Garibaldi e il Salento


di Maurizio Nocera

Il Salento, l’ottocentesca Terra d’Otranto, è stata una terra dove grandi e dure sono state le lotte per il conseguimento dell’Unità d’Italia. Qui, agirono figure di livello nazionale, come Bonaventura Mazzarella, Sigismondo Castromediano, Luigi Libertini, Antonietta De Pace, altri ancora. Fra di essi, sicuramente va annoverato anche Emanuele Barba, patriota e uomo insigne di Gallipoli, che ebbe relazioni con Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo e altri scienziati e patrioti dell’epoca.

Fu soprattutto con Garibaldi che il Barba di Gallipoli tenne buoni e lunghi rapporti, rilevabili ancora oggi da documenti dell’epoca conservati nell’archivio romano dei Barba, tra cui Eugenio Barba, il famoso regista dell’Odin Teatret danese. Per lo più si tratta di manoscritti e materiale iconografico facente parte di una collezione di «ricordi garibaldini» che il Barba si era proposto di raccogliere a partire dal l882, anno della morte di Garibaldi e che chi qui scrive, nel 1982, anno del centenario della morte dell’Eroe dei Due Mondi, ebbe modo di studiare e trarre da essi alcune riflessioni, in parte poi pubblicate su «Il Corriere Nuovo» di Galatina (anno V, n. 5-6, 1982), diretto allora dal compianto Carlo Caggia.
Garibaldi e il Salento

Qui nel Salento è noto che il Barba fu un sincero patriota e che per tutta la vita rimase fedele agli ideali del Risorgimento. Egli, nel maggio 1848, aveva partecipato ai moti insurrezionali dando un non secondario contributo alla costituzione del Circolo patriottico gallipolino, sezione coordinata del Circolo patriottico leccese.

Per questa sua attività fu perseguitato e più volte incarcerato dalla polizia borbonica.

Fino a che non vide l’Italia unita, lottò sempre, partecipando a tutte le iniziative che nel Salento e nella Puglia vennero  prese a favore della liberazione dell’Italia del sud dal governo dei Borboni. Fu garibaldino della
prima ora, nel senso che si prodigò qui, nella sua terra, a propagandare e sostenere le azioni militari e politiche ispirate o dirette dal generale Garibaldi. La prima volta che manifestò pubblicamente l’ammirazione per Giuseppe
Garibaldi fu in occasione della prima “Festa patriottica”, svoltasi a Gallipoli all’indomani dell’unità nazionale. Sotto la statua dell’Italia turrita fece appendere la seguente epigrafe: «A Garibaldi unico/ l’Italia una.// La sua vita fu olocausto/ il suo nome/ sarà/ simbolo della libertà/ dei popoli».Questa targa marmorea, della quale non c’è più traccia nella città ionica, fu apposta a ricordo del grande contributo dato da Garibaldi alla causa dell’Unità d’Italia. Emanuele Barba, infatti, non dimenticò mai le numerose iniziative che l’Eroe dei Due Mondi più volte intraprese, soprattutto per liberare il Sud dai Barboni.

Nel 1860 Garibaldi, alla testa dei Mille, dopo aver sconfitto l’esercito borbonico ed aver conquistato la Sicilia, aveva reso possibile l’unità nazionale, non riuscendo però a liberare Roma ancora sotto governata dallo
stato pontificio. L’obiettivo del generale, però, piuttosto che quello di Camillo Benso, conte di Cavour, e di Casa Savoia, era quello di vedere Roma capitale dell’Italia unita; per questo, nel 1862, egli  intraprese nuovamente, ripartendo dalla Sicilia, un’azione militare, questa volta però interrotta sull’Aspromonte dalle truppe regolari del nuovo regno d’Italia governato da Torino dai Savoia. È noto che, in quella impresa, lo stesso generale, nel corso di quella operazione, fu ferito e fatto prigioniero. Nelle sue “Memorie” è lo stesso Garibaldi che così ricorda quegli avvenimenti: «dopo marce disastrose, per sentieri quasi impraticabili, l’alba del 29 agosto 1862 ci trovò sull’altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati […]. Giunsero i nostri avversari, e ci caricarono con una disinvoltura sorprendente […]. Noi non rispondemmo. Terribile fu per me quel momento. Gettato nell’alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di sangue fraterno! […]. Io ordinai non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno da poca gioventù bollente alla nostra destra, agli ordini di Menotti […]. La posizione nostra nell’alto, con1e spalle alla selva, era di quelle da poter tenere dieci contro cento. Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto raggiungerci. E siccome succede quasi sempre, essere fiero chi assale, in ragione diretta della poca resistenza dell’avverso, i bersaglieri che ci marciavano sopra, spesseggiavano [replicavano] maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee per risparmiare la strage, fui regalato con due palle di carabina, l’una all’anca sinistra, e l’altra al malleolo interno del piede destro» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Avanzini e Torraca editore, Roma 1988, pp. 452-53).

A causa di questa ferita Garibaldi, dopo essere stato condotto a Varignano (forte militare nei pressi de La Spezia) fu condotto a Pisa, dove gli fu estratta la pallottola. Quindi, per evitare altre inconvenienze,  contrastanti con la monarchia sabauda, fu costretto a rifugiarsi a Caprera laddove, «dopo tredici mesi – scrive ancora nelle sue “Memorie” – cicatrizzò la ferita del piede destro, e sino al ’66 condussi vita inerte ed inutile» (cfr. Op. cit., pag. 454).

Però, occorre dire che proprio inerte ed inutile la vita trascorsa in quell’occasione da Garibaldi a Caprera non fu, in quanto il pensiero della liberazione di Roma rimase in lui più vivo che mai. Della liberazione di Roma, in quegli anni, si occuparono molti altri patrioti. Già il IX° Congresso delle Società Operaie (Firenze, settembre 1861) aveva deliberato, a conclusione dei suoi lavori, il massimo rafforzamento e la più ampia estensione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia, sorti dalla trasformazione dei preesistenti Comitati di soccorso a Garibaldi per Napoli e Sicilia, che avevano svolto un ruolo determinante prima e durante la lotta per fare unità l’Italia.

A Gallipoli, l’anima propulsiva di tali Comitati fu indiscutibilmente anche quella del dottor Emanuele Barba. Da molto tempo, infatti, egli si dedicava alla raccolta di fondi, tramite sottoscrizioni pubbliche, che periodicamente inviava all’organizzazione centrale. Di questa attività rivoluzionaria, dà notizia egli stesso su «Il Gallo», giornale popolare gallipolino, del 22 maggio 1862, da lui fondato e diretto con lo pseudonimo di Filodemo Alpimare. Scrive:
«Il nostro Comitato di Provvedimento per Roma e Venezia, il quale da 15 mesi [era stato costituito nel febbraio 1860] ha dato opera allo installamento di altri Comitati filiali in molti paesi del Circondario, in men di due alla distribuzione di più migliaia di Azioni pel Fondo Sacro, ha iniziato nella nostra Città una soscrizione» (cfr.  «Il Gallo», anno 1, n. 1, Stabilimento Tipografico, Lecce 1862, quarta pagina).

Il 4 novembre 1863, una delle tante somme raccolte dal Barba venne personalmente inviata a Giuseppe Garibaldi ancora in ritiro a Caprera per i postumi della ferita subita sull’Aspromonte. Dalla sua isola, l’Eroe dei Due Mondi rispose, ringraziandolo così: «Caprera, 12 novembre 1863. Signor Dottore Emanuele Barba. Ho ricevuto il vaglia di L. 287.39 pel fondo sacro Roma e Venezia e la prego ringraziarne per me i generosi oblatori.  Suo G. Garibaldi».
Due anni dopo, nel 1865, si costituì nuovamente un altro organismo simile al primo, il Comitato Unitario Costituzionale, questa volta con 1’obiettivo di sostenere, nelle elezioni parlamentari, i deputati della Sinistra. Su proposta del Barba, che in Gallipoli in quel momento assumeva l’incarico di vicepresidente dell’Associazione Elettorale Italiana, il Comitato locale venne intestato a Giuseppe Garibaldi.

Sul finire di quello stesso anno,  il Barba, con l’apporto di altri suoi compatrioti, fondò la Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione della città, della quale divenne segretario a vita e compilò uno dei primi Statuti e Regolamenti delle società operaie e di mutuo soccorso di tutta Terra d’Otranto.

Anche in questa occasione, Emanuele Barba dimostrò di essere un fervente garibaldino. Agli operai e ai patrioti di Gallipoli, riunitisi il 4 dicembre 1865 per la fondazione della società, disse: «Fratelli Operai, confortati dagli esempi splendidissimi di altre città italiane, voi volete costituirvi in società di mutuo soccorso ed istruzione, del cui statuto e regolamento vi piacque commettermi la compilazione. Ebbene a ringraziarvi per tant’onore e fiducia vi dirò poche e franche parole, quali si addicono a leale operaio in libera terra. A me pare che col volervi affratellare in questa maniera, mostrate di essere capaci e degni di ogni bene, perché volete onestamente usare dei due primi e più antichi diritti dell’uomo, che sono la libertà e l’associazione. Io spero ancora che voi conseguirete ogni bene, perché volete compiere i due primi doveri dell’uomo sociale, che sono lo scambievole soccorso e l’istruzione. Io anzi affermo che voi già possedete i due maggiori beni che possono avere quaggiù gli operai cristiani, cioè la volontà di perseverare nel lavoro, il quale è l’origine più santa di ogni proprietà, la fine di ogni miseria, e il desiderio di uscir dall’ignoranza, la quale è il più funesto retaggio delle classi laboriose, la cagione precipua d’ogni loro sciagura. Voi dunque potete andare alteri d’imitare in ciò l’eroe più caro d’Italia nostra, Giuseppe Garibaldi» (cfr. “Statuto e Regolamento della Società Operaia di Mutuo Soccorso-Istruzione di Gallipoli”,  Tip. A. Del Vecchio, Gallipoli, 1866).

Di questo periodo della vita del Barba, dei suoi rapporti con Gariba1di, in modo più preciso e dettagliato riferisce anche l’avv. Stanislao Senape-De Pace, che scrisse queste parole:«Scettico in politica dopo il ’60, sentì ancora fremere potentemente il sentimento patriottico al 1866, quando tutta Italia sorgeva animosa a pugnare pel riscatto dell’antica martire delle Lagune, quando Garibaldi gridava: “A Vienna, a Vienna” e ricorrendo al Comitato per la liberazione di Roma e Venezia, che fu uno dei primi a costituirsi in Gallipoli, mandò all’esule di Caprera il contributo dei nostri conterranei. E sotto il governo italiano, ebbe ancora 1’onore d’essere sospettato di troppo liberalismo, tanto che dopo Aspromonte, ricevè varie perquisizioni domiciliari, perché si temeva, ed era vero, che facesse parte del Comitato per 1’arruolamento dei Garibaldini». (cfr. “Albo ad Emanuele Barba”, Tip. G. Campanella, Lecce 1888, p. 85).

Un’altra prova di ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, Emanuele Barba lo manifestò pubblicamente nel 1873 quando, assieme ad alcuni amici poeti, fra i quali Forleo-Casalini, Forcignanò, Prudenzano, Adele Lupo, Minervini ed altri ancora, pubblicò un opuscolo di poesie e racconti brevi, sul quale fece stampare un suo componimento poetico, dal titolo “Garibaldi su la tomba di Ugo Foscolo nel 21 aprile 1864”: «Sotto ciel nebuloso e brulla terra/ Giace lung’ora, ahimè! colui che s’ebbe/ Da ignari e da tiranni eterna guerra:/ Di quei che in Grecia nato Italo crebbe/ Le sacre ossa ignota gleba serra:/ Chi di Pindo e Valchiusa al fonte bevve,/ Chi combattèa dei despoti le brame,/ Dei “Sepolcri il cantor” moria di fame!// Volgon più lustri – e l’Anglica nazione / Plaude festante al Forte di Caprera;/ Muto ristà dei liberi il campione/ All’aurà popolar – Ei tutto spera/ In un pensier di patria religione/ Che rifulge qual Sol che non ha sera:/ E colui che i due mondi onoran tanto/ D’Ugo il sepolcro confortò di pianto.// E dopo il pianto con pietosa mano/ Depone una corona in su l’avello;/ Poi togliendo al divin Carme un brano/ Di suo pugno lo incide su di quello;/ E alla tomba del Pindaro italiano/ Esclama alfin, Macedone novello:/ Ad Ugo al generoso al grande al forte/ Giusta di glorie dispensiera è morte.// E quel grido ripetesi da un’eco/ Che alla voce risponde degli eroi;/ Si ripercuote il grido in ogni speco,/ Quel grido già commove il petto a noi/ Che di Foscolo il genio italo-greco/ Ereditammo, perché figli suoi;/ E… Italia grata omai alzi una voce:/ Ugo riposa eterno in Santa Croce» (cfr. E. Barba, in  “Strenna del giornale «L’Araldo Gallipolino» per l’anno 1873”, p. 63).

Appena due anni dopo, Emanale Barba, nel commemorare a Gallipoli il 19° Anniversario dell’Unità d’Italia, dedicò un nuovo componimento poetico – “Un sospiro di Garibaldi nella festa nazionale del 1875” – con versi che ovviamente riflettono lo stato d’animo di quei patrioti desiderosi di vedere Roma capitale
d’Italia.
Questi stessi versi, scritti su un foglio volante e distribuito in Gallipoli come un volantino, Emanuele Barba li inviò anche a Garibaldi, che così gli rispose: «Prof. Emanuele Barba – Gallipoli. Grazie per la vostra lettera del 7 luglio e per i vostri bei versi. Vi stringo la mano e sono Vostro G. Garibaldi. Frascati, 10 – 7 – 75».
Era il 1875, Garibaldi aveva 68 anni e, la maggior parte del suo tempo, lo trascorreva a Caprera. L’Italia era ormai unita e Roma ne era la capitale. Anche Emanuele Barba non era più il giovane rivoluzionario risorgimentalista del 1848 e la sua vita (ha 56 anni) trascorreva prevalentemente fra i libri della Biblioteca Comunale di Gallipoli, della quale era stato nominato bibliotecario a vita, Le sue preoccupazioni maggiori erano rivolte ad arricchire di libri gli scaffali della biblioteca e, nello stesso tempo a dare corpo a quella splendida istituzione da lui stesso creata e che a tutt’oggi è il Museo naturalistico gallipolino, una delle istituzioni pubbliche più importanti dell’intero Salento. Questi suoi interessi, però, non gli impedirono di continuare ad avere come faro della sua azione l’Eroe dei Due Mondi. Quando Garibaldi morì a Caprera, il 2 giugno 1882, Emanuele Barba dedicò un nuovo componimento poetico, intitolato “Il Forte di Caprera”, VI° Canto dell’ “Album di dolore sulla tomba di G. Garibaldi”, pubblicato a cura dell’amico patriota Luigi Forcignanò.

Ad avvisarlo della morte dell’Eroe erano stati il garibaldino Timoteo Riboli e l’amica Antonina Ceva-Altemps, sposata Stampacchia, due personaggi importanti della prima Italia unita. Timoteo Riboli (1808-1895) era medico e patriota di Colorno, fedelissimo di Garibaldi il quale, nella prefazione alle sue “Memorie”, lo ricordò con queste parole: «Ai cari D.ri Prandina, Cipriani, Riboli, io devo pure una parola di gratitudine, siccome al D.re Pastore. Il D.re Riboli in Francia, chirurgo capo dell’esercito dei Vosges, fu contrariato da indisposizione seria ed accanita. Così stesso, egli non mancò di prestar opera utilissima» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Op. cit., pag. 39).

Il Riboli, che fu pure massone come Sovrano Commendatore della Giurisdizione italiana del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato, ebbe anche il delicato compito, affidatogli da Garibaldi, di collocare il manoscritto de “I Mille” presso un editore. Corrispose con Emanuele Barba sin dal 1880. Antonina Ceva-Altemps Stampacchia era la moglie del patriota salentino e medico di Casa Savoia Gioacchino Stampacchia.

Entrambi questi due amici del Barba, dopo la morte dell’Eroe, continuarono ad informarlo di tutte le iniziative organizzate in Italia nel nome di Garibaldi.  Per anni gli inviarono lettere e fotografie del generale, con le quali il Barba iniziò a formare quella collezione di «Ricordi garibaldini» (oggi conservata a Roma nel ramo della famiglia Barba colà stabilitasi), alla quale rimase affezionato per il resto della vita. Egli aveva formato un piccolo faldone di carte, chiuso con un biglietto inviatogli dall’amico Luigi Castellazzo (1827 – 1890), patriota e garibaldino sin dal maggio ’48, che aveva preso parte alle campagne militari per l’Unità d’Italia del 1859 e del 1860 come ufficiale di Giuseppe Garibaldi. Il Castellazzo fu pure deputato, e cominciò a corrispondere col Barba a partire dal 1884.
Sul biglietto, che chiude il falcone, c’è scritto un pensiero, secondo me di estrema attualità. Eccolo: «Se Garibaldi rivivesse, Egli, nella sua magnanima e fiera natura di Patriota e di Eroe, imprecherebbe a questa Italia degenerata, che lo commemora a parola, gli erige monumenti di pietra, ma non sa imitarne le
virtù, proseguire l’opera e compierne i sublimi ideali».

NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

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