Taranto, che facciamo: rimuoviamo quella ringhiera?

di Armando Polito

(immagine tratta da https://www.facebook.com/160644517282600/photos/a.574743302539384.145448.160644517282600/575052732508441/?type=3&theater)

Il fenomeno della damnatio memoriae (per chi non conosce il latino, alla lettera: condanna della memoria) è antico e, secondo me, rappresenta un esempio tra i più significativi dell’intolleranza, dell’ignoranza  e della stupidità umane.

Intolleranza perché non è corretto pretendere di avere il diritto di cancellare con la distruzione fisica una memoria che non corrisponde al nostro sentire e intorno alla quale sarebbe meglio, a mio avviso, discutere, analizzando il messaggio scaturente da un manufatto, sia esso un’epigrafe celebrativa che una fabbrica piccola o grande. Ignoranza perché solo un ignorante può credere di avere il diritto autolesionistico di privare le generazioni successive, lo si voglia capire o no,  di un pezzo di storia, che non vive solo di pagine scritte ma, direi soprattutto, di elementi concreti, fisici. Stupidità perché, per quanto si possa essere ignoranti, solo un imbecille può perorare simili operazioni.

Così ogni tanto qualcuno a corto di argomenti ma in cerca di pubblicità prevalentemente politica avanza la demenziale proposta di eliminare tutto ciò che richiama alla memoria e all’intelligenza, perché certi crimini non si ripetano, il regime fascista (ma, sia ben chiaro, il discorso per me vale per qualsiasi potere, qualsiasi colore esso abbia) . Certe volte la geniale proposta non viene nemmeno partorita, anche perché il potere da sempre vede prevalentemente le cose eclatanti (quelle che, secondo lui, tutti capiscono, tanto per intenderci …) ma non si accorge di ciò che è più discreto e, in fondo, più suggestivo per le sue fini allusioni piuttosto che per le sue rozze affermazioni sbattute in faccia, magari senza neppure un minimo di senso estetico.

Come molti sapranno, il lungomare a Taranto venne inaugurato l’11 agosto 1931. Bellissima realizzazione e bellissima anche la ringhiera di Corso due mari prospiciente il Castello Aragonese, dove al centro di ogni sezione si ripete la composizione della foto di testa (in quella che segue, tratta ed adattata da Google Maps, la freccia indica il primo dettaglio della serie).

Chissà quanti, passandoci innumerevoli volte, avranno colto quel dettaglio (come ha fatto l’autore della foto inserita nel profilo di  Facebook prima riportato) e quanti si saranno posto il problema del suo simbolismo. A beneficio di tutti (eccetto coloro che lo sapevano da tempo o l’hanno appreso da poco), me compreso, anche perché ignoravo l’esistenza del manufatto, ho pensato di stilare queste poche note, ripetendo, passo passo il cammino fatto prima di giungere alla loro stesura.

Il dettaglio mi ha immediatamente riportato alla memoria la marca tipografica di Aldo Manuzio (1449/1452-1515) adottata successivamente, tal quale, dal figlio Paolo.

L’elemento in comune, l’ancora, vede attorto sul suo fusto il delfino, quella di Taranto una gomena; nella prima rappresentazione, dunque, un oggetto ed un essere animato (per chi volesse sapere di più sul delfino  e sui suoi rapporti con la Terra d’Otranto: http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/), nella seconda due oggetti.

Mentre nella marca di Manuzio gli ingredienti marinareschi finiscono qui, un altro si aggiunge nel dettaglio di Taranto: un pentacolo (una stella a cinque punte inscritta in un cerchio). La stella a cinque punte è un simbolo esoterico antichissimo, già noto a Sumeri ed Egizi. Una stella a cinque punte è pure la cosiddetta (perché, in realtà, la stella, astronomicamente, non esiste) stella di Venere,  giacché l’omonimo pianeta chiude la sua orbita  in otto anni compiendo un percorso che ricalca il contorno di una stella a cinque punte. Una stella bianca a cinque punte, la Stella d’Italia, popolarmente detta Stellone, sovrasta lo scudo dei Savoia nello stemma del Regno d’Italia dal 1870 al 1890 e, adottato ininterrottamente nel periodo successivo,  continua ad essere il simbolo dell’Italia repubblicana.

(immagini tratte da https://it.wikipedia.org/wiki/Stella_d%27Italia)

L’immagine allegorica dell’Italia più antica che io conosca è in un sesterzio (ma anche in un denario dello stesso anno) di Antonino Pio (138-161) recante al dritto la testa laureata dell’imperatore volta a destra con legenda  ANTONINUS AUG(USTUS) PI US P(ATER)P(ATRIAE) TR(IBUNICIA) P(OTESTATECO(N)S(UL) III (Antonino Augusto Pio,  padre della patria, con potere di tribuno console per la terza volta1), al verso l’Italia turrita, seduta su un globo, che regge la cornucopia con la destra e lo scettro con la sinistra, con legenda S(ENATUS) C(ONSULTU)2 e nell’esergo ITALIA.

(immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/)

Tornando alla stella, appare curioso il fatto che  essa, associata all’Italia turrita,  presenta non cinque ma sei punte in  Cesare Ripa, Iconologia, Fary, Roma, 1603, p. 247.

Gli ingredienti indiscutibilmente marinareschi dell’ornamento tarantino si fermano qui , ma come tralasciare la vaga (mancano le impugnature) evocazione della ruota di un timone suggerita dalla coppia stella/cerchio? La sola stella, poi, fa prima andare il pensiero alla rosa dei venti o stella dei venti (anche se quest’ultima ha quattro punte nella forma più semplice, otto in quella più completa) e poi lo fa tornare alla stella di Venere ed alla leggenda inventata da Stesicoro (probabilmente VII-VI secolo a. C.) e lasciataci in un frammento della sua Presa di Troia in un papiro di recente ritrovamento, secondo la quale proprio Venere avrebbe guidato con l’astro che porta il suo nome il figlio Enea nel suo viaggio da Troia verso l’Italia. La stessa Venere non era  nata dalla spuma del mare? E, infine, è casuale il fatto che la coppia ancora/cerchio ricalchi, soltanto togliendo all’ancora la parte superiore del fusto, il simbolo di Venere che già presente nell’antichità greca e romana, continua ai nostri giorni  nel simbolo del sesso femminile?

C’è un sistema infallibile per impedire di porsi domande di questo tipo  e precludere per sempre una risposta, sia pur dubitativa: basta rispondere con un idiota e criminale sì alla domanda che nel titolo ho posto al popolo che è sovrano (0 no?). Il fatto che l’attuale amministrazione è di sinistra (o no?) è assolutamente casuale e non è detto a priori che tra i militanti o simpatizzanti, come tra gli elettori,  di un qualsiasi partito ci siano solo imbecilli

Attenzione, però: dopo la rimozione è doveroso, in omaggio all’altrui ed alla propria acclarata idiozia, recuperare quel lucchetto liberandolo dall’intrusione di quella oscena gomena stupratrice e dargli onorevole sepoltura, volevo dire  sistemazione …

 

Ahi, ahi, in che grossolana contraddizione sono incappato! Prima esalto Venere dea dell’amore con i suoi annessi e connessi e poi me la prendo (che vigliacco!) con un inerme mocciano lucchetto …

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1 Era stato console la prima volta nel 120 ed in quell’occasione aveva rifiutato il titolo di Pater patriae (padre della patria), per accettarlo, invece, con il secondo consolato nel  139, col terzo nel 140 e col quarto nel 145. La moneta, dunque risale al 140.

2 SENATUS CONSULTU=(emesso) per decisione del senato.

 

Fra chiacchiere e sanguinaccio, I dolci tipici del Carnevale tarantino

chiacchiere carnevale

 

di Angelo Diofano

Carnevale è nel pieno dei festeggiamenti, anche se, in verità, non è che sia rimasta tanta voglia di “pazziare”. Una festa più per i bambini, occasione per sfoggiare un bel costumino nei veglioni loro dedicati oppure nei vicini corsi mascherati di Massafra o Putignano. Con il rimpianto, per i più grandi, rivolto ai grandi appuntamenti che un tempo, ormai lontano, si tenevano nei saloni de “La Sem” (il popolare Gran Caffè di via D’Aquino angolo via Giovinazzi, dove ora malinconicamente agisce una banca), al Circolo Ufficiali o al “Gambero”.

Resistono nella tradizione i dolci tipici di questo periodo. Fra questi non si può non citare il sanguinaccio, nella cui preparazione la pasticceria “Principe”, al Borgo, sfoggiava (e lo fa ancora) il meglio di sé. Che ghiottoneria quella bella crema densa, dolcissima, talvolta impreziosita da canditi, venduta in bicchierini di plastica. Un tempo il cioccolato, ingrediente base del dolce, veniva mescolato a sangue di maiale fresco di macellazione, che conferiva un inconfondibile gusto acidulo e che rendeva particolare la specialità. Ora se ne fa a meno, a causa di provvedimenti in materia di igiene emanati negli anni Novanta. Peccato, infatti non risulta che in passato quell’ingrediente abbia fatto male a qualcuno. E del sanguinaccio tipico, così, è rimasto soltanto il nome.

Un po’ in disuso i confetti ricci, che nelle feste in maschera venivano distribuiti a manciate fra i bambini. Continuano ad andare bene le chiacchiere, in altre regioni dette cenci, straccetti, frappe o frappe. Si tratta di dolci molto friabili, a base di impasto di farina, con i bordi frastagliati. La cottura avviene tradizionalmente mediante frittura; alcuni le preferiscono al forno: saranno più leggere ma non è la stessa cosa. Ah, si dimenticava la spruzzatina con lo zucchero vanigliato, ma senza esagerare onde evitare imbiancature alle “mise”. In ogni caso il danno è lieve: un colpo di mano e tutto si rimette a posto.

C’è, ancora, chi si misura con la preparazione del calzone alla tarantina, nel cui ripieno il gusto del ragù s’incontro con quello dolce della ricotta. Una prelibatezza che, in versione maxi (e anche midi, se vogliamo), basta per un intero pranzo. E poi, fra un ballo e l’altro, per concludere il cenone di martedì grasso, come dice Claudio De Cuia nella poesia “L’ùlteme spijùle de carnevale”: …”p’u dolce, a scelta vostre/ cumbijtte ricce cu bbabbà e amarètte/ e cu nò sia culostre,/ ‘nu bicchierine ràse d’anesètte”,/ miènze cafèje e ‘nguarche bucchenotte/ cu tire ‘nnande ‘nzigne a menzanotte,/ ca ‘a Senza-Nase fra ‘nu pare d’ore/ da o’ Cambanòne me sòne ‘a Foròre”.

L’indomani, Mercoledì delle Ceneri, inizierà la Quaresima, con tutte le sue privazioni. E la carne dovrà essere sostituita dalla verdura, come d’altronde dice un popolare proverbio tarantino “Carnevale mije cu le dogghie, osce maccarrùne e crèje fogghie”.

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (6/6): TARANTO

di Armando Polito

op de ruïnes van het Fort Sarazin bij Tarente (Vista sulle rovine del Forte Saraceno)

Nieuwe vestingsgracht van de vestingwerken in Tarente (Nuovo fossato  della vecchia fortezza a Taranto)

Gezicht op aquaduct en de stad Tarente (Vista sull’acquedotto nella città di Taranto)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

 

22 novembre. Santa Cecilia e le pèttule a Taranto

 

Piccoli e semplici gesti… grandi  e genuini ricordi… ed è festa!

Le pèttuli, il sapore della mia terra

 

di Daniela Lucaselli

Il 22 novembre ricorre, nell’anno liturgico, una delle feste più popolari della tradizione, santa Cecilia. Per Taranto e i tarantini è un giorno speciale in quanto questa ricorrenza segna l’inizio dell’Avvento, l’alba dei festeggiamenti natalizi, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri paesi in cui si respira aria di festa solo dall’Immacolata o da Santa Lucia.

Il perpetuarsi di antiche usanze rende vivo il legame col passato e, nel caso specifico,  le festività natalizie si arricchiscono di un profondo significato, che supera le barriere dello sfrenato consumismo di una società che sembra non credere più negli antichi valori.

Una magica atmosfera avvolge, in una suggestiva sinergia musicale, le tradizioni sia religiose che pagane. Non è ancora l’alba quando, per le strada di Taranto, si ode, da tempi ormai remoti, la Pastorale natalizia. Ed è così che nasce questa tradizione. Le bande musicali locali, in particolare il Complesso Bandistico Lemma, città di Taranto, svegliano gli abitanti dei quartieri della città,  diffondendo, nella nebbia mattutina, la soave melodia, per onorare Santa Cecilia, protettrice dei musicisti. I primi ad alzarsi sono i bambini che, incuriositi, corrono vicino ai vetri della finestra che affaccia sulla strada e, con la mano, frettolosamente, puliscono i vetri appannati. Dinanzi ai loro occhi, i musicanti infreddoliti, orgogliosi protagonisti di questo momento, augurano un buon Natale. Si vanno a rinfilare sotto le coperte, al dolce tepore del letto, chiudono gli occhi e continuano ad ascoltare, in un indimenticabile dormiveglia, le note della banda. Rimangono in attesa del momento in cui sentiranno l’odore di olio fritto…

Secondo la tradizione, infatti,  le mamme preparano, al passaggio dei suonatori, le pettole. Le famose “pastorali” sono state composte da maestri musicisti tarantini, come Carlo Carducci, Domenico Colucci, Giovanni Ippolito, Giacomo Lacerenza, , che si sono  ispirati ad antiche tradizioni, che affondano le loro radici nelle melodie suonate dai pastori d’Abruzzo che, durante la transumanza, scendevano nella nostra terra, con il loro gregge.

Muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse  percorrevano i vicoli della città, regalando le loro dolci melodie in cambio di cibo. I tarantini donavano ai pastori delle frittelle di pasta di pane, un prodotto povero e  semplice, ma,

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TARANTO (1/6)

di Armando Polito

Amicizia significa pure disponibilità a mettere al servizio le proprie conoscenze, anche casuali, quando sappiamo che esse possono rivestire un’importanza particolare agli occhi di qualcuno di nostra conoscenza. Debbo, perciò, qui ringraziare l’amico campano Aniello Langella che qualche giorno fa mi ha segnalato un link, sicuro che l’esplorazione dopo la navigazione e l’approdo mi sarebbe stata senz’altro gradita ma molto probabilmente pure gradevole. Così è stato, ma sarebbe stato un peccato, intraprendere un nuovo viaggio e lasciar annegare nell’oceano dell’egoismo qualcosa di interessante senza renderne partecipi gli altri. Eccomi così a parlare di un documento manoscritto (è il n. 1933) della prima metà del XVII secolo conservato nella Biblioteca Nazionale di Spagna e interamente leggibile al link http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000044505&page=1.

Los Castillos del Reyno de Napoles Manuscrito

Si tratta di una relazione sui castelli del Regno di Napoli redatta da un anonimo nel 1612. Particolarmente interessante il fatto che essa in pratica è basata sul confronto tra due precedenti resoconti, rispettivamente del 1584 e del 1611, come si evince da ciò che si legge in 1r.

Avendomi vostra Eccellenza ordinato che gli faccia relazione dei castelli del regno e di questo si potrebbe loro dare avvertimento per servizio di Sua Maestà, per cui ho visto quella che fece Juan Vasquez de Acuña capitano generale di artiglieria in questo regno, per ordine del signor Duca di Ossuna nell’anno 1584, che con permesso di Vostra Eccellenza mi ha dato, tratta dall’originale che si conserva nella reale cancelleria, il segretario D. Andres de Salazar, e che inviò a Vostra Eccellenza l’anno scorso 1610, la Scrivania di razione1 presenta la seguente.

Ora riprodurrò  le carte relative, nell’ordine, ai castelli di Taranto, Gallipoli, Otranto, Lecce, alla Torre di San Cataldo e, infine, al castello di Brindisi; li ho corredati, volta per volta, della mia traduzione (qualche voce dello spagnolo di allora, se non è obsoleta, si differenzia in qualche dettaglio fonetico da quella attualmente in uso; sarei grato a chiunque, conoscendo bene lo spagnolo, anche di oggi, mi segnalasse qualche, tutt’altro che improbabile, errore) e di qualche nota esplicativa (almeno spero …).

TARANTO

c.17r

c. 17 v (riproduco solo la parte scritta)

Chiudo questa prima parte (la successiva riguarderà Gallipoli) con una tavola di Taranto (della quale già mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/31/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1314-taranto/) tratta dal secondo volume dell’opera di Giovan Battista Pacichelli (1634-1695)  Il regno di Napoli in prospettiva pubblicato postumo (nel 1703) per i tipi di Perrino a Napoli. Nonostante tutti i limiti di fedeltà rappresentativa che simili mappe mostrano e nonostante la sua cronologia, non è da escludersi che l’aspetto della città nel range temporale delle due relazioni (1584-1610) fosse molto simile a quello che qui appare.

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

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1 Organo amministrativo del regno di Napoli, incaricato di tenere i conti e di provvedere ai pagamenti per conto dello Stato.

2 Colubrina: dal provenzale colubrina, a sua volta diminutivo del latino còluber=serpente, per la forma analoga. Bocca da fuoco ad avancarica entrata in uso nella seconda metà del sec. XVI. Impiegata sia in mare sia in terra, la colubrina è caratterizzata da una lunghezza notevole rispetto al calibro e conseguentemente da una gittata molto superiore agli altri tipi di cannoni . Il tipo più comune pesava 18 q., aveva un calibro di 14 cm e una lunghezza di 4,5 m, sparava palle da 32 libbre a una distanza variabile tra i 400 e i 2500 m. Pezzi analoghi erano le mezze colubrine, più leggere, e le doppie colubrine, più pesanti e usate come artiglieria d’assedio e da fortezza.

3 sagre (o sacre, come subito dopo nella pagina che segue): pezzo d’artiglieria corrispondente ad un quarto di colubrina e che tirava palle variabili da 8 a 20 libbre.

4 Traduco così esmeril che è dal francese antico esmeril che alla lettera significava sparviero; era un pezzo di artiglieria di importanza secondaria,  un po’ più grande del falconetto ( nella foto) che era  pezzo di artiglieria simile al falcone ma di calibro più piccolo).

 

Altro che agenda digitale!

di Armando Polito

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,/chi ha dato, ha dato, ha dato…/scurdámmoce ‘o ppassato,/simmo ‘e Napule paisá! recita il ritornello della celebre tarantella di Fiorelli-Valente. Sono passati esattamente 70 anni da quando la canzone venne composta,  ben 167 dalla composizione dell’Inno di Mameli, inno che potrebbe essere più realisticamente surrogato dalla canzonetta napoletana dopo aver sostituto il Napule dell’ultimo verso (che poi corrisponde al titolo) con Italia. La sostituzione, però, non è agevole né corretta metricamente parlando ed è come se perfino la tanto malandata Napoli si rifiutasse di indossare le vesti di questa sgangherata penisola.

Così l’invito di lasciare da parte il passato e pensare al futuro suona beffardo e quasi una celebrazione musicale del noto principio gattopardesco, soprattutto alla luce di quel chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,/chi ha dato, ha dato, ha dato, che per una sorta di maledizione sembra voler continuare ad estendere il passato prossimo nel presente e nel futuro.

E il futuro evoca ciò che già in altre nazioni, che abbiamo ancora l’incosciente spudoratezza di definire meno evolute di noi, è stato realizzato da tempo: la famigerata agenda digitale, nesso con cui la politica si sciacqua giornalmente la bocca sputando ovvie banalità che la maggior parte di noi, purtroppo, si precipita a bere, deprivata com’è pure della capacità di provare quel sentimento nobilissimo che si chiama schifo.

Si prospetta ancora una volta una valanga di parole, una montagna di progetti, uno sperpero di pubblico denaro (per la stesura di quei progetti e poi per la loro, si fa per dire, realizzazione) nella ripetizione di un copione giudicato fallimentare dagli stessi interessati, come chiunque può rendersi conto leggendo (arrivare fino in fondo e non spaccare il monitor costituisce un bonus pari alla metà di punti necessari per andare dritti dritti in Paradiso …) quanto è riportato al link http://documenti.camera.it/leg17/dossier/Testi/TR0146.htm.

Non mi meraviglierei, perciò, se si ripetesse quanto successo in passato, quando parecchi settori della pubblica amministrazione erano stati informatizzati con attrezzature avveniristiche costate almeno il doppio rispetto al prezzo di mercato ma col risultato brillante di non servire praticamente a nulla perché non in grado di dialogare tra loro per motivi legati all’hardware o al software (esilarante per quest’ultimo l’adozione di sistemi operativi diversi e incompatibili tra loro).

Più di una volta ho stigmatizzato in questo stesso sito  la nostra scandalosa arretratezza relativamente alla digitalizzazione e all’immissione in rete, per una fruizione totalmente gratuita, del nostro sterminato patrimonio culturale. Nel frattempo, mentre gli altri sono felicemente in azione già da decenni, non è successo nulla e debbo riconoscere di essere un povero ingenuo quando, pur avendo insegnato latino e greco, dimentico che agenda (gerundivo neutro plurale diventato, poi in italiano femminile singolare) in latino significa cose da fare e che acta, invece, significa cose fatte. Allora, fino a quando si parlerà di agenda e non di acta (o, con assimilazione, atta, neologismo che non brevetterò …) digitale, che cosa pretendo? Non conta niente, poi, che in JobsAct il secondo componente deriva dal latino actum, singolare del precedente acta? Siamo, perciò, sulla buona strada e la smettano pure i gufi e disfattisti di parlare, con riferimento a quello attuale, di governo degli annunci; cosa dire, allora, del precedente governo del fare (non del da fare …) per il quale l’agenda digitale era una delle priorità? Almeno questo è sincero, come sincero, rispetto all’esito finale, è stato chi ha progettato il MOSE in cui, come ho avuto occasione di dire (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/11/il-ponte-tra-otranto-e-apollonia-con-uno-sguardo-al-presente-e-purtroppo-anche-al-futuro/), S sta per sperimentale; con questi precedenti, per lui devastanti, solo un pessimista incorreggibile può sospettare che, in ossequio a questa nefasta (sempre secondo lui) sincerità, pure la banda larga diventerà un allargamento della banda dei soliti disonesti e, più o meno, noti.

Ora dovrei dire – Passiamo a cose più serie! -, come se queste non lo fossero …

Dopo aver ringraziato per analoghi lavori precedenti il sito della Biblioteca Nazionale di Francia, oggi intendo farlo con quello della Biblioteca Nazionale di Spagna e rendere partecipe il lettore che ne ha interesse di una vera e propria chicca, il Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum pubblicato ad Amsterdam da Jean Blaeu, famoso cartografo olandese, nel 1663. L’opera è visibile e scaricabile in alta definizione al link http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000001517. Il file integrale in pdf è molto pesante (ben 518 MB) e per avviare l’operazione basta cliccare sul simbolo del dischetto in alto a sinistra e poi farsi con gli amici un giretto per tutti i bar della città o del paese.

Chi non ha amici o del bar odia pure la parola ma  dispone di un secondo pc può visionare, cliccando sulla relativa miniatura, la pagina (sempre in pdf) che desidera e poi salvarla. Quando la riaprirà con Acrobat reader potrà continuare ad avvalersi dello zoom e studiarne così agevolmente ogni dettaglio.

Riporto di seguito il frontespizio e le pagine relative alle mappe (tralascio per motivi di spazio il testo in latino che le accompagna; se a qualcuno interessa me lo faccia sapere e provvederò subito all’integrazione)  di Brindisi, Gallipoli e Nardò, gli unici centri di Terra d’Otranto che hanno avuto l’onore di trovare ospitalità nell’opera, a testimonianza dell’importanza che essi avevano all’epoca.  Cliccando sul link che compare in calce ad ogni mappa (qui per ovvi motivi in bassa definizione) il lettore accederà direttamente alla pagina nella definizione originale.

 

                                                                                     Brindisi

(il TARENTO della carta è un errore, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/)

Gallipoli

Nardò

 

Buongiorno Taranto al Bif&st

 Buongiorno Taranto_ph Pisanelli

 

domenica 6 • lunedì 7 aprile 2014

c/o Multicinema Galleria

Bari

 Prima proiezione ufficiale di “Buongiorno Taranto” al Bif&st – Bari international Film Festival. Il documentario di Paolo Pisanelli sarà proiettato domenica 6 aprile, ore 19, alla presenza dell’autore e in replica lunedì 7 alle 22.30 presso il Multicinema Galleria di Corso Italia a Bari.

 

Sarà il Bif&st – Bari International Film Festival ad accogliere la prima proiezione ufficiale di Buongiorno Taranto in concorso nella sezione documentari domenica 6 aprile alle ore 19, alla presenza del regista, e in replica il lunedì 7 aprile alle ore 22.30 presso il Multicinema Galleria di Corso Italia a Bari. Il film di Paolo Pisanelli, prodotto dalla cooperativa Big Sur, associazione OfficinaVisioni, con il sostegno di Apulia Film Commission, è stato realizzato anche grazie a una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso, che è possibile sostenere il progetto sino a lunedì 14 aprile.

Realizzato insieme agli abitanti della città più avvelenata d’Europa e a numerose associazioni culturali e ambientaliste,  il film documentario fa parte di un progetto di narrazioni sociali innovativo, forse il primo realizzato in Italia a partire da un videoblog, sostenuto anche dalla partecipazione di Michele Riondino, attore e cantante, figlio di un operaio dell’impianto siderurgico tarantino e tra i promotori del grande concerto del Primo Maggio che anche quest’anno si svolgerà nel Parco Archeologico delle Mura Greche, uno spazio recuperato dall’abbandono grazie all’opera del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti.

Buongiorno Taranto racconta tensioni e passioni di una città immersa in una nuvola di smog, una città intossicata ad un livello insostenibile. Aria, terra e acqua sono avvelenati dall’inquinamento industriale, all’ombra del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, costruito in mezzo alle case e inaugurato quasi cinquant’anni fa. Le rabbie e i sogni degli abitanti sono raccontati dalla cronaca di una radio web nomade e coinvolgente, un cine-occhio digitale che scandisce il ritmo del film e insegue gli eventi che accadono ai confini della realtà, tra rumori alienanti, odori irrespirabili e improvvise rivelazioni delle bellezze del territorio.

Buongiorno Taranto è un progetto per costruire una narrazione fatta di immagini, suoni e parole della città dei due mari, un viaggio sur-reale ritmato da esplosioni di bellezza sommersa e ipnotici tramonti sul lungomare.

Buongiorno Taranto_ph Pisanelli_2

Biglietto: 1 euro fino ad esaurimento posti.

Per informazioni: http://www.bifest.it/

http://www.buongiornotaranto.it

Contatti per la stampa: Ufficio stampa regionale Valeria Raho

ufficiostampa.damagegood@gmail.com

(+39) 340.6212127

 

 Buongiorno Taranto_Riondino_

Note di regia

Raccontare le storie di questa città bellissima e disperata è una sfida che non riguarda solo il mio percorso cinematografico, ma il tentativo di attivare una comunicazione più profonda attraverso un  videoblog e una radioweb che sono luoghi di narrazione e di confronto sociale aperti alla città come spazi da abitare. Qui siamo costretti a  metterci in scena perché quella di Taranto è una storia che riguarda tutti: è lo specchio del degrado di un’Italia in crisi esistenziale che dopo aver puntato sul processo di industrializzazione di un Mezzogiorno prevalentemente rurale, ora si trova incagliata nei conflitti aperti tra industria e ambiente, tra identità e alienazione, tra salute e lavoro. Taranto oggi è chiamata a scegliere quale strada seguire, superando quel “Ce m n futt a me!” (che me ne importa a me?) che ha accompagnato il processo di degrado della città e dell’Italia tutta. Per contribuire alla rinascita di questo territorio ai confini della realtà è necessario conoscere la sua storia e considerarsi tutti tarantini.

Buongiorno Taranto è un saluto a una città che si risveglia dal torpore di un’allucinazione collettiva in cui è caduta nella ricerca di un benessere illusorio. È un sole che si fa spazio tra le nuvole di fumo per esorcizzare la paura e sfidare l’immobilismo, l’indifferenza e la rassegnazione.

 

Paolo Pisanelli, filmaker.

Laureato in Architettura e diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia (Corso di Fotografia diretto da Giuseppe Rotunno). Dopo aver lavorato come fotoreporter e fotografo di scena, dal 1996 si dedica alla regia di film-documentari. Ha ricevuto  premi e riconoscimenti in festival nazionali ed internazionali. Nel 1998 è tra i soci fondatori di Big Sur, società di produzioni cinematografiche & laboratorio di comunicazione. Svolge dal 1995 attività didattica e di formazione audiovisiva. Collabora con  la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo, con il Centro Sperimentale di Cinematografia (sedi di Palermo e L’Aquila) e con la Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè di Roma. E’ ideatore e conduttore di RadioUèb, la radio in pillole, presso il Centro Diurno di via Montesanto a Roma,  E’ direttore artistico di Cinema del reale, festa di autori e opere audiovisive che si svolge ogni anno nel Salento (Puglia).

 

Filmografia principale:

Nella prospettiva della chiusura lampo (1997); Io calcoli infiniti (1998); Il magnifico sette(1998); n (1999); Where we go (2000); Roma A.D 999 (2000); Roma A.D 000 (2001); Don Vitaliano (2002); Tunza Tunza – Italian djs electronic productions (2002); Enrico Berlinguer – conversazioni in Campania (2004);Il sibilo lungo della taranta (2006); Il teatro e il professore (2007); Un inverno di guerra (2009); Ju Tarramutu (2010); Il terremoto delle donne (cine-teatro 2011); Aquilane (cine-teatro 2013);  Buongiorno Taranto (2014).

La Terra d’Otranto ieri e oggi (13/14): TARANTO

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica è greca: Τάρας (leggi Taras), genitivo Τάραντος  (leggi Tàrantos). La sua più antica attestazione (evidenziata con l’ellisse rossa nell’immagine, mia, sottostante) si troverebbe, se questa fosse autentica, cioè veramente risalente al VI secolo a. C., nella Mappa di Soleto.

 

La più antica attestazione letteraria è in Erodoto, Antioco e Tucidide (V secolo a. C.) . La forma latina più antica attestata, Tarentum,  risale ad Ennio (III-II secolo a. C.)1. La notizia più antica sulla fondazione della città si ha in Diodoro Siculo (I Secolo a. C.): Gli epeunatti2 avendo mandato ambasciatori a Delfi chiesero se il dio [Apollo]  avrebbe dato loro il territorio di Sicione.  La pizia rispose: “Bella è la terra tra Corinto e Sicione ma non l’abiteresti nemmeno se fossi tutto di bronzo. Cerca Saturo e l’acqua lucente del Taras e il porto che sta a sinistra e dove il montone respira con voluttà la salsedine del mare bagnando la punta della (sua) barba grigia. Lì costruisci taranto , salda su Saturo.  Avendo sentito non capirono; la Pizia allora disse più chiaramente: “Ti concedo  Saturo e di abitare la ricca terra di Taranto e di diventare un flagello per gli Iapigi”.3

Ecco, invece, la versione di Pausania (II secolo d. C.) : I cavalli di bronzo e le donne prigioniere sono [dono] dei Tarantini  [provenienti] dalle spoglie dei Messapi, barbari confinanti col territorio dei Taarantini, opera dell’argivo Argelada. Gli Spartani fondarono Taranto e l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava alla fondazione giunse da Delfi un oracolo: quando avesse visto la pioggia [cadere] dal cielo sereno, allora avrebbe conquistato una regione e una città. Non avendo dato  importanza lì per lì all’oracolo non avendolo comunicato a nessuno degli interpreti, approdò con le navi in Italia. Poiché, pur vincendo i barbari, non gli riusciva né di prendere una delle città né  a impadronirsi di un territorio, si ricordò dell’oracolo e pensava che il dio gli avesse vaticinato cose impossibili: infatti mai era piovuto sotto un cielo puro e sereno. E sua moglie, lo aveva accompagnato da casa, fra l’altro trattava con gentilezza lui che era avvilito e avendo posto sulle ginocchia sue ginocchia la testa del marito gli cercava i pidocchi; e per amore capitò alla donna di versare lacrime vedendo che la situazione del marito non progrediva per nulla. Versò lacrime senza risparmio (bagnò infatti la testa di Falanto e si ricordò dell’oracolo (Cielo sereno era, infatti, il nome della donna) e così e così [Falanto] la notte successiva strappò ai barbari Taranto, la più grande e prospera delle città sul mare. Dicono che l’eroe Taras fosse figlio di Poseidone e di una ninfa indigena, e che dall’eroe sia stato posto  il nome alla città e pure al fiume; infatti in base a questo pure il fiume è chiamato Taras dalla città. Dicono che l’eroe Taras fosse figlio di Poseidone e di una ninfa indigena e che dall’eroe fosse stato messo il nome alla città e pure al fiume; infatti anche il fiume, come la città, si chiama Taras.   4

La memoria di Pausania è confermata dalle numerose monete con leggenda TAPAΣ (leggi Taras); in basso due esemplari, il primo del IV, il secondo del III secolo a. C.,  in cui l’eroe è rappresentato col tridente nella sinistra  e seduto sul dorso di un delfino.

Immagini tratte , rispettivamente,  da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/BMC_214.jpg
Immagini tratte , rispettivamente, da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/BMC_214.jpg

 

Insomma, Taranto trarrebbe il nome dal suo primo fondatore, l’eroe Taras.

Pacichelli (A), pagg. 160-162

 

Pacichelli (B, anni 1684 e 1687)

Entrando nel Golfo di Taranto, si può considerar la pesca delle ostrighe, le quali si salano e spacciano in parti lontane, di altre specie stimatissime (che fan correre il proverbio doversi qui da ciascuno passar il tempo di quadragesima), particolarmente di quelle che, fra alcuni palo gettato il picciol seme di quella sorte di legno, vi nascon’in copia a guisa delle piante e chiamansi cozza, estraendosi dopo sei mesi nel suo picciol mare al porto, ed è grossa come mandorla coperta. Si affittan però quei pali da‟ cittadini nel mare Picciolo di più di 30 miglia di giro col suo riflusso.

Fu Taranto patria di soggetti accreditati in primo luogo nella filosofia e più alte specolazioni, città molto vasta e forte, in penisola, chiusa in tre lati del mare. Oggi è ristretta, col castello però nel suo continente, di buon’architettura, stimato sicuro, che vi fondò il Re Ferdinando I di Aragona, e la cittadella antica, presidiata da gli spagnuoli nella parte opposta a quello, a fronte della quale, sovra gli archi del ponte lungo più di 80 passi, entra in città l’acqua di Martina, Ducato de’ Caraccioli. Ubbidisce Taranto al Cattolico: era principato de’ primogeniti di questo reame, ed ha luogo nella provincia, che chiaman di Terra d’Otranto, venedo considerata per lo suo Arcivescovado mitra antichissima e culto nella madrice al corpo del Santo Vescovo Cataldo. Ha diversi chiostri, seminario, monte di pietà, comode fabriche, fameglie nobili e cavalieri d’abito di prova più rigorosa. I suoi fuochi vengono ascritti nuovamente a 1807 e nella diocesi, che ha buoni benefici e badie, otto castelli di albanesi riverenti alla Santa Sede, osservano il rito greco e, pochi passi vicino, il picciol tempio sotterraneo tien tradizione che l‟apostolo San Pietro vi facesse il primo suo sbarco, avanti di portarsi a Roma. Del più si legga Giovanni Giovene, De Antiquit. et varia Tarentinor. fortuna. Non è già favoloso l’effetto delle morsicature del picciol’animale in questa città e contorno, chiamato tarantella, simile ad mosca grossa, verde e rossa di sopra, che punge insensibilmente la state, obligando a ballare al sole, in quell’aria, del violino o altro istromento, ad udir le trombe, veder gli specchi, le fettuccie, o altri oggetti allegri, fin che viva lo stesso animaletto, sì come io stesso ne ho veduto più volte i segni in altrui, che si chiamano gli attarantati, benché non se lo persuada Giovanni Teutonico nell‟opera De’ più Rari Costumi de’ Popoli, mentre ne cerca le cagioni, e le difende il padre Atanasio Kircherio nel suo trattato Della Calamità. Investigando in qualche memoria recondita dell’antichità, osservai un bel marmo bianco, scoverto gli anni addietro nelle fondamenta della cappella nuova di San Cataldo, nel tempio arcivescovale, con le seguenti parole:

L. JUNIO. L. F. GAL.

MODERATO

COLUMELLAE

TRIB. MIL. LEG. VI. FERRATAE.

 

Può esser che questo Lucio Giugno fosse un de’ Pretori, ben voluto in Taranto, al quale si erigesse da’ cittadini sì nobil memoria. E il medesimo stimo di Sesto Licinio, padre di Marco Licinio Console, che ne’ tempi di Augusto si raccordava in Orosio 6, 17, leggendos’in un marmo della chiesa di Muriveteri:

D.M.S.

SEXT. LICIN. P. R.

 

Cicerone, Pro Archia, scrive che fiorissero allora in Taranto gli studi delle buone Lettere, non mancando premi a’ virtuosi; per lo ché Aulo Licinio, poeta di grido, venne aggregato alla cittadinanza tarentina e onorato con molti donativi. In un marmo di color piombino, a fronte del tempio di Santa Maria di Costantinopoli, fuor delle mura della città, si scorge scolpito:

C. JULIO. D. LUCRETIUS

JUSTUS. FILIUS.

È incerto chi fosse questo Caio Giulio, trovandosi nelle antiche memorie molti di questi nomi, tutti però di uomini chiari, nel Consolato, nella Pretura, Dettatura, o in altre cospicue Dignità. Sotto la confession della Chiesa Madre, in una base di colonna si legge:

D.M.S.

A. TITINI. A.F. CLA.

JUNIORIS

 

E nel medesimo luogo, in un’altra base:

D.M.S.

A. TITINI. FRUCTI.

Che fossero nobilissimi i Titini in Roma lo afferman gli scrittori delle cose romane, e di questa Tito Livio al X accenna un maestro de’ cavalieri. Veggasi Fulvio Orsino De Famil. Roman., con le note di Carlo Patin., il Gandorpio et altri. Della medesima, della Memmia e della Calpurnia, riferendo pur delle inscrizzioni, fa menzione bastante il Giovane, il Grutero nella sua opera celebre e Aldo Manuzio nell’Orthograph., che porta anche delle monete di argento. È indizio chiaro ch’elle fossero trapiantate da Roma in Taranto. Serbo presso di me varie monete di metallo, che coniava Taranto ne’ tempi ne’ quali possedea Signoria sovrana, scoverte nell’anno corrente, scavandosi alcune pietre fondamentali de’ vecchi edifici; et altre ho udito che se ne scuoprano alla giornata. Qualche altra notizia può vedersi nella Descrittione, origine e successi della Provincia di Otranto, descritta da Geronimo Marciano, raccolta da Alfonso Montefuscoli di Cupertino nel 1656, in due volumi in foglio non ancora publicati.

Su l’aurora, per folta nebbia, in dodeci miglia mi condussi a Taranto, osservando fuori per lungo tratto gli archi dell’aquedotto, il bel teatro che forma quella non vasta città, metropoli già della Calabria, Puglia e Lucania, cui scriss’elogio Floro al capitolo 8 del I, ne ricordan Giustiniano al 3, Strabone al 6 e al 3, così Virgilio Hinc sinus Herculei (si vera est Fama) Tarenti. Due son le isole nel mar grande, abitate da’ conigli, sotto il titolo de’ Santi Apostoli Pietro et Andrea, e l’altare ove celebrò il primo, restando fuori fra’ Carmelitani e dentro ne’ Celestini le vaste colonne del tempio di Diana. Vennero a vedermi tutti i Padri della Compagnia, e non più che due, il Provincial de gli Agostiniani con altri, e mi feron concerto i musici forastieri. Mi tolse benignamente da’ Conventuali Monsignor il Vicario Generale Ferrari, conferendo al solito meco di materie di Lettere nel palazzo, ove anche Monsignore l’Arcivescovo Pignatelli mi trattenne in lungo discorso e fé assegnar quarto, con darmi visita e invito alla prossima festa, che con pompa e comedie facea disporre per San Cataldo, la lingua del quale, incorrotta dopo mille anni, tornai ad adorare.

 

Pacichelli, mappe. Per Taranto sono due (1 e 2), la prima con didascalia numerica, non trascura dettagli periferici  che sono assenti,  invece, nella seconda con didascalia alfabetica, più attenta al territorio intra moenia. Le trasformazioni antropiche del territorio succedutesi  dai tempi del Pacichelli mi hanno reso più difficoltosa la consueta operazione di identificazione e comparazione col presente; per questo confido nell’aiuto del lettore per le opportune correzioni e/o integrazioni.

mappa 1
mappa 1
mappa 2
mappa 2
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
Cattedrale (mappa1/mappa2/ http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cattedrale_San_Cataldo_a_Taranto.jpg)
Cattedrale (mappa1/mappa2/ http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cattedrale_San_Cataldo_a_Taranto.jpg)
Castello (mappa1/mappa2/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_Aragonese_Taranto.jpg)
Castello (mappa1/mappa2/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_Aragonese_Taranto.jpg)
Cappuccini (mappa1/mappa2/http://www.relaishisto.it/it/posizione/convento-dei-battendieri-066.html)
Cappuccini (mappa1/mappa2/http://www.relaishisto.it/it/posizione/convento-dei-battendieri-066.html)
Porta di Napoli/I  Cittadella col suo cavaliere (mappa1/mappa2/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ponte_Porta_Napoli_Taranto_1935.jpg)
Porta di Napoli/I Cittadella col suo cavaliere (mappa1/mappa2/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ponte_Porta_Napoli_Taranto_1935.jpg)
Piazza/Fontana (mappa1/mappa2/http://europaconcorsi.com/albo/50-Ordine-degli-Architetti-Pianificatori-Paesaggisti-e-Conservatori-della-provincia-di-Taranto/projects/192101-Mario-Carobbi-Piazza-Fontana-/print)
Piazza/Fontana (mappa1/mappa2/http://europaconcorsi.com/albo/50-Ordine-degli-Architetti-Pianificatori-Paesaggisti-e-Conservatori-della-provincia-di-Taranto/projects/192101-Mario-Carobbi-Piazza-Fontana-/print)

 

San Domenico (mappa 1/http://it.wikipedia.org/wiki/File:San_Domenico_Taranto.jpg)
San Domenico (mappa 1/http://it.wikipedia.org/wiki/File:San_Domenico_Taranto.jpg)
Santa Theresa/Ospedale militare (mappa 1/immagine tratta ed adattata da Google Maps)
Santa Theresa/Ospedale militare (mappa 1/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

stemma (mappa 1/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Taranto-Stemma.png)
stemma (mappa 1/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Taranto-Stemma.png)

 

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

 

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

 

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

 

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

 

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

 

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

 

Ottava parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

 

Nona parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/

 

Decima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

 

Undicesima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/04/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1114-ostuni/

 

Dodicesima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1214-otranto/

_______________

1 È contenuto in un frammento degli Hedyphagetica tramandatoci da Apuleio (II secolo d. C.), Apologia, 39: Q. Ennius hedyphagetica versibus scripsit. Innumerabilia genera piscium enumerat quae scilicet curiose cognorat. Paucos versus memini; eos dicam: “Brundisii sargus Bonus est, hunc magnus si erit sume. Apriculum piscem scito primum esse Tarenti” (Quinto Ennio scrisse in versi Ghiottonerie. Enumera innumerevoli specie di pesci che certamente aveva conosciuto da esperto. Ricordo pochi versi, li dirò: “Il sarago di Brindisi è buono, prendilo se è grosso. Sappi che il pesce-cinghiale di Taranto è il primo”).

2 Ex schiavi che, in seguito alle nozze con vedove libere, avevano acquisito il diritto di cittadinanza.

3 Bibliotheca historica, VIII, fr. 21: Οἱ ἐπευνακταὶ θεωροὺς πέμψαντες εἰς Δελφοὺς ἐπηρώτων, εἰ δίδωσιν αὐτοῖς τὴν Σικυνωνίαν. Ἡ δ’ἔφη· Καλὸν τοι τὸ μεταξὺ Κορίνθου καὶ Σικυῶνος·/ἀλλ’οὐκ οἰκήσεις οὐδ’εἰ παγχάλκεος εἴης./Σατύριον φράζου σὺ Τάραντος τ’ἀγλαὸν ὕδωρ/καὶ λιμένα σκαιόν καὶ ὅπου τράγος ἁλμυρὸν οἶδμα/ἀμαγαπᾷ τέγγων ἄκρον πολιοῖο γενέιου·/ἔνθα Τάραντα ποιοῦ ἐπὶ Σατυρίου βεβαῶτα./ Ἀκούσανες δὲ ἐγνόουν· ἡ δὲ φανερώτερον ἔφη· Σατύριόν τοι ἔδωκα Τάραντά τε πίονα δῆμον/οἰκῆσαι καὶ πήματ’Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.

4 Graeciae descriptio, X, 10, 6-8: Ταραντίνων δὲ οἱ ἵπποι οἱ χαλκοῖ καὶ αἰχμάλωτοι γυναῖκες ἀπὸ Μεσσαπίων εἰσίν, ὁμόρων τῇ Ταραντίνων βαρβάρων, Ἀγελάδα δὲ ἔργα τοῦ Ἀργείου. Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός.

 

 

 

 

 

 

 

 

La toponomastica della provincia di Taranto in una carta del 1589

di Armando Polito

 

Dopo le province di Lecce e di Brindisi1 è la volta di quella di Taranto ad essere analizzata toponomasticamente in base ai dati forniti dalla stessa carta utilizzata per le indagini precedenti. I tre contributi resteranno visibili per un mese, passato il quale saranno incorporati in uno solo che accoglierà le integrazioni e correzioni che ho già messo da parte, nonché quelle che nel frattempo il benevolo lettore avrà voluto comunicare.

 

Il lettore perdoni la mia debolezza, ma, essendo io nato a Manduria, mi piace dedicarle un po’ più di tempo. Nella mappa si legge un Casalnovo che nella prima stesura di questo erroneamente ho erroneamente considerato corrispondente a Casalnuovo, nome che Manduria assunse quando venne rifondata nell’XI secolo dopo la distruzione da parte dei Saraceni. Così continuò a chiamarsi fino al 1789, quando per volere di Ferdinando I di Borbone riassunse l’antico nome, del quale riporterò le fonti dopo aver ringraziato Mimmo Ariano, il cui commento inserito nel lavoro relativo alla provincia di Brindisi è stato, sotto questo punto di vista, prezioso perché mi ha fatto notare che, quanto a coordinate geografiche, Casal è più compatibile con Manduria di Casalnovo, che probabilmente è da identificarsi con Torre S. Susanna, in provincia di Brindisi).

Ed ecco le memorie antiche del toponimo:

Tito Livio (I secolo a. C.- I secolo d. C.), Ab urbe condita, XXVII, 15, 4: Q. Fabius consul oppidum in Sallentinis Manduriam vi cepit; ibi ad tria milia hominum capta et ceterae praedae aliquantum. Inde Tarentum profectus in ipsis faucibus portus posuit castra (Il console Quinto Fabio prese con la forza la città di Manduria nei [popoli] salentini; ivi furono catturati circa tremila uomini e fatta altrettanta altra preda. Poi,  partito per Taranto pose l’accampamento proprio all’imboccatura del porto).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, II, 103: In Sallentino iuxta oppidum Manduriam lacum ad margines plenus neque exhaustis aquis minuitur neque infusis augetur (Nel [territorio] salentino presso la città di Manduria [dicono che c’è] un lago pieno fino all’orlo e non si abbassa quando le acque vengono attinte né s’innalza quando vengono versate). Sul Fonte pliniano: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/17/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-terza-ed-ultima-era-ora-parte/

Tabula Peutingeriana (IV secolo d. C.),VII,2: Manduris.

 

Stefano Bizantino (V-VI secolo d. C.), Ἐθνικά (leggi Ethnikà, lemma Μανδύριον (leggi Mandiùrion): Μανδύριον πόλις Ἰαπυγίας. Ὁ πολίτης Μανδυρῖνος ὡς Λεοντῖνος (Manduria città della Iapigia. Il cittadino [è detto] mandurino come leontino [da Leontini].

Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.), Cosmographia, V, 1: Et si amat lector vel auditor et volunt subtilius scire totas civitates circa litora totius maris magni positas … minutius designemus… Ignatiae, Speluncas, Brindice, Baletium, Lupias, Idrontum, Minervium, Veretum, Baletium, Neretum, Manduris, Tarentum … (E se chi legge o ascolta vuole anche conoscere più precisamente tutte le città poste intorno alle coste di tutto il grande mare … le indicheremo più dettagliatamente … Egnazia, Spelunca, Brindisi, Valesio, Lecce, Otranto, Castro (?), Vereto, Alezio, Nardò, Manduria, Taranto …)

Guidone (XII secolo d. C.), Geographia, 72: Valentium, Lubias ubi nunc est Calipolis, Amandrinum, Saturum, Mesochorus, Tarentum, Metapontus … (Alezio, Lubias dove oggi è Gallipoli, Manduria, Saturo, Mesocoro, Taranto, Metaponto …

L’esistenza di saline a Taranto è attestata in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXXI, 27: Siccatur in lacu Tarentino aestivis solibus, totumque stagnum in salem abit, modicum alioqui, altitudine genua non excedens, item in Sicilia in lacu qui Cocanicus vocatur et alio iuxta Gelam. Horum extremitates tantum inarescunt sicut in Phrygia, Cappadocia, Aspendi, ubi largius coquitur et usque ad medium. Aliud etiam in eo mirabile quod tantundem nocte subvenit quantum die auferas ([Il sale] viene seccato nel lago tarantino dal sole d’estate e tutto lo stagno si trasforma in sale, peraltro in modica quantità non superando in altezza le ginocchia; parimenti in Sicilia nel lago che è chiamato Cocanico ed in un altro nei pressi di Gela. Le loro superfici seccano come in Frigia, Cappadocia, Aspendo, dove il calore del sole è notevole e penetra nel mezzo. Altra cosa portentosa in questo sale è che di notte se ne riforma tanto quanto ne hai tolto durante il giorno).

XXXI, 29: Marinorum maxume laudatur Cyprius a Salamine, at e stagnis Tarentinus ac Phrygius, qui tattaeus vocatur. Hi duo oculis utiles …Salsissimus sal qui siccissimus, suavissimus omnium Tarentinus atque candidissimus, sed de cetero fragilis qui maxime candidus …  ad medicinae usus antiqui Tarentinum maxime laudabant … (Tra i sali marini viene apprezzato massimamente il ciprio da Salamina ma dai bacini stagnanti il tarantino e il frigio, che si chiama tetteo. Questi due sono utili per gli occhi … È salatissimo il sale che è il più secco, gradevolissimo fra tutti e bianchissimo il tarantino, ma del resto friabile quello che è bianchissimo … gli antichi raccomandavano per uso medicinale soprattutto il tarantino …).

E oggi? Altro che sale medicamentoso! Per saperne di più: http://www.siderlandia.it/?p=2213

Immutati: GROTTAGLIE, SAN VITO (frazione di Taranto), TARANTO.

Non identificati: BAVANIA, LEORTAIA, LEPURANO (per posizione, non può essere LEPORANO; probabilmente, al pari del successivo PURZANO, si tratta di un errore), MORVIGGIO, ORTAIA, PURZANO (per posizione non può essere PULSANO), RUDIA, USANO (SAVA?), P. S. ANDREA (in altre carte S. ANDREA è il nome della più piccola di due isole antistanti il porto; l’altra è indicata con il nome di S. PELAGIA).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/24/la-toponomastica-della-provincia-di-lecce-in-una-mappa-del-1589-grazie-francia/#comment-7092

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/03/la-toponomastica-della-provincia-di-brindisi-in-una-mappa-del-1589/

Taranto. Il cappellone di san Cataldo, capolavoro dell’arte barocca

di Angelo Diofano

Noti critici d’arte, tra cui Vittorio Sgarbi, sono concordi nel definire così il cappellone di san Cataldo, vero trionfo del barocco, situato a lato dell’altare principale del duomo di Taranto. È un vero trionfo di affreschi e di marmi policromi, con colori e immagini che s’inseguono e si fondono in un turbinio di emozioni.

Molti interrogativi permangono sulle tappe più importanti della sua storia. I primi passi per la realizzazione dell’opera furono mossi nel 1151 con l’arcivescovo Giraldo I che ordinò la costruzione, (nell’area dell’attuale vestibolo) di una cappella quale dignitosa sepoltura al corpo del Patrono. Nel 1598 mons. Vignati ne ideò la trasformazione, sollecitando l’autorizzazione di Clemente VIII e trasferendovi il sepolcro marmoreo rinvenuto ai tempi del Drogone.

Nel 1658 con l’arcivescovo Tommaso Caracciolo Rossi il cappellone iniziò ad avere il suo assetto definitivo così come siamo abituati a vederlo oggi. I lavori furono proseguiti nel 1665 dall’arcivescovo Tommaso de Sarria, con il contributo generoso di tutta la comunità. L’ultimo tocco, nel 1759 con l’arcivescovo Francesco Saverio Mastrilli che fece realizzare l’artistico cancello di ottone.

Alla cappella vera e propria, di forma ellittica, si accede dal vestibolo quadrangolare, in un ambiente reso suggestivo da giochi di marmi verdi e gialli che si alternano alle belle volute bianche ad intarsio delle quattro porticine.

Le statue di san Giovanni Gualberto a destra e di san Giuseppe a sinistra sono opera dello scultore napoletano Giuseppe Sammartino. L’organo, collocato al piano superiore, è del 1790, opera di Michele Corrado, in sostituzione di quello più antico, realizzato dal leccese Francesco Giovannelli, distrutto in un incendio.

Nel cappellone attirano l’attenzione i coloratissimi marmi intarsiati alle pareti, fatti porre dall’arcivescovo Lelio Brancaccio nel 1576, probabilmente ricavati dalle rovine degli edifici classici, sparse in gran quantità nel sottosuolo. Lo sguardo poi si perde in alto, verso l’affresco della cupola, dove il vescovo irlandese è ritratto nella gloria dei santi. Neppure dopo l’ennesima visita è possibile abituarsi a tanta bellezza.

L’opera fu commissionata nel 1713 dall’arcivescovo Giovanni Battista Stella all’artista napoletano Paolo De Matteis, allievo di Luca Giordano, per un compenso di 4.500 ducati. Ne La gloria di san Cataldo (così s’intitola l’opera) il vescovo irlandese appare inginocchiato di fronte a Maria Santissima che lo invita ad accostarsi al trono di Dio; la scena è sovrastata dalla Santissima Trinità attorniata dagli angeli mentre in basso appare la folla dei santi, soprattutto francescani e domenicani, appoggiati su nuvole rocciose nell’atto di scalare la montagna dell’Empireo.

I sette affreschi del tamburo ritraggono, invece, gli episodi più importanti vita di san Cataldo. A partire da sinistra: la resurrezione di un operaio addetto ai lavori di scavo delle fondazioni di un tempio alla Vergine, finito sotto le macerie; il ritorno alla vita di un bambino in braccio alla madre; il cieco guarito all’atto del Battesimo; San Cataldo mentre prega sul sepolcro di Gerusalemme e che riceve l’ordine di recarsi a Taranto; il ritorno della voce a una pastorella muta mentre indica all’illustre pellegrino la strada per la città ionica; la liberazione di una fanciulla indemoniata mentre è in preghiera davanti alle spoglie mortali del santo. L’affresco di fronte all’altare mostra infine san Cataldo mentre predica al popolo tarantino.

Di pregevole fattura anche le dieci statue di marmo, collocate nel in apposite nicchie, di epoche e autori differenti. Da destra a partire dall’ingresso, raffigurano nell’ordine: san Marco, santa Teresa d’Avila, san Francesco d’Assisi, san Francesco di Paola, san Sebastiano, sant’Irene, san Domenico e san Filippo Neri. Ai due lati dell’immagine del Patrono appaiono i simulacri di san Pietro e di san Giovanni. Secondo una suggestiva ipotesi, ancora tutta da avvalorare, pare che questi ultimi due fossero di antica fattura greca (naturalmente in seguito adattati alla fede cristiana) e che rappresentassero rispettivamente Esculapio ed Ercole.

Visibile attraverso una grata marmorea e finestrelle laterali, la tomba del Santo è posta all’interno dell’altare marmoreo. Quest’ultimo fu realizzato nel 1676 da Giovanni Lombardelli, artista di Massa Carrara, impreziosito da madreperle e lapislazzuli. Alzato su tre gradini, ha struttura lineare caratterizzata da un decorativismo dei marmi ora finissimo nei ricami dei gradini del postergale e del paliotto, ora nervoso nelle ornamentazioni scultoree dei putti capialtare.

Le decorazioni marmoree, tutte policrome, hanno temi diversi; sui due pilastrini laterali vi sono gli stemmi, dai vivissimi colori arricchiti da inserti di madreperla, del capitolo e della città di Taranto, committenti dell’opera.

Sul ciborio lo stemma con le tre pignatte del vescovo Francesco Pignatelli, a testimonianza del suo intervento all’abbellimento della cappella avvenuto nel 1703.

Sovrastante l’altare, ecco la nicchia ove è posto l’argenteo simulacro di san Cataldo, il quarto nella storia di Taranto. Di una prima statua di san Cataldo si iniziò a parlare nel 1346 quando l’arcivescovo Ruggiero Capitignano-Taurisano, accogliendo le richieste della popolazione, volle realizzarla con l’argento del sarcofago, ove nel 1151 il suo successore, Giraldo I, volle riporre il corpo del Santo. Il prezioso metallo fu però insufficiente per un simulacro completo, tanto da costringere a ripiegare su un mezzo busto.

Per il completamento della statua si attese il 1465, anno in cui la città fu liberata dal flagello della peste. Il merito fu attribuito all’intercessione di san Cataldo, tanto che l’intera popolazione a gran voce chiese il completamento del simulacro. Il sindaco Troilo Protontino indisse perciò una sottoscrizione che ebbe l’effetto auspicato, con l’allungamento del mezzobusto. La statua fu rifatta ad altezza d’uomo (sette palmi) a spese della civica università con l’esazione del catasto e con il personale contributo dell’allora sindaco Troilo Protontino. Pareri contrastanti, nel tempo, accompagnarono l’esistenza di quella statua. La popolazione vi era affezionata in quanto realizzata con l’argento ricavato dal sarcofago che aveva toccato il corpo del Patrono. Inoltre il volto del Santo era di grande espressione, tanto che i devoti lo credettero finito per mano angelica. Altri però ritenevano l’opera dalle forme troppo rigide e stilizzate, in quanto proveniente da un mezzobusto. Senza contare che le ripetute riparazioni e le aggiunte in breve lo ridussero in condizioni davvero pietose.

Fu così che nel 1891 l’arcivescovo mons. Pietro Alfonso Jorio commissionò la nuova statua d’argento all’artista Vincenzo Catello dell’istituto Casanova di Napoli. L’artista completò il lavoro in appena sei mesi. Furono impiegati oltre 43 kg di argento, di cui 37 provenienti dalla vecchia immagine. La statua era smontabile per facilitare le operazioni di pulitura e lucidatura. Il simulacro giunse il 7 maggio del 1892 alla stazione ferroviaria di Taranto da dove, dopo la solenne benedizione, fu portato in grande processione fino alla cattedrale. L’opera piacque per la perfezione della lavorazione e l’espressione del viso.

Così descrivono le cronache dell’epoca: “L’argenteo simulacro di san Cataldo misura due metri in altezza: il patrono è in atto di camminare, con la destra benedicendo la città che gli è fedele, mentre con la sinistra stringe il pastorale… Indovinatissimi la posa e l’atteggiamento… Assai bello il panneggiamento della pianeta della stola, il merletto del piviale, il camice che sembra cesellato”. Gli occhi, poi, neri e lucenti da sembrar veri; questo grazie alla devozione di una nobildonna tarantina che in periodo più recente donò alla cattedrale due artistici e preziosi spilloni a testa nera (forse di onice) e con al centro una piccolissima pietra preziosa da far pensare a una pupilla. Un’opera, insomma, vanto dell’intera comunità ma destinata a durare non per molto.

Nella notte fra il primo e il 2 dicembre del 1983, mentre imperversava il maltempo, la statua fu rubata assieme a molti altri reperti (candelieri, calici, reliquiari ecc.). Qualche anno dopo, grazie alla soffiata di un recluso tarantino, gli autori del furto (quattro napoletani specializzati in furti nelle chiese) furono arrestati e condannati, ma della statua non fu possibile recuperare nulla in quanto fusa e ridotta in lingotti. Un’impresa davvero poco fruttuosa e per giunta finita male per i malfattori ma ancor più per la comunità, privata di uno dei suoi simboli più importanti.

L’attesa per una nuova statua, la terza della storia, non durò a lungo. Il 14 gennaio ’84 l’arcivescovo Guglielmo Motolese incaricò un apposito comitato presieduto dal priore del Carmine, Cosimo Solito, di provvedere in merito.

Fu contattato l’artista grottagliese Orazio Del Monaco, che approntò in breve il bozzetto in argilla. Valutate alcune proposte, si decise di realizzare il nuovo San Cataldo in ottone e di rivestirlo in argento (tranne testa, mani e braccia che furono interamente di quel metallo prezioso) donato dagli orafi tarantini (in tutto ben 35 kg). Finalmente l’opera fu completata. Il volto era quello felice del pastore che finalmente torna dal suo gregge dopo l’esilio. Molti però non furono d’accordo con quella scelta perché avrebbero preferito la copia conforme a quella derubata. Portata in un furgone a Palazzo del Governo, l’8 settembre del 1984 alla rotonda del lungomare la nuova statua fu ugualmente accolta da una gran folla festante; nella stessa sera si svolse quella processione a mare che non poté aver luogo nel maggio precedente. Ma tanti non si riuscivano a rassegnare, ostinandosi a fantasticare sul san Cataldo di Catello esposto nella residenza di qualche emiro amante delle opere d’arte e chissà un giorno da recuperare: tanto era anche il sogno dell’allora parroco della cattedrale mons. Michele Grottoli.

Ben presto si dovette fare i conti con l’eccessivo peso del manufatto. Le operazioni concernenti lo spostamento dalla nicchia in preparazione ai solenni festeggiamenti di maggio destavano parecchie preoccupazioni per l’incolumità sia degli addetti sia dei preziosi marmi dell’altare. Inoltre ci voleva la gru per le complicate e laboriose operazioni di imbarco e di sbarco sulla motonave per il giro dei due mari. Così dopo vent’anni dall’arrivo dell’opera di Del Monaco si cominciò a pensare a una nuova statua.

L’arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa accolse la proposta dell’arcidiacono mons. Nicola Di Comite che, agli inizi del 2001, dette il via all’operazione “Una goccia d’argento per la nuova statua di San Cataldo”, per la raccolta del prezioso metallo. I tarantini aderirono generosamente all’iniziativa, donando medagliette, catenine ed oggetti fra i più disparati. La realizzazione del simulacro fu affidata all’artista Virgilio Mortet, del laboratorio di Oriolo Romano (Viterbo).

Sue opere si trovano nei Musei Vaticani e in chiese, conventi e gallerie d’arte; per la cattedrale di Osimo eseguì un artistico sarcofago per custodire le reliquie di san Giuseppe da Copertino e una sua croce pettorale di ottima fattura fu donata a Giovanni Paolo II. A Mortet fu posta solo una condizione: che le sembianze della statua fossero, finalmente, quanto più possibile simili a quelle dell’opera di Catello. L’iniziativa ebbe buon fine. Così il 4 maggio del 2003 il nuovo san Cataldo (fuso in un unico pezzo) fu pronto e arrivò via mare alla banchina del castello aragonese. Tanta gente, affacciata su corso Due Mari, partecipò alla cerimonia. Ancor più massiccia fu l’affluenza di popolo alle successive processioni a mare e a terra, porgendo così il più caloroso benvenuto alla nuova effige del santo Patrono.

Una grande manifestazione di fede che continua a mantenersi inalterata ogni anno nei tradizionali festeggiamenti di maggio.

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (quinta e ultima parte)

Biglietto da visita del maestro  Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I
Biglietto da visita del maestro Giuseppe manzo con l’insegna reale concessagli dal re Umberto I

di Cristina Manzo

Le statue dei misteri di Taranto

Nell’ottobre del 1900 il consiglio di amministrazione della confraternita del Carmine di Taranto decise di sostituire tre statue della processione dei misteri[1],ormai deteriorate, con tre  nuove raffiguranti gli stessi momenti della passione di Cristo: la Colonna, l’Ecce Homo e la cosiddetta Cascata.

La scelta per l’esecuzione di quei lavori cadde su uno dei più noti artisti cartapestai dell’epoca, già più volte premiato in Italia e all’estero, Giuseppe Manzo, che consegnò personalmente quelle tre statue nei primi mesi del 1901. Il maestro aveva cercato inutilmente di sottrarsi a quell’impegno (viaggiare sino a Taranto per la consegna):

 

“Ill.mo signore – aveva scritto il 15 febbraio 1901 al priore della confraternita – essendo che le statue dei misteri sono per finirsi, e per la fine del mese o forse prima saranno pronte, vi scrivo la presente per sapere se i splendori per le stesse li dovrò far fare io o ve ne occuperete voi stesso. Di più, trovandomi affollato di lavoro vi domanderei se fosse possibile di risparmiarmi la venuta e se al contrario potesse venire qualcuno della commissione per consegnarle, altrimenti sospenderò io e verrò. In attesa di leggervi al riguardo con stima vi saluto.”

 

Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo
Manifesto pubblicitario del reale laboratorio di Giuseppe Manzo

Ma nonostante la richiesta, nessuno si era fatto vivo, sicché imballatele a dovere, il maestro fece trasportare le statue alla stazione di Lecce e da qui, dopo averle fatte caricare su un vagone merci, partì alla volta di Taranto[2]

Per la realizzazione di quelle tre statue il cartapestaio aveva chiesto un compenso complessivo di 650 lire, e  quando il priore e quelli che erano con lui, al momento della consegna ammirarono i capolavori, non si pentirono per un attimo della scelta compiuta. Correvano felici da una all’altra osservando con gioia tutti i bellissimi particolari, che confermavano il capolavoro che il professore aveva compiuto. Qualche giorno dopo, esattamente il 19 marzo 1901, nel redigere il rendiconto degli introiti e delle spese riportate per l’acquisto delle nuove statue, l’allora segretario del Carmine, Luigi De Gennaro, avrebbe infatti testualmente annotato: “Per le nuove statue dei sacri misteri. Costo e spese di trasporto al Prof. Giuseppe Manzo di lecce, giusta sua quietanza, lire 700.”[3]  Leggendo il libro di Caputo, inoltre veniamo a conoscenza di due curiosi aneddoti su questi lavori, che riguarderebbero il Cristo alla colonna. Durante la sua realizzazione in laboratorio, infatti, il Manzo si accorse dell’errore che era stato fatto dai committenti, pretendendo che il Cristo durante la flagellazione dovesse avere la corona di spine in testa, mentre in realtà, questa riguardava una fase successiva, e poiché  era molto preciso sui suoi manufatti, la cosa rappresentava un grosso problema, ma quando anche nella riconferma della commissione del 2 novembre 1900, furono ripetute quelle condizioni, egli decise di rassegnarsi.

La confraternita, sempre per la realizzazione di questa statua, aveva fornito al Manzo un’immagine per altro riuscita piuttosto male e in bianco e nero che illustrava l’originale colonna di santa Prassede a Roma, quella a cui  Gesù, fu legato, nel cortile della fortezza Antonia, il Pretorio di Pilato in Gerusalemme, per la flagellazione.

 

Il Cristo alla colonna di Giuseppe Manzo
Taranto, Cristo alla colonna Giuseppe Manzo, 1901

Non potendo individuare in alcun modo il colore, il Manzo abbondò con il verde, mentre la colonna originale è di marmo diaspro, proveniente da una roccia calcarea che assume colorazioni che vanno dal bianco al bruno. Nella colonna Gesù ha le mani legate dietro la schiena. Una cordicella gli tiene uniti i polsi, che a un primo sguardo non sembrano legati alla colonna, il Cristo dà l’impressione di essere solo poggiato ad  essa, ma così non è. Una colonna bassa che assomigliasse a quella originale così come l’avevano voluta quelli della confraternita, dava non pochi problemi, su come poter legare le mani alla stessa, ed era impensabile che anche all’epoca della flagellazione Cristo non fosse stato legato.

 

“Ecco allora che il Manzo s’inventò letteralmente l’anello di ferro al centro della parte superiore della colonna e attraverso quell’anello fece passare a più giri la cordicella che stringeva i polsi di Gesù. Dico s’inventò, perché il cartapestaio leccese non poteva aver visto su  una figura degli inizi del secolo un anello che nella colonna che si conserva a S. Prassede non è visibile neppure oggi. Ma fece bene il maestro, forse fu l’intuito a guidarlo. Certo non gli mancava la fantasia[…] Due piccoli capolavori impreziosiscono questa statua: quelle mani legate dietro la schiena che sembrano quasi parlare e il merlettino che orna il perizoma di Gesù. Due capolavori firmati Giuseppe Manzo.”[4]

Nella seconda statua realizzata, quella dell’Ecce Homo, ancora una volta il maestro, in maniera impareggiabile, esprime tutta la sua abilità nel catturare la storia e l’emotività del personaggio. Abbiamo un Gesù che, dopo la sofferenza della flagellazione, sa che sta andando incontro alla sua fine, non si aspetta più niente dalla crudeltà degli uomini, non guarda la folla, non guarda Pilato, cammina ad occhi bassi verso il suo destino, i capelli sono intrisi di sangue, che da una spalla, in tante pieghe sapientemente ondulate dal Manzo, cola in rivoli.. Nelle mani legate stringe una canna, lo scettro che gli hanno regalato i soldati. Non gli interessa ciò che accade intorno a lui.

 

Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Ecce Homo, Giuseppe Manzo 1901

 

Ma fu nella Cascata che il maestro raggiunse il massimo della sua arte. Qui non solo era chiamato a modellare un Gesù steso per terra e schiacciato dal peso che portava addosso, ma doveva anche fare i conti con quella tunica, creando ora le pieghe della spalla sulla quale poggiava la croce, ora quelle della spalla libera, poi ancora le pieghe delle lunghe maniche, e infine quelle che scendevano lungo il corpo di Gesù, tenendo presente che la cordicella che stringeva la vita del Cristo, accresceva le arricciature che diventavano piccole, grandi, fluenti…

Il Manzo seppe raggiungere magnificamente lo scopo, ma dovette anche far ricorso alla sua ben nota pazienza, facendo e rifacendo chissà quante volte quelle pieghe e usando continuamente i ferri arroventati per focheggiare, segnare, correggere e perfezionare ondulazioni e arricciature. Gli occhi di Gesù, nella cascata, ricordano molto da vicino quelli della Colonna. Sembrano due sguardi identici, tanto che separando e isolando  gli occhi dal resto dei due volti, si ha difficoltà  a identificare a quale statua essi appartengano. Anche qui, gli occhi sono rivolti a sinistra verso l’alto e sembrano quasi voler esprimere un’invocazione di pietà da parte di Gesù nei confronti dei soldati. Tornano evidenti i segni del dolore fisico, e della fatica già presenti nella Colonna; ma si ha anche l’impressione che nella cascata l’artista abbia voluto mettere sul volto di Gesù più uno sguardo di giustificazione che di pietà. Giustificazione per quella caduta accidentale, avvenuta contro la volontà del Cristo, per aver causato un grattacapo al centurione. Gesù alzando la testa sembra voler chiedere perdono, come a dire che la sua caduta era dovuta alle sue precarie condizioni fisiche, non voleva rallentare, il suo cammino verso la crocifissione.

 

“La statua insomma doveva anche parlare., ed egli in questo senso era un innovatore. Non realizzava soltanto delle figure, ma cercava, nei volti dei suoi Gesù e dei santi, anche la parola, la comunicazione. Chi osservava, non doveva soltanto vedere, ma anche ascoltare, capire sino in fondo il soggetto rappresentato. Con il Manzo possiamo dire che la cartapesta leccese voltò pagina.”[5]

 

Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901

 

Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901
Taranto, Particolare degli occhi del Cristo alla Colonna, Giuseppe Manzo 1901

 

Oggi, la cartapesta leccese non è più quella di ieri. C’è ancora qualche bottega che resiste qua e là, ma quella lavorazione, scrupolosa, paziente, emotiva, che apparteneva ai cartapestai di una volta non esiste più. Tranne pochissime eccezioni, laddove qualcuno ha appreso la tecnica dal padre o dal nonno, da qualche maestro di una volta, l’arte dell’unicità ha ceduto il passo all’industrializzazione, i santi si fabbricano in serie, con le forme e paiono tutti uguali, senza un’espressione propria che li identifichi, senza un’anima che possa trasmetterci emozioni. Alcuni tra i giovani si sentono protagonisti di una fondamentale operazione di recupero e parlano di una nuova forma di ispirazione, quasi inconscia, dalle loro botteghe nel centro storico della città. Cercano una chiarificazione del proprio ruolo artigianale, dove la cartapesta non rappresenta un inutile revival, ma nemmeno la rottura con la tradizione, ci ricordano che le botteghe artigiane[6],

 

“possono ancora costituire la linfa per la rinascita di un centro storico tra i più belli di tutto il sud, dove i laboratori anche all’esterno, mantengono il rispetto della linea architettonica del vecchio borgo, l’anima della città, la sua filosofia di vita”.[7]

 

Ma c’è anche a Lecce, in Puglia, in Italia, nel mondo, tutto un patrimonio della cartapesta da salvaguardare e da valorizzare. Si tratta di autentici capolavori che hanno segnato un’epoca e dei quali si potrebbe tentare una non impossibile, anche se difficile catalogazione generale.[8]

 

Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico. Il palazzo a due piani, che si affaccia sul monumentale teatro greco, fu l’abitazione di Giuseppe Manzo, a due passi dal suo reale laboratorio, oggi proprietà del nipote Dino Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo
Lecce, centro storico, la via dell’abitazione che fu di Giuseppe Manzo

La nostra città, fiera dei suoi artisti e della sua storia, ha inaugurato nel  dicembre 2009, il Museo della Cartapesta.[9] Esso  rispecchia la storia di un’arte che si intreccia con la storia della città, fin dal diciottesimo secolo. La statuaria in cartapesta, nel solco dell’influenza partenopea, è un tratto distintivo della cultura salentina. Nelle diverse sale al pianterreno del Castello di Carlo V, si ripercorrono le tappe di un’arte, a torto, considerata minore.

Come affermava G. Klimt: “Chiamiamo artisti non solamente i creatori, ma anche coloro che godono dell’arte, che sono cioè capaci di rivivere e valutare con i propri sensi ricettivi le creazioni artistiche”.

 

 

Bibliografia

Bambi E., Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982Da «L’Ordine» – Settimanale Cattolico Salentino, 10 gennaio 1942

Barletta R., Appunti e immagini su cartapesta, terracotta, tessitura a telaio, Fasano, 1981

Bazzarini A., Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere ed arti, Francesco Andreola, Venezia 1830-1837

Caputo N., Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991

Castromediano S., L’arte della cartapesta in Lecce, in “corriere meridionale”, IV, n 17, Lecce, 1893

De Marco M., Catalogo delle opere sacre in cartapesta conservate presso la chiesa e il convento dei padri passionisti , in “ I Passionisti a Novoli. 1887-1997”, Manduria, 1987

De Marco M., La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997

I PP. PP. A Novoli 1887-1987, (Lecce) 1894

L’ultima cartapesta, divagazioni su Lecce settecentesca ed una poesia di Vittorio Bodini. Quaderni della banca del Salento, n. 1, a cura di Franco Galli, 1975

Marti P.,  La modellatura in carta, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1894. (opuscolo)

Natale, storia, racconti, tradizioni. Paoline,  2005

Lazzari G., in Anxa, anno X, n. 56, maggio-giugno 2012 , Associazione culturale Onlus, Gallipoli (Le)

Ragusa C., Guida alla cartapesta leccese. La storia, i protagonisti, la tecnica, il restauro. A cura di Mario Cazzato, congedo editore,1993

Ròiss (Franco Rossi) Cartapesta e cartapestai, Maestà di Urbisaglia, Macerata 1983

Rossi E., Bruceremo i santi di carta, in “ La tribuna del Salento ” anno 2, Lecce, 1960

Sabato A. (a cura di) Costumi, cartoline, cartapesta, Lecce, 1993

Solombrino O., Serrano Microstorie Ricordi sentimenti a cura di S. Solombrino, Congedo, Galatina 2005

Tragni B., Artigiani di Puglia(con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986Rossi E.,Un’arte senza domani vive la sua agonia: la statuaria leccese, in “ La tribuna del Salento” anno I,Lecce, 1959

Valegentina L., La cartapesta leccese e i suoi cultori, in « Il Lavoro Nazionale », Anno I, n. 2-3, Bari, 1915

Valgentina L., Muse, De Agostini, Novara 1965, vol. III

Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

Sitografia

Francesco Castromediano, www.antoniogarrisiopere.it

Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina www.culturaservizi.it

Il Cristo morto, www.brindisiweb.it

Museo della cartapesta, www.quisalento.it

Santa Trinità, www.sstrinita.manduria.org

Settimana Santa di Taranto, it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto


[1] I riti della Settimana Santa di Taranto sono un evento che si svolge nella città a partire dalla Domenica delle Palme, e risalgono all’epoca della dominazione spagnola nell’Italia meridionale. Furono introdotti a Taranto dal patrizio tarantino Don Diego Calò, il quale nel 1603, fece costruire a Napoli le statue del Gesù Morto e dell’Addolorata. Nel 1765 il patrizio tarantino Francesco Antonio Calò, erede e custode della tradizione della processione dei Misteri del Venerdì Santo, donò alla Confraternita del Carmine le due statue che componevano la suddetta processione, attribuendole l’onore e l’onere di organizzare e perpetrare quella tradizione cominciata circa un secolo prima. Nel corso del tempo a queste due statue donate se ne aggiunsero altre sei, per arrivare a un totale di otto statue.( Tre di queste sono quelle rifatte dal Manzo nel 1901. In occasione del centenario della sua realizzazione e consegna, nel 2001, durante la processione dei misteri, fu assegnata una targa in ricordo del grande maestro cartapestaio, al nipote Dino.) Questa processione esce alle cinque del pomeriggio del giovedì Santo dalla chiesa del Carmine, e si conclude alle cinque del venerdì, rientrando nella stessa chiesa, portando le statue che simboleggiano la passione di Gesù. I confratelli sono vestiti con l’abito tradizionale dei Perdoni e procedono a ritmo lentissimo accompagnati dalle marce funebri. La processione è composta dalla Troccola, strumento che apre la processione, il Gonfalone ovvero la bandiera della confraternita, la Croce dei misteri, il Cristo all’Orto, la Colonna, l’Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone, il Gesù Morto, l’Addolorata (appena essa esce sulla piazza, verso le otto di sera, si chiude il portone del Carmine). È accompagnata da tre bande che suonano marce funebri, ed effettua durante il percorso una sosta nella chiesa di San Francesco da Paola. Vi erano inoltre tre coppie di poste sistemate davanti alle statue, divenute quattro a partire dal 2012 e sette Mazze che hanno il compito di mantenere ordinata la processione e di sostituire i confratelli in caso di necessità. Fonte: it.wikipedia.org/wiki/Settimana_Santa_di_Taranto

[2] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 9

[3] Archivio confr. del Carmine, Taranto, fascicolo corr. con G. Manzo, rendiconto 1901, in Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p.27

[4] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, pp. 39, 41, 51, 53, 107, 110

[5] Idem, p. 120

[6] Bianca Tragni, Artigiani di Puglia (con un saggio di A, Contenti) Adda editore, Bari, 1986, p. 321

[7] Da una intervista di E. Bambi, Quando la cartapesta si trasforma in arte, in “Tempo” 20 agosto 1982, p. 2

[8] Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 142

[9] Caterina Ragusa, è la  direttrice del Museo, e Tina De Leo, è la  responsabile Eventi del Castello Carlo V. Ci sono sette sale al primo piano, tre al piano terra, tra cui il laboratorio di restauro della cartapesta. Complessivamente la struttura raccoglie 80 opere, tutte d’ispirazione cristiana, realizzate da grandi maestri cartapestai leccesi intorno al 1700. www.quisalento.it

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/12/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-seconda-parte/

Per la terza parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/

 

Un’ inedita veduta settecentesca di Taranto in un dipinto di Paolo De Falco

Assunzzione di Maria-Paolo De Falco-336x195

di Nicola Fasano

La Casa professa dei Gesuiti a Grottaglie custodisce numerosi dipinti di eccezionale pregio. Alcuni di essi, come lo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Andrea Vaccaro, sono un prezioso dono di Ferdinando II di Borbone che visitò i luoghi in cui era nato e cresciuto San Francesco De Geronimo. Altre tele provengono, invece, dal santuario della Madonna della Salute, chiesa per lungo tempo retta dall’ordine. Tra queste, oltre ai dipinti del celebre Paolo De Matteis, bisogna soffermarsi su una tela poco studiata, firmata da un allievo del pittore Francesco Solimena: Paolo De Falco.

Il quadro di grande formato (236 x 195), collocato in un corridoio della dimora gesuitica, raffigura L’Assunzione di Maria. Il tema iconografico è incentrato sul rapimento in cielo di Maria, in anima e corpo, tre giorni dopo la morte. Il termine (dal latino “adsumere”) indica che fu portata in cielo dagli Angeli, come mostra la tela.

L’Assunzione non trova basi nelle Sacre Scritture, ma soltanto negli scritti apocrifi del III-IV secolo e, nella tradizione della Chiesa cattolica. Solo nel 1950, l’Assunzione venne proclamata articolo di fede da Papa Pio XII. Il nostro dipinto riprende l’iconografia controriformistica, che avrà il suo apice in epoca barocca, con alcune varianti significative che andremo a descrivere. Nella parte superiore della composizione Maria, con il braccio destro sul petto e lo sguardo rivolto in alto, assume l’atteggiamento estatico di devota fiducia nella volontà divina. Intorno, paffuti angioletti sospingono senza alcuno sforzo i nembi sui quali si erge la Madonna, mentre un altro angelo solitario si appresta a coronarla con una ghirlanda di rose.

La composizione, smorzata da tinte basse, si accende con gli incarnati dei putti, il fluente mantello  azzurro della Vergine che contrasta con la veste rosacea, e gli svolazzanti panneggi degli angeli. Le figure sono risaltate da delicate trame chiaroscurali che lambiscono i volti e torniscono plasticamente i corpi. L’Assunta con il gruppo di angeli è stata replicata scolasticamente in un dipinto di fine XVIII sec. raffigurante l’Immacolata e Santi, custodito nella Matrice di Montemesola. Quest’ultima tela, commissionata probabilmente dai Saraceno, feudatari di Montemesola, si accomuna al nostro dipinto, per una interessante veduta del paese.

Infatti nel dipinto grottagliese, al posto del sarcofago aperto, dal quale la Vergine viene rapita per essere portata in cielo, si dispiega la vista di una città e sull’estrema destra un picco roccioso in primo piano, consente al pittore di apporre la propria firma : P. De Falco P. (..ingebat).

firma del pittore

Paolo De Falco nativo di Napoli nel 1674, secondo il biografo degli artisti napoletani Bernardo De Dominici, fu “degnissimo sacerdote”. Il pittore, infatti, fu un chierico che aveva seguito studi di logica presso i Gesuiti,  per poi dedicarsi all’arte pittorica presso la prestigiosa scuola di Francesco Solimena. Un pittore diligente che si distingueva in termini celebrativi e puristici, come si evince dal nostro quadro, al quale era difficile chiedere temi di carattere laico e profano. La sua produzione artistica, secondo il Prof. Pavone, si concentrò nei centri periferici tra i quali Taranto, dove il De Dominici registra una “Sant’Irene, che il pittore mandò nella città di Taranto”, che il  Pavone giustamente riconosce nella nostra tela. Lo studioso attesta l’opera intorno ai primi anni ‘30 del Settecento, “in quel processo di ridefinizione in chiaro delle forme” che fa dell’opera una composizione devota e “pulita” in linea con i dettami dei Gesuiti, committenti dell’opera.

Pavone, inoltre, riconosce nel pittore la nettezza delle forme, la pacatezza nei gesti e nei volti che aderiscono al clima arcadico del Solimena dei primi del Settecento, mettendo in relazione l’Assunta tarantina con il San Martino e la Madonna di Cerreto.

Sul dipinto interviene anche il Prof. Galante, che nel volume “Questioni Artistiche Pugliesi”, nell’introdurre la figura di Giovan Battista Lama, accenna fugacemente al nostro dipinto, il quale, insieme a quelli del Lama e del De Matteis, costituivano il patrimonio pittorico della chiesa di Monteoliveto, poi Madonna della Salute.  Sia Galante, sia Pavone, non accennano minimamente al paesaggio in basso a sinistra, e solo nella scheda di catalogazione del quadro per i volumi di Iconografia Sacra a Taranto, dopo avere fornito i dati essenziali dell’opera, chi redige la scheda, si sofferma brevemente sulla veduta.

altra veduta

Analizzando il paesaggio, emergono novità che possono essere molto interessanti. La tela molto rovinata nella parte inferiore, mostra una città che sembra essere Taranto, e quale migliore occasione se non quella di farla proteggere dall’Assunta, patrona di Taranto, a cui è dedicata la Cattedrale, insieme a San Cataldo?

A conferma di questa tesi, concorrono una serie di fattori che andremo a descrivere.

particolare

La città presenta una veduta dal Mar Piccolo inquadrata nel tradizionale N-W (nord-ovest),  similare alla descrizione calligrafica del pittore Coccorante nella pala di Mastroleo in San Domenico. Facilmente riconoscibile all’estremità  destra, il ponte del fosso dalle quattro arcate e il castello aragonese con le sue torri. Nella parte centrale si distingue a fatica l’abitato costituito da  casupole con tetti spioventi, alcune chiese con campanili svettanti, tra le quali il Duomo con il tiburio circolare e il campanile romanico visto su due lati. Nell’estremità destra si scorgono la cittadella fortificata, la torre di Raimondello Orsini e il ponte di Porta Napoli con cinque arcate, invece delle sette tradizionali.

particolare della veduta con la torre di Raimondello
particolare della veduta con la torre di Raimondello

Non mancano le relative fortificazioni sul Mar Piccolo, con la cinta muraria e il torrione. Naturalmente il pittore, anche con qualche incongruenza, dà una visione idealizzata della città, con i ponti di accesso, le chiese, le torri, le cose essenziali che caratterizzano l’abitato settecentesco. Non meno significativa è la presenza dei due vessilli sulle torri, che con un po’ di immaginazione si può pensare recassero lo stemma degli Asburgo, attestando il dipinto agli anni precedenti al 1734.

Purtroppo, la fotografia e il pessimo stato di conservazione del dipinto non rendono giustizia alla veduta, che prosegue sulla destra per interrompersi con la roccia sulla quale il pittore appone la propria firma.

La scoperta di questa veduta inedita di Taranto è di per sè interessante, ma ancora più importante sarebbe la datazione, che, stando a quanto riportato dal  Pavone, si  attesterebbe intorno ai primi anni ‘30 del Settecento, precedente quindi alle più celebri vedute del Coccorante: quella in San Domenico a Taranto e quella conservata nel Museo San Martino a Napoli, realizzate intorno al 1738-40.

veduta estesa

Da dove avrà preso spunto il nostro pittore? Da qualche dipinto precedente? Dalle celebri vedute del Pacichelli che circolavano nel Regno di Napoli? Non è dato sapere. La veduta, ignorata dagli studi, non è stata censita nella mostra sulle vedute relative a Taranto e al suo golfo del 1973, tantomeno nella mostra tenuta al castello aragonese di Taranto sul finire del 1992. L’unica esposizione alla quale il dipinto ha partecipato è stata quella del 1937, in occasione della Prima Mostra Ionica di Arte Sacra, nel cui catalogo il dipinto si fa apprezzare per il buon sapore decorativo.

Visto che la Madonna della Salute è chiusa da tempo, non rimane che fare una passeggiata a Grottaglie, andare al “Monticello”, dai Gesuiti, e gustarsi questa inedita veduta di Taranto, oltre ai dipinti di Paolo De Matteis, che un tempo decoravano la chiesa di largo Monteoliveto.

I “coccioli” tarantini ossia le murici

murici

di Massimo Vaglio

 

Con il termine di còccioli, cuzzìuli o cuècciuli tarantini nel Salento si appellano genericamente le murìci d’entrambe le due specie più comuni, ossia le murici propriamente dette (Murex trunculus) e le murici spinose (Murex brandaris). Tutte e due le specie ma, in particolare le prime, sono ampiamente presenti nei mari pugliesi, su quasi tutti i tipi di fondale sino ai 100 metri di profondità, ma è il Golfo di Taranto a mantenere da millenni il primato di questa produzione.

Questi molluschi che appartengono alla classe dei Gasteropodi hanno alle spalle una storia illustre e  millenaria. Da esse infatti veniva ricavata la preziosissima porpora di cui già si parla nella Bibbia e nelle opere di Omero e sulla cui fabbricazione ampie testimoniante hanno lasciato Plinio, Aristotele, Plutarco, Teofrasto ed altri. Questa serviva a colorare, tra i vari filati, anche la cosiddetta “lanapenna” ricavata dal bisso della Pinna nobilis.

Il “laticlavio”, ossia la toga indossata dai senatori romani, era orlata dall’alto in basso da una fascia di porpora. Indossavano toghe orlate di porpora anche i notabili anziani, ed i sacerdoti, mentre toghe interamente di porpora, erano indossate, sul carro di trionfo, dai generali vittoriosi nelle grandi parate ufficiali.

Taranto era, a quanto pervenutoci, una delle maggiori produttrici di porpora e su questa industria trasse molta della sua fortuna. Tanto è stata notevole questa produzione che ancora nella seconda metà del XVIII secolo, il conte Carlo Ulisse De Salis Marschlins, viaggiatore svizzero, testimonia la presenza a Taranto di una strana collina :- ….Sempre in queste vicinanze, di là dal convento Alcanterino, esiste una collina, chiamata Monte Testaceo, consistente nella massima parte di avanzi di bivalvi e di mùrici. Si vuole che la celebre tinta purpurea di Taranto fosse stata anticamente preparata in questo punto, e che la piccola cisterna quadrata lì presso esistente, fosse usata per la preparazione del prezioso liquido.- 

 Con la scoperta della cocciniglia (kermes) prima ed infine dell’anilina, l’uso della porpora decadde, ma si incrementò l’utilizzo gastronomico delle murici che, perduta la preziosità e decaduto la sorta di monopolio a cui erano state sino ad allora assoggettate, tornarono ad essere solo un cibo gustoso ed alla portata di tutti.

Le murici, non sono oggetto di allevamento, anche se spesso vengono raccolte e mantenute dagli allevatori di mitili nelle zone in loro concessione, per poi ripescarle e porle in vendita nei periodi dell’anno più propizi.

Ancora oggi, in Puglia sopravvivono delle particolari forme di pesca specifica alle murici; una di queste viene compiuta con l’ausilio di delle sorta di trappole dette “coppi”, che vengono innescati con esche costituite da scarti di carne o pesce.

Sopravvive, però, anche una forma di pesca ancora più particolare, praticata con l’ausilio dei cosiddetti miervuli o miruli che sarebbero i coriacei ammassi di uova di questi molluschi. Questi ammassi tondeggianti, che sono costituiti da tante cellette e che ricordano i favi delle api, vengono formati dalle murici nel mese di giugno e accresciuti man mano dalle stesse che vi si portano sopra per deporre le proprie capsule ovigere.

Ognuno, per così dire, di questi “nidi”, possiede una potentissima forza attrattiva, tanto da riuscire ad attirare tutte le murici presenti nel raggio di svariate centinaia di metri.

Questa pesca, viene praticata in detto periodo ispezionando con l’ausilio dello specchio i fondali marini tradizionalmente interessati dalla presenza dei miervuli, che una volta individuati vengono recuperati, vengono raccolte le murici che vi si trovano attaccate, e con un apposito attrezzo vengono rastrellate anche quelle che si trovano nelle immediate vicinanze.

Ad ognuno di essi infine viene fissata una cordicella con un segnale galleggiante facilmente individuabile. Così segnalati i miervuli vengono in seguito visitati quotidianamente recuperando tutte le murici ad essi aderenti.

In una stagione una barca riesce a pescare anche alcune decine di quintali di murici.

Le murici vengono gustate prevalentemente lesse, ma anche crude, da chi non disdegna il loro gusto “piccantino”. In alcune località rivierasche pugliesi vengono utilizzate anche per preparare delle gustose spaghettate.

 

Cuècciuli tarantini a ‘nsalata

Murici a insalata

Sciacquate per bene le murici sotto l’acqua corrente onde eliminare eventuali spiacevoli residui di sabbia e metteteli a lessare coperti d’acqua, facendoli bollire per qualche minuto. Lasciateli raffreddare nella loro acqua di cottura, quindi utilizzando un robusto ago estraete i molluschi dalle conchiglie, privateli dell’opercolo, poneteli in un piatto da portata e conditeli con olio extravergine d’oliva, pepe, limone e prezzemolo tritato. Costituiscono un delizioso antipasto.

Spaghetti al sugo di “coccioli”

Ingr. : 2 kg. di murici, 500 grammi di spaghetti, 300 grammi di pomodori pelati triturati, olio extravergine d’oliva, 2-3 spicchi d’aglio, prezzemolo, pepe nero macinato.

Risciacquate per bene le murici, lessatele per qualche minuto, quindi estraete i molluschi dalle conchiglie adoperando un robusto ago e privateli dell’opercolo. In una padella fate riscaldare dell’ottimo olio con due tre spicchi d’aglio e prima che questi imbiondiscano unite i pomodori triturati, una presina di pepe nero macinato al momento ed un po’ di prezzemolo tritato. Riportate ad ebollizione ed unite le murici precedentemente pulite. Lasciate cuocere sino a che l’olio si comincerà a “slegare” dal sugo. Condite quindi, gli spaghetti cotti al dente e serviteli cosparsi con prezzemolo tritato e pepe. Una variante consiste nell’impiegare le murici crude; dopo averle cavate dalle conchiglie schiacciando i gusci con l’ausilio di un martellino, ne deriva però un sughetto dal sapore un po’ troppo marcato, non a tutti gradito ed inoltre nel pulire le murici crude si incorre nell’inconveniente di colorarsi le unghia di una resistentissima colorazione purpurea.

Monteparano (Taranto). Tavolate e fucarazzi per la festa di San Giuseppe

di Floriano Cartanì

Da tempo immemorabile il 19 marzo costituisce per Monteparano, in provincia di Taranto, un appuntamento da non mancare, per godersi i tradizionali festeggiamenti che si svolgono in onore di San Giuseppe e che culminano nei tipici “altarini” e “tavolate”, oltre i classici “fucarazzi”.

Ma a Monteparano c’è molto di più. La ricorrenza, infatti, nei contenuti essenziali, è riuscita a mantenere ancora intatta sino ai nostri giorni le passate usanze di questo antico casale albanese le quali, a loro volta, rappresentano con molta probabilità un vero e proprio crogiolo delle culture paleo-cristiane (il cenacolo, le tavolate) e di  vecchi riti pagani (festeggiare col fuoco l’arrivo della primavera).

Tutto questo, insomma, rende testimonianza ad un momento locale impregnato di devozione ma anche di tradizione, che esprimono meglio di ogni parola il senso di appartenenza alla realtà monteparanese.

L’arrivo della festa di San Giuseppe mette in moto tutta una serie di preparativi che coinvolgono l’intero paese. Quest’anno c’è da dire che l’aria è sembrata ancora più elettrizzata delle altre volte. Chi è passato in questi giorni per le stradine del paese, si è certamente imbattuto in un via vai di donne, intente a preparare gli ingredienti delle tavole devozionali. La cosiddetta “massa”, i “virmicieddi” e le immancabili “carteddate”, tutte pietanze che vengono preparate con appositi riti e lasciate poi stese ad essiccare su “cannizzi”, “tavulieri” e “spunlatore” nei giorni che precedono la festa. Gli uomini, invece, dal canto loro, sono impegnati a preparare la struttura degli altarini (una specie di scalinata rivestita di lenzuola o teli di finissima fattura).

Con l’avvento dei tempi moderni, poche famiglie di devoti avevano in tutti questi anni con umiltà e sacrificio, “mantenuto” questa fascinosa

Così iniziava la Quaresima a Taranto

Così iniziava la Quaresima a Taranto
A mezzanotte i rintocchi de “a foròre”

 Mercoledì delle ceneri

di Angelo Diofano

Ultimo giorno di Carnevale, delle cui feste a Taranto non esiste quasi più nulla. Neanche i più anziani hanno memoria di quanto accadeva il martedì grasso in Città vecchia. Un grande e variopinto corteo di maschere (racconta Claudio De Cuia) percorreva l’antica Via Maggiore; in testa prendeva posto “U tate”, un fantoccio rappresentante il Carnevale, disteso su un carretto tirato a mano. Dietro, prendevano posto uomini travestiti da donne che gridavano in modo assai comico il loro dolore, in un frastuono di fischietti, trombette e tamburelli che non è facile da immaginare. All’arrivo in Piazza Fontana aveva inizio “‘a petrescìne”, una guerra di confetti, che venivano lanciati tra gruppi contrapposti con una furia incredibile, come una grandinata fitta e incessante. I ragazzini tra la folla scalmanata si gettavano per terra a raccogliere i confetti, in una sorta di gara tra chi ne prendeva di più. Nel frattempo “U Tate” veniva dato alle fiamme, a significare la fine del periodo di baldoria.

In molte case si svolgevano le cosiddette “feste a componenti”, dove ognuno contribuiva come meglio poteva, per non gravare eccessivamente sul padrone di casa, portando ogni genere di prelibatezza per la delizia dei partecipanti. Un grammofono (più raramente un’orchestrina formata da una chitarra, un tamburello e una fisarmonica)) diffondeva musiche allegre che davano il ritmo ad indiavolate quadriglie E si danzava, fra scherzi e lazzi, a perdifiato, ammirando le migliori mascherine e nel frattempo mai perdendo di vista il ragazzo (o la ragazza) con si sperava di legarsi per tutta la vita.

A mezzanotte le baldoria aveva termine. Dalla cattedrale si faceva sentire il campanone dell’allora campanile normanno (poi abbattuto e sostituito da quello attuale, detto “del sovrintendente”, alquanto anonimo). Batteva i lugubri rintocchi “d’a forore”. Si entrava ufficialmente in Quaresima. Dal portone dell’arcivescovado usciva l’arcivescovo con tutto il Capitolo Metropolitano. Lentamente i sacerdoti si disponevano al centro della piazzetta, attorno alla catasta delle palme dell’anno passato, allestita da tutto il vicinato. Mentre le fiamme si levavano al cielo, l’arcivescovo benediceva il falò e recitava preghiera, alle quali il popolo rispondeva devotamente. Terminato il rito, di breve durata, la gente si accalcava per godere del tepore di quelle vampe. Quindi le donne raccoglievano in alcuni bicchierini la cenere benedetta che l’indomani sarebbe stata distribuita ai parroci per il consueto rito d’inizio Quaresima. “Ricordati, polvere sei e polvere ritornerai”, dicevano i preti mentre con una manciata di cenere ingrigivano appena i capelli dei fedeli. Uno stimolo a meditare sulla caducità della vita e delle sue effimere soddisfazioni.

Taranto. Una segnalazione nella chiesa di Sant’Agostino



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di Nicola Fasano

Nella riscoperta di tesori artistici a Taranto possiamo sicuramente annoverare la statua lignea policroma settecentesca di San Nicola da Tolentino, conservata nella cappella eponima, la prima a sinistra entrando nella chiesa di Sant’Agostino. La stessa cappella venne fatta erigere dalla confraternita dedicata al Santo, che molto probabilmente commissionò anche la statua; purtroppo non si hanno notizie archivistiche sul simulacro ligneo in quanto un incendio nel XVIII secolo ha distrutto i preziosi documenti. L’eremita agostiniano (1246 ca.- 1305) canonizzato nel 1446 è riconoscibile per il saio nero dell’ordine agostiniano e per la stella al centro del petto, che alluderebbe all’astro che apparì al momento della sua nascita.

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Il Santo è colto nel momento estatico tipico della retorica barocca, lo sguardo rivolto al cielo, la bocca socchiusa, le braccia aperte, gesti caratterizzanti un dialogo privilegiato con il trascendente. La qualità sostenuta della statua lignea, data dall’estrema raffinatezza nell’intaglio, fa pensare senza ombra di dubbio all’ambito napoletano e, più in particolare, alla cerchia di Giacomo Colombo, uno dei maggiori artefici della scultura lignea del settecento meridionale.

La sinuosità della forma e la resa naturalistica degli incarnati controbilanciano la stesura un po’ bloccata e accademica del modello, vivacizzato dalle fluenti pieghe delle vesti che cadono perpendicolari e lasciano intravedere un accenno di movimento della gamba destra rispetto a quella sinistra di appoggio.

Sciogliere l’attribuzione in favore del maestro è quanto meno rischioso, vista la serialità di opere realizzate dalla fiorente bottega, per venire incontro ad una committenza sempre più numerosa ed esigente. Tuttavia, azzardando un’ipotesi, la nostra statua richiama la mano di Francesco Picano, collaboratore di Giacomo Colombo, nel trattamento del panneggio che viene semplificato rispetto ai modelli del più quotato maestro, come già sottolineato dalla Gaeta, una delle maggiori esperte su Colombo; sono inoltre palesi i rimandi del santo agostiniano con il San Francesco di Paola nella chiesa di Santa Lucia a Serino.

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Il mio breve contributo vuole essere da stimolo alla riscoperta e allo studio della statuaria lignea, visto che rispetto ad altri territori baciati da studi specifici e da indagini scientifiche, i simulacri lignei tarantini, importantissimi dal punto di vista religioso e antropologico (basti pensare alle statue napoletane dell’Immacolata in San Michele e a quelle del Cristo Morto e dell’Addolorata del Carmine) , hanno avuto solo la degna attenzione del compianto Nicola Caputo e di qualche altro storico locale.

22 novembre. Santa Cecilia e le pèttule a Taranto

 

Piccoli e semplici gesti… grandi  e genuini ricordi… ed è festa!

Le pèttuli, il sapore della mia terra

 

di Daniela Lucaselli

Il 22 novembre ricorre, nell’anno liturgico, una delle feste più popolari della tradizione, santa Cecilia. Per Taranto e i tarantini è un giorno speciale in quanto questa ricorrenza segna l’inizio dell’Avvento, l’alba dei festeggiamenti natalizi, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri paesi in cui si respira aria di festa solo dall’Immacolata o da Santa Lucia.

Il perpetuarsi di antiche usanze rende vivo il legame col passato e, nel caso specifico,  le festività natalizie si arricchiscono di un profondo significato, che supera le barriere dello sfrenato consumismo di una società che sembra non credere più negli antichi valori.

Una magica atmosfera avvolge, in una suggestiva sinergia musicale, le tradizioni sia religiose che pagane. Non è ancora l’alba quando, per le strada di Taranto, si ode, da tempi ormai remoti, la Pastorale natalizia. Ed è così che nasce questa tradizione. Le bande musicali locali, in particolare il Complesso Bandistico Lemma, città di Taranto, svegliano gli abitanti dei quartieri della città,  diffondendo, nella nebbia mattutina, la soave melodia, per onorare Santa Cecilia, protettrice dei musicisti. I primi ad alzarsi sono i bambini che, incuriositi, corrono vicino ai vetri della finestra che affaccia sulla strada e, con la mano, frettolosamente, puliscono i vetri appannati. Dinanzi ai loro occhi, i musicanti infreddoliti, orgogliosi protagonisti di questo momento, augurano un buon Natale. Si vanno a rinfilare sotto le coperte, al dolce tepore del letto, chiudono gli occhi e continuano ad ascoltare, in un indimenticabile dormiveglia, le note della banda. Rimangono in attesa del momento in cui sentiranno l’odore di olio fritto…

Secondo la tradizione, infatti,  le mamme preparano, al passaggio dei suonatori, le pettole. Le famose “pastorali” sono state composte da maestri musicisti tarantini, come Carlo Carducci, Domenico Colucci, Giovanni Ippolito, Giacomo Lacerenza, , che si sono  ispirati ad antiche tradizioni, che affondano le loro radici nelle melodie suonate dai pastori d’Abruzzo che, durante la transumanza, scendevano nella nostra terra, con il loro gregge.

Muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse  percorrevano i vicoli della città, regalando le loro dolci melodie in cambio di cibo. I tarantini donavano ai pastori delle frittelle di pasta di pane, un prodotto povero e  semplice, ma,

Attribuita al Regolia una tela conservata nel Municipio di Taranto

di Nicola Fasano*

Taranto: città delle industrie, città dell’inquinamento, delle brutture, però anche città dei tesori nascosti che non trovano una piena fruibilità. E’ il caso di un dipinto seicentesco di notevole formato conservato negli uffici di Palazzo di Città raffigurante San Francesco che soccorre gli ammalati.

La tela faceva parte del sontuoso arredo di palazzo D’Ayala-Valva (già Marrese), e abbelliva il soffitto a cassettoni del salotto di rappresentanza. Con l’espropriazione del palazzo a favore del comune nel 1981, tutti i beni conservati nel palazzo sono diventati di proprietà comunale.

Il professor Galante dell’Università di Lecce, analizzando la suddetta tela, aveva attribuito l’opera al pittore napoletano Pacecco De Rosa; successivamente lo studioso Leone De Castris riconduceva il dipinto (giustamente, secondo il parere di chi scrive) al palermitano di formazione napoletana Michele Regolia autore di numerose tele nel vicereame. Educato presso la scuola tardo-manierista di Belisario Corenzio, l’autore del dipinto tarantino non è esente da influenze emiliane alla Domenichino.

Regolia si apre alle nuove istanze del naturalismo caravaggesco imperante a Napoli, nei due personaggi maschili in primo piano torniti da vigorosi effetti chiaroscurali.

All’estrema sinistra della composizione è raffigurato un personaggio in abiti nobiliari che volge lo sguardo allo spettatore, molto probabilmente il committente del dipinto, devoto di San Francesco; sulla destra una madre con il figlio cieco in braccio implora al Santo la grazia.

Il maestro palermitano era un autore caro ai francescani perché rispondente a determinati precetti, quali la devozione e la pacatezza nelle figure, la dottrinalità nelle immagini secondo i dettami rigorosi della controriforma. Caratteristica dell’artista siciliano è, inoltre, la raffigurazione di angeli dalle

Girolamo Cenatiempo nella chiesa del SS. Crocifisso di Taranto

 

di Nicola Fasano

Nella valorizzazione del patrimonio storico artistico di Taranto non si può trascurare l’importante contributo del pittore napoletano Girolamo Cenatiempo, artista allievo di Luca Giordano, che nel capoluogo ionico realizzò due tele di grande formato raffiguranti: il Martirio di San Bartolomeo e la Visione dei SS. Gregorio e Benedetto Abate. Tralasciando la prima opera, la cui firma mette fuori discussione dubbi attributivi, la seconda non autografa, in un primo momento era stata attribuita allo stesso Cenatiempo da parte dello storico francescano Padre Benigno Perrone (cfr. P.B.P.Perrone  in  I conventi della serafica Riforma di San Niccolò in Puglia, 1590-1835, Galatina 1981 p. 62) e

Taranto. Il cappellone di san Cataldo, capolavoro dell’arte barocca

di Angelo Diofano

Noti critici d’arte, tra cui Vittorio Sgarbi, sono concordi nel definire così il cappellone di san Cataldo, vero trionfo del barocco, situato a lato dell’altare principale del duomo di Taranto. È un vero trionfo di affreschi e di marmi policromi, con colori e immagini che s’inseguono e si fondono in un turbinio di emozioni.

Molti interrogativi permangono sulle tappe più importanti della sua storia. I primi passi per la realizzazione dell’opera furono mossi nel 1151 con l’arcivescovo Giraldo I che ordinò la costruzione, (nell’area dell’attuale vestibolo) di una cappella quale dignitosa sepoltura al corpo del Patrono. Nel 1598 mons. Vignati ne ideò la trasformazione, sollecitando l’autorizzazione di Clemente VIII e trasferendovi il sepolcro marmoreo rinvenuto ai tempi del Drogone.

Nel 1658 con l’arcivescovo Tommaso Caracciolo Rossi il cappellone iniziò ad avere il suo assetto definitivo così come siamo abituati a vederlo oggi. I lavori furono proseguiti nel 1665 dall’arcivescovo Tommaso de Sarria, con il contributo generoso di tutta la comunità. L’ultimo tocco, nel 1759 con l’arcivescovo Francesco Saverio Mastrilli che fece realizzare l’artistico cancello di ottone.

Alla cappella vera e propria, di forma ellittica, si accede dal vestibolo quadrangolare, in un ambiente reso suggestivo da giochi di marmi verdi e gialli che si alternano alle belle volute bianche ad intarsio delle quattro porticine.

Le statue di san Giovanni Gualberto a destra e di san Giuseppe a sinistra sono opera dello scultore napoletano Giuseppe Sammartino. L’organo, collocato al piano superiore, è del 1790, opera di Michele Corrado, in sostituzione di quello più antico, realizzato dal leccese Francesco Giovannelli, distrutto in un incendio.

Nel cappellone attirano l’attenzione i coloratissimi marmi intarsiati alle pareti, fatti porre dall’arcivescovo Lelio Brancaccio nel 1576, probabilmente ricavati dalle rovine degli edifici classici, sparse in gran quantità nel sottosuolo. Lo sguardo poi si perde in alto, verso l’affresco della cupola, dove il vescovo irlandese è ritratto nella gloria dei santi. Neppure dopo l’ennesima visita è possibile abituarsi a tanta bellezza.

L’opera fu commissionata nel 1713 dall’arcivescovo Giovanni Battista Stella all’artista napoletano Paolo De Matteis, allievo di Luca Giordano, per un compenso di 4.500 ducati. Ne La gloria di san Cataldo (così s’intitola l’opera) il vescovo irlandese appare inginocchiato di fronte a Maria Santissima che lo invita ad accostarsi al trono di Dio; la scena è sovrastata dalla Santissima Trinità attorniata dagli angeli mentre in basso appare la folla dei santi, soprattutto francescani e domenicani, appoggiati su nuvole rocciose nell’atto di scalare la montagna dell’Empireo.

I sette affreschi del tamburo ritraggono, invece, gli episodi più importanti vita di san Cataldo. A partire da sinistra: la resurrezione di un operaio addetto ai lavori di scavo delle fondazioni di un tempio alla Vergine, finito sotto le macerie; il ritorno alla vita di un bambino in braccio alla madre; il cieco guarito all’atto del Battesimo; San Cataldo mentre prega sul sepolcro di Gerusalemme e che riceve l’ordine di recarsi a Taranto; il ritorno della voce a una pastorella muta mentre indica all’illustre pellegrino la strada per la città ionica; la liberazione di una fanciulla indemoniata mentre è in preghiera davanti alle spoglie mortali del santo. L’affresco di fronte all’altare mostra infine san Cataldo mentre predica al popolo tarantino.

Di pregevole fattura anche le dieci statue di marmo, collocate nel in apposite nicchie, di epoche e autori differenti. Da destra a partire dall’ingresso, raffigurano nell’ordine: san Marco, santa Teresa d’Avila, san Francesco d’Assisi, san Francesco di Paola, san Sebastiano, sant’Irene, san Domenico e san Filippo Neri. Ai due lati dell’immagine del Patrono appaiono i simulacri di san Pietro e di san Giovanni. Secondo una suggestiva ipotesi, ancora tutta da avvalorare, pare che questi ultimi due fossero di antica fattura greca (naturalmente in seguito adattati alla fede cristiana) e che rappresentassero rispettivamente Esculapio ed Ercole.

Visibile attraverso una grata marmorea e finestrelle laterali, la tomba del Santo è posta all’interno dell’altare marmoreo. Quest’ultimo fu realizzato nel 1676 da Giovanni Lombardelli, artista di Massa Carrara, impreziosito da madreperle e lapislazzuli. Alzato su tre gradini, ha struttura lineare caratterizzata da un decorativismo dei marmi ora finissimo nei ricami dei gradini del postergale e del paliotto, ora nervoso nelle ornamentazioni scultoree dei putti capialtare.

Le decorazioni marmoree, tutte policrome, hanno temi diversi; sui due pilastrini laterali vi sono gli stemmi, dai vivissimi colori arricchiti da inserti di madreperla, del capitolo e della città di Taranto, committenti dell’opera.

Sul ciborio lo stemma con le tre pignatte del vescovo Francesco Pignatelli, a testimonianza del suo intervento all’abbellimento della cappella avvenuto nel 1703.

Sovrastante l’altare, ecco la nicchia ove è posto l’argenteo simulacro di san Cataldo, il quarto nella storia di Taranto. Di una prima statua di san Cataldo si iniziò a parlare nel 1346 quando l’arcivescovo Ruggiero Capitignano-Taurisano, accogliendo le richieste della popolazione, volle realizzarla con l’argento del sarcofago, ove nel 1151 il suo successore, Giraldo I, volle riporre il corpo del Santo. Il prezioso metallo fu però insufficiente per un simulacro completo, tanto da costringere a ripiegare su un mezzo busto.

Per il completamento della statua si attese il 1465, anno in cui la città fu liberata dal flagello della peste. Il merito fu attribuito all’intercessione di san Cataldo, tanto che l’intera popolazione a gran voce chiese il completamento del simulacro. Il sindaco Troilo Protontino indisse perciò una sottoscrizione che ebbe l’effetto auspicato, con l’allungamento del mezzobusto. La statua fu rifatta ad altezza d’uomo (sette palmi) a spese della civica università con l’esazione del catasto e con il personale contributo dell’allora sindaco Troilo Protontino. Pareri contrastanti, nel tempo, accompagnarono l’esistenza di quella statua. La popolazione vi era affezionata in quanto realizzata con l’argento ricavato dal sarcofago che aveva toccato il corpo del Patrono. Inoltre il volto del Santo era di grande espressione, tanto che i devoti lo credettero finito per mano angelica. Altri però ritenevano l’opera dalle forme troppo rigide e stilizzate, in quanto proveniente da un mezzobusto. Senza contare che le ripetute riparazioni e le aggiunte in breve lo ridussero in condizioni davvero pietose.

Fu così che nel 1891 l’arcivescovo mons. Pietro Alfonso Jorio commissionò la nuova statua d’argento all’artista Vincenzo Catello dell’istituto Casanova di Napoli. L’artista completò il lavoro in appena sei mesi. Furono impiegati oltre 43 kg di argento, di cui 37 provenienti dalla vecchia immagine. La statua era smontabile per facilitare le operazioni di pulitura e lucidatura. Il simulacro giunse il 7 maggio del 1892 alla stazione ferroviaria di Taranto da dove, dopo la solenne benedizione, fu portato in grande processione fino alla cattedrale. L’opera piacque per la perfezione della lavorazione e l’espressione del viso.

Così descrivono le cronache dell’epoca: “L’argenteo simulacro di san Cataldo misura due metri in altezza: il patrono è in atto di camminare, con la destra benedicendo la città che gli è fedele, mentre con la sinistra stringe il pastorale… Indovinatissimi la posa e l’atteggiamento… Assai bello il panneggiamento della pianeta della stola, il merletto del piviale, il camice che sembra cesellato”. Gli occhi, poi, neri e lucenti da sembrar veri; questo grazie alla devozione di una nobildonna tarantina che in periodo più recente donò alla cattedrale due artistici e preziosi spilloni a testa nera (forse di onice) e con al centro una piccolissima pietra preziosa da far pensare a una pupilla. Un’opera, insomma, vanto dell’intera comunità ma destinata a durare non per molto.

Nella notte fra il primo e il 2 dicembre del 1983, mentre imperversava il maltempo, la statua fu rubata assieme a molti altri reperti (candelieri, calici, reliquiari ecc.). Qualche anno dopo, grazie alla soffiata di un recluso tarantino, gli autori del furto (quattro napoletani specializzati in furti nelle chiese) furono arrestati e condannati, ma della statua non fu possibile recuperare nulla in quanto fusa e ridotta in lingotti. Un’impresa davvero poco fruttuosa e per giunta finita male per i malfattori ma ancor più per la comunità, privata di uno dei suoi simboli più importanti.

L’attesa per una nuova statua, la terza della storia, non durò a lungo. Il 14 gennaio ’84 l’arcivescovo Guglielmo Motolese incaricò un apposito comitato presieduto dal priore del Carmine, Cosimo Solito, di provvedere in merito.

Fu contattato l’artista grottagliese Orazio Del Monaco, che approntò in breve il bozzetto in argilla. Valutate alcune proposte, si decise di realizzare il nuovo San Cataldo in ottone e di rivestirlo in argento (tranne testa, mani e braccia che furono interamente di quel metallo prezioso) donato dagli orafi tarantini (in tutto ben 35 kg). Finalmente l’opera fu completata. Il volto era quello felice del pastore che finalmente torna dal suo gregge dopo l’esilio. Molti però non furono d’accordo con quella scelta perché avrebbero preferito la copia conforme a quella derubata. Portata in un furgone a Palazzo del Governo, l’8 settembre del 1984 alla rotonda del lungomare la nuova statua fu ugualmente accolta da una gran folla festante; nella stessa sera si svolse quella processione a mare che non poté aver luogo nel maggio precedente. Ma tanti non si riuscivano a rassegnare, ostinandosi a fantasticare sul san Cataldo di Catello esposto nella residenza di qualche emiro amante delle opere d’arte e chissà un giorno da recuperare: tanto era anche il sogno dell’allora parroco della cattedrale mons. Michele Grottoli.

Ben presto si dovette fare i conti con l’eccessivo peso del manufatto. Le operazioni concernenti lo spostamento dalla nicchia in preparazione ai solenni festeggiamenti di maggio destavano parecchie preoccupazioni per l’incolumità sia degli addetti sia dei preziosi marmi dell’altare. Inoltre ci voleva la gru per le complicate e laboriose operazioni di imbarco e di sbarco sulla motonave per il giro dei due mari. Così dopo vent’anni dall’arrivo dell’opera di Del Monaco si cominciò a pensare a una nuova statua.

L’arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa accolse la proposta dell’arcidiacono mons. Nicola Di Comite che, agli inizi del 2001, dette il via all’operazione “Una goccia d’argento per la nuova statua di San Cataldo”, per la raccolta del prezioso metallo. I tarantini aderirono generosamente all’iniziativa, donando medagliette, catenine ed oggetti fra i più disparati. La realizzazione del simulacro fu affidata all’artista Virgilio Mortet, del laboratorio di Oriolo Romano (Viterbo).

Sue opere si trovano nei Musei Vaticani e in chiese, conventi e gallerie d’arte; per la cattedrale di Osimo eseguì un artistico sarcofago per custodire le reliquie di san Giuseppe da Copertino e una sua croce pettorale di ottima fattura fu donata a Giovanni Paolo II. A Mortet fu posta solo una condizione: che le sembianze della statua fossero, finalmente, quanto più possibile simili a quelle dell’opera di Catello. L’iniziativa ebbe buon fine. Così il 4 maggio del 2003 il nuovo san Cataldo (fuso in un unico pezzo) fu pronto e arrivò via mare alla banchina del castello aragonese. Tanta gente, affacciata su corso Due Mari, partecipò alla cerimonia. Ancor più massiccia fu l’affluenza di popolo alle successive processioni a mare e a terra, porgendo così il più caloroso benvenuto alla nuova effige del santo Patrono.

Una grande manifestazione di fede che continua a mantenersi inalterata ogni anno nei tradizionali festeggiamenti di maggio.

Taranto: oltre l’acciaio

Taranto, Castello Aragonese (ph F. Lacarbonara)

di Francesco Lacarbonara

Al di là di alcuni aspetti a tutti noti (la mitilicoltura, la più importante base navale militare d’Italia, le abitudini gastronomiche dei suoi abitanti, il mare, ecc.) probabilmente è l’insediamento industriale (l’ILVA, il cementificio, le raffinerie, e quant’altro) a caratterizzare più di ogni altro la città di Taranto, tanto da creare nell’immaginario collettivo un’inevitabile equazione:

Taranto+siderurgico+inquinamento=meglio-che-ce-ne-scappiamo-subito(e chi resta si arrangi…).

Il problema è  che a restare è la stragrande maggioranza della popolazione, che da decenni subisce (non senza una responsabile dose di passiva rassegnazione) scelte di politica industriale e di gestione del territorio, sulle quali comunque non è stata chiamata ad esprimere un’opinione o a proporre un’alternativa.

Il dissesto economico del Comune (il più grande della storia repubblicana italiana) forse è servito a smuovere un po’ le coscienze intorpidite da decenni di malgoverno (non dimentichiamoci però che siamo noi cittadini a scegliere da chi farci amministrare) e qualcosa sembra che negli ultimi tempi si stia muovendo.

Ma la mia riflessione va oltre le manifestazioni di piazza e le legittime proteste, riguarda la nostra stessa mentalità e il come ci rapportiamo in primis con la nostra città: e se iniziassimo noi a pensare a precise e mirate proposte di valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale che la città bimare sa offrire, partendo da quanto di più bello essa possiede? Penso al MARTA (i famosi Ori di Taranto saranno esposti in Cina, ma quanti tarantini frequentano regolarmente il museo o accompagnano amici ospiti a visitarlo?), al Castello Aragonese, che grazie alla Marina Militare è uno dei monumenti storici più visitati in Puglia, alle decine di chiese nascoste nel centro storico e sconosciute anche alla maggior parte dei tarantini, e via dicendo.

Ma soprattutto penso all’immagine che diamo di noi stessi e di Taranto agli altri: si è mai sentito un barese parlar male di Bari o un leccese di Lecce? Eppure non mi sembra che Bari e Lecce (città per me stupende e che amo tantissimo) siano il massimo della vivibilità e dell’organizzazione urbanistica. Il fatto è che essi amano le loro città e si prodigano per migliorarle e offrire a chi le visiti il meglio di quanto possiedono.

Forse dovremmo mettere da parte inutili campanilismi e prendere esempio da loro. Dalla rassegnazione si esce solo rimboccandosi le maniche senza lasciarsi prendere dai luoghi comuni; il compito della ricostruzione non può che iniziare dai tarantini stessi e dalla nascita di un nuovo rapporto con la propria città, da una sua nuova visione che sappia cogliere, oltre agli aspetti negativi, tutte le positività e potenzialità di sviluppo che possiede, e che sono tante, senza nulla togliere agli spaghetti con le cozze e alla passeggiata in via d’Aquino.

Le ostriche tarantine

di Massimo Vaglio

Tra i molluschi marini, autentici gioielli della gastronomia, ce n’è uno che spicca in modo particolare, naturalmente, si parla dell’ostrica, un mollusco nobile universalmente apprezzato e con un ineguagliabile record di qualificate referenze storiche e letterarie. Nei tempi antichi la troviamo descritta, magnificata ed esaltata già da Omero, Virgilio, Petronio e molti altri padri della letteratura, ma ha incontrato, senza soluzione di continuità, in ogni epoca illustri estimatori, prodighi di rime, tra questi, Goethe, Voltaire e persino il cupo Giacomo Leopardi, che ebbe a dedicarle dei gratificanti versi. Plinio, cento anni prima di Cristo, le dedica ampie trattazioni e fa una puntuale descrizione del sistema di allevamento messo a punto da Sergio Orata, indicato dallo stesso come un ricco ed avaro cavaliere romano che doveva la sua grande fortuna proprio alle ostriche. Questi, infatti, aveva messo a punto, un innovativo sistema di allevamento su pali con il quale riuscì ad ottenere ostriche più grasse, turgide e dolci, suscitando così, una vera e propria mania fra i suoi contemporanei più ricchi, e a renderle di moda, praticamente indispensabili, nei convivi eccellenti. Lo stesso Giulio Cesare preferiva le ostriche a qualsiasi altro cibo e sulla sua mensa se ne consumavano quantitativi industriali. La richiesta, ad un certo punto divenne tanto ingente, che si dovettero esplorare nuovi areali di rifornimento, si scoprì così che le ostriche di Brindisi, non meno famose e prelibate di quelle della Gran Bretagna, trovavano un ambiente ideale nel Lago di Lucrino, ove, dopo una breve stabulazione, acquisivano particolare dolcezza, sapidità e grassezza. Allo stesso scopo erano adibiti anche i Laghi di Fusaro e Miseno.

Per quanto riguarda Taranto, nonostante non tutti concordino, l’ostricoltura si

La Maddalena in gloria del Lanfranco in San Pasquale a Taranto

 

di Nicola Fasano

La sacrestia della chiesa San Pasquale di Baylon di Taranto conserva numerosi dipinti di autori importanti quali Cesare e Francesco Fracanzano, Leonardo Antonio Olivieri e una tela attribuita a Luca Giordano. Con questo mio articolo voglio fare luce su un dipinto di alta qualità, sfuggito alla critica, raffigurante la “Maddalena in gloria”, ascrivibile ad uno dei più importanti artisti del Seicento, Giovanni Lanfranco.

Il pittore, esponente di primo piano della pittura seicentesca e della decorazione barocca, fu allievo di Agostino e Annibale Caracci e si ricorda come autore di importanti cicli pittorici nelle chiese di Roma e Napoli, oltre ai molti quadri conservati nei musei più importanti del mondo tra i quali il Louvre.

Tornando alla tela tarantina, la Maddalena è raffigurata mentre sale

Taranto saluta i marinai d’Italia: Il Monumento al Marinaio

ph Daniela Lucaselli

di Daniela Lucaselli

Il Monumento al Marinaio si impone all’attenzione di chi dal Borgo antico di Taranto giunge, attraversando il Ponte girevole, sul corso Due Mari, nel Borgo nuovo della città. L’opera fu realizzata in bronzo dallo scultore Vittorio Di Cobertaldo nel 1974, per volontà dell’Ammiraglio Angelo Iachino, comandante della flotta di stanza a Taranto durante la seconda guerra mondiale, che volle far dono della scultura alla città in ricordo dei marinai caduti durante il  conflitto mondiale e nella atroce e sanguinosa “Notte di Taranto”, dell’11 novembre 1940 quando la flotta ancorata nella rada del Mar Piccolo venne bombardata dagli aerosiluranti inglesi.

L’opera protesa maestosamente verso il cielo per circa sette metri poggia su un piedistallo sul quale è posta una iscrizione:

 AI MARINAI  DELLE  FORZE  NAVALI  ITALIANE  L’AMM. D’ARMATA  A. IACHINO 

II GUERRA  MONDIALE  1940-43.

ph Daniela Lucaselli

La scultura, che  cattura in modo suggestivo lo sguardo di chi ammira l’impetuosità e l’irruenza dei flutti del mar Grande, è dedicata ai marinai della Marina Militare Italiana e raffigura due marinai che, con la mano destra,  tengono il  berretto levato in alto e “salutano” il passaggio delle navi e piccole imbarcazioni che costantemente solcano le acque del canale navigabile che collega il Mar Grande con il Mar Piccolo.

Il portamento dei due militari, con garbo ed elegante maestosità, manifesta uno spiccato spirito di accoglienza  verso tutti coloro che vengono dal mare, coloro che portano nella nostra terra le loro tradizione, la loro cultura. L’apertura all’altro, la reciproca ricchezza e crescita della gente comune e di una intera città è un  prezioso dono.  Ma non solo. Il periodo di accoglienza, l’ospitalità nella nostra terra, la condivisione di scorci di vita quotidiana, l’addestramento in Marina e Aereonautica Militare è seguito da un malinconico saluto di chi è ormai parte di noi,  pronto a portare con sé e in

Taranto. Breve storia del quarto polo siderurgico

 

di Alessio Palumbo

 

In questi giorni, la sentenza di chiusura di alcuni reparti dell’Ilva di Taranto e le proteste scaturitene, ha catalizzato l’attenzione di media, esperti e semplici lettori. Si è dipanato così un dibattito vasto e composito che, di volta in volta, anche su questo blog, ha posto il focus su alcuni problemi specifici: dall’inquinamento alle politiche del lavoro, dall’indotto ai danni apportati alla qualità della vita dei tarantini, etc. etc. Un rapido viaggio nella storia del centro siderurgico tarantino forse permetterà di avere una visione più vasta e completa dei problemi, dei retroscena, delle speranze e delle delusioni che per decenni si sono abbinati a questo “drago d’acciaio”.

Nel secondo dopoguerra, lo sviluppo in Italia della siderurgia pubblica si è legato, fondamentalmente, alla figura di Oscar Sinigaglia. È infatti alla sua mentalità fordista che si deve la nascita e la crescita di un’industria pubblica dell’acciaio basata sulla riduzione della dipendenza dal rottame, sulle grandi dimensioni degli stabilimenti e sulla produzione di lotti standardizzati[1]. Molteplici ragioni

Attribuita al Regolia una tela conservata nel Municipio di Taranto

 

 
di Nicola Fasano*

Taranto: città delle industrie, città dell’inquinamento, delle brutture, però anche città dei tesori nascosti che non trovano una piena fruibilità. E’ il caso di un dipinto seicentesco di notevole formato conservato negli uffici di Palazzo di Città raffigurante San Francesco che soccorre gli ammalati.

La tela faceva parte del sontuoso arredo di palazzo D’Ayala-Valva (già Marrese), e abbelliva il soffitto a cassettoni del salotto di rappresentanza. Con l’espropriazione del palazzo a favore del comune nel 1981, tutti i beni conservati nel palazzo sono diventati di proprietà comunale.

Il professor Galante dell’Università di Lecce, analizzando la suddetta tela, aveva attribuito l’opera al pittore napoletano Pacecco De Rosa; successivamente lo studioso Leone De Castris riconduceva il dipinto (giustamente, secondo il parere di chi scrive) al palermitano di formazione napoletana Michele Regolia autore di numerose tele nel vicereame. Educato presso la scuola tardo-manierista di Belisario Corenzio, l’autore del dipinto tarantino non è esente da influenze emiliane alla Domenichino.

Regolia si apre alle nuove istanze del naturalismo caravaggesco imperante a Napoli, nei due personaggi maschili in primo piano torniti da vigorosi effetti chiaroscurali.

All’estrema sinistra della composizione è raffigurato un personaggio in abiti nobiliari che volge lo sguardo allo spettatore, molto probabilmente il committente del dipinto, devoto di San Francesco; sulla destra una madre con il figlio cieco in braccio implora al Santo la grazia.

Il maestro palermitano era un autore caro ai francescani perché rispondente a determinati precetti, quali la devozione e la pacatezza nelle figure, la dottrinalità nelle immagini secondo i dettami rigorosi della controriforma. Caratteristica dell’artista siciliano è, inoltre, la raffigurazione di angeli dalle ampie ali che irrompono dall’alto o sospesi a mezz’aria.

Una Taranto che può quindi inserire il Regolia ad altre figure di spicco della cultura artistica napoletana del 6-700 quali i fratelli Fracanzano, Luca Giordano, Giaquinto e lo scultore Sanmartino.

Questo gioiello pittorico è stato fortunatamente sottratto all’incuria e al vandalismo che ha purtroppo svalorizzato il prestigioso palazzo di via Paisiello. Il restauro, curato dalla Soprintendenza, ha pulito la tela da pesanti ridipinture e ha portato alla luce gli squillanti colori delle vesti e l’atmosferico paesaggio collinare che si schiude tra le figure.

Un dipinto difficilmente fruibile, che andrebbe valorizzato maggiormente, con l’esposizione in qualche mostra, anche per capire i gusti di una committenza sopraffina quale era quella dei D’Ayala-Valva, i quali secondo lo studioso Farella, avrebbero acquisito la tela dal convento di San Francesco per collocarla nell’ottocentesco palazzo.

Un doveroso ringraziamento va alla dottoressa Danese e all’assessore Davide Nistri per la disponibilità dimostrata e per avere permesso le riprese fotografiche.

 

* Tutor diocesano dei beni culturali (Diocesi di Oria)

 

Pubblicato su CORRIERE DEL GIORNO Mercoledì 9 marzo 2011

Taranto. La cripta del Redentore

   

di Daniela Lucaselli

Un’emergenza archeologica: la cripta del Redentore, la più antica sede del culto cristiano di Taranto, situata nel Borgo Nuovo, dopo circa trent’anni in stato di abbandono,  è stata aperta alla cittadinanza nel mese di dicembre 2010, grazie all’impegno di associazioni cittadine, storici ed archeologi.

L’antico monumento post-classico, ubicato in Via Terni, è una pregevole testimonianza delle origini cristiane, un  prezioso documento e bene del patrimonio storico artistico della  città bimare.

La piccola chiesa ipogea necessita di un consistente ed urgente intervento di consolidamento e restauro, per rinsaldare la ormai compromessa staticità. La volta è purtroppo sfondata e invasa da tubature di servizio.

Fonti letterarie del IV secolo attestano che Taranto, città portuale, fu proprio in questo periodo aperta ad ogni innovazione in campo religioso e il Cristianesimo trovò il terreno fertile per affermarsi. La cripta in esame rappresenta a proposito un primo esemplare monumentale.

Originariamente la cripta ipogeica era  una tomba a camera di età  classica, situata esattamente dove prima sorgeva la grande necropoli della Taranto greco-

I “coccioli” tarantini ossia le murici

di Massimo Vaglio

Con il termine di còccioli, cuzzìuli o cuècciuli tarantini nel Salento si appellano genericamente le murìci d’entrambe le due specie più comuni, ossia le murici propriamente dette (Murex trunculus) e le murici spinose (Murex brandaris). Tutte e due le specie ma, in particolare le prime, sono ampiamente presenti nei mari pugliesi, su quasi tutti i tipi di fondale sino ai 100 metri di profondità, ma è il Golfo di Taranto a mantenere da millenni il primato di questa produzione.

Questi molluschi che appartengono alla classe dei Gasteropodi hanno alle spalle una storia illustre e  millenaria. Da esse infatti veniva ricavata la preziosissima porpora di cui già si parla nella Bibbia e nelle opere di Omero e sulla cui fabbricazione ampie testimoniante hanno lasciato Plinio, Aristotele, Plutarco, Teofrasto ed altri. Questa serviva a colorare, tra i vari filati, anche la cosiddetta “lanapenna” ricavata dal bisso della Pinna nobilis.

Il “laticlavio”, ossia la toga indossata dai senatori romani, era orlata dall’alto in basso da una fascia di porpora. Indossavano toghe orlate di porpora anche i notabili anziani, ed i sacerdoti, mentre toghe interamente di porpora, erano indossate, sul carro di trionfo, dai generali vittoriosi nelle grandi parate ufficiali.

Taranto era, a quanto pervenutoci, una delle maggiori produttrici di porpora e su questa industria trasse molta della sua fortuna. Tanto è stata notevole questa produzione che ancora nella seconda metà del XVIII secolo, il conte Carlo Ulisse De Salis Marschlins, viaggiatore svizzero, testimonia la presenza a Taranto di una strana collina :- ….Sempre in queste vicinanze, di là dal convento Alcanterino, esiste una collina, chiamata Monte Testaceo, consistente nella massima parte di avanzi di bivalvi e di mùrici. Si vuole che la celebre tinta purpurea di Taranto fosse stata anticamente preparata in questo punto, e che la piccola cisterna quadrata lì presso esistente, fosse usata per la preparazione del prezioso liquido.- 

 Con la scoperta della cocciniglia (kermes) prima ed infine dell’anilina, l’uso della porpora decadde, ma si incrementò l’utilizzo gastronomico delle murici che, perduta la preziosità e decaduto la sorta di monopolio a cui erano state sino ad allora assoggettate, tornarono ad essere solo un cibo gustoso ed alla portata di tutti.

Le murici, non sono oggetto di allevamento, anche se spesso vengono raccolte e mantenute dagli allevatori di mitili nelle zone in loro concessione, per poi ripescarle e porle in vendita nei periodi dell’anno più propizi.

 Ancora oggi, in Puglia sopravvivono delle particolari forme di pesca

Roberto Ferri, pictor Apuliae

Al confine tra la realtà e il sogno. Il tarantino Roberto Ferri reinterpreta i grandi della pittura

di Marcello Gaballo

 

Con piacere ospitiamo in queste pagine poche note che riguardano un validissimo pittore, giovane conterraneo, che sta attirando grande attenzione da parte della critica e degli appassionati d’arte.

Un nuovo modo di fare pittura, che se pur guarda all’antico, si sta imponendo per l’inedita iconografia, per le incredibili invenzioni di pose e soggetti, per i temi che esulano dai tradizionali status symbol.

L’artista è Roberto Ferri, nato a Taranto nel 1978, diplomato al Liceo artistico “Lisippo” di Taranto nel 1996. Inizia a studiare pittura come autodidatta e, trasferitosi a Roma nel 1999, approfondisce la ricerca sulla pittura antica, dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento; in particolare si dedica alla pittura caravaggesca e a quella accademica (David, Ingres, Girodet, Géricault, Gleyre, Bouguereau, ecc.), la cui influenza resterà per tutta la produzione.

Nel 2006 si laurea con 110 e lode all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove per tre anni studia con Gaetano Castelli e l’ultimo anno con Francesco Zito.

Un sito e un blog illustrano nel dettaglio la brillante carriera e i rapidi successi del giovane artista, che esordisce nel 2002 partecipando alla mostra collettiva Animali e Dei (galleria “Il Labirinto” di Roma). L’interesse dimostrato dai visitatori e dagli esperti lo incoraggia a realizzare l’anno dopo una prima personale, che si tiene al Centro d’arte contemporanea “Luigi Montanarini” a Genzano di Roma, con un titolo che già fa pregustare quella che sarà la sua produzione: Roberto Ferri e il sogno del Parnaso.

Sempre nel 2003 ancora una mostra, anche questa con un titolo che preconizza: Angeli, Demoni, Miracoli e Arconti, che si tiene alla galleria “Il Labirinto” di Roma. La grande capacità espressiva che riesce a conferire alle affascinanti figure, siano esse demoniache o benefiche, reali o fantastiche, gli procureranno un positivo apprezzamento che diverrà ancor più consistente con l’altra mostra personale, quella del 2004, alla medesima galleria, che denomina l’appuntamento artistico con un significativo: Roberto Ferri e la Luce del corpo.

Molti galleristi lo chiamano e se lo contendono e in effetti diviene rapidamente protagonista di importanti eventi nazionali ed europei. Nel 2007 risalta nella collettiva “FOEMINA. Il seno nell’arte e nella medicina”. Non passa molto tempo e presso l’ Istituto Italiano di Cultura a Londra si inaugura ancora una sua personale: Roberto Ferri – Beyond the senses / Oltre i sensi, in cui dà la miglior prova della sua arte con l’eccezionale psicologia di tanti corpi, le cui nudità traboccano di significati materiali e spirituali.

Tutto è ormai pronto per il clou e nel luglio dello stesso 2007 ecco la grande personale, al Vittoriano capitolino, poi a Rimini, a Castel Sismondo, alla Biennale d’arte del 2009, agevolmente incluso nelle  ”CONTEMPLAZIONI. Bellezza e tradizione del nuovo nella pittura Italiana contemporanea”.

Sue opere sono presenti in importanti collezioni private di Roma, Milano, Londra, Parigi, New York, Madrid, Barcellona, Miami, San Antonio (Texas), Qatar, Dublino, Boston, Malta, e nel castello di Menerbes, in Provenza.

Nell’immediato Roberto è impegnato nella realizzazione delle stazioni della Via Crucis nella cattedrale di Noto, che saranno poi presentate alla prossima biennale di Venezia.

Una carriera in evoluzione rapida, che fa comprendere come, guardando le sue bellissime tele, Roberto non sia un semplice riproduttore di corpi. Pur nella perfetta esecuzione, ottimamente esaltati nelle forme anatomiche da studiatissimi giochi di luce, sono più vivi che mai. Le sinuosità e la levigatezza delle pelli muliebri, i rilievi delle muscolature virili sono resi con variazioni tonali che ormai caratterizzano l’inconfondibile pittura di Roberto Ferri. E caso mai non bastasse la plasticità e la solidità di quei corpi, ecco che contribuiscono a renderli sempre più vivi e passionali gli sguardi eloquenti in pose surreali, che senz’altro derivano da profonde meditazioni esistenziali, quasi a difendersi dalla follia dell’attuale o dall’arte sfiorita.

Roberto Ferri è candidato a diventare un importante esponente della pittura e sono fermamente convinto che ben merita di essere appellato “pictor Apuliae”. Sia la nostra terra ben lieta di avergli dato i natali, certo che la Puglia tutta, Taranto in primis, voglia annoverarlo tra i figli prediletti che si sono particolarmente distinti nel delicato e competitivo mondo dell’arte.

Impossibile riportare le qualificate e positive critiche rivolte alla produzione sempre più apprezzata. Ci limitiamo perciò a brevissime estrapolazioni delle numerose pagine a lui dedicate da critici d’arte tra i più in vista, rimandando al sito dell’Autore per ogni approfondimento:

…La pittura di Roberto Ferri non è legata alla realtà contingente, anzi, ne è per lo più avulsa. L’occhio impietoso di Ferri, infatti, non si ferma sulle epidermidi (sia pur setose e morbide quelle femminili, virilmente muscolose quelle maschili); ma le scava e ricava dall’ombra, come uno scandaglio psichico penetrante dell’anima. Il suo amore per l’antico non si spinge alla contraffazione dei grandi del passato; l’emozione potrebbe giustificarlo, ma egli vuole trovare la grande pittura della Storia all’interno della sua anima d’artista.

È il suo pennello ad esplorare un mondo nascosto e inquieto, assetato di quella magia che è illusione di verità e realtà della finzione; vale a dire di quel sortilegio acronico che è alla base di ogni arte. Come un Dyoniso ebbro, egli cerca nell’ebbrezza della pittura il tramite per varcare il confine tra la realtà e il sogno, tra il fluire del tempo e l’eternità metafisica… (Maurizio Marini).

…La poetica edificata da Roberto Ferri conosce non pochi punti di contatto con Giorgio de Chirico; nonostante ciò, l’universo immaginativo del giovane pittore si presenta come abissalmente diverso da quello del Grande Metafisico. Come de Chirico, Ferri è, in parte, un nemico giurato del Modernismo e delle Avanguardie Storiche; rifiuta, infatti, la ricerca di novità linguistiche e formali ad ogni costo. Con l’artista del “dio ortopedico”, Ferri ritiene che ogni opera d’arte degna di questo nome traduce in forme plastiche un annuncio, un messaggio, un credo filosofico ricco ed articolato. L’arte, dunque, presuppone una dimensione mitica ed è creazione di nuovi miti oltre che manipolazione di quelli già offerti dalla civiltà classica. Come dicevamo, solo in parte rifiuta però il lascito delle Avanguardie Storiche; non accetta l’antireferenzialismo, ma si accosta al Surrealismo del quale condivide il visionarismo estremo, l’onirismo e l’irrealismo di fondo… (Robertomaria Siena).


 Deposizione, olio su tela, 2010

 


Ringraziamo di cuore il maestro Roberto Ferri per aver concesso di pubblicare in esclusiva su queste pagine le riproduzione di alcune sue opere;  ci preme sottolineare a chi ci legge che la riproduzione di esse a qualunque titolo e con qualunque mezzo è riservata all’Artista.

L’affaire ILVA di Taranto è un ossimoro bello e buono

di Gianni Ferraris

La Costituzione parla esplicitamente del diritto alla salute e di quello al lavoro, addirittura quest’ultimo è, secondo la carta, la parte fondante della Repubblica stessa. Lo Stato ha quindi il dovere di tutelare entrambi questi diritti. Ora, a meno che non si ritenga la Carta Costituzionale alla stregua di un soprammobile inutile e da spolverare di tanto in tanto, magari giusto nelle ricorrenze, per poi scordarlo per il resto dell’anno, l’affaire ILVA di Taranto è un ossimoro bello e buono. Gli operai sono costretti a scendere in piazza per difendere il loro posto di lavoro minacciato da chi vuole difendere la loro salute e non disdegnerebbe il chiudere la fabbrica. Si rischia di camminare sui vetri facendo questo discorso, nessun attacco alla Magistratura, per carità, soprattutto quando fa il suo lavoro.

Che a Taranto si crepi di cancro più che in altri luoghi è un fatto dimostrato,

L’amore dormiente, una tela nel Museo Archeologico di Taranto

Un’ ipotesi attributiva per “L’amore dormiente”

di Nicola Fasano

 

Il dipinto, oggetto del mio articolo, fa parte della collezione che il vescovo di Nardò, monsignor Ricciardi, donò al Museo Archeologico di Taranto[1] tramite un testamento olografo depositato nel 1907[2].

Il documento recita: “Tutti i quadri di qualche merito artistico sia esistenti nel Palazzo di Taranto, che all’Episcopio (di Nardò), voglio che siano depositati nel Museo pubblico di Taranto”.

Le tele in questione sono per la maggior parte opere di scuola napoletana del XVII e XVIII secolo, tra le quali trova spazio il nostro dipinto, raffigurante  “L’amore dormiente”.

L’opera in questione è una teletta (57 x 39) che tradizionalmente viene attribuita alla scuola Andrea Vaccaro; essa trova spazio in un saggio del  Galante[3] che, senza il conforto della fotografia, cita

La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Taranto

di Daniela Lucaselli

Nell’agro tarantino una delle  cappelle più antiche e famose è quella dedicata alla Vergine di Costantinopoli. Situata nei pressi del cavalcavia ferroviario, lungo la via che porta a Massafra, venne edificata nel 1568 dal sacerdote don Giambattista Algerisi di Taranto e consacrata il 2 aprile del 1570  da Monsignor Bartolomeo IV Sirigo, vescovo di Castellaneta.

Al suo interno il pavimento è lastricato con marmo misto a pietra e copre tre sepolture. L’altare,  anch’esso di marmo, è corredato di candelabri di bronzo; vi è anche un altro altare di pietra dietro il quale è posta una tela che raffigura i Santi Cataldo, Simeone, Leonardo. Sono presenti due fonti di marmo  per l’acqua benedetta.

“Un documento dell’Archivio Arcivescovile di Taranto del 1577 attesta che la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli possiede assieme ad altri beni tre tomoli di terra coltivati a frutteto, seminativo, ecc. con fontana a stalla accanto alla stessa chiesa, in un luogo detto Fontana Vecchia”. Nel 1582 nella chiesa si insediò la confraternita di Santa Maria di Costantinopoli, in quanto nella stessa vi era un antico dipinto raffigurante l’immagine della Vergine, di inestimabile valore, giunto, secondo la tradizione, da Costantinopoli.

Nel 1867 la vita della cappella venne segnata da  un nefasto destino. Iniziarono i lavori per la costruzione di un tronco ferroviario e  la Direzione Compartimentale di Bari avanzò trattative col patrono della chiesa, il barone Giuseppe RIZZI ULMO, per la cessione della stessa e del terreno circostante, dietro rimborso di una somma equivalente al valore materiale dell’immobile, da investirsi per la riedificazione del Santuario su terreno libero di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Nel frattempo, il 2 agosto 1897, venne nominato rettore della chiesetta, don Francesco DE VINCENTIIS che diede vita ad intense opere di  restauro.  Ma il corso degli eventi fu inarrestabile. Quando scoppiò la prima guerra mondiale la chiesa fu requisita per esigenze militari e  quel momento fu l’inizio di una visibile decadenza. Venne anche adibita a deposito di generi alimentari.

Il 20 luglio 1924 Monsignor Giuseppe BLANDAMURA visitò la chiesa e, animato da uno spirito di tutela e di rinnovamento, con il consenso dell’arcivescovo Orazio MAZZELLA, approntò una lista dei cimeli superstiti esistenti nella cappella che sarebbe stato opportuno e doveroso salvare. In particolare, l’altare marmoreo, la scultura rappresentante la Vergine col Putto, un’iscrizione lapidaria ed infine un cippo funerario con dedica.

Nel 1926 la vecchia chiesa fu abbattuta ed immediatamente ricostruita in parte con lo stesso materiale proveniente dalla demolizione.

Oggi  è lì, ristrutturata dai portuali,   con il suo vetusto aspetto, protetta da una ringhiera e da un cancello di ferro.
Al suo interno  non resta quasi nulla di quanto descritto. Superstite della distruzione è solo un’ opera in pietra databile intorno al Cinquecento, opportunamente restaurata, che raffigura la Madonna col Bambino   che però è stata collocata all’inizio della navata destra della Cattedrale.

Bibliografia:

Associazione Internazionale di studi e ricerche sulla cultura popolare religiosa, Il Tradizionalista, Blog culturale, 30 ottobre 2008;
G. BLANDAMURA: Santa Maria di Costantinopoli, in Taras 1926;
N. CAPUTO: Destinazione Dio, Taranto 1985;
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– V. DE MARCO:  La Diocesi di Taranto nell’età moderna: 1560-1613, Roma 1988;
M. Mirelli, Service 2003-2004, Lions Club Taranto Host.

La Maddalena in gloria del Lanfranco in San Pasquale a Taranto

 

Un inedito di Lanfranco

 

di Nicola Fasano

La sacrestia della chiesa San Pasquale di Bylon di Taranto conserva numerosi dipinti di autori importanti quali Cesare e Francesco Fracanzano, Leonardo Antonio Olivieri e una tela attribuita a Luca Giordano. Con questo mio articolo voglio fare luce su un dipinto di alta qualità, sfuggito alla critica, raffigurante la “Maddalena in gloria”, ascrivibile ad uno dei più importanti artisti del Seicento, Giovanni Lanfranco.

Il pittore, esponente di primo piano della pittura seicentesca e della decorazione barocca, fu allievo di Agostino e Annibale Caracci e si ricorda come autore di importanti cicli pittorici nelle chiese di Roma e Napoli, oltre ai molti quadri conservati nei musei più importanti del mondo tra i quali il Louvre.

Tornando alla tela tarantina, la Maddalena è raffigurata mentre sale in cielo sorretta da un gruppo di cherubini, uno di essi sembra mostrare compiaciuto allo spettatore il vaso contenente l’unguento che servì alla Penitente per profumare i piedi del Cristo.

L’iconografia è ricorrente nell’età barocca dove il soggetto viene rappresentato ignudo e coperto da fluenti capelli, adagiato su un banco di nubi come una Venere.

Dal punto di vista compositivo, il pittore si avvale di un luminosità rivelatrice, svelando nella parte bassa accesi contrasti chiaroscurali che esaltano il vigoroso incarnato dei putti e nella parte alta una luce abbagliante di provenienza ultraterrena, che staglia la Maddalena su un

Cartoline vecchie e nuove da Taranto. Il ponte girevole o ponte di Paola

Inaugurazione del ponte girevole (1887)

di Daniela Lucaselli

Taranto, città magno-greca, si affaccia sul golfo cui dà il nome e lungo il lato meridionale è bagnata dal mar Grande. Queste acque, in cui le navi sostano prima di entrare in Mar Piccolo, sono separate dal mar Ionio dalle Isole  Cheradi di San Pietro e San Paolo e da Capo San Vito.

Prima delle invasioni saracene,  i tarantini per difendersi strategicamente dai nemici,  scavarono nel fossato del castello aragonese un doppio canale che disgiunse l’estremità della penisola dalla terraferma.

Nel 927 la città fu distrutta dai saraceni; nel 967 fu ricostruita dai Bizantini sull’antica “Acropoli”, fortificata da torri e cinta di mura strapiombanti sul mare lungo i versanti a nord, sud ed ovest, ed unita alla terraferma dal lato di levante, in direzione della strada che porta a Lecce. Ai fini di una strategica difesa nei confronti dei Turchi che, assediata Otranto, minacciavano di assalire anche Taranto, fu scavato  nel 1481, sotto Ferdinando I D’Aragona, un nuovo canale (un primo fossato era stato scavato in quello stesso punto ai tempi di Annibale quando le navi romane posizionate all’ingresso del porto minacciavano la città), detto “fosso”. Filippo II successivamente lo rese navigabile “per congiungere mediante impalcatura in legno, mobile dalla parte  dell’abitato, la cortina a sud della torre di  Mater Domini (discesa Vasto) alla sponda opposta, quasi in direzione dell’attuale Corso Umberto”(1).

1895 – Ponte girevole

Il canale, purtroppo per incuria,  si riempì di sabbia fino a quando Carlo III fronteggiò il problema e nel 1755 ne decise la riapertura.

Successivamente Ferdinando I di Barbone fece costruire nella parte nord, in sostituzione del preesistente ponte di legno, uno nuovo ponte in muratura che fu detto Ponte di Porta Lecce.

Nel 1882 iniziarono gli studi e la progettazione per la costruzione del canale navigabile fra le rade di Mar Grande e Mar Piccolo. Il Mar Grande doveva essere unito al Mar Piccolo. Si provvide così ad allargare  il fossato del castello per rendere possibile l’accesso alle navi in questo braccio interno ove doveva sorgere l’Arsenale Militare Marittimo.

Il vecchio ponte fu demolito nel 1885.

La costruzione del nuovo ponte girevole fu ultimata e la struttura fu inaugurata con solennità il 23 maggio 1887 dall’Ammiraglio Ferdinando Acron.

1900 Ponte girevole in ferro, Borgo nuovo

Costruito dall’Impresa Industriale Italiana di Napoli, stabilimento Cottrau, per conto del Ministero Marina e su progetto dell’Ing. Giuseppe Messina che ne diresse i lavori di costruzione, era originariamente costituito da un grande arco a sesto ribassato in legno e metallo, diviso in due braccia che si riunivano nella sezione mediana (chiave dell’arco) e giravano indipendentemente l’una dall’altra attorno ad un perno verticale posto su uno spallone corrispondente. Il funzionamento avveniva grazie a turbine idrauliche alimentate da un grande serbatoio posto sul castello aragonese attiguo, capace di 600 metri cubici di acqua che in caduta avviavano le due braccia del ponte.

Il nuovo ponte lo vollero azzurro nella tinta, snello nei lineamenti, armonioso nel disegno, girevole e agile nel movimento reso silente dall’energia elettrica preferita alla primitiva rumorosa manovra a pressione idraulica per l’apertura a chiusura dei suoi robusti bracci aleggianti, e soprattutto forte nelle costole ferrose per sopportare il peso della funzione della colonna vertebrale del’unica e vitale arteria cittadina inarcata sul canale aperto al traffico marittimo”(2).

In onore del Santo Protettore e del Sovrano allora regnante gli vennero imposti i nomi di “Cataldo” e “Umberto”.

1910 Ponte girevole in ferro

Durante i due conflitti mondiali la struttura rimase sempre e costantemente aperta per facilitare le operazioni militari e per salvaguardarlo da eventuali bombardamenti aerei, creando però non pochi disagi alla popolazione civile.

Scartata per ragioni economiche e per amore al vecchio ponte l’ ideazione e la progettazione di un tunnel sotto il canale, il Ministero dei lavori si orientava verso la costruzione di un nuovo ponte girevole utilizzando le esistenti antiche spalle in muratura che si presentavano ancora in buono stato, capaci di “assorbire con sicurezza  le sollecitazioni dinamiche prodotte dal nuovo ponte” (3).

1919 Ponte girevole chiuso – Teatro Paisiello
1920 Ponte girevole semichiuso1910 Ponte girevole visto da Mar Grande1924 Ponte girevole semiaperto

La demolizione del Primo Ponte cominciò il 18 agosto 1957. Negli anni 1957-1958 la struttura venne rimodernata sulla base di un  progetto realizzato dalla Società Nazionale Officine di Savigliano, che riguardava gli organi meccanici ed i comandi elettrici. Fu introdotto un funzionamento di tipo elettrico, ma rimasero inalterati i principi ingegneristici della  Direzione del Genio Militare per la Marina. Questa opera fu realizzata nei Cantieri Navali di Taranto. Il nuovo ponte fu inaugurato dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 9 marzo 1958.

1958 Ponte girevole nuovo

Il significato di questa realizzazione si legge nel messaggio augurale del Capo di S.M. della Marina Militare di SQ. Corso Pecori Giraldi: “…Oggi che il vecchio ponte, caro al cuore di tutti i marinai d’Italia, se ne va in pensione e viene sostituito da un altro, più moderno e funzionale, rievochiamo brevemente le tappe salienti della storia marinara di Taranto, poiché il ponte, inaugurato nel 1887, si inserì come elemento vivo ed operante della evoluzione della città, testimone e, insieme protagonista del movimento del suo porto militare…Oggi che il vecchio ponte tarantino cede il posto alla nuova imponente realizzazione di ingegneria, la città vive un significativo istante della sua secolare storia marinara…”(4)

1960 Nuovo ponte girevole

Il Ponte venne dedicato a San Francesco di Paola, protettore delle genti di mare. La linea architettonica del nuovo ponte, che ricalca la struttura del vecchio, misura attualmente 90 metri di lunghezza,9 metri di larghezza e pesa circa 1600 tonnellate.

Interventi di manutenzione periodica sono effettuati sugli organi meccanici e sulla struttura metallica del ponte. Ciascun semiponte, che costituisce di fatto la sua armatura, combacia in chiave ad arco di cerchio con centro nel perno di rotazione della volata rotante sulla spalla del ponte.  Ciascuna delle due grandi mensole ruota così intorno ad un perno centrale ancorato, tramite tirafondi, alla banchina in cemento, muovendosi sopra una cremagliera mediante un pignone sempre in presa azionato da un motore elettrico. Il tutto poggia su una pista di rotolamento composta da una serie di cilindri di acciaio.  Due gruppi motogeneratori fanno da corredo per l’alimentazione  elettrica in caso di emergenza e di comando a mano.

1950 Ponte girevole1960 Nuovo ponte girevole

La gestione della manutenzione  così come l’apertura sono affidate alla Marina Militare Italiana. L’apertura del ponte consente il passaggio delle grandi navi militari dirette alla Stazione Navale situata nel Mar Piccolo. Le manovre sono condotte dall’interno di due cabine di pilotaggio situate nei pressi di ciascun semiponte, mentre quattro operai controllano il corretto funzionamento dei dispositivi automatici, pronti ad intervenire in caso di avaria degli stessi. Le prime operazioni manuali da compiere sono quelle di rimozione degli otto calaggi e di sganciamento dei due chiavistelli posti alle estremità, che garantiscono la stabilità del ponte quando è chiuso. L’apertura vera e propria inizia con la rotazione di circa 45° del semiponte lato Borgo Antico, quindi con la rotazione di 90° del semiponte lato Borgo Nuovo, seguita dal completamento della rotazione di quello lato Borgo Antico.

1966 Ponte girevole dall’alto

Da sempre  il Ponte Girevole, che collega la penisola del Borgo Nuovo con l’isola della Città Vecchia, separate dal canale navigabile, è il simbolo della città dei due mari, e  si presenta come una grandiosa ed unica opera di architettura, di costruzione meccanica e d’ingegneria navale.

Lo scenario che si schiude davanti allo sguardo incredulo del turista incuriosito, ma anche di fronte allo stesso tarantino che non si assuefa mai di fronte a tale spettacolo indescrivibile, esprime come la bellezza naturale si coniuga in perfetta simbiosi con la creatività umana.

Il grande Gabriele D’Annunzio nelle sue Laudi non poteva non declamare di fronte a questa straordinaria ed unica opera di ingegneria:

Taranto, sol per àncore ed ormeggi

Assicurar nel ben difeso specchio,

di tanta fresca porpora rosseggi?

A che, fra San Cataldo e il tuo vecchio

Muro che sa Bisanzio ed Aragona,

che sa Svezia ed Angiò, tendi l’orecchio?

Non balena sul Mar Grande né tuona.

Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte

Gira e del ferro il tuo Canal rintrona.

Passan così le tue belle navi pronte

Per entrar nella darsena sicura,

volta la poppa al jonico orizzonte.

( Gabriele D’Annunzio, Laudi del Cielo, del Mare della Terra e degli Eroi, Libro IV)

Meno famosi, ma di eguale valenza letteraria e sentimentale sono i versi in cui il nostro concittadino Pietro Piangiolino dipinge questo momento di vita e di storia:

T’ ‘onne nzippate dopo sette mise

de fatie toma toma e situate,

maestranza paisane e giargianise

cu quante aggarbamiente ‘onne fatiate!

‘U giurne ca metterne ‘u prime stuezze,

addà stave pur’ie quedda matine;

lijtte de zite, proprie na biddezze

te prepararne cumm’a ‘na spusine;

 

E ‘a grue, da marite, fatte e dijtte

Inde a le vrazze sue te sullevòie

E doce doce t’appuggiò su a ‘u lijtte

E cu tanta  dulcezze te vasoie.

 

Da osce mò ca t’onne naugurate

Accumenze pi te ‘nu gran travagghie,

spiriame ca si sembe affurtunate!

Nisciune cu te face ‘u tagghie tagghie.

 

Vintequatt’ore a ‘u giurne de fatie

Pi ciend’anne, sta bene, amiche care?

No appennè ‘u muse e statte in allegrie,

guèdete ‘u ciele e spicchiate inde a ‘u mare.

 

E quanne, no sia maie, vene ‘na die

Ca te porte amarezze, buene frate,

non ci te fa vincè da picundrie

sta sembe nziste e ardite cumm’a ‘u tate.

 

Tu ca d’u tate si cchiù larie assaie,

p’accugghiè sus’o lijtte tanta gende

a rimedià cu face stu via vaie

cchiù liste, cchiù sicure e cchiù scurrende.

 

E cumm’u tate tue si sperti ‘u suenne

Cu ‘a Marine, sciuscietta preferite,

accussi a fa tu, sembe ridenne,

sine a quanne ‘u Signore ti dè vite.

 

Quanne spalanche tu sti vrazze bedde,

pi dà ‘u passaggie a sti nave putiente,

salutele pi nù e ‘na bona stedde

cu l’accumpagne e manne a poppe ‘u viente.

 

Quanne da sotte a te matine e sere

Passe ‘a piscaturegne inde a le varche,

oze ‘a cape e te manne ‘nu pinziere,

naucanne a ricatte sotte all’arche;

 

Surride tu a sti paisane nueste,

ncuraggele a fa chijne le rezze,

cu no màngene cchiù stu pane tueste

de fatie, de miserie e d’amarezze.

 

Cu sie pi nu cumm’a’n’archebalene

Sta campate de ponde c amò à nate,

cu porte tiempe sembe cchù sirene

e tanta die cuntiente e affurtunate.

Pietro Piangiolino, Taranto, 10 marzo 1958

Sono queste le parole che l’autore ha voluto racchiudere ed  armonizzare in versi, sono queste le emozioni che ha provato di fronte a questo scenario di vita, sono questi i sentimenti che pullulano nell’intimo di ognuno di noi.

Una poesia che non morrà mai, esattamente come le scene che si spiegano di fronte ai miei occhi quando passeggio lungo la ringhiera che dal Lungomare apre la strada al Ponte Girevole. Nonni dai capelli radi e bianchi accompagnano i loro piccoli nipoti a pescare. Li trovi lì fermi ore ed ore anche sotto un sole “cocente” con la canna che tende impalpabile la lenza  in attesa che qualche “gobbione” abbocchi ingenuamente alla lenza.

Questa è Taranto, questa è la bellezza della Città che amo.

NOTE:

1) A. Semeraro,  Storia vecchia, speranza nuova, in Rassegna e Bollettino di Statistica, Comune di Taranto,Luglio-Agosto 1957, pag.28;

2) A.Semeraro,  Storia vecchia, speranza nuova, op. cit. pag.29;

3) A.Svelto., Il nuovo ponte girevole di Taranto, in Rassegna e Bollettino di Statistica, Comune di Taranto, Marzo-Aprile 1958, pag. 3;

4) A.Svelto, Il nuovo ponte girevole di Taranto, op. cit. pag. 5.

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Taranto. Ponte di Porta Napoli

Ponte di Porta Napoli o Ponte di Pietra,

 dedicato oggi a sant’Egidio Maria da Taranto

 

di Daniela Lucaselli

Il ponte di Pietra, detto anche Ponte di Porta Napoli e dedicato oggi a  sant’Egidio Maria da Taranto, è una struttura in muratura lunga 115 metri che domina il canale naturale a nord-ovest della città.

La data in cui questo ponte fu edificato è incerta.

Un’ ipotesi attendibile è quella proposta dall’egittologo francese François Lenormant, che lo fa risalire agli ultimi anni del primo millennio (X secolo) per volere di Niceforo II Foca. L’opera, strutturata in sette arcate, si estendeva secondo un asse  che proteggeva e difendeva la città dai frequenti attacchi esterni.

Da allora, annotò il Lenormant, il ponte è stato rimaneggiato molte volte, ma la parte inferiore dei suoi piloni presenta ancora tutti i caratteri della costruzione bizantina”.

Nel 1404 fu fortificato con l’innalzamento nella Piazza Grande, l’attuale Piazza Fontana, della Torre di Raimondello e della Cittadella, una massiccia torre quadrata cinta di mura e fiancheggiata da due torrioni.

Nel 1865 un decreto del Re Vittorio Emanuele II di Savoia dichiarò Taranto città aperta e libera da qualsiasi giogo militare, ragion per cui si decise per la distruzione di tutte le mura e le fortificazioni esistenti. Questo verdetto coinvolse la stessa Cittadella, rasa al suolo in vari momenti che intercorrono dal 1884 al 1893.

Il ponte invece era stato distrutto da una violenta alluvione nella notte fra il 14 e il 15 settembre del 1883.

Fu ricostruito a tre arcate, pochi metri più a destra rispetto a quello caduto in

Taranto. Nel passato è esistito un ponte ad ovest della città?

Taranto. Ponte di Pietra (1935)

di Daniela Lucaselli

La questione è tuttora discutibile. Fra gli scrittori locali c’è chi sostiene l’esistenza, in antico, di un ponte ad ovest della Città, nei pressi di quello attualmente denominato di Porta Napoli; c’è chi lo nega supportato da proprie  argomentazioni o da quanto presente nel Platone in Italia. Gli antichi scrittori, come Strabone,  Polibio e Livio, e i più recenti come Filippo Cluverio, Viola, Dal Lago, Wuilleumier lo ammettono.

Il noto Lenormant sostiene che l’imperatore Niceforo Foca per la prima volta fece costruire il ponte a sette archi sul canale di Mar Piccolo, “come si può rilevare dai pilastri che presentano tutti i caratteri della costruzione bizantina”. Tale tesi risulta molto discutibile in quanto l’archeologo e storico, che per la parte topografica ha attinto dagli scrittori locali, doveva dimostrare che prima della costruzione bizantina il ponte non ci fosse. Pertanto, per supportare tale affermazione risulta insufficiente sostenere semplicemente che sui pilastri sono presenti i segni della costruzione bizantina.

Dato certo è comunque quello che ai tempi di Niceforo Foca, quando fu “terrapienata” l’Acropoli, si costruì “quel” ponte (distrutto  nel 1883) e che i pilastri presentavano le tracce della costruzione bizantina.

La questione ora da chiarire è un’altra: il ponte che i Bizantini edificarono dopo la distruzione da parte dei saraceni, verificatasi quarant’anni prima, fu ubicato nello stesso luogo in cui si trovava precedentemente o, per effetto del “terrapienamento” della Acropoli, fu eretto in altra zona? La risposta, qualunque essa sia, deve essere sostenuta da una dimostrazione.

Taranto. Ponte di Pietra – Bagni di Venere (1935)

La tesi del Lenormant che sostiene che il ponte sia stato edificato “per la prima volta” dai Bizantini, se fosse stata completata con la frase  “in quel sito”, non

Taranto. Ancora sul ponte Punta Penna – Pizzone

di Daniela Lucaselli

Gli scrittori locali affermano che esistesse in passato un ponte in muratura grandissimo e bellissimo, collocato tra il promontorio della Penna e quello del Pizzone. Alcuni attestano che sia di epoca messapica, altri di età greca, in particolare del periodo del maggiore splendore di Taranto.

C’è chi sostiene che esso fosse stato distrutto prima della venuta di Annibale, e chi, invece, attribuisce ad Annibale il suo uso. Chiariamo subito un primo aspetto. E’ insostenibile l’ ipotesi che attribuisce un ponte in muratura ai Messapi, “che avrebbero così avuto la possibilità di recarsi dalla Città al contado al nord della Penna”. Questa gente viveva in case, la cui copertura era costituita da canne o da rami di alberi, amalgati da una malta di fanghiglia, che costituivano un villaggio. Come avrebbe potuto costruire questo popolo indigeno, privo di mezzi adeguati, un imponente ponte in muratura?

Passiamo ad un secondo punto. Il Carducci parla indiscutibilmente dell’uso di questo ponte in muratura, durante la seconda guerra punica, da parte di Annibale.  A sostegno di questa affermazione lo storico tarantino offre diverse argomentazioni:

1)      In primo luogo fa cenno a quanto riportato da Polibio che, pur non adducendo l’esistenza di questa grande opera di ingegneria, riferisce una nota importante. Egli asserisce infatti che la distanza fra la città e le vicinanze del Galeso, dove mise il campo Annibale, dopo aver conquistata la città, è di circa 40 stadi.  Il Carducci desume da questo dato che Annibale, per questo suo spostamento, utilizzò il ponte esistente trala Penna e il Pizzone, in quanto la

Taranto, Ponte Punta Penna Pizzone. Realtà o fantasia?

 

di Daniela Lucaselli

“Anche a non essere mai esistito, bisogna inventarselo il ponte che alcuni studiosi di antichità tarantine dicono congiungesse la Penna al Pizzone”

                                                                 (Vito Forleo, Taranto dove lo trovo)

Non tutto ciò che affermiamo è documentato come dato certo… spesso c’è traccia di leggenda…

E allora scopriamo e cerchiamo di saperne di più di questa città. Una prima disquisizione interessa il Ponte Punta Penna Pizzone.

Scrittori antichi e moderni hanno trattato o accennato all’antico ponte di Taranto. Esaminiamo insieme questi aspetti che risultano interessanti ed intriganti.

Ponte di Punta Penna Pizzone, visto dal lato Punta Pizzone

Il Merodio (1), nella sua  Historia tarentina parla dell’esistenza di un ponte fra Punta Penna e il Pizzone. Testualmente così scrive: “Però si vede chiaramente che il gran sito dell’antica città prima che fusse soggiogata da Fabio Massimo, poiché si vede il principio delle fosse della lama di S. Giovanni, luogo ormai distante dalla città 5 miglia circa, come anco hanno osservato li nostri antichi. Nel luogo dove oggi si dice il Pozzone era il Myonceo, come scrive Polibio (libro VIII), vicino al quale vi era il poggio detto di Apolline Giacinto alla riva del Mar Piccolo; dove anco era la famosissima porta chiamata Temenida dalla quale cominciava un superbo ponte sotto il quale scorreva detto mare e terminava alla riva opposta detta la Penna, dove era un gran borgo abitato dalli Piscatori, e guardato da una forte torre, per lo che fu detto Turripenna”.

Tale dato, riportato quasi esclusivamente da scrittori locali, lascia spazio a tanti quesiti, in quanto ci domandiamo come un’opera tanto determinante in

Taranto, la città dei due mari: Mar Piccolo e Mar Grande

Il Mar Piccolo di Taranto

di Daniela Lucaselli

“ Il Mar Piccolo ricorda da vicino lo stagno di Berre, le cui pittoresche e classiche bellezze sono ammirate da chiunque vada a Marsiglia. Tutto il paesaggio è inondato di luce, quasi bagnato in un’atmosfera d’oro che rende più dolci i contorni e ne fonde armoniosamente i toni. Mi meraviglio che nessun pittore si sia spinto fin quaggiù: in questa prima veduta di Taranto vi è un quadro completo, mirabilmente composto: basta trasportarlo sulla tela come la natura ce lo consegna… Sulla riva Nord di Mar Piccolo, si trova il grazioso villaggio di Citrezza, sede favorita per le gite dei Tarantini, che vi vanno nei giorni di festa a far colazione sull’erba e a ballare sotto i limoni. Un ripiegamento della collina rocciosa disegna qui un anfiteatro di poco meno di un chilometro di lunghezza, dai pendii cosparsi di fichi d’india e piantati ad oliveti, aperto sul mare alla sua estremità meridionale; giardini lussureggianti di verde ne occupano il fondo. Fra questi giardini sgorga dalla terra una copiosa sorgente d’acque limpide come cristallo, la cui conca, circondata da alte canne, ricorda la fonte Ciane, nei pressi di Siracusa. Un profondo ruscello, largo circa tre metri, trascina con rapida corrente le acque della sorgente, che mai si esaurisce, nemmeno nei periodi estivi più critici, e si getta nel golfo. Il percorso è di circa cinquecento metri, abbastanza per creare un’oasi dolce e tranquilla, dove la bellezza delle acque e gli alberi ombrosi e fronzuti ricreano una sensazione di fresco, il cui fascino, in questo clima ardente, non si potrebbe descrivere” (1)

Franҫois Lénormant

Taranto, Mar Piccolo, dogana del pesce (1910)

La pesca del tonno nello Jonio

di Marcello Gaballo

Tra tutti i sistemi di pesca quello dei tonni risulta, da sempre, tra i più redditizi. La cattura avveniva, ieri come oggi, mediante l’installazione di impianti, per l’ appunto detti tonnare, sistemate nei punti in cui veniva segnalato il passaggio di questi pesci corridori. Occorreva dunque predisporre un complicato tunnel di nasse in cui finivano imprigionati i pesci.

Le reti con la loro tipica disposizione formavano delle camere consecutive, che terminavano in quella della morte, attorno alla quale si disponevano le barche con la ciurma (i tonnarotti), pronta ad eseguire la mattanza all’ ordine del caporais. Sin dall’antichità tonnare furono calate dai Fenici, in seguito altre ne sorsero in Italia, Spagna, Portogallo, lungo le coste meridionali della Francia, nella Tunisia, in Libia, altre più piccole nell’Adriatico orientale, nel Bosforo e nel Mar di Marmora. In quest’ ultima località , e precisamente nella Propontite, i pescatori di quei luoghi preferivano la pesca sedentanea, ovvero il complesso delle nasse ferme o statiche, alla pesca errante per la cattura dei tonni.

Già nel ‘300 a Taranto e nel 1327 a Gallipoli i pescatori praticarono la pesca cetaria, (pesca di pesci grossi), esercitandola con mezzi adatti alla cattura dei tonni, ma in maniera errante, con un apparato di mezzi e di attrezzi portatili di poco rendimento.

L’amico Salvatore Muci ha già trattato ampiamente su questo insolito argomento (in Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli, a c. di M. Gaballo), soffermandosi in particolare su quelle dello Jonio, a sud di Taranto e fino a Gallipoli, coprendo un arco temporale compreso fra XVII e XX secolo.

Tali impianti di reti fisse, verticalmente tese lungo la costa, spesso lunghe diverse centinaia di metri e in corrispondenza di fondali profondi anche oltre i 25 metri, comportavano investimenti in denaro di non poco conto, certamente non possibili al povero marinaio. Divenne dunque prerogativa di duchi e baroni, o perlomeno di ricchi proprietari, sino a rappresentare speciali meriti o concessioni regie alle città, tra cui, nel nostro circondario, la fidelis Gallipoli.

Gallipoli era stata beneficata dell’importante concessione con diploma del re Roberto spedito da Granada il 2 settembre 1327, con cui assegnava alla fedelissima cità de Galipoli il diritto perpetuo della tonnara. L’importante privilegio era stato riconfermato da Carlo V, con diploma del 23 giugno 1526 inviato ai sindaci della città Leonardo Gorgoni e Cristoforo Assanti. Un ulteriore decreto della Regia Camera fu consegnato al sindaco gallipolino, Leonardo D’Elia, il 15 luglio 1628.

Un primo documento in cui si descrive il metodo di pesca risale al 1490 e riguarda il tratto di mare di pertinenza di Nardò, presso il porto della Culumena, dove si pratica la pesca del tonno ad opera di pescatori tarantini, che si spingevano a sud per la mancanza di una tonnara nel loro mare: de li sturni se pigliano alla sturnara, in loco nominato de la Culumena, devono pigliare de lo VII doi. Essi, oltre le tonnine, vi pescavano sardelle, palamide, modoli, inzurri, alalonge e vope e per tale pescato ogni tredici ne pagavano il valore di uno al baglivo, mentre al gabelliere versavano i 15 tarì mensili per la sosta della barca.

La città di Nardò non poteva possedere una tonnara, in virtù dell’antico e citato privilegio ottenuto da Gallipoli, e il pesce venduto, cefali, triglie, spatanghi, pizzute, dentici, aurate, sarachi e occhiate, nel XVII secolo veniva ceduto a sei tornisi a rotolo (890 grammi). Quello pescato nelle acque di Nardò e venduto dai tarantini era soggetto alla decima, non così per i gallipolini, che potevano pescare liberamente in tale tratto, senza pagare il dazio. Gli stessi isolani furono persino autorizzati a vendere a Nardò il loro pescato, senza neppure dover corrispondere lo jus plateaticum, cioè il diritto di piazza.

Tra XVII e XVIII secolo la pesca del tonno continuò ad essere praticata nel tratto di mare pertinente all’università di Nardò e, come risulta da alcuni atti notarili, parte del ricavato delle vendite veniva destinato al sostentamento di opere pie. Sul finire del 1783 nel tratto neritino si aggiunse la tonnara di S. Caterina, quasi coeva con quella di Porto Cesareo e tra le diverse vicissitudini di re ed amministratori locali, di nobili ed emergenti proprietari, buona parte cessò di esistere nel XIX secolo, fatta eccezione per Gallipoli.

Una ripresa dell’ attività si registrò nel secondo decennio del 900, contandosene quattro nel Golfo di Taranto , tra le quali, oltre quella di Gallipoli, le altre di Torre San Giovanni, S. Maria al Bagno, impiantata a Porto Selvaggio, Porto Cesareo.

Negli anni 50 dello stesso secolo ne vennero impiantate altre due a Torre Chianca, installata nel 1953 nel tratto di mare detto l’ angolo della secca, verso ponente , e Torre Colimena, nel tratto di mare detto Punta delli Turchi o Punta Grossa. Furono attive solo per pochi anni, visto l’ ammodernamento delle tecniche di pesca, tra cui quella del cuenzu catanese e l’utilizzo delle reti tonnare a larga maglia (dette schiavine), con conseguente utilizzo di grandi paranze.

Solo verso la fine degli anni 40 furono introdotte le tonnare volanti, che comportavano l’ utilizzo di reti pesanti a base di fibra di cocco, numerose imbarcazioni per la mattanza e la presenza del palombaro, indispensabile per la chiusura delle camere della morte formate dalle reti. I pescatori gallipolini si erano specializzati per l’ utilizzo del cribio o motularo.

 

Questo contributo, come anticipato nel testo, è stato rielaborato da un corposo saggio di Salvatore Muci, pubblicato in Civitas Neritonensis

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