Arte del costruire e riutilizzo presso il popolo salentino

Venerdì 16 marzo, alle ore 18.30, presso la libreria “I Volatori” a Nardò, si presenterà il volume di Mario Colomba: Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900, già sommariamente presentato

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni

Mario Colomba Copertina

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo uno dei capitoli del libro

L’ambiente di lavoro

di Mario Colomba

Sotto l’aspetto strettamente meccanico, in tutte le attività produttive, vi era un continuo confronto tra la forza di gravità e la forza fisica generata dall’uomo o dagli animali. L’unico aiuto tecnologico era rappresentato dall’uso delle sole macchine semplici conosciute da tempi immemorabili: la leva, la carrucola, il verricello ed il piano inclinato.

Nell’ambiente di lavoro, le varie attività erano regolate dall’esercizio della forza fisica dell’uomo, sapientemente sfruttata, senza superare i limiti delle facoltà fisiche individuali, in equilibrio con l’ambiente naturale e sociale, in una parola con il contesto.

Ma vediamo com’era questo ambiente di lavoro.

Operando una sorta di retrospettiva, il primo aspetto che viene spontaneo osservare è il perfetto equilibrio tra le varie attività umane e l’ambiente naturale.

Una prova di questo equilibrio era, per esempio, la pressoché assenza di rifiuti. Principalmente, si evitavano gli sprechi nell’impiego di tutte le risorse disponibili, come peraltro avveniva nell’ambiente familiare anche per le risorse alimentari. I consumi erano contenuti all’indispensabile. Tutto o quasi veniva riutilizzato: in agricoltura, gli scarti vegetali e i prodotti di risulta delle potature e della rimonda come combustibile, le deiezioni degli animali (e non solo), come concime; si utilizzavano come matite per i muratori gli elettrodi di grafite dell’arco voltaico consumati, che venivano scartati dalle cabine di proiezione dei cinematografi; nell’edilizia, i conci di tufo (cuzzetti) provenienti da demolizioni venivano recuperati, i detriti tufacei ed i conci frantumati venivano impiegati per i riempimenti e per i nuclei delle murature a due teste (muraglie); anche i fabbricati semidiroccati da eventi sismici, nella ricostruzione, non venivano rasi completamente al suolo (come si userebbe oggi con l’uso di mezzi meccanici) ma si conservavano anche i brandelli di murature ancora perfettamente integre, previa rimozione anche di capitelli o pezzi scorniciati se sgrugnati, che venivano sbrigativamente rottamati nella convinzione di essere in grado di riprodurli integralmente ex novo con le stesse ed anche migliori caratteristiche di qualità.

In una sorta di economia circolare ante litteram si tendeva al riuso di tutti i materiali. C’è stato un periodo negli anni ’50, all’inizio dello sviluppo del cemento armato, in cui si raddrizzavano i chiodi usati dai carpentieri per riutilizzarli. Naturalmente, ciò dipendeva anche dal basso costo della mano d’opera rispetto a quello dei materiali.

cantiere Mario Colomba

Spesso, in fase costruttiva, si decideva la dimensione di un vano- porta o vano-finestra in base a quella di un infisso recuperato.

Nel reimpiego di materiali e nella tendenza al risparmio dominava l’arte di arrangiarsi da cui era profondamente caratterizzata la vita quotidiana.

Un esempio particolarmente evidente del diverso rapporto con le risorse ambientali è costituito dalla gestione delle canne.

Prima che si affermassero i nuovi prodotti utilizzati in edilizia per strutture leggere di separazione o di coibentazione, il materiale più usato era l’incannicciato, sia per strutture leggere di contropareti o di divisione che per coibentazione, come nel caso dei tetti. In tal modo e con il loro impiego in agricoltura per la realizzazione di “cannizzi”, utilizzati per deporvi generi alimentari da essiccare al sole o per la fabbricazione delle scope, le canne, che crescevano naturalmente lungo i corsi d’acqua ed i canali di scolo dei campi, venivano periodicamente tagliate ed utilizzate. Ora, invece, bisogna procedere continuamente al taglio ed alla distruzione di queste piante, che vengono ritenute infestanti e che, in mancanza di interventi continui di rimozione, contribuiscono in maniera significativa a contrastare il naturale deflusso delle acque nei canali di scolo dei campi, esaltando quei fenomeni alluvionali ed inondazioni cui il nostro territorio è periodicamente soggetto.

Influiva nelle scelte dei materiali da costruzione anche un altro fattore: quello dei trasporti.

Il prevalente mezzo di trasporto per la movimentazione di merci e materiali era il carro a due ruote trainato da un cavallo o due (valenzino). La velocità di percorrenza del cavallo al passo, era di circa 5 km/h e perciò si utilizzavano normalmente materiali o merci provenienti da siti di riferimento raggiungibili in una o due ore (quelli che definiremmo oggi a km zero), salvo casi particolari. Per evitare perdite di tempo ed il costo del trasporto, a volte, si preferiva interrare sul posto materiali considerati di scarto.

 

A tal proposito mi piace ricordare un evento di cui sono stato testimone in occasione dei lavori di ristrutturazione del Seminario vescovile (quello antico, ubicato in piazza Pio XI , di fronte alla basilica cattedrale).

L’attuale atrio interno circondato dal quadriportico era un piazzale in terra battuta, caratterizzato dalla presenza di qualche albero di mandarino, dal quale si accedeva ai locali interni di piano terra (cappella, refettorio, ecc.) ed a quelli di primo piano attraverso una scala scoperta, a staffa di cavallo, costituita da due rampe curve convergenti al primo pianerottolo scoperto sul cui parapetto era eretta la statua di S. Filippo Neri.

Nel corso dei lavori di ristrutturazione, poiché la scala andava demolita e la statua andava rimossa, per evitare onerosi costi di trasporto, i gradini monolitici, in pietra di Trani o Apricena, finemente bocciardati, vennero riutilizzati sul posto per la costruzione del marciapiede esterno sulla facciata prospiciente piazza PIO XI e la statua di S. Filippo Neri venne letteralmente precipitata (nell’operazione si staccò la testa) e affossata in una buca capiente, scavata al piede del parapetto su cui era collocata in precedenza.

Prima dell’affermarsi dell’uso delle macchine termiche ed elettriche, ogni attività umana era orientata al superamento delle forze della natura (principalmente la forza di gravità) e così, nel corso dei secoli, non era mancato il ricorso a geniali innovazioni tecnologiche che, dall’invenzione della ruota, avevano caratterizzato l’impegno delle intelligenze a creare dispositivi ed utensili per contenere gli sforzi fisici e rendere possibile ciò che naturalmente non lo era.

Antichi sistemi di copertura per le abitazioni salentine

Nardò nel 1732

di Fabrizio Suppressa

 

I motivi di una così diffusa tecnica di copertura sono da ricercarsi esclusivamente nell’esiguo costo dei materiali impiegati, rispetto alle ben più costose e complesse volte in muratura; ma ciò non significava affatto che tale tecnica sia stata in passato appannaggio delle architetture più semplici e povere. Sovente, anche i palazzi nobiliari possedevano all’ultimo piano tali coperture, anche se mascherate da alti frontoni, come ad esempio Palazzo Castriota a Melpignano, Palazzo Rescio a Copertino o tanti altri esempi, riconoscibili ai giorni nostri per l’ultimo piano a “cielo aperto”.

Anche la campagna non era da meno; nel libro dei conti della masseria S. Chiara in agro di Nardò, leggiamo infatti che nel 1684 si ebbe modo di rifare l’acconcio delle capanne, e per tale scopo venne chiamato un mastro dalla vicina città di Veglie[1]. Le capanne, ovvero gli elementi pertinenziali, quali abitazioni e magazzini, non erano i soli elementi realizzati con tali semplici tecniche costruttive. In alcuni casi, anche la torre, l’elemento fortificato al centro di ogni complesso masserizio, possedeva alla sua sommità due falde inclinate, anche se ciò comprometteva un’abile manovra di difesa piombante. Per rimanere in ambito neretino, questo è il caso della masseria Nucci; dove purtroppo dobbiamo constatare l’introduzione durante i lavori di ristrutturazione di tegole non appartenenti alla nostra tradizione costruttiva, stese al di sopra di una vistosa soletta in cemento armato su di una torre del XV sec. Un ultimo esempio è una particolare architettura spontanea nata dalla fusione degli elementi tipici di città e campagna: la caseddhra. Una costruzione a secco a pianta rettangolare con una stretta somiglianza all’immagine dei nostri trulli, ma al contrario di questi ultimi, non coperta da una falsa cupola bensì da un tetto formato da una rustica struttura di legno, canne e tegole.

caseddhra
Caseddhra (dis. F. Suppressa)

 

Le caratteristiche di deperibilità e fragilità dei materiali impiegati erano tali che ciclicamente si doveva provvedere allo smontaggio e alla ricostruzione del tetto. E’ difficile quindi trovare ai giorni nostri opere che abbiano più di cento anni. Forse l’unica eccezione è racchiusa all’interno delle mura del Santuario di San Giuseppe da Copertino; la costruzione eretta dal maestro Adriano Preite nel 1754 conserva intatta l’umile stalletta dove nel 1603 il Santo venne alla luce.

La tecnologia, come già detto, era semplice e rapida. Un sistema di travi di legno chiamati murali poggiante sulle esili pareti di tufo, ospitava in senso ortogonale un assito di tavole su cui gravitava il manto di tegole. Solitamente a causa del costo più elevato, si ricorreva ad un “surrogato” delle tavole di legno, ovvero un cannizzo su cui veniva posta della malta (mista a paglia o pula di grano) per uno spessore di circa cinque centimetri. Nonostante la tecnica era ad uso di ambienti più umili, la copertura incannucciata garantiva un apprezzabile isolamento termico (le canne palustri e la malta mischiata con paglia, sono infatti materiali sostenibili impiegati oggi nella bioedilizia). In caso di ampia superficie da coprire, la struttura lignea diveniva molto più elaborata, l’Arditi nel suo “L’Architetto in Famiglia”, edito a Matino nel 1894, ci ricorda le varie parti dell’intelaiatura, che a seconda della funzione prendono il nome dialettale di monaco, braccia, razze, asinello e panconcelli.

Copertura Incannucciata
Copertura incannucciata, masseria Sarparea de’ Pandi (ph. F. Suppressa)

 

Altrettanto curioso è il termine dialettale usato per indicare la tegola, ovvero l’imbrice (irmice o ‘mbrice in alcune varianti). L’assonanza ricorda la parola embrice, tegola piatta diffusa nell’area tirrenica nella tradizionale copertura alla romana, eppure la nostra tegola dalla forma concava corrisponde alla parola italiana coppo. In soccorso interviene il Marciano (anch’egli abitava in una casa con tetto a capanna), che nel capitolo del suo libro dedicato al regno minerale ci scrive quanto segue:

“Si trova anche in questa Provincia la Rubrica Sinopia eccellentissima, e la fabbrile dell’una e dell’altra specie in abbondanza, e l’argilla, ovvero creta bianca, della quale si lavorano e fanno i tetti per coprire le case, che il volgo chiama imbrici, imitando l’etimologia ed il nome latino Imbrices, ab imbrium defensione, (..)”[2].

Tali laterizi venivano realizzati in centri urbani specializzati nelle produzioni ceramiche, come Cutrofiano, Grottaglie, Lucugnano e San Pietro in Lama; non a caso, quest’ultima località era conosciuta in passato anche con il nome di San Pietro degli èmbrici[

A fine Ottocento, con l’aumento dell’attività estrattiva dei materiali edilizi e il perfezionamento delle tecniche costruttiva inizia la rapida scomparsa dallo scenario urbano di questo tipo di copertura. Il cocciopesto, un impasto di malta e cocci finemente triturati, utilizzato per secoli per impermeabilizzare i terrazzi di edifici di notevole importanza, viene rapidamente sostituito dalla tecnica del lastrico composto da chianche in pietra di Cursi e cemento; tuttora abilità fiore all’occhiello delle maestranze salentine.


[1] Antonio Costantini, Le masserie fortificate del Salento meridionale, Galatina, 1984, p. 74

[2] Spero in una conferma Prof. Polito!

 

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