Galatina. “Il peso dei rimorsi”. Ernesto De Martino, 50 anni dopo

tarantismo1

Martedì 1 dicembre 2015

Palazzo della Cultura (Galatina, Le)

CONVEGNO

“IL PESO DEI RIMORSI” – ERNESTO DE MARTINO, 50 ANNI DOPO

La città di Galatina rende omaggio a Ernesto De Martino con la rassegna “Il peso dei rimorsi”, dedicata al grande antropologo italiano nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. L’appuntamento ricade all’interno di una serie di incontri e dibattiti organizzati in numerose città italiane, curati dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, l’Associazione internazionale Ernesto De Martino, la Fondazione Premio Napoli, l’Università di Ginevra, la Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università di Perugia, la Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Angelo Celli.

Dopo Lecce, Bari, Salerno, Perugia, Napoli e Matera, le celebrazioni fanno tappa a Galatina, città in cui De Martino dedicò le sue ricerche per studiare a fondo, per la prima volta in maniera organica e multidisciplinare, il fenomeno del tarantismo. Era il 1959 e da quella spedizione scaturì il celebre saggio “La terra del rimorso”, oggi tradotto, conosciuto e studiato in tutto il mondo.

L’incontro galatinese offre l’occasione di conoscere il pensiero dello storico ed etnografo De Martino, nato a Napoli nel 1908 e scomparso nel ’65 a Roma, tracciando il suo pensiero in un quadro letterario più ampio, sempre più attuale, non ridotto al solo fenomeno del tarantismo.

L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla cultura del Comune di Galatina e organizzata in collaborazione con Meditfilm nell’ambito del progetto “Luoghi e Visioni – Frammenti di antropologia visuale”, nasce per restituire il giusto lustro alla figura di De Martino, allo studioso che seppe fondere saperi diversi nella ricerca etnografica sulle culture popolari del Sud d’Italia, fino a essere riconosciuto a livello mondiale come il padre della nuova antropologia italiana.

L’appuntamento di Galatina celebra un De Martino meno conosciuto al grande pubblico, aprendo a una riflessione sul percorso ideologico e politico che lo hanno reso protagonista, dagli anni ’40 agli anni ’60, del panorama intellettuale italiano, insieme ad altri personaggi che ne hanno segnato la formazione; con alcuni dei quali, come Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Benedetto Croce, intrattenne un’intensa dialettica intellettuale.

“Il peso dei rimorsi” è inserito nelle celebrazioni nazionali che si concluderanno a Roma, nel maggio 2016, per il cinquantenario della morte di De Martino, attraverso una serie di incontri itineranti per ricordare, riflettere e valorizzare le ricerche, il pensiero e l’eredità di una delle figure centrali della cultura italiana del dopoguerra.

Il convegno vedrà la partecipazione dei professori: Pietro Clemente (Università di 2 Firenze), Riccardo Di Donato (Università di Pisa), Carlo Alberto Augeri, Eugenio Imbriani (Università del Salento). A moderare il dibattito sarà il professore Mario Lombardo (Università del Salento).

Tra gli eventi in programma, la mostra fotografica “Il Cattivo Passato”, un suggestivo percorso tra storia, religione, antropologia e società nel pensiero politico-intellettuale di De Martino, e dalla “Breve rassegna Luoghi e Visioni” a cura di Meditfilm, con la proiezione di alcuni importanti documentari etnografici (“Il male di San Donato” di Luigi Di Gianni, “La passione del grano” e “L’inceppata” di Lino Del Fra). Aprirà il convegno la professoressa Daniela Vantaggiato, assessore alla Cultura del Comune di Galatina.

Per l’occasione, sarà presentato in anteprima il corto “Equilibri nel tempo”, scritto e diretto da Fabrizio Lecce, prodotto da Meditfilm nell’ambito del percorso di antropologia visuale “Luoghi e Visioni”. Il film, interpretato da Simone Franco, esplora i megaliti del Salento, dolmen e menhir che, con la loro essenza sacra, rappresentano l’anello di congiunzione tra il terreno e l’ultraterreno, tra la natura e la cultura, facendo emergere un paesaggio rurale arcaico ormai lontano dagli immaginari contemporanei. Il racconto è affidato alle parole di De Martino, estratte dal libro “La fine del mondo, contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.

L’intera manifestazione si svolgerà martedì 1 dicembre a Galatina, presso il Palazzo della Cultura, con il seguente programma: alle 16:00 apertura mostra fotografica “Il cattivo passato”, alle 17:00 inizio del convegno “Il peso dei rimorsi”, alle 19:00 proiezione dei film in rassegna con l’anteprima del corto “Equilibri nel tempo”.

 

Link di approfondimento: www.luoghievisioni.it; www.meditfilm.com

Info e Contatti: MEDITFILM  –  info@meditfilm.com  +39 3277305829

UFFICIO STAMPA: Gabriele Miceli

 

 

La taranta: mi sta bene quasi tutto, ma da dove viene “taranta”?

di Armando Polito

immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/
immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/

 

Come in Puglia si fa contro il veleno/di quelle bestie, che mordon coloro,/che fanno poi pazzie da spiritati,/e chiamansi in vulgar tarantolati./E bisogna trovar un, che sonando/un pezzo, trovi un suon che al morso piaccia;/sul qual ballando, e nel ballar sudando/colui da sé la fiera peste caccia.

 Francesco Berni (1497-1535), Orlando innamorato, XLI, ottava 6, vv. 5-8; ottava 7, vv. 1-4.

 

Mi ero ripromesso di angustiare il lettore con un post sull’argomento ad agosto, quando il nostro simpatico animaletto è ogni anno oggetto, inconsapevolmente (e, forse, almeno per lui è una fortuna …), di attenzione mondiale. Tuttavia, il recentissimo bel lavoro di Daniele Vigna fruibile, per chi se l’è perso, al link  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/12/la-scherma-il-codice-la-ronda-nella-notte-di-san-rocco-a-torre-paduli/, mi ha ispirato e indotto a bruciare i tempi, anche per non suscitare il sospetto di sfruttare l’evento della stagione per qualche contatto in più …

Quanto sia grande il quasi che nel titolo precede tutto lo lascio intuire al lettore (anche se l’ho anticipato con la dichiarazione d’invidia nei confronti dell’incolpevole protagonista) dichiarando apertamente che ciò che mi sta bene (cioè il fenomeno antropologico e, ancor più, il simpaticissimo presunto responsabile) è ormai un dettaglio fagocitato dal modo perverso di agire del nostro tempo che crede di fare opera meritoria contaminando artificiosamente  la memoria storica col businnes1 (e questo non mi sta bene) …

Il lettore avrà pure intuito che qui non troverà clamorose ipotesi ad effetto sull’origine, magari aliena, della taranta ma solo osservazioni di natura etimologica che inizieranno dopo una parentesi iconografica.

 

Tavola tratta da Attanasio Kircher (1602-1680), Magnes sive de arte magnetica, Ludovico Grignano, Roma, 1641, pag. 874. Il cartiglio superiore contiene l’Antidotum tarantulae (L’antidoto della tarantola), cioè la composizione musicale con finalità terapeutica2; quello centrale reca la scritta Tarantulae Sive Phalangÿ Apuli Vera Effigies (Vera immagine della tarantola o falangio di Puglia); in quello inferiore si legge: a sinistra: Inferior pars Tarantulae Ventrem Exhibens (Parte inferiore che mostra il ventre della tarantola); al centro: Musica sola mei Superest medicina Veneni (Resta la sola musica come medicina del mio veleno); a destra: Superior pars dorsum Tarantulae exhibens (Parte superiore che mostra il dorso della tarantola). I tre cartigli, insieme con tre tarantole, hanno come sfondo una carta della Puglia in cui dall’alto in basso si leggono i toponimi: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Cisternino, Taranto, Oria, Brundusi (Brindisi), Usano (Uggiano Montefusco), Scelino (Cellino San Marco), Maliano (Magliano), Maruzo (Maruggio), Lecce, Otranto, Nardo (Nardò), Galipoli (Gallipoli), Alesano (Alessano).

Tavola tratta da Attanasio Kircher, Phonurgia nova, R. Dreherr,  Campidona, 1673, pag. 206. Nella parte superiore il titolo Typus Tarantiacorum saltantium (Tipo di tarantati che ballano) che mostra la danza delle spade o pizzica-scherma che l’autore, evidentemente, assimila alla pizzica terapeutica (notare in alto a sinistra la tarantola; non giungo ad affermare che lo sfondo potrebbe rappresentare Torrepaduli, però l’ho pensato …).

Tavola tratta da Kaspar Schott (1608-1666), Magia universalis naturae et artis, Herbipoli, s. n., 1657, tomo II, pag. 239. È l’evidente ricalco di quella del Kircher che dello Schott fu il maestro. C’è anche qualche differenza nei toponimi riportati che sono: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Taranto, Oria, Cisternino, Unsano (Uggiano Montefusco), Maruzo (Maruggio), Brundusi (Brindisi), Nardo (Nardò), Otranto, Aresano (Alessano).

De Apula Aranea sive Tarantula ad Musicum subsiliens sonum (Sul ragno pugliese o tarantola che salta fuori al suono della musica). Tavola tratta da Cornelis Stalpart Van Der Wiel, Observationum rariorum medicarum anatomicarum chirurgicarum centuria prior, Petrum Van Der Aa, Leyde, 1687, pag. 439.

 

Tavola tratta da Wolferdus  Senguerdius, Rationis atque experientiae connubium, Bos, Rotterdam, 1715, pag. 277. È evidente il plagio, sia pur parziale, dalla tavola precedente.

Tavola tratta da Antonio Pitaro (1767-1832), Parallèle physico-chimique entre le calorique, la lumière, l’électricité, le magnétisme, le galvanisme animal et le galvanisme métallique, ou Introduction à la théorologie galvanique, suivi de trois autres mémoires, dont un sur le tarentulisme, Giguet e Michaud, Parigi, 1805, pag. 72.

Le didascalie: 1 Tarentule de Baglivi prise dans les campagnes de Lecce (Tarantola di Baglivi3 presa nelle campagne di Lecce); 2 Tarentule de Valletta prise dans les campagnes de Nocera de Pouille (Tarantola di Valletta4 presa nelle campagne di Nocera di Puglia); 3 Tarentule de Pitaro prise dans les campagnes de Squillace (Tarantola di Pitaro presa nelle campagne di Squillace); 4 Tarentule  d’Albin existante dans la collection de Sir Hans Sloanès prise dans le campagne d’ Otranto (Tarantola di Albin5 esistente nella collezione di sir Hans Sloane6 presa nelle campagne di Otranto). Didascalia dell’immagine in alto a destra senza numero: Tarentule vue en dessous ou par le ventre (Tarantola vista da sotto o dalla parte del ventre).

Da notare come in tutte le tavole riportate (altre non ne conosco) compaiono la tarantola e i musici terapeuti, mai il tarantato o la tarantata; tuttavia, nella tavola di Cornelis Stalpart Van Der Wiel vista precedentemente in taranta subsiliens (tarantola che salta fuori) taranta può essere inteso in doppio passaggio metaforico come veleno della taranta che salta fuori dal corpo del tarantato.

Termina qui la digressione iconografica e inizia la trattazione etimologica.

Mi piace iniziare riportando le parole di un grande conterraneo (in senso stretto, neretino), cioè il medico Achille Vergari che al tarantismo dedicò il saggio Tarantismo o malattia prodotta dalle tarantole velenose, uscito per i tipi della Società Filomatica a Napoli nel 1859.7

Proprio la parte iniziale del lavoro reca un sintetico elenco di proposte etimologiche. Per poter inserire le mie note di commento ho preferito riportare in formato testo e non immagine la parte che ci interessa (pagg. 5-6): “L’etimologia della Tarantola8, chi la crede derivata da θηράνθορα9 , θηρ fera – ἄυθορα venenumanimale velenoso. Chi da terrentula, pel terrore che produce la sua veduta10, o perché in terra latitat11. Chi da tarantin12, commovere grandemente; fenomeno proprio dell’animale e de’ morsicati dallo stesso, quando dall’azione del suono armonico vengono attivati. Chi da Taranto13, luogo nelle cui vicinanze più abbonda. Chi da Tarando14, animale di vari colori proprio della Scizia. Serao credeva che il vocabolo tarantola avesse potuto derivare da tara tara replicato, espresso nelle modulazioni musicali adatte a curare i tarantolati”.

Il Serao citato dal Vergari è Francesco Serao (1702-1783), medico, fisico e geologo napoletano e il Vergari sostanzialmente ha tratto tutte le notizie etimologiche prima riportate (eccetto quelle riguardanti θηράνθορα, terrentula e tarantin) dalla prima delle due lezioni universitarie che lo studioso napoletano dedicò all’argomento (Della tarantola ossia falangio di Puglia, s.n., Napoli, 174215). Dopo aver motivato la scarsa attendibilità della derivazione di tarantola da Taranto e, secondo me arrampicandosi sugli specchi, il suo favore a Tarando (vedi la mia nota n. 9), il Serao a pag. 35, quando si accinge a passare ad altro, ha un sussulto che registra nella nota o che riproduco di seguito: “Prima di uscir di questo proposito (che io non intendo avvolgermi di più in queste seccaggini) mi si permetta ch’io accenni un altro mio pensiero, sovvenutomi improvvisamente a favore di una nuova etimologia; che io non voglio proporre ad altro fine, se non per far vedere, che quando si tolga di mezzo l’originazione insipidissima presa dalla città di Taranto,  qualunque altra cosa avrà più colore e grazia. Potremmo immaginarci, che i Pugliesi fossero stati usi di chiamare o tutte, o una sola particolar canzone, Taranta, o Tarantara, o Taratantara (voce, come ognun sa, usata già da Ennio16, Pugliese anch’esso, per esprimere il suono della trombetta, imitandone in certo modo lo strepito): e perciò quella famosa volgarissima canzonetta, chiamata Tarantella, sarebbe  stata così chiamata da principio per questa guisa. Or poiché cominciarono i Pugliesi a sperimentare che il fuoco facesse tanto strano effetto in coloro, cui essi credevano morsi dal Falangio del lor paese; potrebbe esser vero, che eglino avessero voluto chiamar a quel modo il Falangio, come quello che avea tanta alleanza col suono per conto de’ mortificati da lui: nel qual caso la prima origine della voce Tarantola, della quale si quistiona, sarebbe da riferirsi al Tara replicato, e variamente profferito, per esprimere il suono di qualunque musico istrumento, o di alcuno in particolare, e di qualunque aria, o di alcuna certa e determinata. Torno a dire: io non mi fermo in questa conghiettura; contro di cui non mancherebbe che dire: ma pure ella mi sembra più naturale e giusta, che non è la comune degli Etimologisti”.

Accanto al taratàntara (con questo accento va letto per motivi metrici) di Ennio (III-II secolo a. C.) che rivendicherebbe l’origine antica di taranta c’è un altro taratàntara, sempre di natura onomatopeica, attestato in epoca medioevale. Ecco come il lemma è trattato nel Glossario del Du Cange (la traduzione a fronte è mia):

Non saprei dire se alla comune origine del taratantara enniano (suono della tromba di guerra) e di quello medioevale (rumore prodotto dal setaccio) corrisponda un rapporto di parentela o se l’uso della stessa voce sia puramente casuale. Se non è casuale ciò è un dettaglio non di poco conto, anche ai fini di risalire alle origini del fenomeno da cui siamo partiti, che in passato si ritenevano medioevali17 e per le quali recentemente è stata ipotizzata una drastica retrodatazione18. E se il suono sincopato della tromba di guerra ben si adatta a quello altrettanto sincopato della pizzica, come non pensare alla suggestiva somiglianza di forma tra il tamburello e il setaccio e, più che al rumore che lo strumento produce, al movimento regolare e cadenzato cui è (meglio, era) obbligato chi lo usa (meglio, usava)? Ma né la storia né l’antropologia culturale possono lasciarsi condizionare più di tanto dalla suggestioni che nell’impervio cammino della conoscenza  sono sempre a tendere insidie dietro l’angolo. Insomma, come sempre, la ricerca della verità continua …

________

1 Questa mia valutazione, della cui smentita sono da qualche anno in ansiosa quanto vana attesa, non riguarda solo l’evento Notte della taranta ma pure la saga di romanzi storici sui Messapi di Fernando Sammarco e la saga di fesserie su questo argomento ed altri di Tania Pagliara che chiunque può leggere in rete nella rubrica La lupa che tesse de Il tacco d’Italia all’indirizzo  http://www.iltaccoditalia.info/sito/index.asp?s=4&t=82. Il fenomeno è particolarmente pericoloso se si pensa che ai romanzi del Sammarco è attribuita quella dignità che io ero abituato ad ascrivere solo alle fonti storiche; e non è attribuita da uno qualunque ma da Maurizio Nocera, docente di antropologia culturale dell’Università del Salento, in un suo post leggibile all’indirizzo  http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=608:salento-terra-che-un-tempo-aveva-nome-messapia&catid=37:sallentina&Itemid=61.

Se l’operazione del Nocera può essere definita quantomeno avventata, gli scritti della Pagliara, frutto di letture superficiali e di un raffazzonato copia-incolla, costituiscono un vero e proprio atto criminale, perché è un crimine costruire delle fandonie sapendo (ma forse l’autrice non si rende conto neppure di questo …) che i fruitori superficiali  (magari fossero la minoranza …) della rete ne faranno man bassa e provvederanno a loro volta a diffonderle; e sarà il trionfo della scemenza fatta verità agli occhi degli ignoranti  creduloni , complici anche le implicazioni e le suggestioni magico-religiose di certi argomenti.

2 Il Kircher in occasione di un suo viaggio in Puglia fatto nel 1630 per approfondire le sue teorie sul ruolo terapeutico della musica nei  culti dionisiaci raccolse questa e le altre melodie che pubblicò nello stesso testo (pagg. 975-876) e che di seguito riproduco.

 

l

 

m

 

Una rielaborazione non filologica ma reinterpretativa dell’Antidotum tarantulae è nel brano Antidotum (S. Di Lauro-P. Mastronardi) incluso nel cd La favola di Bellafronte e altre storie uscito nel 2009 per l’etichetta Ph musica Worx. Di taglio filologico, invece, l’omonimo brano, eseguito da L’arpeggiata diretta da Christina Pluhar, che fa parte del cd, corredato di un corposo, non convenzionale libretto, La tarantella. Antidotum tarantulae uscito nel 2004 per l’etichetta Alpha.

 

3 Giorgio Baglivi (1668-1707), autore di De anatome, morsu et effectibus Tarantulae, D. A. Ercole, Roma, 1696. L’immagine che segue, tratta dalla pag. 270 dell’edizione di tutte le opere per la quale vedi alla fine della nota 13, ricalca lo schema grafico delle tavole di Kircher prima e Scott poi con qualche differenza solo nei toponimi che qui sono: Bisceglie, Bari, Monopoli, Conversano, Ostuni, Rutigliano, S. Vito, Brindesi (Brindisi), Gravina, Matera, Mottola, Oria, Otranto, Lecce, Taranto, Noha, Nardò, Gallipoli, Alessano, S. Maria (S. Maria di Leuca).

 

4 Ludovico Valletta, autore del De phalangio Apulo, De Bonis, Napoli, 1706, da cui è tratta l’immagine che segue.

 

5 Eleazar Albin, autore di Insectorum Angliae naturalis historia, 1731, testo integralmente consultabile e scaricabile da

http://books.google.it/books?id=9u9WAAAAcAAJ&pg=PT12&dq=Insectorum+angliae+Naturalis+Historia&hl=it&sa=X&ei=kYOLUumtF4aRtAag_oCACw&ved=0CDgQ6AEwAA#v=onepage&q=Insectorum%20angliae%20Naturalis%20Historia&f=false

6 Hans Sloane (1660-1753), questa è l’esatta grafia del nome, fu un medico e naturalista inglese; dal 1727 al 1741 successore di Isacco Newton alla guida della Royal Societ, fin da giovanissimo manifestò passione per il collezionismo.

7 Testo integralmente consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=XCsxAQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=achille+vergari&hl=it&sa=X&ei=Ki2CUubLIciThgfmgoD4CQ&ved=0CDQQ6AEwAA#v=onepage&q=achille%20vergari&f=false

8 L’italiano taràntola (dal latino medioevale taràntula) rispetto al salentino  taranta mostra la stessa tecnica di formazione del toscano formìcola  (furmìcula in salentino) rispetto a formica, dell’italiano spìgola rispetto a spiga e, per fare un esempio relativo al mondo vegetale, del salentino  irdìcula rispetto all’italiano ortica. A proposito di taranta (probabile madre di tarantola) l’attestazione più antica che io conosca del vocabolo è contenuta nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius di Goffredo Malaterra (XI secolo) che così ricorda per l’anno 1064 (cito il testo originale da E. Pontieri, Rerum italicarum scriptores 2, v. I, 1928; la traduzione che segue, come tutte le altre, è mia):  Panormum usque perveniunt; atque in monte, qui postea Tarantinus [dictus est] ab abundantia tarantarum, a quibus ibidem exercitus eorum plurimum vexatus est, iubente duce – quem postea poenituit -, tentoria fixa sunt. Nam mons totus insitus tarantis, viris et mulieribus inhonestum, quamvis iis qui evaserint, ridiculosum hospitium praebuit. Taranta quidem vermis est, araneae speciem habens, sed aculeum veneni ferae punctionis omnesque, quos punxerit, multa et venefica ventositate replet: in tantumque angustiantur, ut ipsam ventositatem, quae per anum inhoneste crepitando emergit, nulla modo restinguere praevaleant et, nisi clibanica vel alia quaevis ferventior aestuatio citius adhibita fuerit, vitae periculum incurrere dicuntur. Tali inhonestate nonnulli nostrorum vexati, tandem locum mutare coguntur … (… alla fine giungono a Palermo e le tende furono fissate, per ordine del duca che dopo se ne pentì, sul monte che poi fu chiamato Tarantino dall’abbondanza di tarante dalle quali il loro esercito lì fu molto tormentato, Infatti tutto il monte è disseminato di tarante, ripugnante per uomini e donne, sebbene esso abbia offerto un risibile riparo a coloro che vi erano saliti. La taranta è un verme avente l’aspetto del ragno ma un pungiglione velenoso dalla dolorosa puntura e infonde in tutti coloro che ha punto una diffusa e venefica flatulenza e sono tormentati a tal punto che non sono in grado in nessun nodo di placare la stessa flatulenza che vergognosamente crepitando esce attraverso l’ano e si dice che corrono pericolo di vita se non viene applicato al più presto il calore di una teglia o qualsiasi altro che riscalda piuttosto energicamente).

Lo stesso autore per l’anno successivo:  Antequam iret versus Panormum dux Robertus, et in monte Tarantarum, iuxta Panormum, tentoria fixisset, dux et comes Rogerius … (Prima che il duca Roberto andasse verso Palermo e ponesse le tende sul monte delle tarante presso Palermo, il duca Ruggero …)

Un tarentum (ma questa volta  si tratterebbe di un serpente, a meno che nel testo serpentibus non debba intendersi nel suo valore originario di ablativo plurale di serpens,  participio presente  di sèrpere=strisciare (in tal caso  a serpentibus andrebbe  inteso da animali striscianti;  va ricordato a tal proposito che serpens può avere anche il valore specifico, oltre che di serpente, anche di verme) fu il responsabile di altri guai, si direbbe ben più gravi, per i crociati secondo la testimonianza di Alberto d’Aix (XII secolo) nella sua Historia Hyerosolimitana expeditionis (cito dall’edizione della Patrologia Latina del  Migne, v. 166, libro V, capitolo XL, colonna 534): Illic plurimos acervos lapidum repererunt, inter quos infinita manus debilis et pauperis vulgi dum fessa quiesceret et accubaret, a serpentibus, quos vocant Tarenta, quidam percussi, interierunt tumore, et prae intolerabili siti inaudita inflatione membris eorum turgentibus (Lì trovarono parecchi mucchi di pietre; mentre  stanca si riposava e giaceva l’infinita schiera della gente debole e povera, alcuni, morsi da serpenti [o da animali che strisciavano?] che chiamano Tarenti morirono per il gonfiore e per via dell’intollerabile sete a causa dell’inaudito rigonfiamento mentre le loro membra si inturgidivano).

A distanza di due secoli da Goffredo Malaterra e di uno da Alberto d’Aix s’incontra un darentarum (genitivo plurale di darenta), con riferimento allo stesso fatto storico, nella cronaca del XIII secolo del frate domenicano Corrado (in Giovan Battista Carusio, Bibliotheca historica regni Siciliae, tomo I, Francesco Cichè, Palermo, 1723, pagg. 47-50); il passo sembra la sintesi e il ricalco del primo  malaterrano e darentarum è da leggere tarentarum o da valutare come una sua variante:  item anno 1064 iverunt ad obsedendum Panormum, et nihil fecerunt ex abundantia darentarum, a quibus exercitus fuit valde vexatus … (… parimenti nell’anno 1064 andarono ad assediare Palermo e non fecero nulla per l’abbondanza di tarante  dalle quali l’esercito fu molto tormentato).

Gilberto Anglico nel settimo libro del Compendium medicinae tam morborum universalium quam particularium nondum medicis sed et cyrurgicis utilissimum scritto nella prima metà del XIII secolo (cito dall’edizione De Portonaris, Lione, 1510, pag. 316): Taranta animal est parvum habens sex pedes, tres hinc et tres inde … (La taranta è un piccolo animale che ha sei zampe, tre da una parte e tre dall’altra …)

Nel bestiario di Leonardo da Vinci (1452-1519) si legge (cito da Augusto Marinoni, Leonardo da Vinci. Studi letterari, Fabbri, Milano, 1996, s. p.): TARANTA: il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso. Qui Leonardo riprende sinteticamente il concetto di “congelamento” delle condizioni psichiche del paziente, quali erano prima del morso,  già espresso da Sante Ardoini, per cui vedi la nota 8.

9 Non so chi sia il chi citato dal Vergari. So solo che θηράνθορα in greco non esiste e, quindi, si tratterebbe di una parola ricostruita, perciò oggi andrebbe scritta correttamente preceduta da un asterisco. Tuttavia, se il primo presunto componente (θήρα=bestia, corrispondente al latino fera) va bene, il secondo (ἄυθορα), che si fa corrispondere al latino venenum=veleno, in greco non esiste. Insomma, questa etimologia, tutt’al più, avrà il capo ma non la coda …

10 Secondo questa anonima proposta, dunque, terrentula deriverebbe dal verbo latino terrère=atterrire.

11 Il chi questa volta dovrebbe essere Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) che in Exotericarum exercitationum liber XV de subtilitatead Hyeronimum Cardanum, Eredi di Paul Wechel, Francoforte, 1582, pag. 611, così scrive: Alia est ab hac diversa, quippe lacerti facie, quam, quod sub terra lateat, a Romanis putant Terrentulam nominari.  Eam non vidi. Si est, ut aiunt, nigra, luteis maculosa notis, Stellionem puto (Ce n’è un’altra diversa da questa [dalla tarantola propriamente detta], a dire il vero con l’aspetto di lucertola, che, per il fatto che si nasconde sotto terra, si crede che dai romani sia chiamata terrentula).

Terrentula, dunque, deriverebbe da terra ma secondo lo stesso Scaligero è da identificare con lo stellione (una specie di geco) e non con la nostra tarantola. Insomma, il Vergari ha attribuito allo Scaligero, sia pure senza citarne espressamente il nome,  un etimo da lui mai proposto.

12 Questo tarantin, anch’esso di anonimo padre, per la definizione che subito dopo viene data (commovere grandemente) dovrebbe essere un infinito presente, ma in quale lingua?

13 La prima proposta è di Thomas Moffet (1553-1604) in Insectorum sive minimorum animalium theatrum , Cotes, Londra, 1634, pag. 219: Ultimum appulum vocamus, vulgo tarentulae nomine, non incelebrem, a Tarentino agro in Appulia, ubi frequentiores vivunt, cognominatam. Eius hic iconem … exhibemus … ecce vobis lentiginosum et verum Tarantulam, a nemine, quod sciam, hactenus vere descriptum  (L’ultimo lo chiamiano appulo, popolarmente detto tarentula, non infrequente, così chiamata dalla campagna di Taranto in Puglia, dove questi animali vivono più numerosi … Qui …  mostriamo la sua immagine [riprodotta in basso] … ecco a voi, cosa vera e lentigginosa, la tarantola, da nessuno finora, a quanto sappia, descritta).

q

 

Prima di lui Sante Ardoini così si era espresso nel capitolo 5 (intitolato De tarantula) del libro VIII del suo De venenis (opera, composta tra il 1424 e il 1426 e pubblicata la prima volta per i tipi di Scoto a Venezia nel 1492; qui cito dall’edizione Pietro Perna, Basilea, 1562, pag. 482): Et in quibusdam locis, utputa in Apulia, et praesertim in Tarento a quo forte nomen unum ex praefatis assumpsit, accidit ex puntura eius quod vir vel mulier punctus vel puncta ab ea efficitur melancholicus vel melancholica, adeo ut perseveret illa melancholia cum illa phantasia et appetitu et cogitatione cum quibus tempore punctionis erat, quousque venenositas resolvatur (E in certi luoghi, per esempio la Puglia e soprattutto a Taranto dalla quale per caso assunse un unico nome tra quelli che ho detto prima, succede che un uomo o una donna punto o punta dalla sua puntura vien reso [dalla tarantola] malinconico o malinconica a tal punto che permane quella malinconia con quell’aspetto e inclinazione e immaginazione che aveva al tempo della puntura, finchè l’avvelenamento non si risolva).

Se il forte (per caso) è un semplice intercalare e non esprime un’ipotesi di genesi casuale l’Ardoini è da considerare il primo che abbia avanzato l’ipotesi della derivazione di Taràntula da Tàranto.

L’ultimo in ordine di tempo fu Giorgio Baglivi per cui vedi la nota 3 (cito da Opera omnia, G. Girardi, Venezia, 1761, pag. 271): Vocatur Tarantula, non quia Tarenti hoc animal virulentius fit, quam in reliquis Apuliae Regionibus; sed forsan quia Graecorum, et Romanorum temporibus, Civitas illa caeteris erat, aut frequentior, aut nobilior, et ideo existentibus ibidem maiori numero aegrotis hoc veneno laborantibus, nomen exinde animalculum desumpsisse non inficiarer (Si chiama tarantola non perché questo animale diventa più velenoso a Taranto che nelle altre zone della Puglia ma forse poiché quella città ai tempi dei Greci e dei Romani era o più frequentata o più nobile e perciò, essendoci in maggior numero malati sofferenti per questo veleno, non negherei che l’animaletto da ciò abbia preso il nome).

14 Il chi è proprio il Serao citato poco dopo, che nell’opera che successivamente indicherò così si esprime (pag. 30): “… volgendo io alcuni degli Storici naturali per lo mio intendimento, e Greci, e Latini, mi avvenni appresso tutti costoro nella descrizione uniforme di un animal esotico, nativo della Scizia, chiamato da’ Greci τάρανδος, e così pure da’ Latini tarandus, il cui carattere, e singolar proprietà è quella, di cambiar colore in tutte le occorrenze, quando cioè gli torni in bene de’ fatti suoi. Dicono adunque, che essendogli dato la caccia per prenderlo, ed egli adattando il colore della sua pelle (anzi della sua lana, o peli; ciò che fa maravigliar doppiamente Plinio al colore delle cose, che gli sono più vicine, venga con questo artificio a deludere la vista de’ cacciatori, ed a campare perciò dalle lor mani. Or da questa voce τάρανδος  o tarandus, cambiando con naturalissimo e facil passaggio il D in T, sarà nato tarantus, e quindi taranta … e poi o per diminuzione , o per modulazione dissoluta e sdrucciola dell’ultimo suono della parola, tarantolo, o tarantola.

15 Integralmente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=c3A2AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=francesco+serao&hl=it&sa=X&ei=u1SHUt7TOeyS7QbImICQBg&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q=francesco%20serao&f=false

16 Sul verso enniano rinvio per brevità alla nota 3 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/10/28/curiosita-antiquarie-da-una-biblioteca-conventuale-2/

17 E. De Martino, La terra del rimorso. Il Sud tra religione e magia, Il Saggiatore, Milano 1961.

18 R. Rossetti,  Nel nome di Asclepio. Il Tarantismo oltre la lettura di Ernesto De Martino, in Segni e comprensione (rivista telematica quadrimestrale), anno XXVI nuova serie, n.76, Gennaio Aprile 2012, pagg. 88-118.

S. Pietro, S. Paolo e il tarantismo

di Sonia Venuti

Molti studi si sono fatti su questo fenomeno che da secoli affliggeva le popolazioni pugliesi e non solo, sul morso della tarantola, e tante ipotesi sul legame che unisce il tarantismo con la devozione alle figure dei  Santi Pietro e Paolo.

Alcuni azzardano che il fenomeno del tarantismo abbia una stretta connessione  con la cultura greca che è sempre stata molto forte in puglia, e che con il culto delle divinità quali quelle di Dionisio, Cibele, Demetra ed altre ancora venivano praticati riti orgiastici di carattere spiccatamente erotico.

La gente danzava follemente al suono della musica, vestita d’indumenti sgargianti con il capo cinto da pampini di vite, agitando il tirso, pronunciando parole oscene, strappandosi gli abiti di dosso, frustandosi l’un l’altro, bevendo vino.

L’analogia tra questi riti e i sintomi del tarantismo è impressionante: qual è dunque il nesso religioso?

Il Cristianesimo giunse tardi in Puglia e s’imbattè in una popolazione primitiva e tenacemente legata ai propri costumi, presso la quale antiche credenze e consuetudini erano profondamente radicati.

In competizione col paganesimo, il cristianesimo dovette cercare in tutti i modi d’imporsi sulla popolazione: le antiche festività religiose pagane furono mantenute, ma intese a commemorare eventi cristiani.

Le chiese erano erette su precedenti luoghi di devozione tra le rovine dei templi, elementi degli antichi culti come le processioni furono accolti nelle modalità cristiane, ma vi erano tuttavia dei limiti che la chiesa non riuscì ad oltrepassare, e non essendo subito in grado di assimilare i riti orgiastici del culto di Dionisio  dovette contrastarli.

Da qui, non sappiamo esattamente in che anno, ma di sicuro nel corso del medioevo, i vecchi riti si trasformarono nei sintomi di una malattia, e di conseguenza la musica, la danza, e l’insieme di quei comportamenti orgiastici di colpo furono legittimati e tutti coloro che indulgevano in queste pratiche non erano più peccatori, ma povere vittime della tarantola.

Il culto di S. Pietro, in questo contesto, nasce innanzitutto dall’ipotesi fortemente indiziaria che il santo sia sbarcato in Puglia dalla Palestina e, dopo essere passato dalla città d’Otranto, dove a testimonianza del suo passaggio, è stata eretta la chiesa di S. Pietro, questi si spostò nel casale galatino, dove “vennero a sentirlo parlare di Dio tutti quasi di quei casali circonvicini”.

Il principale responsabile della sempre più forte idenficazione città-santo protettore la si deve all’arcivescovo Gabriele Adarzo di Santander, che nel corso del suo arcivescovato fece erigere in territorio galatino piccole colonne ed epigrafi, che oggi non esistono più, nei luoghi in cui si ipotizza sia passato o abbia riposato il Santo durante il suo cammino verso Roma.

Per concludere, S. Pietro giunse nel 44 inGalatina e secondo lo storico Da Lama “tutto quel popolo si fece battezzare dalle sue mani  nel nome di Cristo e le donne(….) conforme imprigionasti in piccola rete più pesci, così ti chiamano, aprono la bocca a mille ringraziamenti, vedendosi esenti dal tormento della tarantola, e se in Roma annientasti le magie d’un Simone, in Galatina hai posto in fuga il veleno di questo verme, mago potente, che incanta col bacio, né si scioglie l’incanto se non col ballo. E s’a Paolo in Malta ubidirono gli serpenti, a S. Pietro in Galatina ubbidiscono le tarantole”.

S. Paolo, sempre secondo la tradizione, nella città di Galatina giunse  in incognito, dopo la predicazione di S. Pietro e dopo aver navigato verso i nostri mari, giungendo  al promontorio di Leuca.

Per timore dei persecutori si fermò una sola notte in una casa ancora esistente, di proprietà di un uomo pio, che per questa ragione viene detta casa di S. Paolo.

Il medico non galatinese Antonio Caputi racconta”I Galatinesi raccontano varie storie su questa visita, ma ciò che è più importante affermano che abbia chiesto a Dio, per i meriti di Gesù Cristo, che a quell’uomo pio, per ricompensa della sua pietà, fosse concesso a suo favore o a quello dei suoi discendenti di sanare tutti quelli che fossero stati morsi da animali velenosi come scorpione, vipera, falangi e simili, facendo il segno della croce sulla ferita e facendoli bere al tempo stesso l’acqua di un pozzo lì esistente. Estinta ora la discendenza di quell’uomo pio, gli ammalati morsi dalla tarantola, da uno scorpione o dalla vipera, finchè il veleno è attivo, si conducono a quel pozzo ancora esistente per implorare la guarigione da S. Paolo”

In definitiva, nella casa dove passò prima S. Pietro e poi S. Paolo, come deduzione diretta del Caputi, gli apostoli lasciarono in perpetuo ricordo, agli abitanti di quella casa, la virtù e la grazia di guarire attraverso lo sputo chiunque fosse stato morso dalla tarantola.

Gli ultimi eredi della dinastia dei guaritori sono due sorelle che, per non far andare perduta la virtù e la grazia di guarire, prima di morire sputarono nel pozzo, e da qui, la credenza del “pozzo miracoloso” giunta a valorizzare le “case di S. Paolo”; queste erano le sorelle Farina Francesca e Polisena.

Il culto del santo crebbe molto a metà del ‘700, fino al punto che la famiglia Mory fece erigere un altare, e fu dato inizio alla contestatissima costruzione della cappella, da parte degli allora padroni delle “case di S. Paolo” i conti Vignola.

Le donne chiedevano degli specchi davanti ai quali sospiravano e urlavano con atteggiamenti inverecondi, altri preferivano essere lanciati in aria, o scavavano delle fosse e si rotolavano nella terra come i maiali, e tutti bevevavno vino e danzavano fino a liberarsi dagli effetti del morso, e si dice che se non si faceva in tempo a praticare il rito purificatore della musica, si poteva verificare  anche la morte del tarantato.

Pare solo i frati Francescani fossero immuni dal morso della tarantola, in ragione del fatto che S. Francesco avesse istituito un legame speciale anche con quegli animali, e ogni 29 Giugno in ricorrenza della festività dei Santi Apostoli  convergevano in Galatina tutti i tarantati dei paesi limitrofi, che a suon di tamburelli epuravano il loro corpo e la loro anima.

 

Origine e discendenza dei Carmàti ti Santu Pàulu

ELSHEIMER ADAM, S. Paolo a Malta

RELIGIONE E MAGIA NELLA CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

ORIGINE E DISCENDENZA
DEI
CARMATI TI SANTU PAULU

 Necessaria precisazione linguistica per evitare che, alla luce del nuovo dialetto, gli agguerriti carmàti ti Santu Pàulu vengano identificati non più come i fortunati discendenti di una famiglia magicamente dotata, bensì come persone ammansite da S. Paolo.

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Negli Atti degli Apostoli, in riferimento al viaggio di S. Paolo da Gerusalemme a Roma, dopo la descrizione della tempesta nelle acque di Creta e il successivo naufragio, si legge:

“Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: certamente costui è un assassino, se anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio”.

Su questa succinta nota degli Atti, la fantasia popolare ci aveva ricamato sopra, e stando all’ampliata versione assunta come testo tradizionale, S. Paolo non aveva scosso il braccio e fatto cadere la vipera nel fuoco, bensì l’aveva afferrata delicatamente con due dita e dopo averla compassionevolmente rimproverata chiamandola “fìgghia spinturàta ti lu piccàtu” (“figlia sventurata del peccato”) le aveva ingiunto di fare il giro dell’isola, chiamando a raccolta tutte le vipere e facendole convenire in massa accanto al fuoco. Torcendosi in spire precipitose la vipera si era allontanata, per poi riapparire pochi minuti dopo seguita da centinaia e centinaia di vipere che si erano fermate a pochi

I tarantati secondo Teresina

di Josè Pascal

Gli anni ’50 nei paesini del Sud Salento me li hanno solo raccontati. Ai ricordi di mia nonna devo la mia memoria della miseria più nera, di quella quotidianità oggi chiamata folklore e delle tante braccia partite a cercar fortuna.
Mi sembra di vederli i tarantati, puntuali alle soglie di ogni estate, che si dimenano nelle piazze, tra il clamore concitato della gente ed il ritmo serrato dei tamburelli. Quando nonna Teresina ne parla, comincia sempre dicendo: “Succedia ca certi cristiani tuttu de paru scuppàvane an terra – accadeva che alcune persone all’improvviso stramazzassero a terra posseduti da una forza soprannaturale – anche qui, a Comuncè c’era gente pizzicata da taranta o colpita dai guai de Santu Dunatu. C’era a CONSIJA SSUNTAMIJIA – persona per mia nonna normalissima – ca passava de sutta i pali de segge, scinnia de scale tutta curcata stisa – che strisciava in maniera scomposta tra le gambe delle sedie, si introduceva nei posti più angusti e scendeva dalle scale distesa – se girava de na vanna e de l’autra, sturcia anterra poi cuntava cu Santu Dunatu – si contorceva con fare frenetico e poi rivolgeva richieste e preghiere a San Donato. C’erane quiddi ca sunavane pizziche cu li passa u male. E poi dopu ure li passava e diventavane normali sti cristiani – spesso per esorcizzare questo male si ricorreva ai tamburellisti, ai suonatori di organetto e fisarmonica, perché una danza scatenata ed estenuante era l’unico modo per liberarsi da questo stato di isteria e tornare in se stessi.

Arrivata a questo punto della sua storia nonna Teresina diventa malinconica e reticente – Basta, sta me sentu fiacca cu le cuntu ste cose – non insisto perché continui il suo racconto. La lascio al suo silenzio. So già che con la mente è tornata a quel torrido pomeriggio di giugno; era ancora bambina e davanti la sua casa saltellava attorno a suo nonno che suonava il tamburello. Non poteva sapere, Teresina, che quel suo ballo spensierato e vivace si sarebbe trasformato in una lotta per la sopravvivenza, circondata dagli zombi della sua infanzia.

 

Lo pseudo lettore scrivente
Jose Pascal

In parole semplici – Scatola di latta virtuaculturale
http://parolesemplici.wordpress.com

Link di riferimento:
http://parolesemplici.wordpress.com/2010/05/22/i-tarantati-secondo-teresina/

Saverio Lillo e i dipinti di San Paolo “te le tarante” di Galatina

di Stefano Tanisi

Uno l’ho visto io camminare col capo in giù sul soffitto, altri bevevano a un pozzo di scorpioni e di serpi, non senza gridi, nel viola acido e sporco d’una cappella, mentre fuori era il chiaro giorno steso coi piedi avanti come il Cristo del Mantegna. V.  Bodini

 

Già dalle prime luci dell’alba del 29 giugno, giorno in cui ricorre la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per le vie e nella piazza grande del centro storico di Galatina, si avvertiva nell’aria, fino a qualche anno addietro, quell’agitazione che prendeva tutti: era l’arrivo dei tarantati da tutto il Salento per recarsi alla piccola cappella di S. Paolo “te le tarante”, chiesa

Percorrere gli antichi passi pizzicati salentini…

La Via del Ragno

 
Itinerario tematico e culturale con visite guidate nel Salento

 

di Daniela Bacca

Immagine di una tarantata

Il Salento è tarantola che morde l’anima e il calcagno, pizzica il cuore e il tamburello, balla le danze dell’amore e del dolore. “Terra del Rimorso“, dove i riti del sacro e del profano avvolgono o rompono la rete del veleno iniettato da ragni, scorpioni e serpenti, inganni, delusioni e tradimenti. Voci, suoni, balli e culti richiamano miti arcaici, storie di ex voto e di guarigioni, divinità taumaturgiche e santi con serpenti in mano, racconti di duro lavoro agreste e di tormentati amori impossibili, pietre tarantolate ed affrescate, luoghi alchemici umani e religiosi, canti disperati, ritmi ed orchestrine popolari.

Luigi Stifani

Nasce il desiderio di percorrere gli antichi passi pizzicati salentini e di tessere un itinerario tematico, inedito e culturale, che cuce e segue il filo lungo e intorno le vie e i siti primitivi e autentici legati alla tradizione del tarantismo e delle tarantate, della pizzica e della musica locale, di San Paolo e delle Entità guaritrici. Protagoniste delle visite, in compagnia di una guida turistica, erede e custode del viaggio magico e del pellegrinaggio religioso, sono le testimonianze identitarie del patrimonio

salentino: borghi antichi, cappelle e chiese votive, cripte ipogee, dipinti e sculture, feste religiose, processioni e riti propiziatori, documentari audiovisivi, mostre e musei, concerti e manifestazioni artistiche e musicali, antichi diari di viaggio.

Particolare della tela settecentesca raffigurante San Paolo e il tarantolato dell’artista Saverio Lillo

Galatina custodisce nel suo prezioso ed aulico centro storico l’antica cappella di San Paolo, il Santo protettore di coloro che sono stati pizzicati da animali velenosi, dipinto in una straordinaria tela settecentesca con gli attributi del serpente, del ragno e dello scorpione. Qui, il 29 giugno, i malati di tarantismo giungevano, nel luogo sacro denominato anche “cappella delle tarantate” per implorare la grazia della guarigione, danzare sfrenatamente seguendo il ritmo dei suonatori di tamburello e bere l’acqua miracolosa del pozzo adiacente, oggi ubicato all’interno del Palazzo Tondi-Vignola. L’iconografia di San Paolo, ripresa dal suo episodio prodigioso a Malta, ma anche dalla simbologia di divinità pagane, è diffusa in altri centri urbani e rurali di Terra d’Otranto, che richiamano alla memoria storie antropologiche e mitologiche di grande fascino, come nella nota cittadella rinascimentale di Acaya. Nel villaggio di Soleto si trovano tantissime immagini scolpite e dipinti del Santo, come una statua in cartapesta collocata nella cappella a lui intitolata, affreschi votivi, ed una tela all’interno della chiesa matrice, ed il piccolo Comune di Seclì, nel cui stemma compare il serpente, celebra come Santo patrono proprio San Paolo, la cui effige è presente nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nel basso Salento, ancora, si trovano due antichissimi siti di notevole importanza, legati al culto del tarantismo e del Santo dei serpenti: a Giurdignano sorge su uno sperone roccioso il menhir di San Paolo, sotto il quale vi è una grotta bizantina in cui è presente l’affresco raffigurante il Santo, la rete e la taranta, ed a Patù, nella chiesa di S. Maria di Vereto, è affrescato insieme al serpente, uno scorpione, e due serpenti a caduceo.

affresco raffigurante San Paolo, la rete e la taranta, all’interno della piccola cappella rurale ubicata sotto il menhir, dedicato al Santo, a Giurdignano

La Provincia di Lecce venera, tra l’altro, altri Santi con capacità taumaturgiche e guaritrici legati alla tradizione del tarantismo, come San Rocco e San Donato. Il primo viene festeggiato solennemente il 15 e 16 agosto, nella località di Torrepaduli; i fedeli si recano nella sua piccola Cappella Santuario per baciare il simulacro ligneo e nel piazzale, al ritmo dei tamburelli, si svolge la pizzica della “danza dei coltelli”. Il comune di Montesano Salentino venera San Donato, protettore e guaritore del “morbo sacro” caratterizzato, similmente al tarantismo, tra i diversi sintomi, dall’offuscamento della ragione ed attacchi di isteria. In questo piccolo centro del Sud Salento vi è la cappella intitolata al Santo, edificata alla fine del 1700 su una precedente costruzione religiosa sempre a lui dedicata, dove i fedeli si recavano per chiedere la grazia. Nei giorni della festa del 6 e 7 agosto, gli infermi di San Donato partecipavano alle processioni seguendo la statua in giro per il paese, inginocchiati o sdraiati per terra.

Testo, progettazione e realizzazione dell’itinerario e della visita guidata a cura di: Daniela Bacca (Guida turistica regionale di Puglia, esperta dell’identità salentina, progettista di percorsi ed eventi culturali)

Info e prenotazione per circuiti tematici e servizi guida: e-mail daniela.bacca@libero.it – tel. 340/4054179

Galatina. Breve nota irriverente e fantasiosa su San Paolo e le tarantate

di Massimo Negro

Ho dei buoni motivi per ritenere che San Paolo in fin dei conti non abbia mai avuto vita facile a Galatina. Anzi forse avrebbe fatto anche a meno di essere presente in quella città.

Non che a Roma le cose fossero state tutte rose e fiori. Lasciamo perdere il martirio che nella vita di un Santo, specialmente nei primi anni del cristianesimo, era una scelta quasi obbligata. A preoccuparlo erano stati soprattutto i rapporti iniziali con il Santo pescatore.

Paolo pur con qualche difficoltà aveva alla fine accettato questa coabitazione come santo patrono della città eterna. Avrebbe preferito, in virtù della sua cittadinanza romana, che si dicesse “Santi Paolo e Pietro”, ma alla fine se l’era fatta passare.
Così come, pur se con qualche borbottio, aveva accettato che la sua Basilica venisse posta fuori le mura anziché in centro.
Più di qualche borbottio, riferiscono santi a lui vicini,  c’era stato quando il vescovo di Roma (per intenderci il Papa) aveva scelto come sede San Giovanni, ma qualcuno gli aveva fatto prontamente notare che trattavasi pur sempre del cugino del Maestro e del discepolo “che Egli amava”.
Dopo i primi momenti e le difficoltà iniziali, si può dire che a Roma era riuscito a trovare un suo spazio, una sua dimensione. Sempre pronto a sfoderare la spada, ma il suo carattere si era con il tempo ammorbidito.

Ma questo non accadeva quando pensava a Galatina. Lasciamo stare il fatto che il ritrovarsi anche nel Salento in compagnia di Pietro non l’avesse entusiasmato, e forse lo stesso Pietro, che per primo ci aveva messo piede, non era contentissimo. Ma dopo tanti anni di coabitazione romana alla fine i due conoscevano pregi e difetti l’uno dell’altro e sapevano come “prendersi” e come all’occasione evitarsi.
Chi non riusciva assolutamente a sopportare erano due donne. Due comuni mortali ma che non c’era verso di scalzare nel cuore della gente. Francesca e Polisena Farina.

Eppure, ripeteva ai suoi amici, lui poteva vantare miracoli provati e documentati, anzi nello specifico, un miracolo era stato anche riportato negli “ Atti degli Apostoli”. Lui a Malta era riuscito, pur se morso da una vipera, a non riportare alcuna conseguenza e, da allora, era invocato dalle genti di tutto il mondo a protezione dai morsi degli insetti e delle serpi. In tutto il mondo tranne a Galatina.
A Galatina accorrevano persone da ogni dove, morse da tarantole, scorpioni o serpi, non per chiedere a Lui la guarigione, bensì per rivolgersi a quelle due sorelle che, con pratiche ancestrali e arti magiche, tra sputi e rituali vari, riuscivano a far espellere il veleno dal corpo del malcapitato o malcapitata.
Alla fine dovette aspettare che morisse anche l’ultima delle due sorelle, senza che lasciassero discendenza femminile.

Ma proprio quando stava per gioire,  sia beninteso , non della loro morte ma per il semplice fatto che l’ordine naturale e sovrannaturale delle cose pareva essersi ristabilito, qualcuno gli aveva fatto notare qualcosa che, se possibile, l’aveva incupito ancora più di prima.
L’ultima delle due sorelle prima di passare a miglior vita si era preso il fastidio di sputare la propria saliva guaritrice nell’antico pozzo. Per cui accadeva che la gente tarantata, che ora accorreva in massa a chiedere la protezione a Santu Paulu miu de le tarante, dopo aver ballato, essersi contorti per terra o arrampicati sull’altare, alla fine del rito di espiazione si avvicinava al pozzo e beveva proprio quell’acqua benedetta dalla saliva della guaritrice.
Si mosse tutta la chiesa compatta ma non ottenne nulla. La gente continuava a bere l’acqua di quel pozzo.
Una vita da separati in casa. Lui da una parte, il ricordo delle due sorelle dall’altro.

Il quadro che un pittore parente delle due sorelle dipinse e che pose all’interno della cappella sembra quasi rappresentare questa situazione. Si nota un San Paolo in posa altera e maestosa e ai suoi piedi un poveretto malaticcio sorretto dalle due sorelle che cercano di far bere a questi l’acqua del pozzo. Se notate, San Paolo non degna di uno sguardo i tre, quasi a dire “ti sei rivolto a loro? ora sono fatti tuoi”. E delle due sorelle, una non lo degna di uno sguardo porgendo l’acqua del pozzo al malato, mentre l’altra sembra dire, guardando San Paolo, “che vogliamo fare?”.
Quando sul letto di morte, qualcuno chiese al pittore il perché di quella rappresentazione, questi, proprio mentre stava per esalare l’ultimo respiro, disse “non si sopportavano … non si sopportavano”.
______________

dopo 2

Le due sorelle Farina, Francesca e Polisena, sono le due sorelle descritte dall’Arcudi nel finire del ‘600 come le due guaritrici che alleviavano le sofferenze dei malati e in particolare dai morsi degli insetti. Il pittore Francesco Lillo che dipinse il quadro nel 1795 dovrebbe essere un discendente del marito di Francesca, Donato Lillo.
Le storie sul tarantismo si perdono nell’antichità dei tempi. Tra l’altro abbiamo letto in una delle mie precedenti note, come nel brindisino si ricorresse all’intercessione di San Francesco per guarire dai morsi della tarantola.
La chiesetta di San Paolo, i cui lavori iniziarono nel 1791, fu completata nel 1795. Molto dopo la morte delle due sorelle. Da quanto riferiscono studi condotti nel Salento, prima del ‘700 il culto di San Paolo era molto limitato e ristretto a poche chiese.
E’ probabile che, proprio in virtù del miracolo dal morso della serpe a Malta raccontato negli Atti degli Apostoli, la Chiesa abbia deciso di intervenire con tutto il suo peso non solo religioso ma anche culturale, ponendo San Paolo come santo protettore di questi malati, cercando di far scomparire o limitare, ma inutilmente, tutti gli aspetti non canonici legati ai riti di guarigione.
_____________

La chiesetta dopo circa un anno di restauro, iniziati grazie all’Amministrazione Provinciale allora retta dal sen. Pellegrino e dall’Amministrazione Comunale allora retta dalla dott.ssa Antonica, è stata riaperta al pubblico nei giorni scorsi in occasione delle festività dei Santi Pietro e Paolo (o Paolo e Pietro!).
Non era mai stata sconsacrata per cui la riapertura è stata accompagnata dalla celebrazione di una messa all’interno della chiesetta.
I lavori di restauro hanno interessato, in particolare, il rifacimento del vespaio per cercare di arginare l’umidità di risalita e la posa della nuova pavimentazione. Riguardo l’altare, anch’esso attaccato dall’umidità, gli interventi son stati limitati a rafforzarne la struttura e a interventi di pulitura per eliminare dove possibile la calce che ricopriva i colori originali dell’altare. Non è stato effettuato un vero e proprio restauro dell’altare anche a causa della particolare friabilità della pietra usata nella sua costruzione.
La tela del pittore Saverio Lillo (1795) era stata già restaurato circa due anni fa; per l’occasione è stata posizionata nella sua collocazione originaria, cioè sull’altare, dopo esser stata per lungo tempo esposta all’interno del Museo cittadino.
La chiesetta restaurata merita una visita e vi consiglio di visitare anche il vicino Museo sul Tarantismo sito in Corso Porta Luce.

dopo 1

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!