Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce e la tarantata

di Armando Polito

C’è chi, ed io sono tra questi, rivendica anche alla poesia una capacità di conoscenza di regola attribuita solo alla scienza;  e questo, se fosse vero, sarebbe più che sufficiente  per liquidare in un attimo come insensata ogni contrapposizione tra le due culture. In particolare, sul fenomeno del tarantismo  credo di aver tentato di provarlo in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/25/anche-questanno-la-notte-della-taranta-e-andata-ma-non-rinuncio-a-dire-la-mia-il-tarantismo-ovvero-laddove-la-poesia-arrivo-prima-della-scienza/. Le testimonianze allora addotte  non vantavano la paternità di autori del nostro territorio ed erano in prosa.

Oggi sottopongo all’attenzione del lettore una poesia di un salentino doc, del quale il lettore ha già letto il nome nel titolo. Di quest’autore abbastanza prolifico mi sono già occupato per un’altra questione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/. Ho segnalato il link non per vanitoso compiacimento ma per dare un’idea dello spessore del personaggio che può vantare un cospicuo numero di pubblicazioni, anche se in prevalenza di natura encomiastica  Di seguito l’elenco completo delle opere da lui pubblicate:

Vaticinium Tiberis ad urbem Romam de Sixto Quinto pontificem maximum, Zanetti, Roma, 1589.

De illustrissimo ac reverendissimo d. Scipione Spina Lupiensium pontifice creato Peregrini Scardini Sancaesariensis carmen, Cacchio, Napoli, 1591.

In admodum reuerendum d. Petrum Antonium De Ponte Congr. clericum regularem theologum, et concionatorem destrissimum, elogia, Guerilio, Venezia, 1599.

Oratio habita Lupiis in funere Hispaniarum, et Indiarum regis catholici Philippi II, Carlino & Pace, Napoli, Neapoli, 1599.

Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603

Discorso intorno l’antichità e sito della fedelissima città di Lecce, Pace, Bari, 1607.

Sonetti di Peregrino Scardino al molto illustre signor Gioseppe Cicala di Lecce, Gargano & Nucci, Napoli, 1609.

Del terzultimo titolo riproduco il frontespizio

e il testo della poesia (in distici elegiaci) che è a p. 107, con la mia traduzione a fronte

2

Capito? – Certamente! – direte. Ma io intendevo dire (senza alcuna velleità poetica per via delle rime)  – Avete capito come il nostro salentino Pellegrino Scardino aveva capito tutto, anticipando di 359 anni Ernesto De Martino? -.

Galatina. “Il peso dei rimorsi”. Ernesto De Martino, 50 anni dopo

tarantismo1

Martedì 1 dicembre 2015

Palazzo della Cultura (Galatina, Le)

CONVEGNO

“IL PESO DEI RIMORSI” – ERNESTO DE MARTINO, 50 ANNI DOPO

La città di Galatina rende omaggio a Ernesto De Martino con la rassegna “Il peso dei rimorsi”, dedicata al grande antropologo italiano nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. L’appuntamento ricade all’interno di una serie di incontri e dibattiti organizzati in numerose città italiane, curati dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, l’Associazione internazionale Ernesto De Martino, la Fondazione Premio Napoli, l’Università di Ginevra, la Scuola di specializzazione in Beni demoetnoantropologici dell’Università di Perugia, la Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Angelo Celli.

Dopo Lecce, Bari, Salerno, Perugia, Napoli e Matera, le celebrazioni fanno tappa a Galatina, città in cui De Martino dedicò le sue ricerche per studiare a fondo, per la prima volta in maniera organica e multidisciplinare, il fenomeno del tarantismo. Era il 1959 e da quella spedizione scaturì il celebre saggio “La terra del rimorso”, oggi tradotto, conosciuto e studiato in tutto il mondo.

L’incontro galatinese offre l’occasione di conoscere il pensiero dello storico ed etnografo De Martino, nato a Napoli nel 1908 e scomparso nel ’65 a Roma, tracciando il suo pensiero in un quadro letterario più ampio, sempre più attuale, non ridotto al solo fenomeno del tarantismo.

L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla cultura del Comune di Galatina e organizzata in collaborazione con Meditfilm nell’ambito del progetto “Luoghi e Visioni – Frammenti di antropologia visuale”, nasce per restituire il giusto lustro alla figura di De Martino, allo studioso che seppe fondere saperi diversi nella ricerca etnografica sulle culture popolari del Sud d’Italia, fino a essere riconosciuto a livello mondiale come il padre della nuova antropologia italiana.

L’appuntamento di Galatina celebra un De Martino meno conosciuto al grande pubblico, aprendo a una riflessione sul percorso ideologico e politico che lo hanno reso protagonista, dagli anni ’40 agli anni ’60, del panorama intellettuale italiano, insieme ad altri personaggi che ne hanno segnato la formazione; con alcuni dei quali, come Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Benedetto Croce, intrattenne un’intensa dialettica intellettuale.

“Il peso dei rimorsi” è inserito nelle celebrazioni nazionali che si concluderanno a Roma, nel maggio 2016, per il cinquantenario della morte di De Martino, attraverso una serie di incontri itineranti per ricordare, riflettere e valorizzare le ricerche, il pensiero e l’eredità di una delle figure centrali della cultura italiana del dopoguerra.

Il convegno vedrà la partecipazione dei professori: Pietro Clemente (Università di 2 Firenze), Riccardo Di Donato (Università di Pisa), Carlo Alberto Augeri, Eugenio Imbriani (Università del Salento). A moderare il dibattito sarà il professore Mario Lombardo (Università del Salento).

Tra gli eventi in programma, la mostra fotografica “Il Cattivo Passato”, un suggestivo percorso tra storia, religione, antropologia e società nel pensiero politico-intellettuale di De Martino, e dalla “Breve rassegna Luoghi e Visioni” a cura di Meditfilm, con la proiezione di alcuni importanti documentari etnografici (“Il male di San Donato” di Luigi Di Gianni, “La passione del grano” e “L’inceppata” di Lino Del Fra). Aprirà il convegno la professoressa Daniela Vantaggiato, assessore alla Cultura del Comune di Galatina.

Per l’occasione, sarà presentato in anteprima il corto “Equilibri nel tempo”, scritto e diretto da Fabrizio Lecce, prodotto da Meditfilm nell’ambito del percorso di antropologia visuale “Luoghi e Visioni”. Il film, interpretato da Simone Franco, esplora i megaliti del Salento, dolmen e menhir che, con la loro essenza sacra, rappresentano l’anello di congiunzione tra il terreno e l’ultraterreno, tra la natura e la cultura, facendo emergere un paesaggio rurale arcaico ormai lontano dagli immaginari contemporanei. Il racconto è affidato alle parole di De Martino, estratte dal libro “La fine del mondo, contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.

L’intera manifestazione si svolgerà martedì 1 dicembre a Galatina, presso il Palazzo della Cultura, con il seguente programma: alle 16:00 apertura mostra fotografica “Il cattivo passato”, alle 17:00 inizio del convegno “Il peso dei rimorsi”, alle 19:00 proiezione dei film in rassegna con l’anteprima del corto “Equilibri nel tempo”.

 

Link di approfondimento: www.luoghievisioni.it; www.meditfilm.com

Info e Contatti: MEDITFILM  –  info@meditfilm.com  +39 3277305829

UFFICIO STAMPA: Gabriele Miceli

 

 

Aspettando la Notte della Taranta (4/4): “Malinconicu cantu, e allegru mai”: da Manduria a Parigi, da qui al deserto africano; e poi …?

di Armando Polito

Sono solo canzonette cantava sarcasticamente Edoardo Bennato nel brano di chiusura dell’omonimo album uscito nel 1980. Con lo stesso sarcasmo dico che è solo una canzonetta quella di cui mi occuperò oggi e per dimostrarlo comincio scomodando il n. 9765 del 22/11/1910 del quotidiano parigino Le Matin ( le relative immagini sono state tratte dall’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k569620g/f1.zoom.r=manduria.langEN).

Questa è la prima pagina.

Segue la quarta con  evidenziato in rosso lo scritto del quale mi occuperò oggi.

È un racconto dal titolo La lampe (La lampada)  inserito nella rubrica Contes des mille et un matins (Racconti di mille e un mattino) e reca la firma di Franz Toussaint (per ora basti il nome). Di seguito ho riportato il testo in formato immagine, tratto, adattato ed opportunamente assemblato dall’originale, cui di mio ho aggiunto la  traduzione a fronte e qualche nota esplicativa.

È giunto il momento di spendere su Franz Toussaint qualche parola per delineare la sua figura  al lettore che probabilmente su di lui ne sa quanto ne sapevo io prima di leggere il suo racconto.

Nato nel 1879, morto nel 1955, fu, oltre che scrittore, traduttore, orientalista e sceneggiatore di films muti (di uno,  Inch’Allah, eseguì anche le riprese nel 1922).

In questo racconto accanto alla dissimulata citazione dantesca vi è quella, imprecisa, di una canzone popolare di Manduria; ho detto imprecisa perché il verso riportato è l’ultimo si, ma, come vedremo, della prima strofa. Credo che questo sia dovuto al fatto che la citazione, secondo me è non diretta ma, per così dire, di seconda mano, cioè presa da Paul Bourget, Sensations d’Italie. Toscane, Ombrie, Grande-Grèce, Lemerre, Parigi, 1891, pagg. 278-279, cui appartiene l’immagine che segue (tratta da https://archive.org/stream/sensationsdital01bourgoog#page/n286/mode/2up) alla quale ho aggiunto, giuro che non lo dirò più …, la mia traduzione e qualche nota.

Nella nota 10 il viaggiatore Bourget parla di compagnon. Si tratta, però  di un compagno di viaggio assolutamente virtuale e che si concretizza nella parole che poco prima (pag. 275)  concludono  un racconto riportato, sempre popolare:

Le battute del dialogo, dunque, sono state trascritte dalla brochure del signor Gigli. Questo fantomatico signor Gigli è Giuseppe Gigli (1862-1821), letterato sostanzialmente autodidatta, nato a Manduria, autore di Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto con un’aggiunta di fiabe e canti popolari, Barbera, Firenze, 1893. Tale libro, tenendo conto dell’anno della sua pubblicazione (1893) e di quello dell’opera del Bourget (1891), non può essere la brochure di cui l’autore francese parla, anche perché esso consta di ben 280 pagine. La brochure, perciò, sarà una sorta di edizione ridotta che precedette quella maggiore o più precisamente quel  documento stampato in un numero limitato di esemplari di cui lo stesso Gigli parla nella prefazione:

Nella lettura, inviata presumibilmente anche al Bourget, compariva probabilmente solo la prima strofa (che poi l’autore francese trascrisse) della canzone, il cui testo completo comparirà, nel citato lavoro del Gigli uscito nel 1893, inserito nel capitolo che reca il titolo Il ballo della tarantola , capitolo che occupa le pagg. 66-71; qui, però, per brevità riprodurrò questa sezione fino al testo della nostra canzone, cioè le pagine 66-68) tratte, come la prefazione, dal link dove l’opera può essere letta integralmente (https://archive.org/details/superstizionipr00giglgoog):

Riassumiamo ora cronologicamente i fatti:

Fine 1888: Giuseppe Gigli raccoglie le testimonianze popolari che esporrà in una conferenza il 18 gennaio 1889. Di lì a poco stanperà la lettura e la invierà a molti dotti folkloristi d’Italia, di Francia (tra questi quasi sicuramente il Bourget) e d’Inghilterra.

1891: Il Bourget pubblica il suo lavoro e riproduce la prima strofa.

1893: Il Gigli pubblica il suo lavoro con il testo definitivo della canzone. Da notare che la prima strofa presenta varianti rispetto al testo riportato dal Bourget. Credo che siano errori di trascrizione di quest’ultimo: cacciati per càcciami; ai per aìa.

22/11/1910: Su Le Matin viene pubblicato il racconto La lampe di Franz Toussaint che fa un figurone quando, a proposito di  Ai nu cori e lu donai a ti!, non esita a dire che è  l’ultimo verso della malinconica canzone di Manduria. Il lettore noterà che il verso appare con le varianti segnalate nel Bourget.

Conclusione: Franz Toussaint avrà nella circostanza (che potrebbe anche essere parzialmente autobiografica visto che svolse il servizio militare in Marocco) fatto un figurone ma, essendo il testo del Gigli uscito ben diciassette anni prima, mostra di non essere aggiornato (questione di rete? …). A tal proposito si potrebbe discutere per secoli sulla libertà e sull’innocenza dell’artista, al quale, si dice, tutto va perdonato, compresi certi dettagli che eventualmente affliggano i suoi ricalchi, anche quando essi potrebbero apparire come citazioni infedeli …

Non sarà questo, comunque, l’ultimo ricordo della canzone di Manduria, perché Ernesto De Martino in La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961, pag. 165 così scrive: In questa trasfigurazione dei patimenti d’amore, la donna tormentatrice diventa corega di una vicenda musicale in cui gli strumenti e le loro parti sono il corpo e l’anima dell’amante tormentato: un tema particolarmente adatto a far da orizzonte ai contenuti critici assunti di volta in volta nel rituale coreutico-musicale del tarantismo. In un canto della Terra d’Otranto raccolto verso il 1889 dal Gigli in Manduria, l’eros precluso si esprime in una lirica lavorata col noto tema popolare del distacco dell’amata per una partenza forzata.1

Segue il testo della canzone in cui, rispetto a quello del Gigli si notano queste varianti: v. 1: allegro per allegru;  v. 2; cacciàti per càcciami; v. 4: donai per dunai; tia per te; v. 5: arrivederci per arrividerci; addio per addiu; v. 6: non per nu; di per ti;  v. 7: non per nu; mio per miu; v. 8: mentre per mentri; sorte per sorti;  lontano per luntanu; v. 10: fama per fiama; v. 11: e per ma; v. 12: io per iu; l’ama per t’ama.2

La nota 97 rinvia a G. Gigli, Superstizioni, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto, Lecce, 1889, pp. 23 sgg. Questo fa pensare che la lettura a stampa forse conteneva l’intera canzone ma, essendo il De Martino nato nel 1908, non può essere stato uno dei destinatari di quella lettura., anche se da quella deve aver tratto la sua citazione. Insomma anche lui, come Franz Toussaint, si mostra, con tutto il rispetto, filologicamente non aggiornato, peccato più grave per un etnologo che per un narratore, anche se a quei tempi non c’era il formidabile supporto della rete …

E ora, di fronte a  Malinconicu cantu, e allegru mai, chi avrebbe il coraggio di dire, non sarcasticamente, che si tratta solo di una canzonetta? Eppure essa non compare (questione di aggiornamento in rete?) tra i 250 titoli citati in http://www.laterradelrimorso.it/elencocanti e neppure sul sito dell’Archivio sonoro della Puglia (http://www.archiviosonoro.org/puglia/archivio/archivio-sonoro-della-puglia/fondo-accademia-nazionale-santa-cecilia.html ); a questo punto non mi meraviglierei neppure se la canzone non fosse stata registrata nemmeno una volta da qualche gruppo e, per farla completa, non fosse stata mai eseguita in nessuna edizione de La notte della taranta.

Si sa, se ne vanno sempre i migliori …

per la prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

_____________

1 Sul topos della partenza e della commistione amore e morte propongo solo due esempi (il primo di Palermo, il secondo di Salaparuta) tratti da Giuseppe Pitrè, Canti popolari siciliani, Pedone-Lauriel, Palermo, 1871, pagg. 324 e 331:

Sta partenza pi mia è ‘na cosa amara,/nun m’aspittannu mai stu gran turmentu;/cci ha curpatu la sorti micirara,/a ch’ha vulutu lu nostru turmentu./Nun ti scurdari a mia,  Rusidda cara,/a costu di qualunqui mancamentu:/ca mortu stissu supra di la vara/nun mi scordu di tia sempri in eternu./

Sta partenza pi mia fu troppu amara,/mi livasti li spassi e gusti ancora,/senti la vuci mia chi ti dichiara,/chi t’amirò in eternu fina chi mora./- Si mori, o bella, addiu amanti cara:/vuja a ‘na sepurtura ora pr’ora;/iu gridu e gridiroggiu a vuci chiara:/-Binchì cinniri sugnu iu t’amu ancora-.

2 Di seguito il prospetto in base al quale sarà più agevole seguire il mio tentativo di ricostruire, confrontando  i singoli versi corrispondenti,  la sofferta vicenda della tradizione testuale della canzone che, probabilmente, dopo la sua rozza raccolta è stata oggetto di ripensamento:

Primo verso: l’allegro di b per l’allegru di a e c secondo me è un errore di lettura o di stampa.

Secondo verso: il càcciami (imperativo singolare) di c appare grammaticalmente più corretto del plurale cacciati  poiché uno solo è il complemento di vocazione (malinconicu cantu, e allegru mai) cui esso si riferisce.

Terzo verso: è identico in a, b e c.

Quarto verso: l’aìa comune a b e a c mi fa pensare che l’ai di a sia un errore di lettura o di stampa. Da notare, poi, in ossequio al vocalismo salentino il dunai di c che subentra al donai di a e b. Più complessa e difficile da definire la questione di ti di a che diventa tia in b e te in c: la forma metricamente più corretta è ti (e tii sarebbe stato ancora più corretta, ma le forme salentine in uso sono tu, tie, tia e te); tia di b potrebbe essere errore di lettura (o adattamento arbitrario?) del ti di a, mentre il te di c mostra di essere una soluzione intermedia tra ti e tia.

Quinto verso: da questo verso in poi manca la possibilità del confronto con a e in assenza di questo aiuto tutto diventa possibile:  arrivederci di b per arrividerci di c potrebbe avere la stessa genesi di allegro per allegru ma anche essere figlio della stessa italianizzazione di donai di a e b rispetto a dunai di c.

Sesto verso: a proposito di non di b per nu di c e a proposito di di di b per ti di c vale quanto detto per l’arrivederci del verso precedente.

Settimo verso: per non/nu vedi quanto detto per il verso precedente

Ottavo verso: tutte le parole di b (ad eccezione di mi chiama) sono italianizzazione di quelle di c.

Nono verso: è assolutamente identico (so di c per so’ di b è da intendersi come scelta grafica di rappresentazione o meno dell’apocope) in b e c.

Decimo verso: a proposito di fiama di c per fama di b vale quanto detto a proposito di arrividerci di c per arrivederci di b nel quinto verso.

Undicesimo verso: Ma in c per e di b.

Dodicesimo verso: io di b per iu di c potrebbe essere un altro caso di quegli italianismi di cui il Gigli parlava nella prefazione, non mantenuto nella stesura finale. L’ama di b per t’ama di c dev’essere senz’altro un errore di lettura, anche per la traduzione del tutto arbitraria che il De Martino ne fornisce: ti custodisce il mio cuore amante.

 

Aspettando la Notte della Taranta (3/4): da Taranto a Napoli e da Napoli a Parigi

di Armando Polito

Il titolo fa quasi presagire una sorta di scoop su una triangolazione di fondi neri, lo sport preferito di chi ha ridotto il nostro paese (a scanso di equivoci, mi riferisco all’Italia…), con la connivenza di politici di ogni colore, al degrado ambientale, morale e alla fame. Parigi, tuttavia, a quanto ebbe a dirmi il mio commercialista …, non rientra nell’elenco dei paradisi più accorsati e perciò lo scoop è rimandato ad altra data.

La puntata di oggi contiene ben poco di mio, perché è solo la documentazione di un viaggio compiuto da una canzone che trae origine, come genere, dalla nostra terra ma che, stando al testo, vide i natali a Napoli.

L’ho trovata sul sito della Biblioteca Nazionale di Spagna e precisamente alle pagine 7-11 di Le tour du monde en dix chansons nationales & caractéristiques, Choudens Imp. Arouy, Paris, 1874 (?), opera di Paul Lacome (1838-1920) integralmente leggibile e scaricabile al link

http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000108483&page=1 (di seguito il frontespizio).

L’autore, che vanta una serie impressionante di pubblicazioni prevalentemente di argomento musicale, ha riservato l’onore di rappresentare l’Italia a La pizzica tarentina; essa con lo spartito e il testo tradotto in francese, nel libro occupa le pagine 7-11, che di seguito riproduco.

Trascrivo ora il testo francese per rendere evidente la suddivisione in versi (tutti ottonari; fanno eccezione il 13, il 14 e il 15 dodecasillabi dove l’immagine delle coppie allacciate e quella del trascorrere inesorabile del tempo fino ad una sua inconsapevole dilatazione richiedevano un ritmo meno incalzante, più disteso) e poi lo traduco:

 

C’est à Naples et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentelle

unit les couples amoreux. (due volte)

Pan! pan! pan! Joyeux bruits de fêtes,

claquez, tambours et castagnettes!

Pan! pan! pan! Que de brunes têtes

ne demandent qu’à perdre la raison!

Pan! pan! pan! Lorsque la nuit brille,

le plaisir dans les yeux scintille!

Pan! pan! pan! Quelle est donc la fille

que l’on pourrait tenir à la maison!

Dansez, dansez, doucement, les couples s’enlacent.

Dansez, dansez muets et la main dans la main.

Dansez, dansez, sans les compter les heures passent,

dansez, dansez, il sera trop vite demain!

C’est à Naple et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentelle

unit les couples amoreux.

Mille bruits animent l’espace,

cependant chacun est muet;

mais quand un joyeux couple passe,

la brise trahit son secret. (due volte)

Pan! pan! pan! Je t’aime, ma belle.

Quoi me trouverais-tu cruelle?

Pan! pan! pan!  O ma tourterelle!

Tu m’enchainas de solides liens!

Pan! pan! pan! Ta lêvre de flame

hélas a consumé mon âme!

Pan! pan! pan! Pour être ta femme,

je donnerais le ciel et tous les saints!

C’est à Naple et sous la tonnelle,

lorsque la lune monte aux cieux,

que la joyeuse tarentell

 unit les couples amoreux!   

 

È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate (due volte).

Pan! pan! pan! Gioiosi rumori di feste, battiti con le mani, tamburi e nacchere! Pan! pan! pan! Quante teste brune non chiedono che di perdere la ragione! Pan! pan! pan! Quale è dunque la ragazza che si potrebbe tenere in casa! Danzate, danzate, dolcemente, le coppie si allacciano, Danzate, danzate muti e mano nella mano. Danzate, danzate, senza contarle le ore passano, danzate, danzate, domani sarà troppo tardi. È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate.

Mille rumori animano lo spazio mentre ciascuno è muto; ma quando passa una coppia felice, la brezza tradisce il suo segreto (due volte)

Pan! pan! pan! Io t’amo, mia bella! Perché dovresti trovarmi crudele? Pan! pan! pan! O mia tortorella! Tu mi incatenasti con solidi legami! Pan! pan! pan! La tua bocca di fiamma, ahimè!,  ha consumato la mia anima. Pan! pan! pan! Per essere la tua donna io cederei il  cielo e tutti i santi! È a Napoli e sotto la pergola, quando la luna sale in cielo, che la gioiosa tarantella unisce le coppie innamorate!)

 

Invito chi conosce la musica (io, purtroppo so solo perché il pentagramma si chiama così …) a tentare di individuare la canzone originale (sarebbe interessantissimo il confronto tra i due testi) e, visto che la musica non cambia, sarebbe il massimo se potesse fornircene l’esecuzione Io sono in grado di dire solo che non potevano mancare nel testo due ingredienti classici: la luna e il pergolato. Basta ricordare: Dorme ‘o mare…Oje bella viene!/’n cielo ‘a luna saglie e va… (Piscatore ‘e Pusilleco) e Perziana scesa/’o frato se n’e asciuto/e appuntamento/è sotto ‘o pergulato… (Pusilleco addiruso).

In attesa che qualche amico musicista aderisca al mio invito non mi rimane che deliziare, dopo averlo fatto con i miei,  i vostri occhi con alcune stampe antiche sul tema. Ho scelto quelle in cui il pergolato è sempre presente. Per la luna abbiate pazienza, prima o poi n cielo ‘a luna saglie

La tarantella, olio su tela di Eduardo Dalbono (Napoli 1841-1915); immagine tratta da http://www.blindarte.com/listing/zoomify/photo/TKlot_11528_1.jpg/id/11528

Tarantella, litografia di Giuseppe Lanzedelli, Vienna, 1859: immagine tratta da http://www.stampeantiche.info/files/a45-tarantella-grande.jpg

La tarantella a Napoli, incisione di Charles Maurand (seconda metà del XIX secolo), tratta dal periodico L’Illustrazione popolare, Treves, Milano, 1869.

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 La tarantella, di Saro Cucinotta (1830-1871) incisore e Teodoro Duclére (1816-1867) disegnatore; tavola tratta da Francesco De Bourcard, Usi e costumi di Napoli, Nobile, Napoli, v.II, 1858.

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Incisione di A. H. Payne, 1850 circa; immagine tratta da http://www.abebooks.com/Tarantella-Payne-A-H-1860-Campania/12419354460/bd

(CONTINUA)

per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

Aspettando la Notte della Taranta (2/4): spettacolare Taranta!

di Armando Polito

L’aggettivo del titolo è riservato di regola a qualcosa che ci ha colpito in modo particolare, quando, forse, meno ce l’aspettavamo. Può essere un gol, un corpo, un paesaggio, un edificio, un quadro, una statua,  una poesia (l’ordine, decrescente, corrisponde all’idea che ho io dell’emozionalità media …).

Uno dei miracoli della bellezza è quello di non essere soggetta, alla resa dei conti, al funzionamento di tutti e cinque i nostri sensi, compresa, addirittura la vista (questo concetto non vale, probabilmente, per l’emozionalità media di prima …). Così spettacolare può essere anche agli occhi di un cieco un tramonto raccontato dalla voce partecipe di un suo amico. E pensare che spettacolare deriva da spettacolo, questo dal latino spectàculu(m), a sua volta dal verbo spectare=guardare, derivato da spectum, supino di spècere=guardare, imparentato con il greco σκέπτομαι (leggi schèptomai=osservare), dal quale deriverebbe per metatesi –σκεπ– (leggi schep)>-σπεκ– (leggi spec). E poi una serie quasi sterminata di voci delle quali fornisco qui un arido ed incompleto elenco (per brevità escludo i composti) lasciando al lettore il piacere di individuare le molteplici sfumature o deviazioni rispetto al concetto di partenza: specie, speciale, specioso, specialista, specializzazione, specialità, specchio, specchiare, specchiato (aggettivo), speculare (aggettivo e verbo), specillo, spettro (pure lui!) e, restati tali e quali come nacquero in latino, spèculum e spècimen.

Se spettacolare può rivelarsi un piatto o un bicchiere di vino impegnando anche un solo senso per volta o, tutti insieme, la vista, l’olfatto, il gusto, l’udito (il vino agitato nel bicchiere canta), il tatto (vuoi mettere l’addentare una coscia di pollo tenendola stretta in mano con lo scarnificarla a rispettosa distanza con coltello e forchetta o mangiare una frisella con capperi, pomodori e rucola usando una forchetta anziché la mano?) e il gusto, è indubbio che i sensi di più largo impiego nella fruizione dello spettacolo propriamente detto sono la vista e l’udito, anche se in un futuro non lontano percepiremo anche i profumi e, ahimé, le puzze.

Sotto questo punto di vista la Notte della Taranta è assolutamente in linea con manifestazioni simili e non è mia intenzione riprendere la vecchia querelle tra coloro che si accostano al folklore con un approccio filologico rimpiangendo, per esempio, il Canzoniere grecanico salentino e chi, invece, si mostra più ben disposto ad una sua contaminazione e, dunque, ad una fruizione più consumistica, accettando in questo l’opinione di Lapassade sui Sud Sound System, simbolo del tarantamuffin, cioè della continuità musicale tra ragamuffin e tarantismo nel Salento.

Pretendere di mantenere in vita l’antico modernizzandolo, però, secondo me è estremamente pericoloso e fuorviante, oltre che, in ultima analisi, illusorio. Non vorrei, sotto questo punto di vista, che anche la povera, incolpevole taranta facesse la stessa fine del latino e del greco, che hanno pagato un pesantissimo tributo ad innovazioni didattiche che pretendevano di ridimensionare più o meno drasticamente l’aspetto grammaticale per privilegiare i contenuti, come se questi ultimi, per poter essere penetrati correttamente, non richiedessero allora e non richiedano ancora oggi (e così sarà pure domani) una conoscenza almeno dignitosa degli strumenti con cui sono stati realizzati, il latino e il greco, appunto. Est modus in rebus: non si può impunemente pretendere di fornire una conoscenza passabile di queste lingue e dei loro contenuti privilegiando il libro dei testi  (la cosiddetta antologia) rispetto a quello della grammatica o viceversa.

E, come uno studente non in grado di distinguere il soggetto dal complemento oggetto (lo so che c’è di peggio, ma non voglio infierire …) di una frase italiana (conseguenza anche del moderno approccio al latino e al greco) crede di essere un filologo non essendo in grado nemmeno di organizzare correttamente una sua frase di tre parole o di interpretare correttamente quella organizzata correttamente da altri, così il turista, nostrano o no, crede di sapere tutto, assistendo alla magica notte, su questo pezzo di memoria e, forse, va pure in trance, come chi davanti al Colosseo non resiste all’impulso di farsi la foto-ricordo col finto centurione …

Non ho la pretesa di convincere nessuno della bontà dell’opinione che in più occasioni ho manifestato nei riguardi di simili operazioni; voglio solo invitare il lettore a meditare su una doppia comparazione che qui propongo.

La prima immagine è tratta dal saggio di Brizio Montinaro Danzare col ragno. Musica e letteratura sul tarantismo dal XV al  XX secolo, Argo, Lecce, 2011 e mostra la tarantata Maria di Nardò durante la cura domiciliare praticata il 24 giugno 1959 dal barbiere-terapeuta, pure lui neretino, Luigi Stifani. La seconda è la tavola con cui Gustavo Doré illustrò i versi1 in cui Dante evoca la mitica figura di Aracne.

La sfortunata tessitrice che osò sfidare una dea non poteva non essere messa in campo da chi ha studiato il fenomeno del tarantismo2. La comparazione appena proposta facilita al lettore la comprensione del complicato intreccio in cui la tarantata si liberava dagli effetti del morso, reali o presunti che fossero e sia pure con l’aiuto esterno della musica, diventando prima essa stessa (endorcismo), con i suoi movimenti, tarantola. E il lenzuolo stropicciato dai suoi movimenti, dettaglio, a quanto ne so, ancora sfuggito, sembra evocare la tela distrutta dall’invidiosa Minerva.

Analogie suggestive e molto probabilmente casuali. Certo. Lo saranno anche quelle che è dato cogliere grazie alla seconda comparazione, quella che ha come oggetto due filmati dei quali segnalo i links;  oppure nel mistificante sfruttamento commerciale delle nostre memorie dobbiamo mettere in conto anche la possibilità che un terzo, prossimo filmato sia più vicino a quello di un Erotica tour che a quello del documentario d’epoca?

http://www.youtube.com/watch?v=f3RaIpFxw8I

http://www.youtube.com/watch?v=Qdp4y81-YsA

E termino ponendo una domanda maliziosa: tutte le tarantate autentiche erano così sexy come le tarantate-attrici di oggi …? Ah, spettacolare taranta!

(CONTINUA)

per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/

per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

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1 Purgatorio XII, 43-45: O folle Aragne, sì vedea io te/già mezza ragna, trista in su li stracci/de l’opera che mal per te si fé. La figura dell’infelice fanciulla ricorre pure come similitudine nella descrizione del mostro demonico Gerione in Inferno, XVII, 10-18: La faccia sua era faccia d’uom giusto,/tanto benigna avea di fuor la pelle,/e d’un serpente tutto l’altro fusto;/due branche avea pilose insin l’ascelle;/lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste/dipinti avea di nodi e di rotelle./Con più color, sommesse e sovraposte/non fer mai drappi Tartari né Turchi,/né fuor tai tele per Aragne imposte.

2 Alla luce di quanto ho già detto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/25/aspettando-la-notte-della-taranta-14-aracne/ non mi meraviglierei (non vorrei che fosse stato già detto o scritto a mia insaputa …) neppure se gli strumenti musicali che compaiono ne La Fábula de Aracne o Las Hilanderas di Diego Velázquez, Museo del Prado (1657-1658) venissero interpretati come allusivi a quelli utilizzati nel rituale di liberazione delle tarantate.

 

Aspettando la Notte della Taranta (1/4): Aracne

di Armando Polito

immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/27149023.jpg
immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/27149023.jpg

Manca poco alla Notte della Taranta,  l’evento principe dell’estate salentina. Fervono i preparativi e pure io nel mio piccolo mi do da fare con questa miniserie in quattro puntate.

Com’è noto il tarantismo ha ispirato milioni di pagine e non ci si poteva certamente lasciar sfuggire l’occasione di cercare a tutti i costi qualche collegamento con il mito di Aracne. Laddove, poi, qualcosa non quadra c’è sempre la possibilità di formulare ipotesi più o meno fondate. Il guaio è quando queste ipotesi vengono riprese acriticamente e vengono disinvoltamente spacciate come dato scientificamente certo.

È proprio il caso della nostra Aracne, per la quale letture frettolose hanno portato, poi, sprovveduti lettori, suggestionati anche da alcuni testi di canzoni popolari e probabilmente dall’assonanza tra Aracne e Arianna, ad inventarsi una variante del mito (come in http://www.sagresalento.com/pizzica/10-pizzica-e-tarantismo.html), guardandosi bene dal citare le fonti ed usando la parola magica leggenda …, per cui Aracne  fu sedotta da un marinaio che partì dopo la prima notte d’amore, e da allora visse in attesa del ritorno del suo amore. Una mattina la ragazza vide una barca avvicinarsi alla costa e fece il segnale convenuto con il suo marinaio. Dalla nave giunse la risposta: era tornato. Ma a pochi metri dal porto la barca fu affondata e coloro che erano a bordo vennero uccisi. Arakne vide morire il suo amore dopo anni di attesa. Così, alla morte della giovane, Zeus la rimandò in terra per restituire il torto ricevuto, non come ragazza ma come tarantola.

Posso affermare senza ombra di dubbio e tema di smentita che quello di Aracne è uno dei pochi miti tramandatoci in un’unica versione, per di più da un unico autore, Ovidio (43 a. C-18 d. C.), nei versi 1-145 del libro VI delle Metamorfosi, che di seguito traduco:

La dea tritonia (Pallade o Atena, identificata poi dai Romani in Minerva, nata sulle rive del lago Tritone, in Africa) aveva prestato orecchio a queste parole (delle Muse) ed aveva approvato il canto e l’ira delle Aonie (appellativo delle Muse perché in Aonia, cioè in Beozia, avevano la loro sede). Allora tra sé: “ Lodare è poco; sia lodata anch’io e non permetta che la mia divinità sia disprezzata senza punizione. E volse la sua attenzione al destino di Aracne di Meonia, che aveva sentito non voler cedere a lei nelle lodi per l’abilità nel lavorare la lana. Essa non era famosa né per il luogo né per la famiglia d’origine ma per la sua arte. Suo padre, Idmone di Colofone, tingeva le assorbenti lane con porpora di Focea. La madre era morta, ma anche essa era di origine plebea e della stessa condizione del marito. Tuttavia (Aracne) con la sua arte si era fatto un gran nome per le città della Lidia, sebbene, essendo nata da modesta famiglia, abitasse nella piccola Ipepe. Per vedere i suoi capolavori spesso le ninfe del Timolo lasciarono i vigneti del loro Timolo (o Tmolo, monte della Lidia), le ninfe abbandonarono le loro onde del Pattolo (fiume, sempre della Lidia). Né piaceva solo ammirare le vesti confezionate  ma anche l’esecuzione del lavoro, tanto alto era il livello della sua arte. Sia che avvolgesse la lana rozza nei primi gomitoli o con le dita facesse avanzare il lavoro o con lungo gesto sfilacciasse, dopo averle afferrate di nuovo le lane simili a nuvolette o girasse il tondo fuso con l’agile pollice o ricamasse, avresti capito che era stata istruita da Pallade. Tuttavia lei (Aracne) lo nega e offesa da una così grande maestra dice: “Gareggi con me; non c’è nulla che io, una volta vinta, rifiuti”. Pallade si traveste da vecchia, copre le tempie con capelli bianchi mentre un bastone sorregge gli arti malfermi. Allora così comincia a dire: “L’età avanzata non ha tutte cose da evitare: l’esperienza viene dagli anni tardi. Non disprezzare il mio consiglio. La massima fama tra le mortali nel lavorare la lana sia cercata da te; riconosci la superiorità della dea e con voce supplichevole, temeraria, chiede il perdono per le tue parole: essa concederà il perdono a chi lo chiede”. (Aracne) la guarda torvamente, lascia il lavoro iniziato e, trattenendo a stento la mano e tradendo nel volto l’ira, con tali parole risponde a Pallade che ancora non si è rivelata: “Te ne vieni tu debole di mente e provata dalla lunga vecchiaia. E nuoce troppo troppo l’aver vissuto a lungo. Queste parole le ascolti tua nuora, tua figlia, se ne hai una. So consigliarmi bene da sola. Perché tu non creda di avermi giovato col tuo consiglio, non ho cambiato parere. Perché costei non viene qui? Perché evita questo confronto?”. Allora la dea disse: “È venuta” e fece scomparire l’aspetto senile e mostrò Pallade. Le ninfe e le donne di Migdonia onorano la dea, solo Aracne non rimase atterrita. Tuttavia arrossì e l’improvviso rossore le segnò suo malgrado il volto e di nuovo svanì, come l’aria suole divenire purpurea al primo apparir dell’aurora e dopo breve tempo schiarirsi al sorgere del sole. Insiste nell’atteggiamento assunto e per brama di stupida gloria precipita verso il suo destino; infatti la figlia di Giove (Pallade) non rifiuta né l’ammonisce di nuovo né ormai rinvia la gara. Non c’è indugio, si sistemano ambedue frontalmente e con sottile filo tende ognuna il suo ordito, la tela è congiunta al subbio, la canna tiene distinti i fili; la spola viene inserita in mezzo ai raggi appuntiti, cosa che fanno le dita, e i denti intagliati nel pettine battuto comprimono la trama passata tra i fili. Entrambe si affrettano e con la veste abbassata sul petto muovono le esperte braccia mentre l’impegno appassionato inganna la fatica. Lì viene tessuta anche porpora che ha sentito la caldaia di Tiro e tenui ombre dalle leggere sfumature, come l’arcobaleno con i raggi del sole rifratti dalla pioggia suole dipingere il lungo cielo di un grande arco; sebbene in esso risplendano mille colori diversi, tuttavia lo stesso passaggio sfugge agli occhi che osservano, a tal punto quelli contigui si somigliano, gli estremi differiscano. Lì viene inserito nei fili pure duttile oro e sulla tela viene rappresentata un’antica storia. Pallade raffigura il colle di Marte sulla rocca di Cecrope (primo re mitico di Atene) e l’antica contesa sul nome da dare alla terra. Sei dei da una parte, sei dall’altra con Giove al centro siedono con augusta gravità su alti scanni. Un aspetto tutto proprio contraddistingue ciascuno degli dei: l’immagine di Giove è quella di un re.  Fa che vi stia il dio del mare e colpisca col lungo tridente l’aspra roccia e dal mezzo della ferita del sasso balzar fuori il mare, per aggiudicarsi con questo dono la città. A se stessa assegna uno scudo, un’asta dalla punta acuminata, un elmo per la testa, il petto è protetto dall’egida e rappresenta la terra mentre percossa dalla sua lancia genera la creatura del biancheggiantecon le bacche e gli dei che guardano stupefatti; fine dell’opera la (sua) Vittoria. Tuttavia, affinché la rivale di lode capisca dagli esempi quale premio possa sperare per così folle audacia, ai quattro angoli aggiunge quattro (altre) gare, vivaci nel loro colore, di immediata comprensione nel breve tratto. Un angolo mostra Rodope di Tracia ed Emo, ora gelidi monti, un tempo corpi mortali che attribuirono a sé i nomi dei sommi dei. Il secondo angolo mostra il miserevole destino della madre dei Pigmei: Giunone dopo averla vinta in gara ordinò che fosse una gru e indicesse guerre con il suo popolo. Raffigurò anche Antigone che un tempo osò contendere con la consorte del grande Giove e la regale Giunone la mutò in uccello né le giovarono Ilione o il padre Laomedonte perché come candida cicogna, spuntatele le penne, non si applaudisse da sola col rumoroso becco. Il solo angolo che rimane mostra Cinira privato dei figli; ed egli, mentre abbraccia i gradini del tempio, membra delle sue figlie, e si abbandona sulla pietra, sembra piangere. Contorna l’estremità dell’orlo con rami di olivo simbolo di pace: è questa la forma e con il suo albero dà fine alla sua opera. La donna di Lidia (Aracne) disegna Europa ingannata dall’immagine del toro: crederesti che il toro sia vero, vero il mare. Si vede mentre guarda la terra lasciata e chiamare le sue compagne e temere il contatto dell’acqua che sale e ritrarre le timide gambe. Raffigurò anche Asterie esser ghermita da un’aquila che si affatica, raffigurò Leda giacere sotto le ali di un cigno, vi aggiunse come Giove sotto le spoglie di un satiro ingravidò di due gemelli la bella figlia di Nitteo, come sia stato Anfitrione quando prese te, donna di Tirinto (Alcmena), come (sia stato) oro abbia ingannato Danae, come fuoco la figlia di Asopo, come pastore Mnemosine, come serpente screziato la figlia di Deo (Proserpina). Raffigura anche te, o Nettuno, mutato in torvo giovenco che ti accoppi alla figlia di Eolo. Tu sotto le sembianze di Enipeo generi gli Aloidi, sotto quelle di ariete inganni la figlia di Bisalte; e te la mitissima madre delle messi dalla bionda chioma sentì come cavallo, la madre, con serpenti al posto dei capelli, del cavallo alato, sentì come uccello, Melanto sentì come delfino. Per tutti loro rese fedelmente il loro aspetto e l’aspetto dei luoghi C’è lì in immagine da campagnolo Febo, come abbia assunto ora penne di sparviero, ora pelle di leone, come da pastore abbia ingannato Isse figlia di Macareo, come Libero con la falsa uva abbia ingannato Erigone, come Saturno sotto le sembianze di un cavallo abbia generato il biforme Chirone. L’estremità della tela , circondata da un fine bordo, mostra fiori intrecciati a flessuosa edera. Non Pallade, non la Gelosia avrebbe potuto criticare quell’opera. Si dolse del fatto la bionda dea (Pallade) e fece a pezzi la tela dipinta, le colpe degli dei. E come teneva (in mano) la spola (di legno) del monte Citoro, tre , quattro volte colpì la fronte di Aracne figlia di Idmone. La poveretta non lo sopportò e decisa si legò un cappio al collo. Pallade, avendo compassione di lei che pendeva, la sollevò e così disse: “Vivi pure, tuttavia pendi, malvagia, e, perché tu non sia sicura del futuro, la stessa legge di pena sia comminata per la tua stirpe e per i discendenti che verranno”. Poi andando via la cosparse del succo di erba di Ecate; e subito le chiome al contatto della triste sostanza scivolarono via, con esse il naso e le orecchie, il capo diviene piccolissimo, è anche piccola in tutto il corpo; sul fianco restano attaccate esili dita che fungono da zampe, ha il resto come ventre, dal quale tuttavia continua ad emettere del filo e da ragno costruisce le antiche tele.1

Risparmio al lettore la ridda di interpretazioni e dei ricami anche ideologici che il mito ha ispirato e umilmente lo rendo partecipe solo della particolare simpatia che nutro per questa ragazza che a qualcuno può sembrare presuntuosa ma che per me è solo consapevole dei suoi mezzi, intelligente, ribelle e anticonformista. A Pallade che crede di intimorirla con l’esibizionistica raffigurazione della potenza del potere divino (in ultima analisi della religione …) lei risponde magistralmente mettendo impietosamente in luce le miserie e gli inganni di quello stesso potere; il che spinge Pallade, che pure è simbolo di saggezza …, non al perdono (la soluzione più dignitosa, anche se destabilizzante, per lei e per i compagni di cordata) ma ad una raffinata vendetta.

Questa mia interpretazione è certo antitetica al significato morale originario, conservatosi pressoché immutato nel tempo,  del mito. La morale, però, è in continua evoluzione e non è detto che quel che in passato era considerato un valore tale debba restare per sempre. D’altra parte l’ipse dixit fortunatamente è morto da tempo, anche se i rigurgiti del principio di autorità (che io preferirei veder sostituito, dopo adeguato cambio dei contenuti, con quello di autorevolezza, concetto che coincide con quello della responsabilità personale e, dunque, dell’esempio, quello buono …) si manifestano periodicamente, per cui abbiamo ancora un disperato bisogno di eroi, come  Gandhi, Don Milani e, ahinoi!, pochi altri, che si contrappongano ai buffoni di turno, i cosiddetti potenti.

Qualcuno troverà  opinabile quanto ho appena finito di affermare, ma converrà almeno in quanto sto per dire. Ho scomodato già molte volte il detto latino nomina omina (i nomi sono presagi). Non sembra parallela alla descrizione della metamorfosi subita dalla ragazza anche quella del suo nome grazie a fenomeni fonetici da manuale?

A commento di questo mio diagramma aggiungo che il nome, nato femminile (quando mai un uomo ha lavorato al telaio …) in latino ha sviluppato (dall’aggettivo greco sostantivato) anche il femminile (arànea) con lo stesso significato (l’iniziale valore aggettivale rimane nell’italiano ragnatela che suppone una locuzione latina arànea tela=tela di ragno), mentre il neutro (aràneum) è passato ad indicare, con perdita di prestigio, l’oggetto o la malattia.

Come l’unica fonte letteraria è Ovidio, così le testimonianze iconografiche antiche del mito sono estremamente scarse, sostanzialmente due e, per giunta, non interpretate univocamente dagli studiosi.

La prima è la decorazione (nel dettaglio sottostante tratto da  Gladys Davidson Weinberg-Saul Weinberg, Arachne of Lydia at Corinth, in The Aegean and the Near East. Studies presented to Hetty Goldman on the occsion of her seventy-fifth birthday, S. S. Weinberg, New York 1956, tav. 33) di un aryballos (piccolo vaso per profumi e oli) datato intorno al 600 a. C. e custodito nel Museo Archeologico di Corinto.

C’è chi considera la decorazione come una semplice rappresentazione di genere dell’arte della tessitura e chi, invece, ci vede una specie di striscia,  identificando una prima volta Pallade, travestita da vecchia e intenta a tessere,  nella seconda (a partire da sinistra) figura femminile e  una seconda volta nella quarta, quella più grande.

La seconda testimonianza iconografica (immagine tratta da M. P. Del Moro, Il foro di Nerva, in Il Museo dei Fori imperiali nei Mercati di Traiano, Electa, Milano, 2007, fig. 257) è il dettaglio di un fregio, risalente alla fine del I secolo d. C.,  del cosiddetto Foro transitorio a Roma. La prime due figure (a partire da sinistra) per alcuni sarebbero, rispettivamente, Aracne e Pallade mentre la prima viene colpita dalla seconda con la spola; per altri la scena rappresenta l’omaggio a Pallade da parte di un gruppo di tessitrici devote.

Sterminata, è invece, la serie delle rappresentazioni più recenti, che conobbero il momento di maggior successo in concomitanza con le varie edizioni illustrate delle Metamorfosi uscite soprattutto dal XV al XVIII secolo.

Le immagini con cui mi congedo dal cortese lettore sono tutte tratte dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia (http://gallica.bnf.fr/).

Da un’edizione manoscritta francese del 1403 del De claris mulieribus di Giovanni Boccaccio.

Dall’edizione delle Metamorfosi di A. Vérard, Parigi, 1498.

g

Dall’edizione veneziana delle Metamorfosi di Bernardino De Bindoni del 1540.

Dall’edizione delle Metamorfosi di Giovanni di Tornes, Lione, 1559.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, incisioni di Jean Mathieu, Vedova Langellier, Parigi, 1619.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, traduzione in francese di P. Duryer, P. & J. Blaeu, Janssons à Waesberge, Boom & Goethals, Amsterdam, 1702.

Da Les Metamorphoses d’Ovide, traduzione in francese dell’abate Banier, Hochereau, Parigi, 1767.

Se ora vi soffermerete ad osservare la mirabile architettura di una ragnatela (sulle sue proprietà terapeutiche rivendicate anticamente e non vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/26/la-taranta-e-la-lingatera-la-tarantola-e-la-ragnatela/), magari impreziosita dalle perle della prima rugiada, ed eviterete di uccidere il primo ragno che vi capiterà a tiro, il sacrificio di Aracne e, molto più modesto, questo mio lavoro non saranno stati inutili … ;  e, imitando la pubblicità televisiva, vi do l’arrivederci a breve con la seconda puntata.

(CONTINUA)

per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/30/aspettando-la-notte-della-taranta-24-spettacolare-taranta/

per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/07/aspettando-la-notte-della-taranta-34-da-taranto-a-napoli-e-da-napoli-a-parigi/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/18/aspettando-la-notte-della-taranta-44-malinconicu-cantu-e-allegru-mai-da-manduria-a-parigi-da-qui-al-deserto-africano-e-poi/

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1 Praebuerat dictis Tritonia talibus aures/carminaque Aonidum iustamque probaverat iram./Tum secum “laudare parum est; laudemur et ipsae/numina nec sperni sine poena nostra sinamus”/Maeoniaeque animum fatis intendit Arachnes,/quam sibi lanificae non cedere laudibus artis/audierat. Non illa loco neque origine gentis/clara, sed arte fuit. Pater huic Colophonius Idmon/Phocaico bibulas tingebat murice lanas./Occiderat mater; sed et haec de plebe suoque/aequa viro fuerat. Lydas tamen illa per urbes/quaesierat studio nomen memorabile, quamvis/orta domo parva parvis habitabat Hypaepis./Huius ut adspicerent opus admirabile, saepe/deseruere sui nymphae vineta Timoli,/deseruere suas nymphae Pactolides undas./Nec factas solum vestes spectare iuvabat;/tum quoque, cum fierent: tantus decor adfuit arti./Sive rudem primos lanam glomerabat in orbes,/seu digitis subigebat opus repetitaque longo/vellera mollibat nebulas aequantia tractu,/sive levi teretem versabat pollice fusum,/seu pingebat acu, scires a Pallade doctam./Quod tamen ipsa negat, tantaque offensa magistra/“certet” ait “mecum: nihil est, quod victa recusem.”/Pallas anum simulat falsosque in tempora canos/addit et infirmos, baculo quos sustinet, artus./Tum sic orsa loqui: “Non omnia grandior aetas,/quae fugiamus, habet: seris venit usus ab annis./Consilium ne sperne meum. Tibi fama petatur/inter mortales faciendae maxima lanae:/cede deae veniamque tuis, temeraria, dictis/supplice voce roga: veniam dabit illa roganti.”/Adspicit hanc torvis inceptaque fila relinquit,/vixque manum retinens confessaque vultibus iram/talibus obscuram resecuta est Pallada dictis:/“Mentis inops longaque venis confecta senecta./Et nimium vixisse diu nocet. Audiat istas,/siqua tibi nurus est, siqua est tibi filia, voces./Consilii satis est in me mihi. Neve monendo/profecisse putes, eadem est sententia nobis./Cur non ipsa venit? cur haec certamina vitat?”/Tum dea “venit” ait, formamque removit anilem/Palladaque exhibuit. Venerantur numina nymphae/Mygdonidesque nurus: sola est non territa virgo./Sed tamen erubuit, subitusque invita notavit/ora rubor rursusque evanuit, ut solet aer/purpureus fieri, cum primum aurora movetur,/et breve post tempus candescere solis ab ortu./Perstat in incepto stolidaeque cupidine palmae/in sua fata ruit: neque enim Iove nata recusat,/nec monet ulterius, nec iam certamina differt./Haud mora, constituunt diversis partibus ambae/et gracili geminas intendunt stamine telas/(tela iugo iuncta est, stamen secernit harundo);/inseritur medium radiis subtemen acutis,/quod digiti expediunt, atque inter stamina ductum/percusso paviunt insecti pectine dentes./Utraque festinant cinctaeque ad pectora vestes/bracchia docta movent, studio fallente laborem./Illic et Tyrium quae purpura sensit aenum/texitur et tenues parvi discriminis umbrae,/qualis ab imbre solet percussis solibus arcus/inficere ingenti longum curvamine caelum:/in quo diversi niteant cum mille colores,/transitus ipse tamen spectantia lumina fallit;/usque adeo quod tangit idem est, tamen ultima distant./Illic et lentum filis inmittitur aurum/et vetus in tela deducitur argumentum./Cecropia Pallas scopulum Mavortis in arce/pingit et antiquam de terrae nomine litem./Bis sex caelestes medio Iove sedibus altis/augusta gravitate sedent. Sua quemque deorum/inscribit facies: Iovis est regalis imago./Stare deum pelagi longoque ferire tridente/aspera saxa facit, medioque e vulnere saxi/exsiluisse fretum, quo pignore vindicet urbem;/at sibi dat clipeum, dat acutae cuspidis hastam,/dat galeam capiti, defenditur aegide pectus,/percussamque sua simulat de cuspide terram/edere cum bacis fetum canentis olivae/mirarique deos: operis Victoria finis./Ut tamen exemplis intellegat aemula laudis,/quod pretium speret pro tam furialibus ausis,/quattuor in partes certamina quattuor addit,/clara colore suo, brevibus distincta sigillis./Threiciam Rhodopen habet angulus unus et Haemum/(nunc gelidi montes, mortalia corpora quondam!),/nomina summorum sibi qui tribuere deorum./Altera Pygmaeae fatum miserabile matris/pars habet: hanc Iuno victam certamine iussit/esse gruem populisque suis indicere bella./Pinxit et Antigonen ausam contendere quondam/cum magni consorte Iovis, quam regia Iuno/in volucrem vertit; nec profuit Ilion illi/Laomedonve pater, sumptis quin candida pennis/ipsa sibi plaudat crepitante ciconia rostro./Qui superest solus, Cinyran habet angulus orbum;/isque gradus templi, natarum membra suarum,/amplectens saxoque iacens lacrimare videtur./Circuit extremas oleis pacalibus oras:/is modus est, operisque sua facit arbore finem./Maeonis elusam designat imagine tauri/Europam: verum taurum, freta vera putares./Ipsa videbatur terras spectare relictas/et comites clamare suas tactumque vereri/adsilientis aquae timidasque reducere plantas./Fecit et Asterien aquila luctante teneri,/fecit olorinis Ledam recubare sub alis;/addidit, ut satyri celatus imagine pulchram/Iuppiter implerit gemino Nycteida fetu,/Amphitryon fuerit, cum te, Tirynthia, cepit,/aureus ut Danaen, Asopida luserit ignis,/Mnemosynen pastor, varius Deoida serpens./Te quoque mutatum torvo, Neptune, iuvenco/virgine in Aeolia posuit. Tu visus Enipeus/gignis Aloidas, aries Bisaltida fallis;/et te flava comas frugum mitissima mater/sensit equum, sensit volucrem crinita colubris/mater equi volucris, sensit delphina Melantho./Omnibus his faciemque suam faciemque locorum/reddidit. Est illic agrestis imagine Phoebus,/utque modo accipitris pennas, modo terga leonis/gesserit, ut pastor Macareida luserit Issen;/Liber ut Erigonen falsa deceperit uva,/ut Saturnus equo geminum Chirona crearit./Ultima pars telae, tenui circumdata limbo,/nexilibus flores hederis habet intertextos./Non illud Pallas, non illud carpere Livor/possit opus. Doluit successu flava virago/et rupit pictas, caelestia crimina, vestes./Utque Cytoriaco radium de monte tenebat,/ter quater Idmoniae frontem percussit Arachnes./Non tulit infelix laqueoque animosa ligavit/guttura. Pendentem Pallas miserata levavit/atque ita “vive quidem, pende tamen, improba” dixit:/“lexque eadem poenae, ne sis secura futuri,/dicta tuo generi serisque nepotibus esto.”/Post ea discedens sucis Hecateidos herbae/sparsit; et extemplo tristi medicamine tactae/defluxere comae, cum quis et naris et aures,/fitque caput minimum, toto quoque corpore parva est:/in latere exiles digiti pro cruribus haerent,/cetera venter habet: de quo tamen illa remittit/stamen et antiquas exercet aranea telas.

 

La taranta del Caucaso

di Armando Polito

Può darsi pure che il titolo sia interpretato come una sorta di reazione alle vistose storture che in nome del business hanno contaminato, col pretesto di conservarne il ricordo, il fenomeno antico diventato, forse più del sole, del mare e del vento, l’emblema del Salento nel mondo. Può darsi pure che in me l’inconscio abbia sopraffatto per un attimo la razionalità, ma, tutto sommato, credo che anche il lettore più raffinato alla fine riconoscerà che questo post non poteva avere altro titolo.

Ho trovato l’immagine di testa sul sito della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, come, d’altra parte, mostra la filigrana, espediente protettivo di una malintesa interpretazione del diritto d’autore; in questo caso, tutt’al più, si potrebbe parlare di diritto di digitalizzazione derivante, a sua volta, da un diritto connesso con la custodia di un bene, non della sua proprietà, essendo la Marciana, come lo stesso Nazionale dice, un’istituzione pubblica e non privata. Avrò pure una visione comunista della cultura e non voglio attardare il lettore su un problema secondo me gravissimo che nessuno sembra aver voglia di cominciare ad affrontare e al quale ho dedicato più di un post; dico solo che, se avessi voluto spacciare l’immagine come mia  (nel senso di da me digitalizzata e non, magari!,  di da me posseduta) per me, che pure non sono un mago del pc, sarebbe stato uno scherzo, senza neppure scomodare Photoshop, eliminarla senza che ne restasse la minima traccia. Roba di una decina di minuti, secondi, non primi.

La tavola consta di una prima immagine in cui si vede un uccello, la cui identificazione lascio a qualche lettore ornitologo o, al limite, cacciatore (a meno che la specie raffigurata non sia da tempo estinta …), nell’atto di avventarsi su due tarantole (lo conferma la scritta Tarantula in basso). A questo punto diamo inizio alle telefonate: su quale delle due per prima, secondo voi, si avventerà l’uccello battagliero?

Lasciando da parte il paesaggio, sul quale ritornerò alla fine, passo alla seconda immagine.

Spicca in primo piano un ricino. Inutile fare l’ipocrita: prima o poi, forse, l’avrei riconosciuto ma, senza l’aiuto determinante del Ricinus che si legge in alto a destra, forse questo post sarebbe ancora in gestazione e avrei dovuto affrontare un parto distocico …

A sinistra, invece, si legge Wonder boom. Qui sono cominciati i dolori, per i quali, come si sa, non è certamente indicato l’olio di ricino…

Escluso il toponimo sudafricano Wonderboom, non mi è rimasto che considerare il significato letterale e distinto delle due voci: wonder=meraviglioso, boom=esplosione. A questo punto si è accesa la lampadina (quando ero più giovane era ad incandescenza, ora è a led, cioè a luce fredda, ma non so se l’aggiornamento tecnologico mi abbia giovato …) e il pensiero è volato agli effetti … meravigliosi dei semi della pianta, che vanno dalla morte per avvelenamento a quella per dissenteria …

Anche qui bando all’ipocrisia: senza la rete, da cui ho appreso che wonderboom è il nome inglese del ricino, non ci sarebbe stata conferma alla mia rozza e quasi meccanica ipotesi etimologica, sia pur con l’aggiustamento dell’ultim’ora per cui secondo me, per quanto riguarda l’esplosione, il riferimento è solo allo spettacolo offerto dalla pianta alla fioritura …

La terza immagine della tavola è in realtà una tabella.

Vi è riportato l’alfabeto georgiano (sul quale, fra l’altro, ho scritto e pubblicato una dozzina di saggi; purtroppo non me ne ricordo gli estremi bibliografici …). Anche qui senza l’ABC des Géorgiens che si legge all’inizio sarei sicuramente in alto mare e probabilmente questo post non sarebbe esistito o non gli avrei dato il titolo che sapete.

Le montagne, infatti, che in entrambe le immagini si vedono sullo sfondo, appartengono, guarda caso, al Caucaso. Se, infine, state morendo dalla voglia di scoprire se e quanto col Caucaso ci azzecchi la nostra taranta e questa col ricino, sapete a chi rivolgervi in quest’Italia dei valori …

 

 

La taranta: mi sta bene quasi tutto, ma da dove viene “taranta”?

di Armando Polito

immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/
immagine tratta da http://animals.nationalgeographic.com/animals/bugs/tarantula/

 

Come in Puglia si fa contro il veleno/di quelle bestie, che mordon coloro,/che fanno poi pazzie da spiritati,/e chiamansi in vulgar tarantolati./E bisogna trovar un, che sonando/un pezzo, trovi un suon che al morso piaccia;/sul qual ballando, e nel ballar sudando/colui da sé la fiera peste caccia.

 Francesco Berni (1497-1535), Orlando innamorato, XLI, ottava 6, vv. 5-8; ottava 7, vv. 1-4.

 

Mi ero ripromesso di angustiare il lettore con un post sull’argomento ad agosto, quando il nostro simpatico animaletto è ogni anno oggetto, inconsapevolmente (e, forse, almeno per lui è una fortuna …), di attenzione mondiale. Tuttavia, il recentissimo bel lavoro di Daniele Vigna fruibile, per chi se l’è perso, al link  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/12/la-scherma-il-codice-la-ronda-nella-notte-di-san-rocco-a-torre-paduli/, mi ha ispirato e indotto a bruciare i tempi, anche per non suscitare il sospetto di sfruttare l’evento della stagione per qualche contatto in più …

Quanto sia grande il quasi che nel titolo precede tutto lo lascio intuire al lettore (anche se l’ho anticipato con la dichiarazione d’invidia nei confronti dell’incolpevole protagonista) dichiarando apertamente che ciò che mi sta bene (cioè il fenomeno antropologico e, ancor più, il simpaticissimo presunto responsabile) è ormai un dettaglio fagocitato dal modo perverso di agire del nostro tempo che crede di fare opera meritoria contaminando artificiosamente  la memoria storica col businnes1 (e questo non mi sta bene) …

Il lettore avrà pure intuito che qui non troverà clamorose ipotesi ad effetto sull’origine, magari aliena, della taranta ma solo osservazioni di natura etimologica che inizieranno dopo una parentesi iconografica.

 

Tavola tratta da Attanasio Kircher (1602-1680), Magnes sive de arte magnetica, Ludovico Grignano, Roma, 1641, pag. 874. Il cartiglio superiore contiene l’Antidotum tarantulae (L’antidoto della tarantola), cioè la composizione musicale con finalità terapeutica2; quello centrale reca la scritta Tarantulae Sive Phalangÿ Apuli Vera Effigies (Vera immagine della tarantola o falangio di Puglia); in quello inferiore si legge: a sinistra: Inferior pars Tarantulae Ventrem Exhibens (Parte inferiore che mostra il ventre della tarantola); al centro: Musica sola mei Superest medicina Veneni (Resta la sola musica come medicina del mio veleno); a destra: Superior pars dorsum Tarantulae exhibens (Parte superiore che mostra il dorso della tarantola). I tre cartigli, insieme con tre tarantole, hanno come sfondo una carta della Puglia in cui dall’alto in basso si leggono i toponimi: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Cisternino, Taranto, Oria, Brundusi (Brindisi), Usano (Uggiano Montefusco), Scelino (Cellino San Marco), Maliano (Magliano), Maruzo (Maruggio), Lecce, Otranto, Nardo (Nardò), Galipoli (Gallipoli), Alesano (Alessano).

Tavola tratta da Attanasio Kircher, Phonurgia nova, R. Dreherr,  Campidona, 1673, pag. 206. Nella parte superiore il titolo Typus Tarantiacorum saltantium (Tipo di tarantati che ballano) che mostra la danza delle spade o pizzica-scherma che l’autore, evidentemente, assimila alla pizzica terapeutica (notare in alto a sinistra la tarantola; non giungo ad affermare che lo sfondo potrebbe rappresentare Torrepaduli, però l’ho pensato …).

Tavola tratta da Kaspar Schott (1608-1666), Magia universalis naturae et artis, Herbipoli, s. n., 1657, tomo II, pag. 239. È l’evidente ricalco di quella del Kircher che dello Schott fu il maestro. C’è anche qualche differenza nei toponimi riportati che sono: Bari, Bitonto, Polignano, Conversano, Aquaviva (Acquaviva delle fonti), Gravina (Gravina di Puglia), Cassano (Cassano delle Murge), Martina (Martina Franca), Taranto, Oria, Cisternino, Unsano (Uggiano Montefusco), Maruzo (Maruggio), Brundusi (Brindisi), Nardo (Nardò), Otranto, Aresano (Alessano).

De Apula Aranea sive Tarantula ad Musicum subsiliens sonum (Sul ragno pugliese o tarantola che salta fuori al suono della musica). Tavola tratta da Cornelis Stalpart Van Der Wiel, Observationum rariorum medicarum anatomicarum chirurgicarum centuria prior, Petrum Van Der Aa, Leyde, 1687, pag. 439.

 

Tavola tratta da Wolferdus  Senguerdius, Rationis atque experientiae connubium, Bos, Rotterdam, 1715, pag. 277. È evidente il plagio, sia pur parziale, dalla tavola precedente.

Tavola tratta da Antonio Pitaro (1767-1832), Parallèle physico-chimique entre le calorique, la lumière, l’électricité, le magnétisme, le galvanisme animal et le galvanisme métallique, ou Introduction à la théorologie galvanique, suivi de trois autres mémoires, dont un sur le tarentulisme, Giguet e Michaud, Parigi, 1805, pag. 72.

Le didascalie: 1 Tarentule de Baglivi prise dans les campagnes de Lecce (Tarantola di Baglivi3 presa nelle campagne di Lecce); 2 Tarentule de Valletta prise dans les campagnes de Nocera de Pouille (Tarantola di Valletta4 presa nelle campagne di Nocera di Puglia); 3 Tarentule de Pitaro prise dans les campagnes de Squillace (Tarantola di Pitaro presa nelle campagne di Squillace); 4 Tarentule  d’Albin existante dans la collection de Sir Hans Sloanès prise dans le campagne d’ Otranto (Tarantola di Albin5 esistente nella collezione di sir Hans Sloane6 presa nelle campagne di Otranto). Didascalia dell’immagine in alto a destra senza numero: Tarentule vue en dessous ou par le ventre (Tarantola vista da sotto o dalla parte del ventre).

Da notare come in tutte le tavole riportate (altre non ne conosco) compaiono la tarantola e i musici terapeuti, mai il tarantato o la tarantata; tuttavia, nella tavola di Cornelis Stalpart Van Der Wiel vista precedentemente in taranta subsiliens (tarantola che salta fuori) taranta può essere inteso in doppio passaggio metaforico come veleno della taranta che salta fuori dal corpo del tarantato.

Termina qui la digressione iconografica e inizia la trattazione etimologica.

Mi piace iniziare riportando le parole di un grande conterraneo (in senso stretto, neretino), cioè il medico Achille Vergari che al tarantismo dedicò il saggio Tarantismo o malattia prodotta dalle tarantole velenose, uscito per i tipi della Società Filomatica a Napoli nel 1859.7

Proprio la parte iniziale del lavoro reca un sintetico elenco di proposte etimologiche. Per poter inserire le mie note di commento ho preferito riportare in formato testo e non immagine la parte che ci interessa (pagg. 5-6): “L’etimologia della Tarantola8, chi la crede derivata da θηράνθορα9 , θηρ fera – ἄυθορα venenumanimale velenoso. Chi da terrentula, pel terrore che produce la sua veduta10, o perché in terra latitat11. Chi da tarantin12, commovere grandemente; fenomeno proprio dell’animale e de’ morsicati dallo stesso, quando dall’azione del suono armonico vengono attivati. Chi da Taranto13, luogo nelle cui vicinanze più abbonda. Chi da Tarando14, animale di vari colori proprio della Scizia. Serao credeva che il vocabolo tarantola avesse potuto derivare da tara tara replicato, espresso nelle modulazioni musicali adatte a curare i tarantolati”.

Il Serao citato dal Vergari è Francesco Serao (1702-1783), medico, fisico e geologo napoletano e il Vergari sostanzialmente ha tratto tutte le notizie etimologiche prima riportate (eccetto quelle riguardanti θηράνθορα, terrentula e tarantin) dalla prima delle due lezioni universitarie che lo studioso napoletano dedicò all’argomento (Della tarantola ossia falangio di Puglia, s.n., Napoli, 174215). Dopo aver motivato la scarsa attendibilità della derivazione di tarantola da Taranto e, secondo me arrampicandosi sugli specchi, il suo favore a Tarando (vedi la mia nota n. 9), il Serao a pag. 35, quando si accinge a passare ad altro, ha un sussulto che registra nella nota o che riproduco di seguito: “Prima di uscir di questo proposito (che io non intendo avvolgermi di più in queste seccaggini) mi si permetta ch’io accenni un altro mio pensiero, sovvenutomi improvvisamente a favore di una nuova etimologia; che io non voglio proporre ad altro fine, se non per far vedere, che quando si tolga di mezzo l’originazione insipidissima presa dalla città di Taranto,  qualunque altra cosa avrà più colore e grazia. Potremmo immaginarci, che i Pugliesi fossero stati usi di chiamare o tutte, o una sola particolar canzone, Taranta, o Tarantara, o Taratantara (voce, come ognun sa, usata già da Ennio16, Pugliese anch’esso, per esprimere il suono della trombetta, imitandone in certo modo lo strepito): e perciò quella famosa volgarissima canzonetta, chiamata Tarantella, sarebbe  stata così chiamata da principio per questa guisa. Or poiché cominciarono i Pugliesi a sperimentare che il fuoco facesse tanto strano effetto in coloro, cui essi credevano morsi dal Falangio del lor paese; potrebbe esser vero, che eglino avessero voluto chiamar a quel modo il Falangio, come quello che avea tanta alleanza col suono per conto de’ mortificati da lui: nel qual caso la prima origine della voce Tarantola, della quale si quistiona, sarebbe da riferirsi al Tara replicato, e variamente profferito, per esprimere il suono di qualunque musico istrumento, o di alcuno in particolare, e di qualunque aria, o di alcuna certa e determinata. Torno a dire: io non mi fermo in questa conghiettura; contro di cui non mancherebbe che dire: ma pure ella mi sembra più naturale e giusta, che non è la comune degli Etimologisti”.

Accanto al taratàntara (con questo accento va letto per motivi metrici) di Ennio (III-II secolo a. C.) che rivendicherebbe l’origine antica di taranta c’è un altro taratàntara, sempre di natura onomatopeica, attestato in epoca medioevale. Ecco come il lemma è trattato nel Glossario del Du Cange (la traduzione a fronte è mia):

Non saprei dire se alla comune origine del taratantara enniano (suono della tromba di guerra) e di quello medioevale (rumore prodotto dal setaccio) corrisponda un rapporto di parentela o se l’uso della stessa voce sia puramente casuale. Se non è casuale ciò è un dettaglio non di poco conto, anche ai fini di risalire alle origini del fenomeno da cui siamo partiti, che in passato si ritenevano medioevali17 e per le quali recentemente è stata ipotizzata una drastica retrodatazione18. E se il suono sincopato della tromba di guerra ben si adatta a quello altrettanto sincopato della pizzica, come non pensare alla suggestiva somiglianza di forma tra il tamburello e il setaccio e, più che al rumore che lo strumento produce, al movimento regolare e cadenzato cui è (meglio, era) obbligato chi lo usa (meglio, usava)? Ma né la storia né l’antropologia culturale possono lasciarsi condizionare più di tanto dalla suggestioni che nell’impervio cammino della conoscenza  sono sempre a tendere insidie dietro l’angolo. Insomma, come sempre, la ricerca della verità continua …

________

1 Questa mia valutazione, della cui smentita sono da qualche anno in ansiosa quanto vana attesa, non riguarda solo l’evento Notte della taranta ma pure la saga di romanzi storici sui Messapi di Fernando Sammarco e la saga di fesserie su questo argomento ed altri di Tania Pagliara che chiunque può leggere in rete nella rubrica La lupa che tesse de Il tacco d’Italia all’indirizzo  http://www.iltaccoditalia.info/sito/index.asp?s=4&t=82. Il fenomeno è particolarmente pericoloso se si pensa che ai romanzi del Sammarco è attribuita quella dignità che io ero abituato ad ascrivere solo alle fonti storiche; e non è attribuita da uno qualunque ma da Maurizio Nocera, docente di antropologia culturale dell’Università del Salento, in un suo post leggibile all’indirizzo  http://www.unigalatina.it/index.php?option=com_content&view=article&id=608:salento-terra-che-un-tempo-aveva-nome-messapia&catid=37:sallentina&Itemid=61.

Se l’operazione del Nocera può essere definita quantomeno avventata, gli scritti della Pagliara, frutto di letture superficiali e di un raffazzonato copia-incolla, costituiscono un vero e proprio atto criminale, perché è un crimine costruire delle fandonie sapendo (ma forse l’autrice non si rende conto neppure di questo …) che i fruitori superficiali  (magari fossero la minoranza …) della rete ne faranno man bassa e provvederanno a loro volta a diffonderle; e sarà il trionfo della scemenza fatta verità agli occhi degli ignoranti  creduloni , complici anche le implicazioni e le suggestioni magico-religiose di certi argomenti.

2 Il Kircher in occasione di un suo viaggio in Puglia fatto nel 1630 per approfondire le sue teorie sul ruolo terapeutico della musica nei  culti dionisiaci raccolse questa e le altre melodie che pubblicò nello stesso testo (pagg. 975-876) e che di seguito riproduco.

 

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Una rielaborazione non filologica ma reinterpretativa dell’Antidotum tarantulae è nel brano Antidotum (S. Di Lauro-P. Mastronardi) incluso nel cd La favola di Bellafronte e altre storie uscito nel 2009 per l’etichetta Ph musica Worx. Di taglio filologico, invece, l’omonimo brano, eseguito da L’arpeggiata diretta da Christina Pluhar, che fa parte del cd, corredato di un corposo, non convenzionale libretto, La tarantella. Antidotum tarantulae uscito nel 2004 per l’etichetta Alpha.

 

3 Giorgio Baglivi (1668-1707), autore di De anatome, morsu et effectibus Tarantulae, D. A. Ercole, Roma, 1696. L’immagine che segue, tratta dalla pag. 270 dell’edizione di tutte le opere per la quale vedi alla fine della nota 13, ricalca lo schema grafico delle tavole di Kircher prima e Scott poi con qualche differenza solo nei toponimi che qui sono: Bisceglie, Bari, Monopoli, Conversano, Ostuni, Rutigliano, S. Vito, Brindesi (Brindisi), Gravina, Matera, Mottola, Oria, Otranto, Lecce, Taranto, Noha, Nardò, Gallipoli, Alessano, S. Maria (S. Maria di Leuca).

 

4 Ludovico Valletta, autore del De phalangio Apulo, De Bonis, Napoli, 1706, da cui è tratta l’immagine che segue.

 

5 Eleazar Albin, autore di Insectorum Angliae naturalis historia, 1731, testo integralmente consultabile e scaricabile da

http://books.google.it/books?id=9u9WAAAAcAAJ&pg=PT12&dq=Insectorum+angliae+Naturalis+Historia&hl=it&sa=X&ei=kYOLUumtF4aRtAag_oCACw&ved=0CDgQ6AEwAA#v=onepage&q=Insectorum%20angliae%20Naturalis%20Historia&f=false

6 Hans Sloane (1660-1753), questa è l’esatta grafia del nome, fu un medico e naturalista inglese; dal 1727 al 1741 successore di Isacco Newton alla guida della Royal Societ, fin da giovanissimo manifestò passione per il collezionismo.

7 Testo integralmente consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=XCsxAQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=achille+vergari&hl=it&sa=X&ei=Ki2CUubLIciThgfmgoD4CQ&ved=0CDQQ6AEwAA#v=onepage&q=achille%20vergari&f=false

8 L’italiano taràntola (dal latino medioevale taràntula) rispetto al salentino  taranta mostra la stessa tecnica di formazione del toscano formìcola  (furmìcula in salentino) rispetto a formica, dell’italiano spìgola rispetto a spiga e, per fare un esempio relativo al mondo vegetale, del salentino  irdìcula rispetto all’italiano ortica. A proposito di taranta (probabile madre di tarantola) l’attestazione più antica che io conosca del vocabolo è contenuta nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius di Goffredo Malaterra (XI secolo) che così ricorda per l’anno 1064 (cito il testo originale da E. Pontieri, Rerum italicarum scriptores 2, v. I, 1928; la traduzione che segue, come tutte le altre, è mia):  Panormum usque perveniunt; atque in monte, qui postea Tarantinus [dictus est] ab abundantia tarantarum, a quibus ibidem exercitus eorum plurimum vexatus est, iubente duce – quem postea poenituit -, tentoria fixa sunt. Nam mons totus insitus tarantis, viris et mulieribus inhonestum, quamvis iis qui evaserint, ridiculosum hospitium praebuit. Taranta quidem vermis est, araneae speciem habens, sed aculeum veneni ferae punctionis omnesque, quos punxerit, multa et venefica ventositate replet: in tantumque angustiantur, ut ipsam ventositatem, quae per anum inhoneste crepitando emergit, nulla modo restinguere praevaleant et, nisi clibanica vel alia quaevis ferventior aestuatio citius adhibita fuerit, vitae periculum incurrere dicuntur. Tali inhonestate nonnulli nostrorum vexati, tandem locum mutare coguntur … (… alla fine giungono a Palermo e le tende furono fissate, per ordine del duca che dopo se ne pentì, sul monte che poi fu chiamato Tarantino dall’abbondanza di tarante dalle quali il loro esercito lì fu molto tormentato, Infatti tutto il monte è disseminato di tarante, ripugnante per uomini e donne, sebbene esso abbia offerto un risibile riparo a coloro che vi erano saliti. La taranta è un verme avente l’aspetto del ragno ma un pungiglione velenoso dalla dolorosa puntura e infonde in tutti coloro che ha punto una diffusa e venefica flatulenza e sono tormentati a tal punto che non sono in grado in nessun nodo di placare la stessa flatulenza che vergognosamente crepitando esce attraverso l’ano e si dice che corrono pericolo di vita se non viene applicato al più presto il calore di una teglia o qualsiasi altro che riscalda piuttosto energicamente).

Lo stesso autore per l’anno successivo:  Antequam iret versus Panormum dux Robertus, et in monte Tarantarum, iuxta Panormum, tentoria fixisset, dux et comes Rogerius … (Prima che il duca Roberto andasse verso Palermo e ponesse le tende sul monte delle tarante presso Palermo, il duca Ruggero …)

Un tarentum (ma questa volta  si tratterebbe di un serpente, a meno che nel testo serpentibus non debba intendersi nel suo valore originario di ablativo plurale di serpens,  participio presente  di sèrpere=strisciare (in tal caso  a serpentibus andrebbe  inteso da animali striscianti;  va ricordato a tal proposito che serpens può avere anche il valore specifico, oltre che di serpente, anche di verme) fu il responsabile di altri guai, si direbbe ben più gravi, per i crociati secondo la testimonianza di Alberto d’Aix (XII secolo) nella sua Historia Hyerosolimitana expeditionis (cito dall’edizione della Patrologia Latina del  Migne, v. 166, libro V, capitolo XL, colonna 534): Illic plurimos acervos lapidum repererunt, inter quos infinita manus debilis et pauperis vulgi dum fessa quiesceret et accubaret, a serpentibus, quos vocant Tarenta, quidam percussi, interierunt tumore, et prae intolerabili siti inaudita inflatione membris eorum turgentibus (Lì trovarono parecchi mucchi di pietre; mentre  stanca si riposava e giaceva l’infinita schiera della gente debole e povera, alcuni, morsi da serpenti [o da animali che strisciavano?] che chiamano Tarenti morirono per il gonfiore e per via dell’intollerabile sete a causa dell’inaudito rigonfiamento mentre le loro membra si inturgidivano).

A distanza di due secoli da Goffredo Malaterra e di uno da Alberto d’Aix s’incontra un darentarum (genitivo plurale di darenta), con riferimento allo stesso fatto storico, nella cronaca del XIII secolo del frate domenicano Corrado (in Giovan Battista Carusio, Bibliotheca historica regni Siciliae, tomo I, Francesco Cichè, Palermo, 1723, pagg. 47-50); il passo sembra la sintesi e il ricalco del primo  malaterrano e darentarum è da leggere tarentarum o da valutare come una sua variante:  item anno 1064 iverunt ad obsedendum Panormum, et nihil fecerunt ex abundantia darentarum, a quibus exercitus fuit valde vexatus … (… parimenti nell’anno 1064 andarono ad assediare Palermo e non fecero nulla per l’abbondanza di tarante  dalle quali l’esercito fu molto tormentato).

Gilberto Anglico nel settimo libro del Compendium medicinae tam morborum universalium quam particularium nondum medicis sed et cyrurgicis utilissimum scritto nella prima metà del XIII secolo (cito dall’edizione De Portonaris, Lione, 1510, pag. 316): Taranta animal est parvum habens sex pedes, tres hinc et tres inde … (La taranta è un piccolo animale che ha sei zampe, tre da una parte e tre dall’altra …)

Nel bestiario di Leonardo da Vinci (1452-1519) si legge (cito da Augusto Marinoni, Leonardo da Vinci. Studi letterari, Fabbri, Milano, 1996, s. p.): TARANTA: il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso. Qui Leonardo riprende sinteticamente il concetto di “congelamento” delle condizioni psichiche del paziente, quali erano prima del morso,  già espresso da Sante Ardoini, per cui vedi la nota 8.

9 Non so chi sia il chi citato dal Vergari. So solo che θηράνθορα in greco non esiste e, quindi, si tratterebbe di una parola ricostruita, perciò oggi andrebbe scritta correttamente preceduta da un asterisco. Tuttavia, se il primo presunto componente (θήρα=bestia, corrispondente al latino fera) va bene, il secondo (ἄυθορα), che si fa corrispondere al latino venenum=veleno, in greco non esiste. Insomma, questa etimologia, tutt’al più, avrà il capo ma non la coda …

10 Secondo questa anonima proposta, dunque, terrentula deriverebbe dal verbo latino terrère=atterrire.

11 Il chi questa volta dovrebbe essere Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) che in Exotericarum exercitationum liber XV de subtilitatead Hyeronimum Cardanum, Eredi di Paul Wechel, Francoforte, 1582, pag. 611, così scrive: Alia est ab hac diversa, quippe lacerti facie, quam, quod sub terra lateat, a Romanis putant Terrentulam nominari.  Eam non vidi. Si est, ut aiunt, nigra, luteis maculosa notis, Stellionem puto (Ce n’è un’altra diversa da questa [dalla tarantola propriamente detta], a dire il vero con l’aspetto di lucertola, che, per il fatto che si nasconde sotto terra, si crede che dai romani sia chiamata terrentula).

Terrentula, dunque, deriverebbe da terra ma secondo lo stesso Scaligero è da identificare con lo stellione (una specie di geco) e non con la nostra tarantola. Insomma, il Vergari ha attribuito allo Scaligero, sia pure senza citarne espressamente il nome,  un etimo da lui mai proposto.

12 Questo tarantin, anch’esso di anonimo padre, per la definizione che subito dopo viene data (commovere grandemente) dovrebbe essere un infinito presente, ma in quale lingua?

13 La prima proposta è di Thomas Moffet (1553-1604) in Insectorum sive minimorum animalium theatrum , Cotes, Londra, 1634, pag. 219: Ultimum appulum vocamus, vulgo tarentulae nomine, non incelebrem, a Tarentino agro in Appulia, ubi frequentiores vivunt, cognominatam. Eius hic iconem … exhibemus … ecce vobis lentiginosum et verum Tarantulam, a nemine, quod sciam, hactenus vere descriptum  (L’ultimo lo chiamiano appulo, popolarmente detto tarentula, non infrequente, così chiamata dalla campagna di Taranto in Puglia, dove questi animali vivono più numerosi … Qui …  mostriamo la sua immagine [riprodotta in basso] … ecco a voi, cosa vera e lentigginosa, la tarantola, da nessuno finora, a quanto sappia, descritta).

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Prima di lui Sante Ardoini così si era espresso nel capitolo 5 (intitolato De tarantula) del libro VIII del suo De venenis (opera, composta tra il 1424 e il 1426 e pubblicata la prima volta per i tipi di Scoto a Venezia nel 1492; qui cito dall’edizione Pietro Perna, Basilea, 1562, pag. 482): Et in quibusdam locis, utputa in Apulia, et praesertim in Tarento a quo forte nomen unum ex praefatis assumpsit, accidit ex puntura eius quod vir vel mulier punctus vel puncta ab ea efficitur melancholicus vel melancholica, adeo ut perseveret illa melancholia cum illa phantasia et appetitu et cogitatione cum quibus tempore punctionis erat, quousque venenositas resolvatur (E in certi luoghi, per esempio la Puglia e soprattutto a Taranto dalla quale per caso assunse un unico nome tra quelli che ho detto prima, succede che un uomo o una donna punto o punta dalla sua puntura vien reso [dalla tarantola] malinconico o malinconica a tal punto che permane quella malinconia con quell’aspetto e inclinazione e immaginazione che aveva al tempo della puntura, finchè l’avvelenamento non si risolva).

Se il forte (per caso) è un semplice intercalare e non esprime un’ipotesi di genesi casuale l’Ardoini è da considerare il primo che abbia avanzato l’ipotesi della derivazione di Taràntula da Tàranto.

L’ultimo in ordine di tempo fu Giorgio Baglivi per cui vedi la nota 3 (cito da Opera omnia, G. Girardi, Venezia, 1761, pag. 271): Vocatur Tarantula, non quia Tarenti hoc animal virulentius fit, quam in reliquis Apuliae Regionibus; sed forsan quia Graecorum, et Romanorum temporibus, Civitas illa caeteris erat, aut frequentior, aut nobilior, et ideo existentibus ibidem maiori numero aegrotis hoc veneno laborantibus, nomen exinde animalculum desumpsisse non inficiarer (Si chiama tarantola non perché questo animale diventa più velenoso a Taranto che nelle altre zone della Puglia ma forse poiché quella città ai tempi dei Greci e dei Romani era o più frequentata o più nobile e perciò, essendoci in maggior numero malati sofferenti per questo veleno, non negherei che l’animaletto da ciò abbia preso il nome).

14 Il chi è proprio il Serao citato poco dopo, che nell’opera che successivamente indicherò così si esprime (pag. 30): “… volgendo io alcuni degli Storici naturali per lo mio intendimento, e Greci, e Latini, mi avvenni appresso tutti costoro nella descrizione uniforme di un animal esotico, nativo della Scizia, chiamato da’ Greci τάρανδος, e così pure da’ Latini tarandus, il cui carattere, e singolar proprietà è quella, di cambiar colore in tutte le occorrenze, quando cioè gli torni in bene de’ fatti suoi. Dicono adunque, che essendogli dato la caccia per prenderlo, ed egli adattando il colore della sua pelle (anzi della sua lana, o peli; ciò che fa maravigliar doppiamente Plinio al colore delle cose, che gli sono più vicine, venga con questo artificio a deludere la vista de’ cacciatori, ed a campare perciò dalle lor mani. Or da questa voce τάρανδος  o tarandus, cambiando con naturalissimo e facil passaggio il D in T, sarà nato tarantus, e quindi taranta … e poi o per diminuzione , o per modulazione dissoluta e sdrucciola dell’ultimo suono della parola, tarantolo, o tarantola.

15 Integralmente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=c3A2AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=francesco+serao&hl=it&sa=X&ei=u1SHUt7TOeyS7QbImICQBg&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q=francesco%20serao&f=false

16 Sul verso enniano rinvio per brevità alla nota 3 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/10/28/curiosita-antiquarie-da-una-biblioteca-conventuale-2/

17 E. De Martino, La terra del rimorso. Il Sud tra religione e magia, Il Saggiatore, Milano 1961.

18 R. Rossetti,  Nel nome di Asclepio. Il Tarantismo oltre la lettura di Ernesto De Martino, in Segni e comprensione (rivista telematica quadrimestrale), anno XXVI nuova serie, n.76, Gennaio Aprile 2012, pagg. 88-118.

La Puglia e la “taranta” in un repertorio di simboli del 1603

di Armando Polito

Una delle espressioni più significative dell’erudizione rinascimentale fu il proliferare di repertori di simboli in forma di schede corredate o meno di immagini. Tra questi forse il più noto è, pur non essendo il più antico,  l’Iconologia di Cesare Ripa, la cui  prima edizione uscì per i tipi degli Eredi Gigliotti a Roma nel 1593 (in basso il frontespizio).

 

Le schede di questa prima edizione riguardavano solo le virtù e i vizi ed erano prive di immagini. Alle virtù ed ai vizi si aggiunsero alcune schede di carattere geografico con relative immagini a cominciare dall’edizione del 1603 (frontespizio in basso) uscita per i tipi di Lepido Facii a Roma.

 

Riporto di questo testo le pagg. 265-267 con mia trascrizione a fronte, espediente che mi è servito ad inserire qualche nota. Buona lettura!

 

 

Che fine hanno fatto a distanza di quattrocentodieci anni il grano, l’olivo e il mandorlo? E nella Taranta di oggi cos’è sopravvissuto di quella di ieri e come? E alla fine dei prossimi cinquant’anni cosa sarà diventata la Puglia, unicamente per nostra colpa? Temo che il suo nuovo stemma sarà la solitaria torre d’acciaio di una piattaforma petrolifera; ma in compenso, allora, non si dovrà scomodare tutta questa circollocuzione: basterà derrick1 e non si correrà il rischio di essere assaliti dalla nostalgia del ricordo del famoso ispettore dell’altrettanto popolare serie televisiva del tempo che fu …

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1 La voce nacque agli inizi del XVII secolo dal cognome di un impiccato, passando al significato di boia, poi di forca, nel XVIII secolo a quello di sollevamento, gru, da cui è derivato il significato moderno di torre di perforazione.

 

 

S. Pietro, S. Paolo e il tarantismo

di Sonia Venuti

Molti studi si sono fatti su questo fenomeno che da secoli affliggeva le popolazioni pugliesi e non solo, sul morso della tarantola, e tante ipotesi sul legame che unisce il tarantismo con la devozione alle figure dei  Santi Pietro e Paolo.

Alcuni azzardano che il fenomeno del tarantismo abbia una stretta connessione  con la cultura greca che è sempre stata molto forte in puglia, e che con il culto delle divinità quali quelle di Dionisio, Cibele, Demetra ed altre ancora venivano praticati riti orgiastici di carattere spiccatamente erotico.

La gente danzava follemente al suono della musica, vestita d’indumenti sgargianti con il capo cinto da pampini di vite, agitando il tirso, pronunciando parole oscene, strappandosi gli abiti di dosso, frustandosi l’un l’altro, bevendo vino.

L’analogia tra questi riti e i sintomi del tarantismo è impressionante: qual è dunque il nesso religioso?

Il Cristianesimo giunse tardi in Puglia e s’imbattè in una popolazione primitiva e tenacemente legata ai propri costumi, presso la quale antiche credenze e consuetudini erano profondamente radicati.

In competizione col paganesimo, il cristianesimo dovette cercare in tutti i modi d’imporsi sulla popolazione: le antiche festività religiose pagane furono mantenute, ma intese a commemorare eventi cristiani.

Le chiese erano erette su precedenti luoghi di devozione tra le rovine dei templi, elementi degli antichi culti come le processioni furono accolti nelle modalità cristiane, ma vi erano tuttavia dei limiti che la chiesa non riuscì ad oltrepassare, e non essendo subito in grado di assimilare i riti orgiastici del culto di Dionisio  dovette contrastarli.

Da qui, non sappiamo esattamente in che anno, ma di sicuro nel corso del medioevo, i vecchi riti si trasformarono nei sintomi di una malattia, e di conseguenza la musica, la danza, e l’insieme di quei comportamenti orgiastici di colpo furono legittimati e tutti coloro che indulgevano in queste pratiche non erano più peccatori, ma povere vittime della tarantola.

Il culto di S. Pietro, in questo contesto, nasce innanzitutto dall’ipotesi fortemente indiziaria che il santo sia sbarcato in Puglia dalla Palestina e, dopo essere passato dalla città d’Otranto, dove a testimonianza del suo passaggio, è stata eretta la chiesa di S. Pietro, questi si spostò nel casale galatino, dove “vennero a sentirlo parlare di Dio tutti quasi di quei casali circonvicini”.

Il principale responsabile della sempre più forte idenficazione città-santo protettore la si deve all’arcivescovo Gabriele Adarzo di Santander, che nel corso del suo arcivescovato fece erigere in territorio galatino piccole colonne ed epigrafi, che oggi non esistono più, nei luoghi in cui si ipotizza sia passato o abbia riposato il Santo durante il suo cammino verso Roma.

Per concludere, S. Pietro giunse nel 44 inGalatina e secondo lo storico Da Lama “tutto quel popolo si fece battezzare dalle sue mani  nel nome di Cristo e le donne(….) conforme imprigionasti in piccola rete più pesci, così ti chiamano, aprono la bocca a mille ringraziamenti, vedendosi esenti dal tormento della tarantola, e se in Roma annientasti le magie d’un Simone, in Galatina hai posto in fuga il veleno di questo verme, mago potente, che incanta col bacio, né si scioglie l’incanto se non col ballo. E s’a Paolo in Malta ubidirono gli serpenti, a S. Pietro in Galatina ubbidiscono le tarantole”.

S. Paolo, sempre secondo la tradizione, nella città di Galatina giunse  in incognito, dopo la predicazione di S. Pietro e dopo aver navigato verso i nostri mari, giungendo  al promontorio di Leuca.

Per timore dei persecutori si fermò una sola notte in una casa ancora esistente, di proprietà di un uomo pio, che per questa ragione viene detta casa di S. Paolo.

Il medico non galatinese Antonio Caputi racconta”I Galatinesi raccontano varie storie su questa visita, ma ciò che è più importante affermano che abbia chiesto a Dio, per i meriti di Gesù Cristo, che a quell’uomo pio, per ricompensa della sua pietà, fosse concesso a suo favore o a quello dei suoi discendenti di sanare tutti quelli che fossero stati morsi da animali velenosi come scorpione, vipera, falangi e simili, facendo il segno della croce sulla ferita e facendoli bere al tempo stesso l’acqua di un pozzo lì esistente. Estinta ora la discendenza di quell’uomo pio, gli ammalati morsi dalla tarantola, da uno scorpione o dalla vipera, finchè il veleno è attivo, si conducono a quel pozzo ancora esistente per implorare la guarigione da S. Paolo”

In definitiva, nella casa dove passò prima S. Pietro e poi S. Paolo, come deduzione diretta del Caputi, gli apostoli lasciarono in perpetuo ricordo, agli abitanti di quella casa, la virtù e la grazia di guarire attraverso lo sputo chiunque fosse stato morso dalla tarantola.

Gli ultimi eredi della dinastia dei guaritori sono due sorelle che, per non far andare perduta la virtù e la grazia di guarire, prima di morire sputarono nel pozzo, e da qui, la credenza del “pozzo miracoloso” giunta a valorizzare le “case di S. Paolo”; queste erano le sorelle Farina Francesca e Polisena.

Il culto del santo crebbe molto a metà del ‘700, fino al punto che la famiglia Mory fece erigere un altare, e fu dato inizio alla contestatissima costruzione della cappella, da parte degli allora padroni delle “case di S. Paolo” i conti Vignola.

Le donne chiedevano degli specchi davanti ai quali sospiravano e urlavano con atteggiamenti inverecondi, altri preferivano essere lanciati in aria, o scavavano delle fosse e si rotolavano nella terra come i maiali, e tutti bevevavno vino e danzavano fino a liberarsi dagli effetti del morso, e si dice che se non si faceva in tempo a praticare il rito purificatore della musica, si poteva verificare  anche la morte del tarantato.

Pare solo i frati Francescani fossero immuni dal morso della tarantola, in ragione del fatto che S. Francesco avesse istituito un legame speciale anche con quegli animali, e ogni 29 Giugno in ricorrenza della festività dei Santi Apostoli  convergevano in Galatina tutti i tarantati dei paesi limitrofi, che a suon di tamburelli epuravano il loro corpo e la loro anima.

 

Il Salento delle leggende. Tarante e tarantate

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Si può dire tutto della gens salentina, meno che non ami la propria terra.

Siamo, sostanzialmente, un popolo d’irriducibili nostalgici, forse anche perché siamo a lungo stati (e in parte lo siamo ancora) un popolo di emigranti. Anche chi scrive lo è. Pur potendo convintamente affermare che “risiedo” da molti anni a Roma, ma “vivo” nella mia Galatina.

Tra la fine dell’800 e il preludio all’orribile tragedia della Grande Guerra, un’immensa legione di disperati compatrioti, giovani e meno giovani, per lo più meridionali – da Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia –, ma anche piemontesi, veneti e friulani, invase il Nord e Sud America, imbarcandosi sugli accidentati piroscafi che salpavano dai porti di Napoli, Genova o Palermo, stipati fino all’inverosimile. Un movimento globale di decine di milioni di persone!

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A quella prima ondata ne seguì un’altra, negli anni ’50 del secolo scorso, questa volta sui cosiddetti “treni della speranza”, caracollanti verso i Paesi più emancipati del Nord Europa: Svizzera, Belgio, Francia, Germania. Un’autentica epopea, che investì anche le nostre province, e che molti ricordano ancora.

Di questi nostri fratelli salentini, non pochi tornavano periodicamente nei propri paesi (a volte in estate, più spesso a Natale), per partire nuovamente all’estero col cuore sospeso tra gioia e malinconia. Il nuovo addio era, se possibile, più cocente del primo, ma intanto quei pochi giorni del ritorno, rivissuti tra mani e occhi conosciuti, e affetti riacquisiti, e desideri finalmente appagati, ‘ricostruivano’ rapidamente l’amore per la propria piccola patria, evidenziato anche attraverso romantiche e ingenue esternazioni di fierezza. Come quella di sfoggiare orgogliosamente la nuova automobile (spesso affittata a caro prezzo, pur di fare bella figura), o regalando in abbondanza a parenti e amici pacchetti di sigarette e stecche di cioccolato.

Difficile, poi, che si mancasse alla festa del Santo Patrono – in luglio e agosto per lo più –, mossi da devozione sincera per il proprio Protettore: da Santu Roccu a Santa Cristina, da Sant’Antoniu a li Santi Medici, o alla Madonna dellaLizza, e Santu Ronzu, e innumerevoli altri… Per secoli, e per un preciso motivo, sconfinante tra il religioso e il pagano, la più importante di tutte è stata sicuramente la festa de Santu Paulu, a Galatina: il Santo delle tarantate.

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Il fenomeno delle tarantate – ampiamente studiato (e illuminato) da Ernesto De Martino – è rimasto per almeno mille anni avvolto nel mistero e nella leggenda.

Nell’ambito della comunità contadina, la manifestazione dell’evento, com’è noto, nasceva dalla credenza popolare che in campagna, nel mese di giugno, ed in particolare durante la mietitura del grano, un ragno velenoso (la tarantola o taranta) potesse “pizzicare” le persone – peraltro quasi esclusivamente di sesso femminile – provocando con il suo morso una serie di crisi isteriche, espresse poi in balli frenetici, e prolungati fino allo sfinimento. Queste danze convulse erano accompagnate ed esorcizzate con la musica (prodotta soprattutto da tamburelli e violini), e infine guarite bevendo l’acqua miracolosa del pozzo della cappella di San Paolo, in Galatina.

Perché San Paolo? Semplicemente perché l’Apostolo, durante i suoi viaggi, fermandosi nell’isola di Malta, fu qui morso da un serpente, ma sopravvisse al veleno, protetto dalla fede e dall’intercessione divina.

Le tracce più remote del tarantismo si perdono nei culti dionisiaci e nella mitologia greca, con varie leggende, delle quali s’interessò anche Ovidio. In una delle sue suggestive narrazioni, il poeta racconta di Arakne, una giovane e bellissima fanciulla, nota in tutta la Lidia per la sua arte della tessitura: produceva infatti tele ricamate di straordinaria bellezza, tanto che la stessa Pallade Athena, scesa dall’Olimpo, la sfidò a misurarsi con lei. Quasi inutile aggiungere che la gara fu vinta alla grande da Arakne, provocando naturalmente l’invidia e le ire della dea, che in un moto di stizza la tramutò in ragno, destinandola così a tessere in eterno i suoi fragili (ma pur sempre meravigliosi) lavori.

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Strettamente collegata alla devozione per San Paolo è anche quella per San Donato,

al quale peraltro molti paesi della Penisola sono dedicati: da San Donato Milanese a San Dona’ di Piave, San Donato Val di Comino, San Donato di Ninea, e altri ancora, fino al nostro San Donato di Lecce…

L’elemento che in qualche modo accomuna i due Santi è per l’appunto la danza convulsa ed eccitata, il ballo di natura isterica, che si manifesta sia con le tarantate –, di competenza, per così dire, di San Paolo –, sia con i soggetti fragili o malati di mente, generalmente colpiti da nevrastenia e epilessia, che sono devoti a San Donato. Non va infatti dimenticato che, essendo morto per decapitazione il 7 agosto 304, su ordine personale dell’imperatore Diocleziano (altri spostano l’evento ai tempi di Giuliano l’Apostata), San Donato vescovo e martire è il protettore dell’epilessia: malattia un tempo assai diffusa, e popolarmente conosciuta come ”male di San Donato”.

Più in generale, la protezione di San Donato (che nel nostro territorio è patrono anche di Montesano Salentino) riguarda tutti i danni e le complicazioni che interessano la testa e la mente. Tant’è che nei mercatini della festa patronale si usava, e in parte si usa anche oggi, comprare come talismano una piccola chiave benedetta, che porta riprodotta l’effigie del Santo: chiave da custodire gelosamente, in quanto capace di “aprire” la mente per liberarla dal demonio e preservarla da ogni male.

Si dice, infatti, che in tempi non lontani, i malati di epilessia fossero considerati invasati da spiriti maligni, per scacciare i quali si procedeva talvolta al seguente rituale di espiazione ed esorcismo: il malato e un suo accompagnatore (di solito la madre, un fratello o una sorella) entravano in chiesa inginocchiandosi, e sempre in ginocchio, baciando continuamente per terra e recitando le orazioni, procedevano fino alla statua del Santo, chiedendogli la grazia.

Nel Medioevo, invece, per curare l’epilessia si faceva uso di una rara erba selvatica, vagamente somigliante alla rùcola o al taràssaco (in dialetto chiamato pisciacane), che veniva disposta su un letto di foglie di fico o di piccole canne, sulla quale, a sua volta, veniva posato il Vangelo, mentre le donne, sedute in circolo, recitavano brevi preghiere e invocazioni. Dopo il rituale, si riprendeva l’erba e la si lavorava fino a formarne una collana, destinata ad essere sistemata al collo del malato, e da questi indossata dall’alba al tramonto per nove giorni, in attesa che dal decimo acquisisse i primi segni di guarigione.

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Tornando alle tarantate, resta da chiedersi per quale ragione gli abitanti di Galatina – loro, e soltanto loro! – non siano mai stati morsicati dal ragno fatale, mantenendosi così immuni dalle conseguenti crisi epilettiche.

Ebbene, tale miracoloso privilegio risale al tempo della predicazione di Gesù Cristo, allorché i discepoli Pietro e Paolo giunsero nel Salento, e si fermarono ad evangelizzare, fra le altre, anche le popolazioni del luogo dove sarebbe poi sorta Galatina. Qui, grazie alla generosità di una donna, che offrì loro del cibo e un giaciglio per dormire, i due affaticati Apostoli si poterono rifocillare, e san Paolo, come ringraziamento, benedisse la donna e i suoi familiari, esentandoli – anche per tutte le generazioni future – dalla contaminazione di qualsiasi genere di veleno, e concedendo altresì il potere di aiutare a guarire chiunque fosse stato morso da ragni, scorpioni o altri pericolosi animali.

Per rafforzare tale potere, san Paolo consacrò infine l’acqua di un pozzo adiacente alla casa della donna, proclamando che alle persone “pizzicate” sarebbe bastato bere quell’acqua, per annullare definitivamente ogni malefico effetto di tossicità. E intorno a quel pozzo, secondo una vecchia leggenda, fu poi costruita quella che è ancora oggi la Cappella de Santu Paulu de le tarante.

Tarantate, di Luigi Caiuli
Tarantate, di Luigi Caiuli

Va per ultimo aggiunto che alla fenomenologia della pizzica molti artisti si sono variamente ispirati, primo fra tutti, io credo, il maestro Luigi Caiuli, con il suo impetuoso e sanguigno ciclo pittorico sul tarantismo, donato al Museo Cavoti di Galatina; ed anche letterati come il poeta dialettale lizzanese Salvatore Fischetti, che in una sua appassionante poesia dedica alla pizzica versi di grande incanto: «…Ttacca, viulinu, tàgghia cu llu suènu / tagghiènti comu filu ti rasùlu, / la tantazziòni e la malincunia! / A sta carusa mia talli rifìna, / falla ballà cu ccàccia fuècu e raggia! / A bballa, beddha, comu mai facisti, / no ti ppuggiàri: bballa, bballa, bballa! / ddurmisci la taranta tantatrici,/ a cantu e suènu: bballa, bballa, balla!… (Attacca, violino, taglia con il suono, / tagliente come filo di rasoio, / la tentazione e la malinconia! / A questa ragazza mia ridona pace, / falla ballare, ché scacci fuoco e rabbia! / Balla, mia bella, come mai facesti, / non ti fermare: balla, balla, balla! / Addormenta la taranta tentatrice, / a canto e suono: balla, balla, balla!…».

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

Osservazioni sul tarantismo di Puglia

di Paolo Vincenti

“Le Puglie per la posizione ed i rapporti topografici e per la natura del suolo, offrono condizioni interamente proprie, che meritano di essere rilevate. Al Nord un’immensa pianura, nuda di alberi, intersecata da paludosi torrenti nel verno, ed in està fessa in larghi crepacci; nel mezzo sonvi umili colline di una pietra bianca, rossiccia o giallognola, coverte da leggero strato di terra […]; al sud infine seguono le stesse colline, con un pendìo poco rilevante, che per tutto offrono scoverte pietraje o gessaje […]. Quest’ultima parte che forma la Terra D’Otranto, sulla quale Idomeneo e Pirro, le squadre di Augusto e quelle dei Crociati, la baronale potenza e le incursioni dei Saraceni, han lasciate orme incancellabili di gloria e di sventura, ed in cui Taranto, Brindisi e altre città sono ancora per ricordarci quello che fummo; merita più di ogni altra di essere conosciuta. A guisa di promontorio essa si inoltra fra le onde cupamente azzurre di un doppio mare: priva di fiumi e di fonti, colle spiagge contaminate per lungo tratto da impuri ristagni, soggetta a libere e variabilissime correnti atmosferiche che si alternano ora dallo stretto che la divide dall’antica Grecia, ed or dal golfo cui dà Taranto il nome, e ch’è dominato dalle montagne Bruzzi e Lucane, dalle quali irreligiosi torrenti cadono ad interrare gli avanzi di Metaponto, di Sibari e di Eraclea.”

Questa descrizione (un po’ surreale) della nostra regione è opera di un viaggiatore dell’Ottocento, il napoletano Salvatore De Renzi, e costituisce la parte introduttiva della sua opera “Osservazioni sul tarantismo di Puglia- Prolusione accademica recitata nell’ordinaria seduta del 28 luglio 1832 dell’Accademia medico-chirurgica napoletana dal dott. Salvatore De Renzi, socio della medesima” .

Questo saggio viene ora ripubblicato, a cura di Sergio Torsello, dalla casa editrice Kurumuny (2012).

Conosciamo Sergio Torsello come uno studioso attento delle complesse problematiche legate all’antropologia culturale salentina ed in particolare di quel vasto fenomeno che è il tarantismo, del quale si è occupato in numerosissimi saggi e articoli di cui pare arduo dare un sia pur vago cenno di elenco. Giornalista pubblicista, Torsello è parimenti conosciuto per essere consulente scientifico dell’ “Istituto Diego Carpitella” e direttore artistico della “Notte della Taranta” di Melpignano.

Sappiamo bene che l’Ottocento fu un secolo in cui fiorì una enorme messe di studi, soprattutto di carattere medico-scientifico, sul tarantismo pugliese. Ed in questa sezione del sapere rientra il saggio di De Renzi il quale, nella sua dotta dissertazione, descrive il fenomeno dal punto di vista della sua sintomatologia, della diagnosi e della terapia, grazie alle nozioni ricevute da alcuni informatori locali.

Nella sua dettagliata Introduzione, Sergio Torsello, spiega che quella della letteratura medica sul tarantismo è una branca della disciplina molto importante, come confermano le ricognizioni effettuate da Angelo Turchini (nel suo libro “Morso, Morbo, Morte. La tarantola tra terapia medica e cultura popolare”, edito da Angeli nel 1987) e più recentemente da Gino L.Di Mitri ( in “Storia biomedica sul tarantismo nel XVIII secolo”, edito da Olschki nel 2006).

In particolare, nell’Ottocento, il dibattito sul tarantismo vede coinvolti molti medici e scienziati, come Antonio Pitaro, e poi Dimitry, Ferramosca, Costa, Vergari, Carusi, De Martino, Panceri, Cantani, Campelli, De Masi, Carrieri, per citare solo gli studiosi italiani che danno il proprio contributo alla bibliografia medica sul tarntismo. Ad essi si aggiunge l’opera di De Renzi, medico, patologo e storico della medicina, fondatore del giornale scientifico “Il Filiatre Sebezio”, grande erudito e viaggiatore. Il suo interesse per il tarantismo, che si inquadra in una generale riscoperta del fenomeno avvenuta in quegli anni nell’ambiente scientifico accademico napoletano, del quale il medico era esponente di spicco, ci ha portato questo saggio, che è sicuramente un originale contributo rientrante nel clima positivista che animava la cultura italiana in quel periodo. Per maggiore completezza, alla fine del libro, Torsello riporta una interessante bibliografia delle opere pubblicate sull’argomento dal 1800 al 1898.

 

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Origine e discendenza dei Carmàti ti Santu Pàulu

ELSHEIMER ADAM, S. Paolo a Malta

RELIGIONE E MAGIA NELLA CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

ORIGINE E DISCENDENZA
DEI
CARMATI TI SANTU PAULU

 Necessaria precisazione linguistica per evitare che, alla luce del nuovo dialetto, gli agguerriti carmàti ti Santu Pàulu vengano identificati non più come i fortunati discendenti di una famiglia magicamente dotata, bensì come persone ammansite da S. Paolo.

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Negli Atti degli Apostoli, in riferimento al viaggio di S. Paolo da Gerusalemme a Roma, dopo la descrizione della tempesta nelle acque di Creta e il successivo naufragio, si legge:

“Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: certamente costui è un assassino, se anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio”.

Su questa succinta nota degli Atti, la fantasia popolare ci aveva ricamato sopra, e stando all’ampliata versione assunta come testo tradizionale, S. Paolo non aveva scosso il braccio e fatto cadere la vipera nel fuoco, bensì l’aveva afferrata delicatamente con due dita e dopo averla compassionevolmente rimproverata chiamandola “fìgghia spinturàta ti lu piccàtu” (“figlia sventurata del peccato”) le aveva ingiunto di fare il giro dell’isola, chiamando a raccolta tutte le vipere e facendole convenire in massa accanto al fuoco. Torcendosi in spire precipitose la vipera si era allontanata, per poi riapparire pochi minuti dopo seguita da centinaia e centinaia di vipere che si erano fermate a pochi

Tarantismo salentino e antico culto ellenico di Asclepio

Le sorprendenti analogie di rito presenti nel tarantismo salentino e nell’antico culto ellenico di Asclepio

di Romualdo Rossetti

Alla luce delle ultime ricerche storiche ed archeologiche risulta evidente che il tarantismo salentino, a differenza di quanto sostenuto da Ernesto De Martino nella sua Terra del Rimorso, affonda le sue radici nella prima storia del bacino del Mediterraneo. Se ci si sofferma ad analizzare con spirito sereno la particolarissima ritualità di questo fenomeno antropologico, ormai in via d’estinzione, non si possono non cogliere le numerosissime corrispondenze di culto che lo legano intimamente agli antichi riti di guarigione praticati in tutti i santuari di Asclepio della Magna Grecia e delle zone ad essa culturalmente contigue.

Ernesto De Martino interpretò il tarantismo quasi esclusivamente in chiave sociologica individuandone la causa nel malessere sociale dei poveri del Mezzogiorno d’Italia, nella condizione subordinata all’uomo della donna contadina, nella società rurale salentina retrograda e culturalmente arretrata, nella diversità fisico-psichica e sessuale mal vissuta e/o socialmente mal tollerata e soprattutto in uno spaccato esistenziale ingenuo e sottomesso all’autorità religiosa.

Per quel che concerne l’origine del fenomeno sociale, nel quinto paragrafo del commentario storico della sua Terra del Rimorso l’etnologo collocò l’atto di nascita del tarantismo nell’alto Medioevo, durante gli scontri tra la civiltà cristiana e quella musulmana in occasione delle Crociate, uno spazio temporale ben preciso che, a ben vedere, escludeva drasticamente la possibilità che esso si fosse generato nella protostoria dell’Occidente. Un’indagine, quella demartiniana, che finì per porre in essere un’interpretazione riduttiva del tarantismo perché frutto di una visione personale del marxismo vissuto soprattutto in chiave esistenzialista, una lettura antropologica, dunque, vittima del tempo (anni 50 del XX secolo) in cui il fenomeno venne studiato, etichettato e proposto al pubblico.

Galatina, cappella di San Paolo, particolare della tela del santo omonimo

Ciò che lascia oggi sorpresi è però, come mai, uno studioso delle religioni attento, intelligente ed intuitivo come Ernesto De Martino abbia trascurato di esaminare il culto di una importantissima pratica medica delle origini e la sua probabile sovrapposizione sincretica in un altro rito nel corso degli anni. Probabilmente ciò fu dovuto proprio dalla formazione culturale dell’etnologo, una formazione culturale fedele all’indirizzo imposto da Benedetto Croce, da sempre poco incline ad analizzare ciò che poteva fuorviare il dato storico da analizzare. In realtà, però, gli sarebbe bastato interpretare con più attenzione le stesse critiche del medico settecentesco Francesco Serao, da lui più volte menzionate nella Terra del Rimorso, quando affermava che la fenomenologia del tarantismo non dipendeva affatto dal morso della tarantola quanto, piuttosto, dall’indole congenita dei pugliesi.

L’indole di un popolo, è notorio che non la si costruisce dall’oggi al domani, ma è un sovrapporsi di simboli, significati e vissuti sociali che si tramandano nei secoli nei costumi, soprattutto in quei contesti culturali arretrati come possono esserlo quelli propri del mondo contadino. Gli sarebbe bastato poco per intuire che il tarantismo come forma di catarsi dall’oistros, come esorcismo coreutico-musicale, affondava le sue radici nella protostoria della Magna Grecia. Se soltanto avesse disatteso le proprie radici crociane e si fosse soffermato ad osservare lo Zodiaco, la prima mappa sapienziale dell’uomo, avrebbe di sicuro intuito che l’Oistros deteneva, non a caso, un posto d’onore anche tra le stelle dove compariva altresì il nome divino della sua risoluzione. Poco sopra la costellazione dello Scorpione difatti, gli antichi scrutatori e denominatori degli astri, avevano posto la costellazione dell’Ofiuco, detto anche Anguitenens o Serpentario che col calcagno pare schiacciare lo Scorpione che a sua volta, pare, volerlo pungere. A quel punto la chiave di risoluzione del mistero dell’origine del tarantismo poteva essere facilmente risolta rifacendosi ad un’unica antichissima divinità, ad Asclepio il signore e demone colui il quale fu da Zeus predisposto alla guarigione fisica e psichica dei mortali.

Se De Martino non si fosse soltanto soffermato a catalogare in maniera quasi ossessiva, come stabiliva il metodo storicistico, il comportamento dei tarantolati durante l’esorcismo nella piccola cappella sconsacrata della casa di S. Paolo a Galatina ma si fosse soffermato ad esaminare l’ubicazione del pozzoomphalos dalle acque emetico-curative all’interno del complesso architettonico della cappella avrebbe sicuramente colto la corrispondenza strutturale che la associava ad un antico asclepeion.

Anche i tanti simboli della città di Galatina, a partire dal nome della stessa, furono trascurati e non furono vagliati con la dovuta accuratezza filologica e semantica. Ad onor del vero ciò è accaduto non unicamente con l’indagine demartiniana ma anche con le altre numerose successive indagini antropologiche che, pur volendo distanziarsi dalla lettura del fenomeno operata tramite la Terra del Rimorso, hanno continuato a trascurare l’evidente inoltrandosi in un indirizzo di ricerca alla “moda”, (interpretazione nietzscheana) con tanto di eccessivi ed azzardati rimandi al dionisismo ed al menadismo.

Esculapio

Asclepio, il protagonista nascosto del tarantismo salentino, veniva rappresentato solitamente come un uomo maturo, il più delle volte munito di  barba con in pugno un bastone e con l’altra mano appoggiata sulla testa di un

I tarantati secondo Teresina

di Josè Pascal

Gli anni ’50 nei paesini del Sud Salento me li hanno solo raccontati. Ai ricordi di mia nonna devo la mia memoria della miseria più nera, di quella quotidianità oggi chiamata folklore e delle tante braccia partite a cercar fortuna.
Mi sembra di vederli i tarantati, puntuali alle soglie di ogni estate, che si dimenano nelle piazze, tra il clamore concitato della gente ed il ritmo serrato dei tamburelli. Quando nonna Teresina ne parla, comincia sempre dicendo: “Succedia ca certi cristiani tuttu de paru scuppàvane an terra – accadeva che alcune persone all’improvviso stramazzassero a terra posseduti da una forza soprannaturale – anche qui, a Comuncè c’era gente pizzicata da taranta o colpita dai guai de Santu Dunatu. C’era a CONSIJA SSUNTAMIJIA – persona per mia nonna normalissima – ca passava de sutta i pali de segge, scinnia de scale tutta curcata stisa – che strisciava in maniera scomposta tra le gambe delle sedie, si introduceva nei posti più angusti e scendeva dalle scale distesa – se girava de na vanna e de l’autra, sturcia anterra poi cuntava cu Santu Dunatu – si contorceva con fare frenetico e poi rivolgeva richieste e preghiere a San Donato. C’erane quiddi ca sunavane pizziche cu li passa u male. E poi dopu ure li passava e diventavane normali sti cristiani – spesso per esorcizzare questo male si ricorreva ai tamburellisti, ai suonatori di organetto e fisarmonica, perché una danza scatenata ed estenuante era l’unico modo per liberarsi da questo stato di isteria e tornare in se stessi.

Arrivata a questo punto della sua storia nonna Teresina diventa malinconica e reticente – Basta, sta me sentu fiacca cu le cuntu ste cose – non insisto perché continui il suo racconto. La lascio al suo silenzio. So già che con la mente è tornata a quel torrido pomeriggio di giugno; era ancora bambina e davanti la sua casa saltellava attorno a suo nonno che suonava il tamburello. Non poteva sapere, Teresina, che quel suo ballo spensierato e vivace si sarebbe trasformato in una lotta per la sopravvivenza, circondata dagli zombi della sua infanzia.

 

Lo pseudo lettore scrivente
Jose Pascal

In parole semplici – Scatola di latta virtuaculturale
http://parolesemplici.wordpress.com

Link di riferimento:
http://parolesemplici.wordpress.com/2010/05/22/i-tarantati-secondo-teresina/

Saverio Lillo e i dipinti di San Paolo “te le tarante” di Galatina

di Stefano Tanisi

Uno l’ho visto io camminare col capo in giù sul soffitto, altri bevevano a un pozzo di scorpioni e di serpi, non senza gridi, nel viola acido e sporco d’una cappella, mentre fuori era il chiaro giorno steso coi piedi avanti come il Cristo del Mantegna. V.  Bodini

 

Già dalle prime luci dell’alba del 29 giugno, giorno in cui ricorre la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per le vie e nella piazza grande del centro storico di Galatina, si avvertiva nell’aria, fino a qualche anno addietro, quell’agitazione che prendeva tutti: era l’arrivo dei tarantati da tutto il Salento per recarsi alla piccola cappella di S. Paolo “te le tarante”, chiesa

Leccesi, c’era una volta / Quando esce la taranta. 6a parte.

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 di Alfredo Romano

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IL VIDEO: Alfredo parla del tarantismo. Segue monologo e l’esecuzione di 2 pizziche con la partecipazione di Mina Fabiani e di Giuseppe Maniglio alla chitarra.

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PREMESSA AL TARANTISMO CON QUALCHE DIVAGAZIONE

C’è stato nel Salento, fino a qualche anno fa, un fenomeno detto del tarantolismo, fenomeno che è sopravvissuto finché è resistita la civiltà contadina e che ora è del tutto scomparso. Nella mia terra succedeva che le donne specialmente, alcune donne, ciclicamente all’inizio della stagione calda entravano in una crisi che si potrebbe definire depressiva.

Alfredo Romano

Era credenza che la donna fosse stata morsa da un ragno, la tarantola, un morso magico, dal momento che la donna, al semplice suono di un tamburello o di una fisarmonica, danzava e si dimenava al ritmo del suono e questo le portava giovamento nel fisico e nell’umore.

I familiari, la collettività, consci di questo effetto terapeutico della musica, organizzavano dei veri e propri concerti in casa ad opera di musicisti di tamburello, di violino, di fisarmonica e di chitarra: in genere erano persone del paese. Io ho avuto due zii paterni che suonavano il violino e il tamburello, quello che suonava il violino era il nonno di mio cugino Mariano Romeo, un mastro muratore che qui tutti chiamano Lupo.

I concerti duravano giorni a volte, la donna danzava e mimava con i gesti le movenze del ragno, entrava in trance, percorreva nella sua mente mondi sconosciuti, finché, ad un certo punto, rientrava docilmente nella ragione, tornava in sé, nella sua normalità, dopo aver smarrito il suo orizzonte.

A questo punto ringraziava i musicisti, ringraziava i vicini di casa che avevano assistito alla sua terapia musicale, e ringraziava pure San Paolo, creduto il protettore delle tarantole e dei serpenti. In conclusione, la stessa collettività allora si incaricava di curare chi era entrato nel tunnel della crisi.

Che la musica, il canto, abbiano una funzione terapeutica, è ormai riconosciuto da tutti. La vibrazione sonora infatti non viene percepita solo dal nostro udito, ma viene sentita anche dall’intero corpo e dal nostro mondo inconscio. Il suono armonico viene quindi ad armonizzare, ad alleviare cioè il nostro dolore fisico e mentale.

Tornando alla terapia musicale del tarantolismo, è chiaro che aveva la sua ragion d’essere in un determinato contesto culturale. Ma le crisi, gli smarrimenti della ragione non sono affatto finiti. Solo che oggi la cura si risolve in farmacia o all’ospedale (detto tra noi era molto meglio ballare al suono di un tamburello) dimenticando che certe malattie dell’anima non possono essere curate esclusivamente con la chimica.

Mina Fabiani

Perché le donne erano più soggette a essere «morse dalla tarantola?» Beh sappiamo che allora le donne subivano leggi e costumi repressivi e la crisi era sempre in agguato. Ma io aggiungo un altro motivo: non è che anche l’uomo fosse immune dalle crisi, è che la donna, più dell’uomo, ad un certo punto decideva di entrare in crisi, si abbandonava, tirava fuori la parte di sé più irrazionale e costringeva la collettività a occuparsi di lei (finalmente di lei), si metteva al centro dell’attenzione, lei ballava e aveva un pubblico tutto suo, era protagonista di un evento. Così facendo la donna si riconquistava le sue sfere di libertà.

Al contrario, gli uomini in crisi, in generale non sono capaci di questi abbandoni, non decidono di smarrirsi, di uscire da sé (e farebbe loro tanto bene), perché gli uomini si controllano di più, stanno più attenti, si vergognano, ne andrebbe del loro status di maschi, perfino il pianto è visto come segno di debolezza, quasi che il pianto debba essere un’esclusività delle donne. Non so perché mi viene in mente il pianto di Priamo, re di Troia, di fronte all’eroe greco Achille per ottenere la restituzione del corpo di Ettore, il figlio ucciso dallo stesso Achille. Era il pianto di un re. E piangeva anche Odisseo nell’isola di Ogigia al ricordo della sua donna lontana, della sua patria lontana. E allora… questi uomini, insomma, che piangano pure, visto che piangevano anche gli eroi.

Adesso passo a raccontarvi del fenomeno del tarantolismo nel dialetto del mio paese di origine, Collemeto di Galatina, in provincia di Lecce. Questo perché, prima della pìzzica tarantata, voglio farvi entrare in un mondo magico, un mondo di suoni e ritmi che solo il dialetto può rievocare.

Mina Fabiani, Alfredo Romano e Giuseppe Maniglio in scena.

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 QUANDU ESSE LA TARANTA

Mo’ fazzu cu ssentiti la pìzzica tarantata. Cce gh’ete la pìzzica tarantata? Ete ‘na tarantella. Ndae tante tarantelle a llu Sud: have la tarantella te Napuli, quiddha calabrese, quiddha siciliana… e nnui tenimu puru la tarantella noscia: la pìzzica-pìzzica.

La tarantella vene te taranta. La taranta è ‘nn’animale ca se troa a ttiempu t’estate a lle campagne, a lli tiempi de la metitùra te lu cranu… Se scunde a mmienzu ‘llu cranu la taranta, quandu face quiddhu sole ertu ertu, a quiddhi merisci caddi ca se vite l’aria brillare, ca pare ca sta arde quasi. Le furmìcule stanu scuse sotta terra, se sente lu sonu te le cicale… ca face mutu caddu! Se sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre quiste cicale. E allora tìcianu ca la taranta esse te fore e pìzzica le mane e lli pieti te li cristiani.

Giuseppe Maniglio

   E quandu pìzzica la taranta, li cristiani se sèntanu tutti scazzicàti. E basta cu nne rria quarche ssonu te tamburieddhu o te fisarmonica ca vene te luntanu, ca se mìntanu ‘ballare. E ballanu tuttu lu giurnu, a ffiate puru dô giurni, tre giurni, quattru giurni… puru ‘na settimana!

   La taranta, la pìzzica. Nui ‘stu fattu te li cristiani ca su’ ppizzicàti te la taranta e cca se mìntanu ballare, ‘sta cosa la tenìmu scusa intru te nui, comu ‘na sorta te mascìa ca nu’ mbulìmu cu sse saccia.

   E ssentendu vui quistu sonu te pìzzica-pìzzica, vui be putiti ccurgìre te cce ssangu ca tenìmu nui intra lle vene, te cce ffocu ca ne arde intra llu core: ‘stu focu ca vulìmu cu spetterra, cu esse te fore e ccu llu tamu a tutti li cristiani.

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TRADUZIONE IN ITALIANO

QUANDO ESCE LA TARANTA

   Mo’ vi faccio ascoltare la pìzzica tarantata. Che cos’è la pìzzica tarantata? È una tarantella. Ci sono tante tarantelle al Sud: c’è la tarantella di Napoli, quella calabrese, quella siciliana… e noi teniamo pure la tarantella nostra: la pìzzica-pìzzica.

  La tarantella viene da taranta. La taranta è un animale che si trova al tempo d’estate nelle campagne, al tempo della mietitura del grano… Si nasconde in mezzo al grano la taranta, quando fa quel sole alto alto, in quei meriggi caldi quando si vede l’aria brillare, che pare che arda quasi. Le formiche se ne stanno nascoste sotto terra, si sente il suono delle cicale… ché fa molto caldo! Si sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre queste cicale. E allora dicono che la taranta esce fuori e pìzzica le mani e i piedi dei cristiani.

Alfredo Romano

   E quando pìzzica la taranta, i cristiani si sentono tutti smossi dentro. E basta che arrivi loro quarlche suono di tamburello o di fisarmonica che viene da lontano, che si mettono a ballare. E ballano tutto il giorno, a volte anche due giorni, tre giorni, quattro giorni… anche una settimana!

   La taranta, la pìzzica. Noi questo fatto dei cristiani che sono pizzicati dalla taranta e che si mettono a ballare, questa cosa la teniamo nascosta dentro di noi, come una sorta di magia che non vogliamo che si sappia.

   E ascoltando voi questo suono di pìzzica-pìzzica, voi potete scorgere che razza di sangue teniamo noi nelle vene, che fuoco ci arde dentro il cuore: questo fuoco che vogliamo che trabocchi, uscir fuori e donarlo a tutti i cristiani.

Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta

di Pier Paolo Tarsi

Possiamo partire da un’interessante intervista (interamente disponibile al seguente link: http://www.vincenzosantoro.it/nottedellataranta.asp?ID=233) rilasciata il 13 agosto 2005 a Carla Petrachi da Eugenio Imbriani, docente di Antropologia Culturale all’Università del Salento, studioso serio del tarantismo e non solo. È opportuna anzitutto una precisazione: Imbriani, per anni impegnato nel seno dell’Istituto Diego Carpitella, al momento in cui l’intervista è stata rilasciata si era già volontariamente allontanato da questo ente, battezzato “nell’estate del 1997 con il proposito di studiare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del Salento” (fonte: sito dell’Istituto Diego Carpitello: http://www.lanottedellataranta.it/istituto_carpitella.php) e poi finito per diventare di fatto, con un evidente restringimento dei vasti intenti sopra indicati e a scapito in specie dell’attività di ricerca scientifica, semplicemente (o almeno, soprattutto) il promotore e l’organizzatore della famigerata Notte della Taranta, cioè – eventualmente qualcuno avesse passato gli ultimi anni su Marte e non lo sapesse – della estiva kermesse musicale itinerante per vari comuni salentini che conclude il suo ciclo a Melpignano, ove raggiunge il suo clou nel mega-concertone e show-mediatico finale negli ultimi giorni di agosto. Data la situazione descritta, il detto antropologo, interessato ovviamente più che altro alla ricerca e allo studio, finalità purtroppo “fagocitate” dalla Notte della Taranta che, per sforzi e risorse economiche e organizzative richieste, “cannibalizza” necessariamente tutto il resto delle attività per cui era sorto l’Istituto stesso, se ha inteso come anticipato prendere a suo tempo le distanze da questo, non ha ritenuto opportuno sollevare polemica alcuna. Imbriani infatti ribadisce spesso nella sua intervista di voler rimanere assolutamente lontano dalle polemiche su un eventuale “tradimento” dell’ampiezza di finalità per cui l’Istituto si era costituto e in particolare di voler astenersi da polemiche sul fagocitante e totalizzante evento mediatico (che vede almeno tanti detrattori, per ragioni molto diverse e spesso distanti tra loro, quanti sono i tifosi, motivati da ragioni anche qui molto variegate, ragioni che per continuità tematica non interessa ora analizzare).

Scelta arguta questa astensione dalle polemiche che non è dovuta (come si potrebbe pensare) ad una sobria pacatezza della persona in questione, a indifferenza o addirittura a una accondiscendenza remissiva e arrendevole della stessa, quanto al fatto, ben più interessante e istruttivo qui per noi, che Imbriani, con la mentalità tipica dello studioso, è interessato più a

Galatina. Breve nota irriverente e fantasiosa su San Paolo e le tarantate

di Massimo Negro

Ho dei buoni motivi per ritenere che San Paolo in fin dei conti non abbia mai avuto vita facile a Galatina. Anzi forse avrebbe fatto anche a meno di essere presente in quella città.

Non che a Roma le cose fossero state tutte rose e fiori. Lasciamo perdere il martirio che nella vita di un Santo, specialmente nei primi anni del cristianesimo, era una scelta quasi obbligata. A preoccuparlo erano stati soprattutto i rapporti iniziali con il Santo pescatore.

Paolo pur con qualche difficoltà aveva alla fine accettato questa coabitazione come santo patrono della città eterna. Avrebbe preferito, in virtù della sua cittadinanza romana, che si dicesse “Santi Paolo e Pietro”, ma alla fine se l’era fatta passare.
Così come, pur se con qualche borbottio, aveva accettato che la sua Basilica venisse posta fuori le mura anziché in centro.
Più di qualche borbottio, riferiscono santi a lui vicini,  c’era stato quando il vescovo di Roma (per intenderci il Papa) aveva scelto come sede San Giovanni, ma qualcuno gli aveva fatto prontamente notare che trattavasi pur sempre del cugino del Maestro e del discepolo “che Egli amava”.
Dopo i primi momenti e le difficoltà iniziali, si può dire che a Roma era riuscito a trovare un suo spazio, una sua dimensione. Sempre pronto a sfoderare la spada, ma il suo carattere si era con il tempo ammorbidito.

Ma questo non accadeva quando pensava a Galatina. Lasciamo stare il fatto che il ritrovarsi anche nel Salento in compagnia di Pietro non l’avesse entusiasmato, e forse lo stesso Pietro, che per primo ci aveva messo piede, non era contentissimo. Ma dopo tanti anni di coabitazione romana alla fine i due conoscevano pregi e difetti l’uno dell’altro e sapevano come “prendersi” e come all’occasione evitarsi.
Chi non riusciva assolutamente a sopportare erano due donne. Due comuni mortali ma che non c’era verso di scalzare nel cuore della gente. Francesca e Polisena Farina.

Eppure, ripeteva ai suoi amici, lui poteva vantare miracoli provati e documentati, anzi nello specifico, un miracolo era stato anche riportato negli “ Atti degli Apostoli”. Lui a Malta era riuscito, pur se morso da una vipera, a non riportare alcuna conseguenza e, da allora, era invocato dalle genti di tutto il mondo a protezione dai morsi degli insetti e delle serpi. In tutto il mondo tranne a Galatina.
A Galatina accorrevano persone da ogni dove, morse da tarantole, scorpioni o serpi, non per chiedere a Lui la guarigione, bensì per rivolgersi a quelle due sorelle che, con pratiche ancestrali e arti magiche, tra sputi e rituali vari, riuscivano a far espellere il veleno dal corpo del malcapitato o malcapitata.
Alla fine dovette aspettare che morisse anche l’ultima delle due sorelle, senza che lasciassero discendenza femminile.

Ma proprio quando stava per gioire,  sia beninteso , non della loro morte ma per il semplice fatto che l’ordine naturale e sovrannaturale delle cose pareva essersi ristabilito, qualcuno gli aveva fatto notare qualcosa che, se possibile, l’aveva incupito ancora più di prima.
L’ultima delle due sorelle prima di passare a miglior vita si era preso il fastidio di sputare la propria saliva guaritrice nell’antico pozzo. Per cui accadeva che la gente tarantata, che ora accorreva in massa a chiedere la protezione a Santu Paulu miu de le tarante, dopo aver ballato, essersi contorti per terra o arrampicati sull’altare, alla fine del rito di espiazione si avvicinava al pozzo e beveva proprio quell’acqua benedetta dalla saliva della guaritrice.
Si mosse tutta la chiesa compatta ma non ottenne nulla. La gente continuava a bere l’acqua di quel pozzo.
Una vita da separati in casa. Lui da una parte, il ricordo delle due sorelle dall’altro.

Il quadro che un pittore parente delle due sorelle dipinse e che pose all’interno della cappella sembra quasi rappresentare questa situazione. Si nota un San Paolo in posa altera e maestosa e ai suoi piedi un poveretto malaticcio sorretto dalle due sorelle che cercano di far bere a questi l’acqua del pozzo. Se notate, San Paolo non degna di uno sguardo i tre, quasi a dire “ti sei rivolto a loro? ora sono fatti tuoi”. E delle due sorelle, una non lo degna di uno sguardo porgendo l’acqua del pozzo al malato, mentre l’altra sembra dire, guardando San Paolo, “che vogliamo fare?”.
Quando sul letto di morte, qualcuno chiese al pittore il perché di quella rappresentazione, questi, proprio mentre stava per esalare l’ultimo respiro, disse “non si sopportavano … non si sopportavano”.
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dopo 2

Le due sorelle Farina, Francesca e Polisena, sono le due sorelle descritte dall’Arcudi nel finire del ‘600 come le due guaritrici che alleviavano le sofferenze dei malati e in particolare dai morsi degli insetti. Il pittore Francesco Lillo che dipinse il quadro nel 1795 dovrebbe essere un discendente del marito di Francesca, Donato Lillo.
Le storie sul tarantismo si perdono nell’antichità dei tempi. Tra l’altro abbiamo letto in una delle mie precedenti note, come nel brindisino si ricorresse all’intercessione di San Francesco per guarire dai morsi della tarantola.
La chiesetta di San Paolo, i cui lavori iniziarono nel 1791, fu completata nel 1795. Molto dopo la morte delle due sorelle. Da quanto riferiscono studi condotti nel Salento, prima del ‘700 il culto di San Paolo era molto limitato e ristretto a poche chiese.
E’ probabile che, proprio in virtù del miracolo dal morso della serpe a Malta raccontato negli Atti degli Apostoli, la Chiesa abbia deciso di intervenire con tutto il suo peso non solo religioso ma anche culturale, ponendo San Paolo come santo protettore di questi malati, cercando di far scomparire o limitare, ma inutilmente, tutti gli aspetti non canonici legati ai riti di guarigione.
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La chiesetta dopo circa un anno di restauro, iniziati grazie all’Amministrazione Provinciale allora retta dal sen. Pellegrino e dall’Amministrazione Comunale allora retta dalla dott.ssa Antonica, è stata riaperta al pubblico nei giorni scorsi in occasione delle festività dei Santi Pietro e Paolo (o Paolo e Pietro!).
Non era mai stata sconsacrata per cui la riapertura è stata accompagnata dalla celebrazione di una messa all’interno della chiesetta.
I lavori di restauro hanno interessato, in particolare, il rifacimento del vespaio per cercare di arginare l’umidità di risalita e la posa della nuova pavimentazione. Riguardo l’altare, anch’esso attaccato dall’umidità, gli interventi son stati limitati a rafforzarne la struttura e a interventi di pulitura per eliminare dove possibile la calce che ricopriva i colori originali dell’altare. Non è stato effettuato un vero e proprio restauro dell’altare anche a causa della particolare friabilità della pietra usata nella sua costruzione.
La tela del pittore Saverio Lillo (1795) era stata già restaurato circa due anni fa; per l’occasione è stata posizionata nella sua collocazione originaria, cioè sull’altare, dopo esser stata per lungo tempo esposta all’interno del Museo cittadino.
La chiesetta restaurata merita una visita e vi consiglio di visitare anche il vicino Museo sul Tarantismo sito in Corso Porta Luce.

dopo 1

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

Libri/ La Taranta

Gianfranco Mingozzi
 La taranta. Il primo documento filmato sul tarantismo
Kurumuny Edizioni, € 15,00

Questo libro racconta le esperienze di Gianfranco Mingozzi, cineasta appassionato di antropologia: Per oltre vent’anni Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo – nel 1961 – con il cortometraggio La taranta e con un episodio del film Le italiane e l’amore – La vedova bianca, il fenomeno del tarantismo allora conosciuto solo dagli studiosi.
Nel 1977 ritorna su questo argomento con l’inchiesta televisiva Sud e magia, in ricordo di Ernesto de Martino. Nel 1982 poi, con il documentario Sulla terra del rimorso, testimonia la fine di questo antico rito e mito salentino.
Il libro ricostruisce le diverse esperienze di Mingozzi sul tarantismo e ripropone in dvd La taranta con il commento di Salvatore Quasimodo. La storia di questo documentario è ricostruita, oltre che dal diario tenuto dal regista in quegli anni e dalle note di Ernesto de Martino, anche dalle critiche e da tutti i documenti attorno alle riprese.

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