Episodi del 1860 a Nardò

nardò veduta1

EPISODI IGNORATI SUGLI AVVENIMENTI del 1860 A NARDÒ

SECONDO UN’INEDITA CRONACHETTA DEL TEMPO

 

di Giovanni Siciliano

Sul n. 7 del settembre 1960 di « Zagaglia » (pag. 66) Ag. Gabrieli ha dato notizia di una lettera a monsig. Luigi Vetta vescovo di Nardò.

Ciò merita un maggior corredo di notizie riflettenti quel periodo storico.

Da un manoscritto, ch’è una cronaca che si inizia il 1848 e termina al 1861 (redatta dal notaio Policarpo Castrignanò padre dell’altro notaio Gregorio; come si evince dalla nota del giugno 1850 in cui fa cenno del contratto da lui stipulato per la costruzione del palazzo vescovile, e successivamente il 10 gennaio 1860, quando annota che, per atto di suo figlio G.(regorio) Castrignanò, fu redatta la convenzione tra la Commissione di beneficenza; poi Congregazione di Carità ed ora Ente comunale d’assistenza; il Comune e le « sorelle della carità» perché reggessero l’ospedale e come per tale atto si pagarono 1000 ducati = L. 4250; perché venissero dalla Francia), si possono trarre le seguenti notizie.

Da tale manoscritto risulta che il 2 feb. 1848 si ebbe conoscenza come il 29 gennaio Ferdinando II aveva, di sua volontà, concessa la Costituzione. La cronaca così annota :

« La mattina de’ due Febraro coll’arrivo della posta si ebbe la certa notizia, che il 29 caduto Gennaro, S. M. Ferdinando volontariamente si determinò dare la costituzione italiana, essendo uscito Lui medesimo a promulgarla, e quindi sul momento s’inalberò la bandiera tricolore, ed allegrezza generale gridando viva Pio IX, il Re, e la Costituzione. Il Vespero con tutta sollennità, e folla di Popolo e banda si cantò il Tedeum con Sermoncino del Primicerio Leante, ed indi si girò tutto il Comune così gridando, e con spari ».

In quel periodo pare che il vescovo fosse assente perché sotto la data del 20 giugno 1849 sta scritto :

« Essendo andato a Napoli il nostro vescovo D. Ferdinando Girardi prima del 29 Gennaro 1848, che sua Maestà decretò la costituzione Italiana, e che più non ritornò e fu traslogato nel Comune di Sessa, prese possesso di questo Vescovato il Sac. D. Luigi Vetta nativo del piccolo comune di Acquaviva delle Croci (Collecroce) nel Contado del Molise, Capitale in Campobasso, consagrato con delegazione del Pontefice, che si trovava in Gaeta, in Napoli. Fu investito di provicario Genie l’Arcidiacono D. Gius. e Leante già Vicario Capitolare e Proc.re, che ne prese il possesso dopo la lettura delle bolle e procura. Si cantò il Tedeum, con banda e spari ».

Di poi la cronaca di seguito annota :

« A 20 settem.e: d.° anno c. a. le ore 22, giunse in Nardò il d.° nuovo Vescovo, portando seco un segretario dal titolo di Uditore presso d. Vescovo, D. Giuseppe can.co Teta di Avellino, e propriamente del Comune di Nusco, ed un Cameriere; venendo da Lecce rilevato da’ Proc.ri del Capitolo Penitenziere Rucco ed Abbate D. Gio. Ingusci; ed anche dai Procuratori del Ceto. Uscirono avanti 4 carozze, ed arrivato all’Osanna, fu vestito nella Chiesa della Carità, ed indi all’appiè sotto d. Palio girò da sotto S. Antonio, Conservatorio, passando da S. Chiara, Piazza, e Cattedrale con pompa, e folla di Popolo, e dopo la solita cerimonia, fece seduto sul Faldistorio un’omelia, e fu condotto al Seminario, luogo per il suo domicilio, per la mancanza del Palazzo Vescovile.

Giunto in sede il Vescovo Vetta alla data del 20 settembre 1849 non restò inoperoso e, con contratto del giugno 1850, provvide a mandare a termine la casa episcopale nella parte posteriore alla facciata. Il cronista, lo stesso notaio così scrive :

In giugno 1850 per nuovo contratto da me stipulato si ripigliò il Fabrico del Palazzo Vescovile dallo stesso M.ro Donato Cimino, che contrattò con l’attuale vescovo D. Luigi Vetta ben intenzionato,giacché simile contratto l’avevano potuto fare gli anteriori Vescovi dopo la morte di Monsignor Lettieri, e non lo fecero.

Infatti la facciata del palazzo porta lo stemma di monsignor Salvatore Lettieri, a memoria del quale, come annota lo stesso Castrignanò; il 10 nov. 1852; e cioè precisamente dopo tredici anni dalla morte; che sarebbe quindi avvenuta nel 1839; fu murata una lapide attualmente esistente e che, sempre a dire del cronista, giunse via mare a Gallipoli, e accorsero 24 facchini per il trasporto.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Né la cura edilizia del Vescovo Vetta fu posta solo per il palazzo perché l’attuale chiesa dell’Immacolata (già S. Francesco) nella volta ha lo stemma di detto vescovo : una torre in vetta ad un monte; il che sta a dire che fu fatta a sue spese in una al contrafforte sul lato della strada, forse perché in antecedenza, data l’altezza e la mole; invece della copertura in pietra vi era una tettoia.

Sotto la data del 23 maggio 1853 il cronista annota :

« …si demolì interamente l’arco vecchio del seminario e per tutto il giorno 25 si sbarazzò la strada dal Materiale, dovendo il 26 g.no del Corpus passare la processione. Ciò avvenne dopo che di già si era fatto l’arco nuovo di comunicazione tra il seminario ed il Palazzo nuovo Vescovile principialo o sia ripigliato il fabrico in giugno del 1850 come sopra e già compito, ed abitabile, ma il Vescovo Vetta non ancora ci dormiva per la tinta di olio alle porte ed altro, ma le spese continueranno per perfezionare parte dei sottani, basulati e tutt’altro, ec. ec. e col fatto si osservava la ferma intenzione del Vescovoa fronte degli antecessori.

Dalle successive annotazioni risulta che il palazzo episcopale fu abitato dal vescovo solo nel gennaio 1854.

Ma il 7 agosto 1855 scoppiò il « cholera morbus » ed il cronista annota che fu fatta una processione di penitenza con la statua del protettore S. Gregorio Armeno e guidata dal vescovo Vetta. Il bilancio del male fu triste perché sino al 21 sett. 1855 ci furono 288 decessi; 528 contagiati e 200 guariti e fu in tale occasione che si dovette ampliare il cimitero in quella zona detta ancora « il colera ».

Durante l’epidemia anche il vescovo si prodigò recandosi presso gli ammalati.

Segue poi questa notizia :

« Nel dì 22 maggio dell’anno 1859 Domenica alle ore 17 3/4 passò all’altra vita il nostro Sovrano Ferdinando secondo in Caserta, ove da più anni domiciliava, e dietro una malattia di c.a mesi cinque chiamata da Medici, ascesso alla goscia destra, dell’età di anni 49 e mesi 4, si ebbe notizia la mattina ben presto che 23 d.° per il ramo della Polizia col telegrafo elettrico, e questa comunicata con dall’Intendente a questo giudice, e Sindaco, coll’annuncio di essere salito al Trono il Principe Ereditario Francesco secondo unico figlio procreato colla prima moglie Maria Cristina di Sardegna decretando nel tempo stesso, che ad eccezione del solo titolo, tutt’altro restare nello stato attuale fino a nuove disposizioni. Ciò fu con firmato colla notizia ufficiale avuta colla posta de’ 27 d° Mag.

A 4 giugno dell’anno il nro Vescovo Luigi Vetta ne fece il funerale pomposamente ed il Primicerio Marinaci l’orazione funebre; ma io nulla vidi perché incomodato ed i tempi non mi permettevano uscir di casa.

E si arriva già al regno d’Italia. Il cronista annota :

  • Con decreto de’ 11 sett. 1860 da Vittorio Emanuele Re’ d’Italia, che di già reggeva il Regno di Napoli fumo abolite le sepolture e richiamata in vigore la Legge sulli Campi Santi.

Il cronista tace su altri avvenimenti di carattere politico svoltisi successivamente e nell’anno 1861 annota :

« A 4 giugno 1861 si restituì in questa sua sede il nostro vescovo D. Luigi Vetta venendo dalli Bobbò di Lecce da dove fu rilevato dall’Arcid° Marinaci dal Primicerio Perrone; e non ancora da due dignità, al par delle altre, preso possesso da D. Giuseppe de Michele, dal giudice D. Vito Lorè, da D. Emanuele de Pandi e da d. Fra.co de Pandi sotto capo urbano, appositamente andati il mattino de’ 4 sud. con due carozze.

Egli lasciò la sua residenza per timore; ed andiede primo per pochi giorni allo Brusca, indi passò in Parabita, dove stiede per qualche tempo, ed indi, perché minacciato, coree si disse, si andiede a concentrare in Lecce tra i monaci Bobbisti ».

 nardò piazza

ERRATA CORRIGE

Le carozze furono tre – nella prima ci andava Monsignore – Il Giudice – Marinaci sud.°, ed il sotto Capo D. Francesco de Pandi -nella seconda il detto Perrone, ed il canonico Aprile, e nella terza li Sacerdoti D. Dom.co Antonio Asciutti, e D. Giuseppe De Michele.

Giunsero circa le ore 22 – e fin dalla Porta Maggiore della Cattedrale, un’immensità di Popolo echeggiando di evviva, accompagnò le carozze.

Entrato in Chiesa nella quale in un momento non si poté più penetrare per il concorso della Popolazione, fu ricevuto dall’intiero Capitolo, Preti e Chierici. Si espose il SSmo, e prima della benedizione e Tedeum, Monsignore seduto al Faldistorio, e quasi piangendo, fece un fervorino, inculcando la pace, l’unione e l’amore fra tutti e la pena da Lui sofferta lo star lontano dalla sua sede, ed amata Nardò.

E qui ha termine la cronaca la quale si occupa anche della nomina del frate Pro-Lettore domenicano nativo di Nardò : Michele Caputi di anni 43 a vescovo di Oppido Mamertino.

La cronaca è stata trascritta integralmente con il florilegio grammaticale chiarendo soltanto che « Brusca» è il nome di una masseria di Nardò in prossimità del mare e « Bobbò » è l’attuale reclusorio di Lecce che si vede uscendo da porta Rudiae nei pressi di S. Maria dell’Idria.

Il fatto che « per timore » e « minacciato » il vescovo si fosse allontanato, deve attribuirsi alle correnti politiche del tempo e cioè tra i favorevoli al nuovo stato di cose e quelli ancora ancorati alla dinastia borbonica.

I tempi si succedono sempre allo stesso modo e nei rivolgimenti politici occorre la sedimentazione per il trapasso tra un ordine di cose e l’altro.

Dalla piccola cronaca in mio possesso si rileva ancora che alle ore 8 e 10 minuti del 12 ottobre 1856 ebbe luogo un terremoto di natura ondulatoria che lesionò molte case e che anche a Napóli era avvenuto lo stesso e successivamente si accertò che Castrovillari era stata distrutta e metà di Catania. In complesso la cronaca consta di 20 pagine e cioè 40 facciate di cm. 21 per cm. 15 ed è scritta su càrta bianca di straccio non rigata con in trasparenza: la parola Almasso in un rettangolo e poi sempre in trasparenza : « Gius Baccan ». Ed al centro uno stemma con un’aquila con i piedi su di una specie di sgabello che posa su tre cumuli convessi. E’ da ritenere quindi che il vescovo non fu allontanato, ma; come si direbbe oggi: « reazionario » avverso il nuovo stato di cose; si trasferisse in volontario esilio nella masseria; « recessit in solitudinem », « per evitare le occasioni». Certamente se si fosse trattato di imposizione non sarebbe rimasto nel territorio della propria città e diocesi; ma sarebbe andato assai più lontano.

Come ieri anche oggi i tempi si equivalgono: per comodità si chiama fascista chi non la pensa come i criminali mentre gli antifascisti (che poi sono i fascisti di ieri) con improntitudine ripudiano il passato che vissero. Anche nel 1860 fu così.

Un ricco signore di Nardò morto ultranovantenne molti anni or sono raccontava che egli aveva già oltre 20 anni nel 1860 quando in Italia avvennero i nuovi eventi.

Recatosi in prefettura per avere il permesso di caccia; gli fecero sottoscrivere la dichiarazione di ossequio alla nuova monarchia mentre egli ed i suoi erano fedeli al Borbone. Egli firmò ed ottenne il permesso : e nell’andar via, con presenza di spirito disse all’impiegato: « ed ora che ho firmato siete sicuro della mia sincerità? ».

L’impiegato gli rispose : « figlio mio, anch’io la penso come te: debbo vivere! ».

Stolti coloro che credono a certe improvvise conversioni. Il vescovo Vetta, era di quelli che non subiscono le prepotenze derivanti dal successo del momento. Era un uomo di carattere anche se ciò dispiaceva ai nuovi venuti.

Puglia 1743: lo tsunami “ritrovato”. Intervista al prof. Paolo Sansò

salento

Quando si parla di terremoti e tsunami avvenuti nel nostro paese, molti ricordano soprattutto gli eventi più recenti. Per questo l’opinione pubblica nell’ultimo secolo ha considerato tra le regioni più sismiche d’Italia la Calabria, la Sicilia, il Friuli, la Campania, l’Abruzzo ed ultimamente anche l’Emilia. La Puglia viene spesso dimenticata ed in effetti ampie zone del suo territorio, in particolare la sua propaggine meridionale, il cosiddetto “tacco”, sono classificate tra le aree meno rischiose di tutto il territorio nazionale ai fini di un possibile disastro tellurico. La storia però, a chi sa interpretarla, racconta situazioni leggermente diverse che possono generare attente riflessioni per la salvaguardia del nostro territorio. Il geologo Giampiero Petrucci ne parla con il Prof. Paolo Sansò, docente di Geografia Fisica e Geomorfologia presso l’Università del Salento di Lecce nonché esperto dell’evoluzione geomorfologica del paesaggio costiero pugliese…

 

Leggi qui l’intervista:

http://www.meteoweb.eu/2012/10/puglia-1743-lo-tsunami-ritrovato-intervista-al-prof-paolo-sanso/157438/

Nardò: il terremoto del 20 febbraio 1743 in una testimonianza poetica diretta, o quasi …

di Armando Polito

L’ideale sarebbe, e non solo per la storia, che di qualsiasi fenomeno fosse testimone oculare, cioè diretto, un esperto, ma esperto veramente … dello stesso fenomeno, perché così sarebbe almeno salva l’attendibilità della testimonianza, nei limiti, tipicamente umani,  in cui anche l’acribia dello scienziato deve fare i conti con la sua sfera emotiva. Certo, la sfiga è sempre in agguato, come quasi duemila anni fa capitò a Plinio per essersi avvicinato troppo, per studiarlo meglio,  al Vesuvio in eruzione. È pur vero che sull’evento e sulla sua fine ne lasciò memoria l’omonimo nipote in due famose lettere indirizzate a Tacito; ma è avventato credere che quella relazione che il destino non concesse di compilare all’autore della Naturalis historia probabilmente avrebbe contenuto qualche dettaglio in più? E poco importa se esso non avrebbe, forse, alimentato la ridda di interpretazioni che nel corso dei secoli si sono accavallate sulle letterine del nipote. Noi, d’altra parte, con tutta la tecnologia che rappresenta, per prendere a prestito (con il solo cambio degli aggettivi possessivi) le malinconiche parole di una canzone di Sergio Endrigo, il nostro orgoglio e la nostra allegria, saremo in grado di consegnare a chi verrà testimonianze chiare, cioè destinate ad un’interpretazione univoca, sui fenomeni della nostra era, inquinamento compreso?

Non mi meraviglierei, ammesso che  mi fosse concesso di farlo in deroga alle leggi naturali …, se non venisse trascurata quella che, forse, è la più alta forma di conoscenza possibile, la poesia. E non sarebbe né la prima né l’ultima volta in cui per indagini di tipo scientifico vengono utilizzati, non come extrema ratio in mancanza di altro ma come probabile elemento integrativo, dati estrapolati da un testo poetico.

È quello che mi accingo a fare pur limitando il mio intervento alla sfera di mia, mi auguro non presunta, competenza; nelle note il lettore comune avrà modo di chiarire il significato di qualche passaggio, l’esperto di terremoti potrebbe trovare qualche indizio per convalidare, integrare o correggere  un’ipotesi.

Poiché all’epoca del terremoto l’autore, che via via scopriremo, aveva 22 anni, è legittimo pensare che il componimento sia stato scritto quando l’eco dell’evento si era, se non spento, quantomeno attenuato, anche a livello psicologico. Può aver sfruttato i ricordi del padre Giovanni Bernardino (1695-1760), del quale scrisse la biografia1 nella quale si legge:

La sua erudizione non meno, che la sua presenza di spirito in qualunque scabroso affare, ben tosto gli guadagnarono una particolar confidenza col Signor Conte di Conversano, da cui nella piccola dimora, che fece in detta Città, gli fu conferito il governo di essa con piena soddisfazione del Pubblico; ed avvenuto in quel tempo il noto orribil tremuoto, che quasi affatto distrusse una Città così riguardevole; ed accorsovi il Signor Duca di Ceresano allora degnissimo Preside nella Provincia d’Otranto, e conosciuta l’abilità, e la destrezza di detto Tafuri con animo quieto, e tranquillo se ne parli, lasciando il tutto raccomandato al di lui prudente regolamento. Ben corrispose egli alla buona opinione di detto Signor Duca, mentre non risparmiando fatiga, né riguardando gl’incomodi di una rigidissima stagione, assistè sempre personalmente a tutto: fè subito aprire le strade ingombrate, e le Chiese dalle precipitate macerie, fè disseppellire i morti, e fè ridurre tutt’i poveri storpi in un destinato luogo per Ospedale, provvedendo tutti di vitto, di Medici, e di medicamenti, e mostrando in tal congiuntura non solo una mente la più metodica, e regolata nel distribuire le cose, ma eziandio un animo ridondante di Cristina Carità, e quel ch’è più senza pregiudicare le solite ore da lui addette allo studio.2

Il componimento che tra poco leggeremo fu pubblicato per la prima volta da Giovanni Bernardino nella seconda parte del terzo tomo (senza segnatura di pagina) della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscito a Napoli, senza nome dell’editore, nel 17523, ma riproduco il testo, perché tipograficamente meglio leggibile, in formato immagine da un’altra pubblicazione4, aggiungendo di mio la traduzione a fronte e in calce le relative note (se il tutto dovesse risultare difficoltoso alla lettura, sarà sufficiente l’invio di un messaggio e il giorno successivo avrò già provveduto).

 


 


 

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1 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pp. 582-590.

(https://books.google.it/books?id=IgMi5BSSwKcC&pg=PA585&dq=Opere+di+Angelo,+Stefano,+Bartolomeo,+Bonaventura,+Giovanni+Bernardino+e+Tommaso+Tafuri+di+Nard%C3%B2+ristampate+ed+annotate+da+Michele+Tafuri&hl=it&sa=X&ei=u_jEVOfwLIrxUuqYgogO&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=Opere%20di%20Angelo%2C%20Stefano%2C%20Bartolomeo%2C%20Bonaventura%2C%20Giovanni%20Bernardino%20e%20Tommaso%20Tafuri%20di%20Nard%C3%B2%20ristampate%20ed%20annotate%20da%20Michele%20Tafuri&f=false)

2 Op. cit., pp. 589-590. Al padre Tommaso dedicò anche un componimento in distici elegiaci pubblicato da Giovanni Bernardino in Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II, s. p. (https://books.google.it/books?id=8D40AAAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ei=CgDFVOOrNoitaZmJgvAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false):

 

Traduzione: A GIOVANNI BERNARDINO TAFURI IL FIGLIO TOMMASO. O caro genitore, concessomi dagli astri favorevoli, tu che mi sostieni spinto da un amore particolare, voglia il cielo che io possa  procedere sulle tue orme e pari a te innalzarmi per l’onore del mio ingegno!  In me stesso, se c’è qualche forza, agisce il pericolo e ora grazie a te mi piace la sola Minerva. Quel tuo lavoro continuo mi atterrisce e con le lotte costringi tutti ad indietreggiare. Ma per te hanno un dolce sapore le arti della tua Tritonidea; ogni peso della fatica ha sempre un dolce sapore. Lucifero e Vesperob ti vedono immerso in profondi studi quando sarebbe necessario che anche una breve ora fosse libera da impegni. Ohimè, temo che tu, oppresso da tanta mole di fatica, mi venga a mancare (Dei, tenete lontana questa sventura!)c. Se il primo libro degli Scrittori del regnod piacque da tempo ai Sapienti, dovunque lo dimostra il plauso. Apollo è felice di conservarlo nei suoi scaffali e la dotta Minerva lo legge e rilegge come suo.  Ma il secondo si dirà degno di eterno onore, bella in esso la materia e alquanto piacevole.  Quanti Scrittori per te, quanti libri avesti cura di sfogliare, quante carte sporche di troppa polvere!  Qualsivoglia degli Autori mandò libri da lui messi insieme, ogni Biblioteca è al tuo servizio. Il tuo ingegno molto soffrì, fece, sudò e patì il freddo: ora, orsù, dà una pausa allo studio. La mente torna più sveglia alle consuete fatiche dopo un breve riposo: dunque mettine uno piccolo nel lavoro. Prego tutti gli dei che non mi rincresca ricorrere ai tuoi consigli qualora ti dessero la vecchiaia di Nestoree. O genitore, capo santo per tuo figlio, o veramente mia gloria destinata ad andare per tutte le vie del sole!

a Minerva, nata, secondo una delle tante tradizioni mitologiche, sulle sponde del lago Tritone (in Africa).

b Rispettivamente: stella del mattino e della sera.

c Purtroppo la sua paura si avverò perché Giovanni Bernardino morì a 64 anni.

d Il primo tomo della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscì nel 1744 a Napoli per i tipi di Mosca; la composizione della poesia, perciò, è posteriore a tale data ed anteriore al 1748, anno come s’è detto, di pubblicazione.

e Il più saggio e vecchio dei condottieri greci.

Suo fu anche il testo della lapide apposta sulla tomba del padre nella chiesa di S. Francesco da Paola e poi rifatta nel 1920 da Antonio Tafuri. In essa è dominante il ricordo dell’impegno di studioso del padre.

 

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo Qui sono sepolti i corpi di Giovanni Bernardino Tafuri e di Anna Isabella Spinelli coniugi patrizi neretini. Giovanni Bernardino illustre maestro di lettere come attestano moltissime sue opere edite con la fatica, la prudenza giovò alla patria e ai cittadini. Logorato più dal lavoro che dagli anni morì nel mese di maggio del 1760 all’età di sessantaquattro anni. Isabella assidua in chiesa per la carità profusa verso il prossimo, piissima verso dio chiuse la sua vita nel mese di giugno del 1751. Entrambi per la grande devozione verso S. Francesco da Paola, pur avendo  sepolcri gentilizi nel cenobio dei Padri Carmelitani vollero essere sepolti nella sua chiesa, dopo aver lasciato duecento ducati ai Padri per la celebrazione di messe in tempi stabiliti. Ai genitori amatissimi Tommaso Tafuri in lutto pose il 13 agosto 1760 dell’era volgare.

Essendo venuto meno il culto della chiesa la lapide, abbattuta nell’anno del Signore 1850, fu rifatta dall’arcivescovo Antonio Tafuri, figlio del pronipote nell’anno del Signore 1920.

Nell’immagine successiva il ritratto di Giovanni Bernardino Tafuri tratto da Domenico Martuscelli, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo I, Gervasi, Napoli, 1813:

3 http://books.google.it/books?id=2rFRAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

4 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura …,op. cit, Napoli, 1848, v. I, pp. 51-57. Le pp. 58-60 contengono i poemi minori di Tommaso Tafuri.

 

20 febbraio 1743. Quel fierissimo tremuoto…

di Marcello Gaballo

E’ uscito in questi giorni l’ultimo lavoro di don Giuliano Santantonio, direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, Quel fierissimo tremuoto. Nardò e le vittime del sisma del 1743. 28 pagine, stampate dalla tipografia Biesse di Nardò, che rileggono le vicende del funesto sisma del 20 febbraio 1743, che tanti danni arrecò a molti centri di Terra d’Otranto e alla città di Nardò in particolare.

 

san gregorio armeno

Un sisma di magnitudo M=6.9 che fu avvertito in tutto il Regno di Napoli e che causò danni ingenti e centinaia di morti, tra cui anche donne e bambini, dei quali elencati in dettaglio dall’autore nella pubblicazione.

“Gran parte del tessuto urbano – scrive Santantonio – fu sconvolto e gli apprezzi dei danni, fatti da lì a qualche mese, vanno dai 260.000 ducati circa ad oltre 400.000 ducati, somma ingentissima se si tiene conto che il salario medio annuo di un bracciante agricolo all’epoca ammontava a circa 30 ducati. Il Liber mortuorum della Chiesa Cattedrale registra per quell’evento 112 vittime, due delle quali rimaste insepolte sotto le macerie: si tratta di una rilevazione assolutamente certa e attendibile, mentre alcune fonti parlano di 150 vittime e altre addirittura di 349, numeri che appaiono piuttosto inverosimili per la sola Città di Nardò, dove se vi fossero stati dei dispersi rimasti sotto le macerie sarebbero stati sicuramente individuati e citati nel Liber mortuorum, come fu per i due riportati.

La statua di S. Gregorio Armeno, che dall’alto del sedile si vide ruotare per tre volte con la mano benedicente protesa quasi a fermare il flagello, diede da subito origine al convincimento che fu la protezione del Santo Patrono ad evitare un epilogo ancora più doloroso”.

Nella prima parte del volumetto, seppur già note, si riportano le fonti notarili che descrissero l’evento:

“Tra quelle che presentano maggiore interesse vi sono gli atti e le annotazioni di alcuni notai dell’epoca, testimoni diretti dell’evento, le cui particolareggiate descrizioni ci lasciano intuire quale impressione ebbe a destare nell’animo dei contemporanei un evento così drammatico.

Scrive il notaio Oronzo Ippazio De Carlo:

“Nel giorno di mercoledì venti febbraio, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa ore 23 nell’occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn’uno ed intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s’offuscò l’aria e pareva che mandasse fuoco, l’acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 traballò per causa d’un tremuoto Nardò, tornò a traballare, e finalmente muovendosi la terra à guisa dell’acqua che ferve nella pignatta, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono dà 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc.. I mobili e suppellettili dall’ingiurie delle pietre, polveri, e de tempi che susseguirono, restarono di minor momento e valore.  La statua della Beatissima Vergine Maria del vescovado sotto il titolo dell’Assunta sudò. La statua di San Gregorio Armeno che steva sopra del publico Sedile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di San Michele e Sant’Antonio cascarono. Il danno ascese ad un milione sento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto da tutta l’Europa, anzi dal mondo tutto” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo)”.

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Sempre Santantonio scrive:

“Lo stesso notaio ripropone nel medesimo protocollo un’altra descrizione dell’evento, con qualche discrepanza rispetto alla prima:

“Successe un fierissimo tremuto, che durò secondo la comune, sette minuti, e ruinò dalle fondamenta la Città di Nardò [….] morirono duecentoventiotto persone, oltre centinara di figlioli e quattrocento e sette persone restarono in gran parte della persona offese e ferite. Quali morti e feriti furono tutte quasi persone basse a riserba del canonico D.Tommaso Abbate Piccione, del suddiacono Giuseppe Nociglia e del Padre fra’ Michele Talà Carmelitano. La fedelissima città di Lecce mandò per carità à detti infermi con il suo maestro di piazza settecento rotola di pane, quattro castrati e contanti. L’eccellenza del Signor marchese di Galatone ò sia il Principe di Belmonte colla sua solita pietà provedè del necessario detti poveri avendo dato ricovero alle religiose dette del Conservatorio, ed à più e più persone che erano fuggite in Galatone, dove dimora detto Eccellentissimo duca di Cerisano preside e da dove giornalmente si porta per provedere agli bisogni di detta città. Varii furono gli eventi che precedettero à detto tremuoto e frà questi il Tutelare Padre S.Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra del Publico Sedile nella piazza nell’atto che la terra si scoteva, invocato dal popolo si voltò visibilmente verso il ponente dà dove s’insorse il tremuoto, e la mano che prima steva in atto di benedire ora si vede tutta aperta ed in atto che impedisce il flagello: a continua a star voltata verso di detto vento di ponente, avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma non già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S.Michele, e di S.Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso S.Gregorio…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo) “.

E completa con l’altra annotazione:

“Il notaio Vincenzo Fedele, sotto la dicitura “Notizia a’ Posteri” inserita nel suo protocollo del 1742-1743, racconta circa la statua di San Gregorio posta sul Sedile:

“trè volte si vidde dal popolo che presente era in Piazza nell’atto di precipitare, e nello stesso istante li caschò la midra dà testa […] onde considera ò mio lettore che forsa hà il nostro Gran Protettore davanti Sua Divina Maestà à liberare il suo popolo dà i suoi giusti castighi per le nostre colpe. Gran Protettore Gregorio quanto ti deve la Città neretina” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Vincenzo Fedele)”.

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Riguardo l’entità dei danni nella sola Nardò l’autore riporta quanto scrisse il notaio Nicola Bona a distanza di qualche mese in un elenco sicuramente incompleto:

la intiera chiesa del venerabile convento di S.Francesco di Paola; la mettà del venerabile monastero di S.Teresa; il quarto di quello di S.Chiara; il terzo del venerabile Conservatorio di donne monache sotto il titilo della Purità assieme colla gubola della chiesa frantumata; la chiesa del venerabile convento de Scalzi di S.Agostino sotto il titolo della Coronata divisa pe il mezzo; il vescovado tutto conquassato e parte rovinato; la catedrale tutta servata col campanile precipitato in due de suoi ordini; il campanile della chiesa dei PP.Predicatori frantumato l’ordine superiore e la chiesa minacciante rovina; le case della Città nella publica piazza colle carceri nella parte inferiore tutte tirate a terra colla morte di sette infelici carcerati…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Nicola Bona).

E per completezza vengono anche riportati i pareri di alcuni mastri muratori, chiamati a redigere una stima dei danni subiti dal campanile della chiesa di S.Domenico e del Seminario ricostruito da Ferdinando Sanfelice, di cui fu danneggiata “specialmente la facciata, furono ruinati da sotto le fondamenta, la scala che si sale sopra e l’ambulatorio precipitati à terra et anche la chiesa, con havere solamente rimasta in piedi lo pariete della strada, e tutta aperto, e le officine desolate…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano)”.

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Molto interessante, ma anche questa cronaca già nota agli studiosi, la perizia giurata dei mastri muratori Nicolantonio de Angelis di Corigliano e Lucagiovanni Preite di Copertino, che quantifica nel modo seguente l’entità complessiva dei danni:

  • ducati 62.512 per gli immobili appartenenti ai benestanti;
  • ducati 50.829 per gli immobili delle persone povere;
  • ducati 108.982 per gli edifici ecclesiastici;
  • ducati 8.000 per trasportare fuori le mura i materiali degli edifici crollati e di quelli da abbattere;
  • ducati 30.000 per ricostruire le mura e le torri
  • ducati 6000 per le case del Governatore e le carceri;
  • ducati 800 per il Sedile;
  • altre somme non quantificate per riparare il cappellone di San Gregorio nella Chiesa Cattedrale e le case, appartenenti alla Città e dati in uso ai Ministri regii di passaggio (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano).

Liber mortuorum frontespizio

La novità della pubblicazione è data proprio dall’elenco delle 112 vittime, riportato nel Registro dei Defunti della Chiesa Cattedrale di Nardò, vol. 18 – dal 1742 al 1766 in quel “Giorno di mercordì a 20 febraro 1743 ad’ore ventiquattro meno un quarto sortì un terremoto così grande che non solamente precipitò tutta la Città ma vi morirono sotto le pietre li sottoscritti videlicet 112″.

Lo studioso non solo trascrive i nominativi, ma riporta delle utili notizie genealogiche e anagrafiche proprie di ognuno dei defunti, contribuendo così a colmare un’altra lacuna della storia cittadina.

 

Nota informativa: la pubblicazione potrà essere ritirata presso la Cattedrale di Nardò.

Libri/ Taranto. Correva l’anno 1710

Due terremoti (1710-1743), storie di vita tra i vicoli, tradizioni scomparse e ancora in vita. Tutto questo e altro ancora nel segno della devozione della città di Taranto verso la sua patrona, assieme a San Cataldo: la Vergine Immacolata.

Testimonianze, racconti di tarantini veraci, vicende di confraternita, storie di monumenti legati al culto della Vergine e veloci scorribande nella gastronomia legata alla festività. Senza dimenticare quanto accade nei comuni della provincia.

Se ne parla nel libro “Correva l’anno 1710”, realizzato da Angelo Diofano (Edit@, di Domenico Sellitti), e arricchito della presentazione del noto storico Vittorio De Marco.

Questa storia (scrive il prof. De Marco) si snoda attorno a una confraternita, quella dell’Immacolata, intenta ogni anno a celebrare e solennizzare la festa

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