Dall’antica Grecia al Salento. Appunti per una storia della tessitura

Tessere

di Maria Grazia Anglano

Donna.

E’ nella donna, il silenzioso mistero, del tempo del creare.

Da sempre trova in lei, la sua casa. E la paziente attesa tesse.

La sua unicità irripetibile.

 

All’apertura del passo, rintocca il telaio. Mentre la navetta scorre, nel varco, degli alterni fili dell’ordito. Gesti rituali, di un improbabile danza, scanditi ritmicamente, nel sonoro vuoto della propria stanza.

E’ antica quasi quanto l’uomo quest’arte e nel tempo è diventata più di una semplice necessità, assumendo sempre più caratteristiche identificative di popoli, cultura, stato sociale e non ultima capacità decorativa e creativa.

La tessitura ha superato secoli, tradizioni e miti, basta pensare all’Odissea, dove Penelope nel “tessere” riaffermava la sua capacità di scegliere, una fiduciosa attesa. Oppure ad Aracne, che della sua abilità, ne fa addirittura un’amara sfida agli dei. Condannata per questo, a tessere per sempre, la sua tela dalla bocca.

Dal mito all’arco della nostra storia, la tessitura ha conosciuto alterni momenti, legati strettamente alle vicissitudini, del periodo storico.

Così come anche per la storia dell’arazzo. Inizialmente aveva caratteristiche grezze e prettamente nomadi, serviva di volta, in volta, ora per separare un ambiente, ora per coprire una finestra ecc.

Finché queste grossolane tessiture non iniziarono ad acquisire delle decorazioni più proprie e ad assurgere a un compito più prettamente

La morte di un lemma, l’agonia di un altro

La morte di un lemma, l’agonia di un altro: la sciuscètta e la šciušcètta.

di Armando Polito

Il titolo non è allegro ma ho più volte sostenuto che le parole sono proprio come noi e, dopo aver per qualche tempo più o meno fedelmente espresso sensazioni, emozioni, sentimenti comportandosi talora nel modo capriccioso, imprevedibile, strano, irrazionale che sovente contraddistingue gli umani, in tempi variabili, come chi le ha create, subiscono prima il declino diventando obsolete e quasi per pietà ancora registrate nei comuni dizionari, poi l’inevitabile scomparsa dall’uso e dalla memoria.

Qualcuno si chiederà perchè non ho inserito questo post nella serie “Gli omofoni del dialetto neretino a fumetti” e qualcuno più attento penserà che l’ho fatto nella speranza di avere qualche lettore in più visto che la serie citata ha riscosso un’attenzione molto, molto blanda1. In realtà i due lemmi che oggi esaminerò non possono essere definiti omofoni anche perché il secondo comporta una pronuncia rafforzata della s (lunga o doppia) del gruppo sc (grafia šc).

Comincerò dal defunto, la sciuscètta (a Nardò era usato pure il diminutivo sciuscèttula): la voce è legata all’arte antichissima della tessitura, che nel Salento è rimasta fino alla metà del secolo scorso relegata al ruolo di industria tessile casalinga2, e, in particolare, indicava la spola, la navetta del telaio.

La voce è dal latino sagìtta(m)=freccia, saetta3 .

Passo ora al moribondo: šciušcètta designa ancora, con notevoli difficoltà di comprensione del suo significato da parte della generazione SMS, lo status della ragazzina battezzanda o cresimanda4 nei confronti del padrino che, secondo il diritto canonico, diviene responsabile dell’educazione cristiana della figlioccia.5 Non a caso, infatti, la voce è dalla locuzione latina fìlia(m) suscèpta(m)=figlia adottata; e suscèpta(m) è participio passato del verbo suscìpere=accogliere, difendere, composto da sub=sotto e càpere=prendere. Suscèptus in latino era il cliente rispetto al suo avvocato e il paziente rispetto al suo medico; mi piace sottolineare il carattere originario protettivo e non subordinante della preposizione (sub), soprattutto alla luce di un recentissimo fatto di cronaca sul quale soltanto adesso intervengo per dire quale devastante degrado ha subito quella preposizione (dal concetto di servizio a quella di prevaricazione), in triste accordo e squallida coerenza con quelle stranezze, di cui parlavo all’inizio, che definire animalesche è offensivo per le cosiddette (da noi umani!) bestie.

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1 Siccome sono un masochista sto per inviare all’amico Marcello le ultime tre puntate della serie; tenuto conto della generosità del nostro mentore, al lettore per sperare di non leggere nemmeno il titolo non rimane che fare esplicita, tempestiva richiesta di non pubblicazione. Non è finita: siccome sono un miserabile, m’illudo di suscitare un fantasma di attesa (emulando in questo i più scadenti, autoreferenziali spot pubblicitari di trasmissioni televisive imminenti) facendo sapere in anteprima che le voci prese in considerazione sono: stuccàre, critàzzu e mùgnulu.

2 Sull’argomento segnalo L’arte della tessitura nel Salento di Antonio Monte e Maria Grazia Presicce, stampato nel 2010 da Nuova Phromos, Città di Castello,per conto di CRACE (Centro Ricerche Ambiente Cultura Economia).

3 Mi piace ricordare che saetta ha la stessa etimologia di sciuscètta; però il neretino, in connessione col significato di fulmine, ha sviluppato saiètta, usato come interiezione e come sinonimo di colpo apoplettico o grave malore improvviso, quasi a non voler confondere il positivo/sacro (il lavoro) col negativo/blasfemo (la malattia/l’imprecazione). Anche la fonologia ha un sentimento!

4 Esiste, naturalmente, anche il maschile šciušcèttu, anche se qui sciuscètta mi ha costretto a considerare centrale il femminile.

5 È amaro constatare come questa funzione protettiva oggi si sia ridotta ad essere una mera partecipazione burocratica e, nella stragrande maggioranza dei casi, ad un narcisistico esibizionismo che ha la sua manifestazione più significativa in un regalo, appariscente e costoso, anche se inutile, al figlioccio, la cui famiglia, dal canto suo, ha già provveduto, in una spirale perversa, a non sfigurare, organizzando una festa laica degna di un faraone. Dopo di che, ognuno per la sua strada…

Ricordi dall’Ariacorte: ‘a Valeria ‘e l’Ancilu

di Rocco Boccadamo

Si mantengono permanentemente verdi, taluni ricordi, anche lontani, succede anzi maggiormente proprio per i lontani, quelli relativi alla prima età, giacché, allora, la memoria recava molto spazio e, perciò, le vicende e i volti vi si sono allocati saldamente e permangono vivi e presenti anche a distanza.

In questi appunti, si rievoca un quartiere del paesello, il mio quartiere, l’Ariacorte, uno dei più antichi e caratteristici angoli del piccolo borgo.

Lì, sono nato e ho vissuto sino a 19 anni.

In fondo, l’Ariacorte, con le sue brevi stradine, i suoi incroci, i suoi angoli, è stata, per la mia persona, una seconda culla, una “naca” secondo il gergo paesano, che, prodigiosamente, abbassava le fiancate man mano che crescevo, aprendomi alla vista orizzonti viepiù ampi.

Mi era cara, l’Ariacorte, mi è stata cara dai primi passi, sino a quando non ho lasciato il paese. Ma, l’amo tuttora, rivedo le sue vestigia, anche se cambiate dal punto di vista degli abitanti, e rivedo me stesso, dei tempi sereni e leggeri che si vivevano con piacere, ancorché si disponesse di poco, un tutt’uno di comunità, di sparuto insieme, dai vecchi ai giovanissimi, ai neonati, ci si conosceva indistintamente, ognuno sapeva, degli altri, confidenze, piaceri e dispiaceri, notizie buone e meno buone.

A distanza di molti decenni dalle mie prime esperienze, dell’Ariacorte, mi sovvengono fra le altre, in maniera particolare, due figure, alle quali mi è venuto spontaneo, in quest’occasione, di dedicare il titolo delle note, una coppia di coniugi, Valeria e Angelo.

Mi ricordo dei suddetti, marito e moglie, che ancora versavano in età media, sui quaranta o cinquanta, mentre io sgambettavo con il mio brio, la mia intraprendenza, il non stare fermo un attimo, girare ovunque, infilarsi normalmente anche nelle case dei vicini, il che non era difficile, per il semplice motivo che le porte erano lasciate aperte, vigendo l’abitudine di considerarsi, nel gruppo di strade del rione, semplicemente una famiglia allargata.

Valeria e Angelo, figure unite e affiatate, non avevano avuto la gioia di vedere la loro casa allietata e confortata da prole, vivevano soli: però, penso di poter dire, pur con i limiti dei ricordi di bambino e di ragazzo, che, tutto sommato, si facevano buona compagnia, intensamente, a vicenda.

Marittima

Valeria aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare  tante cose.

Grazie alla sua abilità, alla sua iniziativa e al suo impegno, era riuscita a emergere in seno alla comunità, arrivando, dopo aver fatto la normale trafila da operaia per lunghi anni, al ruolo di maestra, di “mescia”, del magazzino, ossia a dire di una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello.

Un compito di responsabilità e, soprattutto, di capacità di coordinare, di ascoltare, le 60 o 70 operaie paesane, amiche e magari parenti, che lavoravano in quell’opificio: era lei a guidarle, ne controllava il lavoro, le seguiva, però senza supponenza, davvero una buona “mescia” di magazzino, Valeria.

Questo faceva a tempo pieno per 3 – 4 mesi all’anno, praticamente da novembre a marzo, nei restanti periodi, solitamente, accompagnava il marito Angelo in campagna, aiutandolo a coltivare le loro piccole proprietà o a raccogliere qualche frutto, ma soprattutto ella, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano.

Sicché, nel locale a piano terra della sua abitazione, aveva sistemato un antico, semplice ma efficace telaio in legno, di legno duro, di quello buono che dura a lungo, “ strumento” che, talvolta, passava di generazione in generazione, magari a quello stesso telaio avevano lavorato la mamma e la nonna di Valeria.

A un certo punto era pervenuto a lei, ponendosi non come comune mezzo di lavoro, bensì a guisa d’attrezzatura prodigiosa, attraverso la quale ella tirava fuori la sua capacità di artigiana, o meglio, d’artista tessitrice.

Sì, anche su questo fronte, era una maestra, Valeria, non una semplice tessitrice.

Di comuni operatrici, n’esistevano in ogni famiglia, era abitudine che ciascun nucleo, appunto, avesse in casa un telaio, mediante il quale, con ore e ore di paziente lavoro, si predisponevano i tessuti da utilizzare per il confezionamento dei corredi delle figlie femmine.

Valeria aveva imparato e fatto esperienza già in casa dei suoi genitori prima di sposarsi, successivamente s’era messa a lavorare, a tessere, per conto delle altre famiglie, la sua attività non era un lavoro incentrato sui tessuti che poi sarebbero stati utilizzati per il grosso, l’ordinario del corredo, bensì un lavoro fine, si dedicava a realizzare eleganti coperte, o copriletti, o tovaglie di pregio, talora in materie prime particolarmente delicate, come  lino o seta,  articoli davvero di  altissima qualità che oggi, basta osservare in una vetrina dei negozi di lusso capi magari neppure  realizzati manualmente o artigianalmente, segnerebbero prezzi di vendita considerevoli.

Durante i pomeriggi e/o le giornate intere nel locale terraneo di fronte al telaio, Valeria vedeva passare innumerevoli famiglie, generazioni di ragazze e giovani che si rivolgevano a lei per l’approntamento di manufatti di particolare pregio, gli ultimi, i migliori, che avrebbero fatto fare bella figura ai fini del “giudizio” dei compaesani, parenti e familiari sulla qualità del corredo.

Già, corredo. Una parola che, al paese, era pronunciata quasi mai, allora si parlava di “dota”, con la a finale, a volersi riferire a tutti i capi di biancheria o di arredamento per la casa degli sposi, della camera da letto o dei tavoli da pranzo, che avrebbero composto il corredo che la donna portava, giustappunto, in dote.

L’arte della tessitura praticata da Valeria era ineguagliabile, ella era, forse, l’unica o la più brava del paese, per cui aveva sempre una clientela in coda e, talvolta, a chi si presentava, doveva dire “ guarda che avrai da aspettare un bel po’ di tempo”, ma non v’era chi non fosse paziente ad attendere il proprio turno, tanto era ambìto il poter dire “io ho quattro, cinque elementi del mio corredo realizzati da Valeria”.

Da parte sua, il marito Angelo passava prevalentemente il suo tempo in campagna, faceva il contadino in via permanente, da giovane s’era saltuariamente spostato fuori del paese, per attendere al lavoro nei frantoi oleari o della vendemmia e della vinificazione dei grappoli, soprattutto nel Brindisino.

Due persone fatte l’una per l’altra, sconosciuta una parola a tono elevato, o una discussione, vuoi fra loro e tanto meno nei rapporti con i compaesani.

Molto devote, non mancavano mai alle novene, alle funzioni dei periodi prossimi alle grandi festività, per l’appunto, religiose.

Sia Angelo, sia Valeria, erano benvoluti da chicchessia, anche da noi ragazzini, che, nonostante le nostre intemperanze, ci “sforzavamo”, in fondo, di sopperire, nei loro confronti, alla mancanza diretta di prole.

Sovente, abitando ad appena venti – trenta metri di distanza, mi recavo e trascorrevo ore nel locale di Valeria. In qualche occasione, l’aiutavo nei lavori preparatori a quella che sarebbe stata la sua opera di tessitura, piccole fasi, ognuna con la sua importanza nel processo d’insieme.

Dei filati, realizzati mediante la paziente filatura, in casa, con il fuso, della relativa materia prima di produzione familiare, o acquistati sottoforma di balle dal commerciante ambulante Pasqualino Distante, che girava fra i paesi con il suo calesse e la trombetta d’ottone per richiamare e attirare i clienti, una delle prime cose che si faceva era di trasformarli in matasse, in grandi matasse, attraverso un arnese o attrezzo chiamato “macinula”.

A seguire, da dette matasse, con una lunga asta metallica detta “cusifierru” – recante in alto una circonferenza e in basso una punta sottile – che si faceva ruotare su una base in legno massiccio d’ulivo, durissimo, con una o due piccole incavature, base detta misula, infilando, attraverso la punta sottile, coni di canna già appositamente predisposti, denominati canneddri e canneddre, con la rotazione a forza di mani e di braccia del cusifierru poggiato sulla misula e partendo dal capo della matassa, si realizzavano innumerevoli, centinaia o migliaia di cilindretti di filato avvolto.

A tale lavoro di incannulatura, s’aggiungeva quindi un altro stadio denominato di orditura, nel senso che si formavano lunghissimi segmenti di filato, successivamente raccolti a guisa di salsicce: dopo di che, partiva il lavoro al telaio di Valeria. La quale, attraverso determinate sezioni dell’attrezzatura chiamate” lizzi”, ordinava detti filati continui a seconda del tipo di tessuto e del capo da realizzare.

La tessitura vera e propria consisteva nell’intercalare, a questi segmenti tesi lungo le varie parti del telaio e assicurati, nella loro consistenza iniziale d’avvio processo, a una sorta d’asse cilindrico posto all’estremità posteriore del telaio stesso, altri filati. A tal fine, si faceva andare avanti e indietro, da destra a sinistra o viceversa, una piccola barchetta di legno detta spoletta, all’interno della quale si sistemavano i ricordati canneddri o canneddre, azionando contemporaneamente una pedaliera per ottenere i giusti movimenti per l’intreccio, ricavando così il panno di tessuto vero e proprio o finale.

Questo, il lavoro di massima di una tessitrice,

Nel caso di Valeria, merita di sottolinearlo, intervenivano, però, tecniche ben più fini, che presupponevano, ovviamente, tempi maggiori e mutevoli a seconda della complessità, delle dimensioni e del pregio del capo realizzando, con lavoro di forbicine, di piccole cuciture, di sistemazione di fili, di disegni di trame sul tessuto, un processo che, al termine, dava luogo a vere e proprie opere d’arte.

Valeria e Angelo, due personaggi dell’Ariacorte che, pur non essendo gli unici, rammento con maggior piacere e intensità di sentimento.

Non avendo figli, la loro casa, compreso il locale occupato dal telaio, è pervenuta a diversi eredi nipoti, i quali, come spesso accade in situazioni di beni indivisi, non l’hanno utilizzata direttamente, sicché, a distanza d’anni, l’immobile ha finito con l’essere venduto a terzi, è arrivata gente di fuori, turisti che ormai rappresentano una componente indicativa della popolazione del paesello.

E’ vero, i nuovi proprietari sono presenti solo nei tre mesi estivi, salvo qualche breve puntata nel resto dell’anno, nondimeno, quando capita di scoprire quell’uscio socchiuso o si nota qualcuno che entra o esce, anche se sono mutate le facce, le fogge e il modo di muoversi, sembra di vedere gli abitanti di un rosario di stagioni fa, ovvero Valeria e Angelo.

Una misteriosa parola composta: Ariacorte

L’ARIACORTE E’ CAMBIATA,

UN MARITTIMESE A MILANO, INVECE, NO

di Rocco Boccadamo

Nel caso di cui si tratta, “Ariacorte” non è una misteriosa parola composta, slogan o sigla di chissà che, ma, semplicemente, l’antica denominazione di un rione, piccola isola situata nella periferia di un altrettanto piccolo paese del sud Salento, delimitato e costituito da appena cinque viuzze: Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Pier Capponi, Isonzo e Piave.

Riandando con la mente a circa sessanta anni addietro, un fazzoletto costellato di case generalmente al livello della strada, salvo poche elevate sino al primo piano, con sottostanti locali adibiti a rimessaggio del traino o a laboratorio di tessitura a mano o a deposito di attrezzi agricoli. Dimore modeste, eppure smaglianti nel loro biancheggiare da latte di calce, soprattutto nido e culla per 35 nuclei familiari, con più di 150 componenti.

Popolo di età eterogenee, da ottuagenari e oltre a neonati e pargoli. Senza retorica, 35 famiglie dal punto di vista della mera numerazione anagrafica, in realtà, nel quotidiano divenire delle azioni e cose, alla luce dei vincoli di amicizia spontanea e disinteressata, di fraternità e di solidarietà, un solo, grande desco allargato.

E, così, a più di mezzo secolo di distanza, quali e quanti, per lo scrivente, i ricordi, ancora vivissimi, di quei volti, di quelle voci, delle lunghe e straordinarie stagioni, giorni e notti, snodatesi e trascorse indifferentemente dentro o all’esterno di quegli usci, porte prive di campanello o di nome, naturalmente dischiuse. La sensazione è di seguitare ad avvertire, saper distinguere e riconoscere i passi di ciascuno, compreso il ticchettio, sullo sterrato, di qualche bastone d’ulivo che accompagnava i più vecchi.

Il rione Ariacorte, nella toponomastica della minuscola località urbana e secondo la tradizione della moltitudine, c’è, sopravvive anche nel presente terzo millennio, e però, senza bisogno di aggiungere altro per porre in risalto la differenza, ora non ha più anima.

E’ vero, residuano 9 delle richiamate 35 famiglie, tuttavia si tratta di termini sparuti, in totale 10 persone, si è praticamente esaurita la continuità e la permanenza dei nuclei originari, circa l’80% delle stesse case è passato di mano, divenuto proprietà di turisti arrivati da fuori. Tanti soggetti nuovi, per la verità tranquilli, quieti e silenti, con prevalenza di giovani, aggraziate ed eleganti donne, le quali soggiornano e si ritemprano da sole oppure con compagno o barboncino a fianco.

Se l’Ariacorte, insomma, pullula di visi e figure nuove e, ad ogni modo, ormai non contiene alcunché della sua essenza pregnante di ieri, v’è, invece, nel medesimo paese, qualche singola sfaccettatura, che non muta, dà anzi l’impressione di travalicare il tempo.

Peppino F, classe 1932, se n’è partito da qui ventenne, dal 1955 vive e risiede nel capoluogo lombardo e, dunque, ha pienamente maturato la cittadinanza e il titolo di milanese. Ciononostante, mai che abbia saltato, d’estate, la vacanza nel borgo d’origine, a dirla con precisione, ora che è in pensione, vi si ferma un paio di mesi.

Ecco, difatti, Peppino, che tutti i giorni, intorno alle sette del mattino, in sella al suo motorino zainetto in spalla, si reca all’Acquaviva per “prendere” il bagno e, verso le 9.30, è già di ritorno a casa.

Inframmezzando l’arco della giornata con contatti e chiacchiere con amici compaesani, nel pomeriggio è poi solito portarsi nel boschetto delle querce della vicina Castro oppure al belvedere lungo la strada per l’Arenosa per qualche parentesi di tranquilla lettura.

Un esempio di bella semplicità di vita, non si è d’accordo?

Se è permesso, si vorrebbe, concludere accennando che in Via Piave, rione Ariacorte, qualche tempo fa, nasceva l’autore delle presenti righe.

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