uscire fuori dalle sacche dell’individualismo e del relativismo in cui, quest’arido capitalismo, lo ha fatto precipitare. La ricchezza materiale in cui oggi vive, molto spesso, può essere un sintomo di povertà umana e morale, lasciando spazio al proprio “io”, figlio di quella inclinazione egoistica smithiana, oltre che del marginalismo economico che

Il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri (1721 – 1793)


di Tommaso Manzillo

Nel preparare un breve contributo sul tema dell’economia salentina, la mia ricerca è penetrata fino agli albori del pensiero economico liberale, per conoscere un illustre protagonista del Settecento salentino, il marchese di Martignano, Giuseppe Palmieri (1721 – 1793).

Fu discepolo, possiamo dire, di Antonio Genovesi (1713 – 1769), titolare della cattedra napoletana di economia politica (la prima in Europa), che diede un grande impulso agli studi economici del tempo, con proposte di riforme per favorire la produttività.

Giancarlo Vallone, nell’Introduzione al libro di Manzillo e Lattarulo (2010) afferma che “Genovesi e Palmieri, uno di queste parti, avevano ben avvertito la necessità, di orientare il sistema dei poteri sul sistema della proprietà, secondo il modello inglese e, per quel che riguarda le tecniche agricole, anche francese”.

Alfiere in un reggimento del re di Napoli, primo tenente e maggiore col rango di tenente-colonnello nel reggimento di Calabria, si distinse negli studi delle leggi e coltivò la pratica del foro. Incaricato dell’amministrazione generale delle dogane in provincia d’Otranto, dimostrò intelligenza, rettitudine e

Antonio De Viti De Marco. Una storia degna di memoria

di Tommaso Manzillo

Dovrebbe pazientare il lettore se si insiste con un ulteriore approfondimento su Antonio De Viti De Marco, ma lo spessore culturale, economico e politico dell’uomo impone un altro contributo su una figura storica grandiosa. Per gli addetti ai lavori, per gli amanti della scoperta e della ricerca, cercare di capire meglio il marchese di Casamassella è sempre appagante, pieno di sorprese, e riempie l’animo di grande soddisfazione e orgoglio per aver saputo portare il Salento nel mondo. Si, nel mondo. Perché la sua fama si estese presso i più grandi economisti americani, tedeschi, inglesi, oltre agli italiani Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi ed altri.

L’uomo che approntò la nuova scienza delle finanze viene dal Salento ed è Antonio De Viti De Marco. Sarebbe l’ora di iniziare anche a parlare, oltre che di federalismo fiscale, anche di federalismo culturale. Ce lo chiedono i protagonisti più grandi di ogni particolare territorio, che molto spesso rimangono oscurati dalla Storia, lontani dalle aule scolastiche ed univesitarie, dopo aver offerto decisivi contributi nel panorama culturale, storico, politico, economico e sociale. E il Salento, soprattutto Galatina, hanno una lunga schiera

Galatina. Il sistema scolastico nell’Unità d’Italia

Gioacchino Toma, Piccoli Patrioti (1862)

di Tommaso Manzillo

Nella ricorrenza per il 150.mo dalla proclamazione del Regno d’Italia (che storicamente è l’espressione più corretta, dato che l’Unità si completerà con l’annessione dei territori di Trentino, Alto Adige, Trieste ed Istria e poi Fiume), merita una breve trattazione la nascita e lo sviluppo del sistema scolastico a Galatina durante il periodo risorgimentale e post-unitario.

Da quanto sappiamo, prima dell’Unità l’istruzione era affidata storicamente, oltre alle parrocchie, agli enti ecclesiastici del tempo, come per esempio le Orsoline, la Compagnia di Gesù, i Barnabiti.

Fu Orazio Congedo senior, morto nel 1804, che nel 1801 istituì a Galatina due scuole, con una munifica donazione dal suo patrimonio personale: una di primella e primaseconda, l’altra di seconda e umanità (Congedo P., Gli Scolopi e Galatina, 2003, pag. 33). Con il regio assenso del 1804, la prima prese il nome di scuola del leggere e dello scrivere, mentre la seconda fu indicata come scuola dell’umanità.

Per la vita del sistema scolastico a Galatina fu determinante un ordine religioso già operante nel Salento (Campi Salentina, Brindisi, Manduria, Francavilla), ossia gli Scolopi, fondato da San Giuseppe Calasanzio, che istituì le Scuole Pie nel 1597, ottenendo successivamente il riconoscimento dei pontefici Clemente VIII e Paolo V. Agli inizi del XVIII secolo a Galatina si tentò di far arrivare gli Scolopi, tramite il Capitolo della Collegiata, ma non si approdò a nulla, perché non si trovarono quelle disponibilità finanziarie ad integrazione del lascito di mons. Adarzo de Santander (1673).

Un altro tentativo in favore delle scuole pubbliche a Galatina, fu rappresentato dal testamento del canonico della Collegiata, Ottavio Scalfo, morto nel 1759, lasciando i suoi beni per l’istituzione delle Scuole Pie. Dopo un lungo processo civile durato diversi anni, a causa dell’impugnazione del testamento Scalfo da parte degli eredi del fratello Giovanni, ossia i Galluccio, la R. Camera di S. Chiara di Napoli decise, nel 1776, che il lascito di Giovanni Scalfo non andasse ai Carmelitani bensì ai Galluccio, eredi legittimi, mentre con quello del canonico Ottavio fu istituito

Galatina. Tre secoli di devozione alla Vergine Addolorata

 

ph Massimo Negro

di Tommaso Manzillo

I lavori di restauro dell’altare maggiore (1716) della chiesa dell’Addolorata di Galatina, iniziati lo scorso 10 gennaio ed eseguiti dalla ditta DEA XXI soc. coop. a r. l. di Lecce, assumono, quest’anno, un significato importante nella storia dell’Arciconfraternita “Beata Vergine Maria Dei Sette Dolori”, ivi presente, ricorrendo il terzo centenario dalla sua fondazione.

Dopo un terzo del lavoro di pulitura, si può già ammirare stupendamente quell’intreccio di oro e argento che lo arricchiscono, abbracciando tutte le statue in pietra dei santi protettori della confraternita e, in particolare, la nicchia dove è custodita la statua in legno policromo dell’Addolorata, conferendo all’insieme una maggiore luminosità. Per chi assiste assiduamente alle funzioni religiose, quell’altare offre a noi, e al visitatore di passaggio presso la chiesa, sempre nuove sorprese, come molte volte mons. Aldo Santoro ha sottolineato alla fine delle celebrazioni eucaristiche.

Oltre all’altare, stanno tornando all’antico splendore le tele della Via Matris, situate nelle apposite teche ovali della navata centrale. Oramai sono quattro quelle già restaurate, mentre altre due sono state consegnate per poterle, fra qualche mese, contemplare nel loro insieme.

Nel libro di Antonaci, La chiesa dell’Addolorata di Galatina (1967), è riportato che la confraternita “ha avuto origine dalla Congregazione ch’era situata nel Convento dei PP. Domenicani (chiesa del collegio, ndr) di questa Città sotto il titolo di S. Caterina di Siena e coll’abolimento dell’istessa colla occasione del nuovo fabrico della Chiesa di detti PP. accaduto verso la decadenza del secolo passato (XVII sec., ndr), i Fratelli di d° Oratorio di Siena, pensarono pietosamente dividersino perché molti, e stabilire due Oratori, o sia Congregazioni […] uno sotto il titolo della Vergine Addolorata, e l’altro sotto il titolo delle Anime del Purgatorio”.

Quindi, sul finire del XVII secolo, i confratelli usavano riunirsi in quei locali dove successivamente (1710) sorse la chiesa dell’Addolorata, mentre solo nel 1711 fu aggregata all’Ordine dei Servi di Maria, con bolla datata da Parma

Vallone-De Viti De Marco, un binomio inscindibile nella vita politica nazionale e meridionalista

“SIAMO IL CERVELLO DELLE MASSE”

di Tommaso Manzillo

Il contributo che qui vorrei proporre è la testimonianza di un’amicizia profonda e sincera tra due autorevoli personalità salentine, che fino alla fine hanno combattuto contro le tante problematiche del Mezzogiorno, all’indomani dell’Unità d’Italia.

Fu una vera “fratellanza”, come avrebbe detto Antonaci (1999, pag. 707), nell’intento comune di dare onore alla vitalità del Sud, in termini di idee e di propositi, per “agganciare”, politicamente, economicamente, culturalmente e socialmente la nostra regione al resto d’Italia: sono battaglie ancora vive e presenti ai giorni nostri, ma non saprei dire se, chi vuole incarnare oggi questi ideali, sia degno di essere, se non paragonato, almeno animato dallo stesso spirito politico dei due coetanei Antonio Vallone e di Antonio De Viti De Marco. Quest’ultimo tenne, il 19 aprile 1925, un pubblico discorso di commiato per l’amico di una lunga vita politica, da poco scomparso (7 febbraio dello stesso anno), in occasione dell’inaugurazione della lapide in sua memoria apposta nella sede del Liceo-ginnasio “Pietro Colonna”.

Antonio Vallone

Vallone-De Viti De Marco era un binomio inscindibile nella vita politica nazionale e meridionalista, un’amicizia nata forse ancor prima di quella riunione che si tenne a Casamassella tra Vito Fazzi, lo stesso Vallone e il fratello di Antonio dello scienziato delle finanze, quando fu deciso che il nostro concittadino avrebbe dovuto affrontare la battaglia contro il comune avversario del collegio di Maglie. Da allora ci fu una vera e profonda amicizia tra Vallone e De Viti De Marco, come riporta il discorso del professore universitario, tanto che nelle elezioni del 1919 si trovarono insieme in una lista di “blocco”, dopo forti pressioni da parte di Alfredo Codacci-Pisanelli, contro “la violenza del bolscevismo ammantato di socialismo”. Purtroppo, Giolitti pose un veto al pericoloso repubblicano Vallone, che fu costretto ad abbandonare la lista e, con lui, per spirito di solidarietà, lo

La ricostruzione politica di Galatina nell’Italia Unita

stemma civico di Galatina

 

di Tommaso Manzillo

Il contributo di Galatina alla ricostruzione post-bellica, dopo il secondo conflitto mondiale, doveva venire da ambienti e personalità vicine alla Chiesa, tanto che si andò formando un gruppo di aderenti alla locale sezione della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), grazie all’iniziativa di mons. Antonio Antonaci, per il commento e la lettura sistematica della Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, e fu allora che si iniziò a parlare di movimento della Democrazia Cristiana, sia a Galatina che nel Salento, grazie anche all’intervento dell’avvocato Achille Fedele.

Furono, quelli”, scrive Antonaci in Galatina Storia & Arte (1999), “anni ruggenti di battaglie violente per motivi ideali, di cristallina purezza: che meritavano di essere sostenuti”.

Nelle elezioni del marzo del 1946 era la prima volta che le donne esercitavano il diritto di voto, e da questo momento si può parlare di suffragio universale, allora esercitato con il sistema maggioritario. Si presentarono tre liste: quella dell’Orologio, ispirato da interessi trasformistico-borghesi, quella popolare social-comunista, il cui esponente più illustre era l’avv. Carlo Mauro, e la Democrazia Cristiana, ma la lotta, essenzialmente, era tra le prime due formazioni. È in queste elezioni che si intrecciano e si mettono le basi per le premesse politiche e giuridiche indispensabili per un nuovo periodo costituzionale e istituzionale del popolo italiano.

Il più illustre esponente del movimento della Democrazia Cristiana divenne l’on. Prof. Beniamino De Maria, sotto la pressione dell’arcivescovo del tempo, il cappuccino Cornelio Sebastiano Cuccarollo (Otranto, 1930-1952), assumendo, successivamente, il ruolo di leader, sempre presente sugli scranni parlamentari, dalla Costituente fino al 1976.

De Maria, figlio di genitori cattolici, ha sempre mantenuto i contatti con il clero locale, stringendo rapporti con le vecchie classi egemoniche di Galatina, contribuendo a saldare un legame tra il potere cattolico e quello politico in un’idea che lo Stato è soltanto la Chiesa, universale e soprannaturale.

Dopo la caduta del regime fascista e gli orrori del comunismo russo, si creò uno spazio vuoto e ignoto, situazioni di confusione e di incertezze, colmate e risanate dal filone cattolico, divenendo protagonista della politica nazionale e locale. Proprio perché spinto da forti e sentiti principi e valori cattolici, respirati negli ambienti vicini e dentro le associazioni cattoliche, De Maria si prodigò per la costruzione del nuovo ospedale “Santa Caterina Novella”, inaugurato nel 1966 alla presenza del presidente del Consiglio dei Ministri, Aldo Moro.

La diversità delle culture e delle tradizioni presenti nel popolo italiano, figlie di una frammentazione politica centenaria, portano nella Costituente il dibattito sull’organizzazione delle regioni, inteso come decentramento amministrativo, politico e democratico, l’unico in grado di svecchiare totalmente la struttura sociale italiana, mantenendo in sede centrale il rispetto della sovranità popolare, l’unità politica e morale della nazione, secondo i disegni di Antonio Vallone e di Antonio De Viti De Marco. In tema di decentramento federativo, basti pensare che lo statuto della regione Sicilia era già un fatto compiuto davanti alla Costituente del 1946.

L’organizzazione amministrativa dello Stato italiano è ancora al centro delle propagande elettorali e politiche, dopo 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, e nonostante il tema sia sempre stato al centro degli interessi di molti, sia nella fase pre-unitaria, ma soprattutto all’indomani del 1861. Lo stesso Antonio De Viti De Marco, professore e scienziato delle finanze, affermava: “Accetto l’idea generale del decentramento e delle autonomie locali” nel senso che “il potere centrale si spogli di molte funzioni, specialmente riguardanti la tutela sulle amministrazioni locali, e quindi assicuri a queste una maggiore indipendenza”. Continuando: “Dal decentramento, come lo intendo, mi aspetto benefici effetti per queste ragioni in materia di lavori pubblici, che finora sono stati affidati allo Stato, e che invece andrebbero in più larga misura affidati agli enti locali e ai consorzj. […] Ma io non voglio sollevare questa questione per fomentare uno spirito separatista. Tutt’alto, io sono unitario”. Il pensiero di De Viti De Marco è la risposta adeguata alle critiche mosse da più parti contro il federalismo, ritenuto incapace di affrontare le questioni meridionali,

La situazione di Galatina nell’Italia post-unitaria

di Tommaso Manzillo

Con la battaglia del Volturno e l’ingresso di Garibaldi a Napoli, il re Francesco II fu costretto alla fuga, ma i galatinesi non mostrarono mai grande entusiasmo per questo passaggio reale, perché le radici filo borboniche, nella nostra città, erano ancora molto profonde.

Ci volle l’intervento del decurione Nicola Bardoscia, affinché il sindaco, Antonio Dolce, indicesse la data degli scrutini il 21 ottobre 1860, presso il Corpo di Guardia dei Vigili Urbani, situato presso la Torre dell’orologio (costruita nel 1861 come simbolo dell’Italia Unita).

L’amministrazione galatinese aveva faticosamente soffocato le manifestazioni d’entusiasmo dovute alla notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, mentre pochissimi avevano espresso il loro voto, nonostante gli interventi di Nicola Bardoscia, Fedele Albanese (che fu uno dei primi ad entrare, come giornalista, nella  “breccia di Porta Pia” del 20 settembre 1870, insieme a La Marmora) e Innocenzo Calofilippi.

particolare di palazzo nobiliare nel centro storico di Galatina

 

Per sconfiggere l’inerzia dei galatinesi, determinante rimane l’intervento del medico Nicola Vallone, per richiamare gli elettori alle urne, mentre bivaccavano in piazza San Pietro. Nicola, figlio più giovane di Donato e morto in giovane età, ebbe una brillante carriera di medico e scienziato, spesso lontano dalla sua città: a Napoli, per conseguire la laurea in medicina; a Vienna, entrò in contatto con gli ambienti accademici e culturali approfondendo gli studi professionali e la ricerca e la sperimentazione in una branca importante della scienza medica, ossia l’anatomia patologica; alla Sorbona di Parigi, dove seguì le lezioni di Claude Bernard, considerato tra i più grandi scienziati del tempo; a Berlino dove subì l’influenza delle idee democratiche del suo maestro e deputato parlamentare Rudolf Virchow, uno dei più autorevoli esponenti dell’anatomia patologica. Nicola Vallone rappresentò un modello di cultura politica e un prestigioso referente nelle relazioni sociali, proiettando la famiglia nella politica attiva, grazie anche al forte influsso che subiva dall’ambiente liberale galatinese, nel quale erano influenti le figure di  Pietro Cavoti, Berardino Papadia, Giustiniano Gorgoni e Rosario Siciliani.

Ritornando al 21 ottobre 1860, il voto si esprimeva con l’uso dei legumi, dato l’alto tasso di analfabetizzazione: le fave erano per i sì, mentre i fagioli per il no. Il responso fu di 1257 sì, più 1253 voti favorevoli espressi dai forestieri che stavano a Galatina per il mercato.

Dopo la proclamazione del regno d’Italia (17 marzo 1861), la carta fondamentale o Statuto cui fare riferimento era quello Albertino, varato e concesso al popolo in fretta e in furia nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, il quale rimase in vigore, seppur con opportune modifiche, fino al 1846, quando fu adottato un regime costituzionale provvisorio, in attesa

Santo Stefano in Soleto, gioiello dell’arte romanico-gotica

 

LA CHIESA DI SANTO STEFANO DI SOLETO

 

di Tommaso Manzillo

La chiesa di Santo Stefano in Soleto è uno dei tanti e, forse, troppi esempi dell’incuria dell’uomo e, in particolare, di tutti quelli che, negli ultimi tempi, si stanno sprecando per divulgare il “Grande Salento”, ma, a volte, perdendo di vista quelle che sono le vere priorità di questa terra. Allora, dovremmo meglio occuparci dei nostri tesori, di quel patrimonio artistico, storico e culturale, come la chiesa di Santo Stefano in Soleto, ma non è la sola, vero gioiello dell’arte romanico-gotica, incastonato nel centro storico di una cittadina di appena seimila anime, nel mezzo dei suoi vicoli e strettoie. Così come di questa opera d’arte si è occupato Luigi Manni, con la cura epigrafica di Francesco G. Giannachi, nel volume “La chiesa di Santo Stefano di Soleto”, edizione Mario Congedo, Galatina, 2010, pagine 168, € 18,00, presentato il 7 ottobre presso la chiesa matrice, “Maria SS.ma Assunta”, in Soleto, alla presenza del sindaco, dott. Elio Serra, del prof. Giancarlo Vallone, ordinario presso l’Università del Salento e del direttore dello stabilimento Colacem di Galatina, dott. Vincenti, stessa azienda che ha patrocinato il lavoro di Manni, insieme all’amministrazione comunale soletana e alla provincia di Lecce.

L’autore, nel primo capitolo (anche se il testo non è classificato in tal modo), “L’arciprete Giorgio, il conte Raimondello e l’arcivescovo Gugliemo”, si impegna in una ricostruzione storica della chiesa e, di conseguenza, dell’era orsiniana. Il principe di Taranto, Raimondello Orsini Del Balzo, succeduto al padre nel 1399, come figlio cadetto (forse perché il fratello Roberto era già

Antonio De Viti De Marco, il conservatore liberale

Casamassella, il palazzo in cui abitò Antonio De Viti De Marco

di Tommaso Manzillo

Il maestro di Luigi Einaudi e scienziato delle finanze, sul finire del XIX secolo già teorizzava il decentramento amministrativo e fiscale quale soluzione alla secolare questione meridionale

ANTONIO DE VITI DE MARCO, IL CONSERVATORE LIBERALE

S’incorre, certamente, in errore pensare che il tema del federalismo sia stato un’invenzione della Lega Nord, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, figlia di uno stato di insofferenza per un Nord ricco e opulento e un Sud destinatario di assistenzialismi fini a se stessi, con sperperi di denaro pubblico di origine nordista, dove la corruttela politica è la protagonista indiscussa di scelte meridionalistiche improduttive e scellerate. Eppure, l’esigenza di uno Stato decentrato si avvertiva già all’indomani dell’Unità d’Italia, riconoscendo la molteplicità delle diverse problematiche territoriali, come conseguenza di differenti percorsi storici e culturali.

Di questa necessità si fecero promotori proprio gli uomini del Sud, primo fra tutti il marchese di Casamassella, frazione di Uggiano La Chiesa, il professore universitario e scienziato delle finanze, ossia della nuova visione dell’economia intesa come scienza, Antonio De Viti De Marco (1858 – 1943).

Il contesto storico in cui viene a operare l’aristocratico è l’Italia post-unitaria, in un periodo che dalla fine di Depretis, passando per la lunga esperienza giolittiana, giunge fino agli inizi del fascismo (1931), quando la sua intesa attività didattica e politica fu bruscamente interrotta dal rifiuto di giurare fedeltà al nuovo regime. Fu costretto a lasciare la cattedra universitaria di Roma, ritirandosi dalla vita pubblica, dichiarando la sconfitta dei suoi principi democratici e liberali (chissà quale svolta avrebbe impresso De Viti De Marco alla democrazia e soprattutto nel pensiero economico senza la parentesi del Ventennio!).

Un suo grande critico fu l’economista Vilfredo Pareto (1848 – 1923), che non le mandava certo a dire tramite Maffeo Pantaleoni, circa la necessità, secondo l’aristocratico salentino, di applicare la matematica nei problemi economici e finanziari (da qui la nascita delle scienze delle finanze), principio universalmente accolto e approfondito a livello internazionale anche dallo stesso Pareto.

Francesco Crispi, figlio della borghesia commerciale siciliana, ma di origine albanese, già ministro dell’Interno con l’ottavo e ultimo governo Depretis, ricoprì l’incarico di presidente del Consiglio dei Ministri nel 1887, dopo la morte dello stesso Depretis, puntando proprio al rafforzamento dello Stato

La chiesa dell’Addolorata di Galatina nei suoi trecento anni

di Tommaso Manzillo

Il patrimonio artistico, storico e culturale di Galatina, nel corso dei secoli, si è arricchito di numerosi edifici sacri, molti dei quali dedicati alla Beata Vergine nelle Sue varie denominazioni, a testimonianza della grande devozione del popolo galatinese verso la Madre del Cristo, corredentrice alla salvezza del genere umano. In questo contributo si vuole ricordare il terzo centenario dalla costruzione della chiesa dell’Addolorata, situata lungo il lato nord delle antiche mura, nel cuore pulsante della città, su quella strada prima denominata, appunto, dell’Addolorata o dei Dolori, ma che oggi porta il nome dell’illustre filosofo pedagogista galatinese Pietro Siciliani. La devozione verso l’Addolorata, che si discosta da tutti gli eccessi di teatralità tipici di alcune manifestazioni della Passione del Cristo presenti nel Sud d’Italia, è penetrata sempre più nell’animo e nella pietà del popolo, che numeroso vi accorre e partecipa, con profondo raccoglimento, al Solenne Settenario in onore alla Beata Vergine Dei Sette Dolori (tradizionalmente il venerdì antecedente la domenica delle Palme o della Passione), divenendo, la chiesa, il centro vitale per tutta la Settimana santa e, in particolare, nel triduo pasquale.

Diciamo subito che mentre la chiesa è dedicata alla Vergine Addolorata, l’Arciconfraternita ivi presente è denominata “Beata Vergine Maria dei Sette Dolori”, perché appartenente, fin dalle origini, all’Ordine dei Servi di Maria, e di questo abbiamo traccia sull’altare maggiore, dove sono raffigurati alcuni dei fondatori e seguaci dell’Ordine stesso. Della storia dell’Arciconfraternita si avrà modo di parlare, ricorrendo il prossimo anno il terzo centenario dalla sua costituzione (agosto 1711), anche se la sua storia si intreccia con quella della chiesa. È con lo scioglimento della

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