Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce e la tarantata

di Armando Polito

C’è chi, ed io sono tra questi, rivendica anche alla poesia una capacità di conoscenza di regola attribuita solo alla scienza;  e questo, se fosse vero, sarebbe più che sufficiente  per liquidare in un attimo come insensata ogni contrapposizione tra le due culture. In particolare, sul fenomeno del tarantismo  credo di aver tentato di provarlo in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/25/anche-questanno-la-notte-della-taranta-e-andata-ma-non-rinuncio-a-dire-la-mia-il-tarantismo-ovvero-laddove-la-poesia-arrivo-prima-della-scienza/. Le testimonianze allora addotte  non vantavano la paternità di autori del nostro territorio ed erano in prosa.

Oggi sottopongo all’attenzione del lettore una poesia di un salentino doc, del quale il lettore ha già letto il nome nel titolo. Di quest’autore abbastanza prolifico mi sono già occupato per un’altra questione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/. Ho segnalato il link non per vanitoso compiacimento ma per dare un’idea dello spessore del personaggio che può vantare un cospicuo numero di pubblicazioni, anche se in prevalenza di natura encomiastica  Di seguito l’elenco completo delle opere da lui pubblicate:

Vaticinium Tiberis ad urbem Romam de Sixto Quinto pontificem maximum, Zanetti, Roma, 1589.

De illustrissimo ac reverendissimo d. Scipione Spina Lupiensium pontifice creato Peregrini Scardini Sancaesariensis carmen, Cacchio, Napoli, 1591.

In admodum reuerendum d. Petrum Antonium De Ponte Congr. clericum regularem theologum, et concionatorem destrissimum, elogia, Guerilio, Venezia, 1599.

Oratio habita Lupiis in funere Hispaniarum, et Indiarum regis catholici Philippi II, Carlino & Pace, Napoli, Neapoli, 1599.

Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603

Discorso intorno l’antichità e sito della fedelissima città di Lecce, Pace, Bari, 1607.

Sonetti di Peregrino Scardino al molto illustre signor Gioseppe Cicala di Lecce, Gargano & Nucci, Napoli, 1609.

Del terzultimo titolo riproduco il frontespizio

e il testo della poesia (in distici elegiaci) che è a p. 107, con la mia traduzione a fronte

2

Capito? – Certamente! – direte. Ma io intendevo dire (senza alcuna velleità poetica per via delle rime)  – Avete capito come il nostro salentino Pellegrino Scardino aveva capito tutto, anticipando di 359 anni Ernesto De Martino? -.

Galatina. “Il peso dei rimorsi”. Ernesto De Martino, 50 anni dopo

tarantismo1

Martedì 1 dicembre 2015

Palazzo della Cultura (Galatina, Le)

CONVEGNO

“IL PESO DEI RIMORSI” – ERNESTO DE MARTINO, 50 ANNI DOPO

La città di Galatina rende omaggio a Ernesto De Martino con la rassegna “Il peso dei rimorsi”, dedicata al grande antropologo italiano nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. L’appuntamento ricade all’interno di una serie di incontri e dibattiti organizzati in numerose città italiane, curati dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, l’Associazione internazionale Ernesto De Martino, la Fondazione Premio Napoli, l’Università di Ginevra, la Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università di Perugia, la Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Angelo Celli.

Dopo Lecce, Bari, Salerno, Perugia, Napoli e Matera, le celebrazioni fanno tappa a Galatina, città in cui De Martino dedicò le sue ricerche per studiare a fondo, per la prima volta in maniera organica e multidisciplinare, il fenomeno del tarantismo. Era il 1959 e da quella spedizione scaturì il celebre saggio “La terra del rimorso”, oggi tradotto, conosciuto e studiato in tutto il mondo.

L’incontro galatinese offre l’occasione di conoscere il pensiero dello storico ed etnografo De Martino, nato a Napoli nel 1908 e scomparso nel ’65 a Roma, tracciando il suo pensiero in un quadro letterario più ampio, sempre più attuale, non ridotto al solo fenomeno del tarantismo.

L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla cultura del Comune di Galatina e organizzata in collaborazione con Meditfilm nell’ambito del progetto “Luoghi e Visioni – Frammenti di antropologia visuale”, nasce per restituire il giusto lustro alla figura di De Martino, allo studioso che seppe fondere saperi diversi nella ricerca etnografica sulle culture popolari del Sud d’Italia, fino a essere riconosciuto a livello mondiale come il padre della nuova antropologia italiana.

L’appuntamento di Galatina celebra un De Martino meno conosciuto al grande pubblico, aprendo a una riflessione sul percorso ideologico e politico che lo hanno reso protagonista, dagli anni ’40 agli anni ’60, del panorama intellettuale italiano, insieme ad altri personaggi che ne hanno segnato la formazione; con alcuni dei quali, come Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Benedetto Croce, intrattenne un’intensa dialettica intellettuale.

“Il peso dei rimorsi” è inserito nelle celebrazioni nazionali che si concluderanno a Roma, nel maggio 2016, per il cinquantenario della morte di De Martino, attraverso una serie di incontri itineranti per ricordare, riflettere e valorizzare le ricerche, il pensiero e l’eredità di una delle figure centrali della cultura italiana del dopoguerra.

Il convegno vedrà la partecipazione dei professori: Pietro Clemente (Università di 2 Firenze), Riccardo Di Donato (Università di Pisa), Carlo Alberto Augeri, Eugenio Imbriani (Università del Salento). A moderare il dibattito sarà il professore Mario Lombardo (Università del Salento).

Tra gli eventi in programma, la mostra fotografica “Il Cattivo Passato”, un suggestivo percorso tra storia, religione, antropologia e società nel pensiero politico-intellettuale di De Martino, e dalla “Breve rassegna Luoghi e Visioni” a cura di Meditfilm, con la proiezione di alcuni importanti documentari etnografici (“Il male di San Donato” di Luigi Di Gianni, “La passione del grano” e “L’inceppata” di Lino Del Fra). Aprirà il convegno la professoressa Daniela Vantaggiato, assessore alla Cultura del Comune di Galatina.

Per l’occasione, sarà presentato in anteprima il corto “Equilibri nel tempo”, scritto e diretto da Fabrizio Lecce, prodotto da Meditfilm nell’ambito del percorso di antropologia visuale “Luoghi e Visioni”. Il film, interpretato da Simone Franco, esplora i megaliti del Salento, dolmen e menhir che, con la loro essenza sacra, rappresentano l’anello di congiunzione tra il terreno e l’ultraterreno, tra la natura e la cultura, facendo emergere un paesaggio rurale arcaico ormai lontano dagli immaginari contemporanei. Il racconto è affidato alle parole di De Martino, estratte dal libro “La fine del mondo, contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.

L’intera manifestazione si svolgerà martedì 1 dicembre a Galatina, presso il Palazzo della Cultura, con il seguente programma: alle 16:00 apertura mostra fotografica “Il cattivo passato”, alle 17:00 inizio del convegno “Il peso dei rimorsi”, alle 19:00 proiezione dei film in rassegna con l’anteprima del corto “Equilibri nel tempo”.

 

Link di approfondimento: www.luoghievisioni.it; www.meditfilm.com

Info e Contatti: MEDITFILM  –  info@meditfilm.com  +39 3277305829

UFFICIO STAMPA: Gabriele Miceli

 

 

Anche quest’anno la Notte della Taranta è andata, ma non rinuncio a dire la mia: il tarantismo, ovvero laddove la poesia arrivò prima della scienza …

di Armando Polito

Immagine tratta da http://www.labodeguitalivornese.com/evento/notte-taranta-popularia/
Immagine tratta da http://www.labodeguitalivornese.com/evento/notte-taranta-popularia/

Ogni fenomeno, prima di manifestarsi, ha un periodo più o meno lungo di latenza a seconda della forza delle cause che lo tengono in quiescenza, finché non prevalgono col loro effetto dirompente e, in un certo senso, contagioso quelle di segno opposto che ne hanno costituito la miccia, più o meno lunga, ma inesorabilmente innescata,  esauritasi la quale, arriva l’esplosione. Anche la durata di un fenomeno (inteso e come episodio singolo e come sua ripetizione nel tempo) è legata all’azione di alcune forze che lo favoriscono, finché il prevalere di quelle di segno opposto decreta la fine del singolo episodio e, in alcuni casi, la sua estinzione. Emblematico, mi pare, a tal proposito il tarantismo: la sua sparizione conferma che la tarantola e il suo morso  erano solo un pretesto per liberare, soprattutto nella donna, ataviche pulsioni per secoli represse non certo per sua volontà, conferma, cioè l’origine cultural-ritual-psicologica del fenomeno che gli studi di Ernesto De Martino, com’è noto, hanno messo in evidenza. Il tarantismo, insomma, si è progressivamente spento non perché si è estinta la tarantola o il sistema immunitario ha azzerato gli effetti del suo morso ma perché inesorabilmente col mutare del costume, liberazione sessuale della donna in primis, è venuta meno la necessità di mantenere come pretesto, alibi, copertura, l’animaletto ed il suo morso al fine di uscire dall’isolamento repressivo attraverso un percorso identificativo (alcuni movimenti delle tarantate ricordano quelli del ragno)-liberatorio (i movimenti stessi, eccitati dalla musica, scaricano la tensione e l’energia a lungo represse). Probabilmente tale processo sarebbe stato solo più lento se non fosse stata rivoluzionata, rispetto al passato, l’agricoltura con l’introduzione delle macchine che hanno esonerato uomini e donne dalle operazioni di coltivazione e raccolta, per non parlare dei veleni che di certo hanno ridotto drasticamente il rischio di un incontro ravvicinato di un tipo che in passato, molto probabilmente, era, sia pur inconsciamente ma non troppo, desiderato e, forse, pure cercato …

Tavola di Gustavo Dorè per illustrare il mito di Aracne celebrato da Dante  (Purgatorio, XII, 43-45); immagine tratta da http://www.worldofdante.org/pop_up_query.php?dbid=I301&show=more.
Tavola di Gustavo Dorè per illustrare il mito di Aracne celebrato da Dante (Purgatorio, XII, 43-45); immagine tratta da http://www.worldofdante.org/pop_up_query.php?dbid=I301&show=more.

Per tornare a De Martino: La terra del rimorso non omette di citare in ordine cronologico due autori che possono essere considerati gli antesignani della sua interpretazione. Il primo è, a sorpresa, un poeta, il secondo un medico, rispettivamente Giovanni Pontano (1429-1503) e Giorgio Baglivi (1668-1707).

Dal dialogo Antonius del Pontano riporto di seguito in formato immagine e con la mia traduzione a seguire un brano tratto da un’edizione (integralmente leggibile al link https://books.google.it/books?id=WS1ZAAAAcAAJ&pg=PT197&dq=ioannis+iovanni+pontani&hl=it&sa=X&ved=0CCcQ6AEwAWoVChMI1IbF4LKNxwIVBF0UCh0sswMP#v=onepage&q=antonius&f=false) di sue opere varie uscita a Venezia  nel 1512 per i tipi di Giovanni Rubeo e Bernardino Vercellese.

Amico  -Antonio soleva ripetere che [i pugliesi] sono i più felici degli uomini-

Ospite  -Quelli che hanno la fortuna di abitare in una regione tanto calda?-

Amico  – [Diceva] infatti che gli altri uomini essendo tutti stupidi a stento potevano addurre qualche giustificazione sufficientemente onesta della loro stoltezza e che in verità i soli pugliesi  avevano perfettamente pronto un motivo per scusare la pazzia, cioè quel ragno che chiamano tarantola, per il cui morso gli uomini impazzirebbero; e che il luogo più felice è dove  il massimo della felicità è il fatto che chiunque volesse desiderare il frutto della sua pazzia potrebbe coglierlo  onestamente. [Diceva] poi che ci sono ragni dal veleno diverso e tra questi anche quelli che spingono alla libidine, che essi sono chiamati concubitarie che da questo ragno solo solite essere morse spessissimo le donne e che sarebbe lecito e non vietato che esse cercassero gli uomini liberamente ed impunemente e che questo veleno non può essere neutralizzato in altro modo, sicchè sarebbe un rimedio per le donne pugliesi ciò che per le altre costituirebbe una vergogna. Non ti sembrerebbe questa la più grande felicità?-

Ospite  -Per Priapo1, grandissima!-       

Analogamente dal Dissertatio de anatome, morsibus et effectibus tarantulae del Baglivi scritto nel 1695 riporto un brano tratto dalla p. 617 dell’edizione di tutte le opere uscita per tipi di Posuel a Lione nel 1714 (integralmente consultabile al link http://lib.ugent.be/europeana/900000084459).

Non bisogna qui negare  la possibilità che nelle nostre regioni si presenti realmente il fenomeno del veleno della tarantola e dei tarantati; tuttavia le donne, che sono gran parte dei tarantati, molto spesso simulano questa malattia con sintomi alla donna familiari; infatti sia per piccoli fuochi d’amore, sia per un danno del patrimonio familiare o di altri mali tipici cui le donne sono più sensibili, sono prese dalla noia, per la continua tristezza derivante da tali situazioni degenerano nella disperazione e quasi nella malinconia. A tutto questo s’aggiunge una vita solitaria alla maniera delle monache di clausura, lontana da ogni per quanto onesta possibilità di parlare con gli uomini della famiglia. Si aggiunge parimenti l’aria infuocata, il temperamento caldissimo delle donne, i cibi caldi e molto nutrienti, la vita oziosa, etc. E per questi motivi tanto principali che secondari frequentemente degenerano nella tristezza e in uno stato d’animo malinconico e per la stessa ragione sono rallegrate moltissimo da ogni accordo di musica e dalle danze. Perciò, per servirsi di questa opportuna occasione di musica permessa ai soli tarantati, si fingono tarantate. All’inganno poi ed alla simulazione si aggiungono il pallore del volto, la tristezza, la difficoltà di respiro, l’angoscia, la cattiva immaginazione e gli altri sintomi più del simulato che del vero veleno delle tarantate (ed essendo questa danza estremamente gradita alle donne, presso le nostre passò in modo di dire, il Carnevaletto delle Donne); e, sebbene le sole donne di quando in quando simulino questa malattia, non allo stesso modo tuttavia si deve sospettare che questo succeda anche negli altri tarantati; infatti parecchi uomini, peraltro eruditi e religiosi, non credendo minimamente ai tarantati, si esposero essi stessi al pericolo e, morsi in Puglia dalla tarantola, caddero in imminente pericolo di vita e se non fosse intervenuta subito la musica in breve sarebbero morti, come riporta anche il nostro Epifanio2 nel passo lodato.  

Il De Martino non cita, però, un altro autore e, siccome questi è, come il Pontano, un poeta e devo dare giustificazione del titolo di questo post, lo faccio io.

Di seguito fra breve un brano di Giovanni Mario Crescimbeni (1663-1728) tratto da L’Arcadia, De’ Rossi, Roma, 1708 (integralmente consultabile e scaricabile al link  http://books.google.it/books?id=ez4dFjf-xsMC&pg=PA212&dq=crescimbeni+arcadia&hl=it&sa=X&ei=7RRKVNi1MY7YPMiLgeAJ&ved=0CCwQ6AEwAg#v=onepage&q=crescimbeni%20arcadia&f=false).

Al nostro tema sono dedicate le pp. 68-85 e assicuro il lettore curioso che la loro lettura sarà gradevole anche sotto l’ombrellone o nella hall di un albergo. Susciterà la meraviglia dei bagnanti o degli altri ospiti quando vedranno sullo schermo del tablet non qualche giochino o le solite foto gossippare ma dei caratteri non proprio moderni. E, se sarà salentino, saprà sfruttare meglio ciò che il Crescimbeni gli offre per catturare l’attenzione di quella brunetta, biondina o rossina che sola soletta, appare, senza ombra di dubbio, sensibile solo al fascino del meridionale sì, ma intellettuale …

E così, mescolando Dante, Crescimbeni, tecnologia e vanità maschile basata su presupposti tanto inconsistenti quanto velleitari, qualche poeta moderno particolarmente ispirato potrà far dire alla donna:

Quando leggemmo il disiato morso

esser curato da cotanto ballo,

il salentino ingrifato più che orso, 

mentr’io cotta dicevo -Fallo!, fallo!-,

mi morsicò la gota e quasi svenni.

L’uomo no, ma il tablet era da sballo …

Lascio immaginare il seguito della storia e passo al nostro, comunque beneaugurante …,  Crescimbeni col suo brano che sembra la trascrizione artistica delle affermazioni scientifiche del Baglivi (non a caso con quest’ultimo siamo alle soglie dell’illuminismo, con Crescimbeni agli inizi).  

La fantascienza spesso ha anticipato il futuro e la poesia si è avventurata in esplorazioni di regola riservate alla scienza e non è certo col tarantismo che l’ha fatto per la prima volta, né, per fortuna, è stata e sarà l’ultima …

Anche quest’anno la Notte della Taranta ha celebrato il suo trionfo. Bisognerà aspettare un poeta, prima ancora che un sociologo (sarebbe il compito immediato di un cronista indipendente …) che metta in evidenza come a ben pochi interessava la musica tradizionale salentina, sia pur intesa in senso lato, e che i gridolini sbavati delle giovani e meno giovani (ma anche di qualche giovane e meno giovane …) erano solo all’indirizzo di uno spaesato Ligabue, che, però, aveva fatto già conoscere la sua salentinità d’adozione facendosi ritrarre davanti ad una friseddha? Come non mettere in risalto, per converso, l’onesta intellettuale degli Aramirè che da tempo hanno rinunciato, con tutte le conseguenze negative, soprattutto di natura economica, che la loro scelta comportava, a salire su un palco le cui luci anno per anno si stanno sempre più trasformando  da stroboscopiche in stronzoscopiche (non mi riferisco agli artisti veri o presunti, che in qualche modo devono pur campare, ma al pubblico, attore passivo di un’invereconda e prostituente mistificazione)?

________

1 Poteva in questo caso un umanista del calibro del Pontano, umbro di origine ma napoletano di adozione, coinvolgere Ercole o Giove e non Priapo che con il suo mostruoso attributo bene in vista è stato immortalato in più di un affresco pompeiano?

2) È il mesagnese Epifanio Ferdinando (1569-1635), autore di Centum historiae seu observationes uscito per i tipi di Baglioni a Venezia nel 1621 (integralmente consultabile e scaricabile al link https://books.google.it/books?id=WghBAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=Centum+historiae+seu+observationes&hl=it&sa=X&ved=0CCAQ6AEwAGoVChMIzYPhjJ6NxwIVwu9yCh0v-wMN#v=onepage&q=Centum%20historiae%20seu%20observationes&f=false), dove sono registrati casi di tarantolati morti per non essere stati sottoposti in tempo alla terapia musicale.

 

Aspettando la Notte della Taranta (4/4): “Malinconicu cantu, e allegru mai”: da Manduria a Parigi, da qui al deserto africano; e poi …?

di Armando Polito

Sono solo canzonette cantava sarcasticamente Edoardo Bennato nel brano di chiusura dell’omonimo album uscito nel 1980. Con lo stesso sarcasmo dico che è solo una canzonetta quella di cui mi occuperò oggi e per dimostrarlo comincio scomodando il n. 9765 del 22/11/1910 del quotidiano parigino Le Matin ( le relative immagini sono state tratte dall’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k569620g/f1.zoom.r=manduria.langEN).

Questa è la prima pagina.

Segue la quarta con  evidenziato in rosso lo scritto del quale mi occuperò oggi.

È un racconto dal titolo La lampe (La lampada)  inserito nella rubrica Contes des mille et un matins (Racconti di mille e un mattino) e reca la firma di Franz Toussaint (per ora basti il nome). Di seguito ho riportato il testo in formato immagine, tratto, adattato ed opportunamente assemblato dall’originale, cui di mio ho aggiunto la  traduzione a fronte e qualche nota esplicativa.

È giunto il momento di spendere su Franz Toussaint qualche parola per delineare la sua figura  al lettore che probabilmente su di lui ne sa quanto ne sapevo io prima di leggere il suo racconto.

Nato nel 1879, morto nel 1955, fu, oltre che scrittore, traduttore, orientalista e sceneggiatore di films muti (di uno,  Inch’Allah, eseguì anche le riprese nel 1922).

In questo racconto accanto alla dissimulata citazione dantesca vi è quella, imprecisa, di una canzone popolare di Manduria; ho detto imprecisa perché il verso riportato è l’ultimo si, ma, come vedremo, della prima strofa. Credo che questo sia dovuto al fatto che la citazione, secondo me è non diretta ma, per così dire, di seconda mano, cioè presa da Paul Bourget, Sensations d’Italie. Toscane, Ombrie, Grande-Grèce, Lemerre, Parigi, 1891, pagg. 278-279, cui appartiene l’immagine che segue (tratta da https://archive.org/stream/sensationsdital01bourgoog#page/n286/mode/2up) alla quale ho aggiunto, giuro che non lo dirò più …, la mia traduzione e qualche nota.

Nella nota 10 il viaggiatore Bourget parla di compagnon. Si tratta, però  di un compagno di viaggio assolutamente virtuale e che si concretizza nella parole che poco prima (pag. 275)  concludono  un racconto riportato, sempre popolare:

Le battute del dialogo, dunque, sono state trascritte dalla brochure del signor Gigli. Questo fantomatico signor Gigli è Giuseppe Gigli (1862-1821), letterato sostanzialmente autodidatta, nato a Manduria, autore di Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto con un’aggiunta di fiabe e canti popolari, Barbera, Firenze, 1893. Tale libro, tenendo conto dell’anno della sua pubblicazione (1893) e di quello dell’opera del Bourget (1891), non può essere la brochure di cui l’autore francese parla, anche perché esso consta di ben 280 pagine. La brochure, perciò, sarà una sorta di edizione ridotta che precedette quella maggiore o più precisamente quel  documento stampato in un numero limitato di esemplari di cui lo stesso Gigli parla nella prefazione:

Nella lettura, inviata presumibilmente anche al Bourget, compariva probabilmente solo la prima strofa (che poi l’autore francese trascrisse) della canzone, il cui testo completo comparirà, nel citato lavoro del Gigli uscito nel 1893, inserito nel capitolo che reca il titolo Il ballo della tarantola , capitolo che occupa le pagg. 66-71; qui, però, per brevità riprodurrò questa sezione fino al testo della nostra canzone, cioè le pagine 66-68) tratte, come la prefazione, dal link dove l’opera può essere letta integralmente (https://archive.org/details/superstizionipr00giglgoog):

Riassumiamo ora cronologicamente i fatti:

Fine 1888: Giuseppe Gigli raccoglie le testimonianze popolari che esporrà in una conferenza il 18 gennaio 1889. Di lì a poco stanperà la lettura e la invierà a molti dotti folkloristi d’Italia, di Francia (tra questi quasi sicuramente il Bourget) e d’Inghilterra.

1891: Il Bourget pubblica il suo lavoro e riproduce la prima strofa.

1893: Il Gigli pubblica il suo lavoro con il testo definitivo della canzone. Da notare che la prima strofa presenta varianti rispetto al testo riportato dal Bourget. Credo che siano errori di trascrizione di quest’ultimo: cacciati per càcciami; ai per aìa.

22/11/1910: Su Le Matin viene pubblicato il racconto La lampe di Franz Toussaint che fa un figurone quando, a proposito di  Ai nu cori e lu donai a ti!, non esita a dire che è  l’ultimo verso della malinconica canzone di Manduria. Il lettore noterà che il verso appare con le varianti segnalate nel Bourget.

Conclusione: Franz Toussaint avrà nella circostanza (che potrebbe anche essere parzialmente autobiografica visto che svolse il servizio militare in Marocco) fatto un figurone ma, essendo il testo del Gigli uscito ben diciassette anni prima, mostra di non essere aggiornato (questione di rete? …). A tal proposito si potrebbe discutere per secoli sulla libertà e sull’innocenza dell’artista, al quale, si dice, tutto va perdonato, compresi certi dettagli che eventualmente affliggano i suoi ricalchi, anche quando essi potrebbero apparire come citazioni infedeli …

Non sarà questo, comunque, l’ultimo ricordo della canzone di Manduria, perché Ernesto De Martino in La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961, pag. 165 così scrive: In questa trasfigurazione dei patimenti d’amore, la donna tormentatrice diventa corega di una vicenda musicale in cui gli strumenti e le loro parti sono il corpo e l’anima dell’amante tormentato: un tema particolarmente adatto a far da orizzonte ai contenuti critici assunti di volta in volta nel rituale coreutico-musicale del tarantismo. In un canto della Terra d’Otranto raccolto verso il 1889 dal Gigli in Manduria, l’eros precluso si esprime in una lirica lavorata col noto tema popolare del distacco dell’amata per una partenza forzata.1

Segue il testo della canzone in cui, rispetto a quello del Gigli si notano queste varianti: v. 1: allegro per allegru;  v. 2; cacciàti per càcciami; v. 4: donai per dunai; tia per te; v. 5: arrivederci per arrividerci; addio per addiu; v. 6: non per nu; di per ti;  v. 7: non per nu; mio per miu; v. 8: mentre per mentri; sorte per sorti;  lontano per luntanu; v. 10: fama per fiama; v. 11: e per ma; v. 12: io per iu; l’ama per t’ama.2

La nota 97 rinvia a G. Gigli, Superstizioni, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto, Lecce, 1889, pp. 23 sgg. Questo fa pensare che la lettura a stampa forse conteneva l’intera canzone ma, essendo il De Martino nato nel 1908, non può essere stato uno dei destinatari di quella lettura., anche se da quella deve aver tratto la sua citazione. Insomma anche lui, come Franz Toussaint, si mostra, con tutto il rispetto, filologicamente non aggiornato, peccato più grave per un etnologo che per un narratore, anche se a quei tempi non c’era il formidabile supporto della rete …

E ora, di fronte a  Malinconicu cantu, e allegru mai, chi avrebbe il coraggio di dire, non sarcasticamente, che si tratta solo di una canzonetta? Eppure essa non compare (questione di aggiornamento in rete?) tra i 250 titoli citati in http://www.laterradelrimorso.it/elencocanti e neppure sul sito dell’Archivio sonoro della Puglia (http://www.archiviosonoro.org/puglia/archivio/archivio-sonoro-della-puglia/fondo-accademia-nazionale-santa-cecilia.html ); a questo punto non mi meraviglierei neppure se la canzone non fosse stata registrata nemmeno una volta da qualche gruppo e, per farla completa, non fosse stata mai eseguita in nessuna edizione de La notte della taranta.

Si sa, se ne vanno sempre i migliori …

per la prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

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1 Sul topos della partenza e della commistione amore e morte propongo solo due esempi (il primo di Palermo, il secondo di Salaparuta) tratti da Giuseppe Pitrè, Canti popolari siciliani, Pedone-Lauriel, Palermo, 1871, pagg. 324 e 331:

Sta partenza pi mia è ‘na cosa amara,/nun m’aspittannu mai stu gran turmentu;/cci ha curpatu la sorti micirara,/a ch’ha vulutu lu nostru turmentu./Nun ti scurdari a mia,  Rusidda cara,/a costu di qualunqui mancamentu:/ca mortu stissu supra di la vara/nun mi scordu di tia sempri in eternu./

Sta partenza pi mia fu troppu amara,/mi livasti li spassi e gusti ancora,/senti la vuci mia chi ti dichiara,/chi t’amirò in eternu fina chi mora./- Si mori, o bella, addiu amanti cara:/vuja a ‘na sepurtura ora pr’ora;/iu gridu e gridiroggiu a vuci chiara:/-Binchì cinniri sugnu iu t’amu ancora-.

2 Di seguito il prospetto in base al quale sarà più agevole seguire il mio tentativo di ricostruire, confrontando  i singoli versi corrispondenti,  la sofferta vicenda della tradizione testuale della canzone che, probabilmente, dopo la sua rozza raccolta è stata oggetto di ripensamento:

Primo verso: l’allegro di b per l’allegru di a e c secondo me è un errore di lettura o di stampa.

Secondo verso: il càcciami (imperativo singolare) di c appare grammaticalmente più corretto del plurale cacciati  poiché uno solo è il complemento di vocazione (malinconicu cantu, e allegru mai) cui esso si riferisce.

Terzo verso: è identico in a, b e c.

Quarto verso: l’aìa comune a b e a c mi fa pensare che l’ai di a sia un errore di lettura o di stampa. Da notare, poi, in ossequio al vocalismo salentino il dunai di c che subentra al donai di a e b. Più complessa e difficile da definire la questione di ti di a che diventa tia in b e te in c: la forma metricamente più corretta è ti (e tii sarebbe stato ancora più corretta, ma le forme salentine in uso sono tu, tie, tia e te); tia di b potrebbe essere errore di lettura (o adattamento arbitrario?) del ti di a, mentre il te di c mostra di essere una soluzione intermedia tra ti e tia.

Quinto verso: da questo verso in poi manca la possibilità del confronto con a e in assenza di questo aiuto tutto diventa possibile:  arrivederci di b per arrividerci di c potrebbe avere la stessa genesi di allegro per allegru ma anche essere figlio della stessa italianizzazione di donai di a e b rispetto a dunai di c.

Sesto verso: a proposito di non di b per nu di c e a proposito di di di b per ti di c vale quanto detto per l’arrivederci del verso precedente.

Settimo verso: per non/nu vedi quanto detto per il verso precedente

Ottavo verso: tutte le parole di b (ad eccezione di mi chiama) sono italianizzazione di quelle di c.

Nono verso: è assolutamente identico (so di c per so’ di b è da intendersi come scelta grafica di rappresentazione o meno dell’apocope) in b e c.

Decimo verso: a proposito di fiama di c per fama di b vale quanto detto a proposito di arrividerci di c per arrivederci di b nel quinto verso.

Undicesimo verso: Ma in c per e di b.

Dodicesimo verso: io di b per iu di c potrebbe essere un altro caso di quegli italianismi di cui il Gigli parlava nella prefazione, non mantenuto nella stesura finale. L’ama di b per t’ama di c dev’essere senz’altro un errore di lettura, anche per la traduzione del tutto arbitraria che il De Martino ne fornisce: ti custodisce il mio cuore amante.

 

Aspettando la Notte della Taranta (3/4): da Taranto a Napoli e da Napoli a Parigi

di Armando Polito

Il titolo fa quasi presagire una sorta di scoop su una triangolazione di fondi neri, lo sport preferito di chi ha ridotto il nostro paese (a scanso di equivoci, mi riferisco all’Italia…), con la connivenza di politici di ogni colore, al degrado ambientale, morale e alla fame. Parigi, tuttavia, a quanto ebbe a dirmi il mio commercialista …, non rientra nell’elenco dei paradisi più accorsati e perciò lo scoop è rimandato ad altra data.

La puntata di oggi contiene ben poco di mio, perché è solo la documentazione di un viaggio compiuto da una canzone che trae origine, come genere, dalla nostra terra ma che, stando al testo, vide i natali a Napoli.

L’ho trovata sul sito della Biblioteca Nazionale di Spagna e precisamente alle pagine 7-11 di Le tour du monde en dix chansons nationales & caractéristiques, Choudens Imp. Arouy, Paris, 1874 (?), opera di Paul Lacome (1838-1920) integralmente leggibile e scaricabile al link

http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000108483&page=1 (di seguito il frontespizio).

L’autore, che vanta una serie impressionante di pubblicazioni prevalentemente di argomento musicale, ha riservato l’onore di rappresentare l’Italia a La pizzica tarentina; essa con lo spartito e il testo tradotto in francese, nel libro occupa le pagine 7-11, che di seguito riproduco.

Trascrivo ora il testo francese per rendere evidente la suddivisione in versi (tutti ottonari; fanno eccezione il 13, il 14 e il 15 dodecasillabi dove l’immagine delle coppie allacciate e quella del trascorrere inesorabile del tempo fino ad una sua inconsapevole dilatazione richiedevano un ritmo meno incalzante, più disteso) e poi lo traduco:

 

C’est à Naples et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentelle

unit les couples amoreux. (due volte)

Pan! pan! pan! Joyeux bruits de fêtes,

claquez, tambours et castagnettes!

Pan! pan! pan! Que de brunes têtes

ne demandent qu’à perdre la raison!

Pan! pan! pan! Lorsque la nuit brille,

le plaisir dans les yeux scintille!

Pan! pan! pan! Quelle est donc la fille

que l’on pourrait tenir à la maison!

Dansez, dansez, doucement, les couples s’enlacent.

Dansez, dansez muets et la main dans la main.

Dansez, dansez, sans les compter les heures passent,

dansez, dansez, il sera trop vite demain!

C’est à Naple et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentelle

unit les couples amoreux.

Mille bruits animent l’espace,

cependant chacun est muet;

mais quand un joyeux couple passe,

la brise trahit son secret. (due volte)

Pan! pan! pan! Je t’aime, ma belle.

Quoi me trouverais-tu cruelle?

Pan! pan! pan!  O ma tourterelle!

Tu m’enchainas de solides liens!

Pan! pan! pan! Ta lêvre de flame

hélas a consumé mon âme!

Pan! pan! pan! Pour être ta femme,

je donnerais le ciel et tous les saints!

C’est à Naple et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentell

 unit les couples amoreux!   

 

È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate (due volte).

Pan! pan! pan! Gioiosi rumori di feste, battiti con le mani, tamburi e nacchere! Pan! pan! pan! Quante teste brune non chiedono che di perdere la ragione! Pan! pan! pan! Quale è dunque la ragazza che si potrebbe tenere in casa! Danzate, danzate, dolcemente, le coppie si allacciano, Danzate, danzate muti e mano nella mano. Danzate, danzate, senza contarle le ore passano, danzate, danzate, domani sarà troppo tardi. È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate.

Mille rumori animano lo spazio mentre ciascuno è muto; ma quando passa una coppia felice, la brezza tradisce il suo segreto (due volte)

Pan! pan! pan! Io t’amo, mia bella! Perché dovresti trovarmi crudele? Pan! pan! pan! O mia tortorella! Tu mi incatenasti con solidi legami! Pan! pan! pan! La tua bocca di fiamma, ahimè!,  ha consumato la mia anima. Pan! pan! pan! Per essere la tua donna io cederei il  cielo e tutti i santi! È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate!)

 

Invito chi conosce la musica (io, purtroppo so solo perché il pentagramma si chiama così …) a tentare di individuare la canzone originale (sarebbe interessantissimo il confronto tra i due testi) e, visto che la musica non cambia, sarebbe il massimo se potesse fornircene l’esecuzione Io sono in grado di dire solo che non potevano mancare nel testo due ingredienti classici: la luna e il pergolato. Basta ricordare: Dorme ‘o mare…Oje bella viene!/’n cielo ‘a luna saglie e va… (Piscatore ‘e Pusilleco) e Perziana scesa/’o frato se n’e asciuto/e appuntamento/è sotto ‘o pergulato… (Pusilleco addiruso).

In attesa che qualche amico musicista aderisca al mio invito non mi rimane che deliziare, dopo averlo fatto con i miei,  i vostri occhi con alcune stampe antiche sul tema. Ho scelto quelle in cui il pergolato è sempre presente. Per la luna abbiate pazienza, prima o poi n cielo ‘a luna saglie

La tarantella, olio su tela di Eduardo Dalbono (Napoli 1841-1915); immagine tratta da http://www.blindarte.com/listing/zoomify/photo/TKlot_11528_1.jpg/id/11528

Tarantella, litografia di Giuseppe Lanzedelli, Vienna, 1859: immagine tratta da http://www.stampeantiche.info/files/a45-tarantella-grande.jpg

La tarantella a Napoli, incisione di Charles Maurand (seconda metà del XIX secolo), tratta dal periodico L’Illustrazione popolare, Treves, Milano, 1869.

10

 La tarantella, di Saro Cucinotta (1830-1871) incisore e Teodoro Duclére (1816-1867) disegnatore; tavola tratta da Francesco De Bourcard, Usi e costumi di Napoli, Nobile, Napoli, v.II, 1858.

11

Incisione di A. H. Payne, 1850 circa; immagine tratta da http://www.abebooks.com/Tarantella-Payne-A-H-1860-Campania/12419354460/bd

(CONTINUA)

per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

Aspettando la Notte della Taranta (2/4): spettacolare Taranta!

di Armando Polito

L’aggettivo del titolo è riservato di regola a qualcosa che ci ha colpito in modo particolare, quando, forse, meno ce l’aspettavamo. Può essere un gol, un corpo, un paesaggio, un edificio, un quadro, una statua,  una poesia (l’ordine, decrescente, corrisponde all’idea che ho io dell’emozionalità media …).

Uno dei miracoli della bellezza è quello di non essere soggetta, alla resa dei conti, al funzionamento di tutti e cinque i nostri sensi, compresa, addirittura la vista (questo concetto non vale, probabilmente, per l’emozionalità media di prima …). Così spettacolare può essere anche agli occhi di un cieco un tramonto raccontato dalla voce partecipe di un suo amico. E pensare che spettacolare deriva da spettacolo, questo dal latino spectàculu(m), a sua volta dal verbo spectare=guardare, derivato da spectum, supino di spècere=guardare, imparentato con il greco σκέπτομαι (leggi schèptomai=osservare), dal quale deriverebbe per metatesi –σκεπ– (leggi schep)>-σπεκ– (leggi spec). E poi una serie quasi sterminata di voci delle quali fornisco qui un arido ed incompleto elenco (per brevità escludo i composti) lasciando al lettore il piacere di individuare le molteplici sfumature o deviazioni rispetto al concetto di partenza: specie, speciale, specioso, specialista, specializzazione, specialità, specchio, specchiare, specchiato (aggettivo), speculare (aggettivo e verbo), specillo, spettro (pure lui!) e, restati tali e quali come nacquero in latino, spèculum e spècimen.

Se spettacolare può rivelarsi un piatto o un bicchiere di vino impegnando anche un solo senso per volta o, tutti insieme, la vista, l’olfatto, il gusto, l’udito (il vino agitato nel bicchiere canta), il tatto (vuoi mettere l’addentare una coscia di pollo tenendola stretta in mano con lo scarnificarla a rispettosa distanza con coltello e forchetta o mangiare una frisella con capperi, pomodori e rucola usando una forchetta anziché la mano?) e il gusto, è indubbio che i sensi di più largo impiego nella fruizione dello spettacolo propriamente detto sono la vista e l’udito, anche se in un futuro non lontano percepiremo anche i profumi e, ahimé, le puzze.

Sotto questo punto di vista la Notte della Taranta è assolutamente in linea con manifestazioni simili e non è mia intenzione riprendere la vecchia querelle tra coloro che si accostano al folklore con un approccio filologico rimpiangendo, per esempio, il Canzoniere grecanico salentino e chi, invece, si mostra più ben disposto ad una sua contaminazione e, dunque, ad una fruizione più consumistica, accettando in questo l’opinione di Lapassade sui Sud Sound System, simbolo del tarantamuffin, cioè della continuità musicale tra ragamuffin e tarantismo nel Salento.

Pretendere di mantenere in vita l’antico modernizzandolo, però, secondo me è estremamente pericoloso e fuorviante, oltre che, in ultima analisi, illusorio. Non vorrei, sotto questo punto di vista, che anche la povera, incolpevole taranta facesse la stessa fine del latino e del greco, che hanno pagato un pesantissimo tributo ad innovazioni didattiche che pretendevano di ridimensionare più o meno drasticamente l’aspetto grammaticale per privilegiare i contenuti, come se questi ultimi, per poter essere penetrati correttamente, non richiedessero allora e non richiedano ancora oggi (e così sarà pure domani) una conoscenza almeno dignitosa degli strumenti con cui sono stati realizzati, il latino e il greco, appunto. Est modus in rebus: non si può impunemente pretendere di fornire una conoscenza passabile di queste lingue e dei loro contenuti privilegiando il libro dei testi  (la cosiddetta antologia) rispetto a quello della grammatica o viceversa.

E, come uno studente non in grado di distinguere il soggetto dal complemento oggetto (lo so che c’è di peggio, ma non voglio infierire …) di una frase italiana (conseguenza anche del moderno approccio al latino e al greco) crede di essere un filologo non essendo in grado nemmeno di organizzare correttamente una sua frase di tre parole o di interpretare correttamente quella organizzata correttamente da altri, così il turista, nostrano o no, crede di sapere tutto, assistendo alla magica notte, su questo pezzo di memoria e, forse, va pure in trance, come chi davanti al Colosseo non resiste all’impulso di farsi la foto-ricordo col finto centurione …

Non ho la pretesa di convincere nessuno della bontà dell’opinione che in più occasioni ho manifestato nei riguardi di simili operazioni; voglio solo invitare il lettore a meditare su una doppia comparazione che qui propongo.

La prima immagine è tratta dal saggio di Brizio Montinaro Danzare col ragno. Musica e letteratura sul tarantismo dal XV al  XX secolo, Argo, Lecce, 2011 e mostra la tarantata Maria di Nardò durante la cura domiciliare praticata il 24 giugno 1959 dal barbiere-terapeuta, pure lui neretino, Luigi Stifani. La seconda è la tavola con cui Gustavo Doré illustrò i versi1 in cui Dante evoca la mitica figura di Aracne.

La sfortunata tessitrice che osò sfidare una dea non poteva non essere messa in campo da chi ha studiato il fenomeno del tarantismo2. La comparazione appena proposta facilita al lettore la comprensione del complicato intreccio in cui la tarantata si liberava dagli effetti del morso, reali o presunti che fossero e sia pure con l’aiuto esterno della musica, diventando prima essa stessa (endorcismo), con i suoi movimenti, tarantola. E il lenzuolo stropicciato dai suoi movimenti, dettaglio, a quanto ne so, ancora sfuggito, sembra evocare la tela distrutta dall’invidiosa Minerva.

Analogie suggestive e molto probabilmente casuali. Certo. Lo saranno anche quelle che è dato cogliere grazie alla seconda comparazione, quella che ha come oggetto due filmati dei quali segnalo i links;  oppure nel mistificante sfruttamento commerciale delle nostre memorie dobbiamo mettere in conto anche la possibilità che un terzo, prossimo filmato sia più vicino a quello di un Erotica tour che a quello del documentario d’epoca?

http://www.youtube.com/watch?v=f3RaIpFxw8I

http://www.youtube.com/watch?v=Qdp4y81-YsA

E termino ponendo una domanda maliziosa: tutte le tarantate autentiche erano così sexy come le tarantate-attrici di oggi …? Ah, spettacolare taranta!

(CONTINUA)

per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

_______________

1 Purgatorio XII, 43-45: O folle Aragne, sì vedea io te/già mezza ragna, trista in su li stracci/de l’opera che mal per te si fé. La figura dell’infelice fanciulla ricorre pure come similitudine nella descrizione del mostro demonico Gerione in Inferno, XVII, 10-18: La faccia sua era faccia d’uom giusto,/tanto benigna avea di fuor la pelle,/e d’un serpente tutto l’altro fusto;/due branche avea pilose insin l’ascelle;/lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste/dipinti avea di nodi e di rotelle./Con più color, sommesse e sovraposte/non fer mai drappi Tartari né Turchi,/né fuor tai tele per Aragne imposte.

2 Alla luce di quanto ho già detto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/ non mi meraviglierei (non vorrei che fosse stato già detto o scritto a mia insaputa …) neppure se gli strumenti musicali che compaiono ne La Fábula de Aracne o Las Hilanderas di Diego Velázquez, Museo del Prado (1657-1658) venissero interpretati come allusivi a quelli utilizzati nel rituale di liberazione delle tarantate.

 

Aspettando la Notte della Taranta (1/4): Aracne

di Armando Polito

immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/27149023.jpg
immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/27149023.jpg

Manca poco alla Notte della Taranta,  l’evento principe dell’estate salentina. Fervono i preparativi e pure io nel mio piccolo mi do da fare con questa miniserie in quattro puntate.

Com’è noto il tarantismo ha ispirato milioni di pagine e non ci si poteva certamente lasciar sfuggire l’occasione di cercare a tutti i costi qualche collegamento con il mito di Aracne. Laddove, poi, qualcosa non quadra c’è sempre la possibilità di formulare ipotesi più o meno fondate. Il guaio è quando queste ipotesi vengono riprese acriticamente e vengono disinvoltamente spacciate come dato scientificamente certo.

È proprio il caso della nostra Aracne, per la quale letture frettolose hanno portato, poi, sprovveduti lettori, suggestionati anche da alcuni testi di canzoni popolari e probabilmente dall’assonanza tra Aracne e Arianna, ad inventarsi una variante del mito (come in http://www.sagresalento.com/pizzica/10-pizzica-e-tarantismo.html), guardandosi bene dal citare le fonti ed usando la parola magica leggenda …, per cui Aracne  fu sedotta da un marinaio che partì dopo la prima notte d’amore, e da allora visse in attesa del ritorno del suo amore. Una mattina la ragazza vide una barca avvicinarsi alla costa e fece il segnale convenuto con il suo marinaio. Dalla nave giunse la risposta: era tornato. Ma a pochi metri dal porto la barca fu affondata e coloro che erano a bordo vennero uccisi. Arakne vide morire il suo amore dopo anni di attesa. Così, alla morte della giovane, Zeus la rimandò in terra per restituire il torto ricevuto, non come ragazza ma come tarantola.

Posso affermare senza ombra di dubbio e tema di smentita che quello di Aracne è uno dei pochi miti tramandatoci in un’unica versione, per di più da un unico autore, Ovidio (43 a. C-18 d. C.), nei versi 1-145 del libro VI delle Metamorfosi, che di seguito traduco:

La dea tritonia (Pallade o Atena, identificata poi dai Romani in Minerva, nata sulle rive del lago Tritone, in Africa) aveva prestato orecchio a queste parole (delle Muse) ed aveva approvato il canto e l’ira delle Aonie (appellativo delle Muse perché in Aonia, cioè in Beozia, avevano la loro sede). Allora tra sé: “ Lodare è poco; sia lodata anch’io e non permetta che la mia divinità sia disprezzata senza punizione. E volse la sua attenzione al destino di Aracne di Meonia, che aveva sentito non voler cedere a lei nelle lodi per l’abilità nel lavorare la lana. Essa non era famosa né per il luogo né per la famiglia d’origine ma per la sua arte. Suo padre, Idmone di Colofone, tingeva le assorbenti lane con porpora di Focea. La madre era morta, ma anche essa era di origine plebea e della stessa condizione del marito. Tuttavia (Aracne) con la sua arte si era fatto un gran nome per le città della Lidia, sebbene, essendo nata da modesta famiglia, abitasse nella piccola Ipepe. Per vedere i suoi capolavori spesso le ninfe del Timolo lasciarono i vigneti del loro Timolo (o Tmolo, monte della Lidia), le ninfe abbandonarono le loro onde del Pattolo (fiume, sempre della Lidia). Né piaceva solo ammirare le vesti confezionate  ma anche l’esecuzione del lavoro, tanto alto era il livello della sua arte. Sia che avvolgesse la lana rozza nei primi gomitoli o con le dita facesse avanzare il lavoro o con lungo gesto sfilacciasse, dopo averle afferrate di nuovo le lane simili a nuvolette o girasse il tondo fuso con l’agile pollice o ricamasse, avresti capito che era stata istruita da Pallade. Tuttavia lei (Aracne) lo nega e offesa da una così grande maestra dice: “Gareggi con me; non c’è nulla che io, una volta vinta, rifiuti”. Pallade si traveste da vecchia, copre le tempie con capelli bianchi mentre un bastone sorregge gli arti malfermi. Allora così comincia a dire: “L’età avanzata non ha tutte cose da evitare: l’esperienza viene dagli anni tardi. Non disprezzare il mio consiglio. La massima fama tra le mortali nel lavorare la lana sia cercata da te; riconosci la superiorità della dea e con voce supplichevole, temeraria, chiede il perdono per le tue parole: essa concederà il perdono a chi lo chiede”. (Aracne) la guarda torvamente, lascia il lavoro iniziato e, trattenendo a stento la mano e tradendo nel volto l’ira, con tali parole risponde a Pallade che ancora non si è rivelata: “Te ne vieni tu debole di mente e provata dalla lunga vecchiaia. E nuoce troppo troppo l’aver vissuto a lungo. Queste parole le ascolti tua nuora, tua figlia, se ne hai una. So consigliarmi bene da sola. Perché tu non creda di avermi giovato col tuo consiglio, non ho cambiato parere. Perché costei non viene qui? Perché evita questo confronto?”. Allora la dea disse: “È venuta” e fece scomparire l’aspetto senile e mostrò Pallade. Le ninfe e le donne di Migdonia onorano la dea, solo Aracne non rimase atterrita. Tuttavia arrossì e l’improvviso rossore le segnò suo malgrado il volto e di nuovo svanì, come l’aria suole divenire purpurea al primo apparir dell’aurora e dopo breve tempo schiarirsi al sorgere del sole. Insiste nell’atteggiamento assunto e per brama di stupida gloria precipita verso il suo destino; infatti la figlia di Giove (Pallade) non rifiuta né l’ammonisce di nuovo né ormai rinvia la gara. Non c’è indugio, si sistemano ambedue frontalmente e con sottile filo tende ognuna il suo ordito, la tela è congiunta al subbio, la canna tiene distinti i fili; la spola viene inserita in mezzo ai raggi appuntiti, cosa che fanno le dita, e i denti intagliati nel pettine battuto comprimono la trama passata tra i fili. Entrambe si affrettano e con la veste abbassata sul petto muovono le esperte braccia mentre l’impegno appassionato inganna la fatica. Lì viene tessuta anche porpora che ha sentito la caldaia di Tiro e tenui ombre dalle leggere sfumature, come l’arcobaleno con i raggi del sole rifratti dalla pioggia suole dipingere il lungo cielo di un grande arco; sebbene in esso risplendano mille colori diversi, tuttavia lo stesso passaggio sfugge agli occhi che osservano, a tal punto quelli contigui si somigliano, gli estremi differiscano. Lì viene inserito nei fili pure duttile oro e sulla tela viene rappresentata un’antica storia. Pallade raffigura il colle di Marte sulla rocca di Cecrope (primo re mitico di Atene) e l’antica contesa sul nome da dare alla terra. Sei dei da una parte, sei dall’altra con Giove al centro siedono con augusta gravità su alti scanni. Un aspetto tutto proprio contraddistingue ciascuno degli dei: l’immagine di Giove è quella di un re.  Fa che vi stia il dio del mare e colpisca col lungo tridente l’aspra roccia e dal mezzo della ferita del sasso balzar fuori il mare, per aggiudicarsi con questo dono la città. A se stessa assegna uno scudo, un’asta dalla punta acuminata, un elmo per la testa, il petto è protetto dall’egida e rappresenta la terra mentre percossa dalla sua lancia genera la creatura del biancheggiantecon le bacche e gli dei che guardano stupefatti; fine dell’opera la (sua) Vittoria. Tuttavia, affinché la rivale di lode capisca dagli esempi quale premio possa sperare per così folle audacia, ai quattro angoli aggiunge quattro (altre) gare, vivaci nel loro colore, di immediata comprensione nel breve tratto. Un angolo mostra Rodope di Tracia ed Emo, ora gelidi monti, un tempo corpi mortali che attribuirono a sé i nomi dei sommi dei. Il secondo angolo mostra il miserevole destino della madre dei Pigmei: Giunone dopo averla vinta in gara ordinò che fosse una gru e indicesse guerre con il suo popolo. Raffigurò anche Antigone che un tempo osò contendere con la consorte del grande Giove e la regale Giunone la mutò in uccello né le giovarono Ilione o il padre Laomedonte perché come candida cicogna, spuntatele le penne, non si applaudisse da sola col rumoroso becco. Il solo angolo che rimane mostra Cinira privato dei figli; ed egli, mentre abbraccia i gradini del tempio, membra delle sue figlie, e si abbandona sulla pietra, sembra piangere. Contorna l’estremità dell’orlo con rami di olivo simbolo di pace: è questa la forma e con il suo albero dà fine alla sua opera. La donna di Lidia (Aracne) disegna Europa ingannata dall’immagine del toro: crederesti che il toro sia vero, vero il mare. Si vede mentre guarda la terra lasciata e chiamare le sue compagne e temere il contatto dell’acqua che sale e ritrarre le timide gambe. Raffigurò anche Asterie esser ghermita da un’aquila che si affatica, raffigurò Leda giacere sotto le ali di un cigno, vi aggiunse come Giove sotto le spoglie di un satiro ingravidò di due gemelli la bella figlia di Nitteo, come sia stato Anfitrione quando prese te, donna di Tirinto (Alcmena), come (sia stato) oro abbia ingannato Danae, come fuoco la figlia di Asopo, come pastore Mnemosine, come serpente screziato la figlia di Deo (Proserpina). Raffigura anche te, o Nettuno, mutato in torvo giovenco che ti accoppi alla figlia di Eolo. Tu sotto le sembianze di Enipeo generi gli Aloidi, sotto quelle di ariete inganni la figlia di Bisalte; e te la mitissima madre delle messi dalla bionda chioma sentì come cavallo, la madre, con serpenti al posto dei capelli, del cavallo alato, sentì come uccello, Melanto sentì come delfino. Per tutti loro rese fedelmente il loro aspetto e l’aspetto dei luoghi C’è lì in immagine da campagnolo Febo, come abbia assunto ora penne di sparviero, ora pelle di leone, come da pastore abbia ingannato Isse figlia di Macareo, come Libero con la falsa uva abbia ingannato Erigone, come Saturno sotto le sembianze di un cavallo abbia generato il biforme Chirone. L’estremità della tela , circondata da un fine bordo, mostra fiori intrecciati a flessuosa edera. Non Pallade, non la Gelosia avrebbe potuto criticare quell’opera. Si dolse del fatto la bionda dea (Pallade) e fece a pezzi la tela dipinta, le colpe degli dei. E come teneva (in mano) la spola (di legno) del monte Citoro, tre , quattro volte colpì la fronte di Aracne figlia di Idmone. La poveretta non lo sopportò e decisa si legò un cappio al collo. Pallade, avendo compassione di lei che pendeva, la sollevò e così disse: “Vivi pure, tuttavia pendi, malvagia, e, perché tu non sia sicura del futuro, la stessa legge di pena sia comminata per la tua stirpe e per i discendenti che verranno”. Poi andando via la cosparse del succo di erba di Ecate; e subito le chiome al contatto della triste sostanza scivolarono via, con esse il naso e le orecchie, il capo diviene piccolissimo, è anche piccola in tutto il corpo; sul fianco restano attaccate esili dita che fungono da zampe, ha il resto come ventre, dal quale tuttavia continua ad emettere del filo e da ragno costruisce le antiche tele.1

Risparmio al lettore la ridda di interpretazioni e dei ricami anche ideologici che il mito ha ispirato e umilmente lo rendo partecipe solo della particolare simpatia che nutro per questa ragazza che a qualcuno può sembrare presuntuosa ma che per me è solo consapevole dei suoi mezzi, intelligente, ribelle e anticonformista. A Pallade che crede di intimorirla con l’esibizionistica raffigurazione della potenza del potere divino (in ultima analisi della religione …) lei risponde magistralmente mettendo impietosamente in luce le miserie e gli inganni di quello stesso potere; il che spinge Pallade, che pure è simbolo di saggezza …, non al perdono (la soluzione più dignitosa, anche se destabilizzante, per lei e per i compagni di cordata) ma ad una raffinata vendetta.

Questa mia interpretazione è certo antitetica al significato morale originario, conservatosi pressoché immutato nel tempo,  del mito. La morale, però, è in continua evoluzione e non è detto che quel che in passato era considerato un valore tale debba restare per sempre. D’altra parte l’ipse dixit fortunatamente è morto da tempo, anche se i rigurgiti del principio di autorità (che io preferirei veder sostituito, dopo adeguato cambio dei contenuti, con quello di autorevolezza, concetto che coincide con quello della responsabilità personale e, dunque, dell’esempio, quello buono …) si manifestano periodicamente, per cui abbiamo ancora un disperato bisogno di eroi, come  Gandhi, Don Milani e, ahinoi!, pochi altri, che si contrappongano ai buffoni di turno, i cosiddetti potenti.

Qualcuno troverà  opinabile quanto ho appena finito di affermare, ma converrà almeno in quanto sto per dire. Ho scomodato già molte volte il detto latino nomina omina (i nomi sono presagi). Non sembra parallela alla descrizione della metamorfosi subita dalla ragazza anche quella del suo nome grazie a fenomeni fonetici da manuale?

A commento di questo mio diagramma aggiungo che il nome, nato femminile (quando mai un uomo ha lavorato al telaio …) in latino ha sviluppato (dall’aggettivo greco sostantivato) anche il femminile (arànea) con lo stesso significato (l’iniziale valore aggettivale rimane nell’italiano ragnatela che suppone una locuzione latina arànea tela=tela di ragno), mentre il neutro (aràneum) è passato ad indicare, con perdita di prestigio, l’oggetto o la malattia.

Come l’unica fonte letteraria è Ovidio, così le testimonianze iconografiche antiche del mito sono estremamente scarse, sostanzialmente due e, per giunta, non interpretate univocamente dagli studiosi.

La prima è la decorazione (nel dettaglio sottostante tratto da  Gladys Davidson Weinberg-Saul Weinberg, Arachne of Lydia at Corinth, in The Aegean and the Near East. Studies presented to Hetty Goldman on the occsion of her seventy-fifth birthday, S. S. Weinberg, New York 1956, tav. 33) di un aryballos (piccolo vaso per profumi e oli) datato intorno al 600 a. C. e custodito nel Museo Archeologico di Corinto.

C’è chi considera la decorazione come una semplice rappresentazione di genere dell’arte della tessitura e chi, invece, ci vede una specie di striscia,  identificando una prima volta Pallade, travestita da vecchia e intenta a tessere,  nella seconda (a partire da sinistra) figura femminile e  una seconda volta nella quarta, quella più grande.

La seconda testimonianza iconografica (immagine tratta da M. P. Del Moro, Il foro di Nerva, in Il Museo dei Fori imperiali nei Mercati di Traiano, Electa, Milano, 2007, fig. 257) è il dettaglio di un fregio, risalente alla fine del I secolo d. C.,  del cosiddetto Foro transitorio a Roma. La prime due figure (a partire da sinistra) per alcuni sarebbero, rispettivamente, Aracne e Pallade mentre la prima viene colpita dalla seconda con la spola; per altri la scena rappresenta l’omaggio a Pallade da parte di un gruppo di tessitrici devote.

Sterminata, è invece, la serie delle rappresentazioni più recenti, che conobbero il momento di maggior successo in concomitanza con le varie edizioni illustrate delle Metamorfosi uscite soprattutto dal XV al XVIII secolo.

Le immagini con cui mi congedo dal cortese lettore sono tutte tratte dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia (http://gallica.bnf.fr/).

Da un’edizione manoscritta francese del 1403 del De claris mulieribus di Giovanni Boccaccio.

Dall’edizione delle Metamorfosi di A. Vérard, Parigi, 1498.

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Dall’edizione veneziana delle Metamorfosi di Bernardino De Bindoni del 1540.

Dall’edizione delle Metamorfosi di Giovanni di Tornes, Lione, 1559.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, incisioni di Jean Mathieu, Vedova Langellier, Parigi, 1619.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, traduzione in francese di P. Duryer, P. & J. Blaeu, Janssons à Waesberge, Boom & Goethals, Amsterdam, 1702.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, traduzione in francese dell’abate Banier, Hochereau, Parigi, 1767.

Se ora vi soffermerete ad osservare la mirabile architettura di una ragnatela (sulle sue proprietà terapeutiche rivendicate anticamente e non vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/26/la-taranta-e-la-lingatera-la-tarantola-e-la-ragnatela/), magari impreziosita dalle perle della prima rugiada, ed eviterete di uccidere il primo ragno che vi capiterà a tiro, il sacrificio di Aracne e, molto più modesto, questo mio lavoro non saranno stati inutili … ;  e, imitando la pubblicità televisiva, vi do l’arrivederci a breve con la seconda puntata.

(CONTINUA)

per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

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1 Praebuerat dictis Tritonia talibus aures/carminaque Aonidum iustamque probaverat iram./Tum secum “laudare parum est; laudemur et ipsae/numina nec sperni sine poena nostra sinamus”/Maeoniaeque animum fatis intendit Arachnes,/quam sibi lanificae non cedere laudibus artis/audierat. Non illa loco neque origine gentis/clara, sed arte fuit. Pater huic Colophonius Idmon/Phocaico bibulas tingebat murice lanas./Occiderat mater; sed et haec de plebe suoque/aequa viro fuerat. Lydas tamen illa per urbes/quaesierat studio nomen memorabile, quamvis/orta domo parva parvis habitabat Hypaepis./Huius ut adspicerent opus admirabile, saepe/deseruere sui nymphae vineta Timoli,/deseruere suas nymphae Pactolides undas./Nec factas solum vestes spectare iuvabat;/tum quoque, cum fierent: tantus decor adfuit arti./Sive rudem primos lanam glomerabat in orbes,/seu digitis subigebat opus repetitaque longo/vellera mollibat nebulas aequantia tractu,/sive levi teretem versabat pollice fusum,/seu pingebat acu, scires a Pallade doctam./Quod tamen ipsa negat, tantaque offensa magistra/“certet” ait “mecum: nihil est, quod victa recusem.”/Pallas anum simulat falsosque in tempora canos/addit et infirmos, baculo quos sustinet, artus./Tum sic orsa loqui: “Non omnia grandior aetas,/quae fugiamus, habet: seris venit usus ab annis./Consilium ne sperne meum. Tibi fama petatur/inter mortales faciendae maxima lanae:/cede deae veniamque tuis, temeraria, dictis/supplice voce roga: veniam dabit illa roganti.”/Adspicit hanc torvis inceptaque fila relinquit,/vixque manum retinens confessaque vultibus iram/talibus obscuram resecuta est Pallada dictis:/“Mentis inops longaque venis confecta senecta./Et nimium vixisse diu nocet. Audiat istas,/siqua tibi nurus est, siqua est tibi filia, voces./Consilii satis est in me mihi. Neve monendo/profecisse putes, eadem est sententia nobis./Cur non ipsa venit? cur haec certamina vitat?”/Tum dea “venit” ait, formamque removit anilem/Palladaque exhibuit. Venerantur numina nymphae/Mygdonidesque nurus: sola est non territa virgo./Sed tamen erubuit, subitusque invita notavit/ora rubor rursusque evanuit, ut solet aer/purpureus fieri, cum primum aurora movetur,/et breve post tempus candescere solis ab ortu./Perstat in incepto stolidaeque cupidine palmae/in sua fata ruit: neque enim Iove nata recusat,/nec monet ulterius, nec iam certamina differt./Haud mora, constituunt diversis partibus ambae/et gracili geminas intendunt stamine telas/(tela iugo iuncta est, stamen secernit harundo);/inseritur medium radiis subtemen acutis,/quod digiti expediunt, atque inter stamina ductum/percusso paviunt insecti pectine dentes./Utraque festinant cinctaeque ad pectora vestes/bracchia docta movent, studio fallente laborem./Illic et Tyrium quae purpura sensit aenum/texitur et tenues parvi discriminis umbrae,/qualis ab imbre solet percussis solibus arcus/inficere ingenti longum curvamine caelum:/in quo diversi niteant cum mille colores,/transitus ipse tamen spectantia lumina fallit;/usque adeo quod tangit idem est, tamen ultima distant./Illic et lentum filis inmittitur aurum/et vetus in tela deducitur argumentum./Cecropia Pallas scopulum Mavortis in arce/pingit et antiquam de terrae nomine litem./Bis sex caelestes medio Iove sedibus altis/augusta gravitate sedent. Sua quemque deorum/inscribit facies: Iovis est regalis imago./Stare deum pelagi longoque ferire tridente/aspera saxa facit, medioque e vulnere saxi/exsiluisse fretum, quo pignore vindicet urbem;/at sibi dat clipeum, dat acutae cuspidis hastam,/dat galeam capiti, defenditur aegide pectus,/percussamque sua simulat de cuspide terram/edere cum bacis fetum canentis olivae/mirarique deos: operis Victoria finis./Ut tamen exemplis intellegat aemula laudis,/quod pretium speret pro tam furialibus ausis,/quattuor in partes certamina quattuor addit,/clara colore suo, brevibus distincta sigillis./Threiciam Rhodopen habet angulus unus et Haemum/(nunc gelidi montes, mortalia corpora quondam!),/nomina summorum sibi qui tribuere deorum./Altera Pygmaeae fatum miserabile matris/pars habet: hanc Iuno victam certamine iussit/esse gruem populisque suis indicere bella./Pinxit et Antigonen ausam contendere quondam/cum magni consorte Iovis, quam regia Iuno/in volucrem vertit; nec profuit Ilion illi/Laomedonve pater, sumptis quin candida pennis/ipsa sibi plaudat crepitante ciconia rostro./Qui superest solus, Cinyran habet angulus orbum;/isque gradus templi, natarum membra suarum,/amplectens saxoque iacens lacrimare videtur./Circuit extremas oleis pacalibus oras:/is modus est, operisque sua facit arbore finem./Maeonis elusam designat imagine tauri/Europam: verum taurum, freta vera putares./Ipsa videbatur terras spectare relictas/et comites clamare suas tactumque vereri/adsilientis aquae timidasque reducere plantas./Fecit et Asterien aquila luctante teneri,/fecit olorinis Ledam recubare sub alis;/addidit, ut satyri celatus imagine pulchram/Iuppiter implerit gemino Nycteida fetu,/Amphitryon fuerit, cum te, Tirynthia, cepit,/aureus ut Danaen, Asopida luserit ignis,/Mnemosynen pastor, varius Deoida serpens./Te quoque mutatum torvo, Neptune, iuvenco/virgine in Aeolia posuit. Tu visus Enipeus/gignis Aloidas, aries Bisaltida fallis;/et te flava comas frugum mitissima mater/sensit equum, sensit volucrem crinita colubris/mater equi volucris, sensit delphina Melantho./Omnibus his faciemque suam faciemque locorum/reddidit. Est illic agrestis imagine Phoebus,/utque modo accipitris pennas, modo terga leonis/gesserit, ut pastor Macareida luserit Issen;/Liber ut Erigonen falsa deceperit uva,/ut Saturnus equo geminum Chirona crearit./Ultima pars telae, tenui circumdata limbo,/nexilibus flores hederis habet intertextos./Non illud Pallas, non illud carpere Livor/possit opus. Doluit successu flava virago/et rupit pictas, caelestia crimina, vestes./Utque Cytoriaco radium de monte tenebat,/ter quater Idmoniae frontem percussit Arachnes./Non tulit infelix laqueoque animosa ligavit/guttura. Pendentem Pallas miserata levavit/atque ita “vive quidem, pende tamen, improba” dixit:/“lexque eadem poenae, ne sis secura futuri,/dicta tuo generi serisque nepotibus esto.”/Post ea discedens sucis Hecateidos herbae/sparsit; et extemplo tristi medicamine tactae/defluxere comae, cum quis et naris et aures,/fitque caput minimum, toto quoque corpore parva est:/in latere exiles digiti pro cruribus haerent,/cetera venter habet: de quo tamen illa remittit/stamen et antiquas exercet aranea telas.

 

La taranta del Caucaso

di Armando Polito

Può darsi pure che il titolo sia interpretato come una sorta di reazione alle vistose storture che in nome del business hanno contaminato, col pretesto di conservarne il ricordo, il fenomeno antico diventato, forse più del sole, del mare e del vento, l’emblema del Salento nel mondo. Può darsi pure che in me l’inconscio abbia sopraffatto per un attimo la razionalità, ma, tutto sommato, credo che anche il lettore più raffinato alla fine riconoscerà che questo post non poteva avere altro titolo.

Ho trovato l’immagine di testa sul sito della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, come, d’altra parte, mostra la filigrana, espediente protettivo di una malintesa interpretazione del diritto d’autore; in questo caso, tutt’al più, si potrebbe parlare di diritto di digitalizzazione derivante, a sua volta, da un diritto connesso con la custodia di un bene, non della sua proprietà, essendo la Marciana, come lo stesso Nazionale dice, un’istituzione pubblica e non privata. Avrò pure una visione comunista della cultura e non voglio attardare il lettore su un problema secondo me gravissimo che nessuno sembra aver voglia di cominciare ad affrontare e al quale ho dedicato più di un post; dico solo che, se avessi voluto spacciare l’immagine come mia  (nel senso di da me digitalizzata e non, magari!,  di da me posseduta) per me, che pure non sono un mago del pc, sarebbe stato uno scherzo, senza neppure scomodare Photoshop, eliminarla senza che ne restasse la minima traccia. Roba di una decina di minuti, secondi, non primi.

La tavola consta di una prima immagine in cui si vede un uccello, la cui identificazione lascio a qualche lettore ornitologo o, al limite, cacciatore (a meno che la specie raffigurata non sia da tempo estinta …), nell’atto di avventarsi su due tarantole (lo conferma la scritta Tarantula in basso). A questo punto diamo inizio alle telefonate: su quale delle due per prima, secondo voi, si avventerà l’uccello battagliero?

Lasciando da parte il paesaggio, sul quale ritornerò alla fine, passo alla seconda immagine.

Spicca in primo piano un ricino. Inutile fare l’ipocrita: prima o poi, forse, l’avrei riconosciuto ma, senza l’aiuto determinante del Ricinus che si legge in alto a destra, forse questo post sarebbe ancora in gestazione e avrei dovuto affrontare un parto distocico …

A sinistra, invece, si legge Wonder boom. Qui sono cominciati i dolori, per i quali, come si sa, non è certamente indicato l’olio di ricino…

Escluso il toponimo sudafricano Wonderboom, non mi è rimasto che considerare il significato letterale e distinto delle due voci: wonder=meraviglioso, boom=esplosione. A questo punto si è accesa la lampadina (quando ero più giovane era ad incandescenza, ora è a led, cioè a luce fredda, ma non so se l’aggiornamento tecnologico mi abbia giovato …) e il pensiero è volato agli effetti … meravigliosi dei semi della pianta, che vanno dalla morte per avvelenamento a quella per dissenteria …

Anche qui bando all’ipocrisia: senza la rete, da cui ho appreso che wonderboom è il nome inglese del ricino, non ci sarebbe stata conferma alla mia rozza e quasi meccanica ipotesi etimologica, sia pur con l’aggiustamento dell’ultim’ora per cui secondo me, per quanto riguarda l’esplosione, il riferimento è solo allo spettacolo offerto dalla pianta alla fioritura …

La terza immagine della tavola è in realtà una tabella.

Vi è riportato l’alfabeto georgiano (sul quale, fra l’altro, ho scritto e pubblicato una dozzina di saggi; purtroppo non me ne ricordo gli estremi bibliografici …). Anche qui senza l’ABC des Géorgiens che si legge all’inizio sarei sicuramente in alto mare e probabilmente questo post non sarebbe esistito o non gli avrei dato il titolo che sapete.

Le montagne, infatti, che in entrambe le immagini si vedono sullo sfondo, appartengono, guarda caso, al Caucaso. Se, infine, state morendo dalla voglia di scoprire se e quanto col Caucaso ci azzecchi la nostra taranta e questa col ricino, sapete a chi rivolgervi in quest’Italia dei valori …

 

 

La taranta: mi sta bene quasi tutto, ma da dove viene “taranta”?

di Armando Polito

immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/
immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/

 

Come in Puglia si fa contro il veleno/di quelle bestie, che mordon coloro,/che fanno poi pazzie da spiritati,/e chiamansi in vulgar tarantolati./E bisogna trovar un, che sonando/un pezzo, trovi un suon che al morso piaccia;/sul qual ballando, e nel ballar sudando/colui da sé la fiera peste caccia.

 Francesco Berni (1497-1535), Orlando innamorato, XLI, ottava 6, vv. 5-8; ottava 7, vv. 1-4.

 

Mi ero ripromesso di angustiare il lettore con un post sull’argomento ad agosto, quando il nostro simpatico animaletto è ogni anno oggetto, inconsapevolmente (e, forse, almeno per lui è una fortuna …), di attenzione mondiale. Tuttavia, il recentissimo bel lavoro di Daniele Vigna fruibile, per chi se l’è perso, al link  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/12/la-scherma-il-codice-la-ronda-nella-notte-di-san-rocco-a-torre-paduli/, mi ha ispirato e indotto a bruciare i tempi, anche per non suscitare il sospetto di sfruttare l’evento della stagione per qualche contatto in più …

Quanto sia grande il quasi che nel titolo precede tutto lo lascio intuire al lettore (anche se l’ho anticipato con la dichiarazione d’invidia nei confronti dell’incolpevole protagonista) dichiarando apertamente che ciò che mi sta bene (cioè il fenomeno antropologico e, ancor più, il simpaticissimo presunto responsabile) è ormai un dettaglio fagocitato dal modo perverso di agire del nostro tempo che crede di fare opera meritoria contaminando artificiosamente  la memoria storica col businnes1 (e questo non mi sta bene) …

Il lettore avrà pure intuito che qui non troverà clamorose ipotesi ad effetto sull’origine, magari aliena, della taranta ma solo osservazioni di natura etimologica che inizieranno dopo una parentesi iconografica.

 

Tavola tratta da Attanasio Kircher (1602-1680), Magnes sive de arte magnetica, Ludovico Grignano, Roma, 1641, pag. 874. Il cartiglio superiore contiene l’Antidotum tarantulae (L’antidoto della tarantola), cioè la composizione musicale con finalità terapeutica2; quello centrale reca la scritta Tarantulae Sive Phalangÿ Apuli Vera Effigies (Vera immagine della tarantola o falangio di Puglia); in quello inferiore si legge: a sinistra: Inferior pars Tarantulae Ventrem Exhibens (Parte inferiore che mostra il ventre della tarantola); al centro: Musica sola mei Superest medicina Veneni (Resta la sola musica come medicina del mio veleno); a destra: Superior pars dorsum Tarantulae exhibens (Parte superiore che mostra il dorso della tarantola). I tre cartigli, insieme con tre tarantole, hanno come sfondo una carta della Puglia in cui dall’alto in basso si leggono i toponimi: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Cisternino, Taranto, Oria, Brundusi (Brindisi), Usano (Uggiano Montefusco), Scelino (Cellino San Marco), Maliano (Magliano), Maruzo (Maruggio), Lecce, Otranto, Nardo (Nardò), Galipoli (Gallipoli), Alesano (Alessano).

Tavola tratta da Attanasio Kircher, Phonurgia nova, R. Dreherr,  Campidona, 1673, pag. 206. Nella parte superiore il titolo Typus Tarantiacorum saltantium (Tipo di tarantati che ballano) che mostra la danza delle spade o pizzica-scherma che l’autore, evidentemente, assimila alla pizzica terapeutica (notare in alto a sinistra la tarantola; non giungo ad affermare che lo sfondo potrebbe rappresentare Torrepaduli, però l’ho pensato …).

Tavola tratta da Kaspar Schott (1608-1666), Magia universalis naturae et artis, Herbipoli, s. n., 1657, tomo II, pag. 239. È l’evidente ricalco di quella del Kircher che dello Schott fu il maestro. C’è anche qualche differenza nei toponimi riportati che sono: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Taranto, Oria, Cisternino, Unsano (Uggiano Montefusco), Maruzo (Maruggio), Brundusi (Brindisi), Nardo (Nardò), Otranto, Aresano (Alessano).

De Apula Aranea sive Tarantula ad Musicum subsiliens sonum (Sul ragno pugliese o tarantola che salta fuori al suono della musica). Tavola tratta da Cornelis Stalpart Van Der Wiel, Observationum rariorum medicarum anatomicarum chirurgicarum centuria prior, Petrum Van Der Aa, Leyde, 1687, pag. 439.

 

Tavola tratta da Wolferdus  Senguerdius, Rationis atque experientiae connubium, Bos, Rotterdam, 1715, pag. 277. È evidente il plagio, sia pur parziale, dalla tavola precedente.

Tavola tratta da Antonio Pitaro (1767-1832), Parallèle physico-chimique entre le calorique, la lumière, l’électricité, le magnétisme, le galvanisme animal et le galvanisme métallique, ou Introduction à la théorologie galvanique, suivi de trois autres mémoires, dont un sur le tarentulisme, Giguet e Michaud, Parigi, 1805, pag. 72.

Le didascalie: 1 Tarentule de Baglivi prise dans les campagnes de Lecce (Tarantola di Baglivi3 presa nelle campagne di Lecce); 2 Tarentule de Valletta prise dans les campagnes de Nocera de Pouille (Tarantola di Valletta4 presa nelle campagne di Nocera di Puglia); 3 Tarentule de Pitaro prise dans les campagnes de Squillace (Tarantola di Pitaro presa nelle campagne di Squillace); 4 Tarentule  d’Albin existante dans la collection de Sir Hans Sloanès prise dans le campagne d’ Otranto (Tarantola di Albin5 esistente nella collezione di sir Hans Sloane6 presa nelle campagne di Otranto). Didascalia dell’immagine in alto a destra senza numero: Tarentule vue en dessous ou par le ventre (Tarantola vista da sotto o dalla parte del ventre).

Da notare come in tutte le tavole riportate (altre non ne conosco) compaiono la tarantola e i musici terapeuti, mai il tarantato o la tarantata; tuttavia, nella tavola di Cornelis Stalpart Van Der Wiel vista precedentemente in taranta subsiliens (tarantola che salta fuori) taranta può essere inteso in doppio passaggio metaforico come veleno della taranta che salta fuori dal corpo del tarantato.

Termina qui la digressione iconografica e inizia la trattazione etimologica.

Mi piace iniziare riportando le parole di un grande conterraneo (in senso stretto, neretino), cioè il medico Achille Vergari che al tarantismo dedicò il saggio Tarantismo o malattia prodotta dalle tarantole velenose, uscito per i tipi della Società Filomatica a Napoli nel 1859.7

Proprio la parte iniziale del lavoro reca un sintetico elenco di proposte etimologiche. Per poter inserire le mie note di commento ho preferito riportare in formato testo e non immagine la parte che ci interessa (pagg. 5-6): “L’etimologia della Tarantola8, chi la crede derivata da θηράνθορα9 , θηρ fera – ἄυθορα venenumanimale velenoso. Chi da terrentula, pel terrore che produce la sua veduta10, o perché in terra latitat11. Chi da tarantin12, commovere grandemente; fenomeno proprio dell’animale e de’ morsicati dallo stesso, quando dall’azione del suono armonico vengono attivati. Chi da Taranto13, luogo nelle cui vicinanze più abbonda. Chi da Tarando14, animale di vari colori proprio della Scizia. Serao credeva che il vocabolo tarantola avesse potuto derivare da tara tara replicato, espresso nelle modulazioni musicali adatte a curare i tarantolati”.

Il Serao citato dal Vergari è Francesco Serao (1702-1783), medico, fisico e geologo napoletano e il Vergari sostanzialmente ha tratto tutte le notizie etimologiche prima riportate (eccetto quelle riguardanti θηράνθορα, terrentula e tarantin) dalla prima delle due lezioni universitarie che lo studioso napoletano dedicò all’argomento (Della tarantola ossia falangio di Puglia, s.n., Napoli, 174215). Dopo aver motivato la scarsa attendibilità della derivazione di tarantola da Taranto e, secondo me arrampicandosi sugli specchi, il suo favore a Tarando (vedi la mia nota n. 9), il Serao a pag. 35, quando si accinge a passare ad altro, ha un sussulto che registra nella nota o che riproduco di seguito: “Prima di uscir di questo proposito (che io non intendo avvolgermi di più in queste seccaggini) mi si permetta ch’io accenni un altro mio pensiero, sovvenutomi improvvisamente a favore di una nuova etimologia; che io non voglio proporre ad altro fine, se non per far vedere, che quando si tolga di mezzo l’originazione insipidissima presa dalla città di Taranto,  qualunque altra cosa avrà più colore e grazia. Potremmo immaginarci, che i Pugliesi fossero stati usi di chiamare o tutte, o una sola particolar canzone, Taranta, o Tarantara, o Taratantara (voce, come ognun sa, usata già da Ennio16, Pugliese anch’esso, per esprimere il suono della trombetta, imitandone in certo modo lo strepito): e perciò quella famosa volgarissima canzonetta, chiamata Tarantella, sarebbe  stata così chiamata da principio per questa guisa. Or poiché cominciarono i Pugliesi a sperimentare che il fuoco facesse tanto strano effetto in coloro, cui essi credevano morsi dal Falangio del lor paese; potrebbe esser vero, che eglino avessero voluto chiamar a quel modo il Falangio, come quello che avea tanta alleanza col suono per conto de’ mortificati da lui: nel qual caso la prima origine della voce Tarantola, della quale si quistiona, sarebbe da riferirsi al Tara replicato, e variamente profferito, per esprimere il suono di qualunque musico istrumento, o di alcuno in particolare, e di qualunque aria, o di alcuna certa e determinata. Torno a dire: io non mi fermo in questa conghiettura; contro di cui non mancherebbe che dire: ma pure ella mi sembra più naturale e giusta, che non è la comune degli Etimologisti”.

Accanto al taratàntara (con questo accento va letto per motivi metrici) di Ennio (III-II secolo a. C.) che rivendicherebbe l’origine antica di taranta c’è un altro taratàntara, sempre di natura onomatopeica, attestato in epoca medioevale. Ecco come il lemma è trattato nel Glossario del Du Cange (la traduzione a fronte è mia):

Non saprei dire se alla comune origine del taratantara enniano (suono della tromba di guerra) e di quello medioevale (rumore prodotto dal setaccio) corrisponda un rapporto di parentela o se l’uso della stessa voce sia puramente casuale. Se non è casuale ciò è un dettaglio non di poco conto, anche ai fini di risalire alle origini del fenomeno da cui siamo partiti, che in passato si ritenevano medioevali17 e per le quali recentemente è stata ipotizzata una drastica retrodatazione18. E se il suono sincopato della tromba di guerra ben si adatta a quello altrettanto sincopato della pizzica, come non pensare alla suggestiva somiglianza di forma tra il tamburello e il setaccio e, più che al rumore che lo strumento produce, al movimento regolare e cadenzato cui è (meglio, era) obbligato chi lo usa (meglio, usava)? Ma né la storia né l’antropologia culturale possono lasciarsi condizionare più di tanto dalla suggestioni che nell’impervio cammino della conoscenza  sono sempre a tendere insidie dietro l’angolo. Insomma, come sempre, la ricerca della verità continua …

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1 Questa mia valutazione, della cui smentita sono da qualche anno in ansiosa quanto vana attesa, non riguarda solo l’evento Notte della taranta ma pure la saga di romanzi storici sui Messapi di Fernando Sammarco e la saga di fesserie su questo argomento ed altri di Tania Pagliara che chiunque può leggere in rete nella rubrica La lupa che tesse de Il tacco d’Italia all’indirizzo  http://www.iltaccoditalia.info/sito/index.asp?s=4&t=82. Il fenomeno è particolarmente pericoloso se si pensa che ai romanzi del Sammarco è attribuita quella dignità che io ero abituato ad ascrivere solo alle fonti storiche; e non è attribuita da uno qualunque ma da Maurizio Nocera, docente di antropologia culturale dell’Università del Salento, in un suo post leggibile all’indirizzo  http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=608:salento-terra-che-un-tempo-aveva-nome-messapia&catid=37:sallentina&Itemid=61.

Se l’operazione del Nocera può essere definita quantomeno avventata, gli scritti della Pagliara, frutto di letture superficiali e di un raffazzonato copia-incolla, costituiscono un vero e proprio atto criminale, perché è un crimine costruire delle fandonie sapendo (ma forse l’autrice non si rende conto neppure di questo …) che i fruitori superficiali  (magari fossero la minoranza …) della rete ne faranno man bassa e provvederanno a loro volta a diffonderle; e sarà il trionfo della scemenza fatta verità agli occhi degli ignoranti  creduloni , complici anche le implicazioni e le suggestioni magico-religiose di certi argomenti.

2 Il Kircher in occasione di un suo viaggio in Puglia fatto nel 1630 per approfondire le sue teorie sul ruolo terapeutico della musica nei  culti dionisiaci raccolse questa e le altre melodie che pubblicò nello stesso testo (pagg. 975-876) e che di seguito riproduco.

 

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Una rielaborazione non filologica ma reinterpretativa dell’Antidotum tarantulae è nel brano Antidotum (S. Di Lauro-P. Mastronardi) incluso nel cd La favola di Bellafronte e altre storie uscito nel 2009 per l’etichetta Ph musica Worx. Di taglio filologico, invece, l’omonimo brano, eseguito da L’arpeggiata diretta da Christina Pluhar, che fa parte del cd, corredato di un corposo, non convenzionale libretto, La tarantella. Antidotum tarantulae uscito nel 2004 per l’etichetta Alpha.

 

3 Giorgio Baglivi (1668-1707), autore di De anatome, morsu et effectibus Tarantulae, D. A. Ercole, Roma, 1696. L’immagine che segue, tratta dalla pag. 270 dell’edizione di tutte le opere per la quale vedi alla fine della nota 13, ricalca lo schema grafico delle tavole di Kircher prima e Scott poi con qualche differenza solo nei toponimi che qui sono: Bisceglie, Bari, Monopoli, Conversano, Ostuni, Rutigliano, S. Vito, Brindesi (Brindisi), Gravina, Matera, Mottola, Oria, Otranto, Lecce, Taranto, Noha, Nardò, Gallipoli, Alessano, S. Maria (S. Maria di Leuca).

 

4 Ludovico Valletta, autore del De phalangio Apulo, De Bonis, Napoli, 1706, da cui è tratta l’immagine che segue.

 

5 Eleazar Albin, autore di Insectorum Angliae naturalis historia, 1731, testo integralmente consultabile e scaricabile da

http://books.google.it/books?id=9u9WAAAAcAAJ&pg=PT12&dq=Insectorum+angliae+Naturalis+Historia&hl=it&sa=X&ei=kYOLUumtF4aRtAag_oCACw&ved=0CDgQ6AEwAA#v=onepage&q=Insectorum%20angliae%20Naturalis%20Historia&f=false

6 Hans Sloane (1660-1753), questa è l’esatta grafia del nome, fu un medico e naturalista inglese; dal 1727 al 1741 successore di Isacco Newton alla guida della Royal Societ, fin da giovanissimo manifestò passione per il collezionismo.

7 Testo integralmente consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=XCsxAQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=achille+vergari&hl=it&sa=X&ei=Ki2CUubLIciThgfmgoD4CQ&ved=0CDQQ6AEwAA#v=onepage&q=achille%20vergari&f=false

8 L’italiano taràntola (dal latino medioevale taràntula) rispetto al salentino  taranta mostra la stessa tecnica di formazione del toscano formìcola  (furmìcula in salentino) rispetto a formica, dell’italiano spìgola rispetto a spiga e, per fare un esempio relativo al mondo vegetale, del salentino  irdìcula rispetto all’italiano ortica. A proposito di taranta (probabile madre di tarantola) l’attestazione più antica che io conosca del vocabolo è contenuta nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius di Goffredo Malaterra (XI secolo) che così ricorda per l’anno 1064 (cito il testo originale da E. Pontieri, Rerum italicarum scriptores 2, v. I, 1928; la traduzione che segue, come tutte le altre, è mia):  Panormum usque perveniunt; atque in monte, qui postea Tarantinus [dictus est] ab abundantia tarantarum, a quibus ibidem exercitus eorum plurimum vexatus est, iubente duce – quem postea poenituit -, tentoria fixa sunt. Nam mons totus insitus tarantis, viris et mulieribus inhonestum, quamvis iis qui evaserint, ridiculosum hospitium praebuit. Taranta quidem vermis est, araneae speciem habens, sed aculeum veneni ferae punctionis omnesque, quos punxerit, multa et venefica ventositate replet: in tantumque angustiantur, ut ipsam ventositatem, quae per anum inhoneste crepitando emergit, nulla modo restinguere praevaleant et, nisi clibanica vel alia quaevis ferventior aestuatio citius adhibita fuerit, vitae periculum incurrere dicuntur. Tali inhonestate nonnulli nostrorum vexati, tandem locum mutare coguntur … (… alla fine giungono a Palermo e le tende furono fissate, per ordine del duca che dopo se ne pentì, sul monte che poi fu chiamato Tarantino dall’abbondanza di tarante dalle quali il loro esercito lì fu molto tormentato, Infatti tutto il monte è disseminato di tarante, ripugnante per uomini e donne, sebbene esso abbia offerto un risibile riparo a coloro che vi erano saliti. La taranta è un verme avente l’aspetto del ragno ma un pungiglione velenoso dalla dolorosa puntura e infonde in tutti coloro che ha punto una diffusa e venefica flatulenza e sono tormentati a tal punto che non sono in grado in nessun nodo di placare la stessa flatulenza che vergognosamente crepitando esce attraverso l’ano e si dice che corrono pericolo di vita se non viene applicato al più presto il calore di una teglia o qualsiasi altro che riscalda piuttosto energicamente).

Lo stesso autore per l’anno successivo:  Antequam iret versus Panormum dux Robertus, et in monte Tarantarum, iuxta Panormum, tentoria fixisset, dux et comes Rogerius … (Prima che il duca Roberto andasse verso Palermo e ponesse le tende sul monte delle tarante presso Palermo, il duca Ruggero …)

Un tarentum (ma questa volta  si tratterebbe di un serpente, a meno che nel testo serpentibus non debba intendersi nel suo valore originario di ablativo plurale di serpens,  participio presente  di sèrpere=strisciare (in tal caso  a serpentibus andrebbe  inteso da animali striscianti;  va ricordato a tal proposito che serpens può avere anche il valore specifico, oltre che di serpente, anche di verme) fu il responsabile di altri guai, si direbbe ben più gravi, per i crociati secondo la testimonianza di Alberto d’Aix (XII secolo) nella sua Historia Hyerosolimitana expeditionis (cito dall’edizione della Patrologia Latina del  Migne, v. 166, libro V, capitolo XL, colonna 534): Illic plurimos acervos lapidum repererunt, inter quos infinita manus debilis et pauperis vulgi dum fessa quiesceret et accubaret, a serpentibus, quos vocant Tarenta, quidam percussi, interierunt tumore, et prae intolerabili siti inaudita inflatione membris eorum turgentibus (Lì trovarono parecchi mucchi di pietre; mentre  stanca si riposava e giaceva l’infinita schiera della gente debole e povera, alcuni, morsi da serpenti [o da animali che strisciavano?] che chiamano Tarenti morirono per il gonfiore e per via dell’intollerabile sete a causa dell’inaudito rigonfiamento mentre le loro membra si inturgidivano).

A distanza di due secoli da Goffredo Malaterra e di uno da Alberto d’Aix s’incontra un darentarum (genitivo plurale di darenta), con riferimento allo stesso fatto storico, nella cronaca del XIII secolo del frate domenicano Corrado (in Giovan Battista Carusio, Bibliotheca historica regni Siciliae, tomo I, Francesco Cichè, Palermo, 1723, pagg. 47-50); il passo sembra la sintesi e il ricalco del primo  malaterrano e darentarum è da leggere tarentarum o da valutare come una sua variante:  item anno 1064 iverunt ad obsedendum Panormum, et nihil fecerunt ex abundantia darentarum, a quibus exercitus fuit valde vexatus … (… parimenti nell’anno 1064 andarono ad assediare Palermo e non fecero nulla per l’abbondanza di tarante  dalle quali l’esercito fu molto tormentato).

Gilberto Anglico nel settimo libro del Compendium medicinae tam morborum universalium quam particularium nondum medicis sed et cyrurgicis utilissimum scritto nella prima metà del XIII secolo (cito dall’edizione De Portonaris, Lione, 1510, pag. 316): Taranta animal est parvum habens sex pedes, tres hinc et tres inde … (La taranta è un piccolo animale che ha sei zampe, tre da una parte e tre dall’altra …)

Nel bestiario di Leonardo da Vinci (1452-1519) si legge (cito da Augusto Marinoni, Leonardo da Vinci. Studi letterari, Fabbri, Milano, 1996, s. p.): TARANTA: il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso. Qui Leonardo riprende sinteticamente il concetto di “congelamento” delle condizioni psichiche del paziente, quali erano prima del morso,  già espresso da Sante Ardoini, per cui vedi la nota 8.

9 Non so chi sia il chi citato dal Vergari. So solo che θηράνθορα in greco non esiste e, quindi, si tratterebbe di una parola ricostruita, perciò oggi andrebbe scritta correttamente preceduta da un asterisco. Tuttavia, se il primo presunto componente (θήρα=bestia, corrispondente al latino fera) va bene, il secondo (ἄυθορα), che si fa corrispondere al latino venenum=veleno, in greco non esiste. Insomma, questa etimologia, tutt’al più, avrà il capo ma non la coda …

10 Secondo questa anonima proposta, dunque, terrentula deriverebbe dal verbo latino terrère=atterrire.

11 Il chi questa volta dovrebbe essere Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) che in Exotericarum exercitationum liber XV de subtilitatead Hyeronimum Cardanum, Eredi di Paul Wechel, Francoforte, 1582, pag. 611, così scrive: Alia est ab hac diversa, quippe lacerti facie, quam, quod sub terra lateat, a Romanis putant Terrentulam nominari.  Eam non vidi. Si est, ut aiunt, nigra, luteis maculosa notis, Stellionem puto (Ce n’è un’altra diversa da questa [dalla tarantola propriamente detta], a dire il vero con l’aspetto di lucertola, che, per il fatto che si nasconde sotto terra, si crede che dai romani sia chiamata terrentula).

Terrentula, dunque, deriverebbe da terra ma secondo lo stesso Scaligero è da identificare con lo stellione (una specie di geco) e non con la nostra tarantola. Insomma, il Vergari ha attribuito allo Scaligero, sia pure senza citarne espressamente il nome,  un etimo da lui mai proposto.

12 Questo tarantin, anch’esso di anonimo padre, per la definizione che subito dopo viene data (commovere grandemente) dovrebbe essere un infinito presente, ma in quale lingua?

13 La prima proposta è di Thomas Moffet (1553-1604) in Insectorum sive minimorum animalium theatrum , Cotes, Londra, 1634, pag. 219: Ultimum appulum vocamus, vulgo tarentulae nomine, non incelebrem, a Tarentino agro in Appulia, ubi frequentiores vivunt, cognominatam. Eius hic iconem … exhibemus … ecce vobis lentiginosum et verum Tarantulam, a nemine, quod sciam, hactenus vere descriptum  (L’ultimo lo chiamiano appulo, popolarmente detto tarentula, non infrequente, così chiamata dalla campagna di Taranto in Puglia, dove questi animali vivono più numerosi … Qui …  mostriamo la sua immagine [riprodotta in basso] … ecco a voi, cosa vera e lentigginosa, la tarantola, da nessuno finora, a quanto sappia, descritta).

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Prima di lui Sante Ardoini così si era espresso nel capitolo 5 (intitolato De tarantula) del libro VIII del suo De venenis (opera, composta tra il 1424 e il 1426 e pubblicata la prima volta per i tipi di Scoto a Venezia nel 1492; qui cito dall’edizione Pietro Perna, Basilea, 1562, pag. 482): Et in quibusdam locis, utputa in Apulia, et praesertim in Tarento a quo forte nomen unum ex praefatis assumpsit, accidit ex puntura eius quod vir vel mulier punctus vel puncta ab ea efficitur melancholicus vel melancholica, adeo ut perseveret illa melancholia cum illa phantasia et appetitu et cogitatione cum quibus tempore punctionis erat, quousque venenositas resolvatur (E in certi luoghi, per esempio la Puglia e soprattutto a Taranto dalla quale per caso assunse un unico nome tra quelli che ho detto prima, succede che un uomo o una donna punto o punta dalla sua puntura vien reso [dalla tarantola] malinconico o malinconica a tal punto che permane quella malinconia con quell’aspetto e inclinazione e immaginazione che aveva al tempo della puntura, finchè l’avvelenamento non si risolva).

Se il forte (per caso) è un semplice intercalare e non esprime un’ipotesi di genesi casuale l’Ardoini è da considerare il primo che abbia avanzato l’ipotesi della derivazione di Taràntula da Tàranto.

L’ultimo in ordine di tempo fu Giorgio Baglivi per cui vedi la nota 3 (cito da Opera omnia, G. Girardi, Venezia, 1761, pag. 271): Vocatur Tarantula, non quia Tarenti hoc animal virulentius fit, quam in reliquis Apuliae Regionibus; sed forsan quia Graecorum, et Romanorum temporibus, Civitas illa caeteris erat, aut frequentior, aut nobilior, et ideo existentibus ibidem maiori numero aegrotis hoc veneno laborantibus, nomen exinde animalculum desumpsisse non inficiarer (Si chiama tarantola non perché questo animale diventa più velenoso a Taranto che nelle altre zone della Puglia ma forse poiché quella città ai tempi dei Greci e dei Romani era o più frequentata o più nobile e perciò, essendoci in maggior numero malati sofferenti per questo veleno, non negherei che l’animaletto da ciò abbia preso il nome).

14 Il chi è proprio il Serao citato poco dopo, che nell’opera che successivamente indicherò così si esprime (pag. 30): “… volgendo io alcuni degli Storici naturali per lo mio intendimento, e Greci, e Latini, mi avvenni appresso tutti costoro nella descrizione uniforme di un animal esotico, nativo della Scizia, chiamato da’ Greci τάρανδος, e così pure da’ Latini tarandus, il cui carattere, e singolar proprietà è quella, di cambiar colore in tutte le occorrenze, quando cioè gli torni in bene de’ fatti suoi. Dicono adunque, che essendogli dato la caccia per prenderlo, ed egli adattando il colore della sua pelle (anzi della sua lana, o peli; ciò che fa maravigliar doppiamente Plinio al colore delle cose, che gli sono più vicine, venga con questo artificio a deludere la vista de’ cacciatori, ed a campare perciò dalle lor mani. Or da questa voce τάρανδος  o tarandus, cambiando con naturalissimo e facil passaggio il D in T, sarà nato tarantus, e quindi taranta … e poi o per diminuzione , o per modulazione dissoluta e sdrucciola dell’ultimo suono della parola, tarantolo, o tarantola.

15 Integralmente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=c3A2AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=francesco+serao&hl=it&sa=X&ei=u1SHUt7TOeyS7QbImICQBg&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q=francesco%20serao&f=false

16 Sul verso enniano rinvio per brevità alla nota 3 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/10/28/curiosita-antiquarie-da-una-biblioteca-conventuale-2/

17 E. De Martino, La terra del rimorso. Il Sud tra religione e magia, Il Saggiatore, Milano 1961.

18 R. Rossetti,  Nel nome di Asclepio. Il Tarantismo oltre la lettura di Ernesto De Martino, in Segni e comprensione (rivista telematica quadrimestrale), anno XXVI nuova serie, n.76, Gennaio Aprile 2012, pagg. 88-118.

Il tarantismo nel Salento di ieri

 

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 di Ermanno Inguscio

Sembra trascorso un secolo da quando lo studioso Ernesto De Martino, calato nel Meridione con la sua  équipe di studiosi, interessandosi con perizia scientifica al fenomeno del tarantismo, aveva finito col definire il Salento “terra del rimorso”. Egli aveva così inseguito e rintracciato gli ultimi esempi viventi, donne provenienti da ceti popolari, ma anche uomini,  che legavano i propri disagi psicofisici al mito dell’onnipotente  paterfamilias  e si rifugiavano nell’illusione della cappellina di San Paolo in Galatina (Lecce), per mezzo del ballo della pizzica pizzica,  che fosse l’unico strumento di sollievo e persino di guarigione dai propri mali. Ed era quasi impossibile avere testimonianze dirette  o riferite delle contraddizioni della vecchia civiltà contadina al cui interno, e sembra passato più di un secolo, esplodevano conflittualità di ruoli socio-familiari e di contesti economico-culturali di un tempo ormai svanito dietro la massificante opera dei mezzi della odierna comunicazione sociale.

Ma è proprio di ieri, in quel di Ruffano, dove oggi la locale biblioteca comunale “Don Tonino Bello” organizza un incontro culturale con l’Università del Salento dal titolo  Racconti di una tarantata. Ruffano e il tarantismo di Michela Margiotta, che mi è occorso di dover ascoltare una storia singolare di un mio vecchio compagno di scuola. Costui, non me ne aveva mai fatto cenno, nel ricordarmi di fare un salto in biblioteca ad ascoltare sul tema l’antropologo Eugenio Imbriani, moderatrice Monia Saponaro, mi riferisce di essere rimasto orfano di madre in tenerissima età, una tarantata con tipici disturbi ricorrenti, finita suicida in un pozzo d’acqua, dopo che le preghiere al Santo dei serpenti e della tarantola, San Paolo di Tarso, fatte ogni anno a Galatina, nella sua cappellina, accanto al “pozzo dei miracoli”, si erano tragicamente rivelate vane.

L’amico mi racconta con foga che lo scetticismo del padre lo aveva portato,  anche per dare un taglio all’appuntamento annuale con la visita al Santo,  da fare in traino col cavallo fino a Galatina, a cercare di dissuadere la povera moglie spesso in preda  alla micidiale trance: da un  muretto di pietre era sbucata una serpe nera, che si era attorcigliata attorno alle gambe della povera donna. Se n’era liberata soltanto dopo avere promesso di tornare a pregare il Santo dei tarantolati. L’allora bambino di tre anni, finito poi in collegio come conseguenza dell’orfanezza, solo da adulto aveva potuto più volte  ascoltare il racconto del triste destino della povera madre.

Sono rimasto di sasso  all’ascolto di tale tragica esperienza e ho dovuto rimarcare che il tema del convegno, il fenomeno del tarantismo nel nostro Salento, che mi ha visto impegnato in ottobre scorso  in un  Convegno Internazionale a Lisbona, non è poi una tematica tanto lontana dalla nostra vita.

In effetti spunto dell’incontro lo ha offerto un vecchio libro di Annabella De Rossi,  Lettere da una tarantata (De Donato Editore, 1970), che nel proprio nel1963, venendo a Ruffano, nel territorio dove insiste Torrepaduli , nota per la pizzica scherma del “ballo di San Rocco”, aveva conosciuto Michela Margiotta, anch’essa tarantata,  e ne aveva trascritto le lettere, appuntate dalla povera vecchia ormai quasi settantenne, tra errori grammaticali ed espressioni idiomatiche, che pure riuscivano ad aprire uno squarcio su  delicati dissidi interiori.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma “la Margiotta”, Michela Margiotta, per noi ragazzini terribili dissacratori di ogni cosa, al tempo della cosiddetta infanzia felice, era l’oggetto dello  scherno e degli schiamazzi nella vecchia piazza del paese ad ogni suo passaggio per recarsi in qualche suo podere. Faceva un po’ paura, di bassa statura, vestita di nero, scura in volto e baffuta, con una sporta di vimini dove qualche adulto vociferava albergassero aracnidi di ogni tipo e talvolta piccoli rettili, tagliava in un baleno lo slargo “Carmelitani”, dopo avere indicato le campane della vicina Confraternita e minacciando i più discoli di farli sparire nel sacco di iuta sulle sue spalle. Un vero terribile spauracchio, utilizzato dalle giovani mamme di fronte ai capricci dei più piccoli. Ma per  quegli scavezzacollo di ragazzini più grandicelli, il passaggio in paese della Margiotta costituiva una implacabile palestra dello sberleffo. Quel micidiale coraggio dello scherno gratuito non allignava in me, ragazzino, che osservava dietro le finestre di casa il passaggio di quello strano personaggio, nella centrale via San Rocco.

Non ho mai saputo, da bambino, che in Michela si celassero disagi e dissidi degni almeno di umana pietà e commiserazione. Oggi il convegno, voluto nella sua patria, all’interno della rassegna culturale “Librare tra storia, cultura e società”, mette sotto la lente dell’analisi storica un personaggio della nostra società di ieri. Non vi era certo il benessere di oggi, ma era tuttavia il tempo del vero focolare domestico, tra il calore del camino e i racconti dei nonni, tra le caldarroste di San Teodoro e una fetta di pane arrostito all’olio appena  prodotto nell’oliveto di famiglia.

Ricordi di adulti, ricordi di bambino, come quello mio personale quando, e fu l’unica volta della vita, in cui accompagnai mia madre, negli anni Sessanta, alla festa di San Paolo a Galatina. Tanto caldo, tanta gente sconosciuta, odore rancido di candele bruciate nella chiesa parrocchiale, ne riferii nel mio volume “La Pizzica scherma di Torrepaduli” (2007): ho visto donne, vestite di nero, strisciare con la lingua sul pavimento a chiedere la grazia ai Santi Pietro e Paolo, come le ho poi riviste soltanto a Madrid nel 2005 e piccoli venditori di nastrini colorati da utilizzare nelle danze delle tarantate.

Nella festa del Santo delle “pizzicate”, San Paolo, non ho visto serpi far capolino dal pozzo, né donne in cerca di guarigione né in trance né danzare né con violinisti, tantomeno con guaritori e parenti. Ma ho nelle orecchie, ancora oggi, il fremito assordante dei tamburelli, forse a mimetizzare tragedie sopite e da nascondere. Come mi nascondevo io al passaggio di Michela Margiotta, che per me non era certo una tarantata. E dire che pensavo di non averne mai conosciute: nell’anno Duemila, poi,  non potevano essercene.

Ma mi sbagliavo. Le tarantate erano tra noi, vicino alle nostre dimore. Ma quell’amico, che ha perso da bambino sua madre suicida nel pozzo,  la tarantata, l’essere che gli aveva dato la vita, glielo vedo negli occhi, ce l’ha ancora nell’anima.

S. Pietro, S. Paolo e il tarantismo

di Sonia Venuti

Molti studi si sono fatti su questo fenomeno che da secoli affliggeva le popolazioni pugliesi e non solo, sul morso della tarantola, e tante ipotesi sul legame che unisce il tarantismo con la devozione alle figure dei  Santi Pietro e Paolo.

Alcuni azzardano che il fenomeno del tarantismo abbia una stretta connessione  con la cultura greca che è sempre stata molto forte in puglia, e che con il culto delle divinità quali quelle di Dionisio, Cibele, Demetra ed altre ancora venivano praticati riti orgiastici di carattere spiccatamente erotico.

La gente danzava follemente al suono della musica, vestita d’indumenti sgargianti con il capo cinto da pampini di vite, agitando il tirso, pronunciando parole oscene, strappandosi gli abiti di dosso, frustandosi l’un l’altro, bevendo vino.

L’analogia tra questi riti e i sintomi del tarantismo è impressionante: qual è dunque il nesso religioso?

Il Cristianesimo giunse tardi in Puglia e s’imbattè in una popolazione primitiva e tenacemente legata ai propri costumi, presso la quale antiche credenze e consuetudini erano profondamente radicati.

In competizione col paganesimo, il cristianesimo dovette cercare in tutti i modi d’imporsi sulla popolazione: le antiche festività religiose pagane furono mantenute, ma intese a commemorare eventi cristiani.

Le chiese erano erette su precedenti luoghi di devozione tra le rovine dei templi, elementi degli antichi culti come le processioni furono accolti nelle modalità cristiane, ma vi erano tuttavia dei limiti che la chiesa non riuscì ad oltrepassare, e non essendo subito in grado di assimilare i riti orgiastici del culto di Dionisio  dovette contrastarli.

Da qui, non sappiamo esattamente in che anno, ma di sicuro nel corso del medioevo, i vecchi riti si trasformarono nei sintomi di una malattia, e di conseguenza la musica, la danza, e l’insieme di quei comportamenti orgiastici di colpo furono legittimati e tutti coloro che indulgevano in queste pratiche non erano più peccatori, ma povere vittime della tarantola.

Il culto di S. Pietro, in questo contesto, nasce innanzitutto dall’ipotesi fortemente indiziaria che il santo sia sbarcato in Puglia dalla Palestina e, dopo essere passato dalla città d’Otranto, dove a testimonianza del suo passaggio, è stata eretta la chiesa di S. Pietro, questi si spostò nel casale galatino, dove “vennero a sentirlo parlare di Dio tutti quasi di quei casali circonvicini”.

Il principale responsabile della sempre più forte idenficazione città-santo protettore la si deve all’arcivescovo Gabriele Adarzo di Santander, che nel corso del suo arcivescovato fece erigere in territorio galatino piccole colonne ed epigrafi, che oggi non esistono più, nei luoghi in cui si ipotizza sia passato o abbia riposato il Santo durante il suo cammino verso Roma.

Per concludere, S. Pietro giunse nel 44 inGalatina e secondo lo storico Da Lama “tutto quel popolo si fece battezzare dalle sue mani  nel nome di Cristo e le donne(….) conforme imprigionasti in piccola rete più pesci, così ti chiamano, aprono la bocca a mille ringraziamenti, vedendosi esenti dal tormento della tarantola, e se in Roma annientasti le magie d’un Simone, in Galatina hai posto in fuga il veleno di questo verme, mago potente, che incanta col bacio, né si scioglie l’incanto se non col ballo. E s’a Paolo in Malta ubidirono gli serpenti, a S. Pietro in Galatina ubbidiscono le tarantole”.

S. Paolo, sempre secondo la tradizione, nella città di Galatina giunse  in incognito, dopo la predicazione di S. Pietro e dopo aver navigato verso i nostri mari, giungendo  al promontorio di Leuca.

Per timore dei persecutori si fermò una sola notte in una casa ancora esistente, di proprietà di un uomo pio, che per questa ragione viene detta casa di S. Paolo.

Il medico non galatinese Antonio Caputi racconta”I Galatinesi raccontano varie storie su questa visita, ma ciò che è più importante affermano che abbia chiesto a Dio, per i meriti di Gesù Cristo, che a quell’uomo pio, per ricompensa della sua pietà, fosse concesso a suo favore o a quello dei suoi discendenti di sanare tutti quelli che fossero stati morsi da animali velenosi come scorpione, vipera, falangi e simili, facendo il segno della croce sulla ferita e facendoli bere al tempo stesso l’acqua di un pozzo lì esistente. Estinta ora la discendenza di quell’uomo pio, gli ammalati morsi dalla tarantola, da uno scorpione o dalla vipera, finchè il veleno è attivo, si conducono a quel pozzo ancora esistente per implorare la guarigione da S. Paolo”

In definitiva, nella casa dove passò prima S. Pietro e poi S. Paolo, come deduzione diretta del Caputi, gli apostoli lasciarono in perpetuo ricordo, agli abitanti di quella casa, la virtù e la grazia di guarire attraverso lo sputo chiunque fosse stato morso dalla tarantola.

Gli ultimi eredi della dinastia dei guaritori sono due sorelle che, per non far andare perduta la virtù e la grazia di guarire, prima di morire sputarono nel pozzo, e da qui, la credenza del “pozzo miracoloso” giunta a valorizzare le “case di S. Paolo”; queste erano le sorelle Farina Francesca e Polisena.

Il culto del santo crebbe molto a metà del ‘700, fino al punto che la famiglia Mory fece erigere un altare, e fu dato inizio alla contestatissima costruzione della cappella, da parte degli allora padroni delle “case di S. Paolo” i conti Vignola.

Le donne chiedevano degli specchi davanti ai quali sospiravano e urlavano con atteggiamenti inverecondi, altri preferivano essere lanciati in aria, o scavavano delle fosse e si rotolavano nella terra come i maiali, e tutti bevevavno vino e danzavano fino a liberarsi dagli effetti del morso, e si dice che se non si faceva in tempo a praticare il rito purificatore della musica, si poteva verificare  anche la morte del tarantato.

Pare solo i frati Francescani fossero immuni dal morso della tarantola, in ragione del fatto che S. Francesco avesse istituito un legame speciale anche con quegli animali, e ogni 29 Giugno in ricorrenza della festività dei Santi Apostoli  convergevano in Galatina tutti i tarantati dei paesi limitrofi, che a suon di tamburelli epuravano il loro corpo e la loro anima.

 

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

 

Lo tenne a fine Seicento il gesuita Caspar Knittel

alla nobiltà e agli Accademici di Praga

Il caso del tarantino Roberto Santoro

di Rosario Quaranta

 

 

Sul finire del Seicento, a Praga, nelle fredde lande di Boemia, dispiegava tutto il suo valore nelle discipline teologiche, filosofiche, scientifiche e politiche un famoso predicatore della Compagnia di Gesù, padre Caspar Knittel (1644 – 1702).

La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie
La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie

Questo erudito, già rettore dell’università praghese e procuratore provinciale presso la corte di Vienna, è noto per aver dato alle stampe un buon numero di opere di oratoria sacra, di teologia e di filosofia. Era pure un ammiratore di altri e più celebri  confratelli gesuiti come Atanasio Kircher, Cristoforo Clavio, Caspar Schott e Sebastian Izquierdo, per via del comune amore per la scienza che lo spinse a stampare una “Cosmographia elementaris propositionibus physico-mathematicis propo­sita” (“Cosmografia elementare presentata con proprosizioni fisico-matematiche”).

Ebbe anche un dichiarato amore verso il Lullismo e verso l’Arte combinatoria in cui ha lasciato traccia con l’opera “Via regia ad omnes artes et scientias” (“Via regia a tutte le arti e a tutte le scienze”), che conobbe molte edizioni a partire dal 1682.

Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.
Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.

Ma perché ci interessiamo di questo Autore, tutto sommato, così distante dal nostro tempo, dalla nostra terra e dalla nostra cultura? Non ci crederete, cari Lettori; ma a far da tramite in tutto ciò è la famosa Tarantola che tanto ha fatto, e fa parlare ancora da oltre mezzo millennio e a tutte le latitudini.

Una curiosa testimonianza di questo sforzo di ricondurre a unità il sapere teologico, filosofico e scientifico si può cogliere nelle opere di sacra predicazione del ricordato Knittel. In particolare  nel volume intitolato “Conciones Academicae in precipua totius anni festa” (“Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”) e stampato postumo nel 1718 a Praga, abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia, un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli, si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio”  e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo  nell’Auditorium.

Ricordiamo che nella festa della Visitazione si esalta la Vergine Maria che con grande umiltà non disdegna di recarsi a Gerusalemme e di prestare aiuto alla cugina Elisabetta che, in età avanzata, stava per partorire il piccolo Giovanni, precursore del bambino che la stessa Maria portava in grembo.

L’oratore sacro pone subito in evidenza quanto scrive l’evangelista Luca narrando il momento dell’incontro fra le due donne: “Esultò il bambino nel seno”. Questa espressione, osserva Knittel, viene riportata nella “Catena” di San Tommaso in maniera diversa; non “esultò”, bensì “saltò” nel seno. Da questa premessa e con una lunga argomentazione, condotta in dialogo serrato con gli Accademici, l’oratore sacro deduce (ovviamente in senso metaforico e spirituale) che questo “salto” del piccolo Giovanni nel seno di Elizabetta fosse stato causato dal morso della Tarantola.

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

Ma ascoltiamo qualche sprazzo della sua oratoria dal quale traspare l’evidente bravura dell’Autore:

“Avete per caso sentito qualche volta parlare, illustri Accademici, della Tarantola? Ascoltate. Questa è in breve la sua storia. C’è una città che gli Italiani chiamano Taranto, in quella parte del regno di Napoli che si chiama Puglia. In quel distretto pullula nei tempi caldi un grandissimo numero di ragni che appunto dalla città di Taranto si chiamano Tarantole. Ora, quelle tarantole sono solite avvicinarsi agli ortolani, ai pastori, ai mietitori e ad altri che dormono  all’aperto con le mani e con i perdi nudi; li mordono e infondono col loro morso un veleno tale da causare nei Tarantati tanti sintomi strani che sembrerebbero incredibili se un’esperienza quotidiana non le rendesse degne di fede. Quel veleno fa diventare gli uomini stupiti, attoniti, fuori di sé, immobili e insensibili come morti.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma la cosa più straordinaria del Tarantismo è che coloro che sono morsicati dalla tarantola non possono essere curati che con la sola musica.  Si chiamano pertanto i suonatori perché in questa gioconda miseria  suonino con degli strumenti ed emettano delle melodie proporzionate alla qualità del veleno. Ascoltando queste, i Tarantati subito si muovono, si alzano, corrono quasi rianimati, vanno di qua e di là come matti, con festosa agitazione delle mani e dei piedi, saltano così a lungo finché tutti i pori si aprono ed evaporano con copioso sudore i veleni della tarantola.

Sentite questo esempio chiarissimo. Una tarantola aveva morso un nobile tarantino chiamato Roberto Santoro e lui non lo sapeva; intanto si ammalava così gravemente da essere condotto quasi a morte. Si tenne consiglio dai medici, ma nessuno riusciva a far fronte alla malattia. Alla fine arrivò uno che esclamò: “E se fosse stato morso da una tarantola?”

Questa congettura piacque: si chiana un bravo suonatore, un “citaredo” che con il suo strumento si ferma davanti al letto in cui il povero Santoro giaceva immobile come morto.  Il citaredo vola sulle corde suonandole di qua e di là…e che succede? Repentinamente il mezzo morto apre gli occhi. Il citaredo con dita velocissime suona tumultuosamente “taratantara” per tutto il tempo necessario alla futura commedia… E che succede? Il mezzo morto comincia tutto a tremare e a muoversi…Il suonatore percuote ansioso lo strumento, va di qua e di là, si interrompe improvvisamente …E che succede? Il mezzo morto, preso quasi dalla contentezza, alza le braccia dopo aver rizzato il collo. Il citaredo di nuovo riprende a suonare le corde, le percuote e ripercuote, le pettina e ripettina, le scandisce e riscandisce; leggermente, gravemente, velocemente, faticosamente…e che succede?  Il mezzo morto improvvisamente si drizza e, tremante per la gioia,  si siede sul letto.

Il suonatore è attonito: per poco non gli cade la cetra: la blocca e tenta cose ancor più grandi; alterna le corde, leggerissimo negli acuti, amoroso nei suoni medi, lento in quelli gravi; insiste graziosamente nei suoni forti, picchia tumultuosamente in quelli rauchi come se andasse in battaglia con clangore marziale… e che succede? Il mezzo morto, tra lo stupore di tutti si alza dal letto e rimane quasi attonito in piedi. Il suonatore insiste ancora. Eccolo che strepita, tintinna, aumenta l’intensità del suono, la ferma, torna di nuovo a suonare, raddoppia, triplica i suoi sforzi sudando, gesticolando e affaticandosi… e che succede? Il mezzo morto agita le mani, solleva i piedi, si lancia, esita, si blocca, corre, saltella elegantemente alle melodie musicali fino a che, apertisi i pori, non si evapora tutto il veleno della tarantola e recupera quella sanità che ormai disperava di riavere. O cosa mirabile!..”

E qui il bravo oratore si ferma suggerendo agli astanti di ricorrere, per saperne di più e per vedere quasi quasi dal vivo la tarantola che salta, alla “Musurgia” del padre Kircher o alla “Magia Universale” del padre Scotto dai quali egli dipende strettamente (in ambedue, peraltro, si può leggere il caso di Roberto Santoro).

Riprende poi a trattare gli aspetti, per così dire, teologici e spirituali con altri argomenti relativi all’assunto evangelico,  non senza aver chiarito che la Tarantola altro non è che il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”.

 

Frontespizio della Magia Universalis (1674)    del p. Gaspare Schotto
Frontespizio della Magia Universalis (1674) del p. Gaspare Schotto

D’altra parte, questa virulenta tarantola – commenta egli – non ha forse colpito col suo morso nel Paradiso terrestre il primo ortolano (cioè Adamo) inoculandogli un veleno così penetrante da corrompergli il cuore e da renderlo stupito, attonito, immobile, insensibile…? Un veleno che la Vergine Maria col suo “Magnificat” riuscirà alla fine a neutralizzare, come avvenne nell’incontro con Elisabetta, quando anche Giovanni che “saltava” a causa della tarantola nel grembo di Elisabetta, riuscì alla fine a liberarsi dal peccato avvicinandosi a quel Gesù che Maria portava in grembo?

Questo di Knittel è un interessante e rarissimo esempio di utilizzazione del fenomeno del Tarantismo nell’omiletica. Un vero e proprio esercizio di bravura che consente comunque all’oratore di concludere, parafrasando quasi il Salve Regina e l’Ave Maria, con queste parole: “…è stato scritto che alcuni dei morsicati dalla tarantola si mettono a ridere; altri si mettono a piangere in quella danza tragico-comica.

O Maria! Ecco, noi miseri peccatori a Te saltiamo ridenti e piangenti. Ridenti quando abbiamo seguito la vanità del mondo: piangenti quando abbiamo seguito la nostra cecità. O Maria, rifugio de peccatori! Prega per noi miseri peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.


[1] Nostra traduzione

Il Salento delle leggende. Tarante e tarantate

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Si può dire tutto della gens salentina, meno che non ami la propria terra.

Siamo, sostanzialmente, un popolo d’irriducibili nostalgici, forse anche perché siamo a lungo stati (e in parte lo siamo ancora) un popolo di emigranti. Anche chi scrive lo è. Pur potendo convintamente affermare che “risiedo” da molti anni a Roma, ma “vivo” nella mia Galatina.

Tra la fine dell’800 e il preludio all’orribile tragedia della Grande Guerra, un’immensa legione di disperati compatrioti, giovani e meno giovani, per lo più meridionali – da Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia –, ma anche piemontesi, veneti e friulani, invase il Nord e Sud America, imbarcandosi sugli accidentati piroscafi che salpavano dai porti di Napoli, Genova o Palermo, stipati fino all’inverosimile. Un movimento globale di decine di milioni di persone!

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A quella prima ondata ne seguì un’altra, negli anni ’50 del secolo scorso, questa volta sui cosiddetti “treni della speranza”, caracollanti verso i Paesi più emancipati del Nord Europa: Svizzera, Belgio, Francia, Germania. Un’autentica epopea, che investì anche le nostre province, e che molti ricordano ancora.

Di questi nostri fratelli salentini, non pochi tornavano periodicamente nei propri paesi (a volte in estate, più spesso a Natale), per partire nuovamente all’estero col cuore sospeso tra gioia e malinconia. Il nuovo addio era, se possibile, più cocente del primo, ma intanto quei pochi giorni del ritorno, rivissuti tra mani e occhi conosciuti, e affetti riacquisiti, e desideri finalmente appagati, ‘ricostruivano’ rapidamente l’amore per la propria piccola patria, evidenziato anche attraverso romantiche e ingenue esternazioni di fierezza. Come quella di sfoggiare orgogliosamente la nuova automobile (spesso affittata a caro prezzo, pur di fare bella figura), o regalando in abbondanza a parenti e amici pacchetti di sigarette e stecche di cioccolato.

Difficile, poi, che si mancasse alla festa del Santo Patrono – in luglio e agosto per lo più –, mossi da devozione sincera per il proprio Protettore: da Santu Roccu a Santa Cristina, da Sant’Antoniu a li Santi Medici, o alla Madonna dellaLizza, e Santu Ronzu, e innumerevoli altri… Per secoli, e per un preciso motivo, sconfinante tra il religioso e il pagano, la più importante di tutte è stata sicuramente la festa de Santu Paulu, a Galatina: il Santo delle tarantate.

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Il fenomeno delle tarantate – ampiamente studiato (e illuminato) da Ernesto De Martino – è rimasto per almeno mille anni avvolto nel mistero e nella leggenda.

Nell’ambito della comunità contadina, la manifestazione dell’evento, com’è noto, nasceva dalla credenza popolare che in campagna, nel mese di giugno, ed in particolare durante la mietitura del grano, un ragno velenoso (la tarantola o taranta) potesse “pizzicare” le persone – peraltro quasi esclusivamente di sesso femminile – provocando con il suo morso una serie di crisi isteriche, espresse poi in balli frenetici, e prolungati fino allo sfinimento. Queste danze convulse erano accompagnate ed esorcizzate con la musica (prodotta soprattutto da tamburelli e violini), e infine guarite bevendo l’acqua miracolosa del pozzo della cappella di San Paolo, in Galatina.

Perché San Paolo? Semplicemente perché l’Apostolo, durante i suoi viaggi, fermandosi nell’isola di Malta, fu qui morso da un serpente, ma sopravvisse al veleno, protetto dalla fede e dall’intercessione divina.

Le tracce più remote del tarantismo si perdono nei culti dionisiaci e nella mitologia greca, con varie leggende, delle quali s’interessò anche Ovidio. In una delle sue suggestive narrazioni, il poeta racconta di Arakne, una giovane e bellissima fanciulla, nota in tutta la Lidia per la sua arte della tessitura: produceva infatti tele ricamate di straordinaria bellezza, tanto che la stessa Pallade Athena, scesa dall’Olimpo, la sfidò a misurarsi con lei. Quasi inutile aggiungere che la gara fu vinta alla grande da Arakne, provocando naturalmente l’invidia e le ire della dea, che in un moto di stizza la tramutò in ragno, destinandola così a tessere in eterno i suoi fragili (ma pur sempre meravigliosi) lavori.

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Strettamente collegata alla devozione per San Paolo è anche quella per San Donato,

al quale peraltro molti paesi della Penisola sono dedicati: da San Donato Milanese a San Dona’ di Piave, San Donato Val di Comino, San Donato di Ninea, e altri ancora, fino al nostro San Donato di Lecce…

L’elemento che in qualche modo accomuna i due Santi è per l’appunto la danza convulsa ed eccitata, il ballo di natura isterica, che si manifesta sia con le tarantate –, di competenza, per così dire, di San Paolo –, sia con i soggetti fragili o malati di mente, generalmente colpiti da nevrastenia e epilessia, che sono devoti a San Donato. Non va infatti dimenticato che, essendo morto per decapitazione il 7 agosto 304, su ordine personale dell’imperatore Diocleziano (altri spostano l’evento ai tempi di Giuliano l’Apostata), San Donato vescovo e martire è il protettore dell’epilessia: malattia un tempo assai diffusa, e popolarmente conosciuta come ”male di San Donato”.

Più in generale, la protezione di San Donato (che nel nostro territorio è patrono anche di Montesano Salentino) riguarda tutti i danni e le complicazioni che interessano la testa e la mente. Tant’è che nei mercatini della festa patronale si usava, e in parte si usa anche oggi, comprare come talismano una piccola chiave benedetta, che porta riprodotta l’effigie del Santo: chiave da custodire gelosamente, in quanto capace di “aprire” la mente per liberarla dal demonio e preservarla da ogni male.

Si dice, infatti, che in tempi non lontani, i malati di epilessia fossero considerati invasati da spiriti maligni, per scacciare i quali si procedeva talvolta al seguente rituale di espiazione ed esorcismo: il malato e un suo accompagnatore (di solito la madre, un fratello o una sorella) entravano in chiesa inginocchiandosi, e sempre in ginocchio, baciando continuamente per terra e recitando le orazioni, procedevano fino alla statua del Santo, chiedendogli la grazia.

Nel Medioevo, invece, per curare l’epilessia si faceva uso di una rara erba selvatica, vagamente somigliante alla rùcola o al taràssaco (in dialetto chiamato pisciacane), che veniva disposta su un letto di foglie di fico o di piccole canne, sulla quale, a sua volta, veniva posato il Vangelo, mentre le donne, sedute in circolo, recitavano brevi preghiere e invocazioni. Dopo il rituale, si riprendeva l’erba e la si lavorava fino a formarne una collana, destinata ad essere sistemata al collo del malato, e da questi indossata dall’alba al tramonto per nove giorni, in attesa che dal decimo acquisisse i primi segni di guarigione.

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Tornando alle tarantate, resta da chiedersi per quale ragione gli abitanti di Galatina – loro, e soltanto loro! – non siano mai stati morsicati dal ragno fatale, mantenendosi così immuni dalle conseguenti crisi epilettiche.

Ebbene, tale miracoloso privilegio risale al tempo della predicazione di Gesù Cristo, allorché i discepoli Pietro e Paolo giunsero nel Salento, e si fermarono ad evangelizzare, fra le altre, anche le popolazioni del luogo dove sarebbe poi sorta Galatina. Qui, grazie alla generosità di una donna, che offrì loro del cibo e un giaciglio per dormire, i due affaticati Apostoli si poterono rifocillare, e san Paolo, come ringraziamento, benedisse la donna e i suoi familiari, esentandoli – anche per tutte le generazioni future – dalla contaminazione di qualsiasi genere di veleno, e concedendo altresì il potere di aiutare a guarire chiunque fosse stato morso da ragni, scorpioni o altri pericolosi animali.

Per rafforzare tale potere, san Paolo consacrò infine l’acqua di un pozzo adiacente alla casa della donna, proclamando che alle persone “pizzicate” sarebbe bastato bere quell’acqua, per annullare definitivamente ogni malefico effetto di tossicità. E intorno a quel pozzo, secondo una vecchia leggenda, fu poi costruita quella che è ancora oggi la Cappella de Santu Paulu de le tarante.

Tarantate, di Luigi Caiuli
Tarantate, di Luigi Caiuli

Va per ultimo aggiunto che alla fenomenologia della pizzica molti artisti si sono variamente ispirati, primo fra tutti, io credo, il maestro Luigi Caiuli, con il suo impetuoso e sanguigno ciclo pittorico sul tarantismo, donato al Museo Cavoti di Galatina; ed anche letterati come il poeta dialettale lizzanese Salvatore Fischetti, che in una sua appassionante poesia dedica alla pizzica versi di grande incanto: «…Ttacca, viulinu, tàgghia cu llu suènu / tagghiènti comu filu ti rasùlu, / la tantazziòni e la malincunia! / A sta carusa mia talli rifìna, / falla ballà cu ccàccia fuècu e raggia! / A bballa, beddha, comu mai facisti, / no ti ppuggiàri: bballa, bballa, bballa! / ddurmisci la taranta tantatrici,/ a cantu e suènu: bballa, bballa, balla!… (Attacca, violino, taglia con il suono, / tagliente come filo di rasoio, / la tentazione e la malinconia! / A questa ragazza mia ridona pace, / falla ballare, ché scacci fuoco e rabbia! / Balla, mia bella, come mai facesti, / non ti fermare: balla, balla, balla! / Addormenta la taranta tentatrice, / a canto e suono: balla, balla, balla!…».

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

Osservazioni sul tarantismo di Puglia

di Paolo Vincenti

“Le Puglie per la posizione ed i rapporti topografici e per la natura del suolo, offrono condizioni interamente proprie, che meritano di essere rilevate. Al Nord un’immensa pianura, nuda di alberi, intersecata da paludosi torrenti nel verno, ed in està fessa in larghi crepacci; nel mezzo sonvi umili colline di una pietra bianca, rossiccia o giallognola, coverte da leggero strato di terra […]; al sud infine seguono le stesse colline, con un pendìo poco rilevante, che per tutto offrono scoverte pietraje o gessaje […]. Quest’ultima parte che forma la Terra D’Otranto, sulla quale Idomeneo e Pirro, le squadre di Augusto e quelle dei Crociati, la baronale potenza e le incursioni dei Saraceni, han lasciate orme incancellabili di gloria e di sventura, ed in cui Taranto, Brindisi e altre città sono ancora per ricordarci quello che fummo; merita più di ogni altra di essere conosciuta. A guisa di promontorio essa si inoltra fra le onde cupamente azzurre di un doppio mare: priva di fiumi e di fonti, colle spiagge contaminate per lungo tratto da impuri ristagni, soggetta a libere e variabilissime correnti atmosferiche che si alternano ora dallo stretto che la divide dall’antica Grecia, ed or dal golfo cui dà Taranto il nome, e ch’è dominato dalle montagne Bruzzi e Lucane, dalle quali irreligiosi torrenti cadono ad interrare gli avanzi di Metaponto, di Sibari e di Eraclea.”

Questa descrizione (un po’ surreale) della nostra regione è opera di un viaggiatore dell’Ottocento, il napoletano Salvatore De Renzi, e costituisce la parte introduttiva della sua opera “Osservazioni sul tarantismo di Puglia- Prolusione accademica recitata nell’ordinaria seduta del 28 luglio 1832 dell’Accademia medico-chirurgica napoletana dal dott. Salvatore De Renzi, socio della medesima” .

Questo saggio viene ora ripubblicato, a cura di Sergio Torsello, dalla casa editrice Kurumuny (2012).

Conosciamo Sergio Torsello come uno studioso attento delle complesse problematiche legate all’antropologia culturale salentina ed in particolare di quel vasto fenomeno che è il tarantismo, del quale si è occupato in numerosissimi saggi e articoli di cui pare arduo dare un sia pur vago cenno di elenco. Giornalista pubblicista, Torsello è parimenti conosciuto per essere consulente scientifico dell’ “Istituto Diego Carpitella” e direttore artistico della “Notte della Taranta” di Melpignano.

Sappiamo bene che l’Ottocento fu un secolo in cui fiorì una enorme messe di studi, soprattutto di carattere medico-scientifico, sul tarantismo pugliese. Ed in questa sezione del sapere rientra il saggio di De Renzi il quale, nella sua dotta dissertazione, descrive il fenomeno dal punto di vista della sua sintomatologia, della diagnosi e della terapia, grazie alle nozioni ricevute da alcuni informatori locali.

Nella sua dettagliata Introduzione, Sergio Torsello, spiega che quella della letteratura medica sul tarantismo è una branca della disciplina molto importante, come confermano le ricognizioni effettuate da Angelo Turchini (nel suo libro “Morso, Morbo, Morte. La tarantola tra terapia medica e cultura popolare”, edito da Angeli nel 1987) e più recentemente da Gino L.Di Mitri ( in “Storia biomedica sul tarantismo nel XVIII secolo”, edito da Olschki nel 2006).

In particolare, nell’Ottocento, il dibattito sul tarantismo vede coinvolti molti medici e scienziati, come Antonio Pitaro, e poi Dimitry, Ferramosca, Costa, Vergari, Carusi, De Martino, Panceri, Cantani, Campelli, De Masi, Carrieri, per citare solo gli studiosi italiani che danno il proprio contributo alla bibliografia medica sul tarntismo. Ad essi si aggiunge l’opera di De Renzi, medico, patologo e storico della medicina, fondatore del giornale scientifico “Il Filiatre Sebezio”, grande erudito e viaggiatore. Il suo interesse per il tarantismo, che si inquadra in una generale riscoperta del fenomeno avvenuta in quegli anni nell’ambiente scientifico accademico napoletano, del quale il medico era esponente di spicco, ci ha portato questo saggio, che è sicuramente un originale contributo rientrante nel clima positivista che animava la cultura italiana in quel periodo. Per maggiore completezza, alla fine del libro, Torsello riporta una interessante bibliografia delle opere pubblicate sull’argomento dal 1800 al 1898.

 

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Origine e discendenza dei Carmàti ti Santu Pàulu

ELSHEIMER ADAM, S. Paolo a Malta

RELIGIONE E MAGIA NELLA CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

ORIGINE E DISCENDENZA
DEI
CARMATI TI SANTU PAULU

 Necessaria precisazione linguistica per evitare che, alla luce del nuovo dialetto, gli agguerriti carmàti ti Santu Pàulu vengano identificati non più come i fortunati discendenti di una famiglia magicamente dotata, bensì come persone ammansite da S. Paolo.

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Negli Atti degli Apostoli, in riferimento al viaggio di S. Paolo da Gerusalemme a Roma, dopo la descrizione della tempesta nelle acque di Creta e il successivo naufragio, si legge:

“Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: certamente costui è un assassino, se anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio”.

Su questa succinta nota degli Atti, la fantasia popolare ci aveva ricamato sopra, e stando all’ampliata versione assunta come testo tradizionale, S. Paolo non aveva scosso il braccio e fatto cadere la vipera nel fuoco, bensì l’aveva afferrata delicatamente con due dita e dopo averla compassionevolmente rimproverata chiamandola “fìgghia spinturàta ti lu piccàtu” (“figlia sventurata del peccato”) le aveva ingiunto di fare il giro dell’isola, chiamando a raccolta tutte le vipere e facendole convenire in massa accanto al fuoco. Torcendosi in spire precipitose la vipera si era allontanata, per poi riapparire pochi minuti dopo seguita da centinaia e centinaia di vipere che si erano fermate a pochi

I cinquant’anni della spedizione etnografica di Ernesto de Martino in Salento

di Gino L. Di Mitri

 

Il cinquantenario della spedizione etnoantropologica di Ernesto de Martino a Galatina, avvenuto nel 1959, è annunciato dall’arrivo nelle librerie della quinta edizione italiana de La terra del rimorso. Si tratta della prima volta che la casa editrice il Saggiatore ricorre a una soluzione redazionale ex novo dopo le precedenti che furono, in realtà, delle ristampe anastatiche della princeps pubblicata nel 1961.

Il volume è sapientemente prefato da Clara Gallini, insigne antropologa già allieva di de Martino, la quale ricostruisce dal suo punto di vista il dibattito passato e recente sul tarantismo alla luce della letteratura specifica. Il volume è accompagnato da un cd che ripropone sia le raccolte musicali effettuate in Salento da Diego Carpitella al seguito della spedizione di de Martino, sia le immagini scattate nel 1960 dallo stesso etnomusicologo e facenti parte del documentario Meloterapia del tarantismo.

Questa decisione di una riedizione de La terra del rimorso si accompagna a una serie piuttosto lunga e articolata di seminari – organizzati dalla stessa Gallini all’Università La Sapienza – che nella fase del loro avvio hanno conosciuto anche una tappa leccese coordinata da alcuni docenti delle’ateneo salentino. In realtà, questa rievocazione di de Martino non nasce sotto il segno della tarantola, bensì in occasione del centenario della nascita dello studioso napoletano: essa era cominciata nel 2008, a un secolo dalla nascita di de Martino avvenuta nel 1908, ed è proseguita per tutto il corso dei colloqui organizzati dalla Gallini toccando, di volta in volta, temi fra loro molto diversi, quali la teoria delle apocalissi culturali, le basi teoretiche di un pensiero spesso ambivalente se non ambiguo e compreso fra crocianesimo e marxismo, il taglio delle indagini sulla magia nel Sud, il significato di storia religiosa relativo al Mezzogiorno d’Italia e molte altre cose. In ogni caso, a mio modo di vedere, l’iniziativa di riflettere su de Martino da parte dei demartiniani è stata talmente differita in tutti questi anni, da giungere verosimilmente in ritardo rispetto a più di un calendario di studi già fittamente costellati di riflessioni e riconsiderazioni critiche su de Martino a partire dal 1998.

Qualunque sia stata la ragione di questo incredibile ritardo che si aggiunge alla negligenza con cui l’opera preziosa di de Martino e la sua ricerca sul tarantismo è stata diffusa nel mondo anglosassone, va lodato invece l’impegno profuso da Dorothy Louise Zinn, un’americana che ha scelto di vivere a Matera e che dunque conosce bene i luoghi di de Martino, per la sua scientificamente accurata e letterariamente apprezzabile traduzione de La terra del rimorso per la Free Association Books di Londra. Giunge quindi finalmente in porto un’operazione editoriale attesa per decenni dal pubblico dei lettori anglofoni.

Si tratta di un caso librario in cui si coniugano le ragioni del cuore (l’amore di una cittadina straniera residente in Italia meridionale per l’opera di un autore italiano) con quelle della cultura (la volontà di donare alla scena culturale anglosassone un testo preziosissimo e finora noto solo a chi conosceva l’italiano o, attraverso un edizione del 1966, il francese). Purtroppo il volume è privo delle musiche originali, tornate invece a corredare il libro del Saggiatore.

Nell’estate del 1959, in un contesto civile e socioeconomico dai connotati così diversi da quello attuale, Ernesto de Martino compiva la sua spedizione etnografica in Salento alla scoperta del misterioso fenomeno del tarantismo. Da allora, mezzo secolo è volato in un soffio. A ricordarsi di questo particolare capitolo del suo magistero furono per primi, nel 1998 e dopo un lungo silenzio da parte del mondo accademico, gli “outsider” che organizzarono a Galatina il gremitissimo convegno internazionale “Quarant’anni dopo de Martino”. Ma, si sa, le riconsiderazioni intellettuali sovente viaggiano di ricorrenza in ricorrenza: se il decennio intercorrente tra quel primo e questo secondo colloquio ha talora risuonato dell’attrito fra due idee di de Martino e del tarantismo (quella dei fedeli seguaci demartiniani e quella degli “eretici” fautori di una nuova antropologia storica), l’anno appena iniziato si apre in un clima di maggiore rispetto teoretico dovuto a fattori quali l’attenuarsi del glamour mediatico attorno al fenomeno etnomusicale derivato dal tarantismo, il consolidarsi di una letteratura tematica meno improvvisata e più scientifica, l’instaurarsi di una solida codisciplinarità nella ricerca in cui nessuna scienza è ancillare all’altra. Proprio quest’ultimo elemento sembra essere il portato più genuino de La terra del rimorso, libro scaturito da una ricerca sul campo in cui diversi esperti operavano sotto la guida di uno storico delle religioni che aveva saputo reinventarsi etnologo. Concepita in assenza di una antropologia italiana, l’indagine demartiniana sul tarantismo dovette consumarsi in appena tre settimane di residential research. Essa, per quanto all’epoca ben preparata, alla luce delle acquisizioni successive si mostra oggi debole nella ricostruzione del contesto storico. De Martino, per esempio, ignorava il recente passato bizantino della spiritualità e della devozione popolari in quel territorio estremo della Puglia: se gli fosse stato noto, avrebbe avuto ben chiaro il perché della sopravvivenza di un tale rituale sincretico di possessione per così lungo tempo.

Inoltre, la formazione culturale personale di de Martino, da un lato ancorata a Benedetto Croce e dall’altro protesa verso la richiesta politica di una legittima emancipazione e modernizzazione di quelle genti e di quei luoghi, in parte non gli fece tener conto di elementi che la sua acerba scienza antropologica riteneva che fossero “indegni” di studio, in parte lo spinse a sottovalutare – molto più di quanto non farebbe un antropologo contemporaneo – aspetti e indizi attraverso cui operare una riuscita lettura del fenomeno. Ma al di là di questi e altri punti deboli della sua spiegazione del tarantismo, resta fondamentale in de Martino la brillante intuizione che il tarantismo fosse una voce – la più eclatante e fragorosa – della complessa storia religiosa del Mezzogiorno italiano e non un mero fatto di folklore. Se non avessimo un po’ tutti recepito da lui questo concetto, le stesse nozioni di transe e di possessione probabilmente sarebbero rimaste confinate alla letteratura etnologica francese di stampo coloniale: quella dei Marcel Griaule e dei Michel Leiris.

Grazie invece al sapiente apporto dell’etnomusicologo Diego Carpitella che vi scorse i caratteri di un “esorcismo coreutico-musicale”, l’universo caotico e inquietante del tarantismo acquisì nell’opera di de Martino i lineamenti di una creatura chimerica per metà figlia dell’irrazionale degli antichi greci e per metà evocatrice di primitivismi extraeuropei. Dal suocero e antichista Vittorio Macchioro a Ernesto de Martino pervenne l’interesse per il sistema magnogreco del sacro: una suggestione niente affatto peregrina se in precedenza aveva calamitato l’attenzione di Alfred Maury e di Aby Warburg. Ma de Martino non parlò mai esplicitamente di transe né di possessione. Fu piuttosto per tramite di Diego Carpitella che il raffinato etnomusicologo e africanista Gilbert Rouget inserì il tarantismo nello schema generale dei rituali di transe afromediterrai; benché sia stato Georges Lapassade il vero mediatore culturale tra le acquisizioni di de Martino, le scienze etnoantropologiche europee e il grande pubblico di studenti, studiosi, lettori puri e appassionati estemporanei che ha decretato l’inarrestabile fortuna editoriale de “La terra del rimorso”, il libro che da cinquant’anni spinge turbe di viaggiatori provenienti da ogni luogo d’Italia e d’Europa a compiere ogni estate il pellegrinaggio ai luoghi della tarantola sulle orme di Ernesto de Martino.

 

 pubblicato su Spicilegia Sallentina n°5

I tarantati secondo Teresina

di Josè Pascal

Gli anni ’50 nei paesini del Sud Salento me li hanno solo raccontati. Ai ricordi di mia nonna devo la mia memoria della miseria più nera, di quella quotidianità oggi chiamata folklore e delle tante braccia partite a cercar fortuna.
Mi sembra di vederli i tarantati, puntuali alle soglie di ogni estate, che si dimenano nelle piazze, tra il clamore concitato della gente ed il ritmo serrato dei tamburelli. Quando nonna Teresina ne parla, comincia sempre dicendo: “Succedia ca certi cristiani tuttu de paru scuppàvane an terra – accadeva che alcune persone all’improvviso stramazzassero a terra posseduti da una forza soprannaturale – anche qui, a Comuncè c’era gente pizzicata da taranta o colpita dai guai de Santu Dunatu. C’era a CONSIJA SSUNTAMIJIA – persona per mia nonna normalissima – ca passava de sutta i pali de segge, scinnia de scale tutta curcata stisa – che strisciava in maniera scomposta tra le gambe delle sedie, si introduceva nei posti più angusti e scendeva dalle scale distesa – se girava de na vanna e de l’autra, sturcia anterra poi cuntava cu Santu Dunatu – si contorceva con fare frenetico e poi rivolgeva richieste e preghiere a San Donato. C’erane quiddi ca sunavane pizziche cu li passa u male. E poi dopu ure li passava e diventavane normali sti cristiani – spesso per esorcizzare questo male si ricorreva ai tamburellisti, ai suonatori di organetto e fisarmonica, perché una danza scatenata ed estenuante era l’unico modo per liberarsi da questo stato di isteria e tornare in se stessi.

Arrivata a questo punto della sua storia nonna Teresina diventa malinconica e reticente – Basta, sta me sentu fiacca cu le cuntu ste cose – non insisto perché continui il suo racconto. La lascio al suo silenzio. So già che con la mente è tornata a quel torrido pomeriggio di giugno; era ancora bambina e davanti la sua casa saltellava attorno a suo nonno che suonava il tamburello. Non poteva sapere, Teresina, che quel suo ballo spensierato e vivace si sarebbe trasformato in una lotta per la sopravvivenza, circondata dagli zombi della sua infanzia.

 

Lo pseudo lettore scrivente
Jose Pascal

In parole semplici – Scatola di latta virtuaculturale
http://parolesemplici.wordpress.com

Link di riferimento:
http://parolesemplici.wordpress.com/2010/05/22/i-tarantati-secondo-teresina/

Nella magia del Salento: il viaggio di ricerca di Brizio Montinaro nelle tradizioni arcaiche di Terra d’Otranto

Brizio Montinaro e Massimo Ranieri

Una breve e insufficiente premessa

Sono tante, troppe e spesso immotivate le presentazioni che iniziano con una formula retorica e stereotipa del tipo: «è difficile raccontare, per gli svariati interessi e i tanti meriti, una personalità come…». Non avremmo mai voluto, pertanto, ricorrere a questo logoro topos della scrittura, eppure stavolta vi siamo davvero costretti. È infatti impossibile qui evitare un simile incipit, come francamente impossibile è tratteggiare adeguatamente la personalità di Brizio Montinaro in poche righe che siano, anche minimamente, sufficienti a cogliere la ricchezza che si riflette nei suoi contributi in campi e contesti così diversi, così fortemente eterogenei, al punto che – come si legge nel suo sito web – non sono stati pochi quelli che, prendendo un comprensibile abbaglio, hanno spesso creduto all’esistenza di più omonimi a cui attribuire le tante attività del medesimo individuo. Attore impegnato di cinema e televisione a livello internazionale, artista, uomo di teatro e di spettacolo in tutte le sue forme oltre che scrittore, etnografo ed antropologo raffinatissimo, tutto ciò è contemporaneamente e brillantemente questo salentino. Rinunciando allora, in coerenza, ad aggiungere altro a quanto ogni Spigolatore interessato non possa scoprire direttamente e liberamente dal suo ricco ed esaustivo sito personale  – www.briziomontinaro.it -, in questa sede ci limiteremo soltanto ad indicare, d’ulteriore, un unico tratto umano che abbiamo personalmente riscontrato in Montinaro e che teniamo dunque a testimoniare: la sua completa e generosa disponibilità, qualità alla quale dobbiamo la condivisione senza indugi dei suoi sforzi e delle sue affascinanti – quanto metodologicamente impeccabili – ricerche antropologiche in Terra d’Otranto a beneficio di tutti gli Spigolatori.
Proprio per invitare e approcciare questi ultimi a tali studi – di sicuro interesse per loro-, proponiamo di seguito un pezzo introduttivo al lavoro di ricerca più che quarantennale di Montinaro, un brano originariamente pubblicato su “Quotidiano” dallo studioso Ennio Bonea e qui riportato su gentile concessione del nostro nuovo, prezioso, compagno di spigolature, al quale offriamo così – a modo nostro – il più cordiale e sincero benvenuto.

Pier Paolo Tarsi


Dal tarantismo ai lamenti funebri della Grecìa (morolòja) fino al libro “San Paolo dei Serpenti

di Ennio Bonea

Il “viaggio di ricerca” di Brizio Montinaro, sulla realtà arcaica del Salento immutato per secoli e che oggi sta scomparendo, quello contadino, è iniziato negli anni Sessanta-Settanta da Calimera, suo paese natale, per toccare l’area della cosiddetta “Grecìa Salentina”, comprendente i paesi dove si parlava il dialetto indigeno, detto “grico”, una volta undici poi ridottisi a nove quindi a sette ed attualmente, con rari dialettofoni sopravvissuti alla cancellazione per

Saverio Lillo e i dipinti di San Paolo “te le tarante” di Galatina

di Stefano Tanisi

Uno l’ho visto io camminare col capo in giù sul soffitto, altri bevevano a un pozzo di scorpioni e di serpi, non senza gridi, nel viola acido e sporco d’una cappella, mentre fuori era il chiaro giorno steso coi piedi avanti come il Cristo del Mantegna. V.  Bodini

 

Già dalle prime luci dell’alba del 29 giugno, giorno in cui ricorre la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per le vie e nella piazza grande del centro storico di Galatina, si avvertiva nell’aria, fino a qualche anno addietro, quell’agitazione che prendeva tutti: era l’arrivo dei tarantati da tutto il Salento per recarsi alla piccola cappella di S. Paolo “te le tarante”, chiesa

Leccesi, c’era una volta / Quando esce la taranta. 6a parte.

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 di Alfredo Romano

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IL VIDEO: Alfredo parla del tarantismo. Segue monologo e l’esecuzione di 2 pizziche con la partecipazione di Mina Fabiani e di Giuseppe Maniglio alla chitarra.

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PREMESSA AL TARANTISMO CON QUALCHE DIVAGAZIONE

C’è stato nel Salento, fino a qualche anno fa, un fenomeno detto del tarantolismo, fenomeno che è sopravvissuto finché è resistita la civiltà contadina e che ora è del tutto scomparso. Nella mia terra succedeva che le donne specialmente, alcune donne, ciclicamente all’inizio della stagione calda entravano in una crisi che si potrebbe definire depressiva.

Alfredo Romano

Era credenza che la donna fosse stata morsa da un ragno, la tarantola, un morso magico, dal momento che la donna, al semplice suono di un tamburello o di una fisarmonica, danzava e si dimenava al ritmo del suono e questo le portava giovamento nel fisico e nell’umore.

I familiari, la collettività, consci di questo effetto terapeutico della musica, organizzavano dei veri e propri concerti in casa ad opera di musicisti di tamburello, di violino, di fisarmonica e di chitarra: in genere erano persone del paese. Io ho avuto due zii paterni che suonavano il violino e il tamburello, quello che suonava il violino era il nonno di mio cugino Mariano Romeo, un mastro muratore che qui tutti chiamano Lupo.

I concerti duravano giorni a volte, la donna danzava e mimava con i gesti le movenze del ragno, entrava in trance, percorreva nella sua mente mondi sconosciuti, finché, ad un certo punto, rientrava docilmente nella ragione, tornava in sé, nella sua normalità, dopo aver smarrito il suo orizzonte.

A questo punto ringraziava i musicisti, ringraziava i vicini di casa che avevano assistito alla sua terapia musicale, e ringraziava pure San Paolo, creduto il protettore delle tarantole e dei serpenti. In conclusione, la stessa collettività allora si incaricava di curare chi era entrato nel tunnel della crisi.

Che la musica, il canto, abbiano una funzione terapeutica, è ormai riconosciuto da tutti. La vibrazione sonora infatti non viene percepita solo dal nostro udito, ma viene sentita anche dall’intero corpo e dal nostro mondo inconscio. Il suono armonico viene quindi ad armonizzare, ad alleviare cioè il nostro dolore fisico e mentale.

Tornando alla terapia musicale del tarantolismo, è chiaro che aveva la sua ragion d’essere in un determinato contesto culturale. Ma le crisi, gli smarrimenti della ragione non sono affatto finiti. Solo che oggi la cura si risolve in farmacia o all’ospedale (detto tra noi era molto meglio ballare al suono di un tamburello) dimenticando che certe malattie dell’anima non possono essere curate esclusivamente con la chimica.

Mina Fabiani

Perché le donne erano più soggette a essere «morse dalla tarantola?» Beh sappiamo che allora le donne subivano leggi e costumi repressivi e la crisi era sempre in agguato. Ma io aggiungo un altro motivo: non è che anche l’uomo fosse immune dalle crisi, è che la donna, più dell’uomo, ad un certo punto decideva di entrare in crisi, si abbandonava, tirava fuori la parte di sé più irrazionale e costringeva la collettività a occuparsi di lei (finalmente di lei), si metteva al centro dell’attenzione, lei ballava e aveva un pubblico tutto suo, era protagonista di un evento. Così facendo la donna si riconquistava le sue sfere di libertà.

Al contrario, gli uomini in crisi, in generale non sono capaci di questi abbandoni, non decidono di smarrirsi, di uscire da sé (e farebbe loro tanto bene), perché gli uomini si controllano di più, stanno più attenti, si vergognano, ne andrebbe del loro status di maschi, perfino il pianto è visto come segno di debolezza, quasi che il pianto debba essere un’esclusività delle donne. Non so perché mi viene in mente il pianto di Priamo, re di Troia, di fronte all’eroe greco Achille per ottenere la restituzione del corpo di Ettore, il figlio ucciso dallo stesso Achille. Era il pianto di un re. E piangeva anche Odisseo nell’isola di Ogigia al ricordo della sua donna lontana, della sua patria lontana. E allora… questi uomini, insomma, che piangano pure, visto che piangevano anche gli eroi.

Adesso passo a raccontarvi del fenomeno del tarantolismo nel dialetto del mio paese di origine, Collemeto di Galatina, in provincia di Lecce. Questo perché, prima della pìzzica tarantata, voglio farvi entrare in un mondo magico, un mondo di suoni e ritmi che solo il dialetto può rievocare.

Mina Fabiani, Alfredo Romano e Giuseppe Maniglio in scena.

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 QUANDU ESSE LA TARANTA

Mo’ fazzu cu ssentiti la pìzzica tarantata. Cce gh’ete la pìzzica tarantata? Ete ‘na tarantella. Ndae tante tarantelle a llu Sud: have la tarantella te Napuli, quiddha calabrese, quiddha siciliana… e nnui tenimu puru la tarantella noscia: la pìzzica-pìzzica.

La tarantella vene te taranta. La taranta è ‘nn’animale ca se troa a ttiempu t’estate a lle campagne, a lli tiempi de la metitùra te lu cranu… Se scunde a mmienzu ‘llu cranu la taranta, quandu face quiddhu sole ertu ertu, a quiddhi merisci caddi ca se vite l’aria brillare, ca pare ca sta arde quasi. Le furmìcule stanu scuse sotta terra, se sente lu sonu te le cicale… ca face mutu caddu! Se sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre quiste cicale. E allora tìcianu ca la taranta esse te fore e pìzzica le mane e lli pieti te li cristiani.

Giuseppe Maniglio

   E quandu pìzzica la taranta, li cristiani se sèntanu tutti scazzicàti. E basta cu nne rria quarche ssonu te tamburieddhu o te fisarmonica ca vene te luntanu, ca se mìntanu ‘ballare. E ballanu tuttu lu giurnu, a ffiate puru dô giurni, tre giurni, quattru giurni… puru ‘na settimana!

   La taranta, la pìzzica. Nui ‘stu fattu te li cristiani ca su’ ppizzicàti te la taranta e cca se mìntanu ballare, ‘sta cosa la tenìmu scusa intru te nui, comu ‘na sorta te mascìa ca nu’ mbulìmu cu sse saccia.

   E ssentendu vui quistu sonu te pìzzica-pìzzica, vui be putiti ccurgìre te cce ssangu ca tenìmu nui intra lle vene, te cce ffocu ca ne arde intra llu core: ‘stu focu ca vulìmu cu spetterra, cu esse te fore e ccu llu tamu a tutti li cristiani.

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TRADUZIONE IN ITALIANO

QUANDO ESCE LA TARANTA

   Mo’ vi faccio ascoltare la pìzzica tarantata. Che cos’è la pìzzica tarantata? È una tarantella. Ci sono tante tarantelle al Sud: c’è la tarantella di Napoli, quella calabrese, quella siciliana… e noi teniamo pure la tarantella nostra: la pìzzica-pìzzica.

  La tarantella viene da taranta. La taranta è un animale che si trova al tempo d’estate nelle campagne, al tempo della mietitura del grano… Si nasconde in mezzo al grano la taranta, quando fa quel sole alto alto, in quei meriggi caldi quando si vede l’aria brillare, che pare che arda quasi. Le formiche se ne stanno nascoste sotto terra, si sente il suono delle cicale… ché fa molto caldo! Si sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre queste cicale. E allora dicono che la taranta esce fuori e pìzzica le mani e i piedi dei cristiani.

Alfredo Romano

   E quando pìzzica la taranta, i cristiani si sentono tutti smossi dentro. E basta che arrivi loro quarlche suono di tamburello o di fisarmonica che viene da lontano, che si mettono a ballare. E ballano tutto il giorno, a volte anche due giorni, tre giorni, quattro giorni… anche una settimana!

   La taranta, la pìzzica. Noi questo fatto dei cristiani che sono pizzicati dalla taranta e che si mettono a ballare, questa cosa la teniamo nascosta dentro di noi, come una sorta di magia che non vogliamo che si sappia.

   E ascoltando voi questo suono di pìzzica-pìzzica, voi potete scorgere che razza di sangue teniamo noi nelle vene, che fuoco ci arde dentro il cuore: questo fuoco che vogliamo che trabocchi, uscir fuori e donarlo a tutti i cristiani.

Percorrere gli antichi passi pizzicati salentini…

La Via del Ragno

 
Itinerario tematico e culturale con visite guidate nel Salento

 

di Daniela Bacca

Immagine di una tarantata

Il Salento è tarantola che morde l’anima e il calcagno, pizzica il cuore e il tamburello, balla le danze dell’amore e del dolore. “Terra del Rimorso“, dove i riti del sacro e del profano avvolgono o rompono la rete del veleno iniettato da ragni, scorpioni e serpenti, inganni, delusioni e tradimenti. Voci, suoni, balli e culti richiamano miti arcaici, storie di ex voto e di guarigioni, divinità taumaturgiche e santi con serpenti in mano, racconti di duro lavoro agreste e di tormentati amori impossibili, pietre tarantolate ed affrescate, luoghi alchemici umani e religiosi, canti disperati, ritmi ed orchestrine popolari.

Luigi Stifani

Nasce il desiderio di percorrere gli antichi passi pizzicati salentini e di tessere un itinerario tematico, inedito e culturale, che cuce e segue il filo lungo e intorno le vie e i siti primitivi e autentici legati alla tradizione del tarantismo e delle tarantate, della pizzica e della musica locale, di San Paolo e delle Entità guaritrici. Protagoniste delle visite, in compagnia di una guida turistica, erede e custode del viaggio magico e del pellegrinaggio religioso, sono le testimonianze identitarie del patrimonio

salentino: borghi antichi, cappelle e chiese votive, cripte ipogee, dipinti e sculture, feste religiose, processioni e riti propiziatori, documentari audiovisivi, mostre e musei, concerti e manifestazioni artistiche e musicali, antichi diari di viaggio.

Particolare della tela settecentesca raffigurante San Paolo e il tarantolato dell’artista Saverio Lillo

Galatina custodisce nel suo prezioso ed aulico centro storico l’antica cappella di San Paolo, il Santo protettore di coloro che sono stati pizzicati da animali velenosi, dipinto in una straordinaria tela settecentesca con gli attributi del serpente, del ragno e dello scorpione. Qui, il 29 giugno, i malati di tarantismo giungevano, nel luogo sacro denominato anche “cappella delle tarantate” per implorare la grazia della guarigione, danzare sfrenatamente seguendo il ritmo dei suonatori di tamburello e bere l’acqua miracolosa del pozzo adiacente, oggi ubicato all’interno del Palazzo Tondi-Vignola. L’iconografia di San Paolo, ripresa dal suo episodio prodigioso a Malta, ma anche dalla simbologia di divinità pagane, è diffusa in altri centri urbani e rurali di Terra d’Otranto, che richiamano alla memoria storie antropologiche e mitologiche di grande fascino, come nella nota cittadella rinascimentale di Acaya. Nel villaggio di Soleto si trovano tantissime immagini scolpite e dipinti del Santo, come una statua in cartapesta collocata nella cappella a lui intitolata, affreschi votivi, ed una tela all’interno della chiesa matrice, ed il piccolo Comune di Seclì, nel cui stemma compare il serpente, celebra come Santo patrono proprio San Paolo, la cui effige è presente nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nel basso Salento, ancora, si trovano due antichissimi siti di notevole importanza, legati al culto del tarantismo e del Santo dei serpenti: a Giurdignano sorge su uno sperone roccioso il menhir di San Paolo, sotto il quale vi è una grotta bizantina in cui è presente l’affresco raffigurante il Santo, la rete e la taranta, ed a Patù, nella chiesa di S. Maria di Vereto, è affrescato insieme al serpente, uno scorpione, e due serpenti a caduceo.

affresco raffigurante San Paolo, la rete e la taranta, all’interno della piccola cappella rurale ubicata sotto il menhir, dedicato al Santo, a Giurdignano

La Provincia di Lecce venera, tra l’altro, altri Santi con capacità taumaturgiche e guaritrici legati alla tradizione del tarantismo, come San Rocco e San Donato. Il primo viene festeggiato solennemente il 15 e 16 agosto, nella località di Torrepaduli; i fedeli si recano nella sua piccola Cappella Santuario per baciare il simulacro ligneo e nel piazzale, al ritmo dei tamburelli, si svolge la pizzica della “danza dei coltelli”. Il comune di Montesano Salentino venera San Donato, protettore e guaritore del “morbo sacro” caratterizzato, similmente al tarantismo, tra i diversi sintomi, dall’offuscamento della ragione ed attacchi di isteria. In questo piccolo centro del Sud Salento vi è la cappella intitolata al Santo, edificata alla fine del 1700 su una precedente costruzione religiosa sempre a lui dedicata, dove i fedeli si recavano per chiedere la grazia. Nei giorni della festa del 6 e 7 agosto, gli infermi di San Donato partecipavano alle processioni seguendo la statua in giro per il paese, inginocchiati o sdraiati per terra.

Testo, progettazione e realizzazione dell’itinerario e della visita guidata a cura di: Daniela Bacca (Guida turistica regionale di Puglia, esperta dell’identità salentina, progettista di percorsi ed eventi culturali)

Info e prenotazione per circuiti tematici e servizi guida: e-mail daniela.bacca@libero.it – tel. 340/4054179

Libri/ Il morso d’amore e altre fascinazio​ni

a cura di Stefano Donno

Autore: Luigi Chiriatti
Titolo: Morso d’amore
Prezzo: € 12.00
Pagine: 184
Uscita: Giugno 2011
Note: Volume realizzato con il contributo del Centro sul tarantismo e costumi salentini di Galatina
C.so Porta Luce, 2 – 73013 Galatina (Le)
3805310814 | tarantate@supereva.it

L’autore presenta lo svolgersi del suo lavoro sul tarantismo, dalle prime inchieste alla collaborazione con la regista Annabella Miscuglio per la realizzazione del film documentario Morso d’amore (1981), alle ultime interviste e verifiche degli anni Novanta.
Racconta la propria esperienza di ricercatore, nato e cresciuto nei luoghi e nella cultura su cui indaga, che si ferma sulla soglia del rito nel timore di esserne catturato e di non potersene allontanare.
L’autore, quindi, più dei suonatori terapeuti, più delle tarantate stesse, si offre come protagonista di una ricerca a ritroso dei simboli e dei luoghi magico-rituali frequentati da bambino: quasi un esorcizzare razionalizzante per poter unificare le due anime, quella di portatore conoscitore dei fenomeni della propria etnia e quella di ricercatore e studioso degli stessi.

Luigi Chiriatti da decenni si dedica all’attività di ricerca nel campo delle tradizioni popolari del Salento. Dopo aver inciso nel 1977 con il Canzoniere Grecanico Salentino il disco Canti di terra d’Otranto e della Grecìa

Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta

di Pier Paolo Tarsi

Possiamo partire da un’interessante intervista (interamente disponibile al seguente link: http://www.vincenzosantoro.it/nottedellataranta.asp?ID=233) rilasciata il 13 agosto 2005 a Carla Petrachi da Eugenio Imbriani, docente di Antropologia Culturale all’Università del Salento, studioso serio del tarantismo e non solo. È opportuna anzitutto una precisazione: Imbriani, per anni impegnato nel seno dell’Istituto Diego Carpitella, al momento in cui l’intervista è stata rilasciata si era già volontariamente allontanato da questo ente, battezzato “nell’estate del 1997 con il proposito di studiare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del Salento” (fonte: sito dell’Istituto Diego Carpitello: http://www.lanottedellataranta.it/istituto_carpitella.php) e poi finito per diventare di fatto, con un evidente restringimento dei vasti intenti sopra indicati e a scapito in specie dell’attività di ricerca scientifica, semplicemente (o almeno, soprattutto) il promotore e l’organizzatore della famigerata Notte della Taranta, cioè – eventualmente qualcuno avesse passato gli ultimi anni su Marte e non lo sapesse – della estiva kermesse musicale itinerante per vari comuni salentini che conclude il suo ciclo a Melpignano, ove raggiunge il suo clou nel mega-concertone e show-mediatico finale negli ultimi giorni di agosto. Data la situazione descritta, il detto antropologo, interessato ovviamente più che altro alla ricerca e allo studio, finalità purtroppo “fagocitate” dalla Notte della Taranta che, per sforzi e risorse economiche e organizzative richieste, “cannibalizza” necessariamente tutto il resto delle attività per cui era sorto l’Istituto stesso, se ha inteso come anticipato prendere a suo tempo le distanze da questo, non ha ritenuto opportuno sollevare polemica alcuna. Imbriani infatti ribadisce spesso nella sua intervista di voler rimanere assolutamente lontano dalle polemiche su un eventuale “tradimento” dell’ampiezza di finalità per cui l’Istituto si era costituto e in particolare di voler astenersi da polemiche sul fagocitante e totalizzante evento mediatico (che vede almeno tanti detrattori, per ragioni molto diverse e spesso distanti tra loro, quanti sono i tifosi, motivati da ragioni anche qui molto variegate, ragioni che per continuità tematica non interessa ora analizzare).

Scelta arguta questa astensione dalle polemiche che non è dovuta (come si potrebbe pensare) ad una sobria pacatezza della persona in questione, a indifferenza o addirittura a una accondiscendenza remissiva e arrendevole della stessa, quanto al fatto, ben più interessante e istruttivo qui per noi, che Imbriani, con la mentalità tipica dello studioso, è interessato più a

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

Libri/ La Taranta

Gianfranco Mingozzi
 La taranta. Il primo documento filmato sul tarantismo
Kurumuny Edizioni, € 15,00

Questo libro racconta le esperienze di Gianfranco Mingozzi, cineasta appassionato di antropologia: Per oltre vent’anni Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo – nel 1961 – con il cortometraggio La taranta e con un episodio del film Le italiane e l’amore – La vedova bianca, il fenomeno del tarantismo allora conosciuto solo dagli studiosi.
Nel 1977 ritorna su questo argomento con l’inchiesta televisiva Sud e magia, in ricordo di Ernesto de Martino. Nel 1982 poi, con il documentario Sulla terra del rimorso, testimonia la fine di questo antico rito e mito salentino.
Il libro ricostruisce le diverse esperienze di Mingozzi sul tarantismo e ripropone in dvd La taranta con il commento di Salvatore Quasimodo. La storia di questo documentario è ricostruita, oltre che dal diario tenuto dal regista in quegli anni e dalle note di Ernesto de Martino, anche dalle critiche e da tutti i documenti attorno alle riprese.

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