La Terra d’Otranto in una mappa dell’Europa del secolo XVI

di Armando Polito

Nel 1573 usciva il libro del quale riproduco il frontespizio.

 

Tra i fogli 4v e 5r c’è questa mappa dell’Europa.

Ingrandisco  il dettaglio che ci riguarda.

Osservo, in rapporto all’uso delle maiuscole e delle minuscole, che la grafia Apruso (in cui solo la lettera iniziale  è maiuscola) costituisce graficamente una via di mezzo tra ITALIA (tutto in  maiuscole) da una parte e terra d’otranto e calabria (tutto in minuscole) dall’altra. Non sarebbe fuori luogo cogliere in questo l’origine dell’atavico isolamento del sud, che continua a distanza di quasi cinque secoli (vedi Freccia rossa-contentino che arriva fino a Lecce ma su binari preistorici …, per non parlare del sistema aeroportuale).  Non vale mettere in campo l’arbitrarietà, in quei tempi, e non solo nelle mappe, dell’uso di maiuscole e minuscole, perché, da un punto di vista storico l’Italia come entità politica, pur nel suo frazionamento in singoli stati, si fermava, di fatto, a Roma. Se è così, però, non appare casuale napo-li con la sillaba finale facilmente confondibile con i trattini/onde circostanti (De Luca/Crozza direbbe: Se sò arrubbato pure ‘na sillaba …) in contrapposizione a TIRENO (il mare) e Tireno (la costa),il che vale pure per Ionico, mentre Mare Adriatico appare sottolineare non solo con l’aggiunta dell’apposizione (Mare) ma anche con le due iniziali maiuscole M ed A la sua importanza, mentre il minuscolo delle restanti lettere potrebbe trovare giustificazione nello spazio a disposizione.

Certo, quest’interpretazione “politica” della mappa da un “antipolitico” come me sembrerebbe il colmo. Ma, specialmente oggi, essere “antipolitico” (lungi da me il grillare … a scatola chiusa …) non è forse anch’essa una (op)posizione “politica”?

Vini DOC Terre del Negroamaro. Salento che cresce, Salento che accoglie

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di Giuseppe Massari

Il Salento, concepito nella sua accezione geografica, storica e territoriale più ampia come Penisola salentina,  comprende l’intera provincia di Lecce, quasi tutta quella di Brindisi e parte di quella di Taranto. Sempre da un punto di vista geografico, rientrano nel territorio della Penisola salentina alcuni comuni della Valle d’Itria: Martina Franca (TA), Alberobello e Locorotondo (BA), Cisternino e Fasano (BR) ed alcuni comuni a Nord di Taranto: CrispianoMassafra.

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In questa vasta area, la produzione vitivinicola, da sempre, ha ricevuto forti impulsi economici e commerciali e anche riconoscimenti a livello internazionale, nazionale e regionale. Forse anche troppi se ci si riferisce alle denominazioni d’origine controllata riconosciute ai vini. Una pletora spalmata, quasi, su ogni paese, eludendo potenzialità territoriali o complessi produttivi più estesi, più storici, più importanti.

In Italia, forse, contravvenendo alle normative europee, le DOC o le DOP sono state elargite, non per motivi strettamente economici, ma elettorali, politici, di convenienza, di opportunità, per una sorta di egoismo o campanilismo così come si costruivano ospedali in ogni città. Di questo fenomeno sono stati interpreti e protagonisti la Puglia e il Salento in particolare.

Basta sfogliare il testo di Donato Antonacci: I vitigni dei vini di Puglia, edito da Adda il 2004, per rendersi conto quante sono state località e interi territori geografici, con i loro vitigni singoli e associati, che hanno chiesto ed ottenuto DOC e Indicazione geografica tipica (IGT). Vale la pena fare l’elenco in ordine alfabetico, sia per quanto riguarda la valorizzazione d’origine che per quella geografica tipica. DOC dei vini di “Alezio”, disciplinare di produzione pubblicato sulla G.U del 26 settembre 1983; DOC dei vini “Brindisi” con disciplinare di produzione del 23 aprile 1980; il 29 gennaio 1977, la G.U. pubblicava il disciplinare di produzione dei vini “Copertino”; ai vini DOC di “Galatina”, il disciplinare di produzione fu concesso con decreto del Ministero del Risorse Agricole, il 24 giugno 1997; sulla G.U del 28 marzo 1997 veniva pubblicato il disciplinare di produzione che riguardava i vini di “Leverano”; con decreto del presidente della Repubblica del 21 dicembre 1988, i vini di “Lizzano” entravano nella grande famiglia DOC; di DOC viene insignito il vino “Martina” o “Martina Franca”.

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Siamo nel luglio del 1990 quando la G.U., il 17 di quel mese pubblica il decreto del Presidente della Repubblica firmato il 9 febbraio dello stesso anno, in sostituzione del Dpr del 10 giugno 1969; per il vino “Matino”, il disciplinare di produzione viene emesso il 19 maggio 1971 e pubblicato il 24 luglio dello stesso anno sulla G.U.; DOC per il vino di “Nardò” riconosciuta con Dpr del 6 aprile 1987; la G.U. n. 83 del 28 marzo 1972 pubblica il disciplinare di produzione per i vini di “Ostuni”; al “Primitivo di Manduria” viene riconosciuto il disciplinare di produzione per la DOC, il 30 ottobre 1974; la DOC per il “Salice Salentino” viene assegnata il 6 dicembre 1990, data in cui il Presidente della Repubblica firma il decreto in sostituzione di quello precedente sottoscritto l’8 aprile 1976; ultimi, in ordine alfabetico, i vini “Squinzano”, la cui DOC è stata sancita con il decreto pubblicato sulla G.U. del 31 agosto 1976. Per quanto riguarda la Indicazione geografica tipica dei vini del “Salento”, il decreto sul disciplinare di produzione fu firmato dal ministro delle Risorse agricole il 20 luglio 1996.

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Tanti, troppi frammenti e molta dispersione di forze ed energie. Questo il quadro più o meno completo che delinea la vastità di vini a denominazione controllata, molti dei quali prodotti con le stesse qualità di vitigni , in misura percentuale diversa: maggiore o minore, a seconda della incidenza qualitativa e quantitativa del prodotto da vinificare. Da questo spaccato storico e geografico emerge un dato: la impossibilità di riconoscere la varietà e la bontà del prodotto. La qualità, forse, viene penalizzata o racchiusa nell’ambito dell’orticello campanilistico che non serve né a far crescere il territorio e né la stessa qualità del prodotto.

Nell’ottica di quella che deve essere la globalizzazione intelligente e non selvaggia dei movimentisti arcobaleno; nell’ottica di quella che deve essere la rete solida e solidale, fuori e lontana da certi egoismi, soprattutto nei rapporti commerciali, economici, politici e territoriali, si impone la ricerca di strumenti più idonei per vincere certe sfide, per essere al passo con i tempi, senza restare indietro o guardare come il progresso ci passi davanti senza fermarsi o senza che venga acchiappato. Una delle ipotesi progettuali, una pista su cui lavorare, potrebbe essere quella riferita all’iniziativa Premio Terre del Negroamaro.

Giunta, quest’anno, alla sua ottava edizione, la rassegna di Guagnano, organizzata e promossa unitamente al Gal Terra d’Arneo e destinata ad affermarsi come momento di riflessione e di vetrina per uno sviluppo compatibile con le esigenze del territorio, deve portare ad un solo e vincente risultato: una DOC unica per tutti i vitigni delle Terre del Negroamaro, DOC Terre del Negroamaro. Nel mentre, tra l’altro, ogni anno questa parte nord del Salento è capace di mobilitare attenzioni ed interessi culturali, racchiusi in quella parte di storia conservata nel Museo del Negroamaro.

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Soprattutto, perché questo vitigno ha una sua nobile storia, ripresa proprio da chi scrive e fatta oggetto di un precedente contributo su queste pagine del blog. Una storia secolare di tutto rispetto, di tutto pregio, di notevole interesse e spessore cultuale Perciò, anche per questo, è bene, è un bene per tutti coalizzarsi; unirsi nella rete di un sistema, per fare sistema, per essere forti e competitivi. Non sembri una proposta dirompente, una provocazione estemporanea.

Non suoni penalizzante per chi ritiene di aver acquisito certi privilegi e a questi non vuole rinunciare. Quelle conquiste identitarie, di etichetta, forse, sono state delle forzature. Magari, frutto di imbrogli e di inganni da parte di chi doveva dimostrare di essersi impegnato nell’ambito del proprio collegio elettorale. Per fortuna, il tempo cammina con le gambe di un medico che sana lacerazioni, ferite, divisioni, create, artatamente.

L’evoluzione, oggi, è tale che ci fa capire come il territorio cresce, deve crescere, viene valorizzato nella misura in cui viene identificato nella sua interezza e nella sua essenza e non nel conventicolo rapporto di una comunità costretta, poi, a confrontarsi con altre identità che, invece, galoppano, facendo passi irraggiungibili.

Uscire dalle secche del provincialismo paesano, per trasformare quel prodotto della terra in un vero prodotto nostrano e regionalizzato; nostrano e nazionalizzato. Questo ci insegna la storia e la nascita dei Gal; questo ci ha insegnato e ci insegna la straordinaria esperienza della Taranta. Non più o non solo patrimonio di Melpignano, ma di tutto il Salento, di tutta l’Italia; quella che potrebbe, addirittura, avanzare una formale richiesta per farla inserire e riconoscere quale patrimonio immateriale dell’umanità.

Nardò, il Pio Monte di San Biase e le tasse

di Armando Polito

Ogni tanto si leva una voce piuttosto isolata che pone il problema della necessità di sottoporre i beni immobili ecclesiastici posti al di fuori della Città del Vaticano alla variegata tassazione che angustia qualsiasi cittadino onesto contribuente, sia che possegga una stamberga, sia una villa hollywoodiana o possa disporre di un attico di 250 m2
I detrattori di papa Bergoglio lo accusano di dire solo banalità, contrapponendo la sua figura a quella del suo predecessore, quasi fosse un miserabile populista succeduto ad uno splendido leader. Quel che dice Bergoglio sarà pure un coacervo di cose banali, ma in questo mondo improntato alla superficialità ed all’abitudine vale forse la pena ribadire concetti ovvii riguardanti gli autentici valori persi di vista piuttosto che perdere tempo avventurandosi in sottili distinguo teologici che non coinvolgono certo il comune fedele (figurarsi chi tale non è …) e che ben pochi, comunque, capiscono o sono disposti a capire. Se poi alle parole seguissero i fatti, non è che io diventerei di colpo meno anticlericale di quanto non sia da tempo o altrettanto repentinamente rivedrei la mia posizione nei confronti delle religioni, tutte, nessuna esclusa: forse ingenue e pure solo nel momento della loro nascita, poi progressivamente strumento formidabile di potere che sfrutta la paura della morte, promettendo mirabilie paradisiache in una vita futura (forse non ci rimettono solo i gatti …) e facendo ben poco per lenire almeno una porzione di quella sofferenza infernale che coinvolge la maggior parte dell’umanità per colpa di una squallida minoranza di cui, con maggiore o minore responsabilità, faccio parte pure io.

E allora, se papa Francesco decidesse di fondere o di porre all’asta il Tesoro del Vaticano e di mettere il ricavato a disposizione dei Poveri della Terra, se con iniziativa propria si dichiarasse disponibile a trattare sull’esenzione fiscale di cui godono i beni ecclesiastici posti al di fuori dei confini della Città del Vaticano, mandando al diavolo, sia pur in parte, il Concordato a suo tempo stipulato con un tirannello, ma soprattutto la Convenzione finanziaria rimasta pressoché immutata nella revisione del 1984, se …
Indietro non si va (nonostante il fare un passo indietro sia diventato, sempre verbalmente, di moda) ma qualche volta sarebbe opportuno andare ancora più indietro. Per esempio: in esecuzione del Concordato del 1741 tra la S. Sede e la Corte di Napoli fu istituito il Tribunale misto, con componenti nominati da entrambe le corti, il quale aveva l’ufficio di ispezione su tutti i luoghi pii, laicali e misti. Aveva potere consultivo relativamente alle questioni che gli venivano sottoposte e potere amministrativo nella tutela degli interessi dei luoghi nominati. Le sue attribuzioni furono trasfuse dopo la sua abolizione nel Consiglio generale degli Ospizii. Durò fino al 1806.

Nel 1788 vennero pubblicati degli opuscoletti ognuno dei quali conteneva per ogni territorio un indice dei luoghi, cui seguiva una nota dettagliata del tributo dovuto da ciascuna istituzione ivi esistente. Di seguito il frontespizio dell’opuscolo che ci interessa da vicino (scaricabile integralmente da https://books.google.it/books?id=SVrYWJAfogYC&pg=PP1&lpg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&source=bl&ots=BLKisPxh1O&sig=WylhpBoQTjipjMe88nVlGiW6meA&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjw9Iu9z5_OAhUBFxQKHQ7EAHQQ6AEIMjAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false).1

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È interessante notare anzitutto la dicitura Provincia di Lecce in un opuscolo che include anche i centri della provincia di Brindisi e di quella di Taranto, per cui, a tutti gli effetti, qui (si tratta di un documento ufficiale) Provincia di Lecce sostituisce la vecchia dicitura Provincia di Terra d’Otranto. Manca in ciascun opuscolo della serie il nome dell’editore e quello del luogo di edizione e il fregio visibile in basso allude alla volontà del re ma non ci dà la certezza che gli opuscoli uscirono dalla Stamperia Reale di Napoli. Avrebbe richiesto troppo spazio riprodurre i dati relativi ad ogni luogo (sono 181), per cui riporterò solo quelli strettamente necessari.

Il tributo totale ammonta a 1216 ducati ed è così ripartito:provincia di Lecce ducati 811,50; provincia di Brindisi ducati 139,50; provincia di Taranto ducati 267.

Come si vede, la contribuzione dei centri della provincia di Lecce surclassa quella delle altre due (ed è certamente un sintomo di maggiore vivacità economica)  e nel suo ambito spiccano, dopo il capoluogo che deve versare 27 ducati, Nardò che ne deve versare 25. Ma, come in un gioco di scatole cinesi, qual è l’istituzione neretina che compare come il maggior contribuente? Vale la pena questa volta sfruttare più spazio e riporto, perciò, la scheda completa.

Su un totale di 25 ducati da corrispondere da parte di 8 istituzioni ben 15 sono a carico del Monte di San Biase. Quanto ad Opere di Misture credo che siano quelle che rientrano tanto nell’ambito laico quanto in quello religioso. Il lettore che lo vorrà troverà una breve ma documentata ed esauriente trattazione dell’amara storia connessa con questa istituzione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/20/la-nobilissima-famiglia-sambiasi-e-lingente-lascito-perpetuo-a-favore-dei-cittadini-di-nardo/.
Comunque siano andate le cose, vi pare azzardato da parte di qualcuno che volesse scriverne una versione più romanzata di quanto non sia stata la rocambolesca realtà, adottare il titolo La triste fine di un istituto benefattore nonché contribuente?
Un’ultima nota: tutti i monti di pietà citati nell’opuscolo sono sottoposti ad un tributo di ducati 1,50, fatta eccezione per questo di Nardò e del Monte sotto il titolo della Pietà dei poveri di Taranto, assoggettato al pagamento di ducati 57.
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1 Per chi, salentino o no, fosse interessato agli altri territori:

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Matera … (https://books.google.it/books?id=rm0y6dmU8UQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiAm8W94p_OAhVFaxQKHX2aDrMQ6AEIHjAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Capitanata … (https://books.google.it/books?id=oWKx7lSubDQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIJTAB#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato citra …
(https://books.google.it/books?id=E-l-zyyrjJsC&pg=PA44&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIQTAH#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato ultra … (https://books.google.it/books?id=wPjG9o_0yD0C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIKjAC#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia dell’Aquila … (https://books.google.it/books?id=Dk58umAR3a4C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEINDAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Chieti … (https://books.google.it/books?id=4QNsMynqt0sC&pg=PA11&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIODAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Napoli …
(https://books.google.it/books?id=ONK9K9Cqc-AC&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIPTAG#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Teramo… (https://books.google.it/books?id=UqnosfqChfwC&pg=PA7&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIRjAI#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Cosenza …
(https://books.google.it/books?id=QSB_Vqw8ELEC&pg=PA16&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEITDAJ#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Contado di Molise … (https://books.google.it/books?id=KytEfkRmQZ4C&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQgbMAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Terra di lavoro …
(https://books.google.it/books?id=INbuAQlD2CkC&pg=PA9&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQggMAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

L’editoria in Terra d’Otranto nel XVI secolo

di Armando Polito

 

Non potendo esibire nessuna immagine (che scoop sarebbe stato!) relativa alle officine tipografiche del Salento nel XVI secolo, rimedio, prima di entrare in argomento,  con l’immagine che segue, veramente eccezionale, se, come credo, è la più antica che contenga la rappresentazione di un’officina tipografica. Essa è tratta da La grant danse macabre, opera uscita a Lione nel 1499  per i tipi di Mathias Huss. Mi auguro che l’eccezionalità dell’immagine basti a compensare il sentimento che alcuni suoi dettagli possono suscitare, in linea, d’altra parte con il titolo del libro (La grande danza macabra), sul cui argomento chi è interessato troverà dettagli in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/23/le-origini-antiche-di-una-poesia-popolare-gallipolina/. Fatti i dovuti scongiuri, procedo.

Qualsiasi innovazione tecnologica ha sempre avuto bisogno di tempo per diffondersi, un tempo, direi, inversamente proporzionale alla sua stessa evoluzione. Effetto, certo, dell’economia di scala e in parte pure del bisogno, subliminalmente indotto dalla pubblicità, di non poter fare a meno  se non dell’ultimo modello, spesso dal costo proibitivo per l’utente medio, almeno del penultimo. Quarant’anni fa, per esempio, un tv color di 28” (il massimo che la tecnologia potesse consentire) costava non meno di 800.000 lire , cioè il triplo dello stipendio medio. Oggi con la cifra in euro corrispondente al triplo di uno stipendio, per chi ha la fortuna di averlo …,  medio (diciamo 1300 euro netti), di tv (smart e 4k) te ne puoi comprare due da 70”.

Lo stesso dicasi per la stampa, in cui l’avvento dei processi digitali ha favorito la rivoluzione della rivoluzione a suo tempo operata da Gutenberg, con esiti allora inimmaginabili, se si pensa ai moderni programmi di videoscrittura, alle stampanti in 3d e, perché no?, alla crisi del libro stampato.

Se dovessimo operare pure con il libro il calcolo fatto poco fa per i tv, lo scarto sarebbe infinitamente maggiore, nonostante il punto in comune, sostanzialmente identificabile con il costo costo che, unito alla scarsissima alfabetizzazione, rendeva il libro un oggetto riservato ad una ristrettissima élite (la locuzione è quasi il superlativo di un comparativo …).

C’è da meravigliarsi, perciò, se nel Salento furono solo due i tipografi attivi nel XVI secolo? Io lo reputo già un miracolo, vista la classifica, che ho compilato con i dati risultanti da una mia ricerca specifica, in cui i primi posti (ci si poteva attendere altro?) sono occupati dai centri  che allora  detenevano una specie di monopolio in questo campo, figlio diretto della loro egemonia culturale. Da notare, inoltre, che  più di un tipografo ebbe officine in sedi diverse. Ecco la classifica emersa:  Venezia (380), Roma (239), Milano (194), Firenze (136), Napoli (131), Torino (79), Padova (50), Siena (36), Palermo (35), Reggio Emilia (21), Pesaro (20), Genova (16), Urbino (13), Foligno (7), Città di Castello (6), Cosenza (6), Como (3), Fossombrone (3), Pisa (2), Bari (1), Copertino (1), Taranto (1).

Se non sorprendono i nomi delle città occupanti i primi cinque posti, se era scontato, dunque, che la Puglia non spiccasse, sorprende, invece, l’entità del contributo regionale (2/3 editori) dato dal Salento. C’è da aggiungere, oltretutto, che l’unico tipografo registrato per Bari non era neppure italiano, ma francese:  Gilbert Nehou (attivo anche a Venezia) che pubblicò il volume: Colantonio Carmignano, Operette del Parthenopeo Suavio in varij tempi & per diversi subietti composte, et da Silvan Flammineo insiemi raccolte, et alla amorosa & moral sua calamita intitulate, In le case de Santo Nicola1, 15 ottobre 1535 (Di seguito il frontespizio e il colophon).

È giunto il momento di presentare questi due imprenditori salentini. Comincio da Copertino, in cui esercitò l’attività di tipografo Bernardino Desa, che ivi era nato. Non so dire se ci siano rapporti di parentela con San Giuseppe da Copertino, al secolo Giuseppe Maria Desa (1603-1663). Se non fosse che, quando il santo nasceva, Bernardino aveva cessato la sua attività (o, addirittura era già passato a miglior vita, cosa più che certa quando il futuro santo fioriva e lapalissiana quando, dopo la morte, si cominciarono a scrivere le biografie), pensate che scoop editoriale sarebbe stato per il nostro tipografo pubblicare un libro sul santo dei voli. Probabilmente anche allora, parenti o non parenti, l’omonimia avrebbe quanto meno indotto ad una più cospicua tiratura …

Di seguito l’elenco dei volumi stampati da Bernardino; ho potuto corredare qualche titolo col relativo frontespizio, ma è facilmente intuibile quanto questi volumi siano rari, ragione per la quale bisogna ringraziare la rete che con le sue digitalizzazioni ci permette di farcene un’idea un po’ più rimarchevole di quella offerta dai semplici dati bibliografici.

Successi dell’armata turchesca nella citta d’Otranto nell’anno MCCCCLXXX. Progressi dell’essercito, et armata, condottavi da Alfonso duca di Calabria; scritti in lingua latina da Antonio Galate, in Cupertino : appresso Gio. Bernardino Desa, 1583.

Constitutiones editae in dioecesana synodo Andriensi, quam Lucas Antonius Resta episcopus Andriensis habuit, anno Domini MDLXXXII, Apud  Io.  Bernardinum Desam, Cupertini, 1584

Alla fine del volume, prima dell’indice, c’è l’attestazione del notaio circa la corrispondenza tra il testo dei documenti trascritti nel volume e gli originali; segue la ratifica della dichiarazione notarile e l’imprimatur del vescovo  di Nardò Fabio Fornari  (1583-1596).

(Traduzione: Io suddiacono Filippo Pipino notaio per volere dell’autorità apostolica e segretario di questo sinodo diocesano di Andria attesto di aver di aver fatto la presente copia in trentasei carte qual è al presente dal suo proprio originale esistente nell’archivio della curia vescovile di detta città; fatto il confronto si è trovata esatta corrispondenza, fatta salva etc. E in fede ho sottoscritto ed ho apposto, richiesto, il mio solito sigillo che uso in simili circostanze. Luogo del sigillo. Così sta la varità. Il medesimo di sopra,notaio Filippo Pipino di propria mano.

Si stampi insieme con le lettere dell’illustrissimo Signor Cardinale Carafa scritte in latino sulla stessa materia e dirette al Reverendissimo Signor Vescovo di Andria e con le osservazioni aggiunte dalla mano del medesimo illustrissimo Signor Cardinale, di cui si fa menzione nelle dette lettere. Fabio Vescovo di Nardò).

Riprendo l’elenco delle pubblicazioni momentaneamente interrotto.

Pythagorae Scarpii Salentini Philosophia acerrima de anima, eiusque immortalitate, nature capacissima elaboratione cum omnium antiquorum opinione comprehensa, eorumque dilucidatione celeberrima , Cupertini, apud Iohannem Bernardinum Desam, 1584

Minimi,  Haec sunt acta et decreta trium capitulorum generalium Ordinis minimorum Avinonensium Barchinonensium & Januensium  repurgata per r. p. f. Gasparem Passarellum, Cupertini, apud Johannem  Bernardinum Desam, 1585

Statuti provinciali di frati Minori osservanti della provincia di San Nicolò. Fatti su l’anno del Signore MDLXXXV da tutti frati di detta provincia et confirmati dal reverendissimo padre fra’ Fr., In Cupertino, appresso Gio. Bernardino Desa, 1585

 

Ordinationi per la chiesa, e diocesi di Nardò, appresso Gio. Bernardino Desa, in Cupertino, 1591

 

Se Bernardino fu un copertinese attivo a Copertino, a Taranto, invece, il tipografo attivo fu Quintiliano  Campo, delle cui origini nulla si sa e del quale ci resta solo una pubblicazione:

Girolamo da Dinami,  Divina predestinatione ristretta in cinque capitoli dal r.p. fra’ Girolamo Dinami calabrese cappuccino, predicando, e leggendo in Venetia, a Santo Apostolo ne l’anno 1565 e dal medesimo in molti luoghi ampliata, e con migliore deligentia ristampata in Taranto, in Taranto : per Quintiliano Campo, nel primo del mese di marzo 1567.

 

P. S. Riporto il prezioso commento del sig. Francesco Guadalupi, apparso il 19 settembre c. a. sul profilo in Facebook della fondazione:

Credo sia opportuno fare un riferimento anche al libro che nel 1627, fu stampato a Brindisi, nel palazzo dell’Episcopio pur se questa fu una tipografia d’occasione, installata soltanto per la stampa dell’opera di Falces e bisognerà aspettare il 1699 perchè Tommaso Mazzei impianti una stabile officina che fu chiamata Stamperia Arcivescovale. Dice N. Vacca su Brindisi Ignorata p. 276: “L’arcivescovo Falces, per stampare una sua opera invitò nel 1627 in Brindisi un colto tipografo romano, Lorenzo Valeri, che da alcuni anni lavorava in Trani. Egli allogò la sua officina nell’episcopio e soggiornò in Brindisi per tutto il tempo che occorse per comporre e stampare la “Practica brevis ac universalis” di cui due esemplari sono posseduti dalla biblioteca Prov. di Lecce e uno dall’Arcivescovile di Brindisi.” Questa è l’immagine del frontespizio con marca e note tipografiche.

 

Approfitto dell’occasione per rinnovare  una comunicazione di servizio: si  pregano i gentili lettori di replicare il loro commento anche sul blog della fondazione, al fine di evitare che contributi preziosi come questo vadano perduti. In questo caso il destino ha voluto che casualmente mi imbattessi in questo commento, peraltro non notificatomi,  su Facebook, ma non si può sempre sperare nella buona sorte.

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1 S. Nicola è il protettore di Bari, per cui In le case de Santo Nicola vale Bari.

2 Due erano state le edizioni precedenti: una era uscita a Venezia per i tipi di Domenico e Luigi Giglio nel 1566, la seconda nello stesso anno a Padova, senza indicazione del nome del tipografo.

 

Fernando Baglivo, mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il mare del Salento

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

di Paolo Vincenti

 

Fernando Baglivo è un salentino della più nobile e autentica schiatta, un salentino del Capo di Leuca, di quella Finibusterrae che è luogo di partenze e di ritorni, di aeree nostalgie e azzurri approdi, di cielo e di mare, di terra rossa e di verde sfolgorante. Porta su di sé i segni della mappa genetica di un popolo, li porta sul proprio volto, nelle mani, nella sua parlata dalla cadenza  simpaticamente tricasina.

Fernando Baglivo è un salentino giramondo e nei suoi viaggi  reca con sé questo patrimonio indissolubile di sapere e sapori, odori e tradizioni, colori e folklore di casa.

Fotografo dilettante ma appassionato, ora pubblica sul nostro sito le sue splendide istantanee. Fernando inizia come antiquario e oggi si occupa di ristrutturazioni di antiche dimore.  In estrema sintesi, potrei dire che Baglivo è un uomo con i piedi per terra, il cuore vagabondo e la testa fra le nuvole. I suoi piedi infatti sono ben piantati in questa nostra terra salentina, essendo egli per temperamento uomo concreto e aduso ad un realismo del fare, che gli viene dagli insegnamenti ricevuti dalla nostra gente contadina in mezzo alla quale  è cresciuto; ma il suo cuore  va sempre ramengo dietro nuovi progetti, e anche quando è qua a Tricase, Fernando viaggia con la fantasia, sognando di tornare in uno dei posti meravigliosi ai confini del mondo che ha visitato, soprattutto l’India che esercita su di lui un fascino particolare ; e la sua testa è sempre immersa fra le nuvole, fisiche e metafisiche: quelle vere che vede trascorrere dal finestrino dell’aereo durante i suoi viaggi,  e quelle metaforiche che alimentano la sua creatività di uomo cartoon,  che sembra a volte appena uscito da un fumetto.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ha visitato mezzo mondo e vive ogni giorno come se dovesse partire il giorno dopo. “Sono un viaggiatore e un navigatore, e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima”, sembra dire Fernando, con Gibran. Ma i viaggi, cui è abituato fin da quando era un ragazzino, hanno rappresentato anche la sua personale “Bildungsroman” ossia, proprio come nei romanzi di formazione della narrativa tedesca (penso, su tutti, a quel capolavoro che è Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, di Goethe), il suo personale cammino di formazione verso l’età adulta e la piena maturazione e consapevolezza.

Vive in uno splendido eremo nella campagna tricasina, sempre aperto ad amici, sodali, intellettuali. Nella sua magione, un’antica casa di pastori sapientemente ristrutturata, sono passati tanti visitatori non solo salentini. Baglivo infatti ha ospitato tanti  artisti, celebri attori, registi e scrittori, anche star holliwoodiane,  tutti irrimediabilmente innamorati di questo estremo lembo di terra madre padre Salento, e Fernando a far loro da mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il  mare, i castelli e i palazzi e tutte le bellezze culturali della penisola salentina.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Alcune di queste celebrità hanno acquistato casa qui in provincia di Lecce,che hanno eletto a proprio buen retiro, anche per il tramite di Fernando. Il quale però,  fedele al suo dovere di ospitalità,  non ama fare i nomi dei propri amici internazionali per non violarne la privacy, venendo così meno al tacito vincolo di amicale discrezione. I suoi ospiti hanno potuto apprezzare le delizie della nostra cucina, i colori del nostro paesaggio e la bellezza della nostra architettura rurale. Fernando è molto attento alla salvaguardia dei luoghi e più volte si è rivolto anche con toni polemici a ingegneri, architetti, maestranze, amministratori locali, quando si è corso il rischio che questi deturpassero con i loro interventi invasivi la peculiarità degli edifici storici dei nostri centri.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Egli ha sollecitato gli addetti ai lavori ad accostarsi con rispetto e con religioso scrupolo a queste antiche dimore, ponendosi in sacro ascolto, cercando di intervenire in maniera semplice e conservativa, nel rispetto dei luoghi che è anche rispetto di se  stessi. “E’ sufficiente tutelare quello che abbiamo”,  ha scritto Fernando, “nella nostra meravigliosa e ricca terra e costruire case di qualità con un atteggiamento d’amore e di umile ascolto dello spirito dei luoghi.

In questo modo si instaura una dialogo con la natura circostante, dando vita a presenze architettoniche che non cessano di essere parte integrante del corpo del mondo, nella consapevolezza che l’identità degli individui si costruisce nell’interazione fra interiorità e mondo esterno e che l’inospitalità e la disumanità dei luoghi finisce per lasciare segni preoccupanti sull’identità umana, innescando una spirale di reciproca insensibilità fra essere umano e mondo, con conseguenze preoccupanti quanto devastanti”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Quante volte egli ha girato in lungo e in  largo il Salento in compagnia del suo caro amico Florio Santini (un altro grande viaggiatore) potendo approfondire e mettere in pratica queste sue riflessioni. Fernando ha sposato in tempi non sospetti quello che oggi è il concetto di “glocal”, ossia di locale e globale fusi insieme, secondo la nota sentenza “parla del tuo paese e sii universale”.

La sua casa è stata recentemente censita nella pubblicazione “Abitare in Salento” di Patrizia Piccioli e Cristina Fiorentini ( Idea books editrice). Ma la prima grande pubblicazione è stata fatta oltre 10 anni fa sulla rivista “Petra”, che ora si chiama “Casa antica” (Trentini editore-Ferrara). Per la prima volta veniva pubblicata  una masseria ristrutturata salentina. Da allora è scoppiato tutto un interesse per il recupero di queste antiche dimore.  Ed è nato anche tanto lavoro. “La Regione Puglia dovrebbe darmi un premio per questo” dice scherzando Fernando.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ogni mattina immancabilmente, estate ed inverno, autunno e primavera, si immerge nelle acque di Marina Serra per un bagno rilassante e rigeneratore. Ci vuole preparazione certo per poter affrontare un’esperienza del genere, soprattutto d’inverno, vincendo i rigori del freddo durante le giornate della merla. Ma una volta che il fisico si è abituato, Fernando garantisce che non si riesca più a farne a meno, e infatti ormai un nutrito drappello di suoi fedelissimi si immerge con lui ogni mattina e del fenomeno hanno iniziato ad interessarsi i media locali. Fernando ama immergersi all’alba e nelle risposte date ci spiega il perché.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

La profonda curiosità che lo anima, lo ha portato a fare ogni tipo di esperienza, anche quelle più estreme di meditazione e pratiche orientali, ad incontrare tante persone da un capo all’altro del mondo.

Baglivo vive di relazioni, incontri, scambi proficui e arricchenti, e, nella sua sete di conoscenza, sembra che egli vada incontro alla gente rovesciando la nota lezione filosofica  gnosce te ipsum, a vantaggio dell’insegnamento di Gibran “Mi dicono ‘se tu conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini’. E io dico ‘solo quando avrò cercato tutti gli uomini conoscerò me stesso’”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Baglivo è un uomo libero, un uomo certo non pacificato ma rasserenato, se così posso dire, consapevole di essere in marcia, che la sua ricerca deve sempre continuare, ma certo affrancato da qualsiasi tipo di repressione, condizionamento, interesse materiale, calcolo. La sua, una libertà piena, ma che oggi vuole vivere e godere pur sapendo che bastano pochi sonagli aggiunti al suo berretto della libertà per farne il berretto della follia. Questo è un rischio che è disposto a correre, posto che già pazzo, nella gretta mentalità dei superficiali, è sempre colui che è diverso, che fuoriesce dalla media, che si distingue e si distacca dal luogo comune.

Una intensa parabola umana la sua, nella quale una parte importante hanno avuto pure le donne, quelle che ha amato, dalle quali è stato amato, e quelle che ama ancora. Mi confessa di scrivere anche poesie d’amore che però non pubblicherà mai. Trovo tutto dentro di me!” mi dice Fernando, “ i viaggi in India, i viaggi nell’ Altrove aiutano ad andare dentro di Noi, a trovare quello che già c’è, perché dentro  c’è già tutto!”!

E così lo lascio sul far della sera. Quando esco da casa sua, so che a breve egli si siederà di fronte al suo grande camino con il suo maestro sufi   Mevlana Jelaluddin Rumi e insieme discetteranno intorno al “Fuoco dell’amore divino”. E con questo, che è forse l’autore più amato dal mio amico, mi piace concludere il nostro incontro:

Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi, 
produca finimondi di fuoco 
da ogni parte del mondo! 
Voglio un cuore come inferno 
che soffochi il fuoco dell’inferno 
sconvolga duecento mari 
e non rifugga dall’onde! 
Un Amante che avvolga i cieli 
come lini attorno alla mano 
e appenda,come lampadario, 
il Cero dell’Eternità,entri in 
lotta come un leone, 
valente come Leviathan, 
non lasci nulla che se stesso, 
e con se stesso anche combatta, 
e, strappati con la sua luce i 
settecento veli del cuore, 
dal suo trono eccelso scenda 
il grido di richiamo sul mondo; 
e,quando,dal settimo mare si volgerà 
ai monti misteriosi da 
quell’oceano lontano spanda 
perle in seno alla polvere!

 

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

Il Salento delle leggende

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

Salento-Popolare

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

 

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Forse dovremmo essere un po’ più orgogliosi delle nostre città.

E amarle per il loro giusto verso. Con fierezza moderna, evoluta, proiettata al domani.

Amarle, intanto, e onorarle, come la terra dei nostri padri. Delle nostre radici sentimentali e civili, guardando ad esse come a un patrimonio da sviluppare e trasmettere. Tanto più se la nostra patria, piccola o grande che sia, possiede oggettivi riscontri di arte e di storia.

La nostra terra, il Salento leccese, terra di memorie e futuro, è una madre di cento figli.

Per ricomporre l’originaria Terra d’Otranto, al già vivace comprensorio dei 97 comuni d’oggi andrebbero aggiunti quelli delle province di Brindisi e Taranto, nonché dell’area della provincia di Matera, che vi faceva parte integrante fino al 1663.

Il territorio attuale, negli ultimi lustri,e pur con qualche inevitabile improvvisazione elimitazione, è diventato un polo di richiamo irresistibile, un crogiuolo d’idee, un laboratorio di progetti.

Il Salento, infine, per nostra fortuna, non è del tutto uniforme: è, anzi, un mosaico di tessere variopinte. Ha i colori di Lecce e di Galatina, di Maglie e di Nardò, di Gallipoli e di Ugento, di Calimera e di Soleto. Ha vestigia antichissime, monumenti sacri e civili di rilevanza nazionale, una propria Università, gloriosi licei, biblioteche, musei, circoli e fermenti culturali. Le vaste distese di ulivi, di vigne, di frutteti e di fiori sono racchiuse tra le albe di Otranto e i tramonti di Gallipoli. Con piazze vivaci di mercati e di festa. E una corona di torri che dal mare Adriatico e dallo Jonio degradano, congiungendosi come una collana, verso l’estremo lembo di Santa Maria di Leuca de FinibusTerrae. Ai confini del mondo.

Geografia che si fa storia. E storia che diventa leggenda.

 

I confini tra il tempo reale e quello fantastico sono sempre difficilmente distinguibili. Come, e ancor più, quelli che si accavallano tra religione e superstizione, tra sacro e profano.

Quanto meno insolita, a tale proposito, per i suoi possibili risvolti a sorpresa, appare l’antichissima processione di San Pietro in Bevagna, legata a un rituale propiziatorio della pioggia, che si celebra tuttora a Manduria, in ricordo dei tempi in cui s’invocava con particolare devozione l’intervento del Santo perché debellasse ogni prolungato stato di siccità, pregiudizievole per i raccolti, del tutto fondamentali per l’economia locale.

Succedeva, allora, che i contadini portassero in processione, dalla chiesetta della frazione di San Pietro in Bevagna fino alla Chiesa Matrice di Manduria, l’immagine sacra dell’Apostolo, al quale si rivolgevano con preghiere, canti, suppliche, e penitenze d’ogni genere, portando sulle spalle grossi rami e tronconi d’albero. Oggi, infatti, è denominata “la processione degli alberi”.

Durante quest’atto di penitenza collettiva, si declamano altresì alcune litanie popolari, spesso improvvisate e comunque estranee alla liturgia ufficiale ecclesiastica. Una fra le più note recita: «Santu Pietru binidittu, / ca a lu desertu stai, / tantu bene ti òzzi Cristu / ca ti tanò li chiài: / tànni a nui lu Paradisu, / tu ca n’hai la potestai!» (San Pietro benedetto, / che nel deserto stai, / tanto bene ti volle Cristo / che ti donò le chiavi: / dai a noi il Paradiso, / tu che ne hai la potestà).

Fino a qualche decennio addietro, quando il rapporto tra il popolo dei fedeli e il Santo era, per così dire, più familiare e diretto, se la pioggia tardava a cadere, non si andava tanto per il sottile, e si metteva San Pietro… in castigo! I contadini ne sistemavano l’immagine fuori dalla Chiesa, e si rivolgevano ad essa con espressioni neanche tanto velate d’insulto o di minaccia, talora perfino aspre e dure, finché la pioggia non tornava ad irrorare i campi. E finalmente avveniva la riappacificazione.

Una leggenda nella leggenda riguarda l’arrivo dell’Apostolo sul litorale di Bevagna. Nel viaggio verso Roma, egli trovò riparo in questi lidi dopo il naufragio della sua piccola imbarcazione, e stanco e assetato si diresse verso una fonte che aveva intravisto non lontano. Accanto alla fonte si ergeva la statua di un dio pagano (forse Zeus, secondo la tradizione più diffusa), al che San Pietro si fece il segno della croce, e immediatamente la statua si frantumò ai suoi piedi. La gente che assistette al prodigio si strinse allora attorno al Santo, acclamandolo e convertendosi al Cristianesimo.

Un’ultima curiosità, che con San Pietro non c’entra ma con Manduria sì.

La bella città di origine messapica, capitale del famoso vino Primitivo, è fra le poche al mondo – insieme a Oria – che festeggia solennemente i Santi Medici.

Qualcuno obietterà che i Santi Medici sono festeggiati in molti altri paesi dell’Italia e del mondo. Dove sarebbe, quindi, questa presunta ‘esclusività’?

Ecco spiegato l’arcano. Tutti (o quasi) sappiamo che i Santi Medici sono i due fratelli gemelli Cosma e Damiano. Ma quanti sanno che, accanto a loro, ci sono altri tre fratelli, medici anche loro, e anche loro martiri esanti? Si chiamano Antimo, Euprepio e Leonzio. E Manduria – come Oria – li festeggia tutti e cinque insieme.

 

Fra i tanti Santi onorati nel Salento c’è il Poverello d’Assisi, protagonista anch’egli di una leggenda.

Si narra che San Francesco, mentre ritornava da un suo pellegrinaggio in Palestina, decise di fermarsi a Lecce per dare vita ad una nuova comunità religiosa. Si mise quindi a predicare, e in breve tempo radunò molti confratelli, vivendo di carità.

Ci fu un giorno, in cui ebbe molti problemi a raccogliere cibo sufficiente per tutti. Aveva già bussato ad ogni porta, ma il ricavato era ancora del tutto scarso. Per ultimo, bussò alla porta di un vecchio contadino, povero anche lui, che viveva da solo in una casupola appena fuori città. «Sono addolorato, ma non ho da mangiare neanche per me: non ho neppure una briciola di pane raffermo…», disse il vecchio a San Francesco, e richiuse la porta.

Per nulla turbato, il Santo bussò ancora. E il vecchio gli riaprì: «Fratello, mi dispiace…», replicò, «…ma neanche l’albero di arancio che ho in fondo al giardino, che è l’unica mia risorsa, quest’anno ha dato frutti!”.

San Francesco chiese allora di essere accompagnato in giardino. Si fece il segno della croce e si avviarono.

Quando vi furono giunti, il vecchio contadino rimase ammutolito dalla sorpresa, e s’inginocchiò, e pregò, piangendo dalla gioia e dalla commozione: l’albero era infatti miracolosamente stracarico di arance, e in tale abbondanza da sembrare perfino più grande! E tutto quel ben di Dio, raccolto in ampie ceste, non solo bastò per sfamare i fratelli di San Francesco e il contadino stesso, ma furono anche donate a tutti i vicini di casa.

Nessuno sa indicare il luogo esatto, ma a Lecce sono in molti a dire che l’arancio benedetto di San Francesco cresce ancora rigoglioso per sfamare i poveri, e ha foglie con virtù terapeutiche, che guariscono da molti mali.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Spese amministrative d’altri tempi (seconda metà del XVI secolo) in Terra d’Otranto, privilegi della casta inclusi (1/5)

di Armando Polito

Finché nella tanto sbandierata riforma della Costituzione non verrà affiancato ai vari tipi di referendum (tra i quali, quello abrogativo, più volte ignobilmente e truffaldinamente disatteso) quello propositivo, non usciremo mai dalla famigerata palude dalla quale il governo di turno puntualmente promette a parole  di liberarci, ma le cui sabbie mobili alimenta quotidianamente con alcuni suoi provvedimenti che puntualmente soffocano le residue speranze nutrite dai pochi onesti rimasti. Se è da ingenui illudersi che la casta emani leggi che rappresenterebbero il classico colpo della zappa sui piedi, comincia a diventare altrettanto illusorio credere che una opposizione, per quanto agguerrita e non sfiorata da avvisi di garanzia e simili, possa riuscire a far passare leggi che eliminino privilegi assurdi (in un regime democratico lo sarebbero anche se essi fossero riservati a persone degnissime …) che gridano vendetta agli occhi di chi non può nemmeno salvaguardare il bene primario, cioè la salute, più importante della vita dignitosa, il cui contenuto può essere oggetto di interpretazioni soggettive.

Corruzione, intrallazzi, prevaricazioni, morale cangiante a seconda dei soggetti hanno da sempre accompagnato la storia dell’umanità e, dunque, anche la vita politica e, in generale, il potere, laico e religioso. Oggi corruzione, intrallazzi, prevaricazione e morale cangiante sono le colonne portanti del potere, ribadisco laico e religioso, diventato a tutti i livelli, la forma peggiore di cancro che potesse colpire la società, con una proliferazione spaventosa di metastasi ormai incontrollabili, anche se gli organi inquirenti e la Magistratura fossero di colpo posti in condizione di esercitare le loro funzioni.

Poco meno di cinque secoli fa ne Il Principe il Machiavelli teorizzava con cinico realismo che il detentore del potere  potesse, anzi dovesse, essere spietato ed anche autore, se fosse stato necessario, di atti moralmente riprovevoli, purché essi avessero come fine il bene collettivo.

Nulla è cambiato, se non il bene collettivo, sostituito ignobilmente dall’interesse privato e/o dei propri clienti.

Sottopongo oggi all’attenzione del lettore alcuni passi di un documento manoscritto inedito,  che può essere considerato un bilancio consuntivo del Regno di Napoli per l’anno 1571, redatto, com’è dichiarato nella parte iniziale, su ordine del re dalla Regia Camera della Sommaria in Napoli il 25 di un mese non riportato  dell’anno appena ricordato.

[Neapoli, In Regia Camera Summariae die XXII mensis 1571 (Napoli, nella regia Camera della Sommaria nel giorno 22 del mese 1571)].

Molto probabilmente chi scriveva si riprometteva di aggiungere in seguito il nome del mese. Questo fa supporre che la scrittura sia posteriore di qualche decennio al 1571, che anzi sia posteriore, e di molto, quella che si può definire tranquillamente una compilazione fatta, peraltro, da mani diverse. Tutto ciò nulla toglie al valore del documento, la cui messe di dati è veramente tanto meticolosamente completa da risultare, credo, preziosa per lo storico che voglia focalizzare la sua attenzione su quella data.

La compilazione reca il titolo  Levamento e bilanzo particolare delle intrate ordinarie et extraordinarie del regio patrimonio del Regno de Napoli. Custodito nella Biblioteca Nazionale di Spagna col n. 10292, è integralmente consultabile (in due volumi, rispettivamente ff. 1r-153r e ff. 154r-249r) al link http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000042579&page=1.

Non potendo, almeno per ora …, trascriverlo integralmente, mi limito a riportare, come ho anticipato, alcuni brani, precisando ora che sono quelli riguardanti la Terra D’Otranto. La trascrizione è volutamente fedele all’originale, il che spiega, solo per fare un esempio, un Citta per città o un otranto per Otranto. Questa prima parte riguarda le spese relative ai castelli.

1° volume, f. 72r

1° volume, f. 72v

1° volume, f. 73r

1° volume, f. 73v

1° volume, f. 74r

1° volume, f. 74v

Dopo aver ricordato che non molto tempo fa ho riportato le parti relative a castelli e torri di una relazione inedita del 1611 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/), utile per un esame diacronico, mi congedo dando appuntamento alla prossima puntata, che riguarderà le dogane.

(CONTINUA)

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/08/spese-amministrative-daltri-tempi-xvi-secolo-in-terra-dotranto-privilegi-della-casta-inclusi-25/

 

La strana forma di alcuni toponimi di Terra d’Otranto e dintorni in due mappe inglesi del XVIII secolo

di Armando Polito

In più di un post che comportava riscontri con documenti cartografici datati ho avuto occasione di mettere in risalto la forma strana di alcuni toponimi, dovuta certamente a deformazione di quella originale o, quanto meno, in uso al tempo della carta stessa. E se talora i cambiamenti sono così limitati (per esempio, cambio di una vocale, raddoppiamento o, al contrario, scempiamento di una consonante) da suscitare il dubbio che si tratti di un errore, per quanto veniale, in altri casi l’effetto finale, talora esilarante, non lascia adito ad altre ipotesi se non adattamento del nome indigeno alla nazionalità del cartografo e dei suoi informatori.

Credo che questo sia successo in due mappe del Mediterraneo del XVIII secolo (nelle immagini di testa tratte rispettivamente da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000036428 e da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/46/1745_Seale_Map_or_Chart_of_the_Mediterranean_Sea_-_Geographicus_-_Mediterranean-seale-1845.jpg).

Nella prima in alto a sinistra si legge: A NEW CHART of the MEDITERRANEAN SEA composed from the Draughts of the Pilots of Marseilles corrected by Astronomical Observations by order of M.GR Le Comte de Marepas … (Una nuova carta del Mar Mediterraneo composta dai disegni dei piloti di Marsiglia corretta con osservazioni astronomiche per ordine del Monsignore1 il Conte di Marepas2 … ).

Dopo altre informazioni di natura descrittiva che per brevità non riporto si legge:  Sold by William Mount & Tho.s Page Tower-Hill. LONDON (Venduta da William Mount & Thomas Page Tower-Hill LONDRA).

È giunto il momento di passare in rassegna i toponimi la cui stranezza di forma è da ascrivere nella prima mappa ai piloti di Marsiglia.

Tarenta perTaranto, ripetuto in G. of Tarenta.

Ostara per Ostuni.

C. Lucco Non essendo riuscito a trovare tale toponimo né in letteratura né in cartografia nonmi resta che supporre (sarò sicuramente accusato di fantasia trasbordante, ma non me ne importa più di tanto) che Lucco sia un errore di stampa (dovuto ad errata lettura dell’originale) per Cucco, la voce onomatopeica infantile sinonimo di uovo. A questa ipotesi sono giunto dopo aver notato che il capo in questione sembra coincidere perfettamente come dislocazione con l’attuale promontorio di Monte dell’Ovo (di seguito nell’immagine tratta da Google Maps)

già Capo dell’Ovo (nell’immagine successiva nel dettaglio tratto dalla  Provincia di Terra d’Otranto di Domenico De Rossi uscita a Roma nel 1714).

Tuttavia, la vicinanza (visibile nel dettaglio) di Torre di Castelluccio complica ulteriormente la questione legittimando l’ipotesi che C. Lucco sia deformazione di Castelluccio attraverso la lettura Castel Luccio e successiva abbreviazione di Castel in C. diventato nella mappa abbreviazione di Cap., mentre Luccio ha dato vita a Lucco.

Dalla deformazione si salvano solo Brindisi, Otranto, C. d’Otranto, C. S. Maria e Gallipoli.

Per quanto riguarda i dintorni (C. Lucco mi ha snervato …) la mia esplorazione si limita a:

1) I. Fanu: oggi Fanò) o Othoni, l’isola greca più vicina alle nostre coste.

2) I. Mandracha: il toponimo sembrerebbe deformazione spinta, anzi spintissima di Marlera oppure, come appare in mappe antiche, Meslera o Merlera o Marlora (oggi Ereicussa),  se non comparisse così registrato in AA. VV., Nuovo dizionario geografico portatile, Antonelli, Venezia, 1829, tomo I pare II, p. 903:

 

La posizione geografica che si vede nella mappa è quella indicata, a parte Ionia (che, com’è noto, è una regione costiera dell’Asia Minore) per Ionio.

La conferma che l’ipotizzata deformazione non ha fondamento viene dal Ditionaire universel de géographie maritime di L De Grandpré, tomo II, Delalain, Parigi, p. 3904:

(Mirlina, piccola isola tra Corfù e Mandracha). Ne consegue che, tutt’al più, Marlera, Meslerae Marlora saranno deformazioni di Mirlina), ma non Mandracha così definita in questo stesso dizionario geografico (p. 343):

 

(Mandracha, piccola isola a Nord-Ovest di Corfù).

3) Mariner sarà, per quanto detto sopra, deformazione di Marlera/Meslera/Merlera (oggi Ereicussa).

Passo ora alla seconda mappa, ove in basso a sinistra si legge for M.r Tindal’s Continuation of M.r Rapin’s History5.

Tarenta, ripetuto in G. of Tarenta, come nella prima mappa.

Ostani per Ostuni (Ostara nella prima mappa).

C. Lucca (C. Lucco nella prima mappa). Questa forma femminile sembra confermare la seconda ipotesi formulata per Lucco; attualmente il nome della torre è Castelluzza.

Otrante e C. de Otrante (Otranto e C. d’Otranto nella prima mappa).

Brindisi, I. Fanu, I. Mandracha e Mariner (come nella prima mappa); da notare l’assenza di Gallipoli.

________________

1 MGR è abbreviazione di Monseigneur, titolo spettante ai membri della famiglia reale e ad altri dignitari.

2  Jean-Frédéric Phélypeaux, conte di Maurepas (1701-1781); uomo politico francese. Fu segretario di stato alla Marina e alla Camera di Luigi XV dal 1718 al 1749) e ministro di Luigi XVI dal 1774 al 1781. La prima carica (assunta a soli 14 anni, ma assistito dal marchese de La Vrillière) indurrebbe a pensare che la carta sia da collocare nella prima metà del XVIII secolo.

3 https://books.google.it/books?id=D3Y6AQAAIAAJ&pg=PA90&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=EhyUVZyzH4GtUaHal_AE&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

4 https://books.google.it/books?id=vgGT-58lQQIC&pg=PA390&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=PhWUVZmqJIX2UL76v5AD&ved=0CEAQ6AEwBTgK#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

5 Dalla continuazione di Mister Tindal della Storia di Mister Rapin; Nicolas Tindal (1687-1774) fu il traduttore (il primo volume di questa traduzione uscì nel 1757) e il continuatore (con tre volumi che comprendevano la storia del regno da Giacomo II a Giorgio II) dell’History of England di Paul Rapin de Thoiras (1661-1725). Il Continuation della didascalia consente di collocare senz’altro questa mappa dopo il 1757. Essa, quindi, dovrebbe essere posteriore alla precedente che, come s’è detto, molto probabilmente è della prima metà del secolo XVIII.

 

L’insediamento ciclopico rupestre nella campagna di Melendugno (Le)

di Paolo Rausa

Campagna di Melendugno, struttura fortificata

Ulivi e menhir, la terra del Salento nasconde tesori che la natura e il tempo hanno preservato per noi. A Minervino di Lecce e Giurdignano si allineano le pietre itifalliche erette verso il cielo come per innalzare la potenza umana sull’Olimpo. Con il maestro scultore nel duro e venato legno di ulivo Vincenzo de Maglie, originario di qui, raccogliamo l’invito di Donato Santoro a Melendugno per una introspezione bucolica, in dolce compagnia, alla scoperta di tracce del passato, massi sovrapposti in ordine a simulare una casa o un tempio, un luogo sacro.

Partiamo per la zona posta nell’entroterra di Roca Vecchia, porto antico, messapico, posto di fronte a Dyrrachium, punto di arrivo della rotta marittima  che proseguiva la via Appia e di partenza della via Egnazia verso l’oriente, a Bisanzio.

Donato Santoro è un personaggio conosciutissimo a Melendugno, un territorio che ama e che perlustra alla ricerca dei suoi segreti ancora lì da rivelare nella sua compiutezza. Cavaliere e ufficiale al merito, ha dedicato la vita agli altri, amato tanto che i giovani prima di compiere un viaggio o una scelta risolutiva per la loro vita, per es. il corso di studi o la  ricerca di un lavoro lontano, si consultano con lui come fosse un oracolo, che parla a nome della Pizia che a sua volta ha ricevuto l’ispirazione da Febo-Apollo. Donato gira per il territorio, trova un segno dell’uomo e annota, segni vetusti di strutture primordiali, dolmen, specchie, presenze umane che connotano il territorio. Attraversiamo la campagna salentina che rifulge in tutta la sua bellezza primaverile  non prima di una sosta benefica alla pasticceria Elia. A pochi km dal paese sulla vecchia strada Vernole-Calimera ci conduce in aperta campagna, fra gli ulivi verdeggianti non colpiti dal batterio. Le mire su questo territorio minacciano la sua trasformazione da luogo integro e incantato in terminale della linea Tap che porta il gas dal lontano Kazakistan. La gente teme che quest’opera trasfiguri i luoghi e si oppone con tutta la forza possibile. Ci fermiamo in una radura.

Il palazzo ciclopico rurale, Meledugno

All’improvviso appare un imponente castello ciclopico, una struttura mai vista in Salento che ha dei simili nei complessi nuragici di Barumini e di Tharros in Sardegna e nelle mura ciclopiche di Tirinto, nel Peloponneso. E’ un allineamento murario con delle finestrelle in alto che si congiungono in una torre di forma circolare che proietta fuori il suo volume mentre all’interno una feritoia permetteva di ricevere luce e nello stesso tempo di difendere il complesso che si avvale di locali addossati alle mura.

Dai due lati opposti si intravedono dei dolmen sottoposti in parte al terreno forse per successivi riempimenti e fra questi una struttura a tolos, un furnieddhru, consentiva il riparo delle provviste e delle persone. Veramente impressionante questo palazzo nuragico in terra di Salento! Distante da questo qualche centinaio di metri una piccola costruzione con una scritta in latino sul frontone che allude alle messi e al vino, come attività e come piacere. Una chiesa rurale, una locanda? Alla fine della scritta una data: 1715. Si comprende come questo posto abbia conservato un’aurea di sacralità, nei resti di queste pietre che lottano contro il tempo. Ci avviamo a ritornare. Abbiamo cercato di carpire l’anima di quei luoghi, anzi di conservarla. Si vede il segno del tempo su quelle pietre consumate e preservate dal verderame e dai funghi della pietra, mentre con Donato osserviamo le stratificazioni delle ere geologiche su un frammento di roccia raccolto dal suolo. E’ ormai tempo di andare. Salutiamo i luoghi e le persone che intravediamo muoversi e lavorare e pregare e vivere in un ambiente rurale magico, intoccabile.

 

La Terra d’Otranto in un documentario di sessant’anni fa

di Armando Polito

Ignoro totalmente le regole burocratiche che oggi presiedono alla distribuzione di un filmato ma, comunque, voglio immaginarmele fortunatamente lontane anni luce dalle asfissianti disposizioni ministeriali in vigore nel 1954, anno cui si riferisce il nullaosta di seguito riprodotto da http://www.italiataglia.it/files/visti21000_wm_pdf/17921.pdf

 

 

Il documento, rilasciato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Direzione generale spettacolo, autorizza la distribuzione di un filmato a colori,  prodotto da Dario Rossini e Giuseppe Giraldo Spitom1 per la regia di Enrico Moscatelli, così descritto: Il documentario descrive tutta la Terra d’Otranto attraverso i ricordi storici e le bellezze naturali. Mi pare un miracolo che l’annotata discrepanza, per quanto riguarda il metraggio, fra quanto dichiarato (270) e quanto accertato (288) non abbia prodotto alcuna conseguenza, considerando che in calce si legge: Si rilascia il presente nullaosta … sotto l’osservanza delle seguenti prescrizioni: 1) di non modificare in guisa alcuna il titolo, i sottotitoli e le scritture della pellicola, di non sostituire i quadri e le scene relative, di non aggiungerne altri e di non alterarne, in qualsiasi modo, l’ordine senza autorizzazione del Ministero …

Meno male che la successiva nota 2 non contiene nessun’altra ulteriore prescrizione2, anche se, nonostante tutta la mia fantasia, non riesco ad immaginarmi cosa si potesse aggiungere …

E pensare che giuridicamente, proprio a causa di Spitom per Spitoni, l’autorizzazione sarebbe nata nulla e che oggi, d’altra parte, pur volendo, non si potrebbe far nulla non solo perché, fortunatamente, il documentario fu distribuito, ma anche perché la stessa nullità è andata, e da tempo, in prescrizione …

Il lettore che lo desidera può visionare il documentario, che dura poco meno di 8 minuti, al link

http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=3543&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&section=/, dal quale ho tratto tutti i fotogrammi qui riprodotti.

___________

1 Per Spitoni, come si legge correttamente nei titoli di testa (primo fotogramma della serie più avanti riprodotta).

2 Nel senso di ordine, disposizione di un’autorità, significato ben noto ad ogni cittadino onesto. Per gli altri, invece, la parola ha il significato di estinzione di un’imposizione (teoricamente dovrebbe indicare anche quella di un diritto, ma, nel paese della difesa dei diritti acquisiti non certo col sudore della fronte, per i furbi non vale), parola che include in sé anche il concetto di condanna. Insomma, la stessa parola ed un’unica etimologia (in latino praescriptio può significare imposizione ma anche eccezione giuridica, opposizione, cavillo, scusa)   per indicare due istituti non solo moralmente ma anche concretamente in contraddizione. E abbiamo la spudoratezza di definire ancora la nostra come la patria del diritto!

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

di Armando Polito

Il documento, che fa parte della sezione dei manoscritti latini (n. 18249) custoditi nella Biblioteca Nazionale di Francia, è integralmente leggibile in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024823.r=puglia.langEN, da cui ho tratto ed adattato le immagini che seguono.

Ê un portolano del XVI secolo1  attribuito a Battista Agnese sulla scorta di quanto si legge annotato a matita nel verso del foglio di guardia superiore (dettaglio in basso).

par Batista Agnese, pilote génois demeurant à Venise (1536-1554) [(realizzato) da Battista Agnese, pilota genovese risiedente a Venezia (1536-1554)].

Data la natura del documento, vi sono registrati solo i toponimi delle zone costiere e qui verranno presi in considerazione solo quelli riguardanti la Terra d’Otranto. Prima, però di iniziare a farlo, vale la pena fare una breve presentazione del manoscritto. Consta di 21 carte; quelle che vanno dalla 4v alla 12r sono mappe nautiche. Le rimanenti sono tavole aventi diverse funzioni, ma sempre attinenti al tema geografico. Le riporto anche per la loro valenza estetica.

1v

Anche se mancano il titolo e le altre indicazioni tipiche, può essere considerato il frontespizio. Nello schematico mappamondo sono rappresentati  l’equatore e due paralleli per ogni emisfero, nonché l’eclittica (cioè il cerchio massimo apparentemente descritto in un anno dal Sole intorno alla Terra).

2r

L’arme rappresentata (di rosso al bue d’argento) e il DOMINICUS DE BOSSIS che si legge nel cartiglio rendono il tutto, a mio parere, equivalente ad una dedica, sia pur di natura esclusivamente iconica. Molto probabilmente, siccome l’Agnese, come, d’altra parte, tanti altri cartografi, lavorò su incarico di personaggi di alto rango, non è azzardato supporre che Domenico De Bossi sia stato, più che il dedicatario, il committente. L’araldica è un campo nel quale solo da poco, grazie anche allo stimolo del competente amico Marcello Gaballo, mi sono avventurato e siccome sulla nobiltà, non quella d’animo, ho le mie riserve, debbo dire che pure essa, per quel poco che ho capito, non è indenne dalle miserie che caratterizzano le altre bandiere con orgoglio sventolate da noi umani. In fondo che differenza c’è tra le rendite ed i privilegi assicurati in passato dal titolo nobiliare (e, in parecchi casi, anche le circostanze e le modalità della loro attribuzione) e quelli oggi garantiti da tanti incarichi pubblici assunti esclusivamente per benemerenze politiche? Tornando all’animale, nella fattispecie debbo dire che il bue è l’elemento caratterizzante anche lo stemma dei Bossi, dei Boassi, dei Boasso, dei Boazzi, dei Boeri, dei Boarelli, dei Boazzi, dei Boetti, dei Boetto, dei Bogetti, dei Boggetti, dei Boggietti, dei Boggio, dei Bollini, dei Bovet, dei Bovetti, dei Boveti, dei Buelli e dei Bosio. Sembra incredibile quanto quest’animale sia araldicamente inflazionato; e pensare che mi sono limitato a riportare solo i nomi a lui chiaramente riconducibili! Insomma, neppure la nobiltà sembra essere indenne dalla scopiazzatura e dal plagio, pur potendo vantare incroci di ogni tipo, anche multipli e, per questi ultimi, penso all’inquartatura dello scudo, vocabolo che, ironia della sorte, indica anche l’aratura del terreno fatta per la quarta volta prima della semina; solo che i signori prima ricordati molto difficilmente hanno avuto a che fare direttamente con l’aratro e con i buoi … Per chiudere: Bossi, nella fattispecie, potrebbe addirittura vantare origini greche perché il dativo della voce greca,  βουσί (leggi busì), gli è più vicino di quanto non gli sia l’ablativo latino bobus o bubus (per sincope dalla forma normale bòvibus che non è attestata). Meglio però, non farlo sapere al fondatore della lega, altrimenti si …imbufalisce.

Torno al nostro Domenico. Dal volume 13 (1971) del Dizionario biografico degli Italiani apprendo che un Domenico De Bossi nel 1590, in procinto di partire per la Boemia per esercitare artem murariam1, fa testamento;  compare anche come teste in alcuni documenti per numerose persone, specialmente muratori e scalpellini italiani ai quali veniva concesso il diritto di cittadinanza; che nel 1606 Domenico e il fratello Maria chiedono di migliorare il loro stemma (un bue bianco in campo rosso e nel cimiero il bue nascente) e di poter mutare il proprio cognome in “von Bossi von den Grünen Dreibergen”, per distinguersi da altri Bossi domiciliati a Praga.

Se il Domenico della dedica è il nostro, per motivi cronologici l’attribuzione del portolano a Battista Agnese mi pare poco condivisibile.

2v

Dalla sequenza di numeri riportata nel dettaglio ingrandito in basso (la numerazione completa di ogni subcolonna delle tre colonne va da 1 a 30, quindi dovrebbe riferirsi ai giorni) si direbbe un calendario con annotazione dell’ora del sorgere e del tramontare degli astri. Sarà estremamente gradita ogni pertinente osservazione da parte del lettore.

3r

Di storia dell’arte non me ne intendo, ma ci vedo nello sfondo un’eco della Crocifissione del Perugino (vedi parte centrale nelle foto sottostante) dell’anno 1495 nel Convento di S. Maria dei Pazzi, a Firenze; mi auguro che anche in questo caso persone di me più competenti mettano in risalto altri influssi che a pelle sento ma che non saprei definire con riferimenti precisi.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Crocifissione_del_Perugino#mediaviewer/File:The_Pazzi_Crucifixion.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Crocifissione_del_Perugino#mediaviewer/File:The_Pazzi_Crucifixion.jpg

3v+4r

Rappresentazione geografica geocentrica con i segni zodiacali. Appaiono inoltre dieci ovali simmetricamente disposti, anche rispetto alla diversa dimensione. Li riporto in dettaglio (ridotti per comodità alle stesse dimensioni) in tre strisce risultanti dalla lettura orizzontale, con le identificazioni che sono stato in grado di fare.


i

1 figura femminile non identificata     2 Mercurio col petaso alato

3 si direbbe ancora Mercurio             figura femminile non identificata

5 Nettuno     6 Anfitrite

L’iconografia di Nettuno coll’ippocampo e di Anfitrite col velo svolazzante è molto antica; in basso un affresco pompeiano (immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ed/Affreschi_romani_-_nettuno_anfitrine_-_pompei.JPG) e un mosaico del III secolo d. C. dalla villa dell’Uadi Blibane in Tunisia (immagine tratta da http://www.lasiciliainrete.it/STORIAECULTURA/culti_miti_SICILIA/3_cultielleni/poseidone.htm) .

Tale iconografia sarà assunta a modello stereotipo nei secoli successivi e, in particolare nella pittura, dal secolo XVI in poi.

Continuiamo l’esame del nostro documento.

7 figura femminile non identificata      8 figura maschile non identificata

9 figura maschile non identificata       10 figura femminile non identificata

Mercurio ed Anfitrite costituiscono una scelta obbligata per un portolano e rappresentano, direi, il contraltare pagano della Crocifissione precedente. Credo che le figure maschili e femminili (queste ultime in particolare ricordano certi ovali pompeiani) non identificate abbiano un carattere celebrativo della famiglia del commitente/dedicatario (cioè la stessa funzione di un altro manufatto, molto più recente, di cui mi sono occupato in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/28/due-variazioni-sul-tema-a-nardo-e-a-s-maria-al-bagno/). Da notare nella striscia 1 e 3 la simmetria data dalla posizione centrale delle figure maschili.

Il motivo floreale molto ricorrente e simmetrico nelle quattro lunette intermedie si fonde con quello zoomorfo, anzi zooteratomorfo  (una sorta di incrocio tra un grifone e un bruco?); il dettaglio,  in basso, risulta ripetuto quattro volte e, per rispettare la simmetria, i due superiori risultano capovolti); anche per l’eco più moderna di questo rinvio al link precedente.

Chiedo, comunque, lumi al lettore esperto perché, da profano, credo che i dettagli che ho descritto possano aiutare nella datazione.

Passo ora, finalmente, alle mappe che ci interessano da vicino.

10v+11r

Segue il dettaglio qui evidenziato in rosso, ingrandito e capovolto per agevolare la lettura dei toponimi.

ouzenti/Ugento   brundisio/Brindisi calipoli/Gallipoli   c. S. maria/Capo S. Maria di Leuca    cataldo/San Cataldo  cavalo/Punta Cavallo   gaucito/Guaceto  otranto/Otranto   p.  cesaria/Porto Cesareo  pedagne/Isole Pedagne  petrola/Petrolla  taranto/Taranto  turre di mar(e)/?   vilanova/Villanova

Debbo ora dare ragione del punto interrogativo che accompagna l’identificazione di turre di mar(e) facendo notare in primo luogo come essa nel dettaglio della mappa risulta più vicina a Taranto che al successivo policor(o); a questo punto cedo la parola alle fonti.

Leandro Alberti (1469-1552), Descrittione di tutta Italia, Ludovico degli Avanzi, Venezia, 1561, p. 226: Poco più avanti (oltre il fiume Vasento) appare Torre di Mare, così addimandata questa Torre dishabitata, ove sono alcune casuzze, pur d’alquante povere persone habitate. La Torre fu fatta per tener buone guardie ne’ tempi che i Pirati discorrono per il mare, et montano a terra a rubbare i luoghi vicini. Ella è presso il mare mezo miglio.

Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, p. 141: Ritornando dunque alla nostra descrizione nella parte d’oriente da Egnazia, e tirando coll’immaginativa una linea, la quale si vada alquanto curvando a guisa di semicircolo, rinchiudendo verso l’ostro il tenimento d’Ostuni, di Martina, di Motula, di Castellaneta, passando per la Taverna di Viglione, termine da questo lato della Provincia d’Otranto, e di terra di bari, il tenimento di Matera e d’Altamura, rinchiudendovisi però dentro quello di Matera e d’Altamura, terminandosi l’estremità della linea alle foci del fiume Vasento, parte occidentale, il quale fiume divide la Provincia d’Otranto dalla Basilicata, e rinchiudendosi con questa linea il braccio della Provincia verso l’ostro e da Oriente, si contano

Da Egnazia a Martina ……………………………………………… Miglia 12

Da Martina a Motula………………………………………………….           16

Da Motula a Castellaneta……………………………………………             6

Da Castellaneta alla taverna di Viglione …………………………..           12

Dalla Taverna di Viglione a Matera ………………………………..             6

Da Matera alle foci del fiume Vasento………………………………          24

Dal fiume Vasento al Castello di Torre di Mare .. ……………… .            1

Dal Castello di Torre di Mare alla Torre del Bradano ……………..           3    

I brani trascritti collocano, dunque, Torre di mare sul confine tra la Terra d’Otranto e la Basilicata, come è agevolmente visibile nel dettaglio (il toponimo riportato, che ho evidenziato in rosso, è Toramare) tratto dalla mappa del 1589  Puglia piana, Terra di Barri (sic), Terra di Otranto, Calabria et Basilicata, di Gerardo Mercatore. In particolare l’Alberti e la mappa la collocano sulla riva orientale del Vasento.

Credo che sia errata la dislocazione del toponimo Torre amaré sulla riva occidentale del fiume nel dettaglio, visibile in basso, della mappa La descriptione della Puglia di Giacomo Gastaldi pubblicata da Ferando Berteli nel 1567.

Lo stesso errore si ripete, visibile  nel dettaglio della mappa, sempre del Gastaldi, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia pubblicata da Abraham Hortelius nel 1595.

La dislocazione appare, invece, corretta nel dettaglio seguente dalla tavola che è a p. 119 di Italia di Giovanni Antonio Magini, opera uscita a spese dell’autore a Bologna nel 1620.


L’ errore di dislocazione prima rilevato (questa volta, fra l’altro, il toponimo è T. DI Mara!) torna anche nel dettaglio della mappa dell’Italia  a corredo del IX volume dell’Atlas Maior di Jean Blaeu, volume uscito ad Amsterdam nel 1667. La mappa si trova a pag. 5.

A dimostrazione della scarsa coerenza toponomastica in particolare e topografica in generale, solo parzialmente giustificata dalle dimensioni dell’opera, ecco come il toponimo (questa volta T. di Mare) appare (questa volta correttamente collocato) nel dettaglio di un’altra mappa che è a p. 148 dello stesso volume.

Correttamente e definitivamente ritornato sulla sponda orientale del Basento è nel dettaglio della Carta geografica della Sicilia Prima o sia Regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni del 1771.

Per quanto fin qui osservato ritengo che turre di mar(e) fosse e sia da ascrivere senz’altro alla Terra di Otranto e, anche se il mio punto interrogativo riguarda l’identificazione con qualche eventuale toponimo attuale, essa doveva trovarsi nella marina di Ginosa (nei pressi dell’attuale Torreserena Club Village?). Ê fuori dubbio che non sia da identificare con l’attuale Torre Mattoni che prima si chiamava Torre del Bradano (chiaramente distinta dalla nostra nel brano del Marciano che ho riportato).

Ripetendo l’operazione fatta con la carta precedente …

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1 Per altri portolani riguardanti, come questo, anche la Terra d’Otranto vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

2 Da intendersi come attività di architetto o, più probabilmente, di imprenditore, non certo di muratore …

Terra d’approdo

ph Anna Sterpone

di Wilma Vedruccio

La si può trovare a Est, lasciando la litoranea che da S. Cataldo va verso Otranto, annidata su un costone di calcare. Non una torre ma un faro-torre, il faro di Missipezza che ammicca nella notte sul Canale d’Otranto per segnalare ai naviganti alcune secche antistanti su cui cresce, rigogliosa, la posidonia.

E’ la posidonia ad approdare per prima, ad ogni autunno che ritorna, portata dalle correnti del mare ad ammucchiarsi lì,  sulla spiaggetta-porticciolo, ai piedi del faro. Le foglie brune, sminuzzate dal mare, riposano lì, poi non le vedi più, se le riprende il mare.

In direzione Nord si seguono sentieri a strapiombo sul mare, su “scenari mozzafiato” come si usa dire. Bisogna fare attenzione a non lasciarsi distrarre dalla bellezza della costa perché il sentiero può rivelarsi interrotto all’improvviso, inghiottito da una frana provocata dalle piogge o dalle mareggiate.

Ripreso il cammino, un cammino in punta di piedi per non disturbare, si può godere degli odori di stagione: una fioritura di tamerice o di mirto, un mentastro o una santoreggia sollecitati dal proprio calpestio.

E intorno voli, evoluzioni in volo di piccioni di mare, da un nido all’altro, nelle pareti dei faraglioni, cesellate.

Se poi c’è mareggiata, provocata dalla tramontana o dal grecale, il cammino si fa più coinvolgente. Da scalette che fendono la tenera roccia, si può scendere giù al livello del mare e camminare sugli scogli dove approdano le onde.. Estremo e fantastico il percorso, tra un mare mutevole a seconda del vento del giorno, e una roccia color oro che si fa modellare.

C’è il Bastimento, poi il Castello delle Microfate e l’ampia spianata di Acquaduce: qui le acque dolci sotterranee approdano al mare, formando vasche, gallerie, anfratti, dove si può avvertire il gocciolare del tempo e il respiro del mare. Il luogo ideale per la pesca con la canna, per nuotare, per prendere il sole, per meditare.

Se si vuol proseguire si arriva alla punta del Matarico e al costone a sud della baia di Torre dell’Orso con le Due Sorelle.

In direzione Sud da Torre Sant’Andrea, il cammino si fa più intimo, lungo sentieri polverosi d’estate, fangosi poi, dove si possono notare le ossa della terra che affiorano quali carrarecce spontanee e remote.

A lato, cespugli di macchia odorosi in ogni stagione, fioriti all’improvviso anche fuori stagione.

A Est l’orizzonte è solcato da vele e pescherecci, da vecchie petroliere, carghi che rimandano a Conrad e ad avventure letterarie.

Seguono approdi improvvisi,  solitari, per varia umanità, e piccole oasi di sabbia sottile. Aldilà del Canale d’Otranto, a volte, capita di vedere il profilo dei monti d’Albania, che sposta più in là l’orizzonte.

Passo dopo passo si arriva a San Giorgio dove ha inizio una catena di dune che porta a Frassanito e poi oltre, verso Alimini. Radici antiche di ginepro trattengono la sabbia di queste dune maestose sopravvissute al logorio ed alla smania dei nostri tempi e alla furia delle mareggiate.

Una vegetazione spontanea, mediterranea, le ricopre e le infiora e il mare si fa mansueto per non spaventare.

 

I nostri fichi


 

di Armando Polito

Passerò in rassegna le varietà da me conosciute ancora presenti nel territorio di Nardò, nonostante l’antropizzazione del territorio e motivi di carattere economico abbiano pesantemente declassato fino a renderlo irrilevante un frutto che nell’economia rurale aveva fino a sessant’anni fa un posto di primissimo piano. Il lettore noterà che questo mio scritto è grondante di punti interrogativi. Lo interpreti come un mio limite ma soprattutto come una richiesta del suo aiuto…

ARNÉA

 

É una varietà invernale; il nome suppone un latino *vernèa, forma aggettivale con la stessa derivazione dell’italiano letterario verno, per aferesi da inverno e questo dal latino hibèrnu(m)=invernale (sottinteso tempus=stagione), probabilmente con aggiunta in testa della preposizione in. Proprio la caratteristica della maturazione e la stessa terminazione in –ea escluderebbero una derivazione dal latino medioevale hibernicus, variante del classico hibèricus=spagnolo, che presupporrebbe, invece, un riferimento alla terra d’origine. Di fichi invernali parla Catone nel brano a e Columella nel brano c leggibile nel link riportato più in basso alla voce FRACAZZÁNU.

 

CAMPANIÉDDHU

 

Evidente la derivazione del nome dalla forma simile a un campanello.

CAŠCITIÉDDHU  

 

Probabilmente per la forma appiattita che evoca un piccolo contenitore (cašcitèddha, diminutivo di càscia a Nardò significa piccola cassa e a Salve e Vernole scatola) e per il fatto che la polpa  la polpa è spesso cava all’interno; a meno che non sia originaria di Cascito (frazione del comune di Foligno).

 

CULUMBÁRA

 

Varietà molto precoce; il nome è forma aggettivale da culùmbu=fiorone, dal latino corýmbu(m)=corimbo, dal greco kòrymbos=cima, infiorescenza.

 

DELL’ABATE

 

Il nome appartiene presumibilmente, come SIGNÙRA,  al gruppo di quelli legati ad un dedicatario, la cui identità, com’è facile intuire, è quasi impossibile  individuare.

 

FRACAZZÁNU IÁNCU, FRACAZZÁNU RUSSU e FRACAZZÁNU RIGATU

   

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

INDRISÍNU

 

Deformazione di brindisino (per aferesi di b– e metatesi a distanza  di –r-), con riferimento al luogo d’origine.

 

MILUNGIÁNA

Evidente la somiglianza con la melanzana.

 

NAPULITÁNA

 

Riferimento al luogo d’origine.

 

PÁCCIA

 

Il nome potrebbe essere dovuto alla forma strana (a trottola ma molto schiacciata e con peduncolo cortissimo) ma anche ad altre due caratteristiche: la pianta raggiunge rapidissimamente dimensioni notevoli e il frutto a maturazione tende a spaccarsi.

 

PURGISSÓTTU

 

Il corrispondente italiano è brogiotto, forse da  Burjazot, nome della città spagnola di origine. La voce neretina sembra derivare direttamente dalla voce spagnola, con passaggio b->p-, sincope di –a-, passaggio –z->-ss– e regolarizzazione della desinenza. Per dare un’idea della persistente difficoltà etimologica riporto solo due testimonianze, la prima più datata, la seconda più recente: a) In Dendrologiae naturalis scilicet arborum historiae libri duo di Ulisse Aldrovandi,  Battista Ferronio, Bologna, 1668 pag. 430: Celidonius noster Bononiensis Geoponicus has delectas, & a se cultas ficorum species molles praebet legendas, Brogiottorum scilicet, quos ita dictos crederem prae summa sui dulcedine ab Ambrosia Deorum cibo, quasi Ambrosiottos… (Il nostro Celidonio autore bolognese di un trattato di agricoltura presenta queste tenere varietà di fichi scelte e da lui coltivate come quelle da tenere in più alta considerazione, cioè quella dei Brogiotti, che crederei così detti per la loro notevolissima dolcezza dall’ambrosia cibo degli dei, quasi ambrosiotti…). b) Nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani, Società editrice dante Alighieri di Albrighi e Segati, Roma, 1907: deriva dall’equivalente portoghese borgejote, borjaçote, che trova spiegazione in borjaca=spagnolo burjaca, sacco, bolgia, dal latino bursa borsa. Fico di color paonazzo che matura verso la fine di settembre e che più degli altri ha la forma di borsa o sacchetto.

 

QUÁGGHIA

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

SANGIUÁNNI

 

Dalla precocità (24 giugno, festa di San Giovanni) nella produzione dei fioroni.

 

SANTANTÓNIU

Dalla precocità (13 giugno, festa di San Antonio da Padova) nella produzione dei fioroni.

 

SÉRULA

Da un latino *sèrula=un pò tardiva, diminutivo del classico sera? Oppure dal toponimo sardo Sèrula?1. O dalla voce del Tarantino (Grottaglie) sèrulu=orciòlo, corrispondente al neretino ursùlu? Sarei grato a chiunque mi aiutasse a dipanare la matassa, dal momento che nulla so sulla presunta maturazione tardiva di questo fico né tanto meno sulla sua forma, come dimostra l’assenza di foto.

 

SIGNÚRA

Il nome (se non è riferito, come probabilmente per DELL’ABATE,  ad un  dedicatario, la cui identità, fra l’altro, è  pressoché impossibile individuare ) è forse a sottolineare la prelibatezza degna di una signora, ma non escluderei nemmeno una maliziosa allusione di carattere sessuale.

 

TRUIÁNU

      

Probabilmente dal luogo d’origine (Troia, in provincia di Foggia).

 

 

UTTÁRA

Corrisponde all’italiano dottata, forse da Ottati, nome di una località in provincia di Salerno. Ferdinando Vallese nel suo trattato Il Fico, Battiato, Catania, 1909, fa risalire il nome Ottato al latino optatus= desiderato.

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1 Ho trovato questo toponimo in Goffredo Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna,  Marzorati, Torino, 1846, pag. 218.

 

 

 

Ottimo report e… quanti ricordi! Ricordo che da piccolo si andava a raccogliergli e mangiarli direttamente sugli alberi delle campagne Leccesi (verso lo stadio). Di tutti quegli alberi e varietà oggi ne rimangono ben poche, gli altri sono tutti sotto il cemento delle periferie che avanzano verso il mare…
I miei preferiti erano i CAŠCITIÉDDHI anche perchè le api spesso e volentieri depositavano alla loro base dell’ottimo miele!
Redazione:

Questo saggio è da manuale, caro Armando. Complimenti ancora!

Una varietà mi sembra sia sfuggita: la fica mele. Ti risulta? Vecchi ricordi me la indicano come tra le più dolci e buone

Un dubbio atroce: milungiana o minungiana? Finora l’ortaggio l’ho sempre chiamato con il secondo dei due

 

Maria Antonietta

Non per mettere i puntini sulle iii….ma non trattasi di un ortaggio. E’ una infruttescenza (= frutto) dal nome “sicono”, all’interno sono tantissimi fiori trasformati.

giusta precisazione! grazie

 

Armando Polito

La fica mele è la prima volta che la sento (eppure ho i miei anni…); quanto a milungiàna/minungiàna il Rohlfs per Nardò registra entrambe le forme. Debbo, però dire, che ho sentito più spesso usare la seconda, anche se in casa mia (per questo motivo l’ho scelta) si è sempre usata la prima. Quanto al saggio, meglio chiamarlo “assaggio”….

 

Armando Polito

Per mettere i puntini sulle i, ma anche per aggiungerne, com’è dovuto, una…: il fico si chiama milungiàna/minungiàna proprio per la somiglianza (nella forma e nel colore) con l’ortaggio (melanzana) e l’inflorescenza e infruttescenza del fico si chiama siconio.


Redazione

rileggendo mi vengono in mente gli aggettivi attribuiti ai fichi. Innanzitutto “scritta”, quando è ormai matura. All’opposto “ìfara” (acerba); “cacata”, in avanzata maturazione. Se non erro si dicono anche “mpitruddhate” quando la maturazione non è stata completata a causa delle avverse condizioni metereologiche

Nino Pensabene

Ieri avrei voluto intervenire per integrare le varietà di fichi con altre che – ricordo – la Giulietta teneva segnate in una pagina delle sue agende o quaderni. Purtroppo non sono riuscito a trovarla questa pagina. Prometto che appena la troverò sarà mia cura darne notizia. Così, a memoria, ricordo che ci devono essere delle varietà qui non citate, così come scopro la novità – per me – delle “fiche campaniéddhu”, “cascitiéddhu”, “purgissòttu”, “quàgghia” e “trujanu”.
Nelle campagne di Copertino, in 45 anni di permanenza, non li ho mai sentito nominare. Può darsi che vengono presentati con altri nomi: ecco perché la necessità di confrontarli con quelli che – ne sono sicuro – la Giulietta cita con altri nomi.
Ricordo, a proposito, che la stessa Giulietta lasciava ‘in letargo’ questa pagina perché diceva avrebbe voluto completare la nota, aggiungendo altre varietà delle quali non ricordava il nome e che nessun contadino le sapeva più indicare.
Riferendomi alla nota della Redazione, confermo la “scritta”, metafora di riga bianca sul fico data dalla buccia aperta (spaccata) per avvenuta maturazione; confermo “tìfara”, qui a Copertino, per “acerba” e anche “mpitruddhate” per il motivo spiegato. In quanto invece all’essere “cacata”, non lo è per eccessiva maturazione ma perché punta o “pizzicata”, non ricordo se da un particolare tipo di mosca o verme. Infatti “cacata” sta per “sporcata”, e chi ricorda l’interno del fico in questa particolare condizione sa che ha il colore del cioccolato, dicat delle cacarelle: in sintesi come se qualcuno avesse cacato dentro il fico.

LUIGI CATALDI

Caro Armando, ma pot’essere ca te rascordi sempre la fica “minna”?! pot’essere ca ete quiddhra ca chiami “napulitana?”
aspetto conferma. Buona settimana a tutti!

 

Armando Polito

Sarebbe stato impossibile per me non ricordarla con quello che evoca nel suo nome, ma a Nardò non l’ho mai sentita nominare. Dubito che uno studio di ficologia comparata possa chiarire definitivamente se corrisponde alla “napulitana”.

 

Francesco

Se posso essere utile informo che a Latiano ho sentito parlare di fica ‘ngannamele o ‘ncannamele, ma non mi ricordo com’è. E’ molto diffusa e comune la fica janculedda che non ho visto nell’elenco, probabilmente interessa piu la zona morgese che il salento?

Salvatore Calabresevorrei aggiungere l’aggettivo attribuitivo ^^nnigghiata^^ ossia il fico che all’esterno sembra maturo mentre la polpa interna è secca come la crusca (canigghia). Inoltre, mi risulta che la denominazione di ^^S.Giuanni ^^ si riferisce ad un fiorone che matura nel periodo di S. Giovanni e il relativo fico, che nasce da quell’albero, lo si definisce ^^culumbara^^ perchè è il fico più precoce che matura quando ancora su altri alberi ci sono ancora i fioroni (culumbi). Per quanto concerne il miele che si crea sul fico non è assolutamente dovuto alle laboriose api ma si tratta di una linfa concentrata e zuccherosa che il frutto secerne quando è ben maturo. Vorrei aggiungere ancora che a Nardò lu ^^ fracazzanu rigatu^^ è correntemente definito ^^fracazzanu pintu^^.

Redazione

un lettore mi ha mandato un messaggio dicendo di aver mangiato proprio in questi giorni delle prelibate “fica sessa”, il cui albero si trova in un appezzamento tra Galatone e Galatina

manca la fica Rizzeddra, la migliore in assoluto, con la pelle che è quasi un velo inesistente, docissima da matura, che sa quasi di spezie, piccola da infilare in bocca in un sol colpo.

 

nino pensabene

Ho trovato la pagina di cui in un mio precedente commento ho fatto riferimento. In effetti, dal modo come sono scritte le varietà di fichi che riporterò qui di seguito, si deduce (per lo meno lo deduco io che conosco il modo di condurre la ricerca da parte di Giulietta) che non si tratta di una ricerca completata ma solo delle varietà coltivate nei nostri fondi, soprattutto a “La Corte” dove fino alla prima metà del Novecento il ficheto era a coltivazione intensiva.

JETTE
PILOSE
PACCE
FRACAZZANI ( JANCHI – NIURI)
CANNAJANCHE
UTTATE
PALUMMARE (JANCHE – NIURE)
PITRELLE
CHIANGIMUERTU
BORSA TI MELE
MINUNGIANE
MINUNCEDDHRE
PUTINTINE
NAPULITANE
ARNEE
TI NATALE
TI LA SIGNURA
TI L’ABATE
TI LU PAPA
CULUMMARE

 

nino pensabene

In un altro appunto trovo ancora “la FICA PANITTERA” e “la FICA LONGA”.
In più, fra quelle già citate, noto che anche “li UTTATE”, “li CHIANGIMUERTU” e “li BORSA TI MELE” sono nella varietà “JANCHE e NNEURE”.

Fra i fichi fioroni trovo annotati:

– PITRIELLI
– CULUMMARI
– TI SANTU ITU
– URGIALURI

MOLTO MA MOLTO BELLA QUESTA VOSTRA RICERCA.

Se vi invio una foto di una mia varietà di fico potrebbe classificarmela?

Le sarei molto grato.

Giuseppe Litta

 

armando polito

La ringrazio per i complimenti e mi scuso per il ritardo dovuto a morte del pc (meglio lui…) dopo un decennale onorato servizio. In riferimento alla sua domanda spero di non deluderla essendo io non un botanico ma solo un inguaribile curioso assetato di conoscenza. Comunque, forse solo nel nostro caso tentare o essere tentati non è peccato, nemmeno in senso laico.
Può inviarmi la foto all’indirizzo in calce e, possibilmente, indicarmi l’eventuale nome con cui il fico in questione potrebbe essere stato, magari occasionalmente,da altri identificato e la zona di allocazione,anche se essa potrebbe non coincidere con quella d’origine.

 

antonio

Faccio vivi complimenti per la ricerca, ma devo assolutissimamente integrare l’elenco con la tipologia “albaneca”. E’ il tipo di fico che matura da ultimo rispetto agli altri, da cui, ritengo, il nome : nega l’alba. Molto diffuso nel territorio galatonese e va mangiato con la buccia, saporitissima.

 

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

di Armando Polito

Dopo il portolano del XVII secolo di cui mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/ la sorte ha voluto che sotto gli occhi me ne capitassero due ben più antichi.

Il primo risale al XIV secolo (precisamente al 1375) e, noto con il nome di Atlante catalano, è attribuito dubitativamente al cartografo spagnolo  Abraham Cresques1.

Ecco la vista d’insieme dell’opera tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Atles_catal%C3%A0.jpg

 

La stessa può essere più agevolmente letta e scaricata dal link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b55002481n.r=atlas.langEN

L’atlante2 si compone di sei mappe (ognuna costituita da due carte in pergamena incollate su legno). L’immagine che segue si riferisce alla prima metà della quarta mappa, in cui ho evidenziato l’Italia con un’ellisse rossa.

Passo ora al dettaglio con i toponimi  che ci interessano, dopo averlo opportunamente ruotato per evitare brutte conseguenze alle vertebre cervicali …

 

Faccio osservare come il colore rosso contraddistingue i centri più importanti (Taranto, Otranto e Brindisi).

Da notare CAP DES LEUQUES anziché CAP DE LEUQUE (come si legge in testi letterari successivi2), probabilmente per suggestione dei Leuci, popolo della Gallia belgica, tra la Marna e la Mosella, presso l’odierna Toul.

Da notare ancora la presenza del toponimo PETROLA, più estensivo della città di Villanova che allora già esisteva, come dimostra un documento della cancelleria angioina (RA, 1276/77, n. 27, f. 147v) datato 20 giugno 1277: illis qui faciunt opera curie nostre castri Brundisii, turris, que dicitur Lucaballus, et murorum Terre Petrolle, que dicitur Villa nova … (a quelli che fanno per la nostra corte le opere del castello  di Brindisi, della torre che è chiamata Lucavallu e dei muri di Terra Petrolla, che è chiamata Villanova …).

Il secondo portolano, di anonimo, proviene da Maiorca e risale al 1462. Può essere letto e scaricato dal link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53064888c.r=italie+du+sud.langEN

Dopo la visione d’insieme con l’Italia evidenziata allo stesso modo

passo, come nel caso precedente, al dettaglio, anche questa volta opportunamente ruotato.

Da notare anche qui il rosso riservato ad Otranto, Taranto e Brindisi.

Questa mappa rispetto alla precedente presenta in più EGNAZIA, ROCA, S. CATALDO e VILLANOVA, in meno GALLIPOLI, UGENTO e LECCE. Considerato che il LEZI (Lecce) della mappa precedente si può considerare, in un certo senso, riassuntivo di ROCA+SAN CATALDO, l’assenza di UGENTO e, più sorprendentemente, di GALLIPOLI autorizzerebbe ad ipotizzare una perdita di prestigio per questi scali a distanza di un secolo.

Per C. LEUQUES vale quanto detto per il CAP DES LEUQUES della mappa precedente. Su Punta Cavallo mi piace ricordare che il toponimo deriverebbe dalla deformazione popolare della locuzione latina caput valli (capo di difesa), legata ad una notizia riferita nelle Cronache dell’ordine domenicano di S. Antonino (1389-1459), vescovo di Firenze, secondo la quale proprio su quella punta fece naufragio nel 1250 la nave che recava a bordo Luigi IX re di Francia. Fu soccorso dall’arcivescovo di Brindisi, Pietro III, che ricevette dalle mani del sovrano, per portarla in città, l’Ostia consacrata che Luigi IX non aveva abbandonato neppure per un attimo nei momenti terribili del naufragio. A questo punto s’innesta una leggenda popolare, riportata da Pasquale Camassa nella sua Guida di Brindisi, Mealli, Brindisi, 1897, secondo la quale lungo la riva dalle orme lasciate dal cavallo  dell’arcivescovo durante il trasporto dell’Eucaristia si formarono sorgenti di acqua dolce. E così da caput valli si sarebbe passati a Cavallo e poi a Punta Cavallo. L’antichità della leggenda è dimostrata da Lucaballus presente nel documento di epoca angioina cui si è fatto prima riferimento per PETROLA.

Per PITROLE (Petrolla) e VILANOU (Villanova) vale quanto già detto per la mappa precedente sempre a proposito di PETROLA.

__________

1 Su di esso vedi il saggio di J. A. C. Buchon e J. Tastu, Notice d’un atlas en langue catalane, Imprimerie Royale, Paris, 1839. Nella prima edizione uscita l’anno precedente non risultavano identificate Petrola, Gagiti (Guaceto), Lezi (Lecce), Cap de Leuques (Capo di S. Maria di Leuca), Sorgenti (Augento) e Gallipolli (Gallipoli).

2 Per esempio: Gabriel Chappuys, L’éstat, description et gouvernement des royames et republiques du monde, tant anciennes que modernes, Chaudier, Paris, 1598.

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (8/14): LECCE

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica è greca, cioè Λουπίαι (leggi Lupìai), ed è attestata in un frammento della Vita di Cesare di Nicola Damasceno (I secolo a. C.): Cesare [Ottaviano] salpò con le navi che aveva a portata di mano mentre era ancora in corso pericolosissimamente l’ inverno e, attraversato il mare Ionio, raggiunse il più vicino promontorio della Calabria dove nulla di chiaro era stato annunziato agli abitanti sulle ultime novità da Roma [l’uccisione di Giulio  Cesare]. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi verso Lecce.1

Λουπίαι continua in Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 6: Si è parlato sufficientemente delle piccole città sulla costa; nell’interno si trovano Rudie, Lecce …2

La forma latina esatta trascrizione della greca è Lùpiae, la cui attestazione più antica è in Pomponio Mela (I secolo d. C.), Chorographia, II, 66: … in Calabria Brundisium, Valetium, Lupiae … (… in Calabria Brindisi, Valesio, Lecce …).

In Giulio Capitolino, uno dei sei storici della Historia Augusta (compilazione del IV secolo d. C.), ricorre la forma Lòpiae3.

In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, II, 12 ricorre la forma Λουππίαι (leggi Luppìai).

Tutte le forme fin qui riportate sono di numero plurale.

La trascrizione latina al singolare della variante tolemaica si ha nella Tabula Peutingeriana (copia del XIII secolo  di un originale del IV secolo d. C.), VIII,  7, dove compare Luppia (da leggere Lùppia), evidenziato in rosso nell’immagine sottostante.

 

Nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.) ricorre il singolare Lùpia in IV, 31 e il plurale  Lupiae in V, 1.

Nei Geographica, di Guidone (XII secolo d. C.) ricorre in 28 Lictia4 e in 71 Liccia5.

Questa forma antica che cronologicamente è la più vicina appare come la madre di Lecce e consente di tracciare la seguente probabile trafila:  Λουπίαι (Nicola Damasceno)>Lùpiae (Pomponio Mela)>Liccia [Guidone,  con passaggi –u->-i– e –ppi->-cci– come in sacciu (io so) dal latino sapio]>*Liccie (recupero dell’originario numero plurale)]>Lecce.

Per completare questa sezione va detto che Lupia venne associato a lupa da Iacopo Antonio Ferrari (XVI secolo) che in Apologia paradossica,  Mazzei, Lecce, 1702 (cito dalla seconda edizione, stessi editore e luogo, uscita nel  1728, pagg. 253-255) così scrive: Che dunque la Città di Lecce sia, Signor Eccelso, stata una delle tre stazioni d’Italia, noi ne crediamo d’averlo assai ben provato con quel testimonio di C. Plinio, che ‘l disse più chiaro dell’altre6, a cui noi ci aggiugneremo il conghietural giudizio delle sue antichissime insegne della lupa fosca posta sotto l’ombra d’una gran quercia verde carca di ghiande d’oro in campo bianco, animal imperioso, e non soggiacente, dedicato dalla cieca antichità a Marte, e così parimente lo arbore della quercia, per esser durissima, di lunga vita, e che non fa punto stima del furor de’ venti, portatale questa insegna dalli suoi antichi Triumviri nel vessillo, con cui condussero la sua Colonia de’ Cittadini Romani, secondo l’antico costume Romano, e lasciatala per sua perpetua insegna; conciossiecchè i Romani, quando mandavano le lor Colonie o de’ lor propri Cittafini, o de’ Sotj loro del nome latino eliggevano prima i loro Triumviri cioè tre commissarj, i quali eseguendo il mandato d’un consiglio de’ diece uomini, a chi era del Senato, o dalla plebe Romana questa partenza per una antica legge data, riferita da Cicerone in tal sentenza: Decem viri quae municipia, quasque colonias velint, ducant colonos, quos velint, et eis agros dividant quibus in locis velint. Che al volgar dice: I Decemviri tutti quei municipij, e tutte quelle Colonie, che a loro piacerà, le conducano, li Coloni che vorranno, e loro spartino li terreni, che vorranno, andavano dove erano da questi mandati alli territorj descritti propri del popolo Romano, e vi conducevano quei poveri Cittadini Romani, overo i di loro compagni del nome latino, ed a quei designavano le nove Città per abitazioni, e spartivano per iugeri, cioè per tumoli, o moggi di terra i loro territorj, acciocchè con quei avessero essi potuto, ed i loro figlioli vivere, e campare; e perché soleva essere a loro frequente l’uso dei vessilli, con cui conducevano le Colonie, mentre alcune volte portavano in quelli dipinto un Leone, altre volte un Dragone, e spesso un Tauro, alla nostra Città vi portarono la Lupa dipinta sotto quella quercia, fosse per rendersi conforme al nome della Città, che LUPIA era quella, e la quercia per dimostrare con quel gieroglifico di quella, e di questa che la natura della nostra Città sia imperiosa, e che più presto elle comandi all’altre  Città che obbedisca altrui, per essere natuuralmente inchinata al mestiere dell’arme, e per l’albero, che quanto più si cerca di sbatterlo con tagliarli li rami, tanto più ingrandisce, e fassi ricco di rami, di fronde, e di frutta. Ed ecco il testimonio infallibile, che Lecce fu Colonia de’ Romani, di quella marmorea iscrizione ritrovata in Napoli , la quale la portò il Galateo alla sua Iapigia, e che ora sta a Santa Maria della Libera7.

Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae pubblicato la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON8, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è pingue e ricco di ogni frutto, donde forse fu detta Lupiae dal fatto che è fertile, cioè pingue). Senza scomodare LIPARON, che comporterebbe la spiegazione non facile dell’evoluzione fonetica, è strano che l’umanista di Galatone non abbia pensato direttamente al primitivo λίπος.

Ci fu poi chi pensò bene di arcaicizzare la congettura del Ferrari a meno di 150 anni dalla sua formulazione, molto probabilmente partendo dall’idea (ancora oggi comune a molti pseudostudiosi …) che più antico è più bello; solo che bisogna provarlo, almeno citando uno straccio di fonte e senza confondere le idee al lettore sprovveduto o semplicemente troppo fiducioso . Ecco cosa Luigi Tasselli (1630-1694) scrive in Antichità di Leuca, II, XV, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pag. 240:se io volessi scrivere, chi fu il vero, e germano fondatore di questa Illustrissima Città, mi arriva in questo Pomponio Mela, Mario Massimo suo commentatore, Giulio Capitolino, Eutropio, e Antonio Galateo de situ Iapygiae, che mi accertano essere stata fondata e Lecce, e Rugge da Malennio Re 107 anni prima della guerra di Troia in quel luogo dove si vede9; e perché nel luogo disegnato s’incontrò disgratiatamente Malennio Re con una Lupa stesa sotto una Quercia, quindi si fu, che le diede per sua impresa una Quercia con di sotto una Lupa, Lupas, Lypias, Lopias, Lupium, Lyspiam, Lypiam e Aletium10 ancora, hebbe su quei principii a chiamarsi Lecce; la quale poi da Licio Idomeneo fu amplificata; onde n’hebbe ancora il titolo di quasi Fondatore.

La lupa si avviava ad essere una fissa perché venne ripresa dal dottissimo Alessio Simmaco Mazzocchi che in Commentariorum in Regii Herculanensis Musei aeneas tabulas Heracleenses pars I, Gessari, Napoli, 1754, pag. 524, partendo dall’affermazione di Pausania (II secolo d. C.) secondo la quale il nome più antico di Lecce era Sibari11, realizza una cucitura, di cui non sarebbe capace il più disinvolto dei sarti, solo sulla base di alcune assonanze:  Scitum est Lupum Hebraice Zeeb, sive contracte Zeb vocari. Usitatum est autem ferarum animantium vocabulis addi  Bar, hoc est Agri sive Saltus aut Silvae. In Paraphrasi Chald. Psalmi L. 10 Thor bar est Taurus saltuum sive taurus silvestris, de quo ibidem subjicitur: Qui depascit unoquoque die montes mille. Pari ratione Zeb-bar sive (lenita scilicet Z in pronuntiatione) Sebbar erit lupus saltuum. Tyrrhenis autem (qui aevo antiquissimo tota Italia dominabantur) nulla amicior vocalis quam U fuit. Itaque ex Sebar fecere Συβαρ, Sybar. Cetera vocabulo addita ad Graecae terminationis modulum pertinet (È noto che in ebraico lupo si dice zeeb o, in forma contratta, zeb. Si usa poi aggiungere ai nomi degli animali bar , cioè campi o balze o selve. Nella parafrasi di un salmo caldeo alla line 10 thor bar equivale a toro delle balze o toro selvatico, intorno al quale ivi è aggiunto: Quello che in ciascun giorno pascola in mille monti. Per un simile motivo Zeb-bar oppure, lenita Z nella pronuncia, Sebbar corrisponderà a lupo delle balze. Ai Tirreni poi che da età antichissima dominavano in tutta l’Italia, nessuna vocale fu più gradita della u. E così da Sebar fecero Συβαρ, Sybar. Le restanti lettere sono pertinenti al modello della terminazione greca).

Riassumo quanto fin qui detto dal Mazzocchi: da un orientale Zeb-bar si sarebbe sviluppato prima il tirrenico Subar che in greco sarebbe diventato Σύβαρις (leggi Siùbaris). Riassumo ora per brevità pure la conclusione lasciandola al giudizio del lettore: nel passaggio dal mondo greco a quello romano sarebbe stata operata una sorta di traduzione del primo originario componente,  favorita dal fatto che in greco lupo è λύκος e in latino lupus; e così si sarebbe passati da Sibari a Lecce, sempre terra di lupi.

Chiudo questa parte con la segnalazione, mio malgrado, del link  http://www.iltaccoditalia.info/nws/?p=11431 dove il lettore potrà trovare nel periodo conclusivo del post un esempio eloquente di quanti danni possa fare col trascorrere del tempo una notizia campata in aria e maldestramente manipolata, lascio giudicare al lettore se in buona o in mala fede.

Di buon grado, invece, segnalo l’ottimo lavoro di Giovanna Falco; il lettore troverà le tre parti in cui esso si articola in

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/

Ed ora la parola passa al Pacichelli.

Pacichelli  (A), pagg. 169-173

 

Pacichelli (B, anno 1682 e 1684; C, anno 1686)

Qui et a Lecce a’ preti si dà titol di papa: per esempio papa Francesco, e così ciascun del suo nome, forsi alludendo alle lor comodità e benefici, mentre son ricchi almen di circa a dugento ducati di rendite.

Più avanti nella stessa provincia, scendendo per poche miglia in terra dal mare, ove torna meglio in acconcio, andai a vedere la bellissima e real città di Lecce, ne’ Salentini, fondata da Malennio, re loro, ed accresciuta da Littio Idomeneo, conforme stima il Padre Antonio Beatillo Giesuita nella Vita di Sant’Irene, e il Padre De Anna in quella del venerabile Padre Bernardino Realino. Più a lungo però scrivon il Galateo, con le antichità della provincia De situ Japigiae, e l’Infantino in 4 nella Lecce sacra. Ivi la fede si radicò per le gloriose operazioni di Sant’Oronzio, suo cittadino, oggi gran protettore, e Fortunato, di lui fratello, allievi di San Giusto, un de‟ discepoli del Signore, e Vescovi successivamente. Ha ella tre miglia di giro, con vie larghe e ben lastricate, giardini, fontane, fabriche nobili della pieta, che si cava nel suo fertile territorio, ch’è dolce e si lavora a guisa di legno con pialla. Non sa invidiar Napoli nello splendore e magnificenza delle chiese e de’ chiostri di tutti gli ordini, col sontuoso collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione, e il tempio vaghissimo de’ Teatini a Sant’Irene protettrice, con sette monasteri di Suore, tre spedali e varie confraternite. La Catedrale, col titolo della Vergine Assunta e piazza avanti, è stata rinovata nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda, in forma sì nobile e vasta, con le cappelle ricche di marmi, gli epitafi delle quali, con quel della fronte, si trascrivon dal Abate Francesco De Magistris In Statu Rerum Memorab. Neap. I, numero 43, foglio 29, che non cede ad altre di questo dominio. La piazza grande ha il Seggio chiuso, di ferro, fontana e piramide, con la statua di Sant’Oronzio, sendo sparse le botteghe de’ negozianti. Poco discosto è il castello con fosso, ponte e presidio spagnuolo, assai valido. Han concetto le sue belle coperte di bombace per la state. Stimasi la più cospicua e più popolata città del reame, ove soggiornavan quantità di nobili e ricche fameglie, con molto lusso e con galanteria verso de’ forestieri, numerandosi a 3300 i fuochi. Vi risiede il Preside col suo tribunale, il Vescovo gode vasta giurisdizione in ventisette castelli, de’ quali Squinzano si appressa ad ottocento case, e Campiano a mille, in clima abondante e salubre. È munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.

Volle vedermi cavalcare il medico, ed io, ringraziatolo, me gli offersi, sollecitando per nove miglia di aggradevoli oliveti e di qualche minor casale l’arrivo a Lecce, scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre. Alle 21 ora, entrato in questa metropoli della Provincia di Otranto, fei cercar dell’Abate Don Scipione de Raho, cui recava lettere da Taranto. E mentre nel venerdì, alla funzion della Buona Morte, presi la benedizzione a caso da’ Padri della Compagnia, lo rinvenne il mio cameriere ne’ Teatini. Egli non permise che in alcun chiostro io mi fermassi, conforme l’avea fatto richiedere, ma mi volle e condusse subito in sua casa, che ha forma di palazzo, chiamando l’unico suo nipote, ritornato dalla Laurea Legale di Roma, e mi offerse cioccolata, o vin fresco, o acqua e conserve, mostrandomi (con intendimento discreto) le altre comodità. Gustai del vin rosso con due biscottini e, perché il cavallo poco prima e in pianura mi era caduto addosso, mi fei fare una chiarata, non permettendo ch’ei chiamasse chirurgo, sì come volea. Si cenò per tempo, seco solamente, in quella stessa stanza terrena, del pesce tonno, apparecchiato in varie guise con sollecitudine, dandomi luogo da giacere con libertà, e col camerieri nella contigua. Fattami rader la barba la mattina e trovandomi alleggierito nella gamba (ch’era la destra), uscii seco in carrozza. Guardammo l’interiore la mattina e la sera la parte di fuori, accorciando io la dimora mentre si riscaldava la stagione. Di due miglia e mezo si misura il giro di questa città, con quattro porte, buona cortina di mura e castello, inchiudendo non più di nove mil’anime, tutte civili verso il forastiero, diminuite dopo il contagio e la mortalità del 1679, con fameglie antiche e riguardevoli, alcuni Baroni però che col feudo di pochi carlini, altri col solo dottorato, han luogo nel Magistrato supremo. Vi ha trecento carrozze, mantenute con poca spesa. Le fabriche son di pietra bianca, che nasce là, si lavora con pialla e riceve impression di figure col coltello, della quale vidi curiose gelosie. Non si alzan molto a cagion del peso, che fa cadere spesso le mura ed i volti. Son provvedute di giardini di agrumi quasi tutte, e di cisterne per l‟acqua, sendo questo liquore in molti pozzi salmastro e in varie sorgenti profonde caldissimo, e scarseggiandosi di neve, che vien da Martina, 20 miglia lontano, a prezzo talvolta di un carlino il rotolo. Ogni chiesa ha la facciata, ed alcune bellissima, di pietra con le statue e cornici alla romana. Quella di Santa Irene, protettrice della città, offiziata da’ Padri Teatini, è maestosa, con le cappelle sfondate, in una delle quali presso la porta tre tele di San carlo Borromeo e, nella croce alla sinistra, San Gaetano, dipinti a Parma da un loro laico, ha un cornicione largo, ma il tetto desidera il volto o ‘l soffitto. Nell’abitazione una picciola libreria senza rarità. Vasto è il collegio de’ Pagri Giesuiti, con la fronte di grata apparenza, ma dentro è sconcio ne‟ dormitori, non piacendo che alcuni camerini nuovi, i passeggi ne’ chiostri da basso con la stanza cangiata in cappella dal Venerando Padre Realino da Carpi, sepolto ivi non si sa dove, presso alla sagrestia, restando finita di corpo grande la chiesa, nella piazza della quale il palazzo di buon’aspetto del fratello dell’Abate Cristalli di Nardò, già crocifero di Papa Alessandro VII. Bellissimo è il monastero e magnifica, forsi più di tutte, la chiesa di Santa Croce de’ Celestini, vicino alle mura, che vidi coperta di setini, col trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore. Osservai quattro parochiali, una delle quali vaghissima nella maggior piazza, che ha la statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V, una fonte artifiziale con quella del Re di Spagna Carlo II, e una colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Ercole, diminuita, però, con la statua di rame di Sant’Oronzo, valutata 300 ducati, benché tutta la spesa di questa mole e sua trasportazione arrivi a ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedestallo sono incise le inscrizzioni, che riferisco. E ultimamente, nell’anno 1684, in tempo del Signor sindico Domenico Stabile, che vi cooperò non poco e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro statue de’ protettori non ancora intagliate, né fuse a gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea. Così, dunque, da un lato:

COLUMNAM HANC, QUAM BRUNDUSINA

CIVITAS SUAM AB ERCULE OSTENTANS

ORIGINEM PROFANO OLIM RITU IN SUA

EREXERAT INSIGNIA, RELIGIOSO TANDEM

CULTU DIVO SUBIECIT ORONTIO, UT

LAPIDES ILLI QUI FERARUM DOMITOREM

EXPRESSERANT, CELAMINE, VOTO, AEREQ;

LUPIENSIUM EXCULTO, TRUCULENTIORIS

PESTILENTIAE MONSTRI TRIUMPHATORE

POSTERIS CONSIGNARENT

 

E dall’altro:

SISTE AD HANC METAM FAMAE

AUGUSTUM QUONDAM ROMANI FASTUS,

NUNC ELIMINATAE LUIS TROPHAEUM

COLUMNAM VIDES, POTIORI NUNC HERCULI

D. ORONTIO SACRAE. NON PLUS ULTRA

INSCRIBIT ORONTIUS SCAGLIONE, PATRITIUS

NON SINE NUMINE PRIMUS, HUTUSCE

NOMINIS PATRIAE PATER. STATUA

AB ALTERA BASI. ILLAM CUM STATUA

EREXIT. ANNO DOMINI SALU. MDCLXXXIV

 

Si denominan le accennate parrocchiali il Vescovado, Santa Maria della Porta (che ha una Vergine devotissima), Santa Maria della Grazia in piazza, e Santa Maria della Luce.

Sette sono i chiostri delle donne, oltre la Clausura delle Convertite, e dodeci degli uomini, ciascun de’ quali osservai e spezialmente la cappella ne’ Conventuali, o stanza bassa, vicina al giardino, abitata da San Francesco, e la memoria di lui in marmo, con un albero di melangoli che piantò.

In Sant’Angelo de gli Agostiniani l’infermaria e la cappella del Giugno, autor del bel libro degli epigrammi che intitola Centum Veneres, mancato nel marzo dell’anno corrente 1686, soggetto che fioriva in amendue le Academie di questa città, cioè a dire ne’ Trasformati, che han per simbolo Dafne, e negli Spioni, che portan per impresa il cannocchiale con le parole Scrutabor Naturalia, e spiegano materie meteorologiche. Di lui si legge nel chiostro così:

D.O.M.

VENERAB. D. AUGUSTINI FRATRES

HUIC MOLI AEGROTANTIUM INFIRMANTI

SI QUI HYGEAE AUT MACHAO ARTE EGERENT

NOSOCOMIUM AERE SIBI SUFFECTO

A IO: BAPT. IUNIO I.C. LYCIEN. PATRITIO

PRO EIUS ARAE DEIPARAE AC SANCT. DICATAE

CENSU, DOTEQ; COLLATA

PACTO MISSARUM PROVENTU

IUNIOR. FAMIL. PIETAT. ERGO

SUPPOSUERE ANNO DOMINI M.D.C. LXXXII.

 

Nel destro lato della chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo esponea fronte un’aquila con doppia corona su le due faccie coronate con un diadema, sotto la quale Pietas et Iustitia, et appresso così:

D.O.M.

AETER. NUM.

DIU TANTUM UT SAPERET PRORSUSQ. DEDISC. HUMANA

CASURA AETHE. SUB SOLE UNIVERSA

AEVITER UBI SINE DEO NIHIL

ALCYON VEL MAGNI NEUTIQ. DIES

RELIGI. ITAQ. IPSE MERITO PERAM. UNUS COLEN. UNA

GENS HIC IUNIA

AEDIC. HANC SACR. OB PIET. EXTRUCT. SCITEQ. ERECTAM

PEC. SANE SUA INNOC. AT TAM PARTA.

FOR. TAM. ADUOC. QUAM IN MAGIST. MUN

FID. QUIP. IN CULP. PROFESS. HAUD ELOQUENT.

AVERRUNC. EXTERNOR. AFFECTIB.

OPTAT. SUPPLEXQ. LIT. EXORAT.

ANNO DOM. MDCLXXVII.

 

Dentro la cappella, ch’è molto vaga e divota, si legge a destra in un marmo:

QUOUSQUE TREMESCES VIATOR?

MORTALES ETENIM AEQUE OMNES

DIU SANE VIXIT QUI BENE. QUI MALE, NEC VIXIT DIU

VIRTUTE TANTUM VIVITUR. SUA QUISA; MORITUR

MORTE.

IUNIORUM TAMEN, EN HIC OSSUA, EN HIC CINERES

INEVITABILI HUMANAM IN SORTEM EDICTO

OMNIUM CUI PRORSUS INTEREST PARENDUM

NATUS ES? NIL NISI MORIENDUM RESTAT.

NULLI NAMQ. DETUR MISSIO. MIGRANDUM OMNINO

TIBI HINC SAPIS NON IMMEMOR AT SIBI

SUISQ. IO. BAP. IUNIUS I.V.C. LYCIENS. PATRITIUS

HOC QUIDEM VIVENS PROSPEXIT SEPULCHRO

ANNO SAL. HUM. M. DC. LXXVII.

 

A sinistra in questa forma:

DEO UNI AC TRINO

CARMELITARUM DEIPARAE COELITIBUS UNA

SOCIATIS

NOMINE NON IMPARIBUS. DISPARIBUS MINUS

VIRTUTE

INULTA UTERQ; ADEO EXECRATUS EST FLAGITIA

MINOR UT ALTER FIT CAPITE. EX FORO ALTER

EX TORRIS

UNIUS ITAQ, AEMULATUS EXEMPLAR

ELIMINATIS ALTERIUS NEC. MORIBUS

PERTICOSAM QUO ABIGERET. TUNICATAM QUO

INDUER. QUIETEM

FORENSI HAUD EXOCULATUS PULVERE

CAUSAR. VELUT MILES CAUSIDIC. PROTINUS

EXESSIT. ABSTI. ARENA

HINC SACELLUM HOC. DIC. DOT. IO. BAPT. IUNIUS

I.C. LYC. PATRITIUS

SUI SUORUMQ, PIETATIS ITEMQ; RELIGIONIS

TESTIM.

A.R.H.M. MDC. LXXVII

 

Nel pavimento, poi, che cuopre il sepolcro:

ACCOLAE CIVES ADVENAE

OSSUA EN HIC TAND. UNA ET CINERES

PATRITIAE IUNIOR. LYC. FAMILIAE

QUORUM TOT SANE VIVORUM

SCITUS UBIQ; QUISQ; EMICUIT. LIT. AMUSUS NEMO

ADEO QUOD PRAETER VIRTUTEM

NEMINEM SIBI MERITO SCRIPSIT HAEREDEM

LITARUNT AT UT CAETERIS.

GRAPHIARIO IURIS ERGO HOC HUMANUM LAPIDE

SUA ETENIM QUEMQ; VICISSIM OPPRIMIT DIES

QUORS. TERRA ET PULU NUNC SUPERBITIS AD VANA?

NOSTRO QUAM NIL SUMUS QUISQ; VESTRUM EDISCAT

EXEMPLO

DEO VIVENDUM DECUSQ; NAM CUIQ; SUUM.

POSTERITAS DUBIO PROCUL REPENDET, ET

AETERNITAS

AN. SAL. HUM. MDCLXV.

 

In fine, di raro vidi al di dentro la casa oggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo. Passai quindi a veder fuori, dopo desinare e preso riposo, il magnifico monastero de’ Padri Olivetani, col chiostro nobilissimo, giardino, massarie e feudi uniti, un de’ quali frutta solamente carlini, foresteria da prencipi, bellissimo quarto dell’Abate, poco anzi Procuratore in Napoli, che volle accompagnarmi e farmi vedere il vago e da lui ripolito tempio, con cupola e torre alta, con le statue a di [sic] altari in tre picciole navi, e la sepoltura di Ascanio Grandi poeta, gli antenati del quale servirono in primo luogo nella Segreteria del Conte Principe Tancredi. Avanti la sua facciata, son costituite di fabrica botteghe in gran numero per la fiera, che si disputa nel Regal Consiglio con la città di Bitonto. Posseggon que’ Monaci la torre o ’l giardino del sudetto Tancredi. Passai dopo al convento e alla bella chiesa de gli Scalzi di Sant’Agostino: ha quella per nome il tempio, con vago e vasto chiostro de’ Riformati di San Francesco in numero di 60 ben trattenuti, che mi mostrarono una spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo Legno della Croce, donato ad un de’ loro frati dalla Principessa Donna Olimpia Panfili, et un chiodo assai grosso con la punta tagliata, che sembrava nuovo, del medesimo nostro Redentore, costumato ad infondersi nell’acqua per divozion de gl’infermi, non però datasi a me questa a gustare per la poltroneria di un laico sagrestano, il tutto custodito in una croce di argento fra le supellettili della sagrestia. Al Lazzaretto, governato dalla città, ove osservai alcuni sucidi lebbrosi, da me non mai più veduti. A San Giacomo, chiesa allegra de’ Riformati di San Pietro di Alcantara, che sono venti et hanno bellissime tele a gli altari. Ameno e vasto è il lor giardino con una grotta dedicata oggi al Santo e alla sua statua, già piena di terra, la quale vuotandosi tre anni sono, scoverse, forsi non senza presagio de’ sinistri avvenimenti del Turco nella Pannonia e Peloponneso, piccioli e galanti specchi, quasi mosaici nelle mura, e fra essi nel volto, in buon carattere maiuscolo, nel petto di un’aquila e sovra una cometa, queste parole:

CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR

OTTOMANI SUPERBIA OCCIDET

Dicono che vi fosse una fonte, vivendo l’accennato Conte Tancredi, vicina ad una chiesetta vecchia, e molti bell’ingegni han preso quinci a poetare della prossima distruzzione della tirannia de’ musulmani. Io, quantunque in Napoli avessi giudicato spurio et imaginario questo concetto, lo conobbi per legitimo, deducendosi dal tempo, che si vede esser lontano dalla memoria, e da’ registri anche de’ nostri vecchi. Qui, fra gli alberi, è un delizioso passeggio di carrozze la sera, e fra tre strade una vaga fontana a forza di argani. V’incontrai fra molti il Preside, pure in carrozza, con un de gli Auditori, in questa residenza, della provincia di Otranto, e due Alabardieri dietro. I Cappuccini, al numero di 50, m’introdussero nel lor convento, su l’ora dell’Ave Maria, ch’è il primo della provincia, a veder la speziaria, l’infermaria e la biblioteca. Lasciai un miglio fuori i Domenicani nel lor convento col noviziato e chiesa grande, offiziata da venti Padri, restandone un altro dentro. E non entrai nell‟accennato castello fabricato da Carlo V, che passò in città per la porta chiamata Reale. Ma chi vuol saper più, legga la Lecce Sagra del Signor Francesco Bozi, patrizio, e attenda in breve la Lecce Moderna di Don Giulio Cesare Infantino, curato di Santa Maria della Luce. Doleasi il Signor Abate de Raho che io non volessi dimorar seco la domenica, e di non aver pronta qualche galanteria da donarmi, sì come sarebbe stato un de’ forzierini, o scrittori di pelle figurata e dorata nelle coverte o tabacchiere di paglia istoriate, che da 25 carlini son discese al valor di un tarì. Pur donommi un paio di guanti di Roma e alcune confitture, e volea per lo rinfresco far lavorar un pastone. Mi fé veder l’abito e il medaglione dell‟Ordine della Milizia Cristiana dell’Immacolata Concezzione, fondato in tempo e co’ privilegi di Papa Urbano Ottavo, conforme al bollario, non ammesso da que’ censori che supponeano tali esenzioni diminuisser in sommo il regal vassallaggio. Portommi nel quarto superior della casa a vedere i ritratti al vivo e in piedi de’ suoi genitori, cioè del Signor Mario de Raho, nobile antico, che, senza curarsi di que’ seggi, riseder volle in Lecce, ed era vestito col robbone di quella milizia. Egli, con dispensa pontificia, vi professò e fu promosso al sacerdozio, restando viva la Signora Andriana Ricci, sua consorte, in quello stesso quarto, disgionta da lui, che soggiornava di sotto, avendo ella votato castità perpetua nelle mani di Monsignor Girolamo de Coris, Vescovo di Nardò, ginocchiata avanti di lui e del suo intiero capitolo, con le mani giunte. Qualche volta si parlavano, e mangiavano insieme per la Pasqua.

Osservai dalle sue stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati.

Pervenni a Lecce in tre altre. Ivi fu la mia pausa, fino alla metà del giorno seguente, in casa del compitissimo Abate Don Scipione de Raho. Con esso lui tornai a visitar vari amici, spiccando fra loro la cortesia e la bellezza nelle donne. Mostrommi egli di nuovo il soffitto nella chiesa Madrice, e la cappella del Santissimo Crocefisso, col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria e per cenno di Monsignor Vescovo Pignatelli. Seco io andai a rallegrarmene, scusandolo della restituzion della visita, con gradir le più benigne offerte, mentre mi raccontò gli sconcerti de’ suoi Diocesani, armati di centinaia di scoppette per resister al Sagro Sinodo convocato, e m’invitò alla bella funzione della prima pietra alla chiesa delle Monache di Santa Chiara.

 

 

Pacichelli, mappa

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da  http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg

A Duomo e Vescovato (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Puglia_Lecce1_tango7174.jpg)

B    Regio Castello/Castello di Carlo V (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/lecce/lecce.htm)

C   Piazza, Colonna con S. Oronzio, statua di Carlo V a cav., e fontana con altra statua del Re/Piazza s. Oronzo (mappa/adattamento da http://farm3.staticflickr.com/2427/3556658537_7380b5809a_o.jpg)

Da notare nel dettaglio della mappa le due statue equestri: la prima dell’imperatore Carlo V, la seconda, con fontana, di Carlo II (Nostro Signore è detto nella didascalia e Carlo II morì nel 1700, il che dovrebbe render certa la presenza delle due statue nella piazza almeno fino alla metà del XVIII secolo). Memoria di una fontana ancora più antica e funzionante ad energia animale (e agli animali in questione, come si vedrà, non si faceva mancare il biscottino …) è nelle Cronache di M. Antonello Coniger (vissuto tra il XV ed il XV secolo; cito dall’edizione apparsa in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pag. 512):

1498 … In questo anno ne la Cetà de Lecce uno ammaistrò dui cani de manera, che soli tiravano acqua a la fontana de la Piazza de Lecce in abondancia, ben vero l’huomo le dava le Calette.                                                                                                                                                                                                                                                                  

11

 

D   Seggio/Sedile (mappa/http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/5332140.jpg)

 

E  S. Irene (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce_Chiesa_di_Sant%27Irene_dei_Teatini.jpg)

 

F  Colleggiata de’ Gesuiti/Palazzo di giustizia (mappa/immagine tratta da http://www.arte.it/foto/500×375/9e/5114-038.jpg)

 

G  Mo di S. Croce/Palazzo dei Celestini/S. Croce  (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce.jpg)

H  Sp(eta)le della Trinità/S. Nicola (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

I  Porta Reale/Porta Napoli (mappa/immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Porta_Napoli_a_Lecce.jpg)

 

K Porta di Rugge/Porta Rudiae (mappa/immagine tratta da http://www.isoladipazze.net/images/lecce_portarudiae.jpg)

Stemma di Lecce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce-Stemma.png)

D’argento alla lupa passante di nero, attraversante il fusto di un albero di leccio di verde, sradicato e ghiandifero d’oro (D.P.R. 20 aprile 1942)

Da notare la diversa direzione di marcia della lupa. Lo stemma, comunque, sembra il frutto di un’ambiguità glottologica, dal momento che l’etimo, di cui si è parlato, di Lupiae da lupa, tenendo conto della variante è foneticamente sovrapponibile a quello da leccio. Quest’ultima proposta, comunque, a mio avviso, dev’essere considerata come paretimologica, propiziata, cioè dalla sovrapposizione popolare, probabilmente antica, di lezza/lizza nome dialettale del leccio: infatti, tenendo presente che leccio è derivato dal latino ìlìceu(m)=della quercia, aggettivo neutro da ilex=quercia, la congruenza fonetica di quest’ultimo con la forma latina di partenza Lupiae mi appare di problematica dimostrazione. Ad ogni modo:  è evidente come nella creazione dello stemma l’autorità presunta o reale del Ferrari prima  e del Tasselli poi abbia avuto un peso determinante.

 

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

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1 Fragmenta historicorum Graecorum, Didot, Parigi, 1849, v. III, pag. 436: Καῖσαρ δ’ἀνήχθη τοῖς  ἐπιτυχοῦσι πλοίος, χειμνῶος ἔτι ὄντος σφαλερώτατα, καὶ διαβαλὼν τὸν Ἰόιον πόντον, ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα οὐδέν πω σαφὲς διήγγελτο τοῖς  ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν Ρὠμῃ νεωτερισμοῠ. Ἐκβὰς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας. Λουπίας è accusativo di Λουπίαι.

2  Τὰ μὲν οὖν ἐν τῷ παράπλῳ πολίχνια εἴρηται. ἐν δὲ τῇ μεσογαίᾳ Ῥοδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι

3 Vita di Marco Aurelio Antonino (I, 8): Cuius familia in originem recurrens a Numa probatur sanguinem trahere ut Marius Maximus docet; item a rege Sallentino Malemnio, Dasummi filio, qui Lopias condidit (Si accetta che la sua [di M. Antonino] famiglia andando a ritroso nell’origine traesse il sangue da Numa, come insegna Mario Massimo; parimenti dal re salentino Malennio, figlio di Dasummo, che fondò Lecce]). Lopias è accusativo di Lopiae.

4 Dehinc urbs Lictia Idomenei regis … (Poi la città Lecce del re Idomeneo …). Peccato che nella Mappa di Soleto la posizione geografica non coincide con quella dell’attuale Lecce, perché il ΛΙΚ (leggi LIK) evidenziato in rosso nell’immagine sottostante sarebbe stato l’abbreviazione perfetta di Lictia.

 

5 … Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum … [ …Brindisi, Lecce, Otranto, Castro (?) …].

6 Qui il Ferrari non so se volutamente o meno  si lascia prendere la mano dagli intenti apologetici e confonde Lecce con Alezio, con una forzatura che potrebbe pure essere accettabile se fosse corroborata (ma così non è) dalla  tradizione manoscritta.  Ecco il brano originale di Plinio (Naturalis historia, III, 11): Oppida per continentem a Tarento Uria, cui cognomen ib Apulam Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Taranto, inde XXXIII promuntorium quod Acran Iapygiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia. Ab eo Basta oppidum et Hydruntum … (Città interne [a partire] da Taranto: Oria detta di Messapia per l’omonima apula, Alezio; sulla costa invero Seno, Gallipoli, che ora è Anxa, a 75 miglia da Taranto, quindi a 33 miglia il promontorio che chiamano  estremità iapige, dove l’Italia si protende più lontano nel mare. Da esso la città di Vaste e Otranto …).

7 Ecco il testo dell’iscrizione che fu rinvenuta a Pozzuoli (CIL, X, 1795):

 

M(arco) Bassaeo M(arci) f(ilio) Pal(atina) / Axio / patr(ono) col(oniae) cur(atori) r(ei) p(ublicae) IIvir(o) mu/nif(ico) proc(uratori) Aug(usti) viae Ost(iensis) et Camp(anae) / trib(uno) mil(itum) leg(ionis) XIII Gem(inae) proc(uratori) reg(ionis) Cala/bric(ae) omnibus honorib(us) Capuae func(to) / patr(ono) col(oniae) Lupiensium patr(ono) municipi(i) / Hudrentinor(um) universus ordo municip(um) / ob rem publ(icam) bene ac fideliter gestam / hic primus et solus victores Campani/ae preti(i)s et aestim(atione) paria gladiat(orum) edidit / l(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)

Traduzione: A Marco Basseo Axio, figlio di Marco, della (tribù) Palatina, patrono della colonia, curatore dello stato, duumviro generoso, procuratore di Augusto per la via Ostiense e Campana, tribuno militare della XIII legione Gemina, procuratore della regione calabrese, con tutti gli onori designato a Capua patrono della colonia dei Leccesi, patrono del municipio degli Otrantini, tutto l’ordine dei concittadini per il potere pubblico bene e fedelmente esercitato. Qui primo e solo. I Vincitori. Con l’apprezzamento e la stima della Campania allestì gli spettacoli dei gladiatori. Il luogo fu dato per decreto dei decurioni.

A Lupiensium, genitivo plurale, corrisponde un nominativo plurale Lupienses, a sua volta forma sostantivata di un aggettivo Lupiensis/Lupiense. Tenendo presente che Athenienses deriva da Athenae va da sé che Lupienses suppone una derivazione da Lupiae attraverso un  originario *Lupiienses con la naturale contrazione delle due vocali simili.

A propositi di etnici va ricordato che un Lyppiensie  e un Lyppiensis (che suppongono un Lyppia o un Lyppiae) sono presenti, rispettivamente,  nella prima redazione (IV secolo d. C.) e nella  seconda (IV-V secolo d. C.) del  Liber coloniarum (in F. Blume, K. Lachman e A. Rudorff, Die Römische Feldmesser, Reimer, Berlino, 1848, pagg. 211 e 262).

8 È la trascrizione del greco λιπαρόν (leggi liparòn) neutro dell’aggettivo col significato di grasso, ricco. La voce, a sua volta, è derivata dal sostantivo λίπος (leggi lipos)=grasso (dal quale in italiano il segmento lipo– che entra in molti composti, nonché, con lo stesso significato,  il salentino lippu/llippu).

9 Fin qui andiamo bene; però, tutto ciò che segue, come il lettore sarebbe indotto a credere, non è da ascrivere a nessuno degli autori appena citati ma è pura invenzione (in assenza di riferimento a qualsiasi straccio di fonte, magari orale, sono obbligato a pensarlo) del Tasselli.

10 La serie toponomastica è tratta quasi tal quale dal De situ Japygiae del Galateo dove si legge: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium a Lictio Idomeneo, alii Liceam.

“Territorio dell’Anno 2014”, vince ancora il Salento

castro

Sondaggio popolare in vista di BIT 2014

“Territorio dell’Anno 2014”, vince ancora il Salento

 

Italia Touristica chiede pareri a 248mila italiani, rispondono in 48mila

1° Salento, 2° Chianti, 3° Cinque Terre, 4° Perugino, 5° Cadore

Tra i primi dieci, due territori per Puglia, Toscana e Campania

 

 

Anche quest’anno, in vista dell’edizione 2014 della BIT – Borsa Internazionale del Turismo che apre i battenti domani, giovedì 13 febbraio, e chiude sabato 15, “Italia Touristica” ha effettuato un sondaggio popolare per eleggere il “Territorio dell’Anno 2014” e per il secondo anno consecutivo il più amato dagli italiani è risultato il Salento, anche se il distacco dal secondo posto è minore rispetto all’anno scorso. Il Chianti è balzato in avanti superando le Cinque Terre; il Perugino e il Cadore sono le new entry mentre la Costiera Amalfitana ha perso tre posizioni. In breve, questa la classifica finale: 1° Salento; 2° Chianti; 3° Cinque Terre; 4° Perugino; 5° Cadore; 6° Costiera Amalfitana; 7° Gallura; 8° Versilia; 9° Cilento; 10° Gargano. Puglia, Toscana e Campania si aggiudicano due location a testa, Liguria, Umbria, Veneto e Sardegna se ne aggiudicano una.

 

Per entrare nel dettaglio del sondaggio, nei giorni scorsi sono state inviate circa 248.000 mail ad altrettanti destinatari in tutte le regioni d’Italia (nel 2013 furono 230.000), chiedendo di rispondere alla mail indicando al massimo tre territori diversi meritevoli del titolo di “Territorio dell’Anno” e, possibilmente, motivare la scelta con l’indicazione di alcune significative key words (parole chiave). A rispondere sono stati in 48.236, il 19,45% degli intervistati (l’anno scorso furono 42.306, il 18,39%).

I voti ottenuti dai primi dieci territori classificati sono stati i seguenti: Salento 1° posto con 4.412 voti (9,15%); Chianti 2° posto (4° l’anno scorso) con 4.186 voti (8,68%); Cinque Terre 3° posto (2° nel 2013) con 3.661 voti (7,59%); Perugino 4° posto con 2.879 voti (5,97%); Cadore 5° posto con 2.180 voti (4,52%); Costiera Amalfitana 6° posto (3° l’anno scorso) con 2.001 voti (4,15%); Gallura 7° posto con 1.582 voti (3,28%); Versilia 8° posto con 1.066 voti (2,21%); Cilento 9° posto con 863 voti (1,79%); Gargano 10° posto con 824 voti (1,71%).

 

Come già accennato, oltre all’espressione del voto, ad ogni partecipante è stato chiesto anche di motivare la propria scelta attraverso l’indicazione di alcune parole chiave. Qui di seguito l’elenco delle key words più ricorrenti per i primi cinque in classifica:

 

Salento: mare, enogastronomia, ospitalità, capitale cultura, barocco, olio, tradizioni;

 

Chianti: agriturismo, vino, scenari, enogastronomia, pace, vigneti;

 

Cinque Terre: mare, scenari, terrazzamenti, cordialità, enogastronomia, accoglienza, natura;

 

Perugino: storia, borghi, enogastronomia, natura, agriturismo, castelli;

 

Cadore: montagne, scenari, sci, trekking, natura, canederli.

 

Si ricorda che l’indagine popolare è stata espressamente svolta da “Italia Touristica” in occasione della BIT – Borsa Internazionale del Turismo (13-15 febbraio p.v.), per offrire agli operatori nazionali ed esteri uno spaccato delle sensazioni espresse degli Italiani.

La toponomastica della provincia di Lecce in una mappa del 1589. Grazie, Francia! …

di Armando Polito

Per la ricostruzione dell’evoluzione di qualsiasi toponimo lo studioso ha a disposizione oltre alla sua intelligenza e ad un pizzico di fortuna, non sempre casuale, strumenti altrettanto essenziali: epigrafi, diplomi, atti notarili, mappe. Chiedo scusa per aver dimenticato la cosa più importante: la sua disponibilità al sacrificio anche economico e qui è necessario che io mi spieghi meglio. Chiunque in Italia voglia consultare  documenti antichi (dunque, non soggetti al diritto d’autore) come alcuni di quelli che ho nominato all’inizio (si badi bene: custoditi in biblioteche o archivi pubblici, non privati) deve rassegnarsi non solo ad una pur giustificata trafila burocratica ma anche ad aprire il portafogli qualora volesse una copia fotostatica (certo non a prezzo di mercato …) di tutto o parte del documento consultato, per consentire ad altri studiosi o semplicemente appassionati di operare un controllo, sempre necessario anche nei casi in cui l’autorevolezza e il prestigio di chi ha tratto delle conclusioni potrebbero indurre ad un’accettazione passiva delle stesse.

Così, a superare gli inconvenienti appena descritti, deve essere preparato chi,  per esempio, avesse bisogno della mappa che mi ha consentito di scrivere queste righe. Ma, dirà qualcuno, non c’è la rete? Certo che c’è, ma non per l’Italia e spiego subito perché. La mappa in questione, per esempio, è reperibile sul sito, faccio un nome per tutte, della Biblioteca Marciana di Venezia (con un motore di ricerca la cui complicatezza serve solo a scoraggiare chiunque, anche perché parecchi links non portano da nessuna parte … mi chiedo quanto sia costato al contribuente questo capolavoro informatico …) ma l’immagine disponibile in rete è così poco definita che non si legge neppure  il titolo. Se ti serve una copia in alta definizione non c’è problema, basta ordinarla e, naturalmente, pagare …

Tutto legittimo, nel senso che è ligio alle leggi (potrebbe essere uno scioglilingua …) vigenti. Spetta, però, al potere politico riformare la normativa quando questa si mostra inadeguata ai tempi e trasforma la cultura in uno scoraggiante percorso ad ostacoli.

Pompei cade a pezzi ed è giustissimo spendere il possibile per ricomporre i cocci, ma sarebbe altrettanto giusto e doveroso digitalizzare tutto il nostro patrimonio cartaceo e renderne possibile la fruizione gratuita in rete, tanto più che l’operazione sarebbe a costo zero (se qualcuno fosse interessato a sapere come procedere me lo faccia sapere e, magari, in un altro post gli spiegherò dettagliatamente l’operazione e, soprattutto, come impedire che essa diventi un affare non per tutti ma per pochi …).

Mentre in Italia si vive questa vergognosa situazione, dico, per restare nel caso particolare, che la stessa mappa è disponibile, invece, in altissima definizione, come mostrano i dettagli che da essa ho tratto, sul sito della Biblioteca Nazionale di Francia all’indirizzo: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8439634j.r=terre+d%27otrante.langEN

Si tratta di un foglio dell’Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati di figura del cartografo fiammingo Gerhard Kremer (italianizzato in Gerardo Mercatore) uscito ad Amsterdam nel 1589, dal titolo Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata.

 

Nel dettaglio che segue la linea gialla che ho aggiunto vuole essere una rozza demarcazione del territorio della provincia di Lecce.

 

Un’osservazione preliminare: il capo di Leuca appare con la denominazione di C. de S. Maria, il capo di Otranto con quella di C. di Louca overo C. de Otranto.

Quel che segue è un semplice elenco alfabetico dei toponimi nella forma attuale e in quella in cui compaiono sulla carta; niente di più che una base di dati utili per un eventuale confronto con mappe coeve e successive. Il lettore noterà agevolmente la presenza di errori dovuti probabilmente ad errata trascrizione da mappe precedenti, ad inaffidabilità degli informatori, ad italianizzazioni del nome dialettale con effetti talora ridicoli, il che rende indispensabile, a chi voglia fare uno studio serio e approfondito del tema, ulteriori confronti con diplomi ed atti notarili che, sotto questo punto di vista, pur non essendo nemmeno loro totalmente esenti dai difetti appena ricordati, in virtù del loro maggiore localismo, dovrebbero essere più affidabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Immutati: CALIMERA, CASTRO, MARTANOMARTIGNANO, MERINE, PASULO (in territorio di Borgagne), PISIGNANO, PORTO CESAREO, ROCA, S. CATALDOS. MARCO (nei pressi di Roca) e SOLETO.

Se chi mi segue mostrerà di gradire quanto qui esposto potrei estendere l’indagine, sulla stessa mappa, alle altre provincie di Terra d’Otranto. In tal caso il titolo del prossimo lavoro potrebbe essere, ricalcando il miglior linguaggio televisivo, Reduce dalla trionfale tournée, pardon, dal trionfale contributo sui toponimi …

Comunque, finché mi rendo conto del ridicolo di cui queste mie uscite, volontarie e consapevoli, mi coprono, cioè finché riesco a prendermi in giro da solo, va tutto bene …

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

di Armando Polito

Questo post è in un certo senso la continuazione di quello che il volenteroso lettore che ne abbia interesse o semplicemente curiosità potrà ripassarsi o leggere per la prima volta in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/27/antonio-maria-il-pescatore-etimologo-di-punta-palascia/. Mi rendo perfettamente conto del rischio che corro, cioè di essere considerato alla stregua del giornalista da strapazzo che per catturare l’attenzione del lettore ne stimola i più bassi istinti rendendo pruriginosa anche la storia più innocente o come i tanti mitomani che in facebook linkano o confezionano personalmente invenzioni diffamatorie nei confronti di questo o quel politico (a dire il vero in questo caso non ci vuole molta fantasia, anche perché la realtà la supera abbondantemente, ma chiedo che almeno realtà sia ciò che viene pubblicizzato). Lascio al lettore giudicare alla fine della sua fatica e do inizio alla mia con l’avviso che la ragione del titolo sarà chiara solo alla fine (e questo corroborerà il sospetto che io sia delinquente più immatricolato dei signori prima menzionati che già a metà storia tradiscono involontariamente l’inganno).

Avete presente un portolano? Per chi dovesse sentire per la prima volta la parola dico che il portolano era in passato chi nei porti sovrintendeva al traffico delle merci e all’esazione dei dazi, ma con lo stesso nome si indicava una sorta di manuale di navigazione contenente l’elenco dei porti di una regione con la descrizione dettagliata di coste, fondali, venti, correnti e di ogni altro dettaglio la cui conoscenza fosse indispensabile per la navigazione. La parola risale al latino medioevale portulanus in cui, oltre al significato già ricordato, indicava anche il famulus infimi gradus inter ministros coquinae (Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Favre, Niort, 1883, tomo VI, pag. 427)=servitore di infimo grado tra gli inservienti della cucina. Siccome non vedo alcun rapporto semantico tra le due definizioni ipotizzo che questo secondo portulanus derivi da un *pòrtulus, a sua volta da portare (dunque deverbale) e il primo da un *pòrtulus, diminutivo di portus (dunque denominale) modellato sul precedente. Non a caso gli unici sostantivi italiani in cui è ravvisabile il segmento -olano sono portolano e ortolano (quest’ultimo da hòrtulus, diminutivo di hortus=giardino). Se così è stato si direbbe che l’uso inconscio di parole con etimi diversi abbia realizzato una sorta di rivoluzione democratica accomunando nella loro formazione lo sguattero di cucina con il funzionario portuale.

Il portolano, anzi un portolano, di cui ci occuperemo oggi è il primo, nel significato di manuale di navigazione. Risale al XVII secolo e l’ho trovato sul sito della Bibiblioteca Nazionale di Francia all’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b55002492h.r=portolano.langEN, da cui è integralmente scaricabile in formato pdf.

Riporto qui il frontespizio ed un estratto (fogli 57r-60r) in cui vi è la descrizione delle nostre coste. A fronte la trascrizione, con in parentesi quadre le parti di testo andate perdute che ho ricostruito, laddove ne sono stato capace ( mantenendo le forme originali usate in altri passi, come  mezo per mezzo, miglie per miglia, etc.), con qualche nota esplicativa. Nella trascrizione ho sciolto direttamente le, peraltro non numerose, abbreviazioni, mantenendo, però, la punteggiatura originale che oggi richiederebbe qualche adattamento, nonché le iniziali maiuscole molto frequenti nella letteratura di quel periodo anche per i nomi comuni. Ho ritenuto opportuno, infine, intercalare ai singoli fogli delle mappe esplicative (il frazionamento può sembrare eccessivo ma era indispensabile per fornirne una agevole lettura a schermo), le cui immagini di base ho tratto ed adattato da Google Maps.

 

Comincia ora il nostro viaggio, partendo da Taranto.

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Torre del serpente; immagine tratta da http://salentocasevacanze.oneminutesite.it/files/28-torre_del_serpente.jpg
Torre del serpente; immagine tratta da http://salentocasevacanze.oneminutesite.it/files/28-torre_del_serpente.jpg

 

 

 

 

 

 

Nella nota 17 avevo promesso al lettore che sarei tornato su Da Matino a S. Panaijà 4a di Greco Verso Tramontana miglie Capo d’Otranto è un Capo Basso, sop(ra) del quale vi è una Chiesa detta S. Panaijà in Greco, che vuol dire santa Maria così hoggi volgarmente Chiamata da Tutti il tempio d[i] S. Maria de Finibus Terrae.

Questa testimonianza, di cui non ho potuto fruire pochi mesi fa per la stesura del post segnalato all’inizio, conferma le mie ipotesi etimologiche relative a Palascìa [da πελαγία (leggi pelaghìa) o da πελασγία (leggi pelasghìa)] e nello stesso tempo confuta quella del Rohlfs (che, d’altra parte, l’aveva espressa dubitativamente) secondo cui Palascìa potrebbe essere “deformazione di Παναγία [leggi Panaghìa]=la Madonna”. Ora sappiamo, grazie al nostro portolano, che Παναγία [da πᾶν (leggi pan)=completamente+ἀγία (leggi aghìa)=santa] è il dialettale Panaijà riferito al tempio di S. Maria di Leuca e che Palascìa è un toponimo completamente diverso, anche perché Capo Basso sarebbe un dettaglio morfologico non compatibile.

Termina qui il nostro viaggio ideale con questa piccola pesca resa possibile dalla rete, pur metaforica, più versatile ed efficace di cui possiamo disporre. E mi auguro che il rotta del titolo non si riduca ad evocare solo un aggettivo riferito alla lettrice rimasta delusa ed annoiata nonostante il suo eroico sforzo di arrivare fin qui …

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (4/14: CARPIGNANO)

di Armando Polito

Il toponimo  

A prima vista per la sua terminazione in –ano si direbbe un prediale; Carpinius risulta attestato nel CIL (Corpus inscriptionum Latinarum),  01, 02661; 03, 10721; O4,00017; 16, 00024. Altri mettono in campo la radice messapica karp=roccia.

Pacichelli (A), pagg. 178-179

 

Pacichelli, mappa

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

 

A    Chiesa madre/M. SS. Assunta (mappa/https://ssl.panoramio.com/photo/13271858)

 

E   S. Rocco (mappa).

Su preziosa segnalazione dell’amico Sandro Montinaro ho corretto  la precedente didascalia in cui avevo erroneamente identificato la chiesa di S. Rocco con la cripta bizantina di Santa Cristina in largo Madonna delle Grazie (ne ho perciò eliminato la foto che prima vi compariva), citandolo alla lettera: La chiesa di San Rocco (E) non ha nulla a che fare con la cripta bizantina di Santa Cristina sita in largo Madonna delle Grazie. La chiesa, oggi non più esistente, sorgeva dove attualmente è il Municipio (XIX sec.). A testimonianza abbiamo: il toponimo (via San Rocco), l’edicola votiva in via San Rocco (proprio nelle mura dell’edificio comunale) e la tela raffigurante il Santo conservata nella Chiesa Parrocchiale di Carpignano. La tela ha, in basso a destra, l’arme civica di Carpignano.

 

F S. Giovanni Battista/Madonna della Grotta (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Carpignano_Madonna_della_Grotta.jpg)

Per saperne di più: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/02/carpignano-salentino-il-santuario-della-madonna-della-grotta/

 

 

G   Palazzo del duca/Palazzo Ghezzi, via Roma (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Ghezzi_Carpignano_Salentino.jpg)

 

Nell’ordine: (dalla mappa) la dedica All’Eccellentis. Sig.r D. Angelo Ghezzi Duca di Carpignano &t c(etera),lo stemma della famiglia (riprodotto nell’immagine di coda tratta da http://www.retaggio.it/onomastica/g/ghezzi-origine-cognome.asp), lo stemma della città e lo stemma attuale (da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Carpignano_Salentino-Stemma.png).

 

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

La Terra d’Otranto ieri e oggi (3/14): BRINDISI)

di Armando Polito

Sul toponimo ed altro vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/

Pacichelli (A), pagg. 155-157:

Pacichelli (B, anno 1684 e C, anno 1686  e 1687)

[Lecce] è munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.  Meglio però per tal riguardo di fortificazioni è considerabile alcune miglia più oltre, et al lido del mare, Brindisi, col suo doppio e importante castello, cioè tre miglia in circa nell’acque, dove si chiama il Forte, di vasto giro, comod’abitazione, con gli opportuni ripari, meglio disposti  in tutto il reame, e ben presidiato; l’altro nel continente, chiamato castel di terra. Stimasi ancora il suo porto per la sicurezza, e la campagna per la buona qualità della frutta, per la lana et il miele. Non ha dubbio però che non sia ancor ella diminuita in sommo dal concetto antico, che godea de’ Romani, i quali l’elessero per un de’ luoghi delle lor delizie, onde da incerto autore fu distesa la nobilissima via Appia, frequentata ne’ viaggi della Grecia e di Oriente, e la Trajana, che conduce a Lecce ed Otranto, sì come vuole Camillo Peregrino nella Campania Felice al disc. 2, 31 e ne scrive molto Giovanni Giovane al capitolo 7 dell‟opera citata. Perciò dentro di lei, vicino particolarmente alla porta di Lecce, si veggono molte vigne, con gli orti de’ verdumi e meloni. Rassembra la sua forma una testa di cervo, e di essa non mancano rapporti de gli storici. È ancor soggetta al Monarca di Spagna, e tassata a 1428 fuochi. Nella metropolitana, che ha il sol suffraganeo di Ostuni, dedicata da Papa Urbano II alla Beata Vergine ed al Santo Martire Teodoro, ambedue protettori, vien custodito il corpo di esso, con quello di San Leucio, suo Vescovo, la lingua del Dottore San Girolamo, e un braccio di San Giorgio, restando fuor di città la Catedrale antica dedicata a San Leucio stesso, dove forsi estendevas‟il corpo dell‟abitato. Si costuma ivi di portar per la festa il Santissimo Sagramento a cavallo, sendo questo coperto, e condotto ne’ tempii pel freno daì principali Ministri regi, fin da che il Re San Luigi ricuperò da Saladino l’Ostia Sagra, lasciatagli per ostaggio. Veggonsi i ruderi della casa di Pompeo. Reliquia più memorabile dell‟antichità, oggi però non si scorge che una delle due colonne, sendo l’altra rovinata, ch’è fama ergesse Brento, figliuolo di Ercole, o la posterità in onor suo, come a proprio ristoratore. Nella porta reale si vede una minima parte del palazzo, che chiaman di Cesare, e che i più avveduti stimano fabricato dal Duca di Atene, figliuolo del Re Carlo d‟Angiò. Mostrano molti tempii vestigi assai vecchi, e particolarmente la Maddalena de’ Domenicani, San Paolo de’ Conventuali, la Madonna del Casale de’ Riformati, e la Commenda di San Giorgio di Malta. Giudico poi favolosa l’opinione del volgo, che una torre s’incurvasse alla Sagrosanta Eucaristia nel passaggio a cavallo dell’Arcivescovo, che la prese dal vascello, ove fu condotta dallo stesso Santo Re di Francia, che nella forma esposta l’avea lasciata a Saladino Re di Egitto, di cui era stato prigioniero nella conquista di Terra Santa. Veggansi però le memorie particolari, vecchie e nuove di Brindisi, descritte in un tomo in 4 dal Padre maestro Andrea della Monaca, dell’ordin Carmelitano nel 1674, sotto il torchio di Lecce diffusamente. Fra le case de‟ nobili, che son sopra a quindeci, i Pacuvii si gloriano della discendenza dal celebre poeta tragico Marco Pacuvio, nipote d’Ennio, che co’ suoi natali e con le opere accrebbe onore alla nazione e alla patria.

Osservai dalle sue [del convento dei Domenicani di Ceglie] stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati, e nella lingua del mare il castel di Brindisi, che dicono comprenda 300 piazze, custodito da 250 fra colobrine e cannoni, restando la città sotto, col forte di terra guardato con 30 pezzi, il qual porto sicura trattiene di buona voglia le galee e, tal volta, le galeazze de’ Veneziani. A Brindisi, città oggi spopolata e ristretta, partita in colli e valli, col camino di 24 miglia, si desinò il martedì fra’ Padri Scalzi del Carmine, applicati a spedir un illustre edifizio e di chiesa e di casa. Vi abitavan due di Altamura, i quali per cenno dell’umanissimo Priore, mi assisteron quanto volli, scrivendo io (con occasion del Procaccio) a Napoli, e sciogliendomene poi nel giorno prossimo, dopo aver adorato ne’ Predicatori il miracoloso crocefisso di legno grande, spirante con gli occhi al cielo e piaga nel costato, che recò di Gierusalemme più di quattro secoli addietro il nobile veneziano Giovanni Capello; veduto l’Arcivescovado, che serba la lingua di San Girolamo, e il corpo del Martire San Teodoro, dal quale suol uscire, sovra un cavallo bianco mansueto, il Prelato, vestito di ricco piviale col corpo venerabile del Signore, incensato dagli Accoliti, e sotto il baldacchino sostenuto da sei Canonici nella maggior solennità, a cagione che così venne accolto il Signore da una nave dalla spiaggia, sì come scrive Carlo Verano nelle Historiae di Brindisi; la casa di Pompeo, assai larga e bene scolpita, con fontana; una delle colonne col capitello istoriato, che sostenean già il fanale nel porto; il forte di mare, unito al castello alfonsino, che per fiancheggiar l’Italia nel 1583, in tempo del Re Filippo II, ingrandì, presiedendo alla provincia, il Duca d‟Airola Caracciolo, due miglia discosto; e quel di terra, opera degli Aragonesi e Tedeschi, vasto ed antico, nel quale il Console Veneziano, carcerato per leggiera cagione, ci raffrescò e con sorbetti e con moscadelli di candia, non invidiati però da’ vini naturale del luogo. Si dié d’occhio alle fabriche, non troppo insigni, e alle strade, non ragguardevoli; alla chiesa degli Angeli, con celebri reliquie e supellettili preziose, fatta edificar e dotar per le Suore Capuccine dalla Casa Elettorale di Baviera, e all’altra delle Benedettine, custode pur di molte sagre reliquie, che fé mostrarmi, con due buoni palazzi, il Canonico Commissario della Nunziatura.

 

Pacichelli (A)

immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

1   Duomo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_cattedrale.JPG)

 

3  Carmine1/S. Teresa  (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_teresa/thumbs/phoca_thumb_l_santa_teresa_003.jpg?)

 

4    Castello di Terra/Castello svevo (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/brindisi/brindm13.jpg)

 

5    Fortezza di mare/Castello alfonsino (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_molo_vecchio_zoom.jpg)

 

8     Porta di Messagne/Porta di Mesagne (mappa/http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_mesagne.asp)

Nella mappa compare Porta Reale che fu demolita in occasione della bonifica del porto operata da Andrea Pigonati dal 1776 al 1780 su incarico diretto del re Ferdinando IV; non compare, invece, Porta Lecce (com’era negli anni ’30 e com’è oggi nelle foto che seguono tratte da http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_lecce.asp dove il lettore troverà una preziosa documentazione fotografica anche sulle trasformazioni subite dalle due porte superstiti).

 

 

 

 

10    Cappuccini (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps); notizie storiche in: http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/brindisi/smariafontana/cappuccini.pdf

http://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/90/it/Castello-Svevo-di-Brindisi

 

12    S. Maria degli Angioli/Santa Maria degli Angeli (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_maria_degli_angeli/thumbs/phoca_thumb_l_chiesa_angeli.jpg)

 

 14   Le colonne romane (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:End_Of_Via_Appia_In_Brindisi.jpg)

Chiudo con lo stemma attuale (nella mappa compaiono due scudi vuoti).

immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/5/55/Brindisi-Stemma.png

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

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1 Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fidelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, pagg. 633-634: [A causa dell’invasione della lega di Francesi, Veneziani e Romani poco dopo il 1500] Rimase la Città nuda affatto d’ogni sostanza, eccetto di quella poco che nelle Rocche s’era salvata, e disfatta in gran parte degl’edifici dall’artegliarie del Castello. Frà l’altre rovine, che fero quelle Bombarde, notabile fù quella della Chiesa e Monasterio de’ Padri Carmelitani, ch’era à canto al mare nella riva interna del destro corno appunto sotto il fianco della trincera nemica in Sant’Eligio, dalla quale fù battuta la Rocca, poichè non vi restò pietra sopra pietra, à fin che il nemico non se ne potesse servire per fortificarvisi, piantandovi nuova batteria. Ma la prima cosa, che fece la pietosa Città, cominciando à respirare fù il provedere quei Padri d’altra habitatione, e d’altra Chiesa, e trovandosi ch’aveva modernamente fabricato il Tempio di San Rocco per voto della liberazione della Peste passata [1526], dispose, che i predetti Padri fondassero ivi il loro Monasterio in luogo dell’antico, dal qual tempo, cioè dagl’anni mille cinquecento, e ventinove cominciò quella Chiesa ad intitolarsi Santa Maria del Carmine. Il vecchio Monasterio, ch’aveva diverse membra, come camere, Dormitorij, & Officine, benche tutte dirute, la Fontana di Sant’Angelo Martire, e due Giardini, non essendo più utile à cosa alcuna, fù dato da’ padri, doppo alcun tempo, à censo perpetuo per annui feudi nove à Pietro, e Paolo Strabone Brundusino, e l’Istrumento fù fatto da Notaro Nicolò Tacconenell’anno mille cinquecento cinquanta sei, che si conferma nell’Atchivio del Monasterio de’ Padri del Carmine, nel quale vi furono edificate molte case, ch’oggidì sono da’ Cittadini habitate, benche col tempo si sia trasferito il dominio di quello à molte persone, ma sempre col medesimo peso. Si trattennero per sé i Padri il Giardino grande, che è contiguo al detto Monasterio, non dandoli l’animo d’alienarsi totalmente dall’antico lor domicilio, per la memoria del glorioso Martire Sant’Angelo, che calcò quella terra, e respirò quell’aria. Ne riportorno i medesimi Padri la sacra, e miracolosa Imagine della Vergine del Carmine alla nuova Chiesa, con tutto che fusse effigiata nel muro, la quale restò illesa senza pur essere colpita da tanti tiri d’Artigliarie, che diroccorno la Chiesa, & il Monasterio, riserbandosi miracolosamente intatta trà tante rovine, vedendosi perder la forza, e cadere à prè dell’Altare della Vergine le palle de’ Cannoni, e Columbrine, ch’erano della Rocca tirate. Oltre di ciò, si compiacque la benignità dell’Imperatore [Carlo V] d’ordinare che siano sodisfatti à i Padri tutti i danni patiti nella rovina del loro Monasterio per agiuto della fabrica del nuovo Convento, secondo la stima de’ periti, eccetto le travi, tavole, porte, fenestre, & altre materie tali, che, potevano servire alla nuova habitatione, in conformità del che ne spefì Ferrante Loffredo Preside della Provincia gl’ordini necessarij alli Regij Officiali, & ad Antonello Coci Sindico, & à gl’Eletti della Città di Brindisi nell’anno mille cinquecento cinquanta trè, quale nel medesimo Archivio si conservano.    

Il delfino “stizzoso” dell’antico stemma di Terra d’Otranto

di Armando Polito

Comincio della stizza che traspare dalla relazione (è la n. XVII) che Sigismondo Castromediano presentò al Consiglio provinciale nel 1871: Se nella Relazione ultima fu rettificato lo stemma di detta Città, ora è opportuno occuparci di quello ancor più importante della Provincia; ora, che l’Onorevole Deputazione Provinciale avvertita dallo scempio che se n’è fatto, volle sapere veramente qual fosse, prima che avesse a riprodurlo nell’aula del Consiglio Provinciale, e ordinarlo per ogni dove appartiene e deve apparire. Il nostro stemma adunque è fra i più cospicui e più onorevoli di quanti se ne abbiano. Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di taranto, Brindisi, ecc. e, dinota la via del mare da essi valicata, quando le colonie qui giunsero da prima, ed il mare stesso che a simiglianza d’isola questa nostra carissima terra circonda. Le armi degli Aragonesi ne formano il campo, che quei reali di Napoli per privilegio e gratitudine concessero ai nostri padri men lontani, i quali diedero loro aiuti, prima nel farli conseguire pacifico il dominio dell’eredità e delle ricchezze di Giovanne-Antonio del Balzo-Orsini, Principe di Taranto e Conte di Lecce, fatto morire soffocato; secondo per aver contribuito moltissimo col proprio valore e coi propri sacrifizi a che Alfonso Duca di Calabria, figlio di Ferdinando I d’Aragona discacciasse i Turchi da Otranto, i quali espugnata l’avevano nel 1480. Perc iò stesso venne ordinato pure che la mezza luna venisse morsa dal Delfino onde avvertire che qui una volta fu doma la potenza ottomana, e l’Italia salvata da un’altra barbarie. Quanta splendida e veneranda moria! E pure da men di quarant’anni a questa parte l’altrui ignoranza, o lo spirito dissennato di novità ebbe ad alterare e modificare, se non del tutto, a trasformare cotanta memoria. Del Delfino ne fecero un mostro tra il pesce e la serpe, della luna le sue zanne, ed il campo armarono di tre mazze nerborute ed a schiancio distese. L’arma stessa scolpita per quattro volte e dai suoi quattro lati, nella guglia fuori Porta di Napoli, è una scempiatezza (1). Il nostro stemma dev’essere il seguente: Delfino stizzoso di colore naturale con mezza luna in bocca e verticalmente guizzante sui pali vermigli d’Aragona, anch’essi verticali in campo d’oro. Lo scudo che ciò racchiude può essere il sannitico, ma la corona che lo sormonta dev’essere la turrita d’oro sopra cerchio d’oro, quale l’assegnò la Consulta Araldica del Regno nel suo regolamento; avvegnacchè la corona sugli stemmi, non formando parte intrinseca dei medesimi, ad altro non serve se non a indicare il titolo della persona, o dell’ente cui quelli appartengono. E se pel passato Provincie e Comuni adottarono corone reali e feudali fu per adulare i propri Re e i propri feudatari, e così loro testimoniarsi sudditi e vassalli. Ma oggi cotale abuso è bandito, oggi che con la libertà della patria le leggi concessero autonomia alle Provincie e ai Comuni (2).

(1) Questa guglia innalzata a memoria di Ferdinando I di Borbone rimpetto ad un arco di trionfo dedicato a Carlo V serve ad indicare il principio delle tre vie principali, che vanno a Brindisi, Taranto, a Gallipoli, e la sua composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati.

(2) Ѐ buono notare, ch’io errai nella Relazione dell’anno passato quando dissi, che la corona del Comune di Lecce fosse la comitale. Allora ignorava le disposizioni del regolamento sopracitato. La corona dello stemma per Lecce è ivi medesimo indicata, quella della Città; cioè la murale con cinque torri e quattro guardiole di oro, fuori i muriccioli d’argento che le uniscono.1

In sintesi il Castromediano mostra di non gradire le metamorfosi mostruose subite dal delfino e lancia i suoi strali contro l’ideatore dell’obelisco di Porta Napoli con tanta rabbia che ne altera, non so se volutamente, pure il cognome, che è Cepolla e non Coppola. Per farla completa, poi, estende la sua stroncatura pure all’opuscoletto2 in cui il Cepolla dà ragione delle sue scelte. Io l’ho letto e debbo dire che una certa valenza esplicativa, pur nella sua stringatezza, esso è in grado di esercitare, anche se non con sufficiente profitto per un lettore comune che avrebbe bisogno di essere accompagnato passo passo con un commento aggiuntivo. Insomma, non potrebbe essere utilizzato nemmeno a stralci in un saggio-guida sul monumento, la cui lettura, assolvendo oggi esso più di prima alla funzione di rotatoria, non può essere effettuata senza seri rischi per la propria incolumità e senza l’ausilio, comunque, di un buon binocolo.

Ad ogni buon conto il Castromediano non fu l’unico a dare un giudizio negativo sul nostro.3 Quanto ai pali verticali non adottati nel monumento e da lui definiti tre mazze nerborute ed a schiancio distese (nell’uso del regionale toscano schiancio, parente dell’italiano sguincio, cui corrisponde il salentino sguinciu, trovo un’ulteriore nota spregiativa) credo che sia stata una scelta consapevole e dettata dall’esigenza di dare un continuum alla rappresentazione, cosa impossibile se i pali fossero stati verticali e, per giunta, inglobati nello scudo.

foto dell'autore
foto dell’autore

Condivido, invece, integralmente l’opinione del Castromediano sull’inopportunità di far assumere al delfino sembianze più o meno mostruose (chi, pur non essendo un mostro, addenta un braccio dell’avversario non ha certamente un’espressione pacifica …). Credo, tuttavia, che abbia giocato un ruolo determinante una lunga tradizione iconografica relativa ai mostri marini, adottata subito, come vedremo, nelle rappresentazioni dello stemma, non senza qualche sorpresa, a meno che io non abbia bisogno urgente di nuovi occhiali …

Ѐ tempo di passare ora al delfino e alla sua stizza reale o presunta. La prima descrizione araldica che io conosco dello stemma, concordemente ripresa in seguito non senza una fedeltà che per me è plagio, è quella di Scipione Mazzella in Descrittione del Regno di Napoli, Cappello, Napoli, 1601, dove a pag. 188 si legge: Fa per insegna questa Regione quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine della quale arme fu posta in uso l’anno 1481, al tempo che Alfonso d’Aragona Duca di Calavria figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli discacciò i Turchi dalla città d’Otranto, e dagli altri luoghi; onde volendo gli huomini di questa Provintia mostrare il grandissimo servitio, che ‘l suo Re fatto haveva loro in liberarli dalle mani dell’empio tiranno Maumet II Re de Turchi, per questo fecero la già dett’insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferd. D’Aragona. Il Delfino non fu cosa inventata, già che anticamente, per quanto le medaglie chiariscono, il Delfino con Nettuno erano proprie insegne del paese de’ Salentini. Ma v’aggiunsero solamente la meza Luna in bocca del Delfino. Volendo dinotare, che la nuova Signoria, che ‘l tiranno Maumet s’haveva ingegnato d’occupare di sì bella Regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de’ proprii habitanti, tolta.  

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 81 dall’immagine di seguito riprodotta.

Siccome prima ho parlato di una fedeltà di alcuni autori che per me è plagio lascio alle considerazioni del lettore quanto scrive Enrico Bacco in Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, Gio. Giacomo Carlino e Costantino Vitale, Napoli, 1609, pagg. 61-62: Fa per arme quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa insegna fu nell’anno 1481, al tempo, che Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando primo Re di Napoli discacciò i Turchi della città d’Otranto, e da gli altri luoghi convicini; onde volendo gli huomini di questa Provincia mostrare il gran beneficio, che il suo Re fatto loro havea in liberargli dell’empio Tiranno Maumetto secondo Re de Turchi, alzarono la già detta Insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona. Il Delfino non fu cosa novamente inventata, già che anticamente, per quanto si scorge nelle medaglie, il Delfino con Nettunno erano proprio insegne del paese de’ Salentini, ma vi aggiunsero solamente la mezza Luna in bocca del Delfino, volendo dinotare, che la nova Signoria, che ‘l Tiranno Maumetto s’havea ingegnato di occupare di sì bella regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de i proprii habitanti tolta.

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 60 dalla tavola di seguito riprodotta.

 

Ingrandisco ora la parte dello scudo per far notare  come ad una descrizione accurata dello stemma non corrisponda un disegno altrettanto agevolmente leggibile, tant’è che distinguere chiaramente la mezzaluna è impresa improba e non manca anche l’ambiguità (assente nella precedente rappresentazione) delle due protuberanze sulla testa del delfino, la prima evocante una corona, la seconda la parte terminale di una tromba (e il pensiero va al potere e alla guerra). Il corpo del delfino, poi, appare ricoperto di squame (dettaglio mostruoso sì, ma questa volta il pensiero va alla corazza, dunque una seconda volta, alla guerra).

Premesso che il lavoro del Bacco ebbe moltissime edizioni, mi soffermerò su quella corretta ed accresciuta da Cesare De Engenio, uscita per la prima volta a Napoli per i tipi di Scoriggio nel 1620. A pag. 129 c’è la tavola che riproduco di seguito e al suo fianco replico quella del 1609 per un più agevole confronto.

I cambiamenti hanno coinvolto solo le figure di contorno; lo scudo è rimasto immutato. Tuttavia questo rispetto del disegno originario nel dettaglio non viene mantenuto quasi un secolo dopo, quando il testo di questa edizione viene inserito nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae uscito a Lione per i tipi di Vander Aa nel 1723, a cura di Giovanni Giorgio Grevio e Pietro Burmanno. A pag. 17 di quest’ultima edizione c’è la tavola che riproduco di seguito.

Ingrandisco lo stemma che ci interessa e replico quello del 1609 (ripreso, come abbiamo visto, tal quale nel 1629.

 

Qui non solo della mezzaluna non c’è nemmeno l’ombra ma la testa del delfino è diventata quella di una donna. Una personificazione della (madre) Terra d’Otranto frutto della fantasia del disegnatore?

Col tempo non ci furono solo cambiamenti di natura iconografica ma anche descrittiva.

Il delfino è definito stizzoso dal Mazzella e dal Bacco ma in Placido Troyli, Istoria generale del Reame di Napoli, s. n., Napoli, 1747, a pag. 460 si legge: Fa per sua Impresa quattro Pali rossi in un Campo d’Oro, con al disopra un Delfino squamato, colla mezza Luna in bocca. Sono i Pali le Armi Gentilizie di Aragona, il Delfino l’antica Insegna de Salentini, e la mezza Luna quella della Porta Ottomana, mercè il valore di Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, e Figlio di Fernando Re di Napoli, secondo Arrigo Bavo (a) nella sua Brieve descrizione della Provincia d’Otranto.  

Il delfino da stizzoso è diventato squamato e Arrigo Bacco è diventato Arrigo Bavo.

Trascrivo ora la nota (a) e verrà fuori un’altra sorpresa: Arrigo Bavo in descript. Reg. Neapol.: “Insigne eius sunt Trabae quatuor rubrae in Campo aureo per longitudinem extensae. Super illas cernitur Delphinus squamatus, qui Lunam dimidiatam ore tenet. Origo huius Insignis referenda venit ad Annum 1481, quo tempore Alphonsus Aragonensis, Dux Calabriae, Ferdinandi I Regis Neapolis Filius, ab Urbe Otranto repulit Turcas, ut et ab aliis in vicinia Locis. Cives itaque, et Incolae, in testimonium accepti tanti a Rege suo beneficii, qui eos ab impia Mahometi II Turcarum Imperatoris tyrannide liberavit, hoc sibi Insigne assumpserunt. Quatuor nam illae Trabes rubrae in aureo Campo, Insigne exprimunt Regis Ferdinandi Aragonensis. Delphinus res nova haud est. Iam olim enim, prout ex vetustis discimus Numismatibus, Delphinus enim cum Neptuno Insigne fuit Salentinorum. Verum accessit illi modo Luna dimidiata, quam ore tenet: qua innuitur Imperium Turcarum, quod hic stabilire Tyrannus Mahometes voluit, fortiter et feliciter ab Alphonso et Incolis a tam populata Regione propulsum”.  

Questo testo in latino, attribuito dal Troyli al Bavo (leggi Bacco; l’errore può essere stato di lettura, propiziato dalla scarsa nitidezza dei caratteri o, più probabilmente, dovuto a svista nella loro composizione), corrisponde esattamente, tradotto, al testo italiano del Bacco riportato all’inizio, che per me, come ho detto, è parafrasi, se non plagio, dal Mazzella.

Riassumendo: il delfino è stizzoso nel testo italiano del Mazzella (e poi del Bacco), sarebbe squamatus in quello latino dello stesso Bacco; ho usato il condizionale perché non sono riuscito a trovarne l’edizione latina per così dire “nativa”, ammesso che essa sia mai esistita. Suppongo perciò che il Troyli abbia attribuito al Bavo (Bacco) quella che in realtà è la traduzione latina fedele del testo originale in italiano del Bacco fatta qualche anno prima da Sigeberto Avercampo e pubblicata nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae,  Lione, Vander, 1723, come chiaramente si legge (Ex Italicis Latina fecit, Praefationem atque Indicem adiecit SIGEBERTUS HAVERCAMPUS) nel frontespizio della sezione relativa, che riproduco di seguito.

Credo, così, di aver individuato il responsabile del delphinus squamatus, che probabilmente sarà stato indotto a tanto proprio dalle rappresentazioni iconografiche che abbiamo visto.

Il fascino dell’horror, però, era destinato a continuare ad esercitare la sua azione perché la locuzione è una costante di tante pubblicazioni successive. Ne cito, tra le tante, due: Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Manfredi, Napoli, 1798, pag. 118: Per sua impresa fa quattro Pali rossi in campo d’oro con un Delfino squamato di sopra colla mezza luna in bocca; Martino Marinosci, Flora salentina, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870, pag. 7: … ha per sua impresa quattro pali rossi in campo d’Oro con un delfino squamato avente in bocca una mezzaluna ….   

La storia iconografica dello stemma registra anche un cambio di orientamento del delfino, come si può osservare nella tavola di seguito riprodotta tratta da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag. 150.

 

Mi rimarrebbe un dubbio sulla paternità di stizzoso. In Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto del filosofo e medico Girolamo Marciano di Leverano. Aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria, prima edizione del manoscritto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, pagg. 126-127 si legge: Fa oggi per arme ed insegne la Provincia di Otranto quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa impresa fu nell’anno 1481 nel tempo che Alfonso d’Aragona Duce di Calabria, figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli, discacciò il Turco dalla città di Otranto, e dalla Provincia. Onde volendo gli uomini del paese dimostrare il gran beneficio ricevuto dal loro Re, per averli liberati dalle mani dell’empio tiranno Maometto II Re de’ Turchi, alzarono le già dette insegne, dimostrando per i quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona, e vi aggiunsero il delfino, antica insegna del Paese, con la mezza Luna in bocca, volendo intendere che la nuova signoria, che il tiranno Maometto si aveva occupata di sì bella Regione, fu a lui per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e per la virtù de’ propri paesani tolta, e discacciatine via i Turchi.

Scipione Mazzella visse dalla metà del XVI secolo fino ai primi anni del successivo, Girolamo Marciano dal 1571 al 1628, Domenico Tommaso Albanese dal 1638 al 1685. L’unica cosa certa è che non è possibile distinguere nella pubblicazione appena indicata se il pezzo citato sia da ascrivere al testo originale del Marciano o alle aggiunte dell’Albanese ma, siccome esso appare come una parafrasi di quello del Bacco (da sempre è più facile allungare che sintetizzare …), a sua volta parafrasi di quello del Mazzella, ritengo, non fosse altro che per motivi cronologici, quest’ultimo il padre di stizzoso.

Concludo dicendo che la sfuriata del Castromediano fu accolta perché direi che il delfino dell’attuale stemma della provincia di Lecce (prima immagine in basso) ha perso molto della sua squamosità, pur conservando l’atteggiamento stizzoso. Ed è anche, sia pur dall’alto in basso (era il contrario nell’iconografia precedente), verticalmente guizzante, così come appare, sia pure orizzontalmente invertito, a partire dal 1498 nella marca tipografica di Aldo Manuzio (seconda immagine in basso), alla quale il Castromediano non poteva non riferirsi, quasi un ritorno alle origini polemicamente ricordate con Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di Taranto, Brindisi, ecc. (terza e quarta immagine in basso).

Resterà così?

 

immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jp
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg

 

 

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1 Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale relatore duca Sigismondo Castromediano, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, pagg. 22-23.

2 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827.

3 Il Mommsen in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

L. G. De Simone in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese.

Dello stesso parere Luigi Maggiulli e ancora Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere.

 

 

 

 

 

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (2/14: ALESSANO)

di Armando Polito

Il toponimo

La terminazione in -ano rende molto probabile che si tratti di un nome prediale e che quindi il toponimo sia collegato con la centuriazione romana e con l’attribuzione del territorio ad un Alexus; un Iunius Alexus è attestato in parecchie iscrizioni provenienti da ogni parte dell’Impero: AE 1966, 00609d e 00614a; AE 1998, 01228f; CAG-11-01; CCCA-05, 00044; CIL 02, 04970,247; CIL 08, 10478,18; CIL 08, 10478,18b-e,; CIL 08, 22644,159; CIL 08, 22644,159a-z; CIL 10, 08053,102°; CIL 10, 08053,102a-z; CIL 11, 06699,111; CIL 13, 10001,171e;  CIL 15, 06501,1; CIL 15, 06501,7; EE-08-01, 00243,5;  un Caius Iunius Alexus è attestato in CIL 15, 06501,6.

Mi pare quanto meno discutibile l’ipotesi che vorrebbe la città fondata dall’imperatore bizantino Alessio I Comneno non tanto per l’assenza di documenti che la suffraghino ma perché supporrebbe un eponimo greco con una desinenza tipicamente latina. All’obiezione che anche Alexus nasce dalla radice di ἀλέξω (leggi alexo=proteggere) ribatto che rispetto al Comneno (1056-1118) è uno dei tanti nomi latini di origine greca sui quali si è innestato il suffisso tipicamente latino di cui ho detto, a parte il fatto che Ἀλέξιος (leggi Alèxios) avrebbe dovuto dare Alexianum, che, infatti, è attestato come aggettivo riferito ad Alessio ma mai come toponimo. E poi, sembra plausibile che la cittadina abbia una fondazione così “recente?”.

Non manca pure la proposta di qualche buontempone (a meno che non vada applicato il rasoio di Hanlon, discendente, filosoficamente parlando, dell’altro … barbiere, cioè Occam; però, se diamo retta ai due barbieri, in quale sgabuzzino della loro bottega  andrebbe gettato e chiuso A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina portato poi a maggior fortuna, tant’è che quasi tutti sono convinti che ne sia il padre,  da Giulio Andreotti?) pullulante in rete grazie al copia-incolla e “ratificata” da wikipedia (la nota 6 avverte che questa che sto per riportare e le altre sarebbero strate tratte dal sito del Comune, dove, però, manca proprio quella che ora sto incriminando): La leggenda vuole che Dedalo, atterrato nella zona dopo il suo famoso volo, abbia esclamato “Alae Sanae!” in riferimento alle sue ali artificiali ancora intatte, e da questa locuzione deriverebbe il nome del paese. Nemmeno Nino Frassica sarebbe stato (lui, comunque, consapevolmente) capace di tanto!

 

Pacichelli (A), pagg. 163-164:

Pacichelli (C, anni 1686 e 1687):

Resta alla punta la città picciola di Alessano, di 239 fuochi, già Vescovado di Monsignor Agostino Barbosa, Ducato oggi di Don Gioseppe di Aragona, Principe di Cassano, che ha stato grande e sposò la nipote del fu Cardinal Trivulzio.

Contan sei miglia per Alessano (città e Ducato della nobilissima Casa Aierbi del regal sangue di Aragona, ricco di casali e forte di torri), che io misuro almen a dieci, e divennero assai moleste dal replicato nostro fallar delle vie, tralasciando presso i Minimi una ricca libreria.

E dopo aver venerata a mille passi e sotterra un’imagine di Nostra Signora, assai corrosa dal tempo, stentai fra vie larghe e assai comode fabriche di pietra, nella piazza abondante, per colpa del sindico, a trovar pane, che da quattro giorni non si vendea in Alessano, dove unito alle mura vidi, senza nulla di curioso, il Vescovado. E, fuori veduta, per amene vie passeggiar quella Principessa ch’è di rare maniere, della Casa Trivulsia di Milano, con la sua prole ben instituita dal savio genitore, e in carrozza il gentilissimo Vescovo Monsignore Don Andrea Tontoli, che s’intitola ancor Vescovo dell’unita e descritta chiesa del Capo di Leuca.

Ne’ Conventuali, già fondati dal loro Santo Padre, presi comodo alloggio, regalato dal Padre Lorenzo di erbe e di vino, supplendo io la mattina, e vincendo le sue scuse con la limosina, nel far celebrare da lui e ricever la Sagrosanta Eucaristia, al caso del giorno antecedente, il che imitò ancor con pietà il mio cameriero.

Pacichelli (A)

 

immagine tratta e adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano_Panorama.jpg
immagine tratta e adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano_Panorama.jpg

Ora sulla mappa originale evidenzio i dettagli citati nella didascalia che preliminarmente trascrivo. Tale operazione sarà ripetuta ogni volta per le mappe degli altri centri di Terra d’Otranto che corredano il volume del Pacichelli.

A   Vescovato/Chiesa madre del SS. Salvatore e palazzo vescovile rispettivamente abbellita e ricostruito dal vescovo  Andrea Tontoli, vescovo di Alessano dal 1667 fino alla morte avvenuta nel 1695; il tutto poi ricostruito nel 1755 (mappa/immagine tratta e adattata da Google Maps)-

B Palazzo del Prencipe/Palazzo ducale (mappa/http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Alessano)

Duca di Alessano ai tempi del Pacichelli doveva essere Giuseppe di Aragona, stando a quanto scrive, partendo da molto lontano, Luigi Tasselli (1622-1694) in Antichità di Leuca, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pagg. 560-5611.

Mi soffermo brevemente su un’iscrizione posteriore di quasi un secolo presente all’interno: Haec domus odit, amat, punit, conservat, honorat/nequitiam, pacem, crimina, iura, probos. A. D. 1794. Si tratta di un distico elegiaco in cui, però, i versi non sono normali ma, come  tecnicamente vengono definiti,  rapportati o correlativi, perché ogni verbo del primo nell’ordine, regge, sempre nell’ordine, il complemento oggetto del secondo, sicché la traduzione è obbligata a seguire questi accoppiamenti e, anziché (quale sarebbe quella lineare) Questa casa odia, ama, punisce, conserva, onora l’ingiustizia, la pace, i crimini, il diritto, gli onesti, sarà: Questa casa odia l’ingiustizia, ama la pace, punisce i crimini, conserva il diritto, onora gli onesti. Nell’anno del Signore 1794. Quest’iscrizione è particolarmente  ricorrente in tutta Europa in molte fabbriche del XVII, generalmente prigioni, come a Glasgow in Scozia, a  Delft in Olanda, a Praga nella Repubblica ceca.

D Torre antica della famiglia de San Giovanni/Palazzo Sangiovanni (mappa/http://www.bebsalentopittoresco.com/luoghi.asp?vacanze=Alessano)

I   Cappuccini/Chiesa e convento dei Cappuccini (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_dei_Francescani_Alessano.jpg)

K  Conventuali/Chiesa di S. Antonio (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_di_Sant%27Antonio_Alessano.jpg)

Chiudo con lo stemma che rispetto all’attuale presenta solo due festoni laterali invece dei rami di alloro.

(mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano-Stemma.png)

 

Abbiamo visto come pochissimi dettagli sono ancora, pur con difficoltà e dubbi, riconoscibili nello stato attuale dei luoghi. Ciò è dovuto non solo alle trasformazioni sovente radicali succedutesi nel tempo ma anche al fatto, comune a tutte le mappe antiche, che non sempre la fedeltà del dettaglio è rispettata. Il Pacichelli, poi, era uno storico, per cui non è da escludersi, come vedremo per Brindisi, che le sue mappe nascano dalla rielaborazione di precedenti di epoca medioevale e che, quindi, non rappresentino i luoghi quali erano agli inizi del XVIII secolo). Tra le fabbriche perdute per sempre le porte (la mappa mostra solo Porta Nova, l’ho evidenziata nella prima delle due immagini che seguono; mi pare inverosimile, però, che la città avesse una sola porta, tanto più che il nome fa intuire che essa fu l’ultima costruita e probabilmente l’ultima ad essere demolita; infatti, oltre a Porta Nova, ce n’erano altre tre: Porta La Terra, Porta Castello e Porta Lo Chiuso e nella mappa ne è visibile una (Porta La Terra?) nella parte anteriore della cortina muraria, ievidenziata nella seconda immagine), le torri (nella mappa ne sono visibili dieci, ma, supponendo un intervallo regolare fra l’una e l’altra, non dovrebbero essere state teoricamente meno di diciotto)  e il resto delle mura, il tutto abbattuto (secondo quanto si legge in http://www.borghiautenticiditalia.it/assobai/i-borghi/puglia/consintercomcapo-sm-di-leuca-le/874-alessano-le.html) nel 1867.

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

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1 Qui mi torna pure in acconcio a mostrarvi la divotione, che hanno professato à Maria gli altri figli, che hebbe Giacomo I Rè di Aragona da D. Teresa Viduaura [si tratta della terza moglie; il nome esatto era Teresa Gil di Vidaure], e tutti i loro Posteri, poiche [sic] essendo questi due Pietro, e Giaxomo, Gicomo lo volle il Rè Conte di Zerica in Valenza, e Pietro lo instituì, e dichiarò Signore, e Conte del Contado di Ayerbo nel Regno di Aragona. Lasciando da parte la Posterità di Giacomo, e parlando de’ soli Posteri di Pietro: trovo, che à Pietro successe Giacomo il figlio, à Giacomo successe Michele, à Michele Garzia, à Garzia Sancio primo suo figlio, à questo sancio II, ed altri figli. Sancio II, divotissimo della Beata Vergine fù [sic] quello, che venne in Regno con Alfonso il Savio I Rè di Napoli, e militando à suo favore, ne ottenne dal figlio Rè Ferrante I l’esser Conte di Simari in Calabria, ed altre preminenze. In Simari poi sancio guidato dalla Beata Vergine, fondò ub Monastero de’ Padri Domenicani sotto il titolo di S. Caterina Vergine, e Martire, dove elesse per sè [sic], e suoi figli la Sepoltura; à Sancio II successe Alfonso, ad Alfonso successe Michele II suo figlio, celebre, e celebrato Cavaliere, che per la Moglie venne ad essere nipote di Alessandro VI e Callisto III ed arrivò ad altre preeminenze in premio della divotione, che haveva della Beata Vergine; à  questo successe Alfonso II ed altri suoi figli, il quale Alfonso II ottenne da Filippo II l’essere Marchese della Grotte … [resto della parola illegibile]; all’accennato Alfonso successe Pietro III ed à Pietro III Gasparo, che per la Moglie Donna Girolama De Curtis, divenne Prencipe di Cassano, di cui essendo figlio Don Filiberto divoto di Santa Maria di Leuca, e questi havendo avuto in Moglie D. Laura Guarini Duchessa di Alessano, coll’essere Prencipe di Cassano divenne anco Duca di Alessano, da’ quali nato Don Giuseppe, hoggi vivente, Prencipe di Cassano, e Duca di Alessano, imitando i suoi Antenati, frequenta ogni Sabbato a riverire Santa Maria di Leuca, dalla quale ne ha avuto in premio per adesso l’essere felice Padre di numerosa prole, con certa speranza, che se peerseverarà nella vera divotione della Beata Vergine, sarà da questa riconosciuto con prosperità, e contentezza in questa vita, e col premio della futura gloria nell’altra, perche [sic] essa è quella gran Signora del Mondo, che … 

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (1/14: presentazione)

di Armando Polito

 

Nel 1703 usciva postumo a Napoli per i tipi di Perrino Il Regno di Napoli in Prospettiva1, opera in tre volumi, di Giovan Battista Pacichelli (1634-1695). Le tavole che compaiono riprodotte nella varie parti del mio lavoro  sono tratte tutte dal secondo volume che comprende la parte dedicata alla Terra d’Otranto; la prima immagine appena riprodotta appare mutila perché nel digitalizzarla non si è tenuto conto (per la fretta?2) che la pagina relativa era un inserto ripiegato, per cui qui segue quella intera tratta da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/images/small/pp6.jpg

Così appare la Terra d’Otranto nell’immagine che ho tratto ed adattato da Google Maps:

Come avviene per i migliori (?) palinsesti televisivi comunico che seguirà nella prossima puntata la parte dedicata ad Alessano. Infatti, per non fare torto a nessuno, ho deciso di seguire l’ordine alfabetico e non per provincia. Ho pensato pure che fosse opportuno premettere ancora  volta per volta  una breve (non sempre …) nota etimologica sul toponimo e le parole che lo stesso Pacichelli dedica alle località corredate di mappa in questo testo ma anche nei due precedenti, senza mappe, in cui registrò in forma di diario i quattro viaggi effettuati in Puglia in qualità di visitatore ufficiale di Altamura per conto del suo signore, il duca di Parma, Ranuccio II, titolare del feudo; da Altamura egli non disdegnò di operare diversioni turistiche in parecchi centri di Terra d’Otranto.3 Le citazioni (riporterò l’immagine originale del testo e non la sua trascrizione quando esso è piuttosto lungo) dal primo testo saranno contrassegnate da A, quelle dal secondo e dal terzo, rispettivamente, con B e C. Correderò pure, quando le trasformazioni indotte dal tempo e dagli uomini renderanno proponibile la comparazione, le nude immagini originali  con qualche commento e con altre che documentano lo stato attuale dei luoghi o di alcuni dettagli.

Confido, infine, nell’aiuto dei lettori che vivono nel centro volta per volta preso in esame per apportare le dovute correzioni agli inevitabili errori di identificazione o di altro tipo; particolarmente gradite, poi, saranno le integrazioni possibilmente documentate anche fotograficamente. Dopo Alessano l’attenzione sarà volta per volta dedicata alle restanti dodici mappe che riguardano Brindisi, Carpignano, Castellaneta, Castro, Laterza, Lecce, Mottola, Oria, Ostuni, Otranto, Taranto e Ugento.

Concludo questa presentazione riproducendo dall’inserto originale (anche se mutilo, me lo consente) prima e dalla pagina iniziale della sezione dedicata alla nostra Terra d’Otranto poi (pag, 150), il dettaglio dello stemma; segue la comparazione con il suo adattamento nell’obelisco di Porta Napoli (foto dell’autore) e con l’attuale stemma della Provincia di Lecce, immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Provincia_di_Lecce-Stemma.png). Chi volesse saperne di più può leggere sull’argomento  il saggio di Maurizio Carlo Alberto Gorra Il delfino nel mito, nell’estetica, nell’araldica pubblicato ne Il delfino e la mezzaluna, anno I n°1 (luglio 2012), pagg. 6-12 e quanto scritto dal sottoscritto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/

(CONTINUA)

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

___________

1 Leggibili e scaricabili rispettivamente da

http://books.google.it/books?id=sFRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=ulRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=wVRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false

2 All’iniziativa estremamente meritoria intrapresa da Google per la diffusione della cultura l’unico appunto che si può muovere è proprio l’inconveniente rilevato, puntualmente ricorrente ogni volta che c’è nel libro da digitalizzare un inserto ripiegato (mappa, tabella, etc., insomma qualcosa spesso più interessante e prezioso dello stesso testo). Non credo sia complicato costruire (ammessa che non esista già …) una macchina digitalizzatrice automatica in cui ad un dito meccanico dotato di opportuni sensori  sia affidato il compito di sfogliare le pagine, rilevare la presenza di inserti ripiegati e spiegarli prima della digitalizzazione.

3 I quattro viaggi in Puglia furono pubblicati in Memorie de’ viaggi per l’Europa Christiana (Regia Stamperia, Napoli, 1685) e in Memorie novelle de’ viaggi per l’Europa cristiana (Parrino & Muzio, Napoli, 1690).

Viandante, se giungi in Puglia

di Paperoga

Viandante, se giungi in Puglia ti ritroverai nella regione più lunga d’Italia, un lungo tubo stretto che pare andare alla deriva in direzione sud-est. Sarà un viaggio ricco di insidie e tranelli stradali, un on the road popolato da alcune forme di irragionevolezza tipicamente levantine che sarà bene riconoscere per tempo.

Viandante, se giungi in Puglia noterai, appena dopo qualche kilometro, che qualcosa di nuovo e strano avviene lungo la A14. Nelle decine di km diritti in mezzo al nulla che dai laghi di Lesina portano sino a Cerignola, comincerai a vedere dietro di te automobili che sfanalano senza apparente motivo. Sullo specchietto retrovisore noterai dei segnali  misteriosi, codici inaccessibili, abbaglianti usati da solerti marconisti per inviare messaggi la cui urgenza si manifesta nel nervoso abbagliare. Non distrarti a chiederti cosa significhino, chè te lo spiego io: non ne ho la più pallida idea. Mi scervello da 30 anni a capire perchè appena arrivati in Puglia le macchine comincino ad usare gli abbaglianti per segnalare la loro posizione anche 40 secondi prima di sorpassarti. La teoria più interessante credo sia il bisogno di comunicare qualcosa, l’urgenza di un chiacchiericcio a distanza che ci prende a noi pugliesi al mercato così come all’uscio di casa e ci porta via. Se ci fosse la possibilità grideremmo quello che abbiamo da dirti, ma nell’impossibilità ci limitiamo ad un Codice Morse riveduto e corretto.

Viandante, se giungi in Puglia e non ti fermi in Gargano o a Trani o a Castel del Monte, giungerai a Bari, e dopo essere uscito dalla A14 entrerai in tangenziale. Il primo impatto provocherà la perdita del tuo senso dell’orientamento: ti chiederai dov’è la destra, dov’è la sinistra, qual’è la corsia di sorpasso, quale quella di marcia, e se i limiti scritti sui cartelli stradali sono semplici consigli spassionati o obblighi, oppure quel 90 di limite sottintende ad una diversa misurazione della velocità, tipo non so, le miglia baresi, che corrispondono ai 180 km orari in Italia. Quando entrerai in tangenziale infatti capirai che non c’è una corsia di marcia distinta da quella di sorpasso. Come in un grazioso circuito nascar cittadino, le macchine sfrecciano zigzagando impazzite, sorpassando in terza corsia in attimo prima di derapare tagliandoti la strada perchè devono imboccare l’uscita successiva a destra. E in tutto questo ti risparmio le furentisegnalazioni degli abbaglianti davanti di dietro di sopra dovunque, che qui in tangenziale raggiungono il picco dell’intensità e frequenza pugliese, tant’è che credo che da un satellite la tangenziale di Bari appaia come un corpo celeste che emette pulsazioni luminose da fare invidia ad un quasar. L’unico consiglio che posso darti, viandante, per sopravvivere a quei dieci km scarsi senza trasformare il tuo viaggio in un ameno autoscontro da giostre, è di pregare alla Madonna.

Viandante, se giungi in Puglia e decidi di lasciarti Bari alle spalle per scendere ancora più a sud, ti sarai ormai abituato all’uso sconsiderato degli abbaglianti, ma non sai che stai per entrare in un territorio in cui ben altre sono le irragionevolezze stradali. Ora, non ho dubbi che il Salento sia identico al barese o al brindisino, ma tant’è, qui ci sono nato e vissuto, e dunque posso parlare male solo della terra che mi ha vomitato.

Viandante, se giungi in Salento dovrai percorrere il più grande uliveto del mondo interrotto e puntellato da oltre 100 comuni. Le strade di grande comunicazione sono ben poche, il resto è un intricato dedalo di strade provinciali nel quale ti infilerai come in una giungla subtropicale. Queste strade sono molto simpatiche, perchè hanno il vizio di entrare dentro ogni sacrosanto paese senza mai sfiorarlo o tangerlo con delicatezza. Questo significa che, se vorrete andare dal paese A al paese E, dovrete necessariamente passare per i paesi B, C e D. Ma questo è il meno. Ogni volta che sei costretto ad entrare in un paese, fatti il segno della croce o datti una bella aggiustatina ai maroni, perchè rischi di rimanerci invischiato come un insetto sulla tela di un ragno. Ci sono paesi muti, in cui manca qualsiasi indicazione stradale. Oppure l’unica indicazione che troverai sarà l’utilissimo “Tutte le direzioni“, che è il corrispondente salentino del mitologico “Di qua” e “Di là” della città di Paperopoli. Se hai un navigatore satellitare, probabilmente ti salverà la vita ma comincerà anche a fumare sovrariscaldato. Oppure ci sono paesi in cui i segnali stradali sono stati decisi e installati dopo una riunione alcolica dell’ufficio tecnico del comune, tra un bicchiere di rosso e due kili di salsiccia, in cui i beoni di turno hanno distribuito alla cazzo di cane quattro segnali in croce. Il risultato è che le indicazioni appaiono e scompaiono senza motivo. Ad un incrocio le trovi, al prossimo no, poi ne trovi altre che ti indicano qualcosa di simile ad un “no ci siamo sbagliati, vai di là“, poi altre ancora in cui campeggia l’equivalente di un “stavamo scherzando“. Il risultato è che giunto al termine del paese, spossato e preso per il culo, spesso ti trovi su una provinciale diversa da quella che volevi. Dietro di te hai il maledetto paese di 3000 anime in cui sei rimasto 15 minuti, davanti a te un altro di 2000 in cui ne rimarrai 20. E la meta ti sembrerà sempre più irraggiungibile.

Viandante, se giungi in Salento devi sapere una cosa: qui la gente per strada o va molto veloce o va molto piano. Non ci sono vie di mezzo. Incontrerai vetture tarantolate che su strade provinciali strettissime schizzano come missili arrivandoti incollate al culo e le vedi ansiose e disperanti nel volerti sorpassare come in in inseguimento alla Hazzard, e se moltiplichi questa scena per cento al giorno ti chiederai “ma sti salentini dove cazzo vanno sempre così di fretta? minchia devono davvero avere così tanto da fare in così poco tempo! che urgenza, che fretta, ma non era un posto dove la gente si gode la vita senza stare appresso a ritmi serrati?” Viandante, se giungi in Salento non stare a porti queste domande, perchè non c’è risposta razionale che possa soddisfarti. Anche perchè, alternati a queste teste di cazzo che sfrecciano a 120 all’ora laddove c’è un limite di 50, troverai vetture quasi immobili, che proseguono a 20 all’ora (e non scherzo, 20 fottuti kilometri orari!) senza alcun motivo. Dentro non ci sono solo vecchiazzi a cui è stata criminalmente prolungata la patente, ma anche donne e uomini di ogni età, che proseguono alla velocità di una bicicletta, con le braccia appoggiate al finestrino abbassato in una posa che invita alla siesta.

E poi, viandante, se giungi in Salento dovrai fare i conti con i mortali nemici di ogni automobilista salentino: gli Apecar e i trattori. Degli Apecar te ne accorgi un metro prima di finirci addosso. Placidi nel loro rollìo e beccheggio, proseguono a 30 all’ora su qualunque strada carichi di frutta o di ferraglia, bloccando la sede stradale e non dando nemmeno segno di preoccuparcisi troppo. Potresti passare metà della tua vacanza dietro i fumi mefitici di questa fottuta tre ruote, caro viandante. I trattori per fortuna sono più rari, ma mica tanto. Di quelli te ne accorgi dalle code improvvise e kilometriche che si formano in strade di solito deserte. Enormi caterpillar che schizzano fuori tocchetti di terra dalle loro ruote mastodontiche spiaccicandoli sul tuo parabrezza, raggiungono al massimo i 15 all’ora, scaricano velenosissimi gas di scarico banditi persino in Cina, e ti tirano fuori anche se non vorresti kilogrammi di bestemmie dolenti.

Viandante, se giungi in Salento ricorda anche che non usiamo mettere le frecce, lo riteniamo un gesto forse demodè. Siamo gente risoluta che ama i fatti, quindi se dobbiamo voltare a destra lo facciamo, mica lo stiamo a segnalare. Se vogliamo sorpassare detto fatto, mica vi stiamo a chiedere il permesso. Oppure sostituiamo le frecce con gli abbaglianti, come spiegato sopra.

Che poi la guida salentina non sia troppo diversa da quella di ogni pugliese, caro viandante, lo deduci passando un quarto d’ora in macchina mentre guida la baresissima Sunofyork: limiti di velocità bellamente oltraggiati, uso degli abbaglianti e del clacson quasi a segnalare bullescamente la propria presenza o a segnare il territorio come fanno i cani quando pisciano sui muri, uso promiscuo delle corsie di marcia e di sorpasso come se il mondo fosse una grande tangenziale barese.

Viandante, se giungi in Puglia sappi che siamo gente umanissima ma irragionevole, generosa ma del tutto incoerente. E che sulle strade non facciamo che proiettare le fattezze di ciò che siamo nella vita di ogni giorno. Quindi, buona fortuna…

Ecco ‘La Notte della Taranta’ nel Salento, dal 6 agosto fino al 24

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di Paolo Rausa

Anticipata da un’anteprima il 27 luglio a Taranto, città tarantata per via delle note vicende industriali e ambientali dell’ILVA, si è inaugurata il 6 agosto a Corigliano d’Otranto la sedicesima edizione del Festival “La Notte della Taranta” che parte dalla  riscoperta delle tradizioni, ma non rinuncia come dimostrato in questi anni alle contaminazioni dei suoni e dei ritmi mediterranei e alle nuove sperimentazioni musicali e culturali.

Il festival è itinerante e coinvolge con altrettanti concerti 15 luoghi del territorio salentino, significativi per la tradizione grecanica, magno-greca e messapica: la storia si innesta nelle vicende di questa terra che si allunga nel mare e che ha saputo mantenere fede al suo spirito di cantori delle fatiche inenarrabili dei contadini – come non ricordare Ucciu Aloisi? – con le loro nenie, i canti d’amore, i treni delle prefiche, il percorso vitale che si snoda da generazioni e generazioni e si protende ormai in tutto il Mediterraneo.

Il primo nodo della tela del ragno è stato dunque Corigliano d’Otranto. Qui  è cominciato alle 19,30 nella sala Cavallerizza del Castello lo spettacolo teatrale ‘Il pasto della tarantola’ dei Cantieri Koreja. A seguire alle 21 dal centro storico, in piazza Vittoria, il corteo danzante proposto dalla compagnia di danza di Maristella Martella che con il cast TarantArte è culminato nella performance ‘Solo di Taranta’. Lo spettacolo è continuato con i Tamburellisti di Torrepaduli, il cui repertorio è ben ancorato alle radici.

La contaminazione dei Kamafei è stato il primo progetto speciale del festival itinerante, gruppo che ha porteto sul palco il dialogo “Pizzica, Cumbia e Raggamuffin” realizzato con il duo raggae-dub Mama Marjas e Miss Mykela. Nei giorni seguenti il festival itinerante è approdato a Sternatia (il 7 agosto), a Zollino il giorno successivo, poi a Cursi, a Martignano, Soleto, Carpignano Salentino, Sogliano Cavour, poi toccherà il capoluogo Lecce (il 14). Si salta il 15 e il giorno successivo (il 16) il festival raggiunge Castrignano de’ Greci, poi Alessano, Cutrofiano, Calimera, Galatina e Martano (il 21). Tutte queste tappe in preparazione del Concertone finale a Melpignano il 24 di agosto con l’Orchestra popolare de La notte della Taranta, diretta da Giovanni Sollima. Ospiti della serata saranno Emma Marrone, Niccolò Fabi, Max Gazzé, Roby Lakatos, Alfio Antico e Miguel Berna. Buone contaminazioni a tutti!

Per saperne di più, info: www.lanottedellataranta.it.

 

Candidatura della Terra d’Otranto a Capitale Europea della Cultura 2019

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Egr. Presidente Regione Puglia

Egr. Presidente Provincia di Brindisi

Egr. Presidente Provincia di Lecce

Egr. Presidente Provincia di Taranto

Egr. Sindaco di Brindisi

Egr. Sindaco di Lecce

Egr. Sindaco di Taranto

OGGETTO: Lettera aperta per candidatura della Terra d’Otranto a Capitale   Europea della Cultura 2019.

 

 

Egr. Rappresentanti delle Istituzioni,

il prossimo 20 settembre scadranno i termini per la candidatura di una città a Capitale Europea della Cultura 2019.

Sarebbe un importante riconoscimento se la scelta di chi dovrà esaminare le varie proposte premiasse il nostro territorio che da  decenni ha iniziato un percorso di rivalutazione delle proprie peculiarità storiche, culturali e paesaggistiche.

Il Salento, però, è anche una vasta area con  grossi problemi relativi alla tutela ambientale che vede negli insediamenti industriali di Taranto e Brindisi i picchi di un inquinamento dagli effetti che superano notevolmente i relativi ambiti provinciali.

Merita un’osservazione più attenta Taranto balzata agli onori della cronaca internazionale per la “questione ILVA” e per le ripercussioni economiche, sociali ed ambientali che si potrebbero avere per la città con le scelte che si prenderanno.

Come più volte sottolineato da “ARCI-Biblioteca di Sarajevo” è necessario trovare il punto di equilibrio tra difesa del posto di lavoro e difesa dell’ambiente, del territorio e del paesaggio proprio come sono state trovate delle idonee soluzioni a problemi analoghi in altre parti dell’Europa.

Proprio il carattere internazionale di questa emergenza e l’importanza che assume la scadenza del  20 settembre dovrebbero spingere  le Istituzioni ad unirsi superando logiche localistiche, o peggio ancora campalinistiche, presentando una candidatura che vada nel segno della rivalutazione culturale e sociale di un vasto territorio comprendente le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Sarebbe significativo, perciò, che queste tre città capoluogo venissero sponsorizzate insieme con la candidatura della Terra d’Otranto a Capitale Europea della Cultura 2019. Fu l’unità territoriale la spinta che portò a fare dell’Università di Lecce la nuova Università del Salento interessando le tre province citate e tale, secondo noi, dovrebbe essere lo spirito animatore anche in questa occasione.

La candidatura così proposta spingerebbe ad una maggiore coesione, non solo sotto il profilo culturale, e rappresenterebbe un volano per il rilancio dell’economia che stenta a decollare concentrando tutti gli sforzi tesi a portare la nostra terra in una vetrina internazionale di primaria importanza.

Questo è l’auspicio che “ARCI-Biblioteca di Sarajevo” esprime perché simile candidatura potrebbe rafforzare le speranze di una scelta che darebbe un giusto riconoscimento al lavoro di associazioni, cittadini ed Istituzioni che, al di là del loro colore politico, negli anni hanno perseguito la strada del rilancio culturale della Puglia come crocevia e punto di incontro dei popoli del Mediterraneo.

 

Maglie, 02 agosto 2013

 

Il Segretario

Giancarlo COSTA CESARI

Il Salento eletto territorio dell’anno 2013, purchè sia rispettata la sua biodiversità

fondazione terra d'otranto

di Mimmo Ciccarese

 

Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità. Il diritto al nutrimento e al cibo sano. Il diritto di proteggere la terra e le sue diverse specie”.

                                       Vandana Shiva

 

Queste parole condividono stadi evolutivi favorevoli per abbozzare nuovi pensieri o per tutelare la variabilità biologica di geni, specie, habitat ed ecosistemi, cioè di quello che, in una sola voce, riepiloga il concetto di biodiversità. La biodiversità è alimento vitale per un territorio, specialmente quando la sua ripresa naturale esplode di varietà e stimola la volontà di difenderla.

Attualmente si celebra il cosiddetto“restyling ambientale” per interessi economici o spesso si pianifica in ambito urbano e agricolo  senza le opportune e dovute competenze, che eviterebbero di far commettere danni irreversibili e quindi perdita di paesaggio.

Ristrutturare l’ambiente, invece, è un proposito serio che potrebbe davvero interessare, ad esempio, l’introduzione di ecotipi locali di specie autoctone in via d’estinzione o di quelle che da sempre hanno assicurato sussistenza proprio in quelle aree che l’apparato scientifico classifica come “sensibili”.

Anche il Salento è un luogo abbastanza sensibile e la sua vulnerabilità dipende proprio dall’incessante sottrazione di spazi naturali e minacciati dal quel fenomeno definito da molti come un eccesso di “biofobia”, che non ammette alcuna forma di biodiversità.

La “resilienza”, termine che intende la capacità delle specie di reagire a eventi dannosi estremi, insieme a quello di “desertificazione”, ricorre sempre di più nei dialoghi che interessano le interazioni naturali.

Nel Salento se ne parla, eccome, tra le aree protette e i parchi naturali, tra quelle degradate, erose, abbandonate o, dove gli alberi sono più a rischio di espianto per far posto a quegli spazi artificiali che levano respiro e orizzonte in poco tempo.

fondazione terra d'otranto

Il paesaggio Salentino con tutto il suo splendore, dona piacere ed entusiasmo ma ogni tanto si spezzetta, appare discontinuo o disarmonico; ti accorgi che qualcosa non va e lo intuisci subito quando ti soffermi su qualche orrore dissonante, concesso con faciloneria o forse addirittura senza regole.

Qui è semplice rimuovere in un istante l’immagine del disinteresse, com’è altrettanto possibile coccolare il ricordo di un seducente percorso tra ulivi secolari, con tutte le creature che lo abitano; avverti solo dopo l’incredibile mutevolezza che tratteggia questa terra e non puoi fare a meno di amarla.

Dai risultati di un’indagine popolare, il Salento è stato eletto territorio dell’anno, amato da più del 10% degli italiani; dato che supera addirittura le Cinque terre, la costiera Amalfitana e il Chianti per cui, adesso, non si può più dire che esso sia solo una spazio di confine “te sule, te mare e te ientu”, ma una terra di primo piano. Con questo bel riconoscimento, a maggior ragione, per rafforzare e condividere il pensiero di Vandana Shiva sulla biodiversità, sarebbe ora auspicabile che sia rispettata l’attitudine ecologica del Salento, senza la quale esso perderebbe in identità.

Due giorni tra Giardini e Paesaggi Aperti in Terra d’Otranto

LOCANDINA PAESAGGI E ARCHEOLOGIE 2013
a cura di Francesco Tarantino
L’AIAPP – Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, che dal 1950 contribuisce al miglioramento della conoscenza, conservazione attiva e tutela dei valori del paesaggio, promuovendo la formazione, le attività scientifico-culturali, l’informazione, l’aggiornamento professionale e la ricerca nel campo dell’architettura del paesaggio, propone quest’anno una serie di iniziative, volte ad esplorare un ambito disciplinare e professionale ancora poco indagato, ma di rilevanza strategica per la conservazione attiva di una parte essenziale del patrimonio storico del nostro Paese: il progetto paesaggistico nei luoghi archeologici.
Fra le varie iniziative che verranno realizzate nel corso del 2013 due si svolgeranno a breve:
– Giardini e Paesaggi Aperti, è un appuntamento ormai consueto di AIAPP, giunto alla terza edizione, che si terrà quest’anno il 13 e 14 aprile. La manifestazione “Giardini e Paesaggi Aperti – Paesaggi e Archeologie” si svolgerà in un centinaio di siti dislocati in tutta la penisola. Un week end all’insegna della cultura del paesaggio, in cui si potranno visitare 100 siti e paesaggi archeologici, accompagnati dai Soci AIAPP e altri esperti (archeologi, storici, botanici, ecc.) che proporranno una lettura inconsueta dei luoghi di visita, indirizzando l’attenzione dei visitatori agli aspetti paesaggistici di ciascun sito, che spaziano a 360 gradi nell’ambito dell’archeologia.
L’elenco dei luoghi visitabili in ciascuna regione e le modalità di iscrizione alle visite sono già disponibili sul sito: http://paesaggiarcheologie.wix.com/aiapp
L’AIAPP – Sezione Puglia si inserisce nell’evento nazionale proponendo 10 percorsi sul tema distribuiti in tutta la Regione Puglia che vanno dall’archeologia industriale e della produzione ai ritrovamenti archeologici e botanici passando per l’archeologia delle infrastrutture ferroviarie presentati dai soci AIAPP in collaborazione con altri architetti, agronomi ed archeologi.
Gli eventi pugliesi, a cui tutti i cittadini sono invitati a partecipare, sono stati realizzati grazie alla collaborazione e coproduzione di Associazioni ed Enti  che, a vario titolo, operano sul territorio regionale.
Il programma degli eventi di AIAPP Sezione Puglia è il seguente:

Provincia di Lecce

 

1. Le cave di pietra leccese tra Cursi e Melpignano

Comune di Cursi, Comune di Melpignano (Lecce).
Distretto estrattivo tra i più importanti del Salento e dell’intera regione, nel quale ancora oggi si estrae la qualità migliore di questa famosa quanto delicata pietra che ha dato vita ai prestigiosi monumenti del barocco leccese.
Soci referenti: Tiziana Lettere, Marilena Manoni
14 aprile, mattina e pomeriggio
2. Viaggio in treno storico delle ferrovie del Sud-Est da Lecce a Tuglie
 
Itinerario in treno storico da Lecce a Tuglie.
Comune di Tuglie – Comune di Parabita:
–          Parco Archeologico delle Veneri, cornice ideale per illustrare l’evoluzione della razza umana, passando dalle caverne naturali, formate da torrenti sotterranei (come la grotta delle veneri) all’insediamento dell’Età del Bronzo;
–          cave in prossimità del Parco delle Veneri aperte dai messapi e ancora oggi in funzione con esplorazione delle grotte, delle laure, delle conche, dei canali e delle cisterne utilizzati dai Basiliani.;
–          palazzo baronale e giardino storico, museo di storia contadina;
–          sistema di frantoi ipogei.
Comune di Seclì:
–          archeologie industriali delle Fornaci di San Giuseppe (l’azienda più antica del Salento per la produzione della calce tramite i forni a tino);
–          antiche Cantine Campi Latini (produzione di vino e olio);
Soci referenti:Marilena Manoni,Tiziana Lettere, Anna Camardella con l’architetto Claudia Valentini (Rete dei Caselli), Oliviero Calò (Presidente Associazione Culturale Ekagra di Tuglie)
13 aprile, mattina e pomeriggio, 8:30-20:00
3. Architetture e archeologie della produzione a Maglie: Museo dell’industria, Frantoio ipogeo, conceria Lamarque.
Comune di Maglie (Lecce)
Con la collaborazione dell’arch. Antonio Monte alla scoperta dei luoghi della produzione che hanno caratterizzato il distretto produttivo magliese nei secoli scorsi.
Socio referente: Francesco Tarantino con Antonio Monte e Francesca Colucci
13 aprile pomeriggio ore 16,00.
4. Le archeologie del passato preistorico del Capo di Leuca
Comune di Salve (Lecce)
Alla scoperta del paesaggio del basso Salento ricco di testimonianze del passato e tuttora interessato da interessanti scoperte archeologiche: Canale del “Fano”, Macchia Don Cesare, ed i recenti ritrovamenti delle sepolture preistoriche dell’Università del Salento.
socio referente: Francesco Tarantino con Arch. Francesco Baratti e Prof.ssa Elettra Ingravallo.
14 aprile mattina ore 9,00.
5. Le archeologie botaniche ed i loro paesaggi.
Comune di Supersano (Lecce)
Con l’aiuto di esperti alla scoperta di un territorio ricco di testimonianze di archeologie botaniche: il museo del Bosco Belvedere; gli scavi del villaggio medievale; la cripta bizantina della Coelimanna; l’albero della Manna.
socio referente: Iride Filoni, Fabio Ippolito con Cooperativa Galea ed Alessandra Caggese.
14 aprile mattina ore 9,00.

Provincia di Brindisi

 

6. Le cave di tufo di Rosa Marina e Lama di Rosa Marina.

Comune di Ostuni (Brindisi)
Visita delle cave che hanno rappresentato un bacino estrattivo tra i più interessanti della zona, ubicato in una zona di particolare interesse paesaggistico e caratterizzata da una geomorfologia particolare segnata dalla presenza della famosa Lama Fosso di Rosa Marina che si apre verso il mare.
Socio referente: Oronzo Gaetano Milone con dott.ssa Forestale Anna Sacco
14 aprile, ore 9,30 – 16,00
7. Itinerario Storico-Archeologico attraverso l’Agro di Ceglie Messapica
Comune di Ceglie Messapica (Brindisi)
L’itinerario lungo Specchie e Mura messapiche, Foggie, Acquari, Neviere, Chiese votive, Trulli, Masserie, Casini e Frantoi antichi.
Soci referenti: Francesco Urso, Daniela Trisolino, Lucrezia D’Adamo.
13 aprile, mattina e pomeriggio, 9:00 – 18:00
8.Masseria Difesa
Comune di Francavilla Fontana
Masseria Difesa e annessi, edificata nel 1600 e immersa nella macchia mediterranea.
socio referente: Lucrezia D’Adamo
14 aprile, mattina , 10:30 – 13:00

9. Giardino botanico Lama degli ulivi

Comune di Monopoli

Un’antica lama offre una straordinaria passeggiata tra 2500 specie vegetali, chiese rupestri, frantoi ipogei e ulivi millenari

Socio referente: Peter Zeller.

14 aprile, mattina , 10:30 – 13:00

Provincia di Taranto

 

10.Il Castello Aragonese di Taranto

 Comune di Taranto
Esempio  di architettura militare del Rinascimento che nel tempo ha caratterizzato fortemente non solo il paesaggio costiero di Taranto  ma l’intera città.
Socio Referente: Domenico Lillo
14 aprile, pomeriggio 16:00-20:00
Sul sito internet di AIAPP Sezione Puglia sono disponibili tutte le schede di dettaglio dei singoli percorsi: www.aiapp-puglia.it ed i recapiti di riferimento per informazioni e prenotazioni.
Francesco Tarantino
Segretario AIAPP Puglia
cell +39 320 3524352
skype francesco.tarantino16

La Puglia: da potenziale tiranna illuminata a stupida e povera serva?

di Armando Polito

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Il taglio politico del titolo non è casuale, anche se gli sviluppi metaforici saranno, purtroppo, più desolanti delle considerazioni amministrative.

Comincio dai primi facendo notare come illuminata ridimensioni e dia, è il caso di dire, una luce diversa alla negatività insita in tiranna, che qui sta sì nel senso di dominatrice assoluta, ma il dominio di cui parlo riguarda (anzi, riguardava) le basi stesse della nostra vita: l’ambiente e le materie prime alimentari, cioè il grano, l’olio e il vino. Sparare così questi quattro vocaboli significherebbe poco o nulla, se accanto ad ognuno di loro non si sottintendesse eccellente. Purtroppo, il trascorrere del tempo e i cambiamenti di carattere climatico, economico-sociale e culturale che esso con la sua inesorabilità ha introdotto ci hanno immessi in una pericolosissima discesa che ci vede attualmente con i freni ormai in fiamme; l’unica speranza di rallentamento in questo precipitare verso il baratro  starebbe in una brusca riduzione di velocità cambiando marcia, ma nessuno sembra voler correre il rischio di spaccare il cambio …

Lu Patretèrnu tae li frisèddhe a ccinca no lli rròsica (Il Padreterno dà le frise a chi non è in grado di masticarle) recita un antico proverbio neretino, che in senso traslato vuol dire che spesso la sorte dà le opportunità a gente che non sa sfruttarle.

Così, complice anche un’atavica indolenza, in nome di un disgraziato concetto di sviluppo che costituisce solo la copertura di interessi particolari e loschi, con l’alibi dell’Europa dei burocrati impegnati a stabilire la pezzatura della melanzana da commercializzare, senza minimamente interessarsi degli antiparassitari e degli ormoni usati per farla nascere e crescere, abbiamo consentito, a partire dalla seconda metà del secolo scorso che le autobotti del nord portassero via il nostro vino per tagliare il loro, mentre premi più o meno allettanti sterminavano (grazie anche all’obbligo di non reimpianto se non dopo venti anni) vitigni autoctoni.

Nel frattempo la febbre delle medie e grandi opere si scatenava nello strupro del paesaggio con la costruzione (spesso non terminata …) di nuovi scatoloni urbani ed extraurbani, abbandonando al degrado ed al vandalismo emergenze architettoniche di assoluto rilievo storico ed estetico; con la realizzazione di inutili (per il cittadino onesto …) superstrade quando sarebbe stato certamente meglio, e non solo da un punto di vista finanziario, risistemare la viabilità preesistente.

Poi venne la moda, anzi l’affare della green-energy, pannelli fotovoltaici in primis. Non ho assolutamente nulla contro qualsiasi fonte di energia che sia rispettosa della natura, che, anzi, come quella appena indicata nello specifico prioritario, sia stata sviluppata proprio per salvaguardare l’ambiente o, quanto meno, apportarvi meno danni delle altre.

Solo che il progresso di una civiltà, secondo me si misura anche dal modo in cui si usano le parole; sicché, mentre in passato era perfino superfluo specificare che il nostro ambiente, il nostro grano, il nostro vino e il nostro olio erano eccellenti, oggi si accoppia quasi ad ogni sostantivo un aggettivo che quasi mai mantiene le promesse. Quando poi la locuzione è bell’e pronta, magari in inglese, la frittata è servita.

Per me è emblematico, sotto questo punto di vista, proprio green-energy, perché (mi riferisco soprattutto al fotovoltaico) rappresenta una vera e propria truffa: come si fa, infatti, a definire green un’energy che, a parte il terreno sottratto all’agricoltura, usa i diserbanti per mantenere pulita l’area dell’impianto? come si fa a definire green un’energia che ha favorito solo le multinazionali del settore con megaimpianti  installati su terreni che sono costati a loro un’inezia, che, però, per il povero contadino (e come si fa ad incolparlo …), era invece una somma che nemmeno se avesse avuto tre vite avrebbe mai incassato? non sarebbe stato logica elementare incentivare l’installazione dei pannelli sui tetti privati e pubblici senza divorare un territorio rurale che fra uno o due decenni dovrà fare i conti, dopo l’amianto, anche con il silicio abbandonato?

Eravamo fino a pochi decenni fa il paradiso, il granaio, la cantina e il frantoio d’Italia; ancora qualche anno e ne diventeremo il cesso.

Non serve a nulla scaricare la responsabilità di tutto questo su chi ci ha governato e ci governa, finché ognuno di noi nel suo piccolo, a cominciare dalla famiglia (ma pure quando si trova a parlare da solo con se stesso e di se stesso non ironicamente), non si rende conto che il potere può essere buono e santo solo se inteso come servizio per il bene comune (il concetto non è mio ma, cambiate le parole, del buon Machiavelli che di rapporti tra politica e morale credo se ne intendesse).

Lascio da parte l’utopia (che, però, è l’anticamera del sogno e chi non sogna è come se fosse morto prima ancora di essere o di aver vissuto …) e mi rifugio, fa pure rima, nella nostalgia e nell’etimologia di alcune voci ormai morte, proprio come il grano di eccellenza la cui produzione esse avevano scandito.

Non è escluso che più in là io mi occupi del vino e dell’olio, per oggi mi limiterò al grano, quel grano duro, pugliese, per cui la nostra pasta è diventata famosa nel mondo. In attesa della notizia tutt’altro che improbabile che un nucleo dei NAS scopra qualche deposito di qualche salutarissima mistura chimica (magari di provenienza cinese …) utilizzata per trasformare la farina di grano tenero in farina di grano duro, ricordo che in passato la terra veniva arata con mezzi a trazione animale e concimata cu lu rrumàtu1 (il letame),  il grano veniva seminato manualmente,  a maturazione veniva mietuto con la fagge (falce), raccolto in mannùcchi2 (covoni), che venivano poggiati a formare tanti sieddhi(l’azione era detta ‘nsiddhàre4) nel campo stesso, da dove successivamente, caricati sul traìnu(carro), venivano accatastati  in pignuni (plurale di pignòne, accrescitivo, con cambio di genere,  di pigna, con riferimento alla forma) sull’era6 (aia) in attesa della trebbiatura; questa veniva eseguita con l’ausilio di una macchina gigantesca in cui spiccava una cinghia di trasmissione che tanti incidenti spesso mortali ha provocato a danno di contadini che vi si erano imprudentemente avvicinati o, con la sua rottura, ad altri per loro sfortuna trovatisi nei paraggi; la trebbiatura era, come si capisce facilmente, un evento importante per il mondo contadino ma anche per il proprietario terriero e, comunque, uno spettacolo, al quale io ragazzino ero ogni anno ammesso da mia madre che mi tratteneva ad una distanza di almeno cinquanta metri da quelle cinghie.

immagine tratta da http://www.sulletraccedellepodoliche.it/immagini/foto_antiche/aratura.jpg
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Vincent Van Gogh, Il seminatore al tramonto (1888), Museo Kröller-Müller, Otterlo
Vincent Van Gogh, Il seminatore al tramonto (1888), Museo Kröller-Müller, Otterlo

 

immagine tratta da http://www.nonnaonline.it/wp-content/uploads/2012/05/00181.jpg
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immagine tratta da http://www.flickr.com/photos/26373638@N08/3717561701/in/pool-1716020@N25/lightbox/
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Già qualcuno starà pensando, chissà perché, al proverbio non tutto il male vien per nuocere … che con me, almeno allora, non ebbe a funzionare …

Da tempo so tirarmi via da solo , quand’è il momento,  dalle tante cinghie metaforiche dei nostri giorni; perciò, almeno per oggi, ho finito. Sento una bordata di fischi, quelli che di regola  accompagnano i fiaschi; ma, per dimenticare, ho già adocchiato altri fiaschi … speriamo che, quando scriverò il prossimo post, non facciano sentire il loro effetto.

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1 Su rrumàtu vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/12/lu-rrumatu-e-altre-zozzerie-antiche-e-moderne/

2 La variante  manùcchiu di Salve e Vernole è dal latino manìpulum (da manus=mano)=quantità che entra in una mano; trafila: manìpulum>*manìplum (sincope)>*manìcchiu (come in còpula>*copla>còcchia=coppia)> manùcchiu.  Per il neretino mannùcchiu si può ipotizzare un raddoppiamento espressivo di –n– o, meno bene, un incrocio con l’italiano manna =fascio di spighe, da cui mannellomanna (diversa da quella della Bibbia che ha un’altra etimologia) è dal latino medioevale manna, o mànnua o mànua=fascio di spighe, tutti da manus).

3 Mucchio di una decina o più di covoni (mannùcchi) sistemati con le spighe rivolte verso l’alto. Due sieddhi a San Cesarea Terme erano detti mannucchiàta. Per il Rhofs è dal latino asèllu(m)=asinello; lo stesso studioso invita ad un confronto con ampàri che nella Grecìa indica il cavallo; al lemma ampàri invita ad un confronto col dialettale cipriota ἀππάριν e col cretese moderno ἀππάριον, entrambi col significato di cavallo e dal greco classico ἱππάριον (da ἵππος=cavallo) che significa cavallo di poco pregio malattia degli occhi consistente nello sbattere frequentemente le palpebre. È evidente che tra l’asinello e il cavallo l’unica cosa semanticamente in comune è che appartengono entrambi alla famiglia degli Equidi e che tra sièddhu ampàri non c’è alcuna comunanza fonetica. Il sièddhu, perciò, alla lettera significherebbe covoni disposti a schiena d’asino.

4 Da in+sièddhu, per cui vedi la nota precedente. Va ricordato che nel dialetto gallipolino esiste l’omofono ‘nsiddhàre col significato di spruzzare e in quello neretino ‘nsiddhisciàre=piovigginare; entrambe le voci hanno un’origine completamente diversa dal vocabolo agricolo in quanto quella neretina deriva da quella gallipolina con aggiunta del suffisso frequentativo -isciàre (per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/22/un-relitto-greco-in-latino-in-italiano-e-in-neretino/) e quella gallipolina da ‘nsiddhu (usato pure a Nardò, ‘nsiddha in altre zone del Salento)=goccia. La voce neretina presenta cambiamento di genere rispetto alla variante ‘nsiddha che è da un latino *uncìlla, diminutivo del classico ùncia che significa dodicesima parte di un tutto e, in senso figurato, un pochinoun pezzetto.

5 Traìnu rispetto all’italiano tràino mostra la conservazione dell’originario accento; infatti se tràino è da trainare, a sua volta dal latino medioevale traginàre/trainàre, dal classico tràhere=tirare, traìnu suppone, sempre da traginàre,  un latino *tragìnu(m). Si direbbe che l’italiano tràino, per quanto riguarda l’accento, ha subito l’influsso del classico tràhere.

 

6 Come le voci italiane area e aia, dal latino àrea(m).

Fernando Baglivo, mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il mare del Salento

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

di Paolo Vincenti

 

Fernando Baglivo è un salentino della più nobile e autentica schiatta, un salentino del Capo di Leuca, di quella Finibusterrae che è luogo di partenze e di ritorni, di aeree nostalgie e azzurri approdi, di cielo e di mare, di terra rossa e di verde sfolgorante. Porta su di sé i segni della mappa genetica di un popolo, li porta sul proprio volto, nelle mani, nella sua parlata dalla cadenza  simpaticamente tricasina.

Fernando Baglivo è un salentino giramondo e nei suoi viaggi  reca con sé questo patrimonio indissolubile di sapere e sapori, odori e tradizioni, colori e folklore di casa.

Fotografo dilettante ma appassionato, ora pubblica sul nostro sito le sue splendide istantanee. Fernando inizia come antiquario e oggi si occupa di ristrutturazioni di antiche dimore.  In estrema sintesi, potrei dire che Baglivo è un uomo con i piedi per terra, il cuore vagabondo e la testa fra le nuvole. I suoi piedi infatti sono ben piantati in questa nostra terra salentina, essendo egli per temperamento uomo concreto e aduso ad un realismo del fare, che gli viene dagli insegnamenti ricevuti dalla nostra gente contadina in mezzo alla quale  è cresciuto; ma il suo cuore  va sempre ramengo dietro nuovi progetti, e anche quando è qua a Tricase, Fernando viaggia con la fantasia, sognando di tornare in uno dei posti meravigliosi ai confini del mondo che ha visitato, soprattutto l’India che esercita su di lui un fascino particolare ; e la sua testa è sempre immersa fra le nuvole, fisiche e metafisiche: quelle vere che vede trascorrere dal finestrino dell’aereo durante i suoi viaggi,  e quelle metaforiche che alimentano la sua creatività di uomo cartoon,  che sembra a volte appena uscito da un fumetto.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ha visitato mezzo mondo e vive ogni giorno come se dovesse partire il giorno dopo. “Sono un viaggiatore e un navigatore, e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima”, sembra dire Fernando, con Gibran. Ma i viaggi, cui è abituato fin da quando era un ragazzino, hanno rappresentato anche la sua personale “Bildungsroman” ossia, proprio come nei romanzi di formazione della narrativa tedesca (penso, su tutti, a quel capolavoro che è Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, di Goethe), il suo personale cammino di formazione verso l’età adulta e la piena maturazione e consapevolezza.

Vive in uno splendido eremo nella campagna tricasina, sempre aperto ad amici, sodali, intellettuali. Nella sua magione, un’antica casa di pastori sapientemente ristrutturata, sono passati tanti visitatori non solo salentini. Baglivo infatti ha ospitato tanti  artisti, celebri attori, registi e scrittori, anche star holliwoodiane,  tutti irrimediabilmente innamorati di questo estremo lembo di terra madre padre Salento, e Fernando a far loro da mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il  mare, i castelli e i palazzi e tutte le bellezze culturali della penisola salentina.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Alcune di queste celebrità hanno acquistato casa qui in provincia di Lecce,che hanno eletto a proprio buen retiro, anche per il tramite di Fernando. Il quale però,  fedele al suo dovere di ospitalità,  non ama fare i nomi dei propri amici internazionali per non violarne la privacy, venendo così meno al tacito vincolo di amicale discrezione. I suoi ospiti hanno potuto apprezzare le delizie della nostra cucina, i colori del nostro paesaggio e la bellezza della nostra architettura rurale. Fernando è molto attento alla salvaguardia dei luoghi e più volte si è rivolto anche con toni polemici a ingegneri, architetti, maestranze, amministratori locali, quando si è corso il rischio che questi deturpassero con i loro interventi invasivi la peculiarità degli edifici storici dei nostri centri.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Egli ha sollecitato gli addetti ai lavori ad accostarsi con rispetto e con religioso scrupolo a queste antiche dimore, ponendosi in sacro ascolto, cercando di intervenire in maniera semplice e conservativa, nel rispetto dei luoghi che è anche rispetto di se  stessi. “E’ sufficiente tutelare quello che abbiamo”,  ha scritto Fernando, “nella nostra meravigliosa e ricca terra e costruire case di qualità con un atteggiamento d’amore e di umile ascolto dello spirito dei luoghi.

In questo modo si instaura una dialogo con la natura circostante, dando vita a presenze architettoniche che non cessano di essere parte integrante del corpo del mondo, nella consapevolezza che l’identità degli individui si costruisce nell’interazione fra interiorità e mondo esterno e che l’inospitalità e la disumanità dei luoghi finisce per lasciare segni preoccupanti sull’identità umana, innescando una spirale di reciproca insensibilità fra essere umano e mondo, con conseguenze preoccupanti quanto devastanti”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Quante volte egli ha girato in lungo e in  largo il Salento in compagnia del suo caro amico Florio Santini (un altro grande viaggiatore) potendo approfondire e mettere in pratica queste sue riflessioni. Fernando ha sposato in tempi non sospetti quello che oggi è il concetto di “glocal”, ossia di locale e globale fusi insieme, secondo la nota sentenza “parla del tuo paese e sii universale”.

La sua casa è stata recentemente censita nella pubblicazione “Abitare in Salento” di Patrizia Piccioli e Cristina Fiorentini ( Idea books editrice). Ma la prima grande pubblicazione è stata fatta oltre 10 anni fa sulla rivista “Petra”, che ora si chiama “Casa antica” (Trentini editore-Ferrara). Per la prima volta veniva pubblicata  una masseria ristrutturata salentina. Da allora è scoppiato tutto un interesse per il recupero di queste antiche dimore.  Ed è nato anche tanto lavoro. “La Regione Puglia dovrebbe darmi un premio per questo” dice scherzando Fernando.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ogni mattina immancabilmente, estate ed inverno, autunno e primavera, si immerge nelle acque di Marina Serra per un bagno rilassante e rigeneratore. Ci vuole preparazione certo per poter affrontare un’esperienza del genere, soprattutto d’inverno, vincendo i rigori del freddo durante le giornate della merla. Ma una volta che il fisico si è abituato, Fernando garantisce che non si riesca più a farne a meno, e infatti ormai un nutrito drappello di suoi fedelissimi si immerge con lui ogni mattina e del fenomeno hanno iniziato ad interessarsi i media locali. Fernando ama immergersi all’alba e nelle risposte date ci spiega il perché.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

La profonda curiosità che lo anima, lo ha portato a fare ogni tipo di esperienza, anche quelle più estreme di meditazione e pratiche orientali, ad incontrare tante persone da un capo all’altro del mondo.

Baglivo vive di relazioni, incontri, scambi proficui e arricchenti, e, nella sua sete di conoscenza, sembra che egli vada incontro alla gente rovesciando la nota lezione filosofica  gnosce te ipsum, a vantaggio dell’insegnamento di Gibran “Mi dicono ‘se tu conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini’. E io dico ‘solo quando avrò cercato tutti gli uomini conoscerò me stesso’”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Baglivo è un uomo libero, un uomo certo non pacificato ma rasserenato, se così posso dire, consapevole di essere in marcia, che la sua ricerca deve sempre continuare, ma certo affrancato da qualsiasi tipo di repressione, condizionamento, interesse materiale, calcolo. La sua, una libertà piena, ma che oggi vuole vivere e godere pur sapendo che bastano pochi sonagli aggiunti al suo berretto della libertà per farne il berretto della follia. Questo è un rischio che è disposto a correre, posto che già pazzo, nella gretta mentalità dei superficiali, è sempre colui che è diverso, che fuoriesce dalla media, che si distingue e si distacca dal luogo comune.

Una intensa parabola umana la sua, nella quale una parte importante hanno avuto pure le donne, quelle che ha amato, dalle quali è stato amato, e quelle che ama ancora. Mi confessa di scrivere anche poesie d’amore che però non pubblicherà mai. Trovo tutto dentro di me!” mi dice Fernando, “ i viaggi in India, i viaggi nell’ Altrove aiutano ad andare dentro di Noi, a trovare quello che già c’è, perché dentro  c’è già tutto!”!

E così lo lascio sul far della sera. Quando esco da casa sua, so che a breve egli si siederà di fronte al suo grande camino con il suo maestro sufi   Mevlana Jelaluddin Rumi e insieme discetteranno intorno al “Fuoco dell’amore divino”. E con questo, che è forse l’autore più amato dal mio amico, mi piace concludere il nostro incontro:

Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi, 
produca finimondi di fuoco 
da ogni parte del mondo! 
Voglio un cuore come inferno 
che soffochi il fuoco dell’inferno 
sconvolga duecento mari 
e non rifugga dall’onde! 
Un Amante che avvolga i cieli 
come lini attorno alla mano 
e appenda,come lampadario, 
il Cero dell’Eternità,entri in 
lotta come un leone, 
valente come Leviathan, 
non lasci nulla che se stesso, 
e con se stesso anche combatta, 
e, strappati con la sua luce i 
settecento veli del cuore, 
dal suo trono eccelso scenda 
il grido di richiamo sul mondo; 
e,quando,dal settimo mare si volgerà 
ai monti misteriosi da 
quell’oceano lontano spanda 
perle in seno alla polvere!

 

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Funnucrudeu

 

pajaru

testo e foto di Giorgio Cretì

Funnucrudeu era una proprietà coltivata da quattro mezzadri, cioè da quattro famiglie, ed era suddivisa più o meno equamente in quattro partite ognuna costituita da una buona parte di bassura arativa e da un’area più piccola di cuti1). Tutte le bassure erano coltivate, i cuti solo in piccola parte, con le zappe naturalmente. Il resto era lasciato alla flora spontanea: al timo, ai fùmuli(2) e alle fracilische(3) che una volta secchi venivano raccolti per il forno. Spontanei crescevano anche i lampascioni(4).

Le colture più praticate erano costituite da orzo, grano e piselli, a seconda delle rotazioni. Non si coltivavano ortaggi perchè il fondo era lontano dal paese e c’era soltanto un piccolo ricovero semi diroccato, segno di un’epoca in cui c’era stata la vigna distrutta poi dall’attacco della fillossera alla fine dell’Ottocento. C’era anche una cisterna, ma non mateneva più l’acqua perchè era stata a lungo trascurata ed ora dentro c’erano delle grosse pietre buttatevi chissà da quali mani vandaliche. Per bere bisognava approvvigionarsi alla cisterna di un fondo vicino tenuta sempre in ordine. D’inverno, però, c’era acqua pulita sui cuti di Funnucrudeu, in certe conche naturali impermeabili a forma di cono rovesciato, che venivano tenute regolarmente pulite dalla terra e dalle erbe.

fracilisca (Ferula communis)

Funnucrudeu era ripartito tra Raffaele della Luna, Rafeli, Angelo Cisterna, Ancilu, suo fratello Rocco e la famiglia di una loro sorellla che si chiamava Gesira. Quell’anno Peppino aveva imposto di seminare avena, un cereale che a lui serviva ma non ai mezzadri che avevano dovuto subire il sopruso. A loro servivano il grano, l’orzo ed i piselli. Anche se questi ultimi, coltivati lì, non erano molto apprezzati, però, perchè la terra scarseggiava di certe sostanze minerali e non era adatta per i legumi: non cuocevano mai.

La terra rossa veniva lavorata al secco nei mesi estivi dalle zappe di due chili e mezzo che rivoltavano ernormi zolle puntando nelle spaccature del terreno. Raffaele, con il gomito sinistro poggiato sull’anca, piano piano e da solo zappava al secco tutta la sua partita.

La terra poi veniva era arata da Peppino D’Aprile, il padrone, in autunno dopo le prime piogge che ammorbidivano le grosse zolle rimaste al sole tutta l’estate. Peppino aveva un solo cavallo bianco, paziente come un asino, che assolveva il suo compito come poteva. L’aratro era quello di legno con il timone a forca e il vomere a punta triangolare. I coloni, mezzadri, arrivavano a piedi la mattina presto e risalivano al paese la sera tardi.

Erano sopravvissuti i fichi piantati ai margini della proprietà lungo i confini e addossati ai muri a secco ancora ben tenuti. I frutti prodotti dalle vecchie piante andavano tutti a Raffaele che se li faceva stimare, circa due tomoli(5), e li consumava tutti per mirenna(6) quando zappava. I figli giovani degli altri mezzadri, però, quando arrivavano prima di lui gli rubavano i più belli e li mangiavano loro, a volte glieli portavano via soltanto per fargli dispetto. Questo a lui dava molto fastidio perché era geloso delle sue cose e il giorno che se ne accorse, arrivò prestissimo e raccolse tutti i fichi, maturi e acerbi. Scavò una specie di cassettone in mezzo alle zolle assolate, vi sistemò tutti i fruttti e li coprì di fùmuli e zolle di terra. I ragazzi non tardarono ad accorgersi dell’operazione e stettero all’erta. Non tardarono a scoprire che durante le soste per la mirenna, quando si riunivano tutti assieme all’ombra, Raffaele lasciava gli altri e con una scusa qualsiai andava in un punto della terra zappata e fingeva di muovere qualcosa con la zappa. Poi infilava le mani sotto le zolle e al tatto sceglieva i frutti più buoni da mangiare.

ficus carica

E consumava la bellezza di circa due tomoli di fichi verdi a mirenna. I ragazzi che avevano scoperto il suo segreto e volevano portargli via il tesoro, furono fermati da Angelo che fece la voce grossa, usando anche qualche bestemmia.

Poi arrivò l’autunno con le piogge. Peppino faceva i solchi ed i mezzadri con grande perizia spargevano dentro i semi man mano.

Passò anche l’inverno e dopo la sarchiatura arrivò anche il tempo delle messi. Era abitudine recarsi a mietere tutti assieme.

Ficus sicomorus

Decisero quell’anno di mietere la mattina della festa di Sant’Antonio, anche se Raffaele aveva aderito soltanto pensando di tornare a casa ad una certa ora per andare a messa. Lui andava sempre a messa. E la Nena, sua moglie, lo sapeva bene. Giunse il momento in cui secondo Raffaele bisognava smettere e tornare in paese e cominciò ad agitarsi. Nona diede una voce a Gesira che era più vicina.

“Gesira?”, disse.

“Che cosa c’è, Nona?”, disse Gesira.

“Voi non andate a messa?”.

“No”, intevenne Angelo secco, “No. Visto che ci troviamo finiamo di mietere, poi la festa a Sant’Antonio la facciamo stasera”.

“Nona ce n’andiamo? Andiamo a messa”, tagliò corto Michele alla moglie.

“Stai zitto”, rispose lei, se no loro finiscono di mietere prima di noi”.

“Sangue così”, insistette Raffaele, “che noi non abbiamo neanche portato il pane per la mirenna”.

“Ancilu”, chiese lei, “non avete qualche frisella in più che noi non abbiamo portato pane?”.

“Sì, Nona, ce l’abbiamo”, rispose Angelo e fece cenno a Gesira di darle il pane.

“Ecco Raffaele”, disse Nona, “tieni il pane”.

Fu un attimo, Raffaele prese una frisella e gliela fiondò sulla schiena come una sassata.

“Se vuoi lavorare lavora, io me ne vado”.

E scaraventò in terra anche l’altra frisella assieme alla falce dentata.

Muscari comosum

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(1) Cuti. Rocce superficiali, affioranti.

(2) Fumuli. Iperico (Hyperiicum perforatum).

(3) Fracilisca. Specie di Ferula nana (Ferula communis L.).

(4) Lampascioni. Gigliacea spontanea (Muscari comosum) con poche foglie lineari erette e fiori violetti a ciuffo molto belli a vedersi. Se ne consumano i piccoli bulbi globosi di color rosso-vinoso chiaro, soprattutto nell’Italia meridionale. A seguito delle grandi migrazioni verso il nord il consumo si è esteso a tutto il territorio nazionale ed il nome toscano è stato sostituito con quello pugliese di lampascione. I bulbi si utilizzano di solito in insalata, previa cottura in acqua bollente, conditi con olio, sale, pepe e aceto; si consumano anche in altri modi: alla genovese, fritti, dorati, etc.

(5) Tomolo. Equivalente a 2 mezzetti, a 4 quarte, a 24 misure e a55,545113 litri (legge 6 aprile 1840 di Ferdinando II).

(6) Mirenna. Colazione mattutina dei contadini.

Il Salento eletto “Territorio dell’anno 2013”

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I risultati di un’indagine popolare a pochi giorni dalla BIT, il Salento è il più amato dagli italiani (10,3% di preferenze) seguito da Cinque Terre (9,0%), Costiera Amalfitana (8,8%) e Chianti (8,2%)  Il 10 gennaio scorso “Italia Touristica” ha inviato una mail ad oltre 230.000 italiani, equamente distribuiti in tutte le regioni, chiedendo loro di esprimere, entro il 10 febbraio, un voto di preferenza sul territorio italiano più amato e di aggiungere un breve commento sulla motivazione della scelta.

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Entro il termine prestabilito sono giunte 42.306 votazioni ed il territorio che ha ricevuto il maggior numero di voti è il Salento, in Puglia, con 4.361 preferenze. A seguire, in ordine decrescente, le Cinque Terre (3.816 voti), la Costiera Amalfitana (3.725 voti), il Chianti (3,471 voti), la Versilia (2.455 voti). In coda uno specchio con l’elenco dei 26 territori (su 52 totali) che hanno ricevuto più di 500 voti, con le rispettive preferenze e percentuali.

image001L’indagine popolare è stata espressamente svolta in funzione dell’imminente edizione 2013 della BIT – Borsa Internazionale del Turismo, (14-17 febbraio p.v.) per offrire agli operatori nazionali ed esteri uno spaccato delle sensazioni espresse degli Italiani. Come già accennato, ad ogni partecipante è stato chiesto di aggiungere al voto una breve motivazione.

Qui di seguito l’elenco delle key words (parole chiavi) più emblematiche:

Salento: mare, cordialità, enogastronomia, ospitalità, barocco, olio, musica, uliveti, tradizioni;

Cinque Terre: mare, scenari suggestivi, terrazzamenti, cordialità;

Costiera Amalfitana: mare, limoni, Positano, enogastronomia, musica classica, affabilità, ceramiche, mozzarella;

Chianti: agriturismo, vino, colline, enogastronomia, pace, scenari suggestivi, vigneti;

Versilia: eleganza, mare, vita mondana, spiaggia, locali.

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Hansel e Gretel sperduti nel Salento

di Raffaella Verdesca

                                       

La solita brutta storia: Italia in crisi economica, allarme recessione, spread alto, tasse da capogiro e, dulcis in fundo, rivolta degli autotrasportatori, degli agricoltori, dei pescatori e chi più ne ha più ne metta! Rallentamento economico nel già rallentato sud.

Lu Totò Cicaleddha, coltivatore diretto, ascoltava con attenzione ogni edizione del telegiornale sprofondato nella sua poltrona ‘massaggiante’.

Era da due giorni che non usciva di casa, tanto i carciofi erano rimasti a marcire in magazzino, i mandarini li aveva svenduti un mese prima a 24 centesimi al chilo e quei pochi ortaggi che portava ogni mattina al mercato erano rimasti a fare concime in un pezzo di terra che lo Stato voleva per 40 centesimi al metro quadro. Certe persone di un comitato di cui non ricordava neanche il nome dicevano che avrebbero lottato per difendere i diritti dei contadini di Capo di Leuca contro l’esproprio coatto delle loro terre. Lu Totò capiva poco tutti questi paroloni, ma una cosa gli era chiara: qualcuno lo voleva morto o quasi.

La gente non comprava niente da giorni, sia perché qualche furbetto aveva triplicato i prezzi di frutta e verdura approfittando della confusione, sia

Otranto, il ponte verso Oriente

di Stefano Todisco

 

Otranto

Hydrous messapica

La città costruita in origine è due volte più grande di quella cinta in seguito dalle mura spagnole. La mole imponente delle fortificazioni messapiche doveva conferire un aspetto maestoso a chi spesso giungeva dal mare. Le mura, realizzate con un’anima di pietre a secco rivestite poi da blocchi rettangolari, terminavano con una merlatura quadrangolare ed erano alte 7 metri e spesse 3. Lungo la via che collegava il porto orientale con la porta marina si dovevano immaginare moltitudini di cippi monolitici scolpiti e decorati con cornici, meandri, fiori di loto, palmette e iscrizioni. Sebbene i nomi citati fossero messapici le lettere erano quelle dell’alfabeto greco; ricalcati poi i caratteri con una tintura rossa per evidenziarne il testo, queste tombe o ex voto accompagnavano i viandanti verso la città. (1)

Il toponimo si deve alla vicinanza con un torrente omonimo che richiama molto la parola greca hydràino (bagnare) e le radici ̒ / ̒ (hydor / hydros) che significano acqua / sorgente (2)

 

Hydruntum romana

Pochissimo si sa della città romana. Parte dei reperti rinvenuti però testimoniano la fase tra epoca messapica e medievale. (3)


via del Porto, complesso abitativo tardoromano

Il toponimo compare sulla mappa di Soleto e sulla Tabula Peutingeriana come Ydrunte, posto su una via secondaria che unisce i centri costieri del Salento.


Otranto segnata come HYDR sulla mappa di Soleto – V sec.  a.C.

Otranto indicata come Ydrunte sulla Tabula Peutingeriana
Otranto indicata come Ydrunte sulla Tabula Peutingeriana

 

La cattedrale

Gioiello architettonico ed artistico, la cattedrale fu terminata nel 1088. Il romanico e il gotico si sposano in una simbiosi plurisecolare. La sua fama è nota in tutta Europa grazie al celebre mosaico pavimentale del monaco basiliano Pantaleone (XII secolo). 600.000 sono le tessere policrome che lo compongono e che ricoprono letteralmente la superficie delle tre navate.

Cattedrale di Otranto

Lo stile romanico è influenzato dall’arte bizantina coeva. Le scene rappresentano ambiti sacri e profani, escatologici e mitici, pagani e cristiani. Qui, santi, imperatori, donne e uomini, contadini e mostri prendono vita attorno a figure come Alessandro Magno, la torre di Babele, il Diluvio universale, Adamo ed Eva, i segni dello zodiaco, Artù a cavallo, il Giudizio universale, singolari tenzoni tra armati o tra uomini e mostri.

Alessandro Magno
Alessandro Magno


Mostri

Adamo ed Eva
Eva e Adamo

Mesi nel mosaico di Otranto
Mesi

Il tutto è bipartito ai lati del mitico Albero della Vita, bisettrice che marca la linea mediana del pavimento.


L’Albero della vita

Una cripta, sorretta da una selva di 42 colonne marmoree, si trova sotto il pavimento della navata destra. (4)

Otranto, cattedrale, capitello della cripta

Otranto, cattedrale, capitello della cripta

Otranto, cattedrale, capitello della cripta

Otranto, cattedrale, capitello della cripta

Otranto e i saraceni

Il borgo antico fu testimone dell’aspro assedio perpetrato dai musulmani del sultano Maometto II nel 1480: i pochi idruntini armati resistettero alcuni giorni ma infine la cattedrale venne saccheggiata e trasformata in stalla; i cristiani che non rinnegarono la fede furono martirizzati con la decapitazione (oggi i teschi sono conservati nella Cappella dei Martiri nella Cattedrale).

I resti dei martiri di Otranto
I resti dei martiri di Otranto

Quasi un anno dopo, Alfonso d’Aragona raccolse truppe grazie a papa Sisto IV e guidò le milizie cristiane che liberarono Otranto dagli invasori ottomani tramite un assedio congiunto per terra e per mare.

Dopo questo episodio, i signori d’Aragona fecero edificare un poderoso castello (1485-89), protetto da un ampio fossato e da torri troncoconiche e cilindriche. Un secolo dopo, gli spagnoli realizzarono il bastione a punta di lancia per raggiungere il porto dalle mura del fortilizio.

Castello di Otranto

Castello di Otranto

Castello di Otranto

Note

  • (1) F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, pp. 63-64.
  • (2) G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani, p. 545.
  • (3) http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=21984
  • (4) M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, p. 127.

Bibliografia

  • M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, Novara, 2009.
  • F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, Fasano, 2000.
  • G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani. Torino, 1990.
  • http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=21984

Nota dell’autore

Chi scrive ha visitato la città tra 2007 e 2008. Le foto sono state scattate da Stefano Todisco, ad eccezione di quella aerea.

 

Nota della redazione

Si ringrazia l’Autore per aver permesso la replica di questo articolo, già pubblicato su http://www.antika.it/005244_otranto.html

Le quattro stagioni del Salento: un invito a visitarci tutto l’anno

di Pier Paolo Tarsi

Le virtù della terra e della bellezza salentina si possono declinare in modo plurimo, inseguendo il naturale ciclo di stagioni sempre miti e dolci nel corso dell’anno; allo stesso modo si devono delineare possibilità, diverse e alternative, di apprezzare, come viaggiatori o semplici turisti, questo estremo lembo d’Europa. Questo vuole essere un invito a visitarci tutto l’anno, non solo in…

Estate

Verso Sud, assillati dalla calura estiva cittadina, accorrono masse di turisti alla ricerca di refrigerio su soleggiate coste bagnate da mari purissimi, sedotte e incoraggiate da una fresca accoglienza che ha il colore di rosse angurie e di gialli fichi d’india, il ritmo allegro e vitale di notti che pulsano ovunque all’eco dei tamburelli. Le selvagge vibrazioni dei suoni fuggono propagandosi nell’oscurità, al di là delle luci dei falò, presso anfratti di spiagge gialle come il grano e scogliere severe sorvegliate da malinconiche torri, confondendosi infine con i riflussi delle onde quasi placide, nella cui immensità mediterranea si esauriscono placando così l’orgiastico furore da cui sono generate.

Questa Terra adagiata fra due mari…

ph Roberto Filograna

di Elio Ria

La semplicità è bellezza. I miei occhi sono per questa Terra adagiata  fra due mari con il sole che resiste a se stesso per non ardersi.

Quando i miei passi staccano vita quotidiana per un percorso di meraviglia e nei sentieri di campagna s’inoltrano per convergere verso il mare ascolto la melodia della bellezza che sorprende.

Da quale luogo partire?

Quale direttrice tracciare per perdersi nelle meraviglie delle corti, dei palazzi assonnati e dimenticati, delle piazze di sbadigli,  dei giardini ornati di ciclamini, petunie e garofani; degli orti di basilico e rosmarino a profumare aria di luna?

E’ così incantevole la mia Terra  tanto da confondere l’immaginazione.

E a seguire fantasie di cieli merlati, io m’appresto a seguire il cammino di Astolfo sulla luna a ritrovare il senno per ricomprendere le ragioni di tanta bellezza che è dono degli dei per questa Terra  aspra ma dolce, forestiera non più, taciuta per molto tempo, congiunta dalla nascita alla sofferenza, umile negli intenti.

E degli eterni ulivi disseminati – fra pietre bianche striate di grigio –  dappertutto a significare eterna gratitudine agli orologi del tempo.

Il tempo del Sud è figlio di un dio  che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al  giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all’eternità, giacché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia sempre tempo ma  ampio respiro, affinché ogni cosa possa sedimentare e lievitare nel tempo dei tempi.

Il fenomeno dei dolmen nella Puglia meridionale

 

Dolmen Scusi (Minervino di Lecce). Foto N. Febbraro

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si iniziano ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe a grotticella costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Nel Salento meridionale una tomba a grotticella è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine

In una parola, questo è il Salento

SALLENTUM

di Paolo Vincenti

Questa è terra di tradizioni, vecchie di millenni, / dove piangevano le prefiche a pagamento / e sui balconi si stendono ad asciugare i panni     – questa è terra di santi e di icone bizantine, /  da secoli interrate sotto le cesure,  / è terra di santi, di ladri e di rapine    – vedi la mottura che scende la sera, / è come un segnale, quasi venisse a dirci / ch’è ora di tornare, nell’ora in cui si spera    –

questa è terra di erbe magiche e superstizione, / dove si beve anche acqua andata a male, / se tirata da un pozzo, dove tradizione vuole    – vedi quell’ombra che arriva a sera, col fresco: / sono i nostri rimpianti, fatti cosa concreta, / ma qui lo chiamano il Basilisco    – ed è meglio non guardalo, se passa, / porta con se tutte le peggiori intenzioni / e passerà, come i brividi sulla tua pelle scossa    – nel nostro antico Salento, porta d’Oriente, / qui, dove la frigia Magna Mater si incontra / con il bizantino Cristo benedicente   – correndo per i boschi, fra verdi frattaglie, / si fanno strani incontri, nel mattino che viene, / quando l’ora sublustre tinge di bianco la valle   – e  il contadino non capisce da dove provenga / a volte,quello strano suono, guardandosi intorno  / ed è Fauno, il dio dei boschi, che modula la sua siringa    –

e col suo seguito di satiri e ninfe, inizia una strana danza, / mentre gli alberi e i fiori sembra partecipino insieme / e i suoi accoliti eseguono i passi che l’esarca indirizza   – e nel mezzogiorno assolato della campagna, fra falso e vero, / quando esseri caprini si muovono al suono della zampogna, / si può conoscere, se ci si rivolge a lui, il proprio futuro   – perché Fauno è Dio vaticinatore e lo sanno i suoi servi, / mentre la natura asseconda quello strano frastuono, / gli allegri esseri che gli girano intorno, veloci e furbi   – intanto esce dalla conchiglia, Venere delle spume, / e porta l’amore ai satiri e alle sirene / che, in lieto raduno, sono intenti a ballare   – ma subito, a quel richiamo irresistibile di Eros, / nelle notti bagnate dal negramaro, / risponde, con un sibilo inquietante, Thanatos   – e forse è quel sibilo lungo di millenaria memoria / di cui parlano i veggenti scrittori, / quando la vita di questa terra si fa storia   –

questa è terra in cui, fra paralleli e meridiani, / si incontrano e si sposano gli opposti, / terra di briganti, di gendarmi e disertori   – e nella interscambiabilità fra energia e materia,  / tra un serpente che incanta e un ragno che danza, / scorre il flusso ininterrotto della nostra storia   –

questa è terra di caporali, di fame e di contadini / e nelle feste sull’aia, le pastorelle ballano la moresca, / che ricorda la lotta secolare fra mori e cristiani   – e quando la sera tinge di azzurro la valle, / mentre Afrodite sembra benedire,  / strani folletti si aggirano nelle stalle   – e sono i moniceddhi che sparpagliano la biada, / gnomi dispettosi, che qui chiamano Sciacuddhi, / che si divertono ad intrecciare ai cavalli la coda   – vedi quella malumbra che si aggira di sera, col fresco: / //sono i nostri rimorsi, fatti sostanza, / /ma qui lo chiamano il Basilisco   – vedi quell’ombra che ritorna dal sentiero: / è il prezzo che ognuno paga alla vita, / ma qui lo chiamano l’Uomo Nero   –  sono eredità di colpe, sbagli di generazioni, / che si cantano in lamenti funebri e sfiancanti litanie / e si offrono ai santi come anatemi   – questa è terra di canzoni, balli e patimento,  / di falsi invalidi, “fotti fotti” e “chi s’è visto s’è visto”, / questa terra mangia e beve a tradimento   – questa è terra di favole, ninnananne e pentimento,  / di chiese, castelli e palazzi nobiliari: / in una parola, questo è il Salento   –

Cosenza – Lecce andata e ritorno. La Tav della passione

La mia terra mi entra nelle vene come morfina e sento finalmente il sereno, la memoria della mia vera ragion d’essere.

(Raffaella Verdesca)

ph Giovanna Falco

di Raffaella Verdesca

L’aria umida di fango e temporale appesantisce il mio umore. Lancio uno sguardo al calendario e tiro le somme di quasi un mese di pioggia ininterrotta. Non sono fatta per vivere senza sole né per resistere a lungo lontana dalla mia terra, perciò, come consolazione, mi collego a Facebook e clicco sull’archivio della Fondazione Terra d’Otranto.

Seleziono un bel pezzo di Alfredo Romano, “Casa mia/ Canzone per la terra natìa”: è struggente, rievocativo, nostalgico. Il mio cervello esule, conoscendomi bene, cerca allora d’inserire il ‘salvavita’ spingendomi a organizzare il pomeriggio con uscite, incontri, magari con un bel giro a Cosenza a caccia di vetrine stravaganti. Il cuore ringrazia per educazione, ma tira avanti per la sua strada. In quel mentre, mio fratello Gianluca mi chiama da Ancona per informarmi, con tutta la meraviglia possibile, della scoperta della giornata: la sua storia preferita, “Lu Nanni Orcu”, è stata edita in una raccolta ideata e scritta proprio da Alfredo Romano, vecchia conoscenza. Gianluca mi legge pagina dopo pagina le avventure e le disavventure ti lu Nanni Orcu e del suo antagonista Gianninu, occupando a lungo e piacevolmente la mia linea telefonica.

Lui, in realtà, non sa che sta diventando complice di una delle follie più istintive del mio repertorio, quella che, tra l’altro, mi riesce meglio: Fuga da Alcatraz.

Per me Alcatraz è una prigione ben più proibitiva di quella descritta dal cinema, è il legaccio che mi tiene lontana dall’oggetto dei miei deliri sognanti: Lecce, la mia gente, la mia libertà.

Lu Nanni Orcu della storia di Alfredo parla il salentino, come pure lu Giuanninu, scaltro rappresentante di un mondo contadino costretto a usare l’intelligenza più raffinata per non soccombere alla forza bruta dei potenti e dei prepotenti. Gianluca scandisce fluido il dialetto che mi ricorda l’infanzia, le fiabe raccontate dalla nonna nei fortunati giorni di febbre lontani dai banchi di scuola. La nonna si sforzava di parlare in italiano, terrorizzata dalle possibili ritorsioni della figlia insegnante, mia madre, ma per istinto naturale, nelle sue storie intercalava meravigliosamente frasi in dialetto italianizzato ad espressioni salentine veraci. Il suo raccontare non era affatto privo di rivisitazioni in chiave personale dei pensieri dei protagonisti né d’interpretazioni onomatopeiche di spari, canti di uccelli, latrati di cani, trotti di cavallo, scricchiolii di porte e sibili di vento.

Che meraviglioso teatro!

Oggi so che tutta la mia fantasia è frutto dei racconti salentini della nonna e di tutta la saggezza fantasiosa del Salento che si racconta.

Quel sabato, quando Gianluca arriva in fondo alla fiaba con un vibrante “…E iddhi vissera felici e ccuntienti e nui nu’ ìppime gnenzi…”, mi accorgo che manca qualcosa d’importante al finale, ovvero la conclusione di ogni storia legata alla mia infanzia: un largo sorriso.

La nonna ‘Sina luccicava sempre di gioia alla fine di ogni suo regalo di fiaba, quasi a voler suggellare l’incanto delle storie che lei raccontava a me dopo averle sentite a sua volta da madre e nonni tanti anni prima.

Ancora trasognata, apro gli occhi distratta dal rombo di un motore pronto a banchettare con una bella striscia d’asfalto: è la mia auto. Mi sorprendo a stringerne il volante senza avere la minima idea del percorso che mi ha portata fin là. Indifferente alla mia confusione, il suv si lecca i baffi al primo rifornimento di gasolio e se la ride ogni volta che investe le mie scuse mentre le attraversano la strada: “Faccio un giretto e torno a casa.” o magari “E’ troppo tardi per andare da qualsiasi parte: se ci avessi pensato prima sarei arrivata almeno fino a Rossano.”

La mia auto, ahimè, mi conosce almeno quanto il mio cuore: supera Rossano, Corigliano, Sibari e si perde nella nebbiolina che esala l’asfalto bagnato.

Sono ormai le quattro del pomeriggio, le gomme divorano la strada battendo in velocità la lancetta dell’orologio e la mia nostalgia. Piove, batto le palpebre nell’illusione di vedere tutto più chiaro, di svegliarmi da questo trans che mi trascina sulla strada della mia vera casa, serpente insidioso che tante volte ho calpestato. Nella mia mente si affollano liste di cose importanti da fare come respirare, trovare un buon parcheggio alla mia complice a quattro ruote e dare il degno finale alla favola te lu Nanni Orcu. Non so se il tempo, storico mio acerrimo amico, quel sabato avesse deciso di stare dalla mia, fatto sta che in poco più di due ore Porta Napoli mi da il benvenuto in nome della sua e della mia città: Lecce. Scendo e tutto intorno a me si ferma: non ho più fretta né urgenza di fare, dire, pensare. Ora è arrivato solo il momento di vivere.

ph Giovanna Falco

Il Teatro Paisiello, illuminato nella sua calma facciata, mi guarda scivolare lungo la strada certo che troverò ciò che sto cercando. L’aria della mia città profuma di casa e di sole anche sotto la pioggia, al buio, e mi inonda dolcemente dell’aria di Piazza Duomo. Nomadi chiedono un obolo per il loro esistere, ma io non ho che un sorriso ed entro decisa nella cattedrale a carezzare gli echi d’incensi e di voci che mi appartengono fin dalla giovinezza. La mia mano accarezza furtiva ogni calda pietra che riveste le mura della città lungo la strada che porta al santo e ai suoi orizzonti di archi, anfiteatro, lupa e Sedile. Mi viene in mente Giovanna che parla dell’effetto del tempo sulla pietra leccese, divoratore che lascia merletti; penso a Michele che torna a Noha, a Paolo che sceglie la sua ultima meta tra la città e il paesino d’origine. Respiro, guardo come se tutto ciò che mi sta dinanzi sia un tesoro di famiglia conosciuto e sempre nuovo. Meraviglia. La mia terra mi entra nelle vene come morfina e sento finalmente il sereno, la memoria della mia vera ragion d’essere. Venti minuti, dice l’orologio. Può anche bastare, è ora che io vada, che io torni da dove sono venuta nell’attesa della mia terra in premio.

La storia te lu Nanni Orcu è salva, penso, ha il suo bel sorriso a conclusione dell’ultimo rigo, ha la benedizione del Salento che l’ha partorita e della nonna che l’ha tramandata, la nonna di tutti, la stessa che ha raccontato le verità di un popolo dentro la magia di una fiaba.

E vissera felici e ccuntienti…” ecco la corona per questa bellissima favola salentina e per la mia giornata di sabato, fine che segna l’inizio di un’auto che parte e di un cuore che resta.

La Terra e un figlio del Sud

di Pino de Luca

“Terra, stramaledetta terra del sud. Dura, secca, avara e amara. Voglio fuggire da queste zolle granitiche al sole e fangose alla prima pioggia, le mie mani e la mia schiena non te li regalo.

Mio padre e mio nonno e il padre di mio nonno te li sei mangiati brutta terra schifosa, li hai ingoiati, secchi di fatica e madidi di sudore.”

“Puoi fuggire quanto vuoi, piccolo umano, correre veloce come il lampo e nasconderti come un insetto stecco. Ma tornerai nel mio grembo, son qui da sempre, da prima di te, di tuo padre e di tuo nonno e del nonno di tuo nonno. Da sempre gravida di domani e divoratrice di ieri. Come puoi pensare che sfregiandomi e insultandomi cambierai l’ordine delle cose, tanti prima di te lo hanno fatto e tanti altri lo faranno, ma io ero e sarò qui il giorno dopo, tomba dei padri e puerpera dei figli.”

“Terra, stramaledetta terra del sud. Sei ingiusta e matrigna con i tuoi figli, prodiga e ridente con alcuni, tirchia e megera con altri. Che colpa hanno i tuoi figli del sud? Forse li hai concepiti controvoglia?”

“Ogni sud ha il suo sud, il mio seno è quello che è, oggi gonfio di latte domani secco e cadente, io non guardo chi è attaccato al capezzolo, se altri allattano prima di te e tu trovi poco nutrimento io non posso farci nulla…”

“Terra, stramaledetta terra del sud. Sei perfida, vuoi farmi litigare con i miei fratelli, ucciderli magari per avere il tuo latte. Genitrice incestuosa e meretrice, seminatrice di zizzania, vigliacca e necrofila…”

“Continui ad insultarmi, a dare a me le tue colpe … Miliardi di figli devo mantenere, e ognuno pensa a sé, vuole qualcosa per sé. Quanti fra voi pensano a me? Quanti fra voi ascoltano la mia sete, quanti mi assordano con il frastuono delle bombe e delle urla? Figli ingrati. Pensate che tutto vi sia dovuto, che nulla tocchi a voi, che una madre vecchia e piena di rughe sia brutta e cattiva. Vi conosco sai? Vi piacciono le mie parti più belle e le volete per voi, solo per voi, sottraendole ai vostri fratelli e cercando anche di toglierle a me. Siete avidi e vili, date a me le vostre responsabilità peggiori e vi assumete solo i meriti, se tali si possono chiamare.”

“Chiamerò i miei fratelli a raccolta e ti perforeremo, ti sventreremo, bruceremo le tue foreste e avveleneremo i tuoi mari, vedrai vecchia puttana come sarai ridotta, vedremo se sarai capace di avere ancora questo atteggiamento spocchioso …”

“Ah, Ah, Ah !!!”

“Ridi ridi vecchia strega …

“Piccoli stupidi umani, state tagliando il ramo su cui siete stati ospitati per millenni. Avete avuto in dono due cose: l’intelligenza e la boria, la prima potrà salvarvi e la seconda uccidervi tutti. Se rinunciate alla prima altri prenderanno il vostro posto, magari i ratti o magari gli scarafaggi. Che sono molto più rispettosi di voi nei miei confronti …”

“E se usiamo l’intelligenza?”

“Il mio grembo sarà prodigo di nuovi figli e il mio seno gonfio di latte per tutti, che io sono Tonda, il Sud e il Nord e l’Est e l’Ovest siete voi che lo avete inventato … Ma dovete usare molta intelligenza che i vostri padri sono stati molto molto stupidi, chiamali i tuoi fratelli e curati delle foreste e della purezza dell’acqua, cura le mie ferite e aiutami ad aiutarti.”

“E i miei insulti?”

“Una madre non serba rancore nemmeno verso il più discolo dei figli, una madre ama e basta …”

“Vorrei farti un regalo, terra del sud, magari un piccolo lago di acqua dolce e fresca, per ingentilire le zolle e far sudare meno chi ha scelto di donarti le mani e la schiena, come mio padre, mio nonno e il nonno di mio nonno, ci proverò modestamente, usando l’intelligenza che mi hai donato, amata madre mia, dura terra del sud.”

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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